Ho freddo e mi sento così solo, ma sono quasi a casa

agosto 17th, 2018

C’è una costante, nella vita di ognuno di noi: la nostra faccia.

La nostra faccia con il suo corredo di colore di capelli, destinato a cambiare con gli anni, e di colore degli occhi, che invece rimarrà uguale ma sarà gradualmente mascherato dalle palpebre cascanti. La nostra faccia cesellata dalle rughe prima di espressione e poi di invecchiamento, ognuna di esse figlia di un pensiero fisso, di una preoccupazione, di un dramma personale più o meno enorme. La nostra faccia, con il naso e le orecchie che non smettono mai di crescere e le labbra che invece si assottigliano, un poco per volta, perché le sofferenze e le delusioni è proprio di quello che si nutrono: del sorriso.

Qualcuno ha quasi da sempre una faccia da vecchio: per esempio quei compagni di scuola delle elementari che non riconosceresti mai se qualcuno non te li indicasse a dito o loro non venissero a salutarti, quelli che hanno avuto un viso da bambino lo stretto indispensabile per potersi definire tali e poi sono cresciuti in fretta, trascinati dai cambiamenti del volto e delle loro esistenze di quieta disperazione.

Qualcun altro, al contrario, invecchiando mantiene alcuni dei tratti del bambino che è stato: gli occhi grandi, lo sguardo impertinente, la postura beffarda. Loro è facile immaginarseli in braghe corte, con tutti i capelli ancora in testa, mentre corrono in strade polverose e riarse dal sole estivo di qualche decennio prima.

L’unica maledizione ineluttabile, per ciascuno di noi, è dover convivere per tutta la vita con quella faccia. Guardarla riflessa dallo specchio del bagno ogni mattina, appena svegli, e ogni sera, prima di soffocare nel sonno i brutti pensieri della giornata. Perché puoi mentire a tutti, sempre, anche a te stesso, e illuderti di riuscirci: ma alla tua faccia riflessa nello specchio no, non ti è concesso.

Solo di spegnere la luce, in quella circostanza, ti è concesso.

Sapendo che quel gesto non sarà sufficiente a cambiare la realtà dei fatti, e a nascondere la verità dietro l’ennesima menzogna.


La canzone della clip è “Almost home”, di Stephen Bishop, song theme del film “Benji” (2018). Come tutte le canzoni che parlano di ritorni a casa, come sapete, ha fatto ben presto a diventarmi cara.

Questi sono i tempi in cui o tutto o niente

agosto 7th, 2018

Vi capita mai di percorrere una pezzo di strada in auto e attraversare una campagna sterminata? Oppure di essere costretti a un’escursione montana lungo sentieri asfaltati l’ultima volta parecchi anni addietro? In entrambi i casi può capitare di scorgere casali abbandonati o resti di costruzioni di altro tipo, come quelli in cui mi sono imbattuto pochi giorni fa appena prima di una malga sperduta sul monte Grappa.

Bene, non so voi ma la mia prima reazione a una costruzione abbandonata è un magone che non finisce più. Il casale abbandonato in mezzo al vigneto è stato sicuramente abitato, molti decenni prima, da un fattore e dalla sua numerosa famiglia. Tra le sue mura diroccate qualcuno ha fatto l’amore, litigato, cresciuto bambini, pranzato e cenato ogni santo giorno. Abbandonare una casa è come ammettere pubblicamente la sconfitta di un progetto, di una speranza di vita. A volte è semplicemente la ricerca di una soluzione più facile: il contadino che negli anni ’60 e ’70 lasciava perdere la fatica dei campi e si inurbava per fare l’operaio ne è l’esempio più banale.

Ecco perché quando qualcuno rileva il casale abbandonato e lo riporta a nuova vita mi si apre il cuore. Perché in quel momento non si tratta soltanto un nuovo inizio ma anche di un recupero in piena regola. I muri sono porosi, finché stanno in piedi conservano intatti gli echi degli eventi a cui hanno assistito. I muri sono custodi silenziosi di un patrimonio sentimentale destinato a esaurirsi, prima o poi. Salvo i casi miracolosi, come quello di Pompei, dove i muri maestri delle vecchie case romane cantano melodie così potenti da potersi ascoltare all’altro capo del mondo.

Altre volte, purtroppo, svuotare una casa è il solo modo per salvarla da una distruzione sicura. Dopo un terremoto, per esempio, i muri rimasti in piedi vanno puntellati: ricordo con grande tristezza e nostalgia le case lungo il corso del mio paese, dopo il terremoto del 1980, i cui muri vennero puntellati con lunghe travi di legno scuro che rimasero lì per anni interi, prima che si mettesse mano ai restauri, fino a diventare parte integrante del paesaggio urbano.

È così che vanno le cose, in anni bui. Si puntellano i muri e si aspetta il momento propizio, una stagione buona per ricostruire. Come recita la canzone dei Queen, questi non sono tempi per mezze misure: bisogna raccogliere pietre, sporcarsi le mani di terra e cemento.

Perché o è così, nella vita, o non può essere niente.


La canzone della clip è “Under pressure”, dei Queen, tratta dall’album “Hot space” (1982). La canzone ha molto a che fare, oltre che coi Queen, anche con David Bowie: vi consiglio quindi di cercare la sua storia in Rete, per certi versi è davvero illuminante.

Quando guarderai indietro gli anni e vedrai quel che potevi essere, cosa sarebbe potuto esserci, se solo avessi avuto più tempo

luglio 28th, 2018

Non avevo mai assistito, prima di Marchionne, a un requiem celebrato a una persona ancora viva. E nemmeno, se posso aggiungere, un requiem così lungo: si vede che il personaggio, da qualsiasi parte lo si voglia guardare, era dotato di peculiarità davvero notevoli.

Io non possiedo alcuna competenza specifica per valutare il manager, per comprendere fino in fondo la portata delle sue strategie e delle sue azioni. Posso solo immaginare (e comprendere, ci mancherebbe altro) che, chiamato a rimettere in piedi un’azienda sull’orlo del fallimento, abbia lavorato unicamente per il vantaggio dell’azienda stessa e non per riportare giustizia ed equità nel mondo complesso dell’industria automobilistica mondiale.

E non ho abbastanza elementi nemmeno per dire la mia sul carattere di un uomo del quale si è detto di tutto, nel bene e nel male: dall’uscita in lacrime di manager attempati dal suo studio all’assunzione di 2000 operai a Pomigliano d’Arco, nessuno dei quali aveva la tessera della FIOM perché altrimenti non sarebbero mai stati assunti. Non so nemmeno se sia autentica la leggenda che narra le disavventure di chi, in quello stabilimento, non riusciva a reggere i ritmi della produzione e veniva costretto a umiliarsi davanti a tutti nel cosiddetto “acquario”, uno spazio comune in cui, microfono alla mano, doveva affermare di essere, testualmente, un uomo di merda. Buona parte di questi racconti, immagino, sono apocrifi, leggende metropolitane. Qualcuna forse no, ma questo non cambia lo stato delle cose. L’uomo non deve essere stato di carattere facile. Quello in cui si è mosso, come peraltro è norma, è un mondo in cui per fare i capi come si deve bisogna essere stronzi. Stronzi ma intelligenti, perché gli stronzi cretini è il sistema stesso a espellerli, con loro grande scorno.

Lui intelligente lo era di certo. Faccio un solo esempio: un uomo che ha il coraggio di accusare pubblicamente, come fa in questo video, i danni culturali incalcolabili che il ’68 ha provocato al nostro paese e che ancora oggi paghiamo in una società, come dice lui, in cui tutti ritengono di avere diritti ma nessun dovere, è sicuramente dotato non solo di grande capacità di analisi, ma anche di insolito coraggio nell’esprimerla.

Ma è un’altra la domanda che mi pongo, in questi giorni. Marchionne ha passato due terzi della sua vita a correre come un matto in giro per il mondo, seduto sulla poltrona di un jet privato con un telefono incollato all’orecchio, intento a risolvere problemi e inventarsi soluzioni strategiche geniali. Un’altra leggenda metropolitana narra che negli ultimi trent’anni abbia si sia concesso solo un weekend di vacanza e che per il resto abbia lavorato continuamente, senza tregua, con una determinazione quasi maniacale. Ai suoi collaboratori chiedeva tutto perché lui, al suo lavoro, dava davvero tutto se stesso. Non so se abbia avuto moglie o figli, e in caso affermativo quanto tempo abbia potuto o voluto dedicare alla causa della famiglia o degli amici (se ne ha avuti). D’altro canto, come diceva lui, “chi comanda è solo”. Credo avesse ragione.

Una cosa però mi piacerebbe saperla, sul serio. Sapere con certezza cosa ha pensato, sul letto di morte, un uomo così fuori dall’ordinario. Avrà concluso che è valsa la pena di sacrificare l’esistenza intera sull’altare della propria professione? Che decine di milioni di euro all’anno siano stati sufficienti a pagare una dedizione così assoluta e priva di compromessi? Lui, che diceva con grande e condivisibile entusiasmo «siate come i giardinieri, investite le vostre energie e i vostri talenti in modo tale che qualsiasi cosa facciate duri una vita intera o perfino più a lungo», sarà trapassato sicuro che la sua opera gli sarebbe sopravvissuta almeno qualche anno?

Non lo so, davvero. So solo che di fronte alla morte tutta la nostra presunzione egocentrica si sgonfia come un palloncino, e tutto diventa talmente relativo da perdere importanza. E quando rivedo il viso stanco del Marchionne degli ultimi tempi, quello che aveva affermato, forse per la prima volta in vita sua, di essere stanco e voler cambiare vita, se rivedo il viso provato di quell’uomo che non mi aveva mai ispirato simpatia, mi viene solo voglia di dargli una carezza sul viso, portargli un caffè e fare due chiacchiere con lui.

Così, come due conoscenti qualsiasi che aspettano insieme la sera.


La canzone della clip è “Take the long way home”, dei Supertramp, tratta dal celeberrimo album “Breakfast in America” (1979); questa volta in versione live. Una delle più belle canzoni scritte da Roger Hodgson, direi: per quanto mi riguarda, la ascolto ogni volta che mi rendo conto che i miei piedi si stanno staccando da terra.

E poi un amico ha detto: non smettere di fare quello in cui credi

luglio 16th, 2018

Nella termine “vacanza” è semanticamente insito il concetto di creare nella propria esistenza un vuoto di quotidianità. È un bisogno quasi primario perché, come scriveva Thoreau, la maggioranza degli uomini vive una vita di quieta disperazione: evadere dalla quale, pavento, è una mera questione di sopravvivenza.

I pensieri brutti di quella vita ti seguono pervicacemente, specie i primi giorni. Il dramma della connessione perenne al resto del mondo ti rende raggiungibile ovunque: chiunque può telefonarti o spedirti una mail, ignaro o meno del fatto che tu stia facendo dentro di te, appunto, vuoto vitale. Ogni questione, anche la più risibile, diventa prioritaria nella mente di chi la elabora, che così si sente legittimato a proportela. Internet e la globalizzazione, in ultima istanza, ci hanno reso nient’altro che bambini insicuri.

Però alla fine il viaggio vince sempre. Saranno i luoghi che avevi sempre desiderato visitare, e che sono ancora più magici di come te li immaginavi. Sarà che il corpo, avvezzo ai ritmi di chi usa solo cervello e occhi per lavorare, ricomincia a muoversi e si ricorda di esistere. Sarà il bordeggiare lungo coste di isole brulle, abitate solo da pini marittimi avvezzi a crescere sulla nuda roccia, proprio come te, e quella casetta di pietre bianche sulla sommità della scogliera a picco sul mare che esercita il solito richiamo a una benefica solitudine ormai dimenticata da anni.

Fatto sta che durante la vacanza vacanza il vuoto, in qualche modo, si ricrea. Non si tratta di un vuoto pneumatico, certo, ma c’è; e ti permette di ricordare che niente è per sempre, nulla è scritto, nulla vale la pena di una sofferenza troppo prolungata o della difesa a oltranza di un orgoglio che in genere è l’ultimo rifugio dei falliti. Che non abbiamo niente da difendere con ardore religioso, oltre la nostra stessa felicità di esseri viventi. Che nulla possiamo fare per salvare il mondo dai suoi guai perché il mondo andrà avanti comunque, con o senza di noi, come d’altronde ha sempre fatto, e avrà la sorte che gli è destinata dalle leggi della fisica quantistica.

Tanto vale essere felici, allora: anche se la felicità comportasse rinunce, l’abbandono di vecchi sentieri e l’imbocco di nuove strade.


La canzone della clip è “Move by yourself”, di Donavon Frankeinreiter, dall’omonimo album del 2006. Donavon in Italia è semisconosciuto, per cui vi prego di ascoltare con molta attenzione uno dei suoi dischi, magari questo: resterete a bocca aperta. Scoprendo per esempio che esistono musicisti nelle cui canzoni, incredibile, il basso si sente parecchio, e fa da solo buona parte del lavoro.

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giugno 24th, 2018

Mi sono preso una piccola pausa di riflessione, negli ultimi giorni, dopo un paio di esperienze spiacevoli, per riflettere sull’argomento del titolo. Poi i fatti della vita mi hanno travolto, specie in ambito lavorativo, e ci ho messo più tempo di quanto avrei voluto.

La ponderosità dello scritto suggerisce di non postarlo pari pari sul blog. Chi abbia voglia di leggerlo può cliccare qui oppure recarsi sulla pagina omonima. Buona lettura.