Il generatore automatico di frasi

13 dicembre 2014

Ogni tanto su internet spuntano fuori generatori automatici di frasi satiriche: programmini molto semplici che assemblano gruppi di parole a formare frasi di apparente senso compiuto, in genere riconducibili al lessico particolare di qualche uomo politico del momento. Ricordo per esempio un gustoso generatore automatico di proclami di Berlusconi (che peraltro ha il vizio di non rendere giustizia all’originale, n.d.r.) e un ficcante generatore automatico di moniti di Napolitano; oggi, su Twitter, sono state tuittate le coordinate del divertentissimo generatore automatico di minacce di scissione di Pippo Civati.

Il che fa sorridere ma anche pensare parecchio: a quanto scarno sia il lessico dei nostri politicanti, prima di tutto, dunque dell’italiano medio. Oppure a quanto infarcite di frasi fatte siano i loro discorsi, probabilmente sulla falsa riga dei bignamini su cui studiano prima di andare in onda a fingere di scannarsi con i loro colleghi di parte avversa.

Ma c’è anche altro su cui riflettere. Non da ultima, l’evidenza che anche io sono un generatore automatico di frasi: in questo periodo, più che in altri, di frasi polemiche sulle modalità folli e sconsiderate che regolano la nostra attività lavorativa quotidiana o sui parametri sballati con i quali vengono scelte figure di elevata responsabilità professionale. E mi rendo conto, dopo qualche minuto, di essere diventato fastidioso come un politico intervistato alla televisione: uno di quelli, per capirci, che parla rivolto alla telecamera come se avesse infilato nel deretano un generatore automatico di frasi.

Per cui stasera mi impegno solennemente a spegnere il mio generatore automatico di frasi polemiche e a non tediare più il mio prossimo con riflessioni amare sullo stato delle cose. Tornerò di buon umore, rinnoverò il mio entusiasmo e pedalerò fischiettando mentre mi reco al lavoro. Il Titanic affonderà, forse, ma in quel momento io starò ballando sul ponte.

E invece, ops, ecco che ho appena generato automaticamente un’altra frase polemica.

Forse c’è qualcosa che non ho capito

8 dicembre 2014

Muore un noto cantautore. Infarto, sul palco, mentre canta. Una buona morte per uno che fa quel mestiere lì, dicono in tanti. Vorrei vedere voi al posto suo, penso io: che invece non vorrei mai morire di infarto a sessant’anni, in reparto, mentre referto una TC ad alta risoluzione del polmone.

Poi sfoglio le pagine di un giornale locale, ma locale mica poi tanto: e scopro che sul palco, insieme al povero cantante, suonava un chitarrista locale. Segue dettagliata biografia, con vita e opere, non del noto cantautore ma dell’oscuro e incolpevole chitarrista locale.

E allora, scusate, forse sono davvero io che alla mia bella età non ho capito nulla di come va il mondo da queste parti.

Potrei

4 dicembre 2014

Potrei fare il postino: è quello che ho millantato di essere per anni, quando mi trovavo in vacanza, affinché gli sconosciuti in spiaggia non mi tediassero con domande insistenti sui loro presunti malanni fisici. Alzarmi la mattina, pedalare per ore con il sole o con la pioggia, la sacca piena di lettere che batte sul fianco mentre il vento mi scompiglia i capelli. Fare il giro delle case del paese: anche se oggi come oggi via posta ordinaria arrivano solo cattive notizie e bollette; e le cose buone, quando ci sono, sono via internet.

Potrei rimettermi a scrivere: credo che con poco sforzo riuscirei a imbastire il nuovo Codice da Vinci o un fantasy alla Harry Potter. Certo, dovrei inghiottire decine di rifiuti prima di avere successo e trovare l’editore disposto a scommettere su un emerito sconosciuto, ma con l’esperienza in merito che mi sono fatto in una vita intera credo di potercela fare. E poi pensateci: casa sul lago, scrivania alla finestra panoramica, il Mac acceso, il silenzio assoluto dell’autunno lacustre. Con il mio gatto, magari, che ogni tanto viene a strusciarsi e a farmi capire che non sta con me solo perché mangia gratis e ha un tetto caldo sulla testa.

Potrei diventare istitutore: mi date vostro figlio appena svezzato e io ve lo restituisco a diciotto anni pronto per il mondo, bene educato, più acculturato di qualunque suo amico, pronto a farsi strada senza nemmeno dover sgomitare. Un nuovo Chirone per un nuovo Achille, più o meno. Certo, dovreste essere molto ricchi perché un istitutore medico non è che lo possiate trovare ovunque e quindi vi toccherà foderarmi d’oro dentro e fuori per tenermi al vostro servizio. Ma ricordate: avrò bisogno di una stanza mia, non farò mai le pulizie di casa e la domenica vorrò essere libero da impegni. Tutto sommato, per essere quello che crescerà vostro figlio, non è nemmeno chiedere troppo.

Potrei entrare in politica: un filmatino di trenta secondi su internet, due o tre frasi di circostanza su quanto schifo fa il nostro paese, un paio di vaffanculo e potrei anche riuscire a farmi eleggere. Io passerei dall’ospedale al parlamento, con la certezza assoluta di poter far meglio di quasi chiunque altro perché tutto sommato un minimo di coscienza civile mi è rimasta, poi a differenza di chi pastura in quel luogo nella vita ho studiato sodo e ho letto tutto quello che c’era da studiare e leggere. Potrei persino diventare il nuovo ministro della sanità e saprei da che parte girarmi senza bisogno di dover studiare come un matto per due anni, prima di capire qual è la destra e quale la sinistra. Oppure potrei fottermene, intascare il vitalizio e ritirarmi sul lago a scrivere, e voi nemmeno ve ne accorgereste.

Potrei chiedere a quelli di Emergency se hanno bisogno di un radiologo: magari nelle terre sconsacrate dove lavorano c’è un ecografo o un telecomandato con cui fare la radiografia ai piedi del bimbo che ha calpestato una mina. Poi magari ci resterei secco per un attentato kamikaze o rischierei di farmi tagliare la testa da un gruppo di finti terroristi arabi: ma sempre meglio che vegetare nella finta crisi di adesso fino a novanta anni e pisciarmi addosso gli ultimi cinque, mentre i miei figli sono stati costretti per sopravvivere a emigrare in Nuova Caledonia.

Infine, potrei dormire un paio di giorni, restarmene chiuso in casa senza vedere nessuno e senza parlare con nessuno, darmi malato al lavoro per una settimana, dimenticarmi del prossimo congresso sulla patologia infettiva polmonare in cui dovrò dire la mia cercando di non fare il professorino odioso con il dito indice perennemente alzato, dimenticarmi degli specializzandi, che sono la sola gioia lavorativa veramente pura che mi è rimasta, dimenticarmi delle ore aggiuntive notturne che ci vengono richieste per futili ma molto nobili motivi, dimenticarmi dei sogni di cambiare il mondo anche di una sola virgola e per un solo istante, dimenticare gli anni di studio, la fatica, le umiliazioni inutili, le paure ingiustificate, dimenticare chi mi ha insegnato il mestiere e chi avrebbe potuto farmelo odiare, dimenticare chi sono e da dove vengo, dimenticare dove voglio arrivare, dimenticare tutto e, semplicemente, aprire gli occhi una mattina e risvegliarmi, vedere la luce, scoprire quanto è bella, trovare il tempo di perdere tempo e finalmente non sentirmi in colpa. E poi, forse, capire tutto o non aver capito niente: ma felice, felice, felice.

Giulio Cesare e la Radiologia (un post per soli radiologi)

1 dicembre 2014

Giulio Cesare, in tempi non sospetti, si pose un problema molto serio: è meglio essere primi in Gallia o secondi a Roma? A raccontarcelo è Plutarco e sappiamo tutti come andò a finire la vicenda: il generale varcò il Rubicone e divenne il primo a Roma, recidendo brillantemente il problema alla radice. Ma sappiamo anche che Giulio Cesare è stato un unicum storico e che la storia è piena di gente come Marco Licinio e Gneo Pompeo, gli altri due membri del primo triumvirato: i più nelle vicende del mondo rimangono comprimari, e questo è un fatto.

L’altro fatto, poi vi spiegherò in che modo si collega al primo, è che qualche giorno fa i soci della SIRM hanno ricevuto una e-mail in cui venivano comunicati l’espulsione dalla società di 8 soci e il veto perenne all’iscrizione e alle attività societarie di altri 3 colleghi definiti, laconicamente, non-soci. La lettera, non me ne vogliano gli autori, è stata un fulgido esempio di suicidio mediatico e di come una comunicazione maldestra e non adeguata ai tempi possa arrecare parecchi danni a chi la maneggia: il tono della missiva è molto duro verso i radiologi espulsi, ma incredibilmente nessuno spiega i motivi della epurazione. Risultato inevitabile della genialata, il giorno dopo la casella postale del vostro affezionatissimo blogger era letteralmente ingolfata da mail di gente che chiedeva: Ma tu ne sai qualcosa? Puoi raccontarci i retroscena? E non è tutto: chi possiede il mio numero di cellulare ha pensato bene di assediarmi su What’s up con le stesse angoscianti domande. Addirittura qualcuno, che collabora con il blog e che manifesta spesso con una punta di sarcasmo la sua indiscussa sagacia, mi ha fatto un curioso e attualissimo parallelismo in tema di epurazioni tra SIRM e M5S: io ne ho sorriso e mi sono messo a pensare al modo in cui avrei potuto raccontare tutta la storia, pur senza esserne parte in causa se non in veste di semplice socio e attento osservatore. Per fortuna, sebbene con qualche ora di ritardo, a togliermi dall’impaccio è arrivata una seconda mail, questa volta a firma del Presidente, in cui le cause della drastica scelta sono state spiegate per sommi capi. Lasciando alcuni angoli in ombra, ma almeno chiarendo un minimo la situazione.

Il punto, in breve, è questo: un gruppo di radiologi interventisti, tra cui qualche nome eccellente, ha deciso di fondare una società autonoma di Radiologia Interventistica. La cosa, come immaginate, è in contrasto con le norme statutarie SIRM e ha provocato le conseguenze dolorose di cui siete stati un po’ maldestramente messi a parte. L’evento merita alcune considerazioni, amare, che si ricollegano alla storia di Giulio Cesare. Il Radiologo Interventista, l’ho sempre detto, è una razza a parte e questa sua diversità è destinata nel tempo ad assumere sempre più peso. È diverso dal Radiologo Generale come lo è, per dire, il senologo o il neuroradiologo: quando ci si iperspecializza in un campo così specifico può essere difficile trovare una piattaforma comune su cui ragionare. Ma la piattaforma comune esiste, ed è rappresentata dalla radice comune da cui tutti proveniamo.

Lo dico francamente e senza alcun genere di preconcetto: può essere difficile avere anche fare con un radiologo interventista puro. Per lui non esiste molto altro a parte i vasi e i visceri in cui, per vari fini, ficcare un qualche tipo di catetere o protesi o ago. Ma la struttura stessa di un reparto di Radiologia è destinato a modificarsi nel tempo, e le nostre strade a subire una lieve ma significativa divergenza: più che figure professionali diversificate, diventeremo figure complementari in strutture organizzate in modo completamente diverso (lo so che parlo da ottimista, con grande fiducia nel futuro, anche se di ottimismo ne possiedo ormai sempre meno).

Tuttavia, esiste un vizio di fondo che mi fa schierare a favore di chi ha optato per la scelta drastica di cui sopra: frammentare una società come la SIRM, per quanti problemi gravi la affliggano e per quanta strada ci sia ancora da fare verso una struttura migliore, è un grosso errore strategico. E non sto parlando di questioni formali o violazione di norme statutarie: io parlo di rappresentanza nazionale ai tavoli della politica, della legge naturale molto intuitiva per la quale più siamo a contrattare un risultato e più aumentano le probabilità di riuscire a portarlo a casa.

Certo, immagino che agli undici ribelli non importerà molto il mio punto di vista: sicuramente chi sull’altro versante della polemica ha mediato la questione, con argomenti certamente più solidi dei miei, non ha cavato un ragno dal buco. E immagino anche che i risultati, sulla breve distanza, saranno buoni: l’ambiente radiologico interventistico è l’unico in cui, in questi tempi di fame nera, gira ancora qualche quattrino. Sarà facile organizzare congressi, affiliarsi ad analoghe società estere, attrarre altri giovani colleghi innamorati delle metodiche interventiste. Ed è facile immaginare scenari in cui chi aderisce anche tangenzialmente alle iniziative del nuovo gruppo sarà fatto oggetto di rappresaglie ufficiali (anche se mi auguro che ciò, da parte di persone animate da buon senso, non accada). Ma è altrettanto facile, oggi, capire che l’iniziativa è destinata a fallire: se non nei fatti, sicuramente nelle conseguenze sul medio e lungo periodo.

Perché vi ho raccontato questa storia, tediando oltre modo il pubblico del blog che niente ha a che vedere con le piccole beghe interne di una società scientifica? Semplice: questa vicenda racconta in piccolo quello che sta accadendo in scala maggiore nel nostro paese: laddove finché le cose sono filate bene si riusciva a tenere insieme tutti, anche se con lo sputo, e adesso che butta male ognuno ragiona sull’utile del proprio piccolo quartiere e gli altri che si fottano. La strategia è la stessa ed è perdente, nel grande come nel piccolo.

Il guaio è che ce ne accorgeremo tutti, certo, ma quando sarà ormai troppo tardi per porci rimedio.

E pazienza

1 dicembre 2014

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