È la morte, è la morte! È la vita, è la vita!

Aprile 6th, 2021

Gli All Blacks sono i giocatori della squadra di rugby a 15 della Nuova Zelanda. Li conoscerete sicuramente per la casacca nera e per la Haka, la danza māori che eseguono prima di ogni gara: una sfida rituale, al suono del ngunguru, il terremoto, che i giocatori lanciano agli avversari. Con la Haka i rugbisti neozelandesi sono certi di evocare i tīpuna, gli antenati, e condurli con loro nel campo di gioco. Ma al tempo stesso, ne siamo tutti sicuri, è un modo per intimidire gli avversari, per dare l’idea che sul campo di battaglia lotteranno come leoni, uniti come un sol uomo, all’ultimo sangue. L’Haka, più di ogni altra cosa, fa degli All Blacks un gruppo dotato di un’identità culturale che trascende il gioco stesso del rugby. Gli avversari reagiscono alla danza rituale in modi diversi (ignorando gli All Blacks, sfidandoli, deridendoli), ma il dato di fatto è che ne subiscono per intero il timore reverenziale. E spesso, a vedere le loro facce, la partita l’hanno già persa quando la Haka raggiunge il suo climax. Ma c’è una cosa che non sapete, degli All Blacks.

A fine partita, che la squadra abbia vinto o perso, c’è la Whare: un altro rito maori durante il quale tutti hanno l’occasione di parlare relativamente alla partita appena finita, raccontare la propria versione dei fatti e cosa essa abbia che fare con la storia personale. A fine della Whare accade, sempre, una cosa incredibile: due giocatori, non importa se anziani o meno, se di caratura internazionale o gli ultimi arrivati in squadra, prendono straccio e scopa e ripuliscono lo spogliatoio. Lo fanno loro perché nessuno deve prendersi cura degli All Blacks se non gli All Blacks stessi. Diceva di questo rituale Andrew Mehrtens, mediano di apertura, secondo miglior realizzatore di sempre nella storia degli All Blacks: “Ti insegna a non aspettarti le cose pronte. Non è previsto che qualcun altro faccia il lavoro al posto tuo. Se nella vita segui una disciplina personale, sarai più disciplinato in campo. Nessuno desidera un gruppo di singole individualità. Magari non ti farà vincere tutte le volte, ma nel lungo periodo avrai sicuramente una squadra migliore”.

Insomma, la questione è duplice e si allaccia strettamente, e non intuitivamente, al Grande Perché di Buckminster Fuller, il noto architetto e intellettuale statunitense del secolo scorso. Il quale, in un momento di profonda depressione personale, si pose la domanda fondamentale: “Qual è il mio compito su questo pianeta? Cosa deve essere fatto, di cui io devo sapere qualcosa, che probabilmente non accadrà a meno che io non me ne assuma la responsabilità?”

Porsi questa domanda vuol dire aspirare al māna: termine maori che indica prestigio personale, il riconoscimento pubblico del proprio carisma. Gli All Blacks traducono questa domanda enorme in una affermazione molto semplice, che trasuda l’umiltà necessaria ad affrontare sfide grandiose: “Pulisci gli spogliatoi. Non sentirti mai troppo grande per fare cose piccole”. Perché pulire gli spogliatoi, appunto, è una cosa che deve essere fatta; e, al pari delle attività più prestigiose, nel modo migliore. A partire da questa disponibilità a occuparsi anche delle attività più umili, ogni singolo giocatore è invitato a contribuire alla risoluzione dei problemi con le proprie soluzioni. Risolvere i problemi insieme alla propria squadra, secondo la filosofia degli All Blacks, conduce a un vantaggio strategico sostanziale: la coesione culturale. I giocatori della nazionale di rugby non vengono scelti sulla base delle sole capacità, il che è incredibile in un mondo ipercompetitivo come il nostro, ma sulla base del carattere. Solo in questo modo sarà possibile che tutti giochino a favore di una causa più grande: che nel loro caso è, letteralmente, lasciare la maglia in un posto migliore da dove ogni giocatore l’ha raccolta. Gli avversari degli All Blacks, in definitiva, probabilmente non temono la Haka in sé ma la coesione culturale che si cela dietro il rituale della danza.

Noialtri invece, poveri allenatori di squadre di provincia del campionato italiano della sanità pubblica, non possiamo scegliere i nostri collaboratori: ti càpitano e basta, se pure prima o poi ne arriva qualcuno. Quando, in un passato ormai non più recentissimo, mi sentivo dire che dovevo coccolarli affinché non andassero via, mi veniva sempre in mentre l’altro mantra, molto prosaico, degli All Blacks: “Niente teste di cazzo”. Nella squadra, intendono loro.

Allora forse ai neospecialisti dovremmo far pulire i gabinetti dei reparti, prima di assumerli, e vedere come se la cavano. Oppure, più seriamente, rivedere in modo sostanziale il ruolo del Direttore: perché se a un collaboratore non puoi offrire soldi e possibilità di carriera, l’unica è sperare che quando le vostre strade si incrociano lui o lei si siano già fatti la famosa Domanda di Buckminster Fuller. E che abbia risposto allo stesso modo in cui hai risposto tu, tanti anni prima, quando è stato il tuo momento: Intanto adesso pulisco gli spogliatoi, poi vediamo.

Non farti cadere le braccia, corri forte, va più forte che puoi

Aprile 4th, 2021

Non ve l’ho ancora detto, ma da qualche mese si è finalmente attivata la rete formativa tra la mia azienda ospedaliera e l’Università di Padova. Il che vuol dire, per il sottoscritto, ritornare dopo parecchi anni ad avere specializzandi in Radiologia che circolano per il reparto.

Non è facile spiegare cosa vuol dire, per me, una frequentazione del genere. Vuol dire tempo dedicato a loro, anche quando dovresti occuparti di altro. Preoccuparsi che siano sempre occupati in modo costruttivo, che imparino quello che sono venuti a imparare. Che trovino la strada della mensa, i primi giorni. Che abbiano un posto dove cambiarsi. Sperare che qualche collega, se io ho una riunione o sono nell’altro ospedale, sia disposto a dedicare loro una parte del suo tempo. Trovare loro articoli, approfondimenti. Mostrargli un modo alternativo di lavorare: che potrebbe non essere il migliore, intendiamoci, ma almeno gli permette il confronto.

Ogni tanto qualcuno passa e mi dice: Ma come fai a star dietro anche a quest’altra cosa? Io in genere sorrido, e quasi mai rispondo. Come faccio? Trovo l’energia nei loro sguardi, quando si illuminano di una comprensione che prima non c’era. Traggo forza quando mi mettono in difficoltà e sono costretto, insieme a loro, a prendere in mano un libro e verificare la correttezza delle mie convinzioni. Mi piace quando a volte la mattina li lascio a refertare da soli e il pomeriggio correggiamo insieme il lavoro. C’è una bellezza, in tutto questo fare, che ogni volta mi disorienta.

Per cui, che vi devo dire, non importa che io torni a casa stanco il doppio. O che a volte debba fare lavoro aggiuntivo la sera, per restare in pari. Quando svolgi un mestiere come il mio la cosa più bella è condividere la tua esperienza: un po’ come lanciare semi in un campo e poi sperare che qualcuno germini. È stato fatto con me, e io continuo testardamente a farlo con chi prima o poi dovrà sostituirmi. È fatica, ma soprattutto gioia.

Un giorno, presto o tardi, torneranno alla casa madre, in università. Prima di andar via mi ringrazieranno per tutto quello che ho fatto, come già generazioni di specializzandi negli anni scorsi, quando ancora lavoravo a Treviso: e non sapranno mai che invece sono io a dover ringraziare loro. 

Ma voi non glielo dite mai, mi raccomando. Che resti un segreto tra me e voi.


La canzone della clip è “Non farti cadere le braccia”, di Edoardo bennato, dall’album omonimo del 1973. Una guida alla sopravvivenza espressa in pochi versi: “Non puoi fermarti ora/Lo so, ti scoppia il cuore/Dici anche di voler morire/Dici è meglio che correr così/Ma no, non puoi fermarti”. Chi non lo ha provato, almeno una volta nella vita, non sa nulla della vita stessa.

Bene, piccola, chiunque può cambiare

Aprile 2nd, 2021

La magnolia giapponese è un albero ibrido: ha cioè due progenitori (magnolia denudata e magnolia lilliflora) dai quali ha preso la meravigliosa varietà di colori, che vanno dal bianco al lilla intenso.


È uno dei primi alberi a fiorire, tra febbraio e marzo, quando la primavera è solo un lieve mutamento nel profumo dell’aria e fuori fa ancora un freddo becco. Quando è in fiore la magnolia giapponese rappresenta un autentico spettacolo per gli occhi e per lo spirito: quando la mattina esco di casa è il primo albero che vedo in giardino. Mi fermo sempre cinque secondi ad ammirarlo e a volte ho l’impressione che la magnolia lo sappia, che a sua volta mi aspetti per il solo piacere di lasciarsi ammirare. Ma c’è un motivo per cui amo così tanto la magnolia giapponese: la sua fioritura dura pochissimi giorni. Quella nuvola rosa che avvolge i suoi rami è fugace, dura un soffio di vento, dopodiché ritorna a essere un comune alberello dalle foglie verdi e caduche, che in autunno cadranno. Lasciandolo spoglio.


La magnolia giapponese mi ha insegnato che il piacere, nella vita, è brevissimo; e che bisogna godere di quella brevità ogni istante disponibile. E mi ha insegnato anche un’altra cosa importante: che si può essere bellissimi anche quando finisce il nostro momento di gloria. Perché quando le sue foglie lilla, rosa e bianche sono cadute a terra, e la magnolia è tornata a essere un comune alberello da giardino, anche quel tappeto colorato ha la sua parte di meraviglia.


Non dobbiamo mai dimenticarlo, mai. Quel tappeto di foglie è sempre sotto i nostri piedi: a dimostrare a tutti che una volta, anche una sola volta nella vita, siamo stati speciali e bellissimi come la magnolia giapponese in fiore. E che il prossimo anno potremo ritornare ad esserlo: perché, fino a che dura, c’è sempre una nuova possibilità di primavera per tutti.


La canzone della clip è “You do”, di Aimee Mann. Parte della colonna sonora di “Magnolia”, un film di Paul Thomas Anderson, del 1999, che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita.

Ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte

Aprile 1st, 2021


Oggi è stato l’ultimo giorno di lavoro di una delle segretarie dell’ospedale del Fiume Grande. Lo ricordavo, ma non immaginavo che sarebbe passata a salutare tutti: per cui quando è arrivata non ero presente.

In questi sei anni in cui ho gestito un reparto e soprattutto molte persone mi sono accorto di una cosa: comprendevo pienamente la lezione che la loro presenza mi aveva impartito solo quando la pensione li portava via. E non si è mai trattato di considerazioni riguardanti le conseguenze organizzative della loro assenza, no: sto parlando di lezioni di vita legate proprio a loro, al modo di essere prima ancora che di lavorare.

La mia segretaria, e non si tratta di piaggeria, credetemi, è stata infaticabile. Lei come le altre: più l’organico delle segreteria si riduceva, e gli assenti non venivano sostituiti, più si davano da fare per tappare i buchi, garantire il servizio, mandare avanti la baracca. Questa capacità di lavoro silenzioso, questa dedizione alla qualità del servizio fornito, non si impara da nessuna parte: o ce l’hai dentro, come virtù connaturata ai cromosomi, o non ce l’hai. Lei ce l’aveva, e il mio solo dispiacere è che nel calderone infernale che è diventata la vita ospedaliera negli ultimi mesi e anni manchi quasi sempre il tempo e l’opportunità di celebrare come si deve la fine di una carriera lavorativa onesta e generosa.

Oggi pomeriggio, mentre me ne stavo a leggere in terrazza, è arrivato un messaggio whatsapp: era lei. E nel messaggio non soltanto ringraziava me per la cortesia, la pazienza e la disponibilità dimostrata in tutti questi anni, ma addirittura si scusava per le mancanze accumulate. Avete capito? Si-scusava-per-le-mancanze. E io ancora ricordo quando si faceva fatica a mandarla a casa, alle quattro del pomeriggio, perché durante la mattina in segreteria non c’era stato il tempo materiale di finire le liste di lavoro del giorno dopo.

Esiste una forma di umiltà, propria di poche persone, che in molti (in troppi) non sono in grado di comprendere. Scaturisce dalla gentilezza dell’animo, dall’onestà intellettuale, dall’amore per il prossimo. È un’umiltà che non si fa notare, non fa rumore, non ha bisogno di riscontri, e proprio per questo è così preziosa. Mi fa venire in mente un verso della Bibbia (Proverbi 29:23):

“L’orgoglio dell’uomo ne provoca l’umiliazione, l’umile di cuore ottiene onori”.

Credo che nulla rappresenti la mia segretaria come due versi antichi: perché alcuni vanno via in silenzio, ma tutti se ne accorgono. Altri invece vanno via facendo un baccano enorme, e nessuno se ne accorge.

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La canzone della clip è “Sogna, ragazzo, sogna” di Roberto Vecchioni, tratta dall’album omonimo del 1999.

La mia professione ha un nome

Marzo 6th, 2021

Beatrice Venezi è il più giovane direttore d’orchestra europeo. O è la più giovane direttrice d’orchestra europea?

Lei ha optato per la prima ipotesi: lo ha detto chiaramente, da un palco prestigioso. Certa, immagino, che l’affermazione avrebbe fatto scandalo. Le sue parole: Per me contano altre cose: la preparazione, il modo in cui si fanno le cose. La mia professione ha un nome, che è ‘direttore d’orchestra’. Immaginatevi le reazioni, in un tempo nel quale non è consentito dire nulla che non sia geometricamente allineato al politicamente corretto così di moda. Per cui non mi resta altra strada che raccontare la mia esperienza personale. 

La medicina, lo sapete, da qualche anno è declinata con netta maggioranza al femminile. Il mio reparto, complessivamente, ha una netta prevalenza di donne: a volte ci ridiamo su, prendiamo in giro l’unico maschio rimasto nel reparto dell’Ospedale del Fiume Piccolo, gli diciamo che è una specie di panda, di animale in via di estinzione. Eppure le mie colleghe fanno una fatica bestia. Hanno genitori, mariti e figli piccoli e devono far quadrare i tempi, gli impegni, i risultati richiesti. In un sistema lavorativo creato dagli uomini per gli uomini, loro fanno il doppio della fatica. Si sentono in colpa se scoprono di essere incinte. Si sentono in colpa se il ginecologo dice loro di stare a casa dal terzo mese. Si sentono in colpa se non riescono a tornare presto al lavoro, se usano il congedo parentale, se il figlio ha la febbre e devono restare a casa all’ultimo secondo. In questo sistema, che è intrinsecamente centrato su ritmi e modalità maschili, spesso girano a vuoto.

Come responsabile del servizio in cui lavorano, io non posso fare miracoli. Posso solo aspettare che tornino a pieno ritmo, cercando di non far pesare loro una situazione che già mina alle fondamenta la loro serenità. Posso metterle a loro agio, evitare malumori, aiutarle coprendo le sale diagnostiche se una mattina sono in ritardo per uno dei mille motivi che, da padre, conosco a menadito: capricci, pannolini sporcati all’ultimo secondo, malattie improvvise e impreviste. Quando ero nelle loro condizioni non potete immaginare il peso di arrivare tardi al lavoro e sentire addosso gli sguardi di riprovazione di primario e colleghi, magari quelli senza figli, sentendomi inadeguato come lavoratore, marito e padre. Da primario posso fare poco, dunque: aiutarle per quello che riesco, e basta. Il mio mestiere è metterle nelle condizioni di lavorare serenamente creando le premesse per cui anche i colleghi non coinvolti da questioni di maternità o paternità riescano a condividere i problemi di una mamma che fa un mestiere impegnativo.

Per questo ho trovato l’affermazione della Venezi ricolma di tutto quel buon senso che è stato smarrito negli ultimi lustri. Non ho mai creduto che il rispetto per la donna (o per l’uomo) fosse veicolato dal genere della parola che lo definisce. Se il rispetto esiste non è il genere a determinarlo. Se non esiste, non è certamente il genere a crearlo. Ci stiamo perdendo in questioni di lana caprina che distolgono l’attenzione dal problema principale: le donne, per essere messe in condizioni di parità, hanno bisogno di una revisione massiccia dei sistemi lavorativi che, lo voglio ripetere fino allo sfinimento, sono costruiti dagli uomini e per gli uomini. E non di ardite deformazioni linguistiche che lasciano un segno superficiale e non sottendono alcun cambiamento radicale. Se si desidera davvero cambiare lo stato delle cose c’è un’altra strada da percorrere: quella delle donne in parlamento. È là che bisogna combattere la guerra, battaglia per battaglia, e i soldati devono essere le donne che sono state mandate in prima linea. Se la guerra è giusta, e questa lo è, le donne troveranno anche uomini pronti a sostenerle. Non tutti, non subito: ma qualcuno si. Certe guerre si vincono sulla lunga distanza, aggregando e non disgregando.

Come al solito, però, si preferiscono cambiamenti di facciata e non di sostanza: se ti chiamo direttrice invece che direttore hai avuto il contentino, te ne stai buona e zitta e magari ci ringrazi pure per il privilegio di aver avuto accesso a un mestiere storicamente maschile. Potrei sbagliare, ma credo che la Venezi volesse dire proprio questo. 

E credo anche che la Venezi debba essere ringraziata da tutti, pubblicamente: forse non si è capito, ma la sua affermazione sul palco dell’Ariston non riguarda un problema di genere, ma di pura e semplice intelligenza del mondo che ci circonda.