Che ora è, ah? Che ora è?

gennaio 24th, 2020

Non so voi, ma io il casino che sta venendo fuori dopo l’intervista al dottor Alberto Oliveti, presidente ENPAM, me lo sto godendo tutto, in pieno.

Per chi non conosca i particolari, ricordo che dall’intervista e dai successi approfondimenti  emerge che Oliveti, cumulando la bellezza di 5 incarichi, percepisce uno stipendio lordo di circa  658.000 € all’anno. Messo alle strette, il Nostro dichiara in una intervista (quotidianosanità.it del 21/‘1/2020) che “Il compenso del Presidente dell’ENPAM è collegato alle responsabilità, alle competenze e ai rischi cui è sottoposto”.

Ignaro che, come si usa dire dalle mie parti, quando si è maldestri xe pèso el tacòn del buso (cioè, è peggio la toppa rispetto allo strappo che si intendeva rammendare), Oliveti con la sua brillante replica ha esacerbato ulteriormente gli animi dei medici italiani e non solo di quelli: in buona sostanza, il Nostro ha appena affermato pubblicamente che le responsabilità, le competenze e i rischi a cui è sottoposto un primario ospedaliero, che guida i reparti e gestisce sul campo la salute delle persone, sono oltre 6 volte inferiori a quelle del Grande Dirigente Amministrativo ENPAM. E oltre 10 volte superiori a quelle del medico neoassunto che, incidentalmente, si smazza weekend e notti di guardia, turni di reperibilità e tutto l’armamentario da parco giochi che fa parte della moderna medicina ospedaliera.

Sul blog, nel passato, dell’ENPAM ho parlato in diverse circostanze: per esempio qui, narrando di come l’ENPAM fosse finita con le pezze al culo per colpa di investimenti sconsiderati e qui, per raccontare di come il predecessore di Oliveti avesse pensato di sanare i buchi del bilancio dell’ente nientepopodimeno che chiedendo l’elemosina del 5×1000 ai medici italiani.

In ogni caso, il mio punto di vista sull’argomento è sempre stato quello di un commerciante siciliano costretto a pagare il pizzo per esercitare la sua professione: il mio rapporto con l’Ordine dei Medici si è sempre e soltanto ridotto alla gabella annuale che mi tocca pagare per l’iscrizione all’Ordine stesso e per i contributi previdenziali dei quali, potessi scegliere, farei volentieri a meno.

Ecco la frase magica: potessi scegliere.

Luigi Einaudi, in tempi non sospetti, scriveva: “Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”.

Adesso, in questo paese finché le cose vanno lisce nessuno fiata, o quasi. Ma in un periodo brutto come questo, in cui stiamo assistendo al crollo verticale della sanità pubblica e alla fuga dei medici dal pubblico a privato come topi che abbandonano la nave prima che si inabissi, voi capite che la cifra di cui stiamo parlando, la quale rappresenta lo stipendio annuo di un medico che al momento ha ben altre cose di cui occuparsi che fare il medico a tempo pieno, suona non solo stonato: suona offensivo.

E non è neanche questione del “povero” Oliveti, che in fin dei conti ha solo ereditato un sistema, un metodo, un ente che i medici ospedalieri hanno storicamente sempre schifato e che pertanto è rimasto saldamente nelle mani degli unici interlocutori con abbastanza tempo a disposizione per occuparsene, cioè i medici di medicina generale. La questione è più profonda e ha a che fare con la crisi epocale della sanità italiana, rispetto alla quale ci sono due possibilità interpretative:

a) come al solito la politica sta sottovalutando il problema, per poi ritrovarsi con la mina sul punto di esplodere sotto il culo, oppure;

b) forse non si tratta di incauta sottovalutazione ma di un progetto ben preciso di smantellamento del sistema che, a ben vedere, sta rispettando alla grande il cronoprogramma.

In tutti i casi, la vedo parecchio brutta. Non mi piace l’esasperazione delle persone che fino al giorno prima stringevano i denti e tiravano la carretta. Non mi piacciono i toni isterici di chi si incazza, pubblicamente o privatamente, e non pensa a quello che dice. Non mi piacciono le dichiarazioni irresponsabili a reti unificate. Non tollero i gesti dimostrativi o estremi, per lo più fatti a favore di telecamere. Non mi piace niente di tutto questo: sappiamo che è già successo, circa un secolo fa, e sappiamo anche come è andata a finire.

Quanto a Oliveti, beh, è arrivato anche il suo momento e quello dell’intera ENPAM. Come disse Abramo Lincoln nel suo discorso pubblico a Clinton, nel 1858: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”.

Perché alla fine, prima o poi, anche gli animi più miti finiscono per rompersi i maroni.


La canzone della clip è: “Che ora è?”, di Edoardo Bennato, dall’album “Io che non sono l’imperatore (1975). Bei tempi per la musica italiana, quelli, tempi in cui il trap era così lontano da non poterlo nemmeno immaginare.

 

E a volte è anche bello trattarsi un po’ male, dormire di schiena per poi farsi abbracciare

gennaio 14th, 2020

Tempo fa Marco Van Basten, parlando con Arrigo Sacchi del Milan fantascientifico dei bei tempi andati, gli disse: Solo adesso che sono allenatore mi rendo conto di quanti problemi ti ho creato.
E Sacchi rispose, asciutto: Non preoccupartene troppo. Sapessi invece quanti me ne hai risolti.

Ecco, se dovessi fare un augurio a un medico neospecialista, e in giro ce ne sono tanti, è proprio questo: avere lo stesso dialogo, un giorno più o meno lontano, con il loro primario. Perché non averlo mai, quel dialogo, vorrebbe significare due sole cose: o non essere mai arrivati da nessuna parte o esserci arrivati e aver comunque fallito, in pieno.


La canzone della clip è “Per due come noi”, di Brunori Sas, tratto dall’album “Cip”! (2020). Più sotto, una foto memorabile dei due eroi milanisti: perché se i problemi li risolvi, e non li crei soltanto come fanno la stragrande maggioranza dei cretini privi di talento, poi alla fine anche l’allenatore finisce per volerti bene.

I poeti sono un’invenzione come la razza

dicembre 17th, 2019

Voi avete mai pianto per la morte di un personaggio famoso? E se si, quale? E perché? Cosa vi ha spinto a provare così tanto dolore  per un uomo o una donna che nemmeno conoscevate personalmente, ma solo attraverso le pagine di un libro o lo schermo televisivo?

Vi dirò quali sono i miei tre: uno del sud, uno del nord e uno del centro Italia. Rispettivamente, in un certo senso, un fratello, un padre e un nonno.

Ho pianto quando morì, nel 1994, Massimo Troisi. Decise di andarsene, in una specie di suicidio cinematografico annunciato perché le riprese de “Il Postino” erano state talmente faticose che il suo cuore malato non resse alla fatica, un paio di settimane prima della mia laurea. Piansi perché Massimo, per i campani della mia età, era stato una specie di fratello maggiore: aveva portato alla ribalta i disagi di una intera generazione, e al tempo stesso una voglia di riscatto che da allora mi è penetrata nelle vene senza più abbandonarmi. Le scene di “Ricomincio da tre” in cui al protagonista, Gaetano, viene chiesto più e più volte se è un emigrante, mentre lui cerca maldestramente di spiegare che un meridionale può essere in viaggio anche per altri motivi, testimoniano al tempo stesso la vergogna e la voglia di cambiamento di noi campani, schiacciati da una storia crudele e da troppo tempo incapaci di immaginarne una alternativa. Massimo mi piaceva perché sapeva far ridere le persone senza mai cadere nel banale o nello sguaiato: immaginate quanto potessi ammirarlo, io che all’epoca avevo il terrore di raccontare anche solo una banale una barzelletta.

Poi ho pianto quando morì, nel 2003, Giorgio Gaber. Gaber per me è stato come un padre: da quando il mio amico Carlo mi fece conoscere gli album dei suoi spettacoli dal vivo, per anni interi non feci che ascoltarli: sapevo a memoria tutte le parole delle canzoni, ogni singolo passaggio degli sketch. Se oggi, nel bene o nel male, ho un qualche tipo di struttura morale alla base del mio sistema di pensiero, è a lui che lo devo. Ricordo l’ultima volta che lo vidi dal vivo, al teatro Toniolo di Mestre, nel 1999. Era invecchiato, così magro che la giacca gli stava larga come su uno spaventapasseri. Portava avanti lo spettacolo senza grande voglia, si vedeva da lontano, forse costretto da bisogni economici: quando si chiuse il sipario mi venne voglia di andare ad abbracciarlo forte come avrei fatto, appunto, con un vecchio padre. Mi si spezzava il cuore ad aver capito che da lì a poco se ne sarebbe andato, proprio lui che sulla terza di copertina di “Anche per oggi non si vola”, a 35 anni, con la camicia aperta sul petto e lo sguardo ispirato, mi sembrava bello come un dio, e si che bello Gaber proprio non era. Dal palco illuminato, giovane e in piena salute, emanava tutta quell’energia che a me sarebbe piaciuto possedere almeno una volta nella vita: il respiro rotto dalla rabbia, mentre cantava “Io se fossi Dio”, è la prova di un coraggio indomito che gli invidierò finché campo, e che probabilmente non sarò mai in grado di eguagliare.

In ultimo, piansi quando nel 2007 se ne andò Enzo Biagi. Non so bene come definirlo: aveva la faccia e il portamento di un maestro di scuola elementare o di un impiegato del catasto, e invece era stato uno dei più onesti e capaci giornalisti della nostra storia. A guardarlo te lo saresti immaginato in un bar di Lizzano a giocare a briscola con i coetanei, come tuo nonno, bestemmiando in bolognese e bevendo lambrusco, e invece aveva girato il mondo in lungo e in largo e i personaggi della Storia li aveva conosciuti tutti, uno per uno, individuandone le fragilità con un cinismo dolente che secondo me scaturiva non dalla presunzione ma dal disincanto di chi nella vita ne ha viste troppe, e ha capito che in questa vita non esiste alcuna possibilità di redenzione. Mentirei se omettessi che il ritmo della mia scrittura è stata largamente ispirato dalla sua: ma lui era capace di pennellate incredibilmente rapide, in due frasi riusciva a ricreare una situazione, un carattere, come io non saprò mai fare nemmeno se dovessi campare cent’anni. Ai tempi della lista di proscrizione del Berlusca fu tristissimo vederlo messo da parte, intuirlo sofferente e frustrato per l’impossibilità di esprimersi negli spazi e nei tempi che erano sempre stati suoi. Ma anche in quella situazione disperata fu capace di insegnare qualcosa: la drittezza morale, l’incapacità di scendere a compromessi, l’onestà intellettuale che mancava, e purtroppo ancora manca, alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi.


La canzone della clip è “Le gattine”, di Massaroni Pianoforti, che apre l’album “Rolling Pop” (2019). Ragazzi, è un album fantastico: lo dovete ascoltare tutto, c’è dentro qualcosa di Battisti, al solito, ma anche di Fossati, e comunque, e soprattutto, di Massaroni.

dicembre 11th, 2019

Sotto Natale.

Fretta di tornare dal lavoro, di fare la spesa prima che il centro commerciale chiuda. Di comprare gli ultimi regali, se possibile. Comunque, di ritornare a casa per qualunque dei mille motivi per cui ritornare a casa, quasi sempre, è bello.

Magari ti sei distratto perché guardavi il cellulare, pur sapendo che non dovresti mai e poi mai farlo. O forse eri solo stanco per il lavoro da bestie della giornata, e non hai visto l’auto che usciva da una stradina secondaria. Fatto sta che è un attimo, uno stridio di freni, uno schianto mostruoso, e la tua automobile è un cartoccio di lamiere fumiganti. Qualcuno si avvicina, chiama il 118. Tu hai male un po’ dappertutto, specialmente quando ti estraggono dall’abitacolo, ma finalmente puoi permetterti di perdere i sensi. Ti stanno portando in ospedale, qualcuno si prenderà cura di te.

In ospedale non perdono tempo, di corsa in Radiologia. Il trauma è a elevata energia, nessun radiologo contesterà mai l’urgenza (o almeno si spera: i contestatori a oltranza dovrebbero capire che è meglio cambiare mestiere, ma questo tu non puoi saperlo). Alla fine, per fortuna, ti ricovereranno solo in ortopedia perché hai parecchie fratture e nient’altro di grave. Nient’altro, tranne quel piccolo nodulo al rene destro. Piccolo, meno di un centimetro, eppure lì, in agguato, da chissà quanto tempo, che aspettava solo di crescere tranquillo e famelico, fino a divorarti da dentro come se tu fossi una mela e lui il verme. Il radiologo lo vede, lo segnala e già è partito il progetto di cura che nel giro di poche settimane ti vedrà operato e, si spera viste le dimensioni del tumore, guarito. E tu, che maledicevi la sfortuna perché a cinquant’anni ti era capitata questa disgrazia dell’incidente quasi mortale sotto le feste, e la macchina distrutta, e le fratture, e il ricovero, e l’assenza dal lavoro, dovrai quasi benedirla quella sfortuna che ti ha colto a 50 anni, nel pieno della tua maturità. Perché ti ha salvato la vita, semplicemente. Ti ha salvato la vita.

Invece quell’altro cinquantenne che era passato indenne attraverso le tempeste della vita senza mai un maroso, mai un problema di nessun tipo, che ha cominciato ad avere male al fianco e poi, una brutta mattina, ha urinato sangue, ecco, quel tuo coetaneo il tumore al rene ce l’aveva, ma dieci volte più grosso del tuo. Anche lui sarà operato, perché la diagnosi è stata fatta, ma non sapremo quanto tempo sopravviverà alla bestia.

Questa è la situazione: vicini di letto, stessa età, stesso problema. Quello che sembrava più sfortunato di tutti aveva un angelo custode dietro le spalle, oppure semplicemente non era arrivato il suo momento. L’altro, che invece sembrava messo meglio, se la vedrà brutta. E la morale è sempre la stessa, se vuoi persino banale: quel periodo di sfiga micidiale forse ti è stato inviato perché tu domani, paradossalmente, potessi star meglio. Se non credi in nessuna entità superiore, invece, concluderai di essere stato solo molto fortunato e da quella sfiga potrai trarre i dovuti insegnamenti, se riuscirai a riconoscerli e farne tesoro. In tutti e due i casi, un medico e un ospedale si saranno presi cura di te.

Perché finché durerà ancora la nostra sanità pubblica, una cosa è certa: ognuno avrà un piccolo angelo custode con il camice bianco, da qualche parte, pronto a prendersi cura di voi.


La musica della clip è “Blue train”, di John Coltrane. Inutile aggiungere altro, credo.

E ora che abbiamo capito che siamo soltanto richieste di aiuto

dicembre 7th, 2019

Ormai siete abituati al mio regalo di Natale, e sapete che ogni anno non posso esimermi dal produrre saggistica da due soldi (vedi omonima categoria) e condividerla con voi.

Questa volta non racconto storie d’amore e morte, non parlo di viaggi o di supereroi. Questa volta si tratta di un’analisi, vi avviso che è molto lunga e tortuosa, sullo stato pietoso del nostro servizio sanitario nazionale. Nasce dall’esperienza personale dell’ultimo anno e mezzo, dalla quale riemergo a pezzi ma ancora vivo, e dalle riflessioni che ho fatto quando le cose sembravano veramente disperate. Non che adesso non lo siano, intendiamoci, ma almeno l’orizzonte è più chiaro.

Se volete leggerla, armatevi di tempo e pazienza e cliccate qui. Se avete problemi di ansia, o problemi con il sottoscritto, fate pure a meno: è un periodo felice in cui mi sento particolarmente, come dire, un tantinello reattivo. Pertanto, non rispondo pienamente delle mie reazioni.

Buona lettura. Gli auguri magari ce li facciamo più avanti.


La canzone della clip è “Scomparire”, tratta dall’album “Solopiano” del 2017. Album meraviglioso, da ascoltare tutto ripetutamente e somministrare due volte al giorno ai cantanti da talent, anche quelli che hanno fatto successo.