Noi, i peggiori nemici di noi stessi

31 agosto 2014

Leggo sul numero 2/2014 de Il Radiologo di quanto è recentemente accaduto nella ASL di Pordenone: era ormai quasi operativa una delibera che delegava il tecnico di radiologia a raccogliere anamnesi, ottenere il consenso all’esecuzione dell’indagine e, soprattutto, a decidere autonomamente sulla giustificazione dell’esame radiologico stesso in base, pare, a non meglio precisati “protocolli standard”. Il nostro sindacato, l’SNR, ha stroncato sul nascere questa bestialità: il momento del muro contro muro è dunque rimandato, ma di certo non per molto.

Quando dico che noi siamo i peggiori nemici di noi stessi è proprio a questo che mi riferisco. Lasciando perdere la querelle interminabile con i TSRM (non è sicuramente questa la sede opportuna per approfondirne le complesse e al tempo stesso assurde problematiche), la mia impressione generale è che la contrapposizione tra medici e amministratori stia raggiungendo il climax. Avete capito bene, contrapposizione: e pensare che lavoriamo tutti dalla stessa parte della barricata.

Io li comprendo perfettamente, i problemi dei nostri amministratori, chiamati a tappare buchi e a salvare bilanci in deficit da decenni di mala gestione sanitaria. Capisco il loro doversi faticosamente barcamenare tra esigenze dei clinici, pressioni politiche, richieste esasperate della popolazione. Quello che proprio non riesco ad accettare è la semplificazione estrema che alcuni di loro stanno cercando di mettere in atto al solo scopo di risparmiare qualche soldo sugli organici ospedalieri. Ognuno di noi operatori sanitari ha studiato per svolgere al meglio un mestiere: sono corsi di studio differenti, mirati a risultati differenti e quasi sempre complementari tra loro. Ci sono competenze, a causa di questi percorsi di formazione molto differenziati, che sono di competenza medica e non paramedica. Deliberare che un TSRM possa fornire un consenso informato o valutare  autonomamente la congruità di una richiesta radiologica non è solo concettualmente errato: è un atto che può mettere a rischio la salute dei pazienti indipendentemente dal valore del singolo professionista chiamato a farlo. Il confine tra il vantaggio economico e il pericolo sanitario di alcune scelte strategiche amministrative, alcune delle quali sono state recentemente commentate su questo blog, sta diventando molto sottile.

Il che ci riporta direttamente agli ultimi post: in cui si discuteva della deriva semplicistica di certe strategie politico-sanitarie sulla corta distanza, mosse più da ignoranza dei meccanismi basilari che da precise progettualità per il futuro, e (peggio ancora) e del riferimento a esperienze di paesi stranieri che hanno politiche e tradizioni sanitarie profondamente differenti dalle nostre, e le cui soluzioni non sono così facilmente riproducibili a casa nostra.

Il riferimento finale all’unità dei radiologi, che fa Corrado Bibbolino alla fine dell’articolo, non andrebbe preso sottogamba. Fregarsene a prescindere dei potenziali scenari futuri, e piangere il morto quando la frittata è fatta, non sarà di beneficio per nessuno. Meglio pensarci adesso, che il fortino è sotto attacco ma la confusione sotto il cielo è ancora parecchia.

Il guardiano del faro

29 agosto 2014

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Ma c’è un’ultima riflessione estiva che mi piacerebbe condividere sul blog. Negli ultimi giorni abbiamo parlato di impegno, coraggio e responsabilità. Qualcuno (Peppone, e ne riparleremo) ha proposto soluzioni a vecchi problemi che sembrano ardite, ma certamente meno del puro e semplice non-far-nulla di questi ultimi anni.

Eppure tutti i terribili (e prevedibili) eventi che si stanno succedendo, crisi, deflazione, impoverimento, imbarbarimento collettivo degli usi e costumi, hanno una comune origine che si chiama, semplicemente, irresponsabilità. La quale, a sua volta, è probabilmente figlia del peggiore scetticismo.

Fateci caso, l’irresponsabilità alberga ovunque. E non sto parlando solo dell’ambito politico: sarebbe troppo facile, oggi come oggi, e non c’è gusto a sparare sulla croce rossa. Irresponsabilità è vivere nella menzogna di credere in qualcosa (Dio, la famiglia, il partito politico, la patria, l’Europa unita, le banche, quello che volete voi) e in realtà non credere in niente. Vivere accumulando inutile minutaglia, soldi, ville, terreni, auto sportive, pistole, cocaina, e consumando risorse come se il tempo a disposizione fosse infinito. Ma senza invece essere davvero convinti che ci sarà un domani in cui trasportare tutta questa inutile mercanzia.

Vivere in un giardino, insomma, e trasformarlo in una discarica. Fare qualunque sacrificio con la scusa del roseo futuro dei nostri figli (indebitarsi, lavorare ventisei ore al giorno, votare democrazia cristiana o il suo equivalente odierno, rubare, evadere il fisco, nominare primari ospedalieri inadeguati, trasportare valuta in banche svizzere, ammazzare il prossimo) e compromettere il loro futuro a causa delle stesse azioni con cui dichiariamo di volerlo salvare.

Per esempio: mi chiedo spesso, visto che sono nato non molto lontano dalla Terra dei Fuochi, cosa spinga un malavitoso a permettere che sotto le case dei suoi figli e dei suoi nipoti vengano sversati rifiuti tossici di ogni tipo e da ogni parte d’Europa; o cosa spinga un politico locale a permettere che a meno di un chilometro da casa sua venga innalzata una centrale elettrica di proporzioni smisurate e dal pari impatto ambientale. Ignoranza? Scarsa lungimiranza, da dilettante allo sbaraglio della politica? La bestialità di una società fondata sulla totale assenza di cultura?

Oppure, per venire al bel luogo in cui vivo ora, chi ha devastato negli anni le stupende campagne venete permettendo il profluvio di capannoni che adesso, con la crisi, rimangono per lo più inutilizzati, o coltiva vitigni di prosecco in qualunque centimetro quadrato di terreno disponibile, senza tener conto delle esigenze del territorio e di chi ci abita, cosa cercava e cosa cerca? Denaro facile? Esercizio fine a sé stesso del potere? O che altro?

C’è una sola risposta a queste domande, e risiede nell’evidenza che, appena al di là delle pulsioni biologiche mediate dai nostri ormoni, noi non crediamo a nulla: viviamo immersi nella inconsapevole e radicata certezza che non esisterà nessun domani, e che il prossimo tramonto a cui assisteremo sarà l’ultimo. Volenti o nolenti, non esistono altre spiegazioni alle follie che vediamo perpetrare in quasi tutti i luoghi del mondo, industrializzati o meno, occidentalizzati o meno. In noi abita un ateismo strutturale che non riguarda solo l’esistenza o meno di Dio, argomento ontologico sul quale può anche essere piacevole misurarci dialetticamente sotto l’ombrellone estivo, ma la vita stessa. Si tratta di un ateismo etico e filosofico che è insito in noi, è ormai parte strutturale del genoma che ci tramandiamo da generazioni intere, e contro il quale combattere è arduo se non addirittura inutile o impossibile.

E allora programmare il futuro diventa uno sport estremo: motivo per il quale il vostro affezionato blogger in questo periodo avrebbe solo voglia di una lunga pausa lavorativa, tipo un anno sabbatico, e riconvertirsi a un mestiere alternativo tipo guardiano del faro (ammesso che la figura professionale esista ancora).

Oppure, se avesse abbastanza soldi (che a qualcosa pure servono, come dimostrano i fatti), il vostro blogger farebbe come Giorgio Gaber. Il quale concluse la sua memorabile Io se fossi Dio con il seguente verso: E alla fine va a finire che io, se fossi Dio, mi ritirerei in campagna come ho fatto io.

Perché adeguarsi ai tempi

27 agosto 2014

Questa è una parabola illuminante sui nostri tempi.

Parla di un uomo, il signor G, a cui si rompe il telecomando della televisione: si connette a internet, trova il numero del rivenditore autorizzato più vicino (PincoPallino SAS) e chiama. Risponde una voce di donna, mediamente scoglionata.

PincoPallino SAS: Buongiorno, in cosa posso esserle utile. (non lo chiede, lo afferma)
Signor G: Buongiorno a lei. Avrei bisogno di un telecomando marca Teleminchien D128732.
PP SAS: Attenda un istante… Attualmente non lo abbiamo in deposito.
Signor G: Non c’è problema. Me lo può ordinare?
PP SAS (laconica): No.
Signor G: …
PP SAS: …
Signor G: In che senso no, scusi?
PP SAS (mediamente infastidita): Nel senso che lei viene qui da noi, lascia un acconto di 20 euro, noi ordiniamo il telecomando, la richiamiamo quando l’articolo è arrivato, lei viene a prenderlo e salda la cifra totale di 69 euro.
Signor G: Io abito a Frattameggia di Sopra, il vostro negozio è a Frattameggia di Sotto, lei mi sta dicendo che dovrei mettermi in tangenziale e perdere ogni volta mezz’ora per andare e tornare.
PP SAS (con evidente fastidio, oltre il limite della buona educazione): Noi lavoriamo così, punto.

Il signor G, incredulo, saluta e mette giù. Poi si ricollega a internet, cerca il telecomando Teleminchien e lo trova su un sito piemontese a quasi metà prezzo. Sono le 16 circa: lo ordina, lo paga con la carta di credito ricaricabile e spera di non aver fatto un buco nell’acqua. Alla peggio ci avrà rimesso 36 euro, pazienza.

Il giorno dopo, ore 14, lo chiama la segretaria dell’ufficio: è arrivato un pacco a suo nome. Incredulo, lo apre: dentro c’è il Teleminchien nuovo fiammante e, udite udite, due batterie stilo AAA. Corre a casa, infila le batterie, prova l’articolo e tutto funziona a meraviglia.

Il signor G, a questo punto, fa due operazioni: scrive una mail di ringraziamenti all’azienda piemontese, complimentandosi per l’incredibile celerità del servizio, e poi chiama la PP SAS. Risponde la stessa voce di donna del giorno prima, mediamente scoglionata.

PP SAS: PincoPallino SAS, buongiorno, in cosa posso servirla. (ancora una volta non è una domanda)
Signor G: Buongiorno. Sono il tale che ha chiamato ieri per il telecomando Teleminchien, si ricorda?
PP SAS: …
Signor G: E lei mi ha detto di venire in negozio per ordinarlo.
PP SAS: Si, adesso ricordo.
Signor G: Bene, volevo dirle che ho ordinato il telecomando via internet ieri pomeriggio, dopo la nostra telefonata, l’ho trovato a metà prezzo e in questo momento ce l’ho in mano.
PP SAS: …
Signor G: Lei si rende conto di cosa vuol dire questo, vero?
PP SAS: …
Signor G: Vuol dire che mi hanno recapitato il telecomando in ufficio, in meno di 24 ore, facendomelo pagare la metà.
PP SAS: …
Signor G: Insomma, prima che glielo dica la vita stessa, le comunico che voi della PincoPallino SAS siete carne da macello. Se lei è la proprietaria della baracca, è rimasta al commercio di fine ’800. Se lei è un’impiegata, oltre a essere poco educata è pure sulla buona strada per perdere il posto di lavoro.
PP SAS: …
Signor G: Grazie e buona giornata.

Adesso, prima di aggiungere altro, consentitemi di spezzare una lancia a favore del signor G: il quale non è uno stronzo presupponente, come si potrebbe intuire leggendo la amena storiella, ma un comune cittadino che sul lavoro si spezza la schiena per un fine sconosciuto ai più, ossia parlare il più possibile con i suoi clienti (se fosse un medico, con i suoi pazienti). Non lo fa per una questione di comodo, per vendere meglio il suo prodotto o per aver meno rotture di scatole: lo fa perché è giusto, perché nell’epoca di enorme volgarità nella quale ci è toccato in sorte di vivere anche un sorriso gentile fa differenza. Se fosse un medico ospedaliero, il signor G investirebbe molte risorse nella comunicazione: i pazienti vorrebbero canali aperti, ma aperti seriamente, mentre le aziende aprono timidi spioncini su porte blindate. I pazienti vorrebbero libero accesso ai servizi, e le aziende gli danno a stento accesso alla carta dei servizi. Insomma, la morale della storia è che chi nella comunicazione e nell’erogazione dei servizi non si adegua ai tempi è carne da macello: prima, se è una azienda privata come la PincoPallino SAS; dopo, se è un’azienda ospedaliera pubblica.

Poi, è ovvio, sempre liberi di scegliere il macellaio che volete: sapendo però che prima o poi, se la macelleria è pubblica, qualcuno ve ne chiederà cagione.

PS: il signor G mi ha comunicato gli estremi del sito internet piemontese dove ha acquistato il telecomando e pregato di fornirlo a chi ne fosse interessato. All’uopo, scrivetemi una e-mail.

Cosa faremo da grandi, tutti

23 agosto 2014

In questo periodo di ferie, vi assicuro, ho riflettuto molto. Ho pensato a me, alla mia vita (lavorativa e non), a cosa farò da grande. Ho rivisto criticamente le mie scelte professionali, i rapporti lavorativi intessuti in questi ultimi anni. Ho cercato di mettere ordine nella pletora di eventi, per lo più positivi, accaduti dal 2008 a oggi; e ho cercato di dare un senso anche alle vicende che invece sono finite male.

Conseguenza inevitabile: l’analisi si è estesa molto oltre la mia umile persona e ha coinvolto la situazione politica attuale, sanitaria e non, locale e non, alla quale i miei destini ormai saranno indissolubilmente legati almeno per i prossimi vent’anni (salvo che non decida di cambiare lavoro e/o paese: eventualità da tenere comunque in considerazione perché nella vita, come è noto, non si sa mai).

Una cosa, alla fine di queste estenuanti riflessioni, forse l’ho capita. I mass media ci ammorbano la vita da anni con gli stessi problemi: la crisi, lo spread, il debito pubblico, il lavoro. Chiunque affronti il problema, da qualunque punto di vista e per quanto sparato possa partire nelle intenzioni, finisce per incartarsi. Questo è un paese quasi impossibile da governare perché in tempi di difficoltà emerge la nostra autentica natura nazionale: siamo un agglomerato di popoli differenti, ognuno pensa prima ai cazzi propri e solo dopo, se avanza tempo e voglia, a quelli della collettività.

Ma c’è un denominatore comune alle attuali avversità italiane, qualunque sia il campo della res publica a cui volgiamo attenzione: i dilettanti allo sbaraglio. Persone senza adeguato spessore culturale, con preparazione specifica assente o insufficiente, e comunque prive di esperienza sul campo, messe a gestire affari molto più grandi di loro. Persone di cui i pennivendoli prezzolati elogiano in modo commovente l’impegno e lo studio, mentre noialtri avremmo bisogno di personaggi autorevoli che (sembra scontato, ma non contateci) abbiano già studiato l’argomento, lo conoscano come le loro tasche, magari per averci lavorato a lungo, e quindi siano in grado di portare subito risultati concreti subito e progettualità sulla lunga distanza. Vi faccio un esempio: a me, come semplice medico, non sono richiesti impegno e studio ma i puri e semplici risultati. Non è previsto che io debba studiare per mettermi in pari con i miei obiettivi: per quello ho già dato, grazie, studio e laurea sono stati la vettura che mi ha condotto al mio mestiere. Aggiornarsi vuol dire restare al passo, studiare vuol dire che non sei in grado di fare quel mestiere. Immaginate quindi cosa bisognerebbe chiedere a un ministro, in proporzione, per la enorme responsabilità che la sua carica riveste.

Questo non vale solo a livello ministeriale, ovvio, o regionale in senso lato. Restando nel mio, ossia il campo sanitario, andrebbe detto forte e chiaro che questa strategia votata all’approssimazione di comodo non è più tollerabile e ora, adesso o mai più, è il tempo di rimettere tutto in discussione. Tutti coloro che in un modo o nell’altro si occupano di sanità devono convenire nella necessità assoluta di un cambio marcia: che si tratti di miopi responsabili regionali con visioni sfocate del futuro sanitario o di amministratori ospedalieri con mentalità da fine ’800 che scelgono un duttile mediocre come guida di un reparto ospedaliero perché così si illudono di avere meno problemi gestionali. E invece sapete una cosa? Questo è il momento di averli, i problemi gestionali, e averne a pacchi. Di correre qualche rischio, anche grosso. Di allargare una volta per tutte gli orizzonti angusti in cui chi amministra gli ospedali si è voluto rinchiudere all’unico scopo di non perdere il controllo del fortino, come se i poveri risultati ottenuti finora fossero un viatico sufficiente a continuare lungo una strada dichiaratamente perdente.

Ma il problema, ripeto, non è solo politico-amministrativo. In questo periodo, e sempre per restare nel mio campo, ci metto dentro anche quello societario radiologico. Proveniamo da anni di gestione SIRM monocratica, rigidissima, chiusa a scambi con la cosiddetta base, caratterizzata da elezioni bulgare in cui chi vince non ha mai contraddittorio e non è mai del tutto chiaro chi sia a perdere e perché. Lo dico con cognizione di causa perché ricevo lettere a pacchi sull’argomento (un giorno pubblicherò un libro di lettere al blogger, e ci faremo quattro risate) e tutte sostengono la stessa posizione: è ora di dare una svolta alla direzione della nave, i soci non si sentono rappresentati, la distanza vertice-base aumenta e le prime conseguenze di tutto ciò sono le (patetiche, per quanto mi riguarda) spinte centrifughe che ogni tanto qualche signorotto del borgo minaccia di mettere in atto. Anche qui ci vogliono scelte di rottura completa con il passato: il futuro obbligato sta nella connessione dei sistemi con qualunque altro sistema esterno, complementare o alternativo al proprio, e la qualità della connessione sarà unicamente funzione della sua velocità e pluridirezionalità. Chi non comprende questa lampante evidenza è miope e destinato a soccombere. Chi si limiterà ad alzare muri, o rinforzare quelli già esistenti, si ritroverà padrone di un fortino deserto tra neanche troppo tempo.

Insomma, la parola d’ordine per il futuro mi sembra sempre la stessa, qualunque sia il punto di vista da cui guardo il mondo: coraggio delle scelte. La famosa frase di Steve Jobs, talmente abusata da risultare ormai stucchevole, contiene in realtà l’unica vera ricetta di sopravvivenza: o saremo sul serio affamati e folli o meriteremo di estinguerci. Qualunque sia il nostro mestiere.

Siamo chiamati a scelte coraggiose, ficcatevelo bene in testa: la più importante delle quali, lo dico a rischio di essere sgradevole, sta nel riconoscere i propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità e cercare di far bene e onestamente quel poco che si sa fare, non ambire a immeritati e mal pilotati riconoscimenti. Oppure svolgere in modo coscienzioso e aderente alle leggi il proprio dovere, in qualunque circostanza, e non piegare le leggi stesse al volere di qualcuno che desidera aggirarle per i propri personali comodi (ci siamo capiti, vero?). Insomma, questo è il momento di prendere posizione, anche contro i nostri stessi interessi, sapendo per certo che sulla base di queste posizioni saremo giudicati duramente da chi verrà dopo di noi. Certo, sarà sempre molto più facile proclamare la volontà di cambiamento nell’intimità del proprio ufficio e poi sottostare alle solite logiche italiche di sempre, metà proni al potere e metà ai propri interessi personali. Ma a quel punto non potremo più lamentarci; e un altro mondo non sarà più possibile se a scegliere per noi saranno ancora i dilettanti allo sbaraglio che riempiono le inutili pagine dei quotidiani e dei rotocalchi settimanali estivi.

A quel punto l’unica cosa che potremo fare, per chi non ha già cominciato ora, sarà vergognarcene. Ma la vergogna è la convivente meno impegnativa di tutte: un paio di giorni di difficoltà e poi tutti, ma proprio tutti, imparano a viverci insieme senza tanti problemi. Il che, d’altro canto, rappresenta da sempre la croce e la salvezza dell’italico medio.

Il medico della mutua (recensione)

16 agosto 2014

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Ho letto questo libro con una certa curiosità perché anni fa avevo visto il film e tenuto sospeso il giudizio finale (in larga misura per l’interpretazione caricaturale di Sordi, che mi ostino controcorrente a ritenere buon caratterista ma mediocre attore, nel solco della commedia all’italiana di cui è stato indiscusso alfiere). Ho invece trovato il romanzo ben scritto, molto più misurato e realistico del film sebbene intriso di un cinismo bieco che invece ha poco di romanzato e molto di reale.

Quello del romanzo è un universo degradato e degradante in cui il protagonista principale, Guido Melli, è un giovane medico ignorante, arrivista, mammone e senza scrupoli disposto a tutto pur di accaparrarsi un numero di mutuati sufficienti alla vita di piccoli lussi ostentati che, in qualità di medico, ritiene suo inalienabile diritto vivere.

Ma gli altri protagonisti del romanzo non sono da meno, un caravanserraglio di maschere dell’orrore che somigliano molto da vicino a quelle che ci propone Sorrentino nell’incipit de La grande bellezza: il primario arrivato, i colleghi di clinica che si scannano tra loro, la vedova del collega schiattato di cancro che procurerà i mutuati a Melli, la madre ossessiva, tutti quanti vivono in un misero universo mosso dalla legge bestiale del più forte o del più furbo. Nessuno degli attori della storia, in alcuna circostanza, è mosso da slanci etici o avverte rimorso per i propri fini o atti: e dunque, per definizione, tutti sono irredimibili. Persino Teresa, la fidanzata di Guido che alla fine appare come l’agnello sacrificale della vicenda, scrutata in controluce non è migliore dei mostri che la circondano o animata da sentimenti più nobili.

Come fondale la struttura mutualistica del sistema sanitario nazionale dell’epoca, che è poi la radice malata di quello in cui ci dibattiamo oggi. Certo, sono cambiati i tempi ed è cambiata la medicina; non esiste più la mutua e invece ci sono le aziende sanitarie. Ma uguali sono rimasti i vizi dei medici italiani e dei loro amministratori, il pressappochismo, la cialtroneria, la scarsa preparazione culturale di troppi: al punto che le parole di uno dei protagonisti della vicenda, circa l’inutilità della laurea in medicina perché qualunque infermiere sarebbe in grado di prescrivere una terapia adeguata al paziente, trova riscontro nei deliri inconsapevoli di qualche potente di passaggio dei giorni nostri. La moltitudine dei mutuati riempie gli spazi vuoti sulla scena: tutti insieme, i pazienti costituiscono l’ennesimo personaggio degradato della storia, completamente scollegato dal tessuto sociale e civile in cui si muove, interessato unicamente al proprio benessere del momento e capace di nefandezze incredibili. Per chi, come me, sia animato da analoghi dubbi di categoria, consiglio il capitolo dedicato alle rivendicazioni sindacali dei medici: l’unico momento della storia nel quale, con molta fatica, la classe disgregata dei medici trova l’unità necessaria a ottenere il solo risultato che gli sta a cuore, ossia l’aumento salariale.

Insomma, se desiderate una lettura leggera e divertente Il medico della mutua, romanzo scritto da un medico sui medici e dunque verista in senso lato, non vi metterà di buonumore. Anzi, se c’è una lezione che potrà impartirvi è sempre quella del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: che tutto sembra cambiare ma alla fine nulla cambia. Perché la sostanza della quale siamo fatti, tutti, è sempre la stessa.