Scusami se ti sto abbracciando

aprile 25th, 2018

Brutto periodo? Difficile, quantomeno.

Stanco? Parecchio, ma più che stanco esasperato. Dalle macchine di reparto che si rompono in rapida successione, per esempio, come sotto l’effetto di una macumba (che, per inciso, io non ci credo ma un paio di personcine così diabolicamente potenti e fetenti da riuscirci mi vengono pure in mente).

E allora oggi si esce dall’ospedale del fiume piccolo, che domani non si lavora, e si imbocca l’autostrada. Cosa ascoltiamo di bello? Spotify la butta lì: “In bicicletta”, di Riccardo Cocciante. Canzone peraltro perfetta per questo periodo, e so io perché.

Allora riprendo quel vecchio album del 1982 e lo riascolto tutto, dopo qualcosa come trent’anni. Scoprendo, nell’ordine, che a) ricordo a memoria tutte le parole di tutte le canzoni e b) ci arrivo, anche agli acuti, canto con Cocciante come se le canzoni le avessi scritte io, per me.

Così evaporano in fretta il brutto della giornata, i problemi irresolubili, i reclami impazziti, il pacco di esami da smaltire. Proprio tutto.

E restano solo la strada, lunga, il cielo, sereno, le ruote della Chevrolet che rullano sull’asfalto e quel ragazzino di quindici anni che ancora canta le canzoni del migliore album di Cocciante. Un album che non ascoltava da almeno trent’anni, e di cui ricorda tutte, ma proprio tutte, le parole a memoria.


La canzone della clip è “In bicicletta”, di Riccardo Cocciante, tratta dall’album “Cocciante” del 1982. Quanta dolcezza in quelle parole: all’epoca mi sembrava stucchevole, adesso a essere sincero mica tanto.

E quanti inutili scemi per strada o su Facebook che si credono geni, ma parlano a caso

aprile 21st, 2018

Basta aggressioni ai medici e basta attacchi alla sanità pubblica.

È questo l’oggetto di un lungo articolo, leggibile su quotidianosanità.it di oggi, in cui il la sezione regionale siciliana del SMI (sindacato medici italiani) denuncia la situazione di disagio dei sanitari e i numerosi episodi di violenza al loro indirizzo.

L’articolo si chiude con un elenco interminabile di proposte per mettere in sicurezza sanitari e ospedali, che io vi riporto integralmente.

“Lo SMI, al fine di ristabilire un corretto rapporto di cura ed assistenza al cittadino, particolarmente nelle aree di emergenza urgenza, e garantire la sicurezza nei posti di lavoro del personale medico e sanitario tutto chiede:
• Legge a tutela del personale sanitario (Pubblico ufficiale), effettività ed efficacia delle pene per chi aggredisce un professionista del SSN sul posto di lavoro, nel corso della sua attività, comprese visite domiciliari e interventi di emergenza (arresto immediato in flagranza di reato e processo per direttissima);
• Modernizzazione delle strutture, messa in sicurezza degli ambulatori, tele-sorveglianza, collegati alle forza dell’ordine, servizio di vigilanza, maggiore coordinamento con le forze dell’ordine;
• Nessuna chiusura delle postazioni di guardia medica, migliore e più efficiente ubicazione delle sedi con riorganizzazione del servizio e previsione di mezzi e personale di supporto nei presidi e nelle attività domiciliari;
• Un vero potenziamento del territorio con ambulatori diagnostici in grado di ridurre gli afflussi alle aree di emergenza-urgenza;
• La presenza attiva delle forze dell’ordine negli interventi ad “alta criticità” sul territorio (il NUE112 doveva servire anche a questo, ma la sua istituzione ha peggiorato la situazione);
• Percorsi diagnostico-terapeutici individuati e prestabiliti territorio-ospedale mediati dal 118, con protocolli ben definiti e concordati tra PS, DEA e CO118;
• Triage infermieristico supervisionato da un medico;
• Aree di attesa differenziate per i codici rossi e gialli, la prima, e verdi e bianchi, la seconda, questi ultimi affidati ai PPI ospedalieri e/o Ambulatori per codici bianchi;
• Percorsi definiti per i pazienti fragili, anziani e portatori di handicap, soggetti psichiatrici;
• Campagna di informazione e sensibilizzazione con i cittadini, maggiore coinvolgimento degli enti locali;
• Commissione di indagine e studio per analizzare e quantificare il fenomeno della violenza nella sanità pubblica e di verifica delle misure di contenimento adottate”.

Una lista allucinante di provvedimenti restrittivi invece di puro e semplice buon senso, di cui certamente non ha colpa il SMI ma che indica chiaramente il livello di degrado culturale a cui siamo giunti. Il tutto per salvaguardare un servizio pubblico, di qualità mediamente elevata rispetto agli altri sistemi sanitari europei mondiali, che i cittadini pagano con i soldi delle loro tasse e che serve a tutelare la salute loro e dei loro figli. Se questo non è delirio, ditemi voi cos’è.

E se questo non prelude a un drastico cambio di direzione di cui si è già parlato, o a una stretta di altro tipo che nemmeno voglio immaginare, ditemi voi a cosa prelude.


La canzone della clip è “Nessuno vuole essere Robin”, di Cesare Cremonini, tratto dall’album “Possibili scenari” (2017). Canzone che, per inciso, racconta senza pietà la vera natura del problema culturale dei nostri giorni. Ancora per inciso, visto che lo stesso tipo di violenza coinvolge da tempo anche altre figure professionali pubbliche, sopra tutte i professori, e su internet sono ormai virali sia il video del povero professore di Lucca bullizzato da un imbecille coi brufoli e i pantaloncini corti che i commenti sgrammaticati di chiunque abbia avuto l’uzzolo di commentare, vi dico solo una cosa: quando ero al liceo io, e il professore la mattina arrivava in classe con la luna storta, anche le mosche smettevano di volare.

Già si sentono tuoni aprire il cielo, però grida forte e sai che correrò

aprile 18th, 2018

Ed eccomi qui, sul Frecciarossa iper-extra-supervelocerrimo, seduto su una poltrona in pelle umana, direzione Rovereto: mi attende l’ottavo, e dico ottavo, corso di anatomia del testa-collo insieme ai miei amici trentini. Uno dei tanti luoghi del mio cuore, Rovereto, e uno di quelli più cuorosi di tutti.

E forse si tratta dell’occasione buona per affrontare uno dei problemi che in questo periodo mi sta preoccupa più di altri. Sarà che sto invecchiando inesorabilmente, sarà che tutto cambia più rapidamente di quanto sia disposto ad accettare, ma il futuro mi spaventa. E mi terrorizza, in particolare, il futuro sanitario italiano. Provo a essere schematico.

Punto 1 (fonte: Quotidiano Sanità del 18 aprile 2018). Tra cinque anni, dice, tra specialisti e medici di famiglia soffriremo una carenza di circa 45.000 medici. Tra dieci anni, il numero dei medici pensionati sarà quasi raddoppiato. Le uscite, in base alla programmazione di questi ultimi anni, non saranno mai e poi mai coperte dalle nuove assunzioni: perché, semplicemente, non-ci-saranno-abbastanza-nuovi-medici. Il che vuol dire che a) il mestiere del medico sarà svolto da altre figure professionali non mediche e b) è mancata, a monte, una politica sanitaria che tenesse conto di scenari futuribili. Che esistesse una gobba pensionistica di un certo rilievo lo sapevamo già a metà anni 2000, bontà loro, ed è solo grazie ai disastri della Fornero che ancora non siamo in mezzo a una strada.

Punto 2 (fonte: Espresso del 18/01/2018). La fotografia della sanità pubblica degli ultimi dieci anni recita quanto segue: a) 70mila posti letto in meno negli ospedali, ma d’altronde b) 175 ospedali sono stati chiusi senza sostituirli con altro servizio; c) 10mila medici sono andati in pensione e non sono stati sostituiti, ma al tempo stesso d) i medici giovani restano spesso precari; e) le apparecchiature sanitarie sono obsolete nell’83% dei casi ma f) anche i medici non scherzano perché il 52% di essi ha più di 55 anni, uno dei tanti record europei al negativo che fanno di noi una terra tanto infelice.

Punto 3. Quando il PIL nazionale, e manca poco, scenderà sotto quota 6,5%, la stessa OMS sostiene che non sarà più possibile garantire un’assistenza sanitaria di qualità e l’accesso alle cure mediche, con conseguente e ovvia riduzione dell’aspettativa di vita: se ci pensate, è ciò che sta già accadendo in Grecia, dove sono state espletate le prove tecniche di trasmissione per l’Europa che qualcuno ha in mente per i nostri figli.

Punto 4. Nel mentre, si raschia il fondo del barile. L’Emilia Romagna, dice sempre l’articolo dell’Espresso, memore di evidenti trascorsi filo-staliniani, sta usando la strategia del bastone e della carota. La carota sono i 15 milioni l’anno di incentivi alle aziende sanitarie virtuose; il bastone è la minaccia di licenziare i dirigenti incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi. E per non sbagliare, la regione si è dotata di un software che settimanalmente monitora il servizio in ogni struttura: come a dire che ci stanno, letteralmente, col fiato sul collo. Come a dire che gli insolventi sono sempre i medici (al punto che esiste anche la proposta, che nemmeno so se possegga i crismi della legalità, di sospendere la libera professione medica se le liste d’attesa non sono rispettate) e non i politici che hanno creato questa situazione cronica di sotto-organico e sotto-risorse. Come a dire, al solito, che non basta tenere in piedi un sistema traballante: no, dobbiamo pure subire umiliazioni senza fine.

Punto 5. Anche perché, non va dimenticato, il contratto collettivo nazionale dei medici è fermo dal 2009. Percepiamo gli stessi stipendi di allora e anzi guadagniamo di meno, lavorando forse il doppio come quantità, perché nel mentre si è esaurita tutta l’attività aggiuntiva che pure portava benefici alle famigerate liste di attesa. In questi mesi è in atto una specie di vergognosa contrattazione sull’argomento che somiglia molto da vicino a una delle tre guerre puniche, ma se vi dico che l’aumento salariale previsto per i medici sarà in media di 67 euro lordi al mese non mettetevi a ridere. È la verità.

Punto 6. In più, ci menano. Letteralmente, ce-menano. Se c’è un ritardo per l’esecuzione di un esame, gridano nei corridoi facendo tragedie greche davanti agli altri pazienti. Urlano in faccia ai medici che non hanno fiducia in loro, che i referti sono segno certo della loro cavernosa stolidità e incompetenza. Mandano pacchi di reclami in Direzione, che poi li gira ai poveri cristi come me: destinati a perdere ore preziose di lavoro per giustificare quello che in 99 casi su 100 non avrebbe bisogno di giustificazioni ma solo di puro e semplice buon senso. Se va male, appunto, ci menano proprio: digitate pure “aggressione a medici” su Google e poi sbizzarritevi a leggere i resoconti da guerra civile che riempiono le cronache locali. Nell’ingresso dei miei ospedali campeggia una piramide con foto, nomi e recapito telefonico dei membri della Direzione strategica: ma come cavolo è potuto succedere che il signor Rossi, solo perché un usciere gli ha risposto in modo secondo lui non consono alle aspettative, possa pensare di poter rompere le palle al Direttore Generale in persona? Figuratevi se a creare il presunto disservizio è una giovane dottoressa o un giovane infermiere. Per quanto mi riguarda, l’indirizzo ufficiale attualmente è: se succede, non rispondete agli insulti e chiamate subito i carabinieri.

Punto 7. Ci menano anche metaforicamente, peraltro. Non voglio soffermarmi su questioni delle quali ho già parlato abbondantemente su questo blog, ma ogni denuncia a un medico è una stilettata nel fianco che continuerà a sanguinare per anni, che lui sia realmente colpevole o, come capita nel 98% dei casi, non colpevole del danno di cui viene accusato. Perché, vedete, è sacrosanta l’osservazione che noi medici non siamo tutti uguali: io stesso ho lavorato accanto a personaggi che avrebbero fatto meglio a dedicarsi ad altro, qualsiasi altra cosa, e comunque non a un mestiere che li ponesse diuturnamente a contatto con il prossimo loro. Un prossimo spaventato e preoccupato, dunque meritevole di ogni sforzo, di ogni possibile tipo di carità cristiana e non. Ma è anche vero che, mediamente, noi medici ci teniamo assai al nostro lavoro. Quello che il volgo non comprende è che il sistema disastrato di cui ho discusso oggi sta attualmente in piedi solo grazie ai sanitari: al loro impegno, al buon senso, allo spirito di collaborazione che li anima (quasi tutti). Un reclamo violento, un urlo o un pugno in faccia a un sanitario, la denuncia per un danno presunto al solo scopo di scucire qualche migliaio di euro all’Azienda ospedaliera e riempire le tasche di quegli avvoltoi che fomentano le rivalse medico-legali, sono picconate che voi stessi assestate al vostro sistema sanitario. Quello che, cono ogni probabilità, i vostri figli non faranno in tempo a vedere.

Punto 8. Già. Perché, se ancora non lo avete capito, il futuro della sanità italiana è privato e non pubblico. Ve ne parlavo qui, se volete rinfrescarvi le idee. Ma, ancora meglio, per farvi un’idea chiara della situazione leggete questo articolo. Due dei miei più valenti colleghi hanno già fatto il salto della barricata, e mentirei spudoratamente se negassi di averci pensato, in passato, anche io stesso. E voi mi conoscete, io sono una bestia da ospedale, levatemi l’ospedale e potrei sfiorire come una margherita nel deserto. Ecco, questa è la situazione. Non dateci più contro, ve ne prego. Usate con noi medici la stessa cura che avreste per una specie animale in estinzione. Perché è questo che sta succedendo, ora e qui.


La canzone della clip è “Cambierà”, di Neffa, tratto dall’album “Alla fine della notte” (2006).

Tu non ti dimenticare mai di me

aprile 10th, 2018

Ed eccomi qua, in viaggio nel solito piattume grigio della Pianura Padana, direzione Novara, per quello che probabilmente sarà il più grandioso evento di Radiologia Toracica degli ultimi anni.

Il treno è silenzioso, nessuno parla, persino i giornali vengono sfogliati senza il consueto rumore di carta stropicciata.

Passa il controllore, anche lui parla poco. Dal finestrino sporco di fuliggine si intravedono le auto che corrono lungo la tangenziale di Mestre. Ognuna di quelle automobili contiene un sogno, o i suoi frammenti sparpagliati in giro per l’abitacolo, le speranze coltivate in una vita intera, il cumulo delle delusioni che, chissà perché, la vita fa sempre in modo che sia più voluminoso di quello delle soddisfazioni.

Non so se siano gli anni che passano verso nuove decadi da inaugurare o chissà cosa altro, ma la sensazione personale è che più si va avanti e più le cose straordinarie della nostra esistenza perdano importanza. Iniziano a pesare di più, molto di più, le cose più insignificanti. La giornata rubata al tran tran quotidiano perché si è in ferie, per esempio, la tratta in auto con la musica che ti piace alla radio, il caffè in terrazza, mentre fuori piove, insomma tutti quegli attimi di beata solitudine in cui non si è costretti per causa di forza maggiore ad avere a che fare col mondo.

Insomma, ieri pomeriggio un paziente, dopo un esame ecografico, mi ha chiesto a bruciapelo qual è la ricetta per vivere a lungo e felici. Io gli ho risposto che la ricetta non ce l’ho, come qualunque medico intellettualmente onesto deve ammettere, e che secondo me la felicità in questa vita è solo questione di culo.

Il che, per uno che in questo momento si sta recando quasi letteralmente da nessuna parte, una specie di senso contorto deve pur averlo.


La canzone della clip è “Scrivimi” di Nino Buonocore, tratta dall’album “Sabato, domenica e lunedì” (1990).

Anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali

marzo 29th, 2018

Insomma, io avevo smesso di seguire il calcio molti anni fa: al punto che quando mio figlio, del tutto inaspettatamente, ha cominciato a sviluppare una passione insana per questo sport, io nemmeno conoscevo più i nomi dei calciatori della nazionale italiana.

Però qualcuno, dei tempi in cui la domenica sera mi piaceva guardare i gol della giornata, me lo ricordo ancora. Uno di loro è mancato oggi: si tratta di Emiliano Mondonico, archetipo dell’allenatore delle squadre di secondo livello, quello per capirci che viene chiamato in panchina a metà stagione a risollevare le sorti di squadre che sembrano condannate alla serie B, e alla fine ci riesce pure. L’allenatore cazzuto, ruspante, amato dalla curva, del quale la critica raffinata è più disposta ad apprezzare la grinta che gli schemi di gioco. Uno di quelli che mai vedresti alla Juve o al Milan, nonostante i risultati strabilianti ottenuti in squadre di caratura minore.

Lo ricordo in questa circostanza per un solo motivo, straordinario, che mi piace condividere con voi.

Mondonico condusse nel 1992 il Torino alla finale di Coppa Uefa con l’Ajax: impresa incredibile e irripetibile al tempo stesso. L’andata, a Torino, finisce 2-2. Il ritorno, in Olanda, è ancora in parità quando Cravero crolla davanti al portiere avversario, in piena area, e al Torino viene negato un rigore grosso come una casa. Mondonico, a quel punto, fa un gesto che mi ha sempre ricordato quello, altrettanto eccentrico, del personaggio de “La carriola” di Pirandello: per protestare contro la decisione dell’arbitro prende in mano una sedia e la solleva sopra la testa. Resta così qualche secondo, in silenzio, con le braccia tese e le gambe di quella sedia protese verso il cielo, poi la rimette giù.

Ecco, Emiliano. Prima di augurarti buon viaggio voglio solo dirti che con quella sedia sollevata sopra la testa ci sto anche io, in silenzio, tutte le volte che mi capita qualcosa di incomprensibile, tutte le volte che subisco un’ingiustizia della quale non riesco a trovare le giustificazioni morali, e che quel gesto da spostato borderline l’ho imparato proprio da te.

E quindi ti dirò anche un’ultima cosa: per non correre rischi, negli ultimi tempi vivo perennemente con la sedia sollevata; che magari a qualcuno finirò per tirarla in testa. Che a questo mondo, me lo insegni, per noi che conduciamo da sempre la vita scalcagnata del mediano, non si sa mai.


La canzone della clip è “Una vita da mediano”, di Ligabue, tratta dall’album “Miss Mondo” (1999). Perché non so voialtri, che credete di avere sempre tutta la verità in tasca e invece un giorno riceverete in un colpo solo il conto salato di tutte le minchiate che avete prodotto, ma io sto sempre lì, lì nel mezzo, finché ce ne ho, e continuo a sudare come un mediano.