Dobbiamo entrare per uscire

novembre 21st, 2016

Lo so, il Professore avrà da ridire sul fatto che sul blog continuo a non parlare di Radiologia. Ma questo anno appena trascorso, tra le molte cose positive, mi ha restituito per intero la voglia, o forse il bisogno disperato, di scrivere. E poi la Radiologia va a gonfie vele, non ha bisogno di incoraggiamento.

Dopo “Il centro del cerchio”, che ormai vive di vita propria e si avvicina alla seconda ristampa grazie alla incredibile comprensione di molti lettori fiduciosi, ma che è stato scritto la bellezza di quindici anni fa, c’è qualcosa di nuovo. E’ un racconto lungo, una storia brutta che parla della sporcizia della vita, di famiglie sfasciate, disamori e sesso inutile, ed è fatto di tante storie più piccole incastrate l’una dentro l’altra, come scatole cinesi, fino al finale a sorpresa che, almeno spero, uno non si aspetta.89486233-512-k784964

Ho deciso di pubblicarlo a puntate su www.wattpad.com (c’è anche una app per Apple e, credo, per Android): una piattaforma libera in cui è possibile pubblicare, essere letti, interagire in qualche modo con i lettori. Insomma, il posto giusto per la storia che mi è costata più fatica e dolore scrivere: al punto che ci ho impiegato un anno intero e stati d’animi talmente variabili che la parte iniziale sembra scritta da una persona diversa da quella che ha poi messo la parola fine.

Se decidete di leggerla siate pazienti e, soprattutto, poi non guardatemi male. Non è una storia per bambini, non ha nessun lieto fine, e spero gratti come la carta vetrata. Il mio nickname, su wattpad, è gaddo1968.

Poi fatemi sapere, mi raccomando.


La canzone della clip è “The carpet crawlers”, dei Genesis, tratta dal leggendario album “The lamb lies down on Broadway (1974). Certe volte, per uscire da un luogo, devi saperci entrare per l’ultima volta.

Quando non c’è niente da vincere e nessun bisogno di combattere

novembre 12th, 2016

Stasera c’è la luna gigante che brilla nel cielo.

L’ho passata con la piccola: abbiamo ordinato una pizza e ce la siamo mangiata insieme, sul divano, guardando “Mamma, ho perso l’aereo” (filmaccio inguardabile, quello della piccola peste americana è un cliché cinematografico che non riesco più a sopportare). Alla fine abbiamo saccheggiato l’ultimo gelato, nascosto in fondo allo scomparto del congelatore, e ce lo siamo mangiati un cucchiaino per uno.

A fine film siamo corsi a prendere il grande, che invece era a una festa di compleanno e come al solito stava giocando a pallone nel prato bagnato dall’umido della sera, tutto sudato, bellissimo. Ce ne siamo tornati a casa passando davanti al mio vecchio ospedale: che è accogliente, grande, con tutte le luci accese all’ingresso. Come un albero di Natale. E mi si è stretto per un attimo il cuore a ricordarmi dei giorni e delle notti passate lì dentro, in quella Radiologia gigante, di tutto quello che è successo in quei lunghi quattordici anni, delle persone che ho conosciuto, con cui ho lavorato insieme, dei pazienti che ho visto passare nelle mie sale diagnostiche, di quelli che sono  guariti e di quelli che invece sono mancati perché noi medici non siamo stati abbastanza bravi o fortunati, o forse semplicemente perché il destino è così che aveva deciso.

Ma la stretta al cuore si è allentata subito. Le cose non accadono senza motivo, le lezioni che dobbiamo imparare hanno bisogno di un maestro e non possiamo prendercela con lui se la lezione è pesante e apprenderla costa sudore e fatica. I luoghi, le persone, ciò che ci accade: tutto va e viene. Le occasioni sfuggite, gli errori a tempo indeterminato, i visi che non vedrai mai più, non sono importanti. Conta solo poggiare i piedi a terra, allargare le braccia e sentire il vento sulla faccia. Qui e ora.

L’ho detto anche ai miei bambini: ma erano troppo stanchi per prestarmi attenzione. Li ho lasciati leggere dieci minuti e poi ho spento la luce, in silenzio, dopo avergli carezzato a lungo i capelli.


La canzone della clip è “Lord it is mine”, dei Supertramp, dall’album “Breakfast in America (1979): questa è la versione live cantata dal suo autore, Roger Hodgson, l’uomo dall’estensione vocale incredibile che ha scritto le più belle musiche che io ricordi. E’ la canzone che ascoltavo ogni sera, nel novembre del 1985, prima di uscire con la ragazzina che frequentavo all’epoca. Certi momenti dell’anno hanno sempre le stesse caratteristiche in comune: novembre è per sempre legato alla malinconia gentile dell’autunno, alla pioggia che batte contro i vetri, alla stanchezza da fine estate che svapora insieme alle foglie degli alberi che cadono.

Non pensare che sia facile chiedere scusa

novembre 6th, 2016

Molti di voi lo sanno: sabato scorso si è tenuta a Rovereto la quarta edizione del congresso sul radiogramma del torace, sublime esempio di come una Sezione di studio SIRM possa essere unita nel portare in giro per l’Italia la propria esperienza lavorativa. E sapete anche, perché ve l’ho raccontato tante volte, che io in questa Sezione mi sono divertito un sacco e continuo a divertirmi anche adesso che la mia esperienza nel Consiglio direttivo si è esaurita dopo la bellezza di cinque anni.

Venerdì sera c’è stata la cena di rito, con tanti colleghi e amici. Sorpresa, perché non l’avevo mai conosciuto di persona, uno dei commensali era Francesco Dalla Palma (per chi non lo conoscesse, Presidente SIRM dal 2004 al 2006): il quale, a fine cena, ha raccontato un aneddoto che non posso tralasciare sulle pagine di questo blog (che, mi è stato affettuosamente rimproverato, negli ultimi tempi è stato troppo letterario e troppo poco radiologico). Il racconto è gustosissimo e ha molto a che fare con uno degli argomenti chiave del congresso del giorno dopo.

C’era una volta la Radiologia dell’Università di Padova, retta dal leggendario professor Lenarduzzi di cui Dalla Palma fu allievo. Il professore, narra l’aneddoto, aveva l’abitudine di correggere ogni tardo pomeriggio i referti dei suoi collaboratori. Con uno in particolare, di cui tacerò il nome e che a sua volta con gli anni ebbe la ventura di divenire cattedratico, si svolse un dialogo di questo tipo.

Professore: Allora caro, cos’hai scritto su questo torace?

Allievo: Che il cuore è nei limiti.

Professore: Bene. E poi, caro, cos’altro hai scritto?

Allievo: Che la gabbia toracica è ben espansa.

Professore: Bene. E poi, caro, cos’hai scritto?

Allievo: Che i seni costofrenici sono liberi.

Professore: Bene, E poi, caro, cos’altro hai scritto?

Allievo: Che gli ili sono pastosi.

Professore: Pastosi, che brutta definizione. La merda è pastosa, caro, non gli ili.

P.S. Uno degli interventi del congresso, non a caso, aveva come titolo: “I misteri dell’ilo compatto o pastoso”. Certe cattive abitudini lessicali purtroppo sono state tramandate, nonostante le dotte metafore del professor Lenarduzzi, e ancora oggi impestano i referti radiografici di alcuni irriducibili radiologi del terzo millennio. Io, per quanto mi riguarda, avendo conosciuto l’allievo, ancora me la sto ghignando.


La canzone della clip è la celeberrima “Eye in the sky”, di The Alan Parson Project, dall’album omonimo del 1982, preceduta dal brano strumentale “Sirius” che apriva l’album stesso.

E intanto scoprire, stupito e commosso, che avevi le mie stesse identiche ossa

ottobre 29th, 2016

E’ tornato l’autunno.

L’autunno ha i tuoi colori: l’azzurro pieno del cielo di questi giorni, il giallo e rosso e marrone delle foglie in precario equilibrio sui rami degli alberi, il grigio umido di quando comincerà di nuovo a piovere, Dio lo voglia, e io me ne starò di nuovo nel silenzio del mio studio a lavorare, con la lampada accesa a spargere un po’ di luce bella sui pacchi di referti e sulle lettere della direzione.

E’ tornato l’autunno e io quest’anno l’ho scambiato per una primavera: ho voglia di cantare, canto in auto quando ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, canto in doccia, canto mentre cucino, canto quando gioco, canticchio mentre lavoro, e quando non canto c’è comunque musica nell’aria a ricordarmi che la vita, come gli anni, ha le sue stagioni. E che questa, in particolare, mi piace assaissimo.

Perché finora non è mai esistita, nella mia vita, una stagione in cui io non abbia rivolto il pensiero a quello che era già stato, cercando di trarne conclusioni per lo più inappropriate. E nemmeno c’è mai stata una stagione in cui non avessi qualcosa da aspettarmi nell’immediato futuro, un sogno rimasto nel cassetto a rendere amari i bocconi da ingoiare.

Bene, quella stagione che non c’è mai stata è proprio questa. E non è che di sogni nel cassetto non ne abbia più: è solo che adesso non mi rendono più amari i bocconi.

E questo, se permetti, fa la differenza tra aspettare che cada l’inverno e godersi, invece, i colori caldi dell’autunno.


La canzone della clip è “Le cose in comune”, di Daniele Silvestri, tratta dall’album “Prima di essere un uomo” (1995). Altri autunni, altri pensieri.

Senza amore, dove saresti oggi senza amore

ottobre 22nd, 2016

Lo so, lo so, dovrei terminare le diapositive del prossimo congresso e non ho nessuna voglia di sedermi davanti al Mac a lavorare. Per cui cerco di stare sul vago, leggo, fingo di dormicchiare, ascolto musica, ma il mio pensiero ogni tanto finisce lì. E all’improvviso, non premeditata, la grande idea: ecco cosa dovrei inserire per chiudere in bellezza la presentazione! Però oggi è sabato, sono un ragazzo padre e i bimbi dicono: Portaci alle Fiere di San Luca! Questa volta non puoi dirci di no!

Premessa: io odio le giostre. Da piccolo mi venivano i brividi al solo pensiero dell’odore di fritto e zucchero filato (in contemporanea!), per cui chiedevo ai miei di non portarmi e loro erano ben contenti di farmi felice. Insieme al circo, credo che le giostre siano il luogo del mondo in cui divento più triste. In assoluto. Da adolescente invece ogni tanto mi toccava perché alle giostre c’era il giro delle ragazzine: e così ho scoperto che, oltre al casino, anche le giostre di gravità mi fanno venire il vomito (in questo caso letteralmente). Ho ancora ben fissi in mente quei sei o sette minuti di girone infernale, incatenato a una ruota gigante che vorticava nel cielo nero, mentre io con gli occhi chiusi pregavo il Padreterno di trarmi fuori ancora vivo da quell’incubo (poi ebbi nausea per tutta la sera, insomma un disastro). Da adulto, che volete, tengo figli e quindi ogni tanto devo accontentarli: e oggi toccava a me.

Adesso la cosa che mi irrita più solennemente delle giostre è la musica assordante, l’idea psicotica che se in un luogo di assembramento non c’è bordello spaccatimpani non puoi divertirti (ora che ci penso, forse è questo il motivo per cui ho sempre evitato le discoteche. Oltre al fatto che, come dice il mio grande amico, sono uno schifoso radical chic che indossa solo Clarks). Ma stavolta sono rimasto incantato perché, a distanza di oltre trent’anni e a dispetto delle mode nulla è cambiato nella fauna giostresca. Ci sono sempre le stesse ragazzine un po’ grassottelle, ipertruccate e vestite in modo un tantinello vistoso, che si aggirano per gli stand con l’espressione perennemente in equilibrio tra l’imbarazzato e il predatorio. E ci sono sempre gli stessi ragazzini un po’ coatti, con il ciuffo sbiondato e il colletto del giubbotto tirato su, che si accalcano dando pugni da paura al punching ball per far vedere chi è il più figo della compagnia. Il guaio è che nemmeno si rendono conto che a tirare un cazzotto in quel modo maldestro il minimo che può succedere è che ti rompi un osso metacarpale, da cui la fatidica domanda: è possibile che non esistano materie scolastiche che insegnino a tirare di boxe senza farsi male?

Insomma, com’è e come non è sono riemerso dalla bolgia dantesca, ho ritrovato con qualche difficoltà il pandino parcheggiato a casa di Dio e riportato le creature all’ovile. Dopodiché, mentre loro leggevano uno Harry Potter e l’altra Geronimo Stilton, ho prodotto un’apprezzabile frittata al galbanino con contorno di pomodori; e mentre apparecchiavo e cucinavo mi sono ritrovato a ballare e cantare a squarciagola da solo.

E sapete un’altra cosa? Mentre ballavo come uno scemo mi sono completamente dimenticato di quale fosse l’idea brillante con cui chiudere la prossima presentazione congressuale.


La canzone della clip è la celeberrima “Long train running”, dei Dobbie Brothers, tratta dall’album “The captain and me” (1973). E’ proprio questa che ballavo e cantavo stasera, a tutto volume, come uno scemo, cucinando la frittata col galbanino e immaginando gli sguardi di riprovazione dei due giovani intellettuali distesi sul divano nuovo della sala (ma tanto poi la piccola è venuta a ballare con me, non c’è niente da fare e in certe cose il sangue non è acqua. L’altro invece è proprio uno schifoso radical chic che finirà per indossare lo stesso tipo di Clarks per tutta la vita).