Senza patria

23 luglio 2014

Succede anche da queste parti, che vi credete, mica solo a sud del mondo.

Domenica pomeriggio, fuori con i bimbi. Siamo lungo un canale, uno di quelli in cui da piccolini giocavano a lanciare le pignette cascate a terra dagli alberi vicini. Lì accanto due operatori del comune falciano l’erba del prato.

Sulla strada principale, in fondo, passa un cicognone* biondo neanche maggiorenne con in mano in bicchierone di plastica modello Starbucks. Sul ponte, senza alcun preavviso, il cicognone lancia giù nel fiume il bicchiere. Il rumore è spiacevole, il caffè si spande nell’acqua che scorre, il bicchiere resta a galla beffardo.

Il cicognone sta per salire sull’autobus, ma i due operatori comunali non si fanno saltare la mosca al naso. Dopo alcuni commenti intimi poco gentili sulla natura bestiale della sua educazione (non vi traduco in italiano la parola “porsea”, la capite da soli tutti), uno di loro la rincorre e la apostrofa direttamente.

Ma lei, signorina, a casa sua lancia la roba a terra?

Domanda peraltro legittima, a cui il cicognone risponde con un flebile: Vabbe, vabbè. Con una specie di paresi facciale che vorrebbe sembrare un sorriso di disimpegno ma che mostra solo un imbarazzo da figura di merda mondiale. Aprendo larghi squarci di comprensione sul vuoto cosmico che le alberga nella testolina.

Ecco: la cosa più fastidiosa di tutte é stato quel mezzo sorriso vacuo, neanche capace di manifestare l’imbarazzo dovuto, uno specchio perfetto dell’assenza di pensieri che sottende un gesto così volgare come lanciare un bicchiere nel fiume, in pieno centro cittadino, di domenica pomeriggio.

Questo per dire che le bandiere sono menate inutili, capaci solo di giustificare guerre e atrocità senza fine. E che ci sono sentimenti e stati dell’animo universali, senza confini. Buoni a nord e a sud, a est e a ovest, al di qua è al di la di qualunque muro.

L’idiozia e la maleducazione sono due di quelli. Comprendere questi sintomi sociali e prevedere una cura adatta è già aver fatto un passo avanti epocale, un passo che, per dire, nessuna riforma costituzionale del Senato potrà mai eguagliare.

* Dicesi cicognone: ragazza giovane, alta, con gambe molto magre e più lunghe del torso. Spesso dotata di sguardo vacuo.

Elogio dei tempi morti

21 luglio 2014

I tempi morti, dicono, annoiano. Fan perdere tempo, ti tengono in ansia, tolgono energia che potrebbe essere dedicata ad altre e migliori imprese.

E in un certo senso è vero: invece che ripiegarti nel tuo tempo morto potresti concentrarti su altro, farti venire idee migliori, produrre lavori e a esserne capaci persino capolavori; e invece aspetti, e non fai nulla.

Da un altro punto di vista, però, i tempi morti sono utili. Perché in quei momenti tu stai fermo, seduto a bordo strada, a guardare chi passa: e lo spettacolo del mondo può non essere sempre edificante, ne convengo, ma istruttivo si. E poi, vista in una prospettiva più ampia, la nostra vita appare per quello che è: insignificante, se non per noi stessi e poche altre persone, così totalmente priva di effetti sul macrosistema in cui la viviamo che i nostri quotidiani sbattimenti diventano film comici per deità di altri tempi.

Ma anche questo forse è sbagliato. Alla fine, quali che siano i progetti per le nostre esistenze (o l’assenza di qualunque progetto intelligibile), i tempi morti ne sono parte integrante. Come accade per gli uomini, nessun tempo vivo nasce senza un tempo morto che in precedenza l’abbia generato. E questa, oggi, mi sembra una buona riflessione per rianimare il tempo morto.

Perché non siete così gentili anche voi?

15 luglio 2014

Qualcuno di voi lo sa: sebbene ridotta al minimo sindacale per questioni ideologiche e di tempo libero a disposizione, anche io produco una quota di attività libero-professionale. Non sono grandi numeri: diciamo che una o due volte al mese mi faccio una mattina di ecografie in un ospedale a gestione mista collegato alla mia azienda. Sono sessioni lavorative in genere molto tranquille: si lavora in modo abbastanza serrato ma nel silenzio più assoluto, senza telefoni che squillano in continuazione, colleghi che interrompono in continuazione. La sensazione, a fine mattina, dopo 24 e rotte ecografie, è quasi quella di essersi riposati.

Ieri mattina una signora, a fine esame, mi dice: Ma come mai qui siete tutti così gentili, disponibili e competenti? Perché non vi trasferite tutti a Treviso?
Io: Signora, noi veniamo quasi tutti da Treviso in consulenza.
Lei: E allora perché qui siete riusciti a creare un sistema accogliente e lì no?
Io: In che senso, dice?
Lei: Qui sono tutti educati, medici, infermieri e segretarie. Di là le assicuro che non è così.

Beh, io conosco bene le mie segretarie e i miei infermieri, e posso giurare sulla testa dei miei figli che non esistono persone più pazienti e gentili di loro. Conosco i miei colleghi e giuro con altrettanta solennità che, se mai dovessi aver bisogno di un radiologo, vorrei essere affidato alle mani di uno di loro. E allora da cosa nasce questa discrepanza, nemmeno tanto sottile, nella percezione della qualità da parte di un paziente normale, di cultura medio-alta, non prevenuto verso una struttura (il mio ospedale) della quale comunque riconosce meriti e competenze specifiche?

Ho provato a spiegare alla signora: Vede, qui il personale medico e paramedico è ridotto rispetto all’ospedale centrale. È più facile organizzare il lavoro, la pressione che sostiene ogni singolo operatore è molto minore. La signora, tuttavia, non mi è parsa convinta.

Allora ho provato a rifletterci su, e forse ho intuito la natura del problema. Che nacque quando furono istituite le cosiddette Aziende sanitarie (1992): prima in sanità ci si preoccupava solo ed esclusivamente dell’erogazione di prestazioni, dopo siamo stati costretti a confrontarci con la sostenibilità economica del sistema. In due parole, le USL sono diventate aziende con un occhio di riguardo al bilancio di fine anno. Quello che però in molti non hanno capito, o voluto capire, è che il concetto di azienda in sanità è direttamente collegato al raggiungimento del fine per cui l’azienda stessa è stata creata: il miglioramento dello stato di salute dei cittadini. Un bilancio economico in positivo, senza ricadute sul fine ultimo dell’azienda sanitaria (la cura delle persone), non serve a nulla se non alla gloria fugace ed effimera del dirigente di turno o del politico regionale che può cavalcarla a fini elettorali.

Le aziende sanitarie, come diceva Plsek nel 2001, sono sistemi adattativi complessi costituiti da settori interdipendenti e non a compartimenti stagni, come qualcuno pure ancora vorrebbe. Come tutti i sistemi complessi, all’interno ci lavorano persone e non automi: e le dinamiche di interazione tra persone che lavorano sono state studiate a lungo. Per esempio, è noto come un sistema sia influenzato fortemente dai comportamenti individuali in cui le scelte vengono sempre prese in condizioni di incertezza. Ė quello che accade quando diamo la terapia a un paziente, o quando l’amministrazione sceglie un primario nuovo: la riproducibilità delle scelte, anche in ambiti così diversi, non è affatto garantita. Ma esiste anche un capitolo che riguarda i comportamenti collettivi, perché salvo rare eccezioni in ambito sanitario le persone sono costrette a lavorare in gruppo e non possono permettersi il distacco dalle cose del mondo di un nerd che gestisce il proprio negozio di informatica. È lì che il sistema, secondo me, perde colpi: la gestione del potere è rimasta rigidamente piramidale e legata all’approccio verticale, dall’alto in basso, a colpi di controlli di gestione e di ordini di servizio. Invece i lavoratori dovrebbero, posti i paletti degli obiettivi fondamentali da perseguire, potersi organizzarsi in modo più autonomo, godere del privilegio di delega delle responsabilità, essere gratificati in più modi, non escluso quello economico, dal buon lavoro svolto. Se voi associate questa gestione vecchia delle cose alla pressione cui sono sottoposti oggi gli operatori sanitari in sistemi molto complessi come un grosso ospedale, capirete bene perché a volte l’impiegato di sportello è scortese, l’infermiere sbotta e il medico non è disponibile come nell’ospedale periferico dove ha molto più tempo a disposizione.

È questione di modelli di riferimento. O forse no, è solo questione del coraggio per applicare modelli organizzativi già noti da anni, e fare scelte che apparentemente sono controcorrente ma in realtà seguono un flusso logico e funzionale che non può più essere eluso. L’alternativa è la signora scontenta, il medico che mastica amaro e il sistema intero che prima o poi va in default.

Non è tempo per noi (recensione)

7 luglio 2014

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Non è tempo per noi è un libro che (se mi seguite lo sapete bene) non poteva non interessarmi: almeno nelle dichiarate intenzioni della partenza. Il senso di appartenere a una perdente generazione di passaggio, anche se ho qualche anno in più rispetto a Scanzi, la provo da parecchio tempo.

Scanzi prova ad analizzare le cause di questo fallimento ex ante della sua/nostra generazione, realizzatosi ancor prima di scendere in campo a giocare la partita: e lo fa con il tramite di metafore prese a piene mani dalla tradizione nazional-popolare degli anni 80 e 90. Cita l’Uomo Tigre, Fonzie; se la prende un po’ a sproposito con il povero Ligabue, e francamente non se ne capisce bene il motivo; poi prova a demolire Renzi, ma è già conscio del fatto che alla fine sarà Renzi a demolire noi, e che è solo questione di tempo.

Quello che non fa, e che rappresenta il limite diciamo così ideologico del suo libro, è parlare delle cause esterne, più profonde, della crisi generazionale di chi è nato negli anni 70: la demolizione controllata delle istituzioni scolastiche, l’omologazione (in basso) dei vari percorsi formativi, l’assoluta latitanza di figure carismatiche, e culturalmente adeguate, alla guida dei settori chiavi del paese. Nessuna generazione ha in sé stessa le colpe inemendabili della propria degenerazione: se tuo figlio diventa un delinquente senza arte né parte, la colpa non può essere solo del fatto che da piccolo gli hai fatto guardare Bart dei Simpsons.

Rimane l’esortazione finale a mettersi in gioco: ma per riuscirci, da figli, bisogna che i padri lascino spazio e/o facciano scelte animate da valori differenti rispetto a quelli con i quali hanno distrutto un intero paese. Valori di equità, onestà e condivisione. Ma vaglielo a dire tu al nonno, Andrea.

Il viatico di Giorgio Faletti

6 luglio 2014

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Quando ho letto (su Twitter, che per aggiornarsi è sicuramente meglio di Bruno Vespa) della morte di Giorgio Faletti, ho provato il distaccato dispiacere di quando muore un vicino di casa che conosci da quando sei nato, pur senza aver avuto con lui rapporti più che tangenziali.

Sarò sincero fino al fastidio fisico: Faletti non mi faceva ridere da comico, mi risultava illeggibile come scrittore e inascoltabile come cantante (sono sempre stato convinto del fatto che Minchia signor tenente fosse nata canzone cazzara, e solo durante la stesura avesse preso l’involontaria china amara che tutti conosciamo). Faletti era il Fabio Volo 1.0: l’italiano estroso che sa far tutto ma in realtà non sa far niente bene, e alla fine ottiene un successo del quale è lui il primo a meravigliarsi.

Ma di una cosa devo dar atto a Giorgio Faletti: non aver mai finto di essere qualcos’altro. Faletti non si è spacciato per intellettuale (a differenza di parecchi emeriti asini che presenziano diuturnamente l’arena culturale nazionale), non ha preteso di creare mode letterarie, ha composto canzonette con la onesta consapevolezza del canzonettaro. In un panorama culturale sconsolante e del tutto autoreferenziale come quello italiano di inizio terzo millennio, mi sembra un degno viatico da lasciare in eredità a chi rimane.