E scusa se ti faccio male, se me ne vado via così

settembre 24th, 2016

In molti, prima di questi giorni frenetici che accompagnano la pubblicazione del mio romanzo, nemmeno sapevano che io scrivessi.

Qualcuno pensava a ragione che si, ho la penna facile, e che questa fissazione per la scrittura si manifestasse soprattutto nell’attenzione maniacale alla costruzione di un referto radiologico.

Qualcuno sapeva dell’esistenza del blog e mi aveva già detto che scrivo tanto, e a volte scrivo a sproposito. Qualcun altro, che mi conosce da sempre, sa che in quarta elementare riempivo il quaderno a righe con piccole storie di avventura: avevano come protagonisti i miei compagni di scuola e il maestro li leggeva a tutta la classe. Io, se devo essere sincero, durante quelle letture mattutine un po’ mi sentivo gonfiare di orgoglio e un po’ mi vergognavo. Come fanno i bambini, appunto.

Tra le molte domande a tema che ho ricevuto in questi giorni, la più frequente è stata questa: Sei tu il protagonista del tuo libro? Ma questa è una curiosità insana e inutile, non ha nulla a che vedere con la storia narrata. E’ gossip di terza categoria. E poi, e anche fosse, sicuramente non lo andrei a dire al primo che passa per strada.

Ma ce n’è stata un’altra, di domanda, più interessante e complessa. Perché scrivi?

Io credo che chiunque dedichi parte del suo tempo alla scrittura (ma anche a qualsiasi altra forma di espressione, beninteso) cerchi soltanto di dare sfogo al suo dolore. Quando qualcuno chiedeva a Luigi Tenco perché mai scrivesse solo canzoni tristi, lui alzava le spalle e rispondeva: Perché quando sono felice esco. Logica impeccabile. Stupida la domanda, piuttosto.

Perché esiste un dolore, dentro di noi, che non trova tregua se non in pochi e brevi momenti di grazia. E’ un dolore che nasce insieme a noi, non a caso il nostro primo istinto di neonati è piangere, e si accresce giorno dopo giorno. Le lacrime diventano prima un rigagnolo, poi un canaletto di scolo, quindi un piccolo torrente di montagna. Alla fine, quando riesci a realizzare la sua esistenza, si è già tramutato in una corrente sotterranea che trasporta con sé detriti, fango, rifiuti, e convoglia tutte queste schifezze nel grande mare in cui si mescolano le vite delle persone. E’ un dolore privato, è solo nostro e di nessun altro. Nessuno può comprenderne le ragioni, perché quelle fanno vergognare anche noi stessi. Al limite può condividerne gli effetti, ma sempre e comunque per poco tempo: perché ognuno ha già il suo da badare, di dolore, per accollarsi anche quello altrui.

Ecco: scrivere è come tracciare una mappa topografica di quella corrente sotterranea. E’ individuare la sua sorgente e la sua foce, numerare uno a uno gli affluenti che la ingrossano. Scrivere è come costruire una barchetta di carta per navigare su quella corrente alla meno peggio, senza farsi travolgere dai flutti: nient’altro che una navigazione solitaria in acque sporche. E’ illudersi senza speranza che alla fine il viaggio nel fiume tumultuoso del proprio dolore abbia fine e cominci la bonaccia del mare aperto. O che qualcuno decida di salire sulla tua barchetta traballante, con la poca mercanzia che ciascuno di noi possiede, per dividere un pezzo di strada.

Alla fine, credetemi, scrivere è un mestiere inutile: non placa il dolore, semmai lo acuisce. Ci sono dolori intraducibili, che non si possono riportare su una pagina bianca nemmeno per fini terapeutici. E infatti alcune storie costano una fatica inenarrabile, rimangono bloccate a lungo o per sempre nella punta della penna o delle dita perché sono più dolorose di un parto.

Date retta a me: io sono un cialtrone e la mia scrittura non è poi niente di che. Ma di quelli che scrivono bene, ma davvero bene, abbiate un rispetto vero: sono monaci cavalieri che si prendono sulle spalle tutto il dolore del mondo, e ve lo porgono in porzioni abbastanza piccole perché voi possiate sopportarlo senza impazzire.


La canzone della clip è “Volo così”, di Paola Turci, tratta dall’album omonimo del 1996. Ho scelto proprio questa canzone perché se dovessi pensare a qualcuno che conosce il significato della parola “dolore”, ecco, per istinto penserei subito a lei. Non so bene il perché, e non ho voglia di indagarne i motivi. So solo che la ascolto cantare, con quella voce incrinata, e ogni volta sono certo di non sbagliarmi.

Questi giorni arrivo dove sono diretto

settembre 21st, 2016

Stamattina presto ho fatto un sogno bellissimo, interrotto dalla sveglia che come al solito ha suonato intempestiva.

Eravamo morti, io e te, ma morti non è la parola giusta: più che morire è come se fossimo transitati insieme in un livello superiore di un videogioco qualunque. Senza soffrire, però, senza sentire nulla se non un piccolo scatto, una sensazione di impercettibile e rapida nausea come quando sei in volo e l’aereo attraversa un vuoto d’aria.

L’aldilà, in buona sostanza, era uguale all’aldiqua: persone, cose, abitazioni, strade. Forse solo i colori erano più vivaci, come se fossero stati ritoccati con un programma tipo Photoshop, i bordi degli oggetti più sfumati. I rumori erano ovattati, l’aria profumata come, immagino, doveva essere nei tempi antichi in cui prevalevano gli odori essenziali, elementari della natura. E a quanto pare c’erano le stesse difficoltà contingenti dell’aldiqua: problemi da risolvere, persone da incontrare e vite da vivere, insomma: solo che tutto era infinitamente più serio e ponderato, come se gli stati d’animo convulsi in cui viviamo tutti i giorni si fossero improvvisamente raffinati, e la qualità media delle persone che abitavano quel luogo fosse incommensurabilmente più elevata.

Vedo in lontananza un nostro caro amico e vado a stringergli la mano. Lui è lì e probabilmente da più tempo di noi, ha l’aria furbetta del nonno che accoglie in caserma i rospi appena venuti fuori dal CAR. Mi dice, sorridendo: Vuoi davvero stringermi la mano? Qui non si usa più. E io in quel momento riesco a percepire perfettamente la gioia che ha di vederci,  me e te, mille volte meglio che se ce lo dicesse a parole; e si, comprendo alla perfezione quello che mi ha voluto dire.

Poi io e te ci guardiamo, sorridiamo anche noi increduli e ci avviamo tenendoci per mano lungo una strada diritta, apparentemente senza fine, con edifici altissimi su entrambi i lati della strada, in questa strana città dai colori incredibilmente vivi e dai contorni sfumati: sapendo che nulla di ciò che ci aspetta sarà facile, ancora una volta, ma che almeno siamo insieme anche in quest’altro viaggio.

Poi la sveglia è suonata, ma ecco, te lo volevo solo raccontare.

Ciao.


La canzone della clip è “True love will never fade”, di Mark Knopfler, dall’album “Kill to get crimson” (2007).

Le interviste radiologiche possibili #2 (Napoli)

settembre 18th, 2016

Ho conosciuto Alfredo Siani quando era Presidente della SIRM. O forse, per essere pignolo, dovrei dire che fu lui a conoscere me: aveva cominciato a bazzicare il blog e dopo la pubblicazione della mia Guida minima allo sopravvivenza dello specializzando in Radiologia mi dedicò un commento che è ancora gelosamente conservato negli archivi del sito. D’altronde anche io ero entusiasta della rubrica che Siani curava personalmente sul portale societario: mi sembrava lodevole che un Presidente avesse voglia di aprire un dibattito con la cosiddetta “base”, con i radiologi da trincea lontani anni luce dalle aule universitarie, e decidesse di estenderlo anche a temi che fino a quel momento erano rimasti decisamente tabù. In particolare, restai senza parole dopo aver letto l’editoriale in cui il Presidente sparava a zero sulle elezioni bulgare, quelle con in lizza un solo candidato o consiglio direttivo, e sui mammasantissima (li chiamò proprio così, con un linguaggio forse di non casuale matrice malavitosa) che non avevano alcun interesse a cambiare lo status quo. E’ da allora che tengo a freno la voglia di porgli un paio di domande serie, di quelle che non accettano risposte diplomatiche: e finalmente ne ho avuto l’occasione.

Passare una sera con Alfredo Siani è un’esperienza che porta con sé almeno due elementi sconcertanti. La prima: l’uomo è un fiume in piena e mentre sviscera un’argomento ne sta già toccando altri due o tre, che verranno lasciati cadere e ripresi dopo, quando meno te lo aspetti, come se la narrazione non fosse mai stata frammentata. La seconda: Alfredo Siani ha una memoria formidabile. E’ in grado di ricostruire eventi persi nella nebbia degli anni ricordando il giorno preciso in cui si sono svolti, a volte l’ora, l’esatta cronologia dei fatti che li compongono e le persone presenti sulla scena. Ma su questo punto torneremo durante la narrazione.

Ci siamo dati appuntamento in strada, a due passi dal lungomare. Lui, puntualissimo e sorridente, è passato a prendermi con la sua Smart.

Siani: Ahò, mica ti pensavi che venivo a prenderti con la Mercedes?

Gaddo: Buonasera, Presidente, come sta?

S: Eeeeh, guagliò, facciamo subito il patto che mi dai del tu. Del lei si dà a chi rompe i coglioni.

G: D’accordo. Sai com’è, mi hanno educato fin da piccolo in modo abbastanza rigido.

S: E a me lo dici? Io ho studiato alla Nunziatella, figurati che educazione ho ricevuto.

La Nunziatella è un istituto militare napoletano di formazione scolastica secondaria, molto prestigioso. Più volte, nel corso della serata, tornerà fuori questo accenno alla sua educazione, al rispetto degli impegni presi e all’onestà intellettuale. Camuffata sotto mentite spoglie, dietro la maschera di un sorriso che non lo abbandona mai: nemmeno quando gli occhi gli si velano di tristezza. Comunque Alfredo Siani sa bene cosa lo aspetta, portandomi a cena fuori, e ribalta subito lo schema classico di qualunque intervista che si rispetti.

S: Tu vuoi sapere cosa penso della SIRM, vero?

G: Certo che lo voglio sapere.

A questa domanda non risponde subito, né risponderà durante la cena. Solo alla fine, in auto, di ritorno in albergo, la riformulerò e lui darà la risposta definitiva. In compenso ha immediato inizio la narrazione a fiume di eventi che posso riportare solo in minima parte, per motivi facilmente intuibili. Parto invece dai suoi esordi, di quando il martedì si faceva in auto la tratta Napoli-Cassino e ritorno per lavorare in una clinica privata.

S: Tenevo famiglia, Gaddo, non c’era molta scelta. Lavoravo anche da solo, a volte senza nemmeno il tecnico: non sai quante urografie ogni mattina. Due pazienti alla volta, facevo fare le dirette e gli strati e poi partivo con i contrasti. (ride) Questi vomitavano, figurati, coi contrasti ionici che c’erano allora. Alla fine guardavo i risultati e capitava che un in un esame non ci si capisse niente perché magari il Paziente aveva fatto un contrasto digerente pochi giorni prima e aveva l’intestino pieno di bario, e io manco avevo visto le dirette. Oppure facevo quindici stomaci in una mattina, o quindici clismi. Mescolavamo noi il bario, a mano, mica c’erano le confezioni monodose come ora.

G: Con il doppio contrasto?

S: No, figurati, questa era una tecnica che poi avrebbero cominciato a fare quelli di Genova. Io una specie di doppio contrasto lo facevo con gli stomaci, davo ai pazienti un alka selzer. (ride ancora) Quando gli altri appena cominciavano a fare ‘sta roba del doppio contrasto noi a Napoli già avevamo cominciato in modo artigianale.

G: Avevi anche altre attività?

S: Certo, le angiografie in un’altra casa di cura. All’epoca arrivavo, avvertivo l’anestesista perché i pazienti venivano addormentati, e facevo l’angiografia. Poi quando il paziente si svegliava era già arrivato il professore, così il paziente vedeva la sua, di faccia, e non la mia. Erano altri tempi, che ‘vvuò fa, cosa vuoi farci.

G: E poi?

S: Poi ho deciso che dovevo fare il primario, e sono riuscito a andare a Ischia. Ogni mattina pigliavo l’aliscafo e andavo sull’isola.

Quando parla dell’esperienza di Ischia gli occhi gli si illuminano. Io non riesco davvero a immaginarmelo giovane, entusiasta, chiuso in una prigione le cui sbarre erano fatte d’aria. Eppure lui invece parla benissimo di quel periodo.

S: Ci siamo divertiti, abbiamo dimostrato che non bisogna stare nel posto importante per lavorare bene e scrivere pubblicazioni e libri. Una volta c’era un’urgenza, sono arrivato in barca. Ho spiegato al paziente per filo e per segno che gli avremmo fatto l’angiografia e lui: Dottò, facite chello c’avite fa’ ma nun me dicete ‘cchiù niente, Dottore, fate quello di cui c’è bisogno ma non ditemi più nulla! (ride di gusto, e io con lui)

G: E poi?

S: Poi c’è stata Pozzuoli. A Pozzuoli stavo a casa mia, si erano creati bei rapporti con tutti, sono stati gli anni più belli. Quando poi mi sono trasferito al Pascale le cose sono diventate più difficili. Forse dovevo entrare a gamba tesa per risolvere i problemi, e invece ho provato a moderare. Tu ricordatelo sempre, che certe volte moderare non è proprio possibile.

Certo, a volte è davvero difficile non sbattere il pugno sul tavolo e urlare: adesso basta, si fa così perché lo dico io. Ma poi, e anche lui mi è sembrato d’accordo, la strada che da’ maggiori soddisfazioni non passa necessariamente per l’autocrazia o per le scenate di corridoio. L’ho sempre pensato anche io: avere una visione non basta, se non sei in grado di condividerla con i tuoi collaboratori e condurli con te verso l’orizzonte che hai pensato di scorgere. Ma lui, con qualche anno in più sul groppone rispetto al vostro cronista, è di certo più disilluso. Parliamo di una nota personalità radiologica italiana, che lui stima moltissimo, e per qualche secondo si incupisce.

S: Lui è veramente di un altro livello. Se mia figlia volesse fare radiologia la manderei a studiare nella sua Scuola, probabilmente, Però lo vedi, no? In lui la scorgo benissimo, la vera solitudine del capo. Quando sei lassù in alto sei solo per forza. Io però ho un altro carattere.

Alfredo Siani, quando parla della figlia, perde qualunque genere di barriera emotiva. Il sorriso gli si apre naturale sotto gli occhi furbi: accadrà molte volte, durante la nostra chiacchierata.

G: Me ne sono accorto alla sessione del Radiologo Invisibile. A te piace ancora quella roba lì, ti piace stare sul palco e anche quello che segue la sessione, no? Infatti volevo venirti a salutare, ma tu eri molto impegnato.

S (sogghignando): Fingevo di essere impegnato, è il mio animo di attore. Quello che farò da grande.

Sembra un luogo comune, ma ogni buon napoletano deve essere un bravo attore: è la differenza qualitativa sostanziale tra un napoletano doc e un povero casertano di provincia come me, tagliato a spigoli e più adatto ai climi calvinisti che a quelli mediterranei. Una dote, peraltro, che gli invidio oltre misura. Ma c’è un altro argomento che riesce a fargli virare l’umore: il Cardarelli, l’amore della vita mai realizzato. Quando ne parla ha lo sguardo e la voce dell’innamorato perso.

S: Eh, il Cardarelli è il Cardarelli, non c’è niente da fare. Non era il destino mio.

G: E la SIRM, invece?

S: Sono partito a fare il consigliere, poi ho fatto il vicepresidente. Alla fine anche il Presidente, io non me l’aspettavo e forse qualcuno pensava che fossi più manovrabile. Invece a me nisciuno m’o dice, chello ch’aggia fa’, nessuno può dirmi cosa fare.

G: Come è andata? E’ incredibile come ricordi tutto nei minimi particolari, hai una memoria pazzesca.

S: Non è questione di memoria. E’ che ho ricevuto parecchi sgarbi, e gli sgarbi non si dimenticano. Però ho cercato lo stesso di fare un sacco di cose, e alcune insieme al mio consiglio sono riuscito anche a portarle a termine. La Casa di Roma, per esempio, in tanti erano contrari.

G: E questo congresso SIRM, a Napoli? Il primo giorno sono morto dal caldo, il secondo faceva così freddo che non riuscivo nemmeno a parlare in aula, durante la mia presentazione.

S: E ti sta bene! Io ho alcuni amici del nord che, non potendo lamentarsi di nulla, si sono lamentati del caldo. Bene, il buon Dio ha provveduto a far piovere e a fare fresco. Ma ovviamente le critiche non si sono fermate, e allora le aule erano troppo piene, coi ragazzi seduti a terra, o troppo vuote, o non abbastanza insonorizzate! O la mostra tecnica era troppo grande! Allora ti voglio dire il commento di mia figlia appena laureata in medicina, lei non farà la radiologa, che non era mai stata a un congresso così importante. Sai che ha detto? Papà, questo congresso è bellissimo!

Però devo ammettere, da umile cronista, e lui mi farà un cazziatone che non finisce più per averlo scritto, che alcune delle obiezioni poste non erano peregrine. Giovedì mattina ho parlato di torace in un’aula da cento posti che era gremita all’inverosimile, con persone che premevano fuori per entrare, e si schiantava dal caldo. Il giorno dopo, nell’aula interattiva, l’esatto contrario. In ogni caso parliamo ancora della SIRM, della sua storia, del carattere di alcuni suoi protagonisti degli ultimi anni: sono considerazioni che rimarranno personali, per ovvi motivi, e non potranno mai essere rese pubbliche. Intanto ci avviciniamo all’albergo.

S: Allora, t’è piaciuta ‘sta pizza, ti è piaciuta questa pizza?

G: Certo che mi è piaciuta, a Treviso mica le fanno così buone. Ma c’è un’ultima cosa che vorrei chiederti.

S: Quale?

G: Mi dici perché, dopo tutto quello che è successo, tu sei ancora così legato alla SIRM?

Alfredo Siani, per la prima volta in tutta la piacevole serata, diventa irrimediabilmente, categoricamente serio. Gli occhi gli si fanno di pietra calcarea: mi guarda per qualche secondo senza parlare, poi finalmente risponde.

S: La SIRM è un’istituzione seria, e io sono stato educato a credere nelle Istituzioni. Le persone passano, ricordatelo, ma l’istituzione rimane.

Ci stringiamo la mano, facciamo la foto di prammatica. Lui ha per me un ultimo sorriso ironico.

G: Buonanotte, Presidè.

S: Domani al congresso copriti! E la prossima volta che vieni a Napoli porta tua moglie e i bambini, che ci penso io a farli divertire.

(Napoli, 18/09/2016)

Processed with Snapseed.

Ci sono parole che potrei usare, ma ho paura di dirle (cronache dal congressone #4)

settembre 17th, 2016

L’aspetto sorprendente della sessione più importante del giorno, quella che parlava del radiologo “invisibile”, è che i radiologi alla fine sono stati invisibili sul serio: aula grande e poca affluenza, specialmente da parte della popolazione congressuale più giovane. Che peraltro partiva dall’idea espressa in un editoriale scritto a quattro mani con Gianni Morana, pubblicato sul giornale di categoria e che volendo potete rileggere qui.

(Inciso: brutti disgraziati di specializzandi o neospecialisti, lo so che tanto contavate di leggere il riassunto sul blog, ma questa sessione era pensata per voialtri. Noi di una certa età abbiamo già il cammino segnato ma voi no, qualcosa per voi può ancora cambiare in meglio ma bisogna che prima ve ne rendiate conto. Oggi era una di quelle occasioni: e invece avete fatto fare una figura barbina a tutti davanti a un giornalista della carta stampata che adesso andrà in giro a dire che alla sessione c’erano due gatti)
(Secondo inciso: c’erano due Presidenti SIRM, è vero, ma è stata piuttosto imbarazzante anche l’assenza di altre figure istituzionali. E poi ci lamentiamo dei giovani)

E pensare che il Presidente Siani, dopo l’introduzione di Gianni Morana, era partito alla grande chiedendo all’uditorio: ma non è che per caso ci ha fatto comodo , a noi radiologi, restare invisibili? Che si lavori nel pubblico o nel privato, l’invisibilità garantisce meno rotture di scatole al punto che il pubblico confonde le potenzialità dell’apparecchiatura radiologica con quelle del radiologo che referterà l’esame, e lì prende la cantonata del secolo. E anche per quanto riguarda la scelta dell’esame più appropriato, che buon senso vuole venga effettuata dal radiologo e non da un clinico che nemmeno sa in cosa consista l’esame, siamo proprio sicuri che i radiologi lo vogliano veramente? Domanda legittima: perché l’assunzione di responsabilità comporta impegno, e l’impegno è notoriamente faticoso.

La patata bollente è però rimasta in mano a Roberto Maroldi, a cui viene fatta la seguente domanda: come li formiamo questi nuovi radiologi, allo scopo di proteggere la categoria dal disastro? Sarò breve: il professore ha detto tante cose, e come al solito più che un semplice intervento ha concepito una piattaforma programmatica di grande complessità intellettuale, ma il concetto fondamentale resta sempre lo stesso. Inutile parlare di percorsi che insegnino la corretta comunicazione con tutti, colleghi e pazienti, se poi alla fine il nostro lavoro non torna utile a qualcuno e il punto davvero critico non torna a essere la reale competenza del radiologo.

(qualcuno di cui tacerò il nome, nelle prime file, a questo punto ha le palpebre pesanti ma riesce stoicamente a resistere sbattendo le medesime con un incredibile ritmo da samba)

Io penso di essere esagerato, quando suggerisco ai miei colleghi di essere parecchio esaustivi nel descrivere sul referto le indicazioni all’esame, ma devo dire che come al solito Maroldi è su un altro livello: e per umiliarci ha mostrato un referto del suo istituto in cui le indicazioni occupavano metà pagina e la tecnica di esame un altro terzo. Esagerato, dice qualcuno. E invece no, perché se vogliamo difendere la centralità della clinica nella professione radiologica bisogna che nel referto si parli di clinica, e non ci si limiti a mostre fotografiche degne della fiera dove si è svolto il congressone ma del tutto inutili all’unico fine che il referto riveste, ossia di comunicare conclusioni utili a qualcuno.

A questo punto la palla è passata al giornalista, Vicinanza (nome quantomai opportuno, visto il tema della tavola rotonda), il quale ha raccontato una sua personale esperienza ospedaliera in cui, condotto nel reparto di Radiologia, ha avuto la sensazione sgradevole del contatto con macchine e non con uomini: il che, se ci pensate bene, è proprio il limite fisico della nostra invisibilità professionale. Carmelo Privitera, il nuovo Presidente SIRM, si è detto addolorato e ha espresso un concetto basico sul quale sinceramente non avevo mai riflettuto: siccome non esistono e non posso esistere radiologi in grado di occuparsi di tutto lo scibile medico, c’è bisogno soprattutto di una visibilità di gruppo. Concetto notevole sul quale mi riservo di esprimere riflessioni personali, ma non prima di averlo digerito come merita. Perché sento a istinto che sotto le parole di Privitera si nasconde qualcosa di molto buono, ma devo capire in che modo questo buono può essere portato alla luce senza far danni.

(Il giornalista chiude il suo intervento dicendo: è molto faticoso raccogliere il dolore degli altri. Non hai neanche idea, giornalista, di quanto sia faticoso. Di quanto snervi i medici, anche quelli più corazzati. Di quanto sarebbe necessario il supporto di uno psicologo ospedaliero, dedicato unicamente ai medici)

La sorpresa del giorno è però rappresentata dal Direttore Generale di una regione non lontana, il quale ha parlato criticamente di come negli ultimi anni si sia realizzata una aziendalizzazione della sanità piuttosto “casereccia” e tutta fondata sui numeri, mentre adesso l’orientamento è verso l’appropriatezza: parole di conforto dopo che due anni fa un suo collega aveva usato tono differenti e abbastanza bellicosi (potete ricordare il tutto cliccando qui). Il decisore ha posto un quesito semplice e complesso al tempo stesso: chi legittima il ruolo del radiologo? Beh, direte voi… porca miseria, ma a noi chi cavolo ci legittima? Il paziente o i colleghi che richiedono al nostro servizio prestazioni radiologiche? L’idea di base, condivisibile, è di recuperare prima il rapporto con il clinico, poi quello con i pazienti: anche perché le due cose sembrano in relazione reciproca molto stretta. Ma quando Gianni Morana ha chiesto se una santa alleanza tra medici e amministratori potrebbe ridurre il gap con i pazienti il DG ha sbottato: Beh, se siamo ancora a questo punto qui stiamo inguaiati! E invece no, è proprio a questo punto che siamo: e le amministrazioni farebbero bene a riflettere sull’evidenza che più tempo per i pazienti significherebbe in automatico anche meno contenziosi, liti e richieste di risarcimento. Un po’ di numeri in meno, forse, per una medicina qualitativamente migliore e con cittadini meno indemoniati verso ospedali e istituzioni.

Ma il DG a quanto pare sa di cosa parla, e chiosa la metafora del parrucchiere con quella del meccanico: se mi si rompe l’automobile io cerco il meccanico bravo, non il primo che trovo. Il quale magari mi costa anche meno, ma il suo lavoro è meno accurato e sulla lunga distanza avrò pagato di più. Ecco, questa è la morale della tavola rotonda di oggi: impegnatevi, ragazzi, perché altrimenti sarà più semplice affidare il lavoro a uno più bravo di voi. O, peggio ancora, scegliere il meccanico più economico.

(e grazie, Gianni)


La canzone della clip è “Invisible”, di Alison Moyet: per un bel tuffo tutti insieme nel bel mezzo degli anni ottanta, invisibili come la cantante pop delusa in amore e noialtri radiologi da trincea.

Sogni, è lì che devo andare (cronache dal Congressone #3)

settembre 16th, 2016

Non ci si becca mai, nella vita, questo ormai è chiaro agli ottimisti più accaniti come il sottoscritto. Appena ieri ho prodotto le mie geremiadi sul caldo furioso napoletano, poi stamattina mi sono svegliato con il solito mal di testa, fuori c’era il sole e ho pensato: mica ci rimarrà male qualcuno se una volta tanto non vado a esporre una presentazione ufficiale in giacca e cravatta? Certo che nessuno ci rimarrà male: per cui ho fatto la doccia, infilato un pantalone e una polo e sono uscito. Dieci minuti dopo essere entrato in Fiera d’Oltremare è venuta giù una pioggia torrenziale e il condizionamento congressuale è stato pompato a mille, grazie probabilmente alle lamentele dei cretini del giorno prima come me. Morale: a un certo punto, mentre parlavo, c’era talmente gelo nella sala interattiva da quattrocento posti che ho cominciato a perdere la voce e, giuro, a battere i denti. Ho chiesto scusa all’uditorio e cercato in qualche modo di tirare la fine del discorso: una volta tanto, giuro anche questo, non era la solita ansia da prestazione di fronte al Maestro ma vero, autentico freddo polare.

Espletato l’obbligo formale, la giornata per il resto è scivolata via tranquilla. Prima del panino napoletano e della birra in buona compagnia ho rivisto due care colleghe di specialità, di quelle che non vedevo da tempo immemore, e ancora una volta ho riflettuto sulle opportunità recondite del Congressone: che ha il pregio, tra gli altri, di rimetterti in linea con il tuo passato. Di farti ricordare da dove vieni, chi eri prima di infilarti giacca e cravatta (non oggi, tuttavia, ma l’avessi fatto) e salire su un palco a dire la tua. E di aggiornarti sul destino degli altri compagni di viaggio: che non è mai migliore o peggiore del tuo, come qualcuno può credere. Solo diverso, espressione dei sogni che ciascuno di noi ha formulato, della capacità di realizzarli e della fortuna di esserci riusciti.

Perché ormai lo sapete anche voi: il punto nodale è la fortuna. E quella, come la felicità, e a differenza di altro, non la puoi davvero comprare.


La canzone della clip è “Not over you”, di Gavin DeGraw, tratta dall’album “Sweeter” del 2011.