Il radiologo bruciato

4 marzo 2015

Questa è una mail inviatami recentemente da Francesco, giovane radiologo, che con il suo permesso mi piace condividere qui sul blog.

Ciao Gaddo,
dopo diverso tempo che leggo il tuo blog ho deciso di scriverti una mail per condividere alcuni pensieri e per raccontarti alcune cose. Sono stato uno specializzando che ha frequentato il tuo reparto anni addietro (anche se al tempo ti ho seguito poco perché sinceramente la tua conoscenza in molti argomenti intimoriva parecchio un povero specializzando del secondo anno) e leggendo alcuni tuoi aneddoti è divertente ritrovare alcune situazioni ed ambienti che ancora ricordo.
Quando mi sono specializzato ed ho iniziato a lavorare in un reparto ospedaliero ero animato dal “fuoco sacro” del bravo medico. Durante il turno TC ad esempio pretendevo che il TSRM mi chiamasse dalla sala di refertazione per potermi presentare al paziente (“Buongiorno, sono il dott. XYZ. Sono il medico radiologo che si occuperà del suo esame”).
Mi occupavo personalmente di:
  • Accertare dell’identità del paziente.
  • Verificare che il paziente avesse compreso il tipo di esame a cui stava per essere sottoposto (cosa per nulla scontata).
  • Controllare le indicazioni e le eventuali controindicazioni all’esame e compilare il consenso informato.
  • Pianificare le fasi della scansione.
  • Dosare il MdC per quantità e velocità del flusso a seconda della qualità della vena riferita dall’infermiera e della tipologia d’indagine.
  • Verificare eventuali situazioni di emergenza misconosciute (embolia polmonare, trombosi venose, versamento pleurico/pericardico, aria libera endoaddominale)
  • Andare dal paziente a verificare il suo stato di salute una volta terminato l’esame.
Non ho mai lasciato che tecnico ed infermiera iniettassero del MdC senza che io fossi presente dietro al vetro piombato. Capirai meglio di me che di fronte a questa presumo buona prassi il tempo per refertare fosse ridotto all’osso in un turno di 15 pazienti.
All’inizio pensavo che la mia relativa lentezza nel refertare un esame TC torace-addome (40-45 min) fosse dovuta all’inesperienza e credevo che con l’andare del tempo le cose sarebbero migliorate. Tuttavia più diventavo esperto, più i tempi cominciavano a dilatarsi poiché mi rendevo conto di quante cose si potessero vedere in una TC total-body al di là del semplice polmone-fegato-reni-pancreas e di quanti errori venissero compiuti dai colleghi di altri ospedali. Negli ultimi mesi di lavoro avevo una media di circa 1 ora per TC torace-addome (Mi ricordo ancora la scaletta: polmoni in generale, vie aeree, noduli e micronoduli, mediastino, cuore, vasi polmonari, stretto toracico superiore, reni e vie escretrici, surreni, pancreas, milza, fegato, aorta e grossi vasi addominali, grosso intestino, mesentere e linfonodi mesenteriali, docce parietocoliche, vescica, pelvi, linfonodi retroperitoneali, ossa e masse muscolari, finestra per aria libera in addome). Durante il turno TC riuscivo a refertare le urgenze e poco più per poi trascinarmi gli esami per altre 10 ore successive durante la settimana. A fronte di una settimana di 36 ore di servizio rimanevo in ospedale all’incirca 50 ore settimanali a 2500 euro al mese lorde pagate a partita iva (i conti me li sono fatti da solo, il mio tempo valeva meno di quello della signora delle pulizie che non riuscivo a pagarmi).
Tralasciando il discorso riguardante la responsabilità medico-legale ho accettato il compromesso perché il mio lavoro mi piaceva. Stavo facendo del bene alle persone. Poi ho cominciato a capire perché i colleghi facessero degli errori nei loro referti. Ho conosciuto la madre single che voleva tornare a casa dal figlio. Il padre di famiglia con la recita delle bambine all’asilo alle sei di sera. Il marito che doveva andare dall’avvocato perché stava divorziando dalla moglie perché non era mai a casa. A quel punto ho capito che tutti noi abbiamo due modi di raffrontarci al nostro lavoro.
Esiste la persona per la quale il suo lavoro viene prima di ogni altra cosa, la persona che vuole lavorare per bene e che mossa da senso del dovere e da enorme professionalità dedica tutte le sue energie ed il suo tempo a fare bene il suo lavoro a scapito della sua vita personale, dei suoi hobby, delle sue passioni e della sua vita di relazione. Ma esiste anche la persona per la quale il lavoro viene giustamente in secondo piano rispetto al tempo da passare con i figli, alla cena al ristorante con la moglie, al tempo per se stesso perché in fin dei conti si lavora per vivere e non si vive per lavorare.
Ho visto questa seconda persona comparire periodicamente in alcuni miei colleghi che magari dopo una settimana di lavoro intenso cominciavano a far emergere alcuni comportamenti deviati (“il polmone in una TC addome non lo guardo”; “nella richiesta non è scritto per stadiazione. Se vogliono che io guardi le ossa me lo devono scrivere”; “non ho tempo di seguire il mdc, lo fa il tecnico e mi chiama se c’è bisogno”; “fammi solo la portale che non voglio guardarmi mille immagini”) ed ho capito il perché di alcuni errori.
Se da un lato l’errore interpretativo di un’immagine è comprensibile dal lato umano e giuridico ed anche più accettabile dalla persona che lo ha commesso (“cavolo ci ho messo tutto il mio impegno, pensavo fosse proprio un angioma atipico ma era una lesione”), l’errore di mancata diagnosi dal punto di vista personale lo ritengo una sconfitta (“come ho fatto a perdermi questa cosa? Bastava guardarla”). L’unica soluzione che avevo trovato era lavorare con i tempi giusti.
Purtroppo in una struttura pubblica con dei tempi d’attesa da rispettare altamente opinabili e dettati dalla pancia del volgo (altrimenti la poltrona del politico di turno salta), con il personale ridotto all’osso per risparmiare, con l’indicazione all’esame decisa da un medico di base che mediamente in vita sua ha fatto tutto tranne che il suo lavoro, con la gestione del percorso di un paziente dettata dai ritmi del parcheggiatore/portinaio/segretaria/TSRM/infermiera e mai del medico che deve refertare, ridurre i ritmi di lavoro non è fattibile. Ci stiamo muovendo in una direzione a mio parere impossibile da deviare fatta come dici tu da un aumento di richiesta motivato da un aumento di offerta a sua volta motivato da un aumento di richiesta. Gli unici anelli deboli di questa catena in cui quasi tutti ci guadagnano, gli unici soggetti che ne subiscono le conseguenze, sono i pazienti che veramente hanno una patologia per la quale l’esame è necessario e che necessitano di un analisi del loro esame come Dio comanda ed il professionista che si assume la responsabilità di quello che scrive.
Se i primi sono ben rappresentati, i secondi se la prendono in quel posto da soli perché accettano, come ho accettato anch’io a suo tempo, di lavorare in queste condizioni a scapito o della loro vita personale o della propria professionalità. L’evento che per me è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato dover eseguire a fine turno di un venerdì mattina una TC post-operatoria di una paziente complessa con emorragia arteriosa intra-operatoria per riparare la quale la sterilità era andata a farsi benedire. Ho ancora negli occhi lo sguardo della paziente con la febbre a 39 che mi guardava ridotta ad uno straccio distesa sul lettino della gantry. Le immagini sul monitor erano un casino. Pus dovunque. Un letto operatorio pieno di pus che non si sa come non aveva intaccato il tamponamento di un’emorragia arteriosa.
Mi ricordo che sono entrato nella sala di refertazione saltando il pranzo e sono rimasto da solo con il collega dei toraci a refertare.
Ho dato del mio meglio per cercare di fare il possibile sapendo che tutto il mio impegno probabilmente non sarebbe servito comunque a nulla e che, anche in caso di referto perfetto, se le cose fossero andate male avrei passato delle conseguenze solo per aver fatto il mio lavoro. Ricordo che dopo un’ora passata a descrivere il percorso fatto dalla raccolta negli spazi anatomici del retroperitoneo ed aver informato l’interventista di turno del percorso che doveva fare a partire dalla ferita chirurgica per raggiungere la raccolta tramite drenaggio, ho guardato il collega in sala di refertazione e gli ho detto: “ti prego controlla quello che sto facendo perché non ce la faccio più”. Sono andato avanti un’altra ora a refertare dopodiché ho firmato l’esame, sono tornato a casa e sono crollato. Lì ho deciso di cambiare vita. Lì ho capito che il mio lavoro per poter essere fatto bene necessita di un tempo che la sanità pubblica non concede. Lì ho capito come se le cose vanno bene è la struttura che funziona, se le cose vanno male sono cazzi tuoi. La paziente non si sa come fortunatamente è sopravvissuta all’emergenza.
Dopo un anno di lavoro ospedaliero a seguito di quell’evento in due mesi mi sono licenziato ed ho cominciato a lavorare esclusivamente in privato in ambito ecografico. E’ stata una scelta dettata dal senso di responsabilità nei confronti del paziente e dal rispetto che devo a me stesso ed ai miei cari. In 20 minuti riesco a parlare con il paziente, eseguire un esame in maniera corretta, scrivere un referto e sentirmi a posto con la mia coscienza. Sono passati anni dalla mia scelta e non ne sono affatto pentito. Per quanto lavori ad un livello di base non mi sento meno affermato di un radiologo interventista o di un collega che lavora in ospedale e torno a casa sereno nei tempi che decido io. Certo non ho nessuna garanzia sul mio lavoro, se mi ammalo non guadagno, se i soci dello studio mi vogliono mandare via perché gli sto antipatico nessuno glielo impedisce ed ogni semestre è un’incertezza ma mi sento libero. Libero di fare il mio lavoro nel modo per me più professionale possibile. Vorrei, se possibile in forma privata, sapere il tuo punto di vista riguardo al mio pensiero e sapere se in passato hai avuto delle esperienze simili alle mie.
Ti auguro una buona giornata e buon lavoro.
Un giovane collega “bruciato”.
Ecco, io ho fornito a Francesco le mie considerazioni, e l’ho fatto in forma privata come lui ha chiesto. Però mi piacerebbe molto sentire anche le vostre.

A porte aperte (caso quiz: risposta)

2 marzo 2015

Allora, prima di cominciare a leggere sappiate che in questi giorni sono stato assente e, mentre programmo il presente post con diversi giorni di anticipo, non so ancora chi di voi avrà fornito la risposta corretta e non sono in grado di prevedere, al momento attuale, se avrò potuto rispondere agli eventuali commenti.

Per cui leggete la risposta come se io non avessi avuto accesso agli eventuali commenti (cosa che in effetti, probabilmente, sarà).

Cominciamo con la prima cosa da guardare in un addome diretto, che non sono i livelli o l’aria libera ma il pattern generale delle anse intestinali: concetto complesso che comprende la loro topografia e quello che il professor Frassineti chiamava il morfodinamismo delle anse.

Primo punto: come sono le anse intestinali? Sicuramente iperpneumatizzate, perché il calibro medio dell’ansa è superiore a 2 cm. E dal punto di vista topografico sicuramente di pertinenza del tenue mesenteriale, visto che i rilievi parietali non sembrano austrae coliche ma valvole conniventi (patologiche, è vero, ma ci torneremo dopo). Nei quadranti inferiori dell’addome, invece, c’è poca aria intestinale; e c’è poca roba, tra aria e feci, anche nel colon.

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Ma le anse, che morfodinamismo hanno?

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Riassumiamo: pareti non ispessite, iperpneumatizzate, pliche valvolari conniventi sottili, a tutto spessore e a intervalli più o meno regolari. Il pattern radiografico, a una prima occhiata, sembra proprio quello a “molla” dell’ileo occlusivo. A questo punto ci occorre la conferma della proiezione laterale, eseguita perché la signora non stava in piedi, che dovrebbe mostrarci proprio i livelli che ci aspettiamo.

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E in effetti è così: i livelli sono di tipo occlusivo. Sono multipli, a prevalente componente liquida (infatti è presente il segno della “collana di perle”, che si realizza quando l’ansa è quasi completamente piena di liquido e le poche bollicine di gas residuo si dispongono in sede anti-declive) e disposte su altezze differenti. In letteratura non c’è accordo né sulla questione delle altezze differenti né sulla quantificazione di tale differenze: però possiamo semplificare e dire che 2 cm di dislivello sono sufficienti per sbilanciarci, ovviamente se sono presenti anche gli altri segni dell’occlusione.

Dunque: pattern occlusivo ileale, e la disposizione delle anse suggerisce che l’occlusione possa essere medio-distale. Ma è la proiezione laterale che ci permette di fare la brillante diagnosi che il chirurgo, senza nemmeno richiedere una TC di conferma, confermerà sul tavolo operatorio: la vedete la porta erniaria ombelicale con le anse incarcerate?

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E la vedete quell’ansa segnata dalle frecce, che ha una densità maggiore rispetto alle altre adiacenti? Probabilmente è l’ansa più vicina allo strozzamento che ha determinato il quadro occlusivo, e ha una densità maggiore perché, per qualche motivo legato alla topografia delle anse stesse, contiene più liquido delle altre.

Poi, ma solo alla fine, perché con un quadro del genere non ci aspettiamo nessuna perorazione intestinale, constatiamo che non c’è evidente aria libera nel peritoneo (sapendo, tuttavia, che nel 40% dei casi può esserci comunque dell’aria, poca, e noi potremmo essere incapaci di individuarla).

Morale: nell’ileo occlusivo, qualunque sia la causa (e possono essere tante, in questo caso un’ernia ombelicale strozzata), oltre l’occlusione non passa più nulla. Il canale alimentare veicola parecchi litri al giorno di liquidi (quelli che ingeriamo, quelli prodotti da ghiandole varie, la bile, eccetera) e parecchio gas (quello che ingeriamo parlando e mangiando, e taccio del resto). Dunque capite bene, che se il passaggio si chiude, a monte troveremo ristagno di aria (ansa iperpneumatizzata) e di liquidi (livelli idro-aerei a prevalente componente liquida). Perché i livelli dell’occlusione sono a “scaletta”, come si dice in gergo tecnico? Semplice: tutti voi sapete che il mesentere, la riflessione peritoneale che avvolge le anse del tenue cosiddetto, per l’appunto, mesenteriale, ha una radice obliqua piuttosto corta (circa 5 cm) e un margine intuitivamente molto più lungo in funzione del suo aspetto ripiegato (deve avvolgere ogni singola ansa, dunque arriva alla lunghezza stratosferica di circa 6.5 m). Nell’ileo occlusivo le singole anse dilatate (per il ristagno di gas e liquidi), con peristalsi non soltanto ancora presente ma pure parecchio accentuata (nel disperato tentativo del tratto intestinale sano, quello a monte, di vincere l’occlusione), sono sostenute dalle singole ripiegature della radice del mesentere: ecco il perché della configurazione a “scaletta” dei livelli. E, tornando alla risposta fisiologica dei visceri a monte dell’occlusione, che sono stolidi e non capiscono il perché dell’arresto del transito intestinale, è proprio l’ipertono della parete a determinare il pattern a “molla” del tenue prossimale, con le valvole conniventi a tutto spessore e a intervalli più o meno regolari. Ricordate sempre che il tratto del tenue con più muscoli, per motivi fisiologici che è facile intuire, è proprio il digiuno: è lì quindi che troverete il massimo dell’ipertono parietale, e quello sarà l’ultimo tratto a mollare il tono qualora l’occlusione non venga risolta spontaneamente (a volte basta attendere e praticare una semplice terapia desufflativa) o chirurgicamente, come nel nostro caso. Ricordate anche che la presenza di feci nel colon non esclude la presenza di un ileo occlusivo: quelle sono le feci presenti nella cornice colica prima dell’evento acuto occlusivo, e non è detto che al momento del vostro addome diretto il paziente abbia fatto in tempo a espellerle.

(Dopodiché, un po’ di bibliografia. Ma essenziale, che non ho tanta voglia:

1. Meyers MA. Radiologia dinamica dell’addome. Verduci Editore, 1992.

2. Boudiaf M et al. CT evaluation of small bowel obstruction. RadioGraphics 2001; 21:613–624.

3. Grasso R, Di Mizio R et al. Semeiotica radiografica dell’addome acuto all’esame radiologico diretto: ileo riflesso spastico, ileo riflesso ipotonico, ileo meccanico ed ileo paralitico. Radiol Med 108: 56-70, 2004.

4. Silva AC et al. Small bowel obstruction: what to look for. RadioGraphics 2009; 29:423–439.

5. Mucchi-Pellegrini. L’addome acuto. Piccin Editore, 1972.

6. Di Mizio R, Scaglione M. Ileo meccanico dell’intestino tenue. Springer, 2007).

A porte aperte (caso quiz)

27 febbraio 2015

Ma torniamo a parlare di cose serie, finalmente: vi propongo un caso semplice semplice il cui scopo è dimostrare che con un buon radiogramma diretto dell’addome, insieme a notizie anche on particolarmente dettagliate sul paziente, possiamo evitarci parecchie TC.

La paziente in questione è femmina, ha 62 anni, e purtroppo per lei è affetta da una non meglio precisata psicosi cronica in oligofrenia: il che si traduce nella quasi totale impossibilità di interrogarla per ottenere una valida anamnesi patologica recente (ma anche remota) e anche nell’oggettiva difficoltà di praticare un esame obiettivo decente. Sappiamo comunque che, in un non definibile passato, la signora è stata operata per una peritonite secondaria a flogosi appendicolare gangrenosa; e che, nelle ultime ore, ha avuto diversi episodi di vomito caffeano, alcuni a getto. L’addome è trattabile, la peristalsi è presente. Gli indici di flogosi sono elevati.

Queste sono le radiografie acquisite dopo l’ingresso in Pronto Soccorso.

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0004971337_ADDOME, SUPINO_1001

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Adesso tocca a voi: non voglio solo diagnosi di pattern, voglio proprio sapere cosa ha trovato il chirurgo in sala operatoria.

A voi la palla.

La guerra tra i poveri

25 febbraio 2015

Affinché non venga tacciato di voler difendere sterili posizioni di categoria (mi sto riferendo a questo post), e per mostrare nel modo più obiettivo possibile, anche agli stessi pazienti, l’attacco alle professioni sanitarie che da più parti è in atto, ecco un link dove è possibile ricostruire le disavventure di un coraggioso tecnico di radiologia medica alle prese con un reparto di Radiologia in cui le risonanze magnetiche vengono effettuate da infermieri professionali.

Il messaggio, personale, è il seguente: l’unico modo di ragionare, in ambito sanitario, non è per risorse ma per l’interesse dei pazienti. Una volta stabilito questo caposaldo, e deciso di non metterlo più in discussione, si può parlare di come ottimizzare il sistema: scoprendo che per risparmiare risorse in sanità tagliare è inutile e dannoso, tappare i buchi invece è possibile e auspicabile (certo, bisognerebbe scremare la gestione della sanità dagli incompetenti, dai dilettanti allo sbaraglio e dai manigoldi di professione, ma questo è in parte un altro discorso). Le cose, in ambito sanitario, devono essere fatte da chi ha le competenze e l’esperienza necessarie per farle, non da chi permette di risparmiare due soldi sulla breve distanza (e sulla pelle della gente) per poi pagarla molto più cara sulla lunga, quando vengono fuori le magagne. E questo non vale solo per i medici radiologi, come vedete, ma anche per i TSRM. Ognuno faccia il mestiere per il quale ha studiato, e venga remunerato in relazione alle sue capacità professionali (e al prossimo che viene a dirmi con aria illuminata che l’ecografo è lo stetoscopio del terzo millennio, e dunque anche un impiegato di banca può improvvisarsi ecografista, gli infilo una sonda convex là ove non batte il sole).

Questo anche e soprattutto per dire che nessun radiologo con un minimo di sale in zucca vede il tecnico come un nemico o un rivale: posso garantire che entrare in tac o in RM la mattina, e trovare un certo tecnico invece che un certo altro, è fonte per il radiologo di enormi sospiri di sollievo (il che è vero anche a parti invertite, non crediate il contrario). E per dire che se non la smettiamo con posizioni contrapposte e spesso tendenti al delirio il futuro è quello di cui si parla nel link: un futuro tremendo non solo per i TSRM, credetemi, ma anche per i radiologi.

Otto e mezzo, in tempo reale

21 febbraio 2015

Io non seguo praticamente mai il programma serale di Lilli Gruber (ci sarà un motivo per cui l’Italia gravita intorno al 70° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, e la Nostra non è sicuramente una luminosa eccezione alla patologia cronica del giornalismo italiano. Sebbene in passato ci abbia deliziato con inquietanti ma deliziose anteprime, tipo questa: occasione nella quale, con parecchi mesi di anticipo, sdoganò Mario Monti come futuribile premier e lo fece con entusiasmo quantomeno sospetto). Ma talora, quando sono di guardia, mi piace iniziare la serata nel peggior modo possibile: ascoltando il telegiornale.

Stasera, e sto digitando in diretta proprio mentre guardo il famigerato programma, sono ospiti della Gruber una deliziosa oncologa franco-indiana e Franco Orsi, direttore di uno dei pochi reparti italiani di Radiologia Interventistica (IEO, Milano: l’ospedale di Veronesi, per esser chiari).

La Lillona nazionale esordisce con due domandine rompighiaccio: all’oncologa sul perché sia approdata proprio in Francia, e al Radiologo sui motivi del suo ritorno in Italia dopo essere stato molto a lungo all’estero. Entrambe le risposte sono interessanti, e sentite perché. L’oncologa dice, candidamente: in Francia 25 anni fa mi garantivano la possibilità di fare carriera anche nel caso avessi fatto dieci figli, in Italia no (poi però cerca di metterci una pezza maldestra affermando che anche in Italia finalmente si è arrivati a questo livello di civiltà, il che è una puttanata enorme perché anche nel terzo millennio restiamo il paese misogino di sempre, quello in cui la gravidanza di un medico donna è vissuta come lutto cittadino e costringe l’intero reparto a salti mortali perché col cacchio che viene presa in considerazione l’idea di sostituirla durante la maternità. Ma apprezziamo comunque il gesto distensivo, perché si vede che l’oncologa è una persona gentile). Invece il nostro radiologo risponde alla seconda domanda, in buona sostanza: perché  Veronesi aveva appena aperto lo IEO con presupposti molto diversi da quelli standard italiani dell’epoca, in particolare per quanto riguarda l’influenza politica sulle nomine.

A questo punto Lilli Gruber ha un palese brivido diaccio che le corre lungo la schiena (se non mi credete guardate il filmato su Internet, vi prego) e invece di chiedere all’eroico Orsi di spiegarsi opportunamente non trova nulla di meglio che dare la pubblicità; e al ritorno, dopo qualche minuto, disinnescare Orsi e spostare il discorso su altri argomenti, evidentemente molto meno rischiosi. E pensare che io, al posto suo, non avrei creduto a tanta manna e con vocina ingenua e melliflua avrei subito chiesto: Come, dottor Orsi, sta dicendo che la politica italiana ha qualcosa a che fare con le nomine apicali ospedaliere? Ma dai?!

Tra gli argomenti meno rischiosi, in piena diretta televisiva, le motivazioni sull’espulsione dei famosi 11 interventisti dalla SIRM (di cui ho parlato in questo post, senza che al momento abbia cambiato idea): e qui il bravo Orsi, facendo gli occhioni tristi, dice la sua sulla vicenda e tutto sommato riesce anche a essere diplomatico nei confronti della casa madre che lo ha scacciato, a sentir loro, in malo modo. Ovviamente la Lillona, che aveva appena elegantemente glissato sul male peggiore della sanità italiana, si getta a pesce sulla ghiotta notizia; e, senza che sia previsto alcun contraddittorio dell’altra parte in causa (incidentalmente trattasi della SIRM, ossia la Società Nazionale di Radiologia Medica, ossia la più rappresentata società scientifica radiologica in Europa, circa 10mila soci), si profonde in considerazioni del tipo: Ma perché ci facciamo male da soli? Ma perché siamo così autolesionisti? E poi, non paga, insinua: Io non capisco niente dell’argomento, ma non è che per caso sotto sotto c’è anche una motivazione economica?

Certo che c’è la motivazione economica, Lilli, come apparirà chiaro a fine intervista, ma non nell’accezione che stai dando tu alla faccenda. Morale, Signore e Signori, ancora una volta l’informazione giornalistica italiana non ci sorprende, per metodi e risultati. Auguri per il centesimo posto in classifica, che ormai è alle porte.

PS Quanto a Orsi, vorrei essere diplomatico come lui ma, scusatemi, proprio non ci riesco. Insomma, ci terrei a chiarire un concetto basilare del mondo medico-radiologico: non è che la Radiologia Interventistica sia la vetta dell’Everest e il resto della Radiologia merda fumante. Se è lecita l’esistenza di una sezione SIRM di Radiologia Toracica (o di Capo-collo, o di quello che volete voi), inscritta in una struttura societaria più grande e omnicomprensiva (la SIRM), non vedo perché non possa esistere, come difatti continua a esistere anche dopo l’epurazione degli 11, anche una sezione di Radiologia Interventistica. O dobbiamo dedurne che chi si occupa (quasi solo) di diagnostica è un coglione? O dobbiamo dedurne che, per dire, un radiologo dedicato all’urgenza, al torace o alla mammella può occuparsi tranquillamente anche di tutto il resto perché si tratta di questioni risibili, mentre l’interventista salva la vita alla ggente?

Siccome queste sono cazzate sulle quali manco mi metto a discutere, il discorso è piuttosto da porre in altri termini. Semmai, la necessità di avere sul territorio un  numero maggiore di reparti di Radiologia Interventistica, analogamente a quanto accade per la Neuroradiologia, perché la medicina è in questa direzione che sta tirando: l’ultraspecializzazione. Questa potremmo davvero chiamarla politica sanitaria, quella seria, quella dei progetti sulla lunga distanza e non mirati alla prossima (ri)elezione regionale; che però esclude i casi sempre più frequenti in cui radiologi con esclusiva esperienza interventistica vengano chiamati, con metodi che potremmo graziosamente definire obliqui, a dirigere reparti di Radiologia cosiddetti generalisti, ossia senza connotazioni di tipo interventistico perché è altro quello di cui si ha bisogno in quella particolare realtà, spesso periferica; il che, se permettete, oltre a contraddire il punto di vista del radiologo interventista duro e puro potrebbe incidentalmente creare qualche piccolo problema di ordine gestionale e danni al servizio reso ai pazienti.

Il resto, e qui mi trovo d’accordo con quello che sta dicendo il nostro Orsi in questo precisissimo momento, è business. Ma allora, se è di affari che stiamo parlando non pigliamoci per il culo, dai.