La lite
30 agosto 2010Avviso ai naviganti
28 agosto 2010Come forse avete notato, il blog per qualche giorno è rimasto inaccessibile ai naviganti: erano in corso inderogabili operazioni di restyling. Il problema è che, nonostante il webmaster mi avesse più volte messo in guardia, ho messo le mani dove non dovevo metterle: e ho cancellato i novanta utenti registrati, i loro indirizzi di posta elettronica e, a quanto pare, anche i loro commenti. Questo vuol dire che, per chi ancora lo desidera, bisogna registrarsi nuovamente al blog: per lasciare commenti o anche solo per testimoniare empatia.
Un’altra cosa: i post scritti negli ultimi cinque anni saranno reinseriti un po’ alla volta, e questo è il motivo per cui troverete il blog un tantino spoglio. Insomma, un po’ di pazienza e scusatemi. Un blog è come un figlio: a volte sono i genitori a cannare il metodo.
Tre domande per l’estate
8 agosto 2010Prima di partire per le ferie volevo scrivere un ultimo post. Qualcosa di epocale. Una pietra miliare. Il giro di boa. Poi, mentre lo scrivevo, mi sono accorto che ero già al terzo chilogrammo di parole e non avevo ancora quagliato niente; e d’altronde è noto, la prima regola di un post è la brevità. Va bene il raccontino lungo piazzato ogni tanto senza che nessuno se ne accorga, ma il post no (e io già sforo abbastanza dalla regola, sebbene senza grossi sensi di colpa). E invece lui, il post chilometrico, parlava di un sacco di cose. Troppe.
Di come lo studio universitario sia folle, per esempio: nel 1990 studiai l’esame di patologia medica, che all’epoca era in blocco unico, per sei mesi di fila. Giorno e notte, notte e giorno. All’esame il prof mi chiese di parlargli dell’infarto, e io gliene parlai con dovizia di particolari, pur senza averne mai visto uno. Di pazienti con l’infarto, intendo. E mentre ne parlavo la sensazione dell’incongruenza fra l’argomento dell’esame e l’esperienza diretta che ne avevo mi assalì all’improvviso, disorientandomi per qualche istante con una sensazione di tristezza infinita. Dovette accorgersene anche il canuto professore, ma d’altro canto dopo tre ore di esami credo che anche lui si stesse annoiando il suo giusto. Ognuno raccoglie ciò che semina, credo. Oppure no?
Poi parlava, tanto per cambiare, del mio lavoro di oggi. In cui la differenza, secondo me, non la fa la cultura medica. Quella ti orienta in un senso o nell’altro, ma non ti risolve quasi mai i problemi; e poi c’è sempre il libro, che in queste occasioni, e non solo in queste, è il miglior amico dell’uomo (un collega mi raccontava che alla Mayo Clinic, dove aveva frequentato in gioventù radiologica, tutti lavoravano con la pila di libri accanto al dittafono. E se lo fanno gli ammericani, baby, perchè noi dovremmo vergognarcene?). E allora cos’è che fa la differenza tra un professionista e l’altro? Quando tu sei lì, da solo, seduto davanti al tuo schermo luminoso, con la lingua tra i denti e il libro aperto sulla scrivania? Cosa produce la Qualità a cui tutti, o quasi tutti, diciamo di aspirare?
Infine, il post parlava anche di me. Di me come persona, intendo. Come essere umano. Speciale o banale, simpatico o antipatico, cordiale o sfuggente, sincero o bugiardo, volitivo o sottotono. Presuntuoso o umile, disponibile o beffardo, accorto o menefreghista, costruttore o ignavo, qualitativo o quantitativo. Ma di me come persona in fondo non c’è molto da dire: ogni volta che ci provo mi torna in mente una canzone di Gaber, Il comportamento, e mi passa automaticamente la voglia di discuterne. Figuratevi quando sono altri a parlare di me: non lo so nemmeno io chi sono, figuriamoci il mio prossimo. Voi lo sapete chi siete, l’avete capito subito o per capirlo avete dovuto impegnarvi interi decenni? E lo sapete chi sono i vostri familiari, gli amici, i colleghi con cui lavorate, i pazienti che arrivano in pronto soccorso?
Ogni risposta alle tre domande sarà gradita. E sarà gradito anche il silenzio: perché equivarrebbe a essere in buona compagnia, fra gente che è consapevole di non saper nulla. Anche se poi di te si dice che sei uno con la verità sempre in tasca.
Gentiluomini
30 luglio 2010Al mondo abita ancora qualche gentiluomo. E in tempi cupi come quelli in cui viviamo è una consolazione di non poco valore.
Qualche giorno fa la segretaria mi consegna una lettera. Una lettera di quelle vecchio stile, in busta bianca chiusa, con tanto di mittente; e il mittente era un chirurgo di un ospedale appartenente a un’altra USL provinciale. Mi allarmo subito, perchè la prima istintiva reazione di un radiologo a un evento del genere è la seguente: Oddio, cosa ho combinato stavolta?
Poi apro la lettera e leggo: e si tratta di un paziente che era arrivato da me con un sospetto clinico ben preciso, io gli avevo fatto una risonanza magnetica e lo avevo congedato con una diagnosi alternativa. Ebbene, il chirurgo che lo ha operato aveva trovato il tempo e la voglia di scrivermi una lettera e mettermi al corrente di tutto l’iter del paziente: il tipo di intervento, il decorso post-operatorio, la diagnosi istologica che corrispondeva alla mia diagnosi radiologica.
Ve lo giuro, sono rimasto senza parole. Un gesto del genere evoca spirito di collaborazione. Correttezza professionale. Gentilezza.
E qualifica chi lo compie: specie se è un chirurgo, e specie se è rivolto da un chirurgo a un radiologo (che nemmeno conosce di persona).
2012
23 luglio 2010
Suona la sveglia.
La spengo, mi volto dall’altra parte. Chiudo gli occhi. Niente da fare.
Avevo chiesto un giorno di ferie. Un venerdì qualunque, poteva essere la scusa per andarmene a sciare. Un fine settimana lungo, come altri cento. Ma il mio primario ha mangiato la foglia. Vi voglio tutti dentro, ha detto. Come se cambiasse qualcosa. Come se potesse esserci qualcosa di vero in tutta questa pagliacciata mediatica.
Oggi è il 21 dicembre. Alla fine è arrivato, il giorno del giudizio. Freddo. Neve. Strade semivuote. Cammino in un’aria immobile e trasparente come un sopravvissuto, come l’ultimo uomo rimasto al mondo prima della catastrofe. Le mie scarpe da neve scricchiolano in un silenzio innaturale. La rotonda dell’ospedale, a quest’ora campo di battaglia per automobilisti furiosi, è deserta.
No, non ci credo. Io non ci ho mai creduto a quelle boiate dei Maya sulla fine del mondo. Ce la menano da sempre con questa storia della fine del mondo: l’anno mille, il millennium bug, Nostradamus, le profezie di Padre Malachia. E io sono stufo. Due mesi fa mia moglie se n’è andata con un altro. Mia figlia vive in casa di un uomo che non è suo padre. Il mio lavoro non mi piace. Odio il mio primario, il suo modo obliquo di sfuggire alle responsabilità e scaricare la colpa dei suoi fallimenti sui suoi collaboratori. E sapete che vi dico? Dovesse davvero esserci la fine del mondo, io sarei contento. Davvero un buon modo di metterci una pietra su. Un modo sensazionale.
Quando arrivo in ospedale il portinaio mi fissa con aria bovina, poi preme il tasto che fa alzare la sbarra. Il gesto meccanico in cui si esauriscono le sue responsabilità quotidiane sembra costargli una grande fatica. Anche lui, chiuso nel suo gabbiotto, si sta congelando le chiappe.
Alle otto e un quarto i corridoi dell’ospedale sono deserti. La sala d’attesa del pronto soccorso pure. Io e i miei colleghi radiologi ci ritroviamo a metà mattina in sala medici, increduli e perplessi. Non si è presentato nemmeno un paziente. Tutte le liste di attesa andate inevase. I tecnici, quelli che non sono riusciti a ottenere qualche giorno di ferie, poltriscono sulle sedie, nelle rispettive sezioni diagnostiche. Le infermiere ammazzano il tempo sistemando i farmaci negli scaffali e nei carrelli salvavita. Noi sorbiamo il caffè in un silenzio innaturale. Qualcuno sfida l’atmosfera rarefatta con una battuta di bassa lega, ma anche le risate sembrano attutite. Spente. Risate di bocca, non di cuore.
In tutta la giornata si presentano quattro pazienti: uno la mattina e tre il pomeriggio. Due sono scivolati sul ghiaccio e si sono fratturati il polso. Poi un bambino di sette anni con l’appendicite: quando il chirurgo ha detto ai genitori che bisognava operarlo d’urgenza la mamma è scoppiata in un pianto isterico. L’ultimo è vecchissimo, quasi centenario, e respira a fatica. Ci hanno chiesto una tac perché sospettavano un’embolia polmonare e invece si tratta di un banale scompenso cardiaco. I nipoti del vecchio malandato, quando i colleghi del pronto soccorso gli hanno restituito il nonno tutto d’un pezzo, sembravano appena usciti da un incubo. Tirato un sospiro di sollievo, sono corsi a gambe levate fuori dall’ospedale. Eppure, dovesse davvero arrivare la fine del mondo, non riesco a immaginarmi nessun posto migliore di questo per farla finita.
Alle quattro del pomeriggio è già notte fonda. Fuori ricomincia a nevicare, in pronto soccorso non si vede più nessuno. Un paio di colleghi salutano il primario e vanno via: hanno fatto il loro dovere. Eppure si vede che non sono convinti. Francesco, giovane e scapolo, dopo dieci minuti torna indietro, si toglie il cappotto e si mette a sedere con noialtri in sala medici. L’infermiera Raffaella porta un vassoio con il millesimo caffè della giornata. Il primario accenna a una barzelletta, ma poi si ferma. L’aria è pesante, quasi immobile. Finiamo il caffè senza parlare, in preda a un’angoscia indescrivibile. Alvaro, l’aiuto anziano, si collega a internet. Dove tutto sembra normale, e la vita scorre come se niente fosse.
Alle sette di sera Antonio e Guido cominciano a litigare. All’inizio è una banale divergenza di opinioni su una diagnosi tac di qualche giorno prima, poi il livello di tensione sale all’inverosimile e i due cominciano ad alzare la voce e a scambiarsi insulti personali. Dei due, Guido è il più feroce: dice all’altro che i chirurghi ce l’hanno con lui e sbugiardano ogni suo referto, e che è stufo della connivenza di Antonio con quella gentaglia. Prima di uscire dalla stanza, sbattendo la porta, minaccia di rompergli il culo la prossima volta che dovesse venirgli la malaugurata idea di discutere un suo referto con un collega. Noi ci guardiamo in faccia. A questo punto della giornata, nessuno di noi è convinto che ci sarà sul serio una prossima volta.
Alle dieci siamo rimasti in tre, primario compreso, il quale decide che è ora di tornare a casa da moglie e figli. Mentre infila il cappotto cerca di buttarla sul ridere, dice che anche stavolta l’abbiamo scampata bella. L’avevo detto io che sono tutte stronzate, dice. Io non rido. E invece chiamo mia figlia: lei sta già dormendo e sostiene che la chiamo solo per rompere le scatole. Dove sei stato tutta la giornata, chiede con tono inquisitorio. In ospedale, rispondo. Ecco, ti sei risposto da solo, dice. E mette giù il telefono.
Alle undici anche io e Francesco decidiamo di togliere il disturbo. Francesco mi chiede se davvero ci avessi creduto, a questa storia della fine del mondo; io gli rispondo che, più che altro, ci ho sperato fino alla fine. Lungo il corridoio, davanti alla porta della diagnostica toracica, sentiamo rumori e gemiti: forse due tecnici che fanno sesso. Mi viene in mente che non tocco una donna da quasi un anno, da molto prima che mia moglie facesse le valigie, e che comunque l’ultima donna che ho toccato non era mia moglie. Francesco sogghigna, a me vengono le lacrime agli occhi.
A mezzanotte meno un quarto spengo la televisione e mi infilo sotto le coperte del mio enorme e gelido letto matrimoniale. Un secondo fa, nel suo programma di approfondimento, il giornalista più potente d’Italia ha congedato gongolante gli ospiti di lusso della serata: politici, veline, astrofisici, psicanalisti di grido, geologi, ex soubrette rifatte e persino un chirurgo plastico, che una di quelle se l’è sposata e poi restaurata alla meno peggio. Tutti hanno detto di non aver mai creduto che le fandonie sulla fine del mondo avessero un fondamento, e la vecchia soubrette scosciata ha ironizzato sul fatto che, se avesse avuto anche solo il minimo dubbio, di certo non avrebbe passato l’ultima sera della sua vita dall’amico giornalista. Il quale ha sfoderato un sorriso mortale nel quale si leggeva chiaramente: che cazzo dici, brutta stronza, senza questo programma tu avresti chiuso in due mesi. Anzi, tu hai già chiuso perché in questo salotto televisivo non ci metterai più piede. Dovesse finire il mondo.
Alle sei e tre quarti suona la sveglia.
La spengo, mi volto dall’altra parte. Chiudo gli occhi. Niente da fare.
Avevo chiesto un giorno di ferie. Un venerdì qualunque, poteva essere la scusa per andarmene a sciare. Un fine settimana lungo, come altri cento. Ma il mio primario ha mangiato la foglia. Vi voglio tutti dentro, ha detto. Come se cambiasse qualcosa.
Come se potesse esserci qualcosa di vero, in tutta questa pagliacciata mediatica.



