Odio gli artisti e i narcisisti ma sono pazzo di me

giugno 11th, 2019

Al quarto anno di medicina frequentai per qualche mese il reparto di clinica medica: era ancora il periodo in cui identificavo il mestiere che avrei fatto da grande con il concetto platonico dell’internista, cioè quell’essere ultraumano algido e distaccato a cui era sufficiente poggiare una mano sull’addome del malato, o percepire un esile soffio valvolare, per produrre una brillantissima diagnosi. Al confronto, il chirurgo aveva le fattezze del barbaro appena disceso dalle foreste teutoniche e giunto ai piedi dei colli di Roma, armato di copricapi cornuti, spadoni pesanti una tonnellata e soprattutto privo di ogni forma di umana sensibilità (ebbene si, mi sbagliavo).

Ricordo ancora il cognome del responsabile di quelle stanze di degenza: il dottor Bariani. Essenziale, di poche parole, gli davo del lei con molta compunzione. Efficacissimo anche nel suo educato cinismo, quando durante il giro dava mandato all’infermiera di praticare terapia idropinica ai pazienti meno profumati. Non ricordo invece il nome del medico più giovane che io e il mio amico Fulvio seguivamo più da vicino: all’incirca sulla quarantina, alto, magro, castano e ricciuto, gli occhiali dalla montatura d’osso e una penna stilografica verde smeraldo con la quale compilava, in bella calligrafia, la cartella clinica dei pazienti. Mi affascinava molto la sua sicurezza, la tranquillità con cui aggiustava di un millesimo di grammo alla volta le terapie ai suoi assistiti; la cortesia gratuita con cui mi diceva che il soffio cardiaco che avevo sentito era proprio di 1/6, e che continuando così da grande avrei potuto tranquillamente fare il cardiologo.

In un soffio sono passati trenta e rotti anni. Non so se qualcuno dei pazienti ai quali facevo l’anamnesi in quei giorni, o auscultavo i cuori come se fosse una questione di vita o di morte, sia ancora vivo: probabilmente no, erano già anziani all’epoca e piuttosto malandati. E il medico che io e Fulvio seguivamo con così tanta attenzione, presumendo che all’epoca avesse davvero una quarantina d’anni, adesso lo immagino con un certa fatica settantenne, in pensione già da qualche anno, sempre alto e magro, elegante, magari con la fronte stempiata e gli stessi occhiali di allora. Forse, e dico forse, conserva ancora quella penna stilografica color smeraldo e la usa per scrivere lunghe lettere ai figli lontani con la stessa calligrafia ordinata con cui compilava le cartelle cliniche.

Per inciso, anche Fulvio da 12 anni non c’è più e il buco che mi ha lasciato dentro non si è ancora riempito.

E così adesso, a fine giornata, prima di mettere il punto finale a questo post, mi viene in mente solo un’intervista televisiva di Gassman padre. Che il buon Vittorio, già senescente e probabilmente alle prese con la sua depressione, concluse dicendo, molto asciutto: “L’unica cosa di cattivo gusto della vita è dover morire”.


La canzone della clip è “La vita veramente”, di Fulminacci, tratta dall’album omonimo, di esordio, del 2019. Filippo è stata una inattesa scoperta odierna: ascoltare le sue canzoni (in cui è possibile trovare Silvestri e un po’ di Jovanotti, ma soprattutto del gran Battisti), oltre che piacevole, mi ha ricordato i tempi in cui avevo la sua età e scrivevo canzoni che in qualche misura mi ricordano le sue. Riportandomi per direttissima al pensiero di Gasmann circa il cattivo gusto della vita: in fondo anche invecchiare, per adesso, non sembra tutto sto granché.

Dio ti prego salvaci da questi giorni, tieni da parte un posto e segnati sti nomi

giugno 1st, 2019

Questo post è la recensione ragionata di un articolo assai interessante che potete trovare sull’ultimo numero della rivista italiana di categoria, a firma di quattro radiologi molto prestigiosi tra cui l’attuale Presidente SIRM (Grassi R, Miele V, Neri E, Giovagnoni A. L’intelligenza artificiale in diagnostica per immagini: radiologo intelligente o radiologo artificiale? G Italiano Radiologia Med 2019; 6:109-11).

Ho trovato il filo conduttore del post molto interessante, senza però condividerne interamente le conclusioni. Provo a spiegarmi. Gli Autori, nel testo, pongono al lettore radiologo una serie di scenari legati all’uso ormai inevitabile, nella nostra disciplina, dell’intelligenza artificiale (AI). Se ci pensate bene, è da qualche anno che siamo abituati ad avere a che fare con AI nella nostra attività quotidiana: ogni volta che usiamo il CAD per contare il numero di noduli polmonari dopo un esame TC, per esempio, o che misuriamo il volume del nodulo polmonare che ci sembra più sospetto, noi stiamo già di fatto creando un’interfaccia stabile con la nostra AI di riferimento.

È chiaro, quindi, che il problema principale del rapporto tra radiologo e AI non è eludibile: dove ci porterà questa strada? Per citare gli Autori, che pongono la questione in modo giustamente molto crudo: L’AI sostituirà il medico radiologo? Questa è la paura principale, il cardine intorno al quale gira tutta la discussione. Tutte le rimanenti questioni passano in second’ordine: che gli algoritmi di calcolo di AI siano di buona qualità, accessibili a tutti, utilizzabili nell’ambito di linee guida condivise e tutelati legalmente (per esempio, a livello di tutela del diritto d’autore) è pacifico e condivisibile. Ma la questione nodale rimane insoluta: questa dannata macchina, prima o poi, prenderà il nostro posto? Per usare un’analogia automobilistica, da piloti ci tramuteremo in semplici passeggeri di una vettura alla quale basterà comunicare qual è la meta finale del viaggio? In fin dei conti, con la Tesla ci stiamo già andando parecchio vicini. Capite quindi bene come per una categoria sventurata come i radiologi, già da anni sotto l’assedio di specialisti di varia natura che hanno cercato di erodere i loro spazi di competenza senza mai accettare che l’erosione potesse essere bidirezionale, tutto questo possa rappresentare un problema abbastanza grave.

Io non credo che, come sostengono gli Autori, diagnosi e terapia “richiedano creatività ed empatia che un’intelligenza artificiale non avrà mai”. Quando si parla di tecnologia, e in questo caso di AI, il problema non è qualitativo (nessuna macchina potrà mai simulare il funzionamento complesso della mente umana, dunque sostituirla in toto) ma quantitativo. Parlando di algoritmi diagnostici, la questione riguarda essenzialmente a) la complessità dei medesimi, che a sua volta è funzione della completezza delle informazioni fornite ad AI, e b) la potenza di calcolo, nuda e cruda, dei processori. Una volta superato l’ipotetico confine di complessità tecnologica e contenimento di informazioni di AI che, ripeto, è un confine meramente  fisico e assolutamente non metafisico, la nostra empatia di esseri umani compassionevoli e fantasiosi potrà ben poco contro la sua potenza di tiro. Immettendo al suo interno svariati bilioni di scansioni TC polmonari, per esempio, insieme a altrettanti bilioni di referti radiologici e anatomo-patologici, altrettanti-altrettanti bilioni di dati clinico-laboratoristici di ambito pneumologico e tutta la letteratura scientifica sull’argomento, credete che sarà davvero così difficile insegnare al nostro Pinocchietto digitale a distinguere un pattern alveolare da uno fibrosante, a correlare il pattern con la clinica e a impostare in automatico la terapia migliore? Avendo a disposizione abbastanza informazioni e processori sufficientemente performanti, paradossalmente, la mancanza di empatia di AI e la noiosa ripetibilità dei suoi algoritmi di calcolo potrebbero rappresentare non una limitazione, ma un vantaggio diagnostico. Quantomeno, AI non si recherà mai al lavoro la mattina con le palle girate perché la sera prima ha avuto da dire con sua moglie.

Ma c’è un altra implicazione, se possibile ancora più inquietante, a cui gli Autori non fanno cenno. In un periodo storico quantomai confuso e critico, nel quale le strategie nazionali e sovranazionali circa le sorti nefaste della nostra sanità pubblica cominciano a essere palesate senza nessun ritegno, e il cui segno principale (e finora sottovalutato) è la carenza improvvisa di medici su tutto il territorio nazionale, l’avvento di una AI competitiva dal punto di vista della potenza di calcolo suona quanto mai provvidenziale da un lato, e inquietante dall’altro. Respinto o quantomeno rimandato a data da destinarsi l’armageddon con figure lavorative paramediche alle quali si è ripetutamente cercato senza nessuna programmazione né raziocinio di affidare responsabilità eminentemente mediche, l’avvento di una AI abbastanza evoluta da ottenere risultati diagnostici sovrapponibili se non migliori di quelli umani suona come specie di soluzione a bassissimo prezzo dei problemi di sostenibilità del sistema sanitario.

Salvo che la tanto paventata tempesta solare raggiunga finalmente il nostro piccolo pianeta, e un provvidenziale flair tolga qualsiasi velleità non solo a AI, ma anche alla nostra bella Radiologia digitale e a tutto il resto della nostra civiltà tecnologica.


La canzone della clip è “Rolls Royce”, di Achille Lauro, presentata all’ultimo Festival di Sanremo (2019). L’ho scelta perché parla di una fine, e quella fine il nostro Lauro la vuole bellissima, scintillante, drammatica, in linea con personaggi che hanno bruciato in fretta il fiammifero toccato loro in sorte. Come forse presto accadrà alla nostra disciplina, sostituita da un’entità immaginifica incapace di empatia ma anche di errore, e alla quale non sarà possibile chiedere alcun risarcimento per l’errore compiuto; e al nostro servizio sanitario pubblico, immolato sull’altare di un’Europa che lo vuole. Se vi viene qualche dubbio su quanto da me paventato circa le attuali potenzialità dell’AI, provate a buttare un occhio su “Origin”, ultimo romanzo dell’ineffabile Dan Brown, che ho letto da poco perché avevo un disperato bisogno di una fetta di nulla in mezzo a due opere parecchio più impegnative: quello che ci racconta sulle AI è già presente, e non c’è niente che noialtri possiamo fare.

Non vedi le mie mani, le mie mani chiuse a chiave nelle tasche

maggio 22nd, 2019

Il signore nordafricano di mezza età, forse marocchino, forse egiziano, ha i baffetti che gli fremono da quanto è agitato per gli esiti dell’ecografia a cui si sta sottoponendo. È molto preoccupato, si vede chiaramente, mentre cerca di spiegarmi dove ha male barcamenandosi malamente coi costrutti di una lingua che ancora non conosce bene e forse non conoscerà mai come si deve.

Alla fine provo a rassicurarlo: tutto bene, non ci sono grossi problemi. Dovessi dire la mia fino in fondo, quel dolore costante alla bocca dello stomaco è dovuto a una gastrite da stress: ma non lo dico, tanto dopo due giorni dovrà sottoporsi a una gastroscopia e lì sapremo tutto.

Dopo essersi cambiato ritorna ancora una volta in sala ecografica.

“Dottore, sto bene?” mi chiede per l’ennesima volta.

“Si, certo, va tutto bene”.

A quel punto, l’uomo mima un inchino deferente, afferra con la punta delle dita il lembo del camice e me lo bacia. Io sono imbarazzatissimo, provo a dirgli che nessun medico al mondo merita un atto di devozione simile ma non ci riesco, lui di italiano capisce solo due parole in croce.

Quando finalmente esce, un pensiero mi passa rapido per la testa. Dovrà pur esistere per i medici, da qualche parte, una via intermedia tra i due estremi: essere considerati divinità salvifiche o una manica di coglioni allo sbando.

Ma in questo momento della mia vita, credetemi, non ho nessuna voglia di cercarla.


La canzone della clip è “Stasera devo andare via”, di Antonello Venditti, tratta dall’album “Buona Domenica” del 1979. Ho riascoltato i primi due terzi della discografia del buon Antonello, nelle ultime settimane: dopo un avvio difficile e molto (troppo) anni settanta all’italiana, e dopo  il trittico spettacolare di “Buona Domenica”, “Sotto il segno dei pesci” e Sotto la pioggia”, il Nostro si è un po’ perso tra diavoletti nel cuore e segreti da non (dover) rivelare. Una volta avrei stigmatizzato questo cambio di paradigma come una sconfitta culturale: oggi penso che se cambiando registro Venditti è riuscito in quegli anni a sentirsi più felice, beh, allora ha fatto bene.

In questa decadenza le persone non hanno chance

febbraio 24th, 2019

 

Il bambino-portiere avrà 11, 12 anni.

Ha un completo da calcio molto nuovo, molto nero, con i calzini molto abbinati alla maglietta e i guanti verdi e molto fluorescenti.

Sta in porta e e tra i pali si muove come un vero portiere di serie A: i saltelli giusti, il rimprovero giusto al difensore che lascia smarcato l’attaccante. Rinvia la palla nel modo giusto, calibrando l’apertura del braccio e compiacendosi alquanto della bella parabola prodotta. Quando abbranca il pallone lo stringe al petto nel modo giusto, studia con lo sguardo giusto la posizione di compagni e avversari e poi lo fa rimbalzare due o tre volte nel modo giusto, prima di rinviarlo.

Il bambino-portiere, insomma, fa tutto nel modo giusto tranne una cosa: il portiere.

Non ha nessun controllo dello spazio dentro e fuori dalla porta, nessuno glielo ha insegnato e lui, ovviamente, non si è mai posto da solo il problema. Non blocca mai la palla, e quando la respinge lo fa con le mani aperte esponendosi a slogature dei polsi che ricorderà per sempre con grande pianto e stridor di denti. Ferma i rasoterra con  le gambe divaricate, piegandosi a novanta gradi. Si accartoccia sui palloni quando non c’è motivo e al tempo stesso non è capace di tuffarsi, è del tutto privo degli istinti elementari che sono il nerbo del portiere di razza.

Il bambino-portiere però è una metafora perfetta di come gira il mondo: ha imparato alla perfezione la forma, magari guardando su Sky le partite della serie A o i tutorial su YouTube, ma non ha alcuna idea della sostanza di cui è fatto un vero portiere.

Insomma, ha compreso bene i fondamentali dell’Italia-ai-tempi-della-crisi: apparire è più vantaggioso che essere, tanto più che oggi come oggi quasi nessuno, in virtù del crescente analfabetismo funzionale, è in grado di accorgersi della differenza. E coltiva la certezza naturale che, nel caso in cui le cose dovessero mettersi veramente male, per esempio prendendo qualche gol di troppo, saprà trovare una valida giustificazione: il tifo contro, l’allenatore incapace, i compagni di squadra che hanno giocato male, magari dicendo peste e corna di lui, sicuramente invidiosi di quanto sia bravo come portiere.

Anche perché, a conti fatti, in un mondo calcistico nazionale in cui non si formano più portieri e quindi si è costretti a importarli dall’estero, sa che non farà nessuna fatica a trovare una nuova squadra che gli paghi lo stipendio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “La decadenza”, di Ivano Fossati, tratta dall’album “Decadancing” del 2011. Nemmeno a farlo apposta la stavo proprio ascoltando mentre mio figlio, in un campo parrocchiale, ammazzava il pomeriggio giocando a pallone; e il portiere della squadra avversaria era proprio quel ragazzino di cui, assai stronzamente, lo ammetto, tesso le laudi nel mio racconto.

C’era una volta il west

febbraio 19th, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

Al funerale di Akira Kurosawa, nel 1998, ognuna delle migliaia di persone presenti condusse con sé 1200 yen, il prezzo di un biglietto del cinema: lo scopo era restituire al grande regista, simbolicamente, i soldi spesi per l’emozione indimenticabile di aver visto uno dei suoi film.

A me basteranno i 43 euro del ticket, grazie.


La musica consigliata per la lettura del piccolo post è il tema di “C’era una volta in west”, di Ennio Morricone. Sergio Leone, per questo film, ebbe i suoi problemi con l’erede degli antichi samurai: perse la causa per plagio e dovette pagare al regista giapponese parte dei ricavi del film.