L’Italia dei fessi (un post di Antonio)

22 aprile 2014

Quello di oggi è un bellissimo post di Antonio. L’ho letto con molto interesse e anche con una certa commozione, perché se ho vissuto altre vite di certo una l’ho passata nelle trincee infangate della Prima Guerra Mondiale: e Antonio ne racconta con molto trasporto, (ri)trovando in quelle vicende, spogliate della inutile retorica post-risorgimentale, la vera essenza di noi italiani. O la nostra vera non-essenza. Buona lettura, e tenete in grande considerazione le proposte finali di Antonio.

E’ di questi giorni la notizia che i medici di famiglia potranno includere nelle loro anamnesi i problemi sessuali dei pazienti.

Mi chiedo: ma prima era proibito? Chi impediva al medico di fiducia di intervistare il paziente su eventuali problemi sessuali?

Questa notizia mi fa pensare a come in Italia tutto debba essere scritto. Non per nulla abbiamo il maggior numero di leggi in Europa.

Come mi riferisce un amico, guida alpina del Parco dei Sibillini, se nelle aree di ripristino della flora alpina non compare il cartello “Vietato il transito” tutti passano sopra i germogli piantati con tanta fatica.

Se in un parco cittadino non ci fosse il cartello “Non calpestare le aiuole” o “Non gettare rifiuti”, tutti si sentirebbero autorizzati a comportamenti che un banale principio di educazione dovrebbe impedirci.

Ora mi spiego perché prima dell’avvento dei cellulari non trovavo mai una cabina telefonica funzionante: non c’era scritto “Vietato danneggiare il telefono pubblico”.

Per noi italiani l’iniziativa personale è un mito, un tabù: tutto deve essere regolamentato.

Sabato ero in ferie, ma sono passato in ospedale. Una donna, madre di una ventenne gravemente compromessa per danni cerebrali irreversibili mi ha chiesto un esame dell’addome per la figlia. Non ho avuto remore. Non mi è importato nulla essere in ferie o meno. Ho sentito il preciso dovere di eseguire l’esame, anche se completamente inutile per la povera ventenne. Eppure mi hanno criticato perché non ero “sotto cartellino”.

Se vengono i NAS ti mettono sotto inchiesta perché potresti aver percepito soldi in nero! La paziente non era registrata al CUP”

Chi avrebbe potuto rifiutare l’esame, più che alla paziente, alla madre disperata? Non ho mai preso una lira da un malato, non faccio attività intramoenia e non la farò finché riuscirò a soddisfare le esigenze dei pazienti in orario di servizio.

E se poi non sono in orario l’esame lo faccio lo stesso, alla luce del sole, perché sono un medico.

Ecco perché non sono favorevole alle linee guida. Le ricette da cucina con le quali si cerca di evitare l’ignoranza. E che sono ormai così estese da compromettere anche un onestissimo intervento perché non compreso in un ambito orario.

E’ l’Italia di Caporetto. Vietato avere iniziative anche quando queste non comportano spese o disguidi organizzativi.

Ecco cosa dice lo storico Lorenzo del Boca (Grande guerra, piccoli generali. 2007) :

La vita di trincea aveva tre caratteristiche. Se si stava fermi, i congelamenti, la fame, le infezioni uccidevano i soldati. Se si andava all’attacco, il micidiale fuoco nemico uccideva i soldati. Se ci si attardava terrorizzati ad uscire, il fuoco dei carabinieri e degli ufficiali uccideva i soldati. Quando l’azione riusciva il merito andava ai generali rintanati nelle retrovie che avevano sacrificato senza remore di sorta vite umane per spesso fallaci risultati tattici. Se l’azione falliva, responsabili erano sistematicamente i fanti e gli ufficiali di complemento, ritenuti poco combattivi,vigliacchi e sottoposti a duri processi.

 “A chi il merito della vittoria?” Il generale Caviglia fu uno dei protagonisti degli ultimi atti del conflitto ma non gliene attribuirono merito. Lui commentò le iniziative di Diaz: «Non intese mai bene perché l’Italia aveva vinto a Vittorio Veneto ed è morto senza saperlo».

Tuttavia l’Italia vera non è quella di Vittorio Veneto. Il risorgere e il recuperare non sta nel DNA della nazione.

L’Italia autentica è, piuttosto, quella di Caporetto: una sconfitta disastrosa come quella viene da lontano ed è destinata ad andare lontano, riproponendosi e perpetuandosi.

Caporetto è una politica inseguitrice di obiettivi contraddittori, con superficialità e scarsa cultura, sorretta dal tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, sempre autodidatta e mai consapevole.

Caporetto è non comprendere la divaricazione fra l’illusione e la realtà, confondere i sintomi con le cause, non scegliere fra opzioni logiche per inseguire fantasie pericolose.

Caporetto è l’Italia dei fissi e dei fessi. Quella che risolve il problema mandando avanti gli altri e dando agli altri la responsabilità degli insuccessi. Che si nasconde sempre dietro un dito, scandalizzandosi per le piccole inadempienze altrui ma passando rigorosamente sopra le proprie. Anzi, giustificandole e trasformandole in merito. Non per nulla l’arcivescovo di Udine, monsignor Rossi, rimproverato dal papa per aver abbandonato la diocesi, rientrò a guerra finita e fu premiato «per i servigi resi al regno d’Italia ». Invece, i vescovi di Ceneda e di Feltre ­Belluno che patirono la fame con i parrocchiani vennero ricordati dai fedeli ma non ottennero né ricompense né onorificenze.

Caporetto è anche oggi.

L’adesione a linee guida che tu proponi, in particolare in urgenza, non può eliminare la responsabilità personale né eliminare l’impossibilità di incasellare tutte le evenienze in uno schema preordinato solo per dominare l’ingerenza del giudici, abituati alla applicazione di leggi scritte che non sono applicabili nella enorme variabilità dei fenomeni biologici .

Quali sono le risposte e le proposte che possiamo dare?

In primo luogo una stretta collaborazione e dialogo con i medici della cosiddetta “urgenza”. A me proprio pochi giorni fa un medico del 118 ha detto che segue le linee guida canadesi per le fratture di caviglia. Le ho lette. Per dirla alla Fantozzi, una cagata pazzesca. Il tutto si riassume nel visitare il paziente. Semplice e chiaro e senza “score” probabilistico. Altrimenti al 118 mettiamoci un infermiere o un veterinario (classe di professionisti molto abituati alla clinica) e un computer.

In secondo luogo una collaborazione informativa con i giudici, soprattutto quelli che pensano che l’errore sia sempre determinato da negligenza o ignoranza (e i mezzi a disposizione? Le disposizioni dei direttori generali?).

E infine, qui volevo arrivare, la scuola. Certo, la scuola. La scuola deve insegnare che tutte le materie scientifiche, e in particolare quelle su base biologica, non sono collocabili nella ipotesi di certezza che tanto piace ai sostenitori di ideologie fideistiche.

Purtroppo nemmeno la relatività di Einstein è immune da tentativi di demolizione. Figuriamoci una diagnosi radiologica. In questo la mia stima nelle teorie di Popper fornisce una base epistemologica al mio pensiero ed al lavoro giornaliero. Ma come costruire un rapporto di fiducia con un paziente di soli 30 anni che non ha mai avuto una impostazione della conoscenza fattuale se non quella della radiografia per vedere tutto?

Concludo questo amaro e lungo sfogo con una proposta.

 I radiologi nelle scuole.

Vanno nelle scuole tanti medici a dare informazioni balzane di screening o di vita sana. Lo possono fare anche gli insegnanti. Ma io vorrei i radiologi nelle scuole. Per informare, preparare, definire il ruolo di questa nostra disciplina nei giusti limiti e meriti. Disciplina che ha rivoluzionato il sapere medico come poche altre.

(Antonio)

Neanche al mio peggior nemico

15 aprile 2014

Per rispondere alle recenti e sacrosante osservazioni di un internauta, oggi vi narrerò di una signora settantenne che oggi mi è scoppiata a piangere sul lettino dell’ecografia. Così, all’improvviso, senza apparente motivo. Che, si sa, anche il medico senza coda di paglia pensa subito di aver sbagliato approccio.

Cosa è successo, signora?

Niente, mi scusi tanto, tra qualche giorno è un anno che mio figlio è mancato.

Suo figlio, per la cronaca, oggi avrebbe la mia età. Il giorno di venerdì santo del 2013 si schiantò in auto lasciando moglie, un figlio di diciannove anni e, ovviamente, la mamma.

(Quando di venerdì santo pioveva a dirotto, e dalle mie parti in primavera capita abbastanza spesso, mia madre si affacciava alla finestra e mi diceva: Vedi? Anche la natura piange Gesù che muore. E io mi intristivo assai, perché neanche a otto anni capivo perché Gesù dovesse per forza morire, e in quel modo atroce, per tirare fuori dalle pesti l’umanità)

Nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere a un figlio: ma purtroppo questa non è una legge di natura ineluttabile come la gravitazione universale o la seconda legge della termodinamica, e prevede parecchie deroghe. Non ne conosceremo mai il motivo, se si tratta di casualità pura o se c’è dietro un progetto evolutivo spirituale di qualche tipo, ma oggi ho letto qualcosa sull’argomento che vorrei condividere con voi. Si tratta della trascrizione di un discorso dello scrittore Aaron Freeman per il programma radiofonico “All Things Considered” su NPR News. Leggetelo con attenzione.

Fa’ che sia un fisico a parlare al tuo funerale. Fa’ che un fisico parli alla tua famiglia in lutto della conservazione dell’energia, così che capiscano che la tua energia non è morta. Fa’ che il fisico rammenti a tua madre, distogliendola dai singhiozzi, la prima legge della termodinamica; che nessuna energia è creata nell’universo e nessuna è distrutta. Fa’ che tua madre sappia che tutta la tua energia, ogni vibrazione, ogni unità di misura di calore, ogni onda di ogni particella che era il suo amato bambino rimane con lei in questo mondo. Fa’ che il fisico dica a tuo padre, mentre piange, che di tutta l’energia del cosmo, tu ne hai data tanta quanta ne hai ricevuta.
E a un certo punto, il fisico scenderà dal pulpito e andrà dal tuo amato, che ha il cuore in pezzi, lì in prima fila, e gli dirà che tutti i fotoni che abbiano mai rimbalzato sul tuo volto, tutte le particelle i cui percorsi siano stati interrotti dal tuo sorriso, dal tocco dei tuoi capelli, centinaia di trilioni di particelle, sono corsi via da te come figli, le loro strade cambiate per sempre da te. E alla tua vedova, tremante nell’amorevole abbraccio della vostra famiglia, possa il fisico far capire che tutti i fotoni che sono rimbalzati via da te sono stati raccolti nei recettori di particelle che sono i suoi occhi, che quei fotoni hanno creato in lei costellazioni di neuroni elettromagneticamente carichi la cui energia vivrà per sempre.
E il fisico ricorderà agli astanti quanta di tutta la nostra energia è rilasciata sotto forma di calore. Potrebbero esserci alcuni che si fanno aria con un foglio, mentre lo dice. Egli dirà loro che il calore che è fluito attraverso di te in vita è ancora qui, è ancora parte di tutto ciò che siamo, anche mentre noi, addolorati, continuiamo nel calore delle nostre vite.
E fa’ che il fisico spieghi a coloro che ti hanno amato che non hanno bisogno di avere fede; anzi, proprio non dovrebbero avere fede. Fa’ che sappiano che possono misurare, che gli scienziati hanno già misurato con precisione la conservazione dell’energia e che il loro riscontro è accurato, verificabile e consistente attraverso lo spazio e il tempo. Spera che la tua famiglia comprenda queste prove e si accontenti del fatto che la scienza è salda, e che trovi conforto nel sapere che la tua energia è ancora tutta attorno. Secondo la legge della conservazione dell’energia, neanche una piccola parte di te se n’è andata. Sei solo meno ordinato. Amen.

Adesso, tutto questo è molto interessante. Apre ampi spiragli di speranza. Offre una goccia di balsamo da applicare su ferite profonde. Ma non basta, credo, ad affrontare il problema con una mamma che ti dice, con voce rotta dal pianto: Le giuro che non auguro un dolore del genere nemmeno al mio peggior nemico.

Si può solo stringerle le mani e piangere un po’ con lei, anche se l’infermiere ti guarda con gli occhi stralunati. Forse è solo che anche lui non sa, poverino, cosa altro aggiungere.

I medici fanno un altro mestiere

10 aprile 2014

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Beatrice Lorenzin, sui ventilati tagli agli stipendi dei medici, dice: “Quando si parla di taglio ai manager nessuno nel Governo pensa ai medici. Fanno un’altra professione, non sono manager”.
(fonte: Sanità.it)

Dai, che batti e ribatti la Beatrice sta cominciando a capire come dovrebbe girare la sanità italiana (e non mi sto certo riferendo agli stipendi). I medici fanno i medici, rovinare i bilanci delle aziende è mestiere per amministratori delegati affaticati.

Oggi le comiche

8 aprile 2014

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Ho sempre avuto una grande avversione personale per i programmi televisivi targati Antonio Ricci, e catalogo impietosamente l’autore tra i maggiori responsabili (ma dietro il duo stellare Costanzo-De Filippi) del degrado culturale nazionale mutuato dalle reti Mediaset.

Personalmente, mi ha sempre inquietato assai Paperissima: non sono mai riuscito a capire, forse per colpa del mestiere che faccio, cosa ci sia da ridere di fronte alla scena di un tale che casca dal palco del teatro o rovina sull’asfalto durante una curva in moto a ginocchio radente. Per meglio dire, lo capisco: e questa comprensione ancora adesso mi fa montare gli acidi gastrici.

Ma è la vita stessa un palcoscenico dal quale si casca, con buona pace di tutti e anche mia: quello che segue è esperienza personale di Pronto Soccorso.

Che la vita sia un palcoscenico sfondato lo dimostra l’uomo in deltaplano che precipita da cinquanta metri di altezza e ha la fortuna di restare impigliato con l’imbragatura tra i rami di un albero frondoso. Indenne, naturalmente: al punto da desiderare di liberarsi al più presto da quella scomoda posizione slacciando improvvidamente l’imbragatura e precipitando rovinosamente al suolo da tre metri di altezza. Quando lo portarono in PS, mezzo sfracellato, subito pensai che un furbone del genere non potesse che essere tedesco. I fatti mi diedero ragione.

Ma l’uomo scivolato dal tetto del quale stava cambiando le tegole dimostra anche che i film di Hollywood dicono il falso. Laggiù, quando rimani attaccato con le mani alla grondaia, Arnold Schwartznegger o Tom Cruise riescono sempre a tirarsi su: nemmeno la grondaia fosse fatta di pietra. Qui da noi, dove le grondaie le costruiscono in rame, restiamo attaccati due secondi con le dita molli e poi precipitiamo nel giardino di sotto. Facendoci peraltro assai male.

Ma c’è qualcuno che li batte tutti: il ciclista semiprofessionista che si allena sulla strada statale. Il quale, non pago di frantumare gli zebedei agli automobilisti che sono già in ritardo per il lavoro o per lasciare i figli a scuola, e che si ritrovano in coda ai ciclisti in gruppo che occupano l’intera carreggiata e ti guardano male se osi toccare il clacson e ricordargli che non sono alla Liegi-Bastonne-Liegi, decide che l’ultimo tratto di strada bisogna farlo tirando abbestia, ma davvero abbestia. Per cui testa bassa e pedalare, quaranta, quarantacinque, cinquanta all’ora: la testa così bassa che nonostante le urla dei compagni di squadra non si avvede del camion fermo allo stop, e gli si schianta contro come un proiettile.

Per fortuna nessuno dei tre ci ha lasciato le penne: però potete scommetterci quel che volete che, ad avercelo, su Paperissima il filmato dei tre lo avrebbero mandato in onda senza indugio e con il solito sottofondo di risatine isteriche pre-registrate.

Dimenticando l’unica lezione che si può evincere da queste vicende: che dobbiamo vegliare, è vero, perché non sappiamo né il giorno né l’ora; ma anche che certe volte l’ora ce la meriteremmo per davvero, e invece il padrone della vigna è di buon umore e lascia correre.

E me lo sono goduto tutto (l’abbraccio)

3 aprile 2014

“Dottore, sono appena venuta fuori da un linfoma, ho fatto la chemio e tutto, insomma non le dico quanto male sono stata”.

“…”

“E adesso lei mi dice che non sa bene cosa sia questo nodulo al fegato”.

“Io credo che sia un nodulo benigno, ma prima di due ore non glielo saprò dire con certezza e soprattutto non potremo dare un nome e un cognome a quel nodulo. Abbiamo usato un mezzo di contrasto che ci da risposte precise ma ci obbliga a tempi lunghi, mi dispiace”.

“Lei lo sa che sono diventata nonna da pochi giorni? Io me la vorrei godere, la mia nipotina”.

“Ne sono sicuro, avere un nipote è un vero dono del cielo. Vedrà che non ci sarà nessun problema. Si tratta solo di stringere i denti per due ore, poi le vengo a dire tutto”.

E intanto lacrime a fiumi, perché una persona spaventata a morte o si incazza a dismisura o piange. In quei momenti si può fare una sola cosa: sedersi di fronte a quella persona, prenderle le mani, guardarla negli occhi e ascoltare quello che ha da dire. Se c’è un consiglio che fornisco gratis ai giovani medici, beh, è proprio questo.

Due ore dopo.

“Signora, ho buone notizie!”

“…”

“E’ un nodulo benigno, una iperplasia nodulare focale”.

“Una cosa?”

“Iperplasia nodulare focale. Niente di cui preoccuparsi, ci limiteremo a controllarla ogni tanto”.

La signora scoppia ancora in un pianto dirotto.

“Dottore, venga qui”.

E mi abbraccia forte. Io mi godo tutto l’abbraccio, perché so che è un abbraccio sincero: è questo il bello, la poca parte veramente bella, del mio lavoro con la salute delle persone. Dare buone notizie a qualcuno è, semplicemente, meraviglioso.

“Grazie, dottore, grazie”.

Beh, non è merito mio se quel nodulo è benigno: io ho solo fatto il cronista di una storia a lieto fine. Però poi mi asciugo una mezza lacrima all’angolo dell’occhio, ben attento a non farmi vedere da nessuno, e me ne torno zitto zitto alla mia consolle di lavoro.