Ancora radiologi bruciati, ma

marzo 24th, 2015

E’ il grande momento di Cesare, specialista (come si definisce lui) della Grande Mela Romana. La sua è una specie di replica accorata al post di Francesco ma anche un’esortazione a tutti, e dico tutti, a non lasciarsi andare.

(…) La situazione del collega neospecialista… quanto è identica a quella dello scrivente. 2500€ lorde a partita iva per 5 turni settimanali (e sono fortunato in questo) con 2 turni TC (60-70 segmenti), 1 RM (20 segmenti), 1 RX (boh?? Almeno 50-60 segmenti, quando va bene), 1 eco (20 minuti per esame, qualsiasi esso sia: doppler arti inferiori, tiroide, addome completo…) più varie reperibilità/urgenze.

Purtroppo, obtorto collo, ho dovuto adottare una mia strategia. Ho scelto di dedicare una refertazione “da manuale” (1h con scaletta maniacale) in caso di prima stadiazione/urgenza/persona con aspettativa di vita elevata. Per i controlli alla centesima TC riduco un po’ la scaletta. Mi dispiace ma il tempo, tiranno, lo impiego per i casi che più ne hanno bisogno (e lo so che ne avrebbero tutti ma, come scrivi nell’ultimo post, quello del dilemma a due corni, la vita è fatta di scelte. Non lo so quale sia quella giusta, ma ho dovuto fare così). Non ho specializzandi che mi abbozzino i referti o che seguano il turno con le anamnesi. Devo far firmare i consensi, prendere le storie, seguire il tecnico. Non ci riesco in queste condizioni. Impiegare per ogni esame 1h significa almeno 40h solo per le TC. Che faccio, vado in direzione sanitaria o dal primario e dico: “Nel mio turno massimo 6 total body? 6 eco?” Mi caccerebbero fuori in 20 secondi.

Per questo vorrei dire al collega: ti prego non mollare. Qui è dura, lo so. Quando vado al lavoro, in alcune giornate, vorrei piangere, lasciare perdere tutto. Ma invece no! Voglio lottare fino a quando ce la farò! Non mi toglieranno il sorriso, dovranno lottare forte anche loro, per estirparmelo (…).

Ecco, io quella frase finale di Cesare vorrei stamparla su un milione di volantini e distribuirla in tutti i reparti di Radiologia del paese; vorrei scolpirla sulle architravi di ingresso di tutti i reparti e tutti gli istituti di Radiologia; vorrei inciderla sui badge di tutti i radiologi, sulle porte di ingresso delle loro case e dei loro uffici. Perché il sorriso dovrà esserci talmente connaturato che il verbo scelto da Cesare, estirpare, non potrebbe essere più adatto alla bisogna.

E anche perché alla fine tutti passeranno: politici orbi e opportunisti, amministratori incompetenti e disonesti, figuranti di vario genere e grado; a restare saranno quelli che lavorano, e loro faranno la differenza. A quegli altri dedico i versi finali di una memorabile canzone di Pino Daniele (Nun me scuccià), che più che deriderli dovrebbe farli riflettere sul senso delle loro vite: Nun me scuccia’ cchiù/ tanto muore pure tu/ tanto muore pure tu/tanto muore pure tu.

Total eclypse of the heart

marzo 20th, 2015

 imageL’ultima eclisse di sole l’ho vista nel 1999, alle soglie del diploma di specialità. Anche in quel caso era mattina: uscimmo in quattro o cinque dalla sezione TC, poco affiatati come d’altronde eravamo stati fin dal primo giorno di creazione della squadra, e armati di una radiografia sovraesposta per l’occasione puntammo gli occhi al cielo.

Avvertivo una sottile malinconia da vigilia della fine del mondo, da lì a poco per me tutto sarebbe cambiato: e se da un lato il cambiamento era fonte di enorme sollievo, dall’altro coltivavo quel ragionevole timore del futuro lavorativo che accompagna qualsiasi specializzando alle soglie del diploma.

All’improvviso la luce scemó, quasi senza preavviso, diventò obliqua come al tramonto e cambiò tonalità. La luna stava passando davanti al sole, ridotto a una sottile falce, e noi la guardavano a intervalli attraverso le nostre radiografie mal ritagliate, timorosi di bruciarci la retina. Quando la penombra fu massima si alzò persino un vento orizzontale, polveroso, da scampati alla fine del mondo. Fu quasi un sollievo tornare in istituto a sentire il Direttore che scancherava all’indirizzo dei romanticoni che si erano allontanati per guardare l’eclisse.

Oggi, a distanza di 16 anni, ancora una eclissi. Meno scenografica, perché il cielo era nuvoloso, il sole si vedeva solo a tratti ed eravamo davvero in pochi a guardare il cielo: come se ci si vergognasse a perder tempo in occupazioni così futili mentre la crisi devasta il paese e si mangia il futuro dei nostri figli.

E di nuovo ho provato quella malinconia da vigilia della fine del mondo, ma stavolta senza l’incertezza del futuro che all’epoca mi riempiva di preoccupazione. Non so se il Padreterno abbia tempo da perdere e lo sprechi per inviarci segni criptici (dovessi scommetterci direi proprio di no, sinceramente), ma a volte è bello pensare così.

Qualunque cambiamento interiore ha bisogno di simboli che lo rappresentino. E allora adoperiamoli pure, i simboli che ci vengono proposti.

Niente di preoccupante

marzo 19th, 2015

Questo blog, lo dico spesso anche se il tema dominante è il mio lavoro, non è che un diario online. Come ogni diario che si rispetti, l’autore ci scrive su quando gli pare, quello che gli pare, nei modi in cui gli pare. La differenza consistente per un grafomane compulsivo come il vostro affezionato blogger, che ha avuto il coraggio di tenere un diario quasi quotidiano dal 1981 al 2004 (cartaceo fino al 1994; su floppy disk gli anni successivi), è che questo lo leggete in parecchi, mentre nel lontano 1981 mi illudevo che nascondendolo sotto il letto mia madre non lo avrebbe mai trovato (pia illusione, lo dico adesso che sono genitore e so bene che sotto il letto dei bambini bisogna spazzare ogni giorno).

Tuttavia, per quanto io mi sforzi di essere il più possibile svincolato dai casi miei quando parlo del lavoro quotidiano, qualcosa deve pur filtrare del mio stato d’animo: e allora miracolosamente, in nome del gemellaggio spirituale tra anime risonanti che fa tanto new age, al mio indirizzo di posta elettronica arrivano molte più email che di norma. Alcune di esse narrano di scoramenti lavorativi con radici comuni al mio, di scoramento, e altre che invece del mio evidente scoramento chiedono cagione. L’ultima, in ordine di tempo, da parte di una cara amica: la quale, in virtù della deliziosa gentilezza di cui l’ha dotata madre natura, non mi chiama mai direttamente ma riesce a farsi sentire in modi alternativi ogni volta che butta male. Perché, cari miei, butta un tantinello male davvero: e con questa email rispondo a tutti quelli che mi hanno scritto nelle ultime settimane, manifestando a vari livelli empatia con il sottoscritto.

Una delle meraviglie della vita è la costante instabilità della vita stessa: quando credi di aver capito tutto, beh, quello è proprio il momento in cui improvvisamente cambiano le cose e tutte le strutture faticosamente erette, intorno alle quali avevi appeso i tuoi effetti personali, crollano a terra. Questo, è ovvio, ha anche a che fare con il mio lavoro e le modalità con cui cerco di espletarlo: alcuni colpi sono più duri di altri, e beato chi non ha dovuto faticare per raggiungere un risultato che, più volte si che no, nemmeno meritava. Ma io ho la pellaccia dura, credetemi, e purtroppo anche la testa. E’ una cosa che dico sempre agli ex specializzandi che entrano nel rutilante mondo del lavoro: voi, e solo voi, siete la misura di tutte le cose. Se non vi trovate bene nel vostro ambiente lavorativo non date la colpa agli altri, perché la colpa del malessere potrebbe essere vostra. E cambiare aria può essere la soluzione giusta ai vostri problemi, è vero, ma anche sbagliata: qualora per esempio nel nuovo posto di lavoro si creino le stesse situazioni di conflitto dalle quali state fuggendo (o se ne creino altre, differenti ma ugualmente dolorose). Per cui conviene lavorare su sé stessi, e tirare avanti in qualche modo.

Eppure a volte non è possibile evitare i bivi: nella vita per fortuna non ne ho avuti molti, ma tutti sono stati di importanza fondamentale per determinare il futuro che da lì a poco si sarebbe realizzato. Noi siamo, scusatemi la banale ovvietà, la somma delle nostre scelte: e la possibilità di scelta, per definizione, tende ad assottigliarsi con il tempo. Un po’ come arrampicarsi su un albero, andare sempre più su e accorgersi che più si sale più il numero di possibili biforcazioni su cui continuare il percorso è sempre minore; e, nel contempo, realizzare che i rami diventano sempre più sottili fino a che non tengono più il tuo peso e si spezzano, con conseguenze sovente disastrose. E allora il segreto della felicità può essere cambiare albero, forse, o anche solo fermarsi dove si è e arredare al meglio quell’angolo di ramaglia che almeno ripara dal sole a picco e dalla pioggia battente.

II guaio è che qualcuno di noi, e io mi ci metto dentro, è arso da un fuoco cattivo che lo spinge a non accontentarsi mai di nulla, ad aspirare costantemente a qualcosa di meglio, e sente una vocina da schizofrenico che non fa che ripetere: non stai facendo abbastanza, non stai costruendo abbastanza, e i tuoi talenti, ammesso che tu li abbia, stanno andando sprecati. Ecco, se io fossi un uomo saggio e stessi parlando con uno messo così gli direi, come ho fatto in passato, che non bisogna lasciarsi abbattere dalle traversie, che ogni momento di crisi cela opportunità a non finire e che il lavoro, in definitiva, paga sempre. E aggiungerei, sornione: non te l’ha mica prescritto il medico di costruire qualcosa, magari sei solo quello che deve passare i mattoni.

Oggi però a me stesso io non posso fare a meno di dire un’altra cosa: che ho voglia di leggere, scrivere, suonare la chitarra, dormire, rincoglionirmi con un videogioco, cimentarmi cioè con tutto quello che ha sempre fatto parte della mia vita interiore ma che negli ultimi anni ho trascurato, preso com’ero da altri generi di obiettivi che mi hanno risucchiato parecchio, anzi parecchissimo. A me stesso oggi dico che per un po’ non ho voglia di misurarmi con immani e inumane battaglie contro le presunte stupidità del mondo, burocratiche e non, opportunistiche e non, politiche e non, ammesso e concesso che lo stupido potrei anche essere io; e che ognuno vivendo si deve pur assumere in pieno il carico delle responsabilità delle proprie scelte: quelle personali e quelle fatte in nome e per conto della collettività. Devo dirmi, a malincuore ma con oggettiva onestà intellettuale, che le mie speranze di incidere in modo duraturo sulla dura scorza del mondo sono poche e deboli, e che sarebbe molto più fruttuoso limitarmi a suggerire che su un referto di un Rx torace non dovrebbe mai essere scritto “rinforzo della trama polmonare” piuttosto che volgere l’attenzione ai massimi sistemi.

Per cui credo, ma per favore non ditelo a nessuno, che per un po’ di tempo è proprio a questo che mi dedicherò: a me stesso. Il che implica, per come sono fatto, dedicarmi anima e core a un paziente difficile, un’urgenza complessa, uno specializzando sveglio, un collega in gamba con cui immaginare scenari di fantapolitica, il prossimo congresso in cui mi inviteranno, se mi inviteranno, come oratore. Non voglio sapere altro e non voglio occuparmi di altro se non di far bene il mio lavoro e di distribuire in giro l’unica ricchezza che possiedo: l’entusiasmo. In che modo, e dove, e quando, questo lo vedremo.

E quasi dimenticavo: grazie a tutti, eh.

Dilemma a due corni

marzo 12th, 2015

Sono a un congresso di radiologia oncologica (o di oncologia con risvolti radiologici, il che è più corretto), e volevo mettervi a parte di un concetto che mi ha lasciato molto da pensare.

Gli oncologi che gestiscono il corso, si vede, ne sanno a pacchi: masticano le varie linee terapeutiche come fossero zollette di zucchero, certe volte mi sembrano gli specialisti in pozioni di Hogwarts, la scuola per maghi di Harry Potter. E spesso, tuttavia, si è parlato con grande soddisfazione di farmaci (o combinazioni di farmaci) in grado di aumentare la durata di vita dei pazienti di due o tre mesi.

Ovviamente io non sto a sindacare sul valore assoluto di quei tre mesi: fossi malauguratamente ammalato di tumore, tre mesi per me sarebbero oro, grasso che cola, una ricchezza maggiore di tutta quella accumulata nelle mani sporche dei pochi pazzi che governano il pianeta. Aspetterei sveglio l’alba tutte le sante mattine di quei tre mesi, credo, andrei a salutare amici e parenti, chiederei scusa al mondo per le minchiate imperdonabili prodotte in tanti anni di vita, leggerei tutti i libri che non sono riuscito a leggere, abbraccerei fino allo sfinimento le persone care; insomma, quello che voglio dire è che tre mesi mi farebbero proprio comodo, in quelle circostanze così drammatiche.

Poi però ripenso alle parole lette nel meraviglioso libro di Ottavio Davini che ho recensito sul blog qualche mese fa: (…) Per indubbia fortuna degli abitanti dei paesi più sviluppati, questi si collocano nella parte destra della curva, ovvero in un contesto nel quale per ottenere minimi benefici in termini di salute occorre effettuare enormi investimenti in servizi sanitari; la fortuna deriva dal fatto – evidente – che ci si trova in una condizione nella quale si è estremamente prossimi alla massima salute oggi biologicamente ottenibile. Ben diversa è la condizione dei paesi del terzo mondo; secondo un rapporto dell’Oms, circa un terzo delle malattie che affliggono gli abitanti dei paesi più poveri potrebbero essere debellate con circa dodici dollari pro capite/anno; è interessante osservare come quei dodici dollari non dovrebbero essere spesi, se non in minima parte, in interventi di tipo sanitario (farmaci o altro), ma in interventi di altra natura (come la potabilizzazione delle acque o l’educazione sanitaria e sessuale) che hanno un enorme impatto sulla salute (…)

E poi anche: (…) Uno degli esempi più significativi è rappresentato dai nuovi farmaci biologici nella cura del cancro. Fatte salve alcune positive eccezioni, in molti casi l’introduzione di questi farmaci ha determinato, a fronte di un innalzamento vistoso dei costi (decine di migliaia di euro per singolo caso), un allungamento della aspettativa di vita misurabile per lo più in alcune settimane. È tra l’altro da notare come molto spesso l’incremento della speranza di vita che spinge all’introduzione di un farmaco nuovo risulti da studi clinici in contesti sperimentali, e non vi sia la certezza che l’utilizzo nella pratica clinica quotidiana fornisca gli stessi risultati (…).

E mi rendo conto che qui si configura un dilemma a due corni di risoluzione niente affatto semplice: sono più importanti quei tre mesi in più di vita che terapie innovative ma costosissime mi potrebbero (forse, ma forse no) garantire o l’esistenza di centinaia di migliaia di bambini e giovani la cui durata di vita potrebbe aumentare di parecchio con una spesa tutto sommato irrisoria per ogni singola persona? Ecco, questa è la domanda che tutti noi non possiamo fare a meno di porci, all’inizio del terzo millennio.

Io lo so che il nostro benessere, la nostra opulenza (che rimane smaccata anche in tempi di cupa crisi come questi, almeno rispetto al terzo, al quarto e al quinto mondo), sono possibili solo se gli altri tre quarti degli abitanti del pianeta fanno fatica a procurarsi l’acqua potabile; e che non esistono soluzioni alternative perché siamo oggettivamente in troppi e le risorse planetarie sono limitate. Ma non posso non pensare che la dignità umana dovrebbe essere come la giustizia, ossia uguale per tutti; e che è folle e disumano pensare che una larga fetta di popolazione sia sacrificabile in nome di una presunta superiorità di censo, di quoziente intellettivo o di risorse di una parte del mondo cosiddetto civilizzato.

Insomma, io ve lo pongo così, il dilemma a due corni, nudo e crudo. Per il resto, poi, fate come meglio credete.

L’amore, quello vero

marzo 10th, 2015

Il signore ha avuto un ictus, si vede lontano chilometri. Quell’espressione vacua, uguale all’espressione di tutti i poveri disgraziati a cui è toccato in sorte un ictus e sono sopravvissuti; la mano rattrappita, il bastone per accompagnarsi fino al lettino dell’ecografia. Tu che gli parli e non sai se capiscono o meno le tue parole, e se le capiscono fino a che punto, nella enorme difficoltà di decifrare un’espressione facciale senza più espressione facciale.

Quando sento parlare le persone di dolore, di disgrazie e momenti difficili, un secondo prima di ricondurle a un minimo di ragione, è a quell’espressione del viso che penso: che testimonia l’esserci senza più esserci, la regressione a uno stato primitivo, il diventare di peso al prossimo e magari pure accorgersene, ma non poter comunque far nulla per evitarlo.

Tuttavia il signore è accompagnato da una donna, sua moglie, che nel tempo ha imparato a muoversi in modo complementare al marito offeso: si piega quando lui si irrigidisce, sa meglio di lui come farlo distendere sul lettino, conosce l’angolo massimo di flessione del gomito, quello del lato sbagliato. Lei e il marito si muovono come un corpo solo, la moglie è solo diventata un altro arto del corpo martoriato.

E io tutte le volte rimango incantato. Certo, immagino momenti di profondo scoramento o anche solo di semplice stanchezza fisica. Immagino donne che al momento dell’accidente del marito erano ancora giovani, magari piacenti, con un’aspettativa di vita davanti che non significava solo quantità di anni da far trascorrere in qualche modo, qualunque esso fosse. Eppure quella donna è lì, accanto all’uomo che ha sposato e forse amato, a modo suo s’intende, con il quale avrà di certo avuto figli da crescere e traslochi da fare e bollette da pagare e crisi economiche di cui lamentarsi. E’ lì, giuro che in quel momento preciso lei è lì, e non ha abbandonato il suo uomo nemmeno nel peggior momento possibile: quello di un male che non se lo è portato via, sarebbe stato troppo comodo, ma lo ha trasformato in  altro, un uomo primitivo, incapace anche di pisciare da solo. Un male infame che gli ha levato la dignità per la quale, un giorno lontano, lei lo ha amato.

Ed è proprio così che immagino l’amore vero, io: aver amato così tanto una persona da essere disposti a occuparsi fino alla fine dei giorni del suo involucro, della sua crisalide l’incontrario, solo perché un giorno quel simulacro pallido ha contenuto l’essenza vitale dell’amore della propria vita, l’unico possibile, l’unico che ci è concesso in sorte in una vita intera di tentativi quasi sempre infruttuosi.

L’unico che può mitigare l’infamia di una esistenza folle in cui chi ha vissuto con dignità e schiena diritta può ritrovarsi infermo, degradato, di peso persino a chi ha amato.