E lontano, lontano nel mondo, una sera sarai con un altro, e a un tratto, chissà come e perché, ti troverai a parlargli di me

agosto 10th, 2019

Molti anni fa le estati, in questo luogo, avevano un dolcissimo sapore di attese, di indefinite promesse per il futuro.

All’età di mio figlio, in una di quelle estati, mi rintanavo nel grande salone a passare i pomeriggi. Era la stanza più fresca della casa, nessuno ci entrava mai per la naturale ritrosia dei miei genitori a concepire un luogo della casa con le funzioni antropologiche di una sala, ed era munita di un divano morbido e avvolgente come la carezza di una mamma affettuosa. Su quel divano leggevo Dante e mettevo sul piatto del giradischi, uno dopo l’altro, i 33 giri di mio padre: al quale, ma non gliel’ho mai chiesto, credo piacesse Luigi Tenco perché molti dei dischi erano, appunto, proprio del cantautore ligure. Ai tempi, capite, non c’era ancora Spotify e non era possibile farsi una playlist su misura: bisognava accontentarsi di quello che c’era, che ascoltavano i genitori o che passava la radio. Una di quelle canzoni mi avrebbe segnato per sempre, senza che io all’epoca potessi immaginarlo, era Passaggio a livello: con la fervida fantasia di un dodicenne romantico, quale ero e sarei peraltro sempre rimasto, mi ero già innamorato perdutamente di quella donna misteriosa che, fermi al passaggio a livello, in una strada di campagna deserta, in un pomeriggio estivo qualsiasi, aveva parlato all’Autore in un modo che lui non conosceva, facendolo innamorare, appunto, perdutamente.

Adesso sono ancora in quel luogo. Ma più che fermo a un passaggio a livello, mi sento come il Vinicio Capossela di Stanco e perduto: che non sa bene cosa possa fare, mentre se ne va stanco e perso su una strada, eppure la percorre lo stesso. Fa caldo uguale, ci sono le zanzare tigri e la luna è pur sempre una luna traditrice. Ma è bello pensare che la nostra storia personale possa essere raccontata per canzoni, puntata dopo puntata, e che qualcuno abbia saputo fissare per l’eternità in note e parole sentimenti così complessi.

È meraviglioso, in ultima analisi, che anche nei momenti più difficili sia confortante raccontare una storia; e ancora più confortante che qualcuno, da qualche parte, sia disposto ancora ad ascoltarla. Accettando di te anche le cose peggiori: le mancanze, i difetti, gli errori madornali, tutto.


La canzone della clip è “Lontano, lontano”, di Luigi Tenco, nell’interpretazione magistrale di un altro dei cantautori che mi hanno tenuto per mano da ragazzo: Roberto Vecchioni. A proposito: ho appena chiesto a mio padre se Tenco gli piacesse davvero. L’ho visto sorridere, gli occhi per un istante gli si sono illuminati, e ha risposto che si, Tenco era proprio il suo preferito. E che di Tenco “Passaggio a livello” era proprio la canzone preferita. Quando si dice la genetica, insomma.

E se stanotte tu mi fossi accanto, stanotte che ti voglio e non sai quanto

luglio 20th, 2019

https://www.enpam.it/news/lintelligenza-artificiale-non-spazzera-via-i-medici

Mi piace riportare per qualche istante il discorso, cominciato qui, sull’impatto delle intelligenze artificiali in Radiologia.

Vi ho già detto che sull’argomento sono pessimista, se guardo la cosa dal punto di vista dell’umanissimo medico radiologo, straziato dal numero e dall’intensità delle notti di guardia, o ottimista, se la guardo dal punto di vista del futuro e infaticabile robo-radiologo.

Prendo spunto, per concludere il ragionamento, dell’editoriale prodotto nell’ultimo numero della rivista previdenziale medica italiana dal presidente, Alberto Oliveti. Il quale esordisce con la seguente, illuminante frase: (…) Oggi quando si parla di lavoro si sottolinea sempre di più il concetto di produttività, che non si può pensare di aumentare solo con doti umane. L’intelligenza artificiale, da molti ritenuta una minaccia, va invece considerata una risorsa, anche per i professionisti della salute (…)

Da cui deduciamo che la sfida futura non sta nella sostenibilità della sanità pubblica,  come ci si aspetterebbe, ma nella crescita progressiva della produttività all’interno di un modello sanitario che ormai tutti, salvo i puri di spirito, immaginiamo senza alcuna fatica come privata e non più pubblica. La produttività: questa infernale parolina che negli ultimi lustri ha devastato le nostre vite costringendoci a orari da operai di fine ottocento. All’uopo ricordo, quando ero bambino, le esistenze felici dei mie genitori, il loro tempo libero da utilizzare in mille maniere; poi guardo me, i frammenti di tempo libero residuo che sono appena sufficienti a riprendermi dal sonno o dal mal di schiena, e mi viene da piangere.

Oliveti continua: (…) Allo stesso modo se nella pratica professionale verranno introdotte applicazioni informatiche in grado di fare diagnosi più precise e più velocemente di quanto riusciamo attualmente, non significa che come medici verremo spazzati via (…)

Il che è probabile, ma solo a patto che ci trasformiamo da medici in tecnici informatici: se l’algoritmo farà diagnosi migliori delle nostre il punto nodale non sarà più la diagnosi in sé ma la sua comunicazione ai pazienti. Prevedo quindi il proliferare di concorsi pubblici per psicologi, che all’abbondante stipendio di 8-900 euro al mese avranno l’onere di sedersi davanti a un tavolo e trovare le parole giuste per comunicare al signor Mario Rossi che, siamo spiacenti, ma dobbiamo dirle che lei ha il cancro.

E ancora il Nostro: (…) Parliamoci chiaro: oggi l’Enpam è l’ente pensionistico italiano con le riserve più elevate. Ma anche 22,5 miliardi di euro messi da parte non sono nulla se la professione cessasse di essere rilevante per i pazienti (…)

Al che forse non capisco io qual è la questione: la rilevanza della nostra professione, che è già irrimediabilmente compromessa (ricordo a tutti che il possibile rinnovo del contratto, fermo da 10 anni, prevede l’aumento di stipendio di 200 euro lordi. Il che la dice lunga su che fine faremo), o la rilevanza delle scorte economiche dell’ineffabile ente previdenziale? Mi sa che Oliveti, al contrario di quanto afferma, la foglia l’ha mangiata: quesi soldi finiranno presto e in futuro, pavento, non ci saranno più medici in numero sufficiente per rimpinguarla.

In conclusione: (…) Certo, magari cambieranno i modelli di contribuzione: in futuro per esempio la previdenza potrebbe dipendere non soltanto dalla quantità di lavoro svolto ma dalla capacità di creare valore condiviso (…)

E qui, mi dispiace, sono proprio io che non ci arrivo, che ho in mente scenari fanta-apocalittici tipo Blade Runner e che proprio non riesco a immaginare in che modo potremo coniugare la quantità di lavoro con la capacità, cito, di creare “valore condiviso”. Mi piacerebbe sapere quale cavolo di valore stiamo condividendo in questo periodo di umiliazioni professionali continue che si traducono in un fuggi-fuggi generale dagli ospedali pubblici verso un privato mediamente attento ai propri interessi, in un mercato deregolato nel quale i pesci medi stanno già mangiando quelli piccoli in attesa degli squali che divoreranno tutto e produrranno un fantastico oligopolio che già stiamo osservando in altri ambiti produttivi (il mercato dell’automobile, tipo).

Insomma, perdonatemi ma non ce la posso proprio fare. Già mi è toccato vivere tempi cupi che mai avrei potuto immaginare anche solo tre anni fa: lasciatemi almeno aspettare in santa pace il robottino che prenderà il mio posto, con buona pace di tutti, e lo squalo che divori anche me.


La canzone della clip è “Notti”, di Claudio Baglioni, tratta dall’album “Strada facendo” del 1981. Come capita a molti, ogni tot di tempo mi parte l’embolo del remember per qualche cantautore dei miei tempi e riascolto tutto di lui, anche le cose più infami; che tanto il tempo, nelle mie varie peregrinazioni automobilistiche in giro per il nord-est, non manca. La storia musicale di Baglioni ha avuto uno strano andamento a campana frastagliata: ogni tanto, dagli esordi fino a “E tu come stai?”, ha prodotto piccoli capolavori inframezzati a una moltitudine di canzoni non meritevoli di grande memoria. Esempio di piccolo capolavoro è la canzone omonima, che tutti conoscete: con lei Claudio si è divertito a spezzare i nostri cuori ogni qual volta abbiamo realizzato che l’abbandono di quella certa persona non era stata, per così dire, l’idea migliore della nostra vita; il che, dalla pubertà in poi, è successo a tutti almeno una volta nella vita. Senza contare quel maledetto assolo finale che sembra di chitarra elettrica ma è di un famigerato synth strappalacrime, che somiglia molto al sussulto finale di un orgasmo gloriosamente triste, quello dell’ultima volta che avete copulato con la vostra amata o il vostro amato  immortale. Ma “Strada facendo” no, quell’album ha rappresentato l’apice della sua produzione: l’equilibrio perfetto tra le banalità di prima e la ricerca leziosa della poesia-a-ogni-costo dopo. Con l’eccezione de “I vecchi”, che infatti fu scritto anni prima e inserito di straforo nel disco, le canzoni di “Strada facendo” sono perfette, non-banali, non-leziose, e rendono intollerabile l’ascolto del disco successivo (da cui ci si aspettava tanto, ma tanto di più). Insomma, avete capito che mi sto rigirando tra le mani un’idea che prima o poi avrò il tempo di mettere in pratica: partire da un’album e raccontare una serie di spin-off di noialtri, comuni ascoltatori, che con l’accompagnamento di quelle canzoni abbiamo passato un pezzo più o meno lungo e significativo di esistenza. Ci stavo già provando con un altro autore e avevo già raccolto del buon materiale: ma, come dire, non è andata proprio bene. Appena arriva A.I a sostituirmi nel prossimo turno Tac mi ci metto, giuro, e vi faccio leggere qualcosa di divertente. Voi intanto mandatemi le vostre storie con “Strada facendo” come colonna sonora. A legarle tutte ci penso io.

Onestà, è una parola così solitaria

luglio 14th, 2019

Sto guardando, in questo preciso istante, la finale di Wimbledon.

Lo sapete, io da vivo fui tennista. Non particolarmente abile, ne convengo, né mai stato di particolari belle speranze. Però in mezzo al campo ero quasi sempre un osso duro, se abbastanza allenato; e avevo compreso alla perfezione, sebbene mai avrei potuto esprimerlo con le stesse straordinarie parole di David Foster Wallace, che il tennis è giocare a scacchi correndo. Come negli scacchi con il bianco, chi serve deve vincere il game; il nero, cioè chi riceve, nel mondo tennistico ideale può solo cercare di limitare i danni e sperare in un errore dell’avversario.

In mezzo al Centre Court più prestigioso del mondo, oggi, nientemeno che Djokovic e Sua Maestà Federer, che alla veneranda età di 38 anni si è permesso di strapazzare in semifinale la scimmia urlatrice Nadal e sta dando filo da torcere a un ragazzone serbo che ha 6 anni meno di lui e in ultima analisi, so che dicendolo mi attirerò le ire funeste dei suoi fan, è un Corrado Barazzutti ipervitaminizzato del terzo millennio: infaticabile, capace di raggiungere quasi qualsiasi palla il Fenomeno scagli dall’altra parte della rete, un muro come quelli contro i quali mi allenavo da ragazzino, e sempre lì con la testa. Intendiamoci: Nole mi è simpatico, è un bravo ragazzo, e poi uno che riesce a vincere tutti i tornei dello Slam non può non avere qualcosa in più della media dei tennisti di tutti i tempi. Ma non c’è niente da fare: quando Federer scaglia i suoi rovesci a una mano, con quel movimento ampio, elegante e del tutto sballato cronologicamente io non posso fare a meno di commuovermi. A 38 anni suonati, lo ha fatto ancora  in questo preciso momento con un passante di diritto in controbalzo che nemmeno la buonanima di Bill Tilden sarebbe mai riuscito a produrre, il Re incanta. Lui incanta, l’altro non sbaglia mai.

Può darsi, accadrà quasi certamente, che alla fine vinca il match Nole e non Roger. Eppure, fatta la tara dei mila Wimbledon già portati a casa da questa specie di Highlander, vi dirò che non importa chi vincerà o perderà la partita. Ci sono circostanze in cui il solo fatto di esserci, e produrre il miglior tennis di tutti i tempi, è sufficiente viatico per il resto dei propri giorni.

Qui, sul pianeta Terra degli uomini ordinari, quel tipo di tennis è impensabile. Che si guardi la cosa dal punto di vista dell’estro divino di Roger o della possanza fisica e mentale di Nole, la questione si riduce a perseguire il meglio di cui siamo capaci, che quasi sempre non è granché, e a resistere a oltranza anche quando ti trovi cinque pari al quinto e senti che le forze ti stanno abbandonando. La differenza, enorme, e che su questo campo qui nessuno applaude, e se sbagli qualcosa ti fischiano pure. La differenza è che tra poco tempo non ci sarà più nessun Wimbledon da giocare, che i raccattapalle coraggiosi sono già scappati negli spogliatoi con la coda tra le gambe e io già vedo le facce perplesse e angustiate di tutti coloro che fino al giorno prima si erano divertiti a sputare nel piatto in cui mangiavano. La differenza è che non è possibile giocare al meglio dei cinque set su sette, o dei sette su nove: perché poi il tennista schianta.

E dal Centre Court dell’Ospedale Civile è tutto, a voi studio.


La canzone della clip è “Honesty”, di Billy Joel, dall’album “52nd street” del 1979. È una canzone che mi accompagna da sempre e non ha bisogno di molti commenti, credo.

Dev’essere perfetto, si, deve valerne la pena

luglio 9th, 2019

Non per essere scontato e banale, ma la vita va a periodi. A stagioni. A fasi alterne.

Ogni volta che credi di essere giunto a destinazione scopri che in realtà si tratta solo di una tappa intermedia, sovente nemmeno tanto bella da visitare. Ogni volta che fai un progetto di vita, che disegni uno schifo di cronoprogramma (scusatemi per il termine osceno, ma ormai sono entrato nel tunnel della terminologia operativa della pubblica amministrazione), qualcosa gira in un verso inatteso. E così ti ritrovi a pensare: ma se le cose fossero andate come io volevo, adesso dove sarei? E a far cosa?

Il problema è che il potenziale futuro di ognuno di noi ha troppe variabili: troppe, per poter essere espresse in un’unica equazione dal risultato plausibile. Senza contare che le deviazioni dal progetto iniziale magari hanno portato più cose buone che cattive, un naufragio sulla lunga distanza può essersi rivelato un salvataggio in extremis e un successo inatteso, al contrario, la tua Waterloo. E senza contare che, comunque vada a finire, avrai attorno gente contenta e gente scontenta: nell’incapacità di far contenti tutti, diceva qualcuno, anche quelli che capiscono fischi per fiaschi e pensano che ogni tua frase criptica sia rivolta a loro mentre tu li hai già riposto il loro ricordo nel luogo più lontano possibile della tua memoria, tanto vale fare quello che ti va.

Il tutto per dire che mentre la sanità pubblica italiana annaspa, in preda agli ultimi spasimi che precedono una ormai ampiamente prevista implosione terrificante tipo torri gemelle, in troppi si stanno preoccupando dei massimi sistemi come i musicisti del Titanic la notte del naufragio e soltanto gli ultimi impavidi eroi rimasti stanno pensando di non saltare il fosso e di restare in trincea a combattere fino alla morte, basta la telefonata a un caro amico per riportare tutto nei binari di una pacifica accettazione dello stato delle cose: perché altrove, non molto lontano, tutto è molto peggio e allora conviene togliere dal naso quegli occhiali che mostrano il mondo come si vede guardandolo dalla parte sbagliata del telescopio e rendersi conto che c’è vita, si, c’è ancora qualche tipo di speranza, e soprattutto c’è chi sta molto peggio di te. E che, come dice una persona che in questo periodo mi sta dando una grossa mano, l’ottimismo di fondo non me lo farete perdere mai.

Mal che vada, affonderemo danzando. Come sul Titanic, appunto.


La canzone della clip è “Perfect”, dei Fairground Attraction, tratta dall’album “The first of a million kisses” del 1988. “Perfect” è la canzone-traino (deliziosa) di un album (tutto) delizioso, inciso da un gruppo che dopo quella performance scomparve quasi del tutto dalle scene: come a dire che non basta averne beccata una di buona, nella vita, per vedersi garantito il futuro. La ricordo con grande piacere perché all’epoca della sua pubblicazione avevo vent’anni, una fede sconfinata nel futuro e, come canta la canzone, volevo che tutto fosse perfetto ed ero certo che non mi sarei mai accontentato di nessuna seconda scelta; poi il video era molto carino, erano i primi tempi di Videomusic e tutto sembrava così nuovo ed eccitante. Non che adesso sia diverso, intendiamoci: ci sarà sempre tempo per un nuovo compleanno, altri sorrisi migliori, e se possibile altri auguri.

Odio gli artisti e i narcisisti ma sono pazzo di me

giugno 11th, 2019

Al quarto anno di medicina frequentai per qualche mese il reparto di clinica medica: era ancora il periodo in cui identificavo il mestiere che avrei fatto da grande con il concetto platonico dell’internista, cioè quell’essere ultraumano algido e distaccato a cui era sufficiente poggiare una mano sull’addome del malato, o percepire un esile soffio valvolare, per produrre una brillantissima diagnosi. Al confronto, il chirurgo aveva le fattezze del barbaro appena disceso dalle foreste teutoniche e giunto ai piedi dei colli di Roma, armato di copricapi cornuti, spadoni pesanti una tonnellata e soprattutto privo di ogni forma di umana sensibilità (ebbene si, mi sbagliavo).

Ricordo ancora il cognome del responsabile di quelle stanze di degenza: il dottor Bariani. Essenziale, di poche parole, gli davo del lei con molta compunzione. Efficacissimo anche nel suo educato cinismo, quando durante il giro dava mandato all’infermiera di praticare terapia idropinica ai pazienti meno profumati. Non ricordo invece il nome del medico più giovane che io e il mio amico Fulvio seguivamo più da vicino: all’incirca sulla quarantina, alto, magro, castano e ricciuto, gli occhiali dalla montatura d’osso e una penna stilografica verde smeraldo con la quale compilava, in bella calligrafia, la cartella clinica dei pazienti. Mi affascinava molto la sua sicurezza, la tranquillità con cui aggiustava di un millesimo di grammo alla volta le terapie ai suoi assistiti; la cortesia gratuita con cui mi diceva che il soffio cardiaco che avevo sentito era proprio di 1/6, e che continuando così da grande avrei potuto tranquillamente fare il cardiologo.

In un soffio sono passati trenta e rotti anni. Non so se qualcuno dei pazienti ai quali facevo l’anamnesi in quei giorni, o auscultavo i cuori come se fosse una questione di vita o di morte, sia ancora vivo: probabilmente no, erano già anziani all’epoca e piuttosto malandati. E il medico che io e Fulvio seguivamo con così tanta attenzione, presumendo che all’epoca avesse davvero una quarantina d’anni, adesso lo immagino con un certa fatica settantenne, in pensione già da qualche anno, sempre alto e magro, elegante, magari con la fronte stempiata e gli stessi occhiali di allora. Forse, e dico forse, conserva ancora quella penna stilografica color smeraldo e la usa per scrivere lunghe lettere ai figli lontani con la stessa calligrafia ordinata con cui compilava le cartelle cliniche.

Per inciso, anche Fulvio da 12 anni non c’è più e il buco che mi ha lasciato dentro non si è ancora riempito.

E così adesso, a fine giornata, prima di mettere il punto finale a questo post, mi viene in mente solo un’intervista televisiva di Gassman padre. Che il buon Vittorio, già senescente e probabilmente alle prese con la sua depressione, concluse dicendo, molto asciutto: “L’unica cosa di cattivo gusto della vita è dover morire”.


La canzone della clip è “La vita veramente”, di Fulminacci, tratta dall’album omonimo, di esordio, del 2019. Filippo è stata una inattesa scoperta odierna: ascoltare le sue canzoni (in cui è possibile trovare Silvestri e un po’ di Jovanotti, ma soprattutto del gran Battisti), oltre che piacevole, mi ha ricordato i tempi in cui avevo la sua età e scrivevo canzoni che in qualche misura mi ricordano le sue. Riportandomi per direttissima al pensiero di Gasmann circa il cattivo gusto della vita: in fondo anche invecchiare, per adesso, non sembra tutto sto granché.