Vergognarsi

27 gennaio 2015

Pensate a un grande ospedale. Fatto?

Bene. Adesso pensate al reparto di Radiologia di questo grande ospedale, e fatevi una mezza idea delle richieste di esami che questo reparto smaltisce ogni giorno (se non ce l’avete, pensate a un numero qualsiasi da quattro a sette e aggiungete due zeri).

Quindi, portate la vostra attenzione al piccolo ufficio in cui vengono costruite le liste di lavoro. E’ un ufficio piccolo, tre metri per tre scarsi, abitato da 3 (tre) segretarie che fanno fatica a dividersi l’ossigeno da respirare, e immaginatelo come l’ufficio più caotico che mente umana possa concepire.

Immaginate insomma un telefono che suona di continuo, letteralmente di continuo, senza interruzione, mentre il fax scarica dieci richieste di esami al minuto. Immaginate per un attimo di essere una di quelle segretarie: siete sedute alla vostra scrivania e il vostro lavoro, un lavoro di metodo, è riempire le liste delle varie sezioni diagnostiche. Nel mentre, in ordine sparso, a) suona il telefono: è un medico di reparto che vi chiede di infilare di straforo il caso che lui ritiene urgente; b) vi comunicano che i turni di lavoro dei medici sono cambiati e il giovedì il medico che si occupa dei colli è stato spostato, suo malgrado, in ecografia; c) suona il telefono: è un altro medico di reparto che ha appena parlato con uno dei radiologi per concordare una biopsia polmonare; d) il primario vi cazzola perché quel tal giorno la lista di lavoro nella tal diagnostica andava chiusa per la manutenzione dell’apparecchiatura, e magari a voi nessuno lo ha detto; e) suona il telefono, è uno dei radiologi che vi chiede di aggiungere un esame sulla sua lista di lavoro o, peggio ancora, spostare un paziente per inserirne un altro; f) arrivano infermieri, medici, pazienti, parenti dei pazienti a chiedervi informazioni su cosa fare, dove andare, quando andare, eccetera; g) suona ancora il telefono.

Pensate a quanto debba essere difficile comporre una lista di lavoro, senza errori o almeno minimizzandoli il più possibile, e non potersi concentrare per più di due minuti di orologio mentre lo spessore del pacco delle richieste da sistemare aumenta ora dopo ora, a piena dimostrazione del fatto che in questo mestiere di merda più esami produci e più aumenta la richiesta di prestazioni, e qualcuno dei medici addetti alla valutazione delle richieste stesse svicola, vi dice che non ha tempo o addirittura vi manda a quel paese perché anche voi state disturbando i suoi vani e legittimi tentativi di lavorare senza interruzioni continue.

Infine, pensate alla telefonata definitiva, quella che vi manda in lacrime, quella che arriva in mezzo a tutto questo bordello. La telefonata di una paziente indemoniata a cui un medico improvvido (ma la parola medico a volte mi sembra un complimento che questa gentaglia non merita) ha prescritto una risonanza magnetica per una sospetta sindrome algodistrofica riflessa del piede, marcandola con la lettera B (che vuol dire prestazione semi-urgente da espletare in 10 giorni lavorativi) e senza nemmeno aver prima richiesto una semplice radiografia, che quasi certamente avrebbe risolto in meno tempo e con minor fatica il gravissimo e urgentissimo problema diagnostico. Immaginate anche di sentirvi urlare nelle orecchie che è uno schifo, che se c’è scritto che l’esame va fatto entro dieci giorni è entro quel tempo che pretendete di farlo altrimenti denuncerete il misfatto alla procura della repubblica e alla corte dell’Aia, e che dovete solo vergognarvi, vergognarvi e vergognarvi.

Ecco, io e la mia segretaria abbiamo il massimo rispetto per i vostri problemi di salute; ma a me non piace vedere la segretaria, che si fa il mazzo ogni giorno per poco più di mille euro al mese, umiliata da perfetti sconosciuti, con le lacrime agli occhi e la voce rotta dal pianto. Per cui se per qualche volta a usare questa parolona con cui cani e porci di questi tempi si riempiono la bocca, vergognarsi, vergognarsi, vergognarsi, foste voi (il politico che orienta la politica sanitaria, l’amministratore che lo asseconda, il medico che richiede esami inutili, il paziente privo di qualunque forma di educazione e rispetto per il lavoro altrui), credetemi, davvero non fareste cattiva cosa.

Il sito di Sezione, questa volta definitivo

26 gennaio 2015

Nuova immagine bitmap

Il sito della Sezione di Radiologia Toracica, completamente rinnovato nei modi, è disponibile all’indirizzo www.radiologiatoracica.org o, comunque, dal link disponibile sul portale SIRM.

E’ un sito rinnovato da cima a fondo e, udite udite, con la possibilità (per i soli Soci, of course) di interagire autonomamente. Fatemi sapere cosa ne pensate, e se ci sono margini di miglioramento.

Buona  navigazione.

Maestro Yoda

23 gennaio 2015

Dottore, cos’ho?

Merda, un fegato completamente impallinato da metastasi che nell’ultimo controllo non erano segnalate, penso, mentre le prendo la mano e dico che questa volta c’è qualcosa di diverso nel fegato e che bisognerà fare un altro esame per essere sicuri (di qualcosa della quale peraltro sono già sicuro). Ma ‘cca nisciuno è fesso, dicono dalle mie parti: e la signora ha già capito tutto, mi ha sgamato al primo mezzo sorriso in cui mi sono cimentato e capito che siamo giunti al gioco-partita-incontro. Ne ha passate anche troppe, lei, e non è la prima volta che un medico le prende la mano per darle una cattiva notizia.

Poi la signora esce dalla stanza ecografica ed entra il paziente successivo. Uno dice: si riparte daccapo, come se nulla fosse. E invece no.

Flashback. Mi arriva una mail da una internauta: è gentile, carina, dice che devo essere sicuramente un bravo medico per le storie che racconto e per la passione che lascio trasparire dai miei racconti. Dice che, se mai dovesse aver bisogno di un medico, vorrebbe che mi somigliasse; mi chiede dove trovo la forza di continuare, con la sofferenza che mi tocca vedere ogni giorno. Dove la trovo? Eh.

Risposta (quella che avrei voluto dare): forse è solo che scrivo benino, e forse non sono affatto un bravo medico. Forse è solo che mi immedesimo troppo nei pazienti che seguo, colpa dei neuroni a specchio ipertrofici che mi ritrovo, e forse hanno ragione quelli che schivano le responsabilità: hanno capito come va il mondo, il distacco li rende lucidi e spietati, timbrano ingresso e uscita con la precisione svizzera di un impiegato del catasto, si negano al telefono, non parlano mai di persona con il radiologo, dieci anni che lavori in un ospedale e manco sai che faccia hanno. A volte vieni a sapere che si sono lamentati del referto tuo o di qualcuno dei tuoi colleghi, e manco hanno idea dell’archivio di cazzate che il radiologo ha raccolto in tanti anni sul loro conto: roba da servizi segreti deviati, tipo che ti viene una colica renale e tu piuttosto di imbatterti in uno di loro ti contorci dai dolori fino al primo ospedale della provincia limitrofa. Ma per fottersene bisogna esserci portati, è un fatto genetico. Ecco perché, anche se viene avanti il prossimo paziente, non è possibile ricominciare daccapo. Perché il problema dei medici, nel terzo millennio, è che dopo un po’ ti saturi. Ti sembra di lottare contro i mulini a vento, di svuotare una barca che affonda armati del solo cucchiaino, di nuotare con le scarpine di cemento ai piedi. Ti sembra che tutti i tuoi sforzi, anche se vanno a segno con un singolo paziente, nel computo generale delle cose finiscano irrimediabilmente perduti. Tanto studio, tanta fatica, tanta esperienza: e poi?

Flashback. Mi scrive una studentessa di medicina, molto sconfortata. Chiude la sua mail triste con una domanda terribile sul suo futuro a cui io non so rispondere se non per dirle che tutti abbiamo momenti di legittimo sconforto, e che i guai della nostra vita privata influiscono eccome, sul nostro rendimento lavorativo. Le racconto un po’ di fatti miei, perché nel mentre mi viene voglia, e le dico anche un’altra cosa: riassumendola in due parole, non bisognerebbe mai preoccuparsi di qualcosa che tra cinque anni nemmeno ricorderemo più. Certo, a volte è dura essere lungimiranti, eppure è così. Ci abituiamo a ragionare come se il mondo girasse intorno a noi, e invece il mondo si fa beatamente i cazzi suoi.

Insomma, talvolta ci si satura. Ed è normale sentirsi stanchi, aver voglia di rallentare, di pensare ad altro. Per fortuna ogni tanto quello che dai al mondo torna indietro in forme strane e inattese, e chi te lo ritorna magari nemmeno si è accorto del bene che ti hanno fatto le sue parole. Allora capita che, dopo tanti anni che sto dietro agli specializzandi, adesso siano loro a star dietro a me: a stimolarmi, a suggerirmi lavori, a farmi domande difficili, a occuparsi di sequenze di risonanza che per adesso ho chiuso in un cassetto perché, semplicemente, non ci voglio pensare. E uno di loro, tra i più cari, mi scrive: Se molli anche tu allora è finita, considerati come il nostro maestro Yoda.

Così sorrido, finisco le ecografie della mattina, appoggio la sonda e me ne sto un po’ lì a pensare, nel silenzio della sala vuota. Poi vado in studio e mangio un panino leggendo qualche pagina del Myers, perché certi libri hanno il sempiterno potere di rimettermi al mondo e illuminarmi d’immenso. E sapete che vi dico? Che in fondo, alla fin fine, il problema centrale restiamo sempre noi stessi, e che non c’è niente da fare: arduo da vedere il Lato Oscuro è.

Radiologia e fiction televisive (un post di Alfredo)

21 gennaio 2015

Questa è la risposta al mio ultimo post, e la invia Alfredo Siani. Il dottor Siani (professore emerito, ma lui non ama ricordarlo) è stato presidente SIRM in tempi non molto lontani, e la sua è stata un’esperienza societaria un po’ fuori dagli schemi: a lui va ascritto il merito di aver aperto il forum del Presidente, una piazza comune in cui venivano discussi liberamente temi di scottante attualità. Inutile dirlo, la rubrica fu chiusa dopo l’avvento del suo successore. Alfredo Siani mi ha contattato la prima volta sul blog (quando era presidente), e da allora mi tiene d’occhio con affettuosa attenzione. Un suo parere sulla spinosa questione che sto affrontando da alcuni anni, e riguardante l’evoluzione della nostra figura professionale, ha un peso specifico importante.

Ho letto con interesse il vostro articolo, che mi sembra ben strutturato e pieno di dotte citazioni di prestigiosi colleghi. Non posso aggiungere molto, ma penso che i responsabili di tutto questo siamo proprio noi radiologi. Guardate gli sceneggiati televisivi: il radiologo non c’è mai; dietro la consolle ci sono i “clinici”; le radiografie attaccate ai negativoscopi sono sempre al contrario e noi non siamo mai riusciti a convincere sceneggiatori e/o registi a consultarci durante le riprese.

Chi di noi non ha refertato centinaia di radiografie fatte dai tecnici, anche dopo alcuni giorni? Noi radiologi “diversamente giovani” lo abbiamo fatto negli studi periferici in cui andavamo per arrotondare lo stipendio, anche perché, all’epoca, non era stato ancora scritto l’Atto Clinico-Radiologico e ci accontentavamo delle poche note cliniche che ci scrivevano i tecnici.

E allora? La vera svolta, se ci sarà, sarà solo quando le richieste saranno effettuate per patologia d’organo e decideremo noi che tipo di esame fare per quella determinata patologia. I vantaggi sarebbero enormi: diminuzione dei costi e delle liste di attesa per esami inutili, il radiologo come interlocutore unico dei colleghi clinici, eliminazioni di referti in cui c’è scritto “verosimilmente”, “in prima istanza”, vero rapporto fiduciario con il paziente.

È la soluzione? Si realizzerà mai? I Medici di medicina generale consentiranno che si faccia? Chi può dirlo.

(Alfredo Siani)

Ed è vero: chi può dirlo? Nessuno, forse; o a dirlo possiamo essere noi, con il nostro lavoro quotidiano. Forse in pochi se ne sono accorti, ma la situazione sanitaria del paese sta degenerando: quello che oggi ci sembra dovuto, domani potrebbe essere perduto. Le lamentele per le liste d’attesa, che oggi orientano le politiche regionali, domani potrebbero tradursi in un esodo di massa verso il sistema privato. D’altro canto Noah Chomsky, qualche anno fa, parlando della scellerata politica delle privatizzazioni, scriveva a chiare lettere: “Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e tu consegni il capitale al privato”.

E’ davvero questa la sanità nazionale che vogliamo? Ecco la conclusione, scettica in senso squisitamente borbonico (perché queste sono le origini di Siani, comuni alle mie), con cui il Presidente ultima il suo post. Le variabili sono tante, la maggior parte delle quali fuori dal nostro controllo di operatori sanitari. Ma qualcosa possiamo farla: resistere, cercare una strada ragionevole di confronto, sensibilizzare l’opinione pubblica. O anche solo svolgere degnamente il nostro lavoro: e già sarebbe grasso che cola.

Editoriale: Il radiologo e il parrucchiere

18 gennaio 2015

E’ un editoriale scritto a quattro mani con il mio primario e pubblicato sull’ultimo numero de Il giornale italiano di Radiologia Medica. Se vi va di leggerlo, cliccate qui.