Svegliarsi con la voglia di fare

febbraio 3rd, 2016

Entrare in studio, cambiarsi, caffè caldo della mattina, decidere da dove cominciare, mettere ordine nella confusione sterminata delle priorità, rileggere gli appunti dei giorni prima, deve pure esistere da qualche parte un software di archivio dei propri pensieri e scadenze più efficace di questo, che poi mi si dice che non ricordo le cose, e telefonate, mail da scrivere, esami da refertare, ancora telefonate, intercettare i pensieri altrui prima che diventino malumori, mediare, intuire, parlare, riparlare, star zitti, a volte, valutare impegnative, ancora refertare esami, e in un baleno sono le undici di mattina e nemmeno me ne sono accorto, che se avessi un pensiero molesto in giro per la testa nemmeno farei in tempo a realizzarlo, per grazia del Padreterno o di chi ne fa le veci.

Poi, alle undici appunto, mentre discuto con la segretaria sulle liste del giorno dopo, bussano alla porta, io apro allungando la mano sulla maniglia e sbucano dentro uno, due, tre visi sorridenti, e uno di loro mi porge una tazzina di plastica sigillata piena di caffè caldo e fumante e mi dice: Siamo stati al bar, abbiamo pensato a te.

E io, beh, che vi devo dire, i gesti di gentilezza mi disorientano sempre, specie quando non me li aspetto, però quando tutti sono usciti dal mio studio ho messo i piedi sulla scrivania e ho bevuto con gli occhi chiusi, in silenzio, il caffè più buono della mia vita.

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La canzone della clip è “Acqua”, di Fabrizio Moro, tratta dal disco “Via delle Girandole 10” (2015). Che quando la ascolto non riesco mai a levarmi quel maledetto nodo dalla gola.

Leggera leggera si bagna la fiamma

gennaio 30th, 2016

Giancarlino Perdigiorno
ha perso il tram di mezzogiorno,
ha perso la voce, l’appetito,
ha perso la voglia di alzare un dito,
ha perso il turno, ha perso la quota,
ha perso la testa (ma era vuota),
ha perso le staffe, ha perso l’ombrello,
ha perso la chiave del cancello,
ha perso la foglia, ha perso la via:
tutto è perduto fuorchè l’allegria.

La filastrocca, modificata dai miei bambini dove appare chiaro che è stata modificata, è di Gianni Rodari. La canzone della clip è “Giudizi Universali”, di Samuele Bersani, tratto dall’album del 1997 che porta il nome dell’Autore. In questa circostanza si tratta della versione interpretata da Ilaria (che io manco sapevo chi fosse fino a che Spotify, che come noto a tutti gli utenti è cattivo dentro, mi ha proposto la sua interpretazione). Nel complesso, mi sembra, è tutto chiaro: la canzone piace a lei, la filastrocca a lui. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Io amo quando mi regali qualcosa

gennaio 27th, 2016

Tu lo sai, siam fatti di meraviglie. E io non sono come il mio professore di istologia, quello un po’ guercio, che durante la lezione in cui ci spiegava l’epitelio disse: Beh, se io fossi stato nei panni del Padreterno avrei fatto le cose un po’ diversamente. Come a dire: che principiante, quel Padreterno lì.

Siamo fatti di meraviglie, dicevo: e io ho scelto il mestiere migliore per godermi le meraviglie. Io non sono come il patologo, che vede tutto quando ormai è troppo tardi per porci rimedio e le meraviglie cominciano a emanare cattivo odore. E non sono nemmeno il chirurgo, che non ha tempo per guardarle perché quando le ha sotto gli occhi il campo è immancabilmente imbrattato da sangue, pus e schifezze varie. Io, salvo i casi in cui c’è malattia, vedo il corpo umano così come deve essere, come il Padreterno tanto bistrattato dal professore di istologia deve averlo immaginato nel suo momento di massima ispirazione. Vedo simmetrie, incastri da Tetris tridimensionale, ardite ingegnerie, soluzioni semplici a problemi complessi. E ogni volta non riesco a restare impassibile, mi stupisco come un bambino e penso che la questione abbia dell’incredibile: una macchina fatta della stessa sostanza dei sogni, a momenti, eppure così adatta alla sopravvivenza e talmente robusta che, come ho detto e ripetuto fino allo sfinimento, morire è una delle cose più difficili del mondo.

Ecco perché quando penso al tuo naso, alla tua bocca che mi strappa baci, al bel collo che ti circonda la trachea, ai polmoni che contengono i bronchi, io mi commuovo. Perché è quella la strada attraverso la quale l’aria arriva ai tuoi polmoni, conduce l’ossigeno negli alveoli e di lì in circolo: e tu allora puoi correre, studiare, sorridere, e se fai tutte queste cose io sono felice. Felice due volte: per te e anche per me, che sapendoti felice a mia volta posso sorridere e godermi il caffè sereno del tardo pomeriggio. E poi ci sono i tuoi occhi, quelli con cui guardi il mondo con l’entusiasmo di bambina, che ho amato fin dal primo giorno che ti ho vista. Mi rimarrà per sempre, anche se sono un medico, il senso di mistero nascosto dietro la luce che li illumina: perché i tuoi occhi sono illuminati da dentro, e non da fuori. Così, quando mi illumini con il tuo sguardo, io mi commuovo; anche se poi faccio finta di niente e fingo di tossire, o che qualcosa mi abbia distratto.

C’è un grande mistero dentro ogni corpo umano: cosa dia realmente vita a quegli organi perfetti fin nei minimi particolari, che resistono a fame, sete, malattie e pure al tempo. Pensaci bene: un’automobile è costruita di acciaio, eppure dopo dieci anni è pronta per essere rottamata. Il nostro corpo dura molto più a lungo ed è costituito per lo più da acqua, qualche osso, un po’ di ciccia. Ma io lo so cosa ti anima. No, non è quel cervello così perfetto, simmetrico, tagliato come un diamante puro e molto più complesso di qualunque computer l’uomo abbia mai inventato: che io amo così tanto perché lì dentro c’è il tuo carattere, la tua memoria infallibile, ci sono i tuoi sogni, l’amore che provi. Quello che ti anima è il cuore, quel piccolo martello che porti nel petto e che io sento battere ogni volta che mi avvicino a te. Mi accosto al tuo petto, anche di notte, mentre dormi, appoggio l’orecchio e me ne sto interi minuti a sentirlo battere, implacabile, senza mai perdere un colpo. Il tuo cuore è il ritmo della mia esistenza, il metronomo della mia stessa felicità.

Il tuo cuore detta i tempi del mio: senza l’eco dei tuoi battiti, anche il mio rimane fermo.

(la canzone della clip è The book of love, di Stephin Merritt, ancora una volta cantata da Peter Gabriel nel solito album Scratch my back, uscito nel 2010. Probabilmente la più bella canzone d’amore mai scritta. Nel più bel disco di cover mai inciso)

Altro?

gennaio 23rd, 2016

Quando vivevo a Ferrara capitava di recarmi in un negozio qualunque di generi alimentari, mettiamo il salumiere all’angolo di strada (così ingiustificatamente caro che noi coinquilini lo chiamavamo, affettuosamente, “dal Ladro”), e chiedere un etto di prosciutto e un etto di mortadella. Il salumiere affettava il prosciutto e la mortazza con grande perizia, incartava la merce, la pesava (senza considerare la tara dell’involucro), la prezzava e poi chiedeva: Altro?

Dalle mie parti chiunque avrebbe risposto, banalmente: No, grazie, sono a posto così. A Ferrara la risposta alla domanda Altro? è, ancora stento a crederci dopo tanti anni, Altro. Avete capito bene: Altro, formula affermativa che in qualunque altro posto del mondo avrebbe indotto nel salumiere la inevitabile controdomanda: Cosa di altro, buon uomo? E che invece, nel microcosmo ferrarese, esauriva la faccenda dell’acquisto di alimentari in modo molto laconico e quantomeno bizzarro.

Tutto questo per presentarvi il seguente referto di un radiogramma standard del torace, peraltro vergato da una valente collega di reparto molto.

ref_Fotor

Dove campeggia, oltre all’ipotesi diagnostica (che, ricordiamoci, non dovrebbe mai mancare nemmeno in un banale Rx torace), anche un’ipotesi alternativa: Altro? Che a me fa sorridere proprio in virtù dei trascorsi ferraresi (ne ho riso anche con lei, che per fortuna è una ragazza di spirito), e che mi ha spinto a riprendere in mano le pagine della sezione O’ prufessore dopo parecchi mesi di latitanza.

Questo è l’esame, nelle due canoniche proiezioni ortogonali.

rx 01_Fotor

Rx 02_Fotor

Dove risulta evidente il pattern nodulare diffuso, ma diffuso proprio, che evoca subito l’ipotesi diagnostica paventata dalla collega; in questo, va detto, confortata dal rilievo ecografico di un utero molto sospetto per neoplasia primitiva. Dov’è, allora, il problema dell’Altro? Da vecchie abitudini semantiche, immagino, da formule prudenziali da Radiologia di inizio novecento che purtroppo hanno allignato anche nelle generazioni più recenti di professionisti; dalla paura che, pur con tutta la possibile buona volontà, la diagnosi finale possa non essere compresa in quelle messe nel novero, e allora Altro? ci dà l’impressione fallace di includere tutto quello che potrebbe rimanere fuori. Una specie di coperta di Linus, insomma, ma maldestra. In realtà Altro? non copre nulla, perché quando usiamo formule onnicomprensive come quella finiamo per includere tutto ma non poter escludere nulla, e in casi del genere pavento che un eventuale giudice possa essere molto meno comprensivo della formula che abbiamo deciso di usare, peraltro allo scopo evidente di pararci il posteriore.

Può dunque venirci in aiuto uno studio analitico della situazione, partendo come al solito dal paziente: che, in questo caso, è probabilmente affetto da una patologia oncologica. E proseguendo, sempre in modo analitico, con il radiogramma del torace: dove si riconoscono plurime opacità nodulari, di diametro variabile (fino a 12 mm, come segnala la collega, ma forse anche qualcosina in più), distribuite un po’ dappertutto. Nessuna predominanza lobare, nessun gradiente né sulla direttrice apico-basale né su quella assiale. Tutto lascia pensare, insomma, a un pattern nodulare random.

E’ chiaro che, in assenza di dati anamnestici specifici, possiamo subito escludere cause meno frequenti di manifestazioni radiologiche di questo tipo: per esempio la granulomatosi di Wegener, in cui comunque mediamente i noduli sono più grossi e possono anche avere margini sfumati; o l’artrite reumatoide, in cui i noduli hanno tendenza alla distribuzione periferica. E nemmeno parliamo degli amatomi polmonari multipli, eventualità talmente rara da poter tranquillamente essere dimenticata fino alla fine dei vostri giorni lavorativi, se mai ciò dovesse accadere. Rimangono quindi solo tre possibilità statisticamente significative: metastasi, tubercolosi miliare e silicosi.

Sulla tubercolosi aveva già detto tutto Felson, quando parlava di noduli miliariformi per evidenziare le piccole dimensioni delle lesioni (da 1 a 5 mm): ovviamente non è questo il caso perché alcuni dei noduli visibili, per quanto le lesioni elementari possano sovrapporsi sulla radiografia e apparire più ponderose di quanto siano nella realtà, sono molto più grandi. In più il laboratorio e la clinica, come immaginate debba essere nei pazienti infettivi, ci sono sempre di grande aiuto.

La silicosi può essere esclusa per motivi anamnestici, in quanto la signora in questione non ha mai lavorato in miniera né mai è stata esposta a polveri strane, ma anche radiologici: non si vedono linfonodi calcifici e le lesioni non predominano nei lobi superiori né nelle regioni dorsali dei polmoni, dunque la distribuzione è realmente random.

Questa è la TC, che conferma quanto giustamente sostenuto dalla collega.

tc cor_Fotor

Capiamoci, il problema in questo caso non è la diagnosi, che pure era stata fatta e che francamente lasciava spazio a pochi dubbi: anche mio figlio di 9 anni, con tutte le radiografie del torace che ha visto finora, avrebbe puntato il dito e detto: Papà, quante metastasi! Il problema è, come al solito, il metodo: l’analisi dei pattern ci consente in molte circostanze di venire a capo della diagnosi anche su esami basic, o considerati tali dal volgo, come il radiogramma standard del torace. E poi esiste un problema semantico, di cui si è discusso prima: quell’Altro? che chiude i vostri referti non rende giustizia alla vostra preparazione e vi espone agli strali del clinico. Il quale, forte delle sue poche certezze (cliniche, appunto), punta a sua volta il ditino sulla lastra e dice: Eh, ma sono metastasi! Cosa altro possono essere?

Quindi, per favore, piuttosto che scrivere nel referto Altro? inventatevi quello che volete, anche ipotesi diagnostiche fantasiose e ardite, ma risparmiatevi a tutti i costi quell’obbrobrio lì.

E con questo, ragazzi, mettetevela via: sono finalmente tornato.

Tu sei la ragione per cui io sono nato

gennaio 20th, 2016

Pensate all’evenienza, per niente remota, di portarsi dietro un nome strano: che so, Ardesia, Aventina, Magnolia.

Ecco, facciamo il proprio caso di Magnolia: donna di cinquant’anni, viso simpatico, che viene a fare un’ecografia. Dopo la visita e l’esame strumentale, e dopo averle spiegato il referto che ne seguirà, viene spontaneo chiedere il perché di quel suo nome così esotico.

La signora non fa una piega: figuriamoci se a farle la stessa domanda non sono state altre milioni di persone. Per cui dice: Mio padre ha fatto il militare a Bardonecchia, tanti anni fa. Conobbe una ragazza che si chiamava così e volle darmi il suo nome quando nacqui.

Radiologo: E sua madre? Non disse nulla?

Magnolia: Mia madre? Beh, diciamo che mia madre accettò la cosa.

Due le riflessioni inevitabili. La prima, diciamocelo pure tra noialtri, è che il papà di Magnolia non l’aveva mica mai dimenticata, la Magnolia numero uno. Certi incontri sono destinati ad accadere, anche se poi non conducono a niente di definitivo o al tanto venerato e-vissero-per-sempre-felici-e-contenti. Certi incontri accadono e basta: e lasciano il segno, anche se su molti di essi finiamo per farci viaggi mentali senza pensare che poi, magari, alla resa dei conti, non sarebbero sfociati in niente di speciale. Il bello è che noi non lo sappiamo e non lo sapremo mai: quel dubbio che ti rimane, in fondo al cervello o forse in fondo al cuore, non può essere risolto perché per fortuna la freccia del tempo ha una sola direzione e non prevede la doppia corsia di circolazione.

Ma c’è anche una seconda riflessione, che invece riguarda la madre di Magnolia. L’amore, come diceva qualcuno, deve essere paziente. Superare prove durissime, al confronto delle quali l’attraversamento a piedi del deserto del Sahara è una passeggiata domenicale fuori porta. Il vero amore deve essere paziente, dunque, ma anche comprensivo: capire che se cedi su qualcosa, a volte, avrai qualche altra cosa in cambio. Il cambio, per una madre costretta dare alla propria figlia il nome di un’altra donna mai dimenticata, può essere duro.

E io spero che ne sia valsa la pena, ecco. Spero solo che in dirittura del traguardo, a conti fatti, quel nome così strano sia valso la pena da sopportare.

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* La signora non si chiama Magnolia, è ovvio, ma facciamo finta che sia così. Il nome vero della signora è ancora più strano, credetemi sulla parola.
* * La canzone della clip è Downstream, da Even in the quietest moments. Supertramp, 1977.