
C’è un bambino di nove anni ai piedi del muro. E’ un muro di cinta che separa la strada sbrecciata dal grande prato, e il bambino sta cercando di arrampicarsi sulla sommità. Non è un muro alto ma il bambino fa’ fatica lo stesso: diciamo che per la sua età anche lui non è granché cresciuto.
Il bambino gioca quasi sempre da solo.
Odia parlare: teme di dire cose stupide; teme di dirle male. Gli amici lo prendono in giro e qualche volta lo maltrattano, allora lui corre fino al muro e si siede alla sua ombra.
Aspetta, perché non sa fare altro.
A volte, quando la fatica dell’attesa diventa troppo pesante da sopportare, legge un libro: il vento fresco gli increspa le pagine e lui sorride. E’ come se due voci raccontassero la stessa storia, una dentro la sua testa ed una là fuori, sotto il cielo azzurro e le nuvole bianche e le rondini che planano al suolo con precisione diagonale. Quando ritorna a casa non è felice, ma qualcosa dentro di lui si è sopito. Qualcosa dentro di lui aspetta, perché non sa fare altro.
Ma ecco che un giorno finalmente il bambino cammina sul muro, le braccia aperte a sentire il vento: a quell’altezza il vento gli parla in un’altra lingua e non racconta più storie. Il vento si confida.
Dall’altra parte il prato è veramente immenso e verde come lo descrivono i suoi amici, ma questa considerazione non lo priva della gioia di essere riuscito a guardare oltre il muro. Il bambino ha scoperto che il muro non è un ostacolo ma un trampolino. Quando si tuffa nell’erba, le ginocchia dei suoi jeans si colorano di verde.
A casa, la sera stessa, il bambino prende in mano i suoi colori. Ha una buona mano e il foglio di carta bianco è una specie di muro: ma lui ha capito come si fa’ a saltare oltre. Nel silenzio della sera, sul foglio bianco, prende forma la figura sbozzata di un ragazzo.
Il ragazzo se ne sta seduto sotto un muro di pietre, con la testa fra le mani, e
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piango piango piango e mi dispero, vorrei capire cosa è accaduto e quando e come e perché, qual è il momento esatto in cui una storia d’amore si spacca in due come una mela marcia che da fuori sembrava rossa e gialla e buona da mangiare, qualcuno me lo dica perché se no impazzisco, troppo dolore da sopportare e incredulità e rimpianto per chi ci ha provato la prima volta a quindici anni, e cristo dove sei mentre qui si scatena un putiferio di foglie morte e di ricordi andati a male, tu che mi guardi nel pullman con i vetri rigati di pioggia, io che piscio nel cesso dell’autogrill pensando che cazzo, stavolta ce la faccio, i nostri compagni di scuola che ci guardano con due occhi così per la meraviglia, tu che mi dici di aver paura di te stessa, io che l’unica paura che conosco è quella di non fare stramaledettamente in tempo a vivere, tu che hai le mani bollenti, io che ce le ho gelate, tu che ti ritrai, io che vengo più vicino finché le nostre bocche si toccano e adesso sì che capisco tutto, adesso sì che capisco che non c’è niente da capire, se soltanto avessi la possibilità di dirlo al mondo, ma poi perché dovrei, il mondo andrà avanti anche da solo mentre io adesso sto con te, sotto il giaccone invernale a fingermi sicuro di me stesso, io che a momenti non saprei neanche attraversare una strada da solo.
Ma poi alla fine cosa rimane, rimane che tu mi telefoni e mi dici che hai conosciuto un tipo, come se un tipo qualunque potesse mettersi fra te e me e capirci qualcosa, come se per davvero un tizio di passaggio potesse decidere che una storia d’amore deve finire senza nemmeno una spiegazione dignitosa, insomma, che farò adesso che il sole e la pioggia mi tramontano alle spalle, tornare a casa e tornare a scuola a imparare qualcosa che dovrebbe farmi crescere, ma io mi sento già grande, io mi sento già vecchio a dire il vero, a volte mi guardo alle spalle e ho la sensazione di aver visto tutto, per cui ecco cosa mi resta da fare, stasera mi chiuderò in camera da letto e scriverò, questo è tutto quello che so fare, scriverò per ore e ore e ore del tempo che passa, scriverò di un uomo che le cose del mondo le ha già viste tutte o quasi ma per davvero, di un uomo che è libero e sicuro di sé e che non ha più bisogno di ricordare per sentirsi vivo, di un uomo che
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esce dalla porta scorrevole del pronto soccorso e si ritrova sotto un cielo stellato che lo lascia senza parole, col vapore che gli si condensa fuori dalla bocca e le mani gelate in fondo alle tasche del cappotto. Per un istante rimane immobile, con gli occhi chiusi, a respirare l’aria fredda e a sentirsi beccheggiare nella notte come un marinaio alla prima uscita in barca; poi riapre gli occhi e la cresta delle montagne brilla di neve sotto la luce bianca della luna, con un senso di solitudine che solo chi viene fuori da un ospedale alle tre del mattino può comprendere fino in fondo.
Si passa una mano sugli occhi e spera di aver fatto tutto il possibile, che il ragazzino ubriaco finito col motorino contro un palo della luce ce la faccia, che tutto quel sangue che gli ha nella testa non se lo mangi vivo nel giro di poche ore, che non gli sia sfuggito qualche osso rotto oltre a tutti quelli che gli ha già trovato, che, che, che.
Gli viene in mente la faccia della madre quando è venuto fuori dalla Tac, le mani contratte e gli occhi pieni di lacrime; la sua voce controllata a fatica mentre le dice, E’ troppo presto per conoscere l’entità del danno, domattina faremo un altro controllo; e la madre che gli stringe le mani ed urla, Mi dica la verità, dottore, mio figlio sta morendo, vero, mio figlio sta morendo.
E invece lui non lo sa se il figlio sta morendo, mille notti come questa gli hanno insegnato che non esistono regole e che, se anche le regole esistono, nessuno le mette mai in pratica. Avrebbe voluto dire alla madre di avere coraggio perché le persone sono dure a morire, spesso non basta sfracellarsi contro un palo della luce per metterci la parola fine; ma poi non ne ha avuto il coraggio, sembrava una frase scontata e crudele al tempo stesso e lui non sa se riuscirà mai a trovare le parole giuste. Certe cose succedono e basta, specie quando è notte fonda e ci sono un ragazzino ubriaco e sette gradi sotto lo zero.
Si avvicina alla macchina, la apre e monta su: nell’abitacolo fa’ ancora più freddo che fuori, il volante è gelato e gli fa male la testa. Sa che, una volta tornato a casa, non ci sarà verso di riprendere sonno, che si rigirerà mille volte fra le lenzuola cercando di calmarsi; il calore di sua moglie, che gli dorme accanto, non sarà sufficiente a restituirgli la nottata che ha appena perso. Mette in moto l’automobile: il motore ruggisce pigramente e la sottile lastra di ghiaccio, sul cristallo anteriore, si scioglie in grosse gocce.
Mentre imbocca il viale in direzione dell’uscita lo accompagna uno strano turbamento, velato al tempo stesso di pace e di rassegnazione. Guidando, guarda le finestre accese delle case e si sente come una specie di piccolo soldato di trincea, lasciato solo con il suo fucile a difendere una postazione senza importanza, figlio e padre di tutti, unico superstite di una guerra silenziosa senza vincitori né vinti. Vorrebbe sorridere ma il sorriso è amaro, obliquo; e, mentre canticchia insieme alla radio una stupida canzone di qualche anno prima, non può fare a meno di pensare a cosa sarà di lui quando avrà smesso con quella vita senza orari e con i fumi di scarico della sua macchina che avvelenano gli ultimi barlumi di sonno. A cosa farà da vecchio, quando l’unica cosa rimasta da fare sarà restarsene seduto ad aspettare che il tempo si ricordi di lui; e quasi quasi lo vede, il vecchio, lo vede seduto e
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su questa veranda si sta bene. Si vede il mare e poi il clima è sempre mite, anche d’inverno. Mi piace guardare i gabbiani che si buttano in picchiata sull’acqua e il vento che fa i mulinelli di sabbia, il silenzio ovattato di questa baia; però mi piace anche sentire il suono aspro della risacca, se solo me ne fossi accorto prima sarei venuto più spesso da queste parti. Quando potevo camminare più a lungo, intendo: adesso bastano due passi e mi viene il fiatone.
Ma in fondo sono un sopravvissuto. Ho avuto due infarti: dopo il secondo mi hanno operato al cuore e detto di starmene buono, niente sforzi fisici e niente emozioni forti. Ho una bomba a orologeria nel petto, dicono, ma non mi preoccupo. Sento un calore buono e tiepido dentro le ossa, per la prima volta in vita mia posso muovermi senza nessuna fretta e d’altra parte non c’è nessun posto dove andare, nessuno che mi aspetti.
Mi chiedo perchè mai sia vissuto più a lungo di quanto potessi immaginare: se ripenso al mio passato scopro di aver ricevuto così tanto dalla vita che se anche fossi morto a trent’anni non ci avrei trovato niente da ridire. Ho conosciuto gente, visto luoghi, conosciuto amori e odi e rancori e tenerezze e noia e abbandono, e nulla di questo mi ha stancato. L’unico rammarico, forse, è aver visto morire tutti prima di me: non si dovrebbe mai sopravvivere a chi si ama molto, ma forse il mio è solo uno stupido egoismo da vecchio.
Certe sere mi metto a letto e rimango con gli occhi aperti nel buio, rimango zitto a sentire il mio cuore che batte a casaccio. Allungo i piedi e cerco quelli di mia moglie: ma dalla sua parte del letto non c’è più nessuno, solo un vago sentore del freddo autunnale che tengo chiuso fuori dalla finestra. Altre volte invece mi addormento senza neanche accorgermene: è un sonno leggero, dal quale riesco a sentire persino i rumori del bosco dietro la spiaggia; e spesso sogno. E’ un sogno strano in cui c’è un bambino sotto un muro di cinta che delimita un prato verde ed immenso, e il bambino salta senza riuscire a scavalcarlo. Io guardo il bambino e vorrei dirgli tante cose, rassicurarlo e tenerlo stretto tra le braccia mentre il vento ci danza intorno.
A quel punto mi sveglio, ma non ricordo più cosa volevo dire al bambino.