dicembre 11th, 2019

Sotto Natale.

Fretta di tornare dal lavoro, di fare la spesa prima che il centro commerciale chiuda. Di comprare gli ultimi regali, se possibile. Comunque, di ritornare a casa per qualunque dei mille motivi per cui ritornare a casa, quasi sempre, è bello.

Magari ti sei distratto perché guardavi il cellulare, pur sapendo che non dovresti mai e poi mai farlo. O forse eri solo stanco per il lavoro da bestie della giornata, e non hai visto l’auto che usciva da una stradina secondaria. Fatto sta che è un attimo, uno stridio di freni, uno schianto mostruoso, e la tua automobile è un cartoccio di lamiere fumiganti. Qualcuno si avvicina, chiama il 118. Tu hai male un po’ dappertutto, specialmente quando ti estraggono dall’abitacolo, ma finalmente puoi permetterti di perdere i sensi. Ti stanno portando in ospedale, qualcuno si prenderà cura di te.

In ospedale non perdono tempo, di corsa in Radiologia. Il trauma è a elevata energia, nessun radiologo contesterà mai l’urgenza (o almeno si spera: i contestatori a oltranza dovrebbero capire che è meglio cambiare mestiere, ma questo tu non puoi saperlo). Alla fine, per fortuna, ti ricovereranno solo in ortopedia perché hai parecchie fratture e nient’altro di grave. Nient’altro, tranne quel piccolo nodulo al rene destro. Piccolo, meno di un centimetro, eppure lì, in agguato, da chissà quanto tempo, che aspettava solo di crescere tranquillo e famelico, fino a divorarti da dentro come se tu fossi una mela e lui il verme. Il radiologo lo vede, lo segnala e già è partito il progetto di cura che nel giro di poche settimane ti vedrà operato e, si spera viste le dimensioni del tumore, guarito. E tu, che maledicevi la sfortuna perché a cinquant’anni ti era capitata questa disgrazia dell’incidente quasi mortale sotto le feste, e la macchina distrutta, e le fratture, e il ricovero, e l’assenza dal lavoro, dovrai quasi benedirla quella sfortuna che ti ha colto a 50 anni, nel pieno della tua maturità. Perché ti ha salvato la vita, semplicemente. Ti ha salvato la vita.

Invece quell’altro cinquantenne che era passato indenne attraverso le tempeste della vita senza mai un maroso, mai un problema di nessun tipo, che ha cominciato ad avere male al fianco e poi, una brutta mattina, ha urinato sangue, ecco, quel tuo coetaneo il tumore al rene ce l’aveva, ma dieci volte più grosso del tuo. Anche lui sarà operato, perché la diagnosi è stata fatta, ma non sapremo quanto tempo sopravviverà alla bestia.

Questa è la situazione: vicini di letto, stessa età, stesso problema. Quello che sembrava più sfortunato di tutti aveva un angelo custode dietro le spalle, oppure semplicemente non era arrivato il suo momento. L’altro, che invece sembrava messo meglio, se la vedrà brutta. E la morale è sempre la stessa, se vuoi persino banale: quel periodo di sfiga micidiale forse ti è stato inviato perché tu domani, paradossalmente, potessi star meglio. Se non credi in nessuna entità superiore, invece, concluderai di essere stato solo molto fortunato e da quella sfiga potrai trarre i dovuti insegnamenti, se riuscirai a riconoscerli e farne tesoro. In tutti e due i casi, un medico e un ospedale si saranno presi cura di te.

Perché finché durerà ancora la nostra sanità pubblica, una cosa è certa: ognuno avrà un piccolo angelo custode con il camice bianco, da qualche parte, pronto a prendersi cura di voi.


La musica della clip è “Blue train”, di John Coltrane. Inutile aggiungere altro, credo.

E ora che abbiamo capito che siamo soltanto richieste di aiuto

dicembre 7th, 2019

Ormai siete abituati al mio regalo di Natale, e sapete che ogni anno non posso esimermi dal produrre saggistica da due soldi (vedi omonima categoria) e condividerla con voi.

Questa volta non racconto storie d’amore e morte, non parlo di viaggi o di supereroi. Questa volta si tratta di un’analisi, vi avviso che è molto lunga e tortuosa, sullo stato pietoso del nostro servizio sanitario nazionale. Nasce dall’esperienza personale dell’ultimo anno e mezzo, dalla quale riemergo a pezzi ma ancora vivo, e dalle riflessioni che ho fatto quando le cose sembravano veramente disperate. Non che adesso non lo siano, intendiamoci, ma almeno l’orizzonte è più chiaro.

Se volete leggerla, armatevi di tempo e pazienza e cliccate qui. Se avete problemi di ansia, o problemi con il sottoscritto, fate pure a meno: è un periodo felice in cui mi sento particolarmente, come dire, un tantinello reattivo. Pertanto, non rispondo pienamente delle mie reazioni.

Buona lettura. Gli auguri magari ce li facciamo più avanti.


La canzone della clip è “Scomparire”, tratta dall’album “Solopiano” del 2017. Album meraviglioso, da ascoltare tutto ripetutamente e somministrare due volte al giorno ai cantanti da talent, anche quelli che hanno fatto successo.

Sembra che per qualcuno niente sia mai abbastanza buono

novembre 18th, 2019

Esiste un libro che parla di metafisica dei ponti?

Forse si, come d’altronde per qualsiasi argomento, e sicuramente ne scaturisce una metafisica prevedibile e banale. Il ponte unisce due sponde più o meno lontane, lo sappiamo tutti. Permette agli abitanti delle due sponde di incontrarsi, beffando con grande eleganza il confine fisico più naturale che esista. Il ponte è metafora non solo di avvicinamento tra due sponde lontane ma anche di superamento di quel confine. Non a caso il primo tratto dei ponti ad arco, quelli delle fiabe, in genere è in salita: perché oltrepassare un limite vero costa sempre fatica e sacrificio.

Ma il ponte è una struttura intrinsecamente fragile. Le piramidi egizie sono in piedi da (almeno) cinquemila anni, i ponti romani invece sono quasi tutti crollati. D’altronde far crollare un ponte è facile, basta minarne i pilastri portanti: è quello che si fa in guerra, di norma, quando ci si ritira. E non a caso il primo bersaglio dei bombardamenti aerei è il ponte, perché bisogna isolare gli avversari e impedire che ricevano rinforzi e rifornimenti.

Distruggere un ponte è facile, quindi. Costruirlo no: ci vuole l’intuizione, il progetto; e poi il genio pontieri, un ingegnere o un architetto, un gruppo di muratori capaci. Ci vuol tempo, a fare un ponte; e ce ne vuole pochissimo quando si tratta di distruggerlo, talmente poco che non basta a ragionare sulle conseguenze, spesso estreme, di quel gesto. Ci si accorge solo dopo di essere rimasti isolati su una sponda, magari quella sbagliata. Che era bello poterlo percorrere avanti e indietro, a proprio piacimento, andare a comprare il pane oltre fiume, in quel panificio fantastico, o attaccare lucchetti alle ringhiere come nei film di Moccia.

Non è vero che ognuno di noi ha costruito ponti nella vita: in tanti sono capaci solo a buttarli giù, i ponti. Lo scoppio degli ordigni eccitano queste persone, la vista delle macerie fumanti le esaltano. L’unico godimento che riescono a provare è nella distruzione, nell’annichilimento. Vedere le persone isolate, sull’altra riva, o senza timone tra i flutti impetuosi del fiume li manda in brodo di giuggiole: specialmente se su quella riva si sono sentiti inadeguati. E pazienza se cambiare riva non migliorerà la loro percezione di se stessi, e finiranno per sentirsi comunque inadeguati: l’essere umano è quello che è, e da Freud in poi ci hanno provato in tanti a far luce su connessioni neuronali che secondo me resteranno per sempre un gran mistero.

È stato proprio parlando di ponti crollati che un’amica, anche lei in qualche modo grande ammiratrice di Freud, mi ha mostrato un punto di vista differente sulla questione: puoi guardare il ponte crollato e pensare che la fatica per costruirlo è stata inutile e che nessuno ci transiterà più sopra, oppure puoi pensare che grazie a quel ponte poche o molte persone sono passate oltre il fiume, sull’altra riva, e lì a loro volta hanno costruito il loro ponticello.

Oppure sono diventati loro stessi un ponte: ma questa aspirazione, come direbbe la mia amica, ha più a che fare con un disturbo narcisistico della personalità. Meglio limitarsi a passare i mattoni, come diceva un altro, caro amico del mio recente passato.


La canzone della clip è “Circle”, di Eddie Brickell and New Bohemianas, tratta dall’album “Shooting rubberbands at the stars” del 1988. Un giorno di luglio del 1989, mentre studiavo patologia generale e non sognavo altro che di tornarmene a casa per il mese di agosto senza esami da preparare, dalla casa di fronte venne fuori la musica di questa canzone. Il vicino di casa la suonò spessissimo in tutti i giorni a seguire, fino a quello dell’esame: e per me, che venivo fuori da un periodo difficile ma sentivo che le cose si stavano finalmente mettendo meglio, fu una musica foriera di buona fortuna. In seguito ascoltai tutto l’album, che mi piacque molto: “Circle” da allora rimane in un posto speciale del mio cuore.

Alcune cose sembrano migliori, piccola, semplicemente attraversandole

ottobre 31st, 2019

Oggi ho fatto una biopsia sotto guida TC di una massa retroperitoneale, forse una metastasi a partenza da un tumore al momento non noto.

Sono arrivato nella sala e il Paziente era già a pancia sotto sul lettino. Mi sono inginocchiato, perché anni di esperienza mi hanno insegnato che in casi come questi i Pazienti sono come i bambini, devi parlare alla loro altezza di sguardo, e gli ho spiegato cosa avremmo fatto di lì  a poco. Lui ha annuito e mi ha fatto la solita, comprensibile domanda: Sentirò male?

Non troppo, ho risposto io, che non sopporto di mentire ai miei Pazienti e mai vorrei che un medico mentisse a me.

La procedura è andata bene, come capita nei casi particolarmente fortunati, e in un quarto d’ora era già tutto finito.

Già fatto? mi ha chiesto incredulo.

Certo, finito.

Bravissimi, bravissimi tutti, ha detto lui. Aveva quasi le lacrime agli occhi per il sollievo.

Poi mi ha preso il polso e lo ha stretto forte. Mi ha guardato fisso negli occhi e aveva lo sguardo dolente, mentre pronunciava la sua frase a metà strada tra l’affermazione e la domanda: La nostra è un buona sanità!?

Io l’ho intesa come una domanda. Ho poggiato il palmo dell’altra mia mano sul dorso della sua, che ancora mi stringeva il polso, e gli ho risposto solo: Cerchiamo di resistere, facciamo quello che possiamo.

Poi lo hanno portato via in barella. Spero non si sia accorto che pochi secondi prima stavo per commuovermi anche io: per la bellezza selvaggia e assurda del mio lavoro, per le difficoltà incredibili dell’ultimo anno che quella bellezza alla fine non l’hanno scalfita, per la paura che ci portino via uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, insomma per tutto.

Ma lui per fortuna era già fuori dalla sala TC.


La canzone della clip è “Sacrifice”, scritta e cantata da Elton John, nella preziosissima intrepretazione di Sinead O’ Connor tratta dall’album “Two rooms” del 1991 (dove nomi famosi si sono misurati con le più famose canzoni del baronetto inglese). Ascoltatela bene.

Non sono tua madre, non sono tua moglie, non sono quella che farà la cosa giusta

ottobre 22nd, 2019

Bentrovati a tutti: dopo un prolungato silenzio del quale, magari, se avrò voglia, parleremo tra qualche tempo.

Ritorno con una recensione di un articolo tratto da Radiographics, che parla degli effetti della radioterapia sulle strutture toraciche e di cosa noi radiologi possiamo fare per descriverli correttamente. Se vi va di leggerlo, cliccate qui. E se dovesse essere di vostro gradimento ringraziate Peppone, che qualche giorno fa a Palermo, mentre mi viziava su un ristorante vista mare a Terrasini, parlando della mia assenza prolungata ha fatto gli occhioni da Gatto con gli stivali nella saga di Shreck e ha detto: Non puoi sparire nel nulla!

Io: Perché?

E lui: Ma perché tu sei didattico!

Quanto a me, un po’ alla volta tornerò nel giro. Datemi solo il tempo, e forse nemmeno tanto.


La canzone della clip è “Bad Woman Blues”, di Beth Hart, dall’album “War in my mind” (2019). Cantante di rara bravura e donna di raro fascino, come si evince dal video. Godetevelo: come dice Beth, ricordate che le brave ragazze (e i bravi ragazzi, per estensione) perdono sempre. Ma anche che gli stronzi, in genere, non se la passano molto meglio.