Ehi mamma, guardami, sono sulla mia strada per la terra promessa

dicembre 3rd, 2017

Ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: io, da bambino, mica lo sapevo che il tempo di una singola giornata potesse restringersi così vertiginosamente.

Così, la mattina mi sveglio, mi faccio la barba, preparo la colazione al resto della famiglia, indosso i vestiti, scendo in strada, entro in macchina e mi sciroppo i miei chilometri per arrivare all’Ospedale del Fiume: dove quest’anno la fatica pura, di ogni genere e grado, è stata all’ordine del giorno. Quindi lavoro sparato a mille fino alla pausa mensa, quando riesco a farla, per poi riprendere il pomeriggio, dopo un caffè da solo o in compagnia, con l’intermezzo di qualche riunione ufficiale a cui non è lecito mancare; e quando riesco a uscire dall’ospedale l’aria è così profumata, qualunque sia la stagione dell’anno, che a volte mi commuovo. Ma non è finita: devo rifare la strada a ritroso, sperando che sul ponte non ci sia troppo casino di traffico, correre a prendere uno dei miei figli e a volte tutti e due, che ovviamente fanno sport diversi in luoghi diversi, e nel mentre se riesco faccio la spesa o almeno, tornato a casa, devo sistemare quello che di mattina non si è riuscito a sistemare, letti, colazione da sparecchiare e altre amenità del genere. A questo punto c’è la cena, preceduta dai compiti dei bimbi, e la battaglia epica per riuscire a metterli a letto entro un tempo ragionevole, o comunque prima che mi trasformi nel dottor Jeckill e le mie urla coinvolgano nel mènage familiare anche l’intero quartiere.

Per cui, capitemi, il momento in cui mi infilo sotto il piumone e spengo la luce, la maggior parte delle volte dopo aver letto qualche pagina del romanzo di turno ma a volte senza nemmeno farcela, è il mio momento, è l’apice della giornata, è lo zuccherino che si dà al cavallo, quando è a fine corsa e ha fatto il suo dovere.

Non ci metto molto ad addormentarmi: il tempo di immaginarmi in una minuscola capsula spaziale, diretto verso il pianeta Marte, in algida solitudine, separato dall’immensità dell’universo da cinque centimetri di alluminio anodizzato, e ho già preso sonno. Un altro secondo dopo ancora eccomi sbarcato nella mia città dei sogni, sempre la stessa da decenni, a esplorare vie che ancora, incredibilmente, non conoscevo.

E a quel punto, sapete com’è: all’inferno tutti i problemi. E per qualcuno di loro sono disposto anche a fornire un’autostrada a quattro corsie per senso di marcia, affinché ci arrivino per direttissima.


La canzone della clip è “Highway to hell”, degli ACDC, tratta dall’album omonimo del 1979. Non so voi, ma ogni volta che la ascolto rimango estasiato dal ritmo di quella batteria e di quella chitarra: essenziali, primitivi, l’essenza stessa del rock. Persino l’assolo di chitarra elettrica, alla fine, è così essenziale da sembrare quasi scolastico, o suonato da un bambino. Eppure l’effetto è, come ogni volta, dirompente.

Forse il vero amore vuol restare grande (fenomenologia spicciola di Gianpiero Ventura)

novembre 21st, 2017

Lo so, ci piace vincere facile. E lo so, il perdente è sempre comodo da attaccare e demolire: e infatti ho atteso qualche giorno prima di dire la mia, e soprattutto ho atteso che tutti si sfogassero, invocassero le sue dimissioni, lo criticassero per i soldi che continua a rubare percepire alle spalle dei contribuenti italiani e, se possibile, gli murassero un cesso davanti ala porta di casa come facevamo da goliardi universitari con i nemici del nostro Ordine di appartenenza.

Ventura, diciamocelo, fa quasi tenerezza perché è uno di noi. È l’alfiere nel mondo calcistico internazionale della nostra aurea mediocritas. Ventura è l’uomo scelto per una posizione di comando senza mai aver fatto nulla per meritarselo: uno scudetto, una coppa europea, uno schema di gioco meritevole di memoria. È l’uomo scelto, forse, perché proprio in virtù del fatto di non aver mai vinto nulla è comodo da manovrare, duttile alle imposizioni dall’alto, malleabile alle pretese dei cosiddetti senatori dello spogliatoio. Ma il vero problema non è questo.

Il problema è invece il seguente: perché Ventura ha accettato una sfida così complessa? Per soldi, direte voi. Ma ne aveva davvero così tanto bisogno? L’impressione è che per un allenatore di calcio italiano, per quanto degenerati siano i tempi in cui viviamo, affrontare l’impresa della Nazionale non abbia prezzo. Forse il nostro Gianpiero avrebbe accettato anche per metà dei soldi dati al suo più illustre predecessore. Forse per Gianpiero Ventura la sfida nazionale era la scorciatoia per sdoganarsi, passare alla storia, accreditarsi come allenatore di rango mondiale senza aver mai posseduto le credenziali giuste.

E il mondo, credetemi, è pieno zeppo di gente come lui. Forse conscia dei propri limiti, ma pronta a fregarsene perché arrivare in cima è comodo e remunerativo. O forse nemmeno conscia di tutto questo, solo animata da una presunzione senza fine che non gli fa tenere in conto la fatica che hanno fatto altri, prima di loro, per raggiungere un risultato importante. O da un smania di riscatto che li rende ciechi e sordi alle evidenze: e cioè che la vita è una competizione difficile nella quale non basta dire la propria con il ditino alzato e la voce alta, ma bisogna essere più veloci e talentuosi degli altri per avere l’opportunità di opporre qualche resistenza alla strada facile delle conoscenze, delle affiliazioni e delle parentele di vario genere e grado.

Ecco, secondo me il problema di Ventura non è che qualcuno, altrettanto scalcagnato di lui, lo abbia posto a capo di una impresa più grande delle sue possibilità tecniche e del suo carisma. Il problema è che Gianpiero abbia accettato la sfida pur, in cuor suo, sapendo di non essere all’altezza. O, peggio ancora, convinto di esserlo.

Senza dimenticare mai che la vita è strana assai: e che sarebbe bastato un colpo di culo, una carambola fortunosa in area di rigore, un cross in meno di Candreva, un Insigne a sgattaiolare rapidissimo sotto le gambe dei legnosi difensori svedesi, un rigore non negato a inizio partita, e adesso staremmo tutti qui a tessere le lodi del grande allenatore e a ricordare Bonucci che getta la maschera a bordo campo come il gesto nobile di un eroe sprezzante del pericolo, e non come il lancio della spugna di una squadra che si arrende. Poi saremmo andati ai mondiali e le avremmo prese abbestia, spostando il problema solo di pochi mesi: ma almeno io avrei potuto guardare il primo e forse ultimo mondiale della mia vita con mio figlio. Che il prossimo giro avrà quindici anni e figuriamoci se lo guarderà insieme al vecchio padre.


La canzone della clip è “Nuovo swing”, di Enrico Ruggeri, tratta dall’album “Presente” del 1984. Un’altra di quelle canzoni che ascoltavo a quindici anni, senza capirla minimamente, rapito solo dal ritmo, e lungi dall’immaginare che il testo, e in particolare l’incipit, mi sarebbero stati chiari solo molti decenni dopo. Ma è così che va la vita, pavento.

Benvenuto figlio di nessuno in questo paese

novembre 14th, 2017

Succedono cose tremende, lo sapete, perché questo è un mondo difficile. Così, può accadere che un povero cristo di netturbino, rovistando nella spazzatura accatastata nella discarica di un paesino del veneziano, trovi un sacchetto di plastica con dentro non l’umido di casa, non le batterie smaltite nel posto sbagliato, non carta e cartone, ma un neonato. Un bimbo appena nato, con ancora il cordone ombelicale attaccato. Buttato lì, morto, nell’immondizia.

Intendiamoci: io non sono in grado di esprimere giudizi su persone che non conosco e su fatti che non ho accertato personalmente, e non lo farò nemmeno in questa circostanza. Vi racconterò invece il misero punto di vista del radiologo. Vi racconterò di quando l’autorità giudiziaria lo contatta per l’esame radiografico di rito, per capire se ci sono fratture, se il piccolo è stato malmenato prima di essere depositato nel peggiore dei posti possibili. E vi dirò una sola cosa: il primo pensiero che viene in mente, di fronte alla radiografia triste di quel corpicino straziato, non riguarda la morte ma la vita. Ti chiedi solo: cosa sarebbe diventato quel bimbo da grande? Un benefattore o un criminale? Lo scienziato che avrebbe scoperto la cura del cancro o un antivaccinista della prima ora? L’ingegnere che avrebbe costruito l’astronave in grado di portare l’uomo su Marte e sottrarlo al proprio destino suicida o l’industriale senza scrupoli che avrebbe inquinato definitivamente gli oceani? Un premio Nobel per la letteratura o un uomo distrutto dal peso dei suoi fallimenti?

Ecco: a questo si pensa in quei momenti, con gli occhi chiusi. Si pensa al potenziale destinato a non avverarsi mai più, alla ricchezza smarrita del possibile, sebbene difficoltoso, in luogo delle certezze disperanti di chi si è arreso. Si pensa alle occasioni perdute, alla sfiducia cronica che abbiamo nel mondo e in chi lo abita. Si pensa a quanta paura abbiamo, a quanto poco i millenni di evoluzione abbiano lavorato affinché smettessimo di essere, in ultima analisi, nient’altro che bestie spaventate.

Poi si riaprono gli occhi e si guardano un ultima volta le ossa fragili di quello scheletrino.

E firmare il referto diventa quasi un sollievo.


La canzone della clip è “Raggio di sole”, di Francesco De Gregori, dall’album che porta il suo stesso nome edito nel 1978.

Sono circondato da un milione di persone, ma io mi sento ancora solo (un post di Alfredo)

novembre 7th, 2017

Essere invitati alla presentazione di un libro, di sabato sera, a 50 km da Napoli, non fa fare salti di gioia.

Non potevo dire di no e allora, rassegnato, sono andato. Arrivato stranamente puntuale, mi sono trovato in un bel complesso sportivo nel cui interno c’era una sala pronta per la presentazione con poca gente in attesa.

Salutato l’autore, la moglie, i figli, i genitori, con estrema meraviglia ho assistito al progressivo riempimento della sala, posti in piedi, da parte di parenti e amici che, felici di esserci, trasmettevano una contagiosa, serena allegria.

La mia vecchia abitudine di non sedermi in prima fila mi ha permesso di vedere la felicità della mamma che, con gli occhi che le brillavano, si ciaciava* a vedere il figlio che rispondeva, quasi imbarazzato, alle domande dell’editore più imbarazzato di lui.

Non vi parlerò della grazia del balletto che ha introdotto la prima lettura, né della passione che hanno messo tutti i lettori di alcuni capitoli del libro, ma dell’affetto che si respirava nell’aria e che tutti volevano far sentire all’emigrante che aveva avuto successo nel profondo nord.

Alla fine tutti a comprare il libro con la dedica dell’autore e a bere un buon prosecco rigorosamente trevigiano.

Complimenti Gaddo e grazie per avermi fatto passare una bella serata con te e con i tuoi amici!!!

PS Grazie per la dedica che mi hai scritto, ma forse hai esagerato!

(Alfredo)

* ciaciare: verbo napoletano che indica l’atto di bearsi, godere di una certa situazione. 


Alfredo Siani, lo sapete, mi onora da anni della sua preziosa amicizia. Come ha annotato nel suo resoconto (molto ironico, come è nel suo stile) della serata, si è sciroppato un bel po’ di strada, di sabato sera, ed è venuto a farmi compagnia in uno dei momenti più intensi della mia vita. È arrivato, elegantissimo, ha mandato in brodo di giuggiole mia madre con due complimenti molto ammodo, ha seguito la presentazione e poi, dopo il prosecco, si è congedato. Lasciandomi, tra le righe, uno spunto di riflessione su cui ho passato buona parte delle poche ore insonni trascorse tra il saluto all’ultimo ospite e la partenza all’alba dell’aereo: cos’è davvero un emigrante?
Io non mi sono mai sentito un emigrante: ho sempre considerato le frontiere una fregatura a uso e consumo dei pochi furboni che governano il mondo. Però, in qualche modo, Alfredo ha ragione. E ha ancora più ragione se ripenso ad altre parole, quelle che mi ha detto durante una lunga telefonata che ci siamo fatti l’altro ieri: Tu hai una visione riduttiva della cosa. L’emigrante è quello che porta in altri luoghi la propria cultura e le proprie esperienze di vita. È l’ambasciatore all’estero della sua terra.
E lì ho capito. Ho capito il senso di tutta la mia fatica degli ultimi anni. Ho compreso il genere di responsabilità che mi porto sulle spalle quando conduco a termine, tra incredibili difficoltà, qualunque progetto lavorativo. O quando coltivo amicizie, abbraccio persone, mi perdo in dialoghi bizantini con persone che hanno una storia completamente diversa dalla mia e lascio che queste diversità, invece di separarci, ci arricchiscano.
Su una cosa però nutro ancora dubbi forti. Cos’è un uomo di successo? Io, se ripenso alla mia vita, non trovo motivi per sentirmi tale: non ho compiuto nessuna azione che passerà alla storia, non ho mai avuto idee che cambieranno il mondo. Un’amica su facebook mi ha scritto, pochi giorni fa: adesso che sei un uomo di successo, cos’altro desideri? Beh, in quel momento ho pensato solo una cosa: se fosse possibile vedere quanto sono basici i miei desideri, quanto elementari, e quanto sarei disposto a rinunciare della mia vita attuale per poterli realizzare, resteresti senza parole.
Ah, dimenticavo: Alfredo, la dedica sulla tua copia del romanzo non è esagerata. E tu lo sai.

La canzone della clip è la celeberrima “Home”, di Michael Bublè, dall’album “Westlife” (2003). L’interpretazione è di Mimmo De Pasquale: eravamo alla fine della presentazione del mio romanzo, a Sparanise.

 

 

Le interviste radiologiche possibili #03: Lorenzo Bonomo

ottobre 27th, 2017

Ho conosciuto Lorenzo Bonomo tre volte, prima che lui si ricordasse di me.

La prima volta è stata nella primavera del 2002. Mi ero appena trasferito a Treviso ed era in corso l’ultima, epica battaglia per la presidenza della SIRM: quella tra lui e il professor Bartolozzi. Lorenzo Bonomo si presentò in un giorno di metà primavera, elegantissimo. Ci riunimmo con lui nella biblioteca e lui ci parlò brevemente del suo programma elettorale. All’epoca, radiologhino giovane giovane e tutto sommato ancora neospecialista, fu il primo contatto con una SIRM che, memore degli anni tristi di specialità, solo parlarne mi veniva la pelle d’oca.

La seconda volta fu la sera della cena di gala del congresso di Radiologia Toracica SIRM del 2013, a Verona. Ero entrato da poco nel Consiglio della Sezione ma lui non mi conosceva, non ero stato un suo allievo né prima di allora avevo mai frequentato il mondo accademico italiano. Arrivai tardi alla cena e sembrava non ci fosse posto per me: lui chiamò il cameriere, fece aggiungere una sedia accanto alla sua, costrinse gli altri commensali a stringersi e fu il mattatore della serata fino al momento in cui decise che la cena era finita, e si alzò in piedi. Perché dovete sapere che le cene, con Lorenzo Bonomo, vanno sempre a finire così: a un certo punto il Professore si alza, e la cena è finita. Avevo accanto, dall’altro lato, un valentissimo radiologo toracico. Gli dissi all’orecchio, sogghignando: Io guardo il professore e non posso non immaginarmelo vestito da cardinale. E il collega, in un soffio: Guarda che nell’ambiente lo chiamano proprio così, il Cardinale. Trasecolai.

La terza volta fu al congresso sull’Rx torace standard che la Sezione tenne a Roma, a casa sua, nel 2014. L’idea dovette piacergli proprio tanto, perché da quel momento ha cominciato a riconoscermi e a chiamarmi per nome: per lui ero diventato, probabilmente, quello del torace standard. In quella circostanza gli chiesi: Che ne dice se la intervisto e pubblico tutto sul blog? Lui rispose: Fammi avere le domande. E io: No, professore, senza domande, come se fosse una chiacchierata. Mi guardò strano, quella volta, e infatti mi ci sono voluti altri tre anni per riuscirci.

Racconto tutto questo perché Lorenzo Bonomo è un personaggio fuori dall’ordinario della Radiologia italiana. Lui è tra quelli che in Italia è riuscito a fare tutto quello che si può immaginare: cattedratico in una delle Scuole più prestigiose del paese, Consigliere nazionale e poi Presidente della SIRM. E poi è riuscito a varcare i confini nazionali e diventare il Presidente della Società Europea di Radiologia. Di questo incarico lui va fierissimo, ma ne parleremo alla fine.

Il professore mi aveva invitato a casa sua per una cena casalinga pugliese cucinata da sua moglie, e la cosa aveva lasciato di stucco quanti lo avevano saputo. E’ un onore riservato a pochi, mi dicevano con gli occhi sbarrati. Poi la moglie è dovuta correre all’improvviso in un’altra città, a occuparsi del nipotino, e la cena casalinga è saltata. Ci siamo incontrati in un ristorante, alle otto di sera. Lui era già lì, mi ha visto dalla vetrata ed è venuto fuori a chiamarmi. Elegante come quella volta della visita a Treviso: camicia bianca a righe, giacca scura, cravatta a disegni rossi e neri.

Gaddo: Buonasera, professore, come sta?

Professor Bonomo: Bene, Gaddo. E tu?

Siamo entrati nel ristorante, tutto specchi, che era già pieno di avventori. Il professore avrebbe desiderato un tavolo appartato, e invece abbiamo cenato accanto a una coppia di poche parole. L’incontro è stato combinato senza che concordassimo le domande. Così, come una chiacchierata tranquilla tra il Maestro e un allievo qualunque.

G: Io ho subito una domanda da farle.

B: Spara.

G: Ci sono medici nella sua famiglia? Voglio dire, lei è figlio d’arte?

Lorenzo Bonomo sorride e comincia a snocciolare i nomi dei parenti medici pugliesi, una collezione lunghissima. Cita anche due zii, uno ordinario di clinica medica e uno di clinica chirurgica.

G: Perché non è rimasto in Puglia a studiare, allora?

B: Tu prova a pensare a cosa sarebbe successo se io fossi rimasto a Bari a studiare. Qualunque cosa avessi realizzato nella vita, ci sarebbe stato sempre qualcuno pronto a dire che il merito non era il mio ma dei miei parenti.

G: E allora perché proprio Roma?

B: Perché all’epoca era stata appena fondata l’università cattolica, credo nel 1961. Era una specie di campus universitario all’americana, per essere ammessi c’era bisogno di un voto alto di diploma e poi di superare test attitudinali e un colloquio.

G: Un colloquio?

B: Certo.

Lo dico con una certa ammirazione pensando a come dovrebbe essere strutturato oggi, e invece non è, l’accesso a medicina: mi sembra assurdo che non sia previsto un test psico-attitudinale per iscriversi a una facoltà che ti porterà verso un lavoro difficile non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello psicologico. Incredibile che negli anni ’60 qualcuno ci avesse pensato, con così tanto anticipo sui tempi. Adesso invece abbiamo i test di cultura generale, come se sapere chi ha vinto Sanremo nel 1983 o quanti cerchi conta l’Inferno di Dante possa avere qualcosa a che fare con l’essere un bravo medico.

G: E poi?

B: Poi a un certo punto si è presentata anche la possibilità di studiare a Parma. Siamo andati su in auto, io e mio padre. Arrivammo di sera, la sede degli studenti era un casermone in cui avevano ricavato degli appartamenti. Bussammo alla porta e chiedemmo a qualcuno di farci vedere le stanze. Ci vennero ad aprire dei ragazzi in pigiama che stavano studiando sulle loro scrivanie, con la lampadina che pendeva sopra le loro teste. Dissi a mio padre: E’ un’altra cosa, ma va bene così.

G: Però poi è andato a Roma.

B (divertito): Si, la domanda alla Cattolica era già stata inoltrata e ci avevano detto che il responso sarebbe arrivato a mezzo posta. Avevano anche specificato che avremmo capito il risultato dallo spessore della busta: le risposte negative erano in buste sottili, quelle positive in buste più spesse che contenevano anche tutta la modulistica da compilare.

G: La sua deve essere stata bella spessa, allora.

B: Una mattina mia madre mi venne a svegliare che ancora dormivo. Lorenzo, è arrivata posta! Da lì è partito tutto.

Lorenzo Bonomo continua il racconto. Come è già accaduto con altri universitari che ho conosciuto, lui ricorda tutto: date precise, a volte l’ora degli eventi narrati, i nomi di tutti e a distanza di anni. L’espressione del suo viso, durante tutta l’intervista, mentre ricorda fatti accaduti decenni prima, cambierà poche volte. A volte sarà divertita, a volte cogitabonda, ma sempre estremamente misurata. Proverò diverse volte a farlo sbilanciare, nel corso della serata, ma lui rimarrà sempre impassibile. Se non lo è già stato sul serio, scommetto il quinto dello stipendio che Lorenzo Bonomo sarebbe un ottimo giocatore di poker. Gli racconto la storia del mio colpo di fulmine con la Radiologia: i dubbi al quinto anno su dove chiedere la tesi, la reticenza a frequentare i corsi obbligatori in reparto, l’obbligo della firma, i sintomi dell’innamoramento già all’uscita dal primo pomeriggio di frequenza. Ricordo ancora perfettamente la mia sensazione di meraviglia: Ma allora è questa la Radiologia!

G: E lei? Perché ha scelto Radiologia?

B: Non vorrei deluderti, ma io non ho avuto un colpo di fulmine come il tuo. Ho scartato diverse ipotesi prima di scegliere, anche fare il chirurgo mi sarebbe piaciuto ma poi mio zio mi dissuase, disse che era un lavoro infame. Alla fine avevo fatto la tesi in Radiologia, mio zio disse: Perché non ci provi? La radiologia è una disciplina dal grande futuro.

G: La tesi su cosa?

B (sorridendo): Sulla fluoroelettrometria, una cosa che pochi anni dopo già non esisteva più. Ero andato a chiedere una tesi rapida, che non mi impegnasse molto. Volevo finire a tutti i costi alla sessione di luglio perché tutti mi avevano detto che l’estate dopo la laurea è la più lunga della vita, e che non ne avrei mai più avuta una così.

G: E l’ha avuta?

B: Certo. La chiesi a un giovane universitario, aveva undici anni più di me. Si chiamava Pasquale Marano.

Io ho del professor Marano un ricordo, indelebile, che risale ai tempi del primo congresso sul torace standard, quello che organizzai a Treviso. Il professore era già in pensione da tempo, e immagino che accettò l’invito solo per una questione di cortesia verso alcuni dei suoi più cari suoi ex-allievi. Gli fu affidato l’incarico di aprire i lavori con una lettura: e lui ci sorprese parlando non di Radiologia ma di formazione. Che un uomo di quella età potesse avere una visione così lucida del presente e del futuro della formazione medica mi impressionò moltissimo, ne conservo ancora un ricordo molto vivido. Dopo la tesi, tuttavia, le cose non andarono benissimo. Lorenzo Bonomo fu affidato a un tutor, di cui ha evitato di fare il nome, dal quale non si sentiva seguito come lui avrebbe desiderato. Abbandonato in diagnostica da questo radiologo che ricompariva solo per portarlo in mensa, e che il pomeriggio lo redarguiva per aver fatto poche proiezioni radiografiche rispetto a quelle che avrebbe voluto, pensò di cambiare strada. Ebbe finalmente un appuntamento con un noto professore di Chirurgia Pediatrica.

G: Come andò l’incontro?

B: Guarda, un disastro. Io arrivai puntuale, la segretaria mi fece passare. Il chirurgo mi disse che avevo dieci minuti, cominciai a parlare ma lui neanche mi ascoltava. Spostava fogli, sistemava cartelle, mi diceva: parla, parla, ma stava pensando ad altro. Alla fine disse: Se solo fossi venuto la settimana scorsa ti avrei dato un posto da assistente. Nemmeno aveva capito per quale motivo fossi andato a parlargli.

G: Bella personcina.

B: Però, come tante altre volte, questa esperienza mi è servita. Gli anni seguenti, quando uno studente mi chiedeva un colloquio, sai che facevo? Mi segnavo l’appuntamento sull’agenda, mezzora o quello che era, poi quando lo studente arrivava dicevo alla segretaria di non passarmi nessuna telefonata finché non ci avesse visto uscire dallo studio. Non avrei mai voluto far passare a un ragazzo quello che avevo passato io quella volta.

Anche questa è bella, per uno come me che da studente ha dovuto fare spesso anticamera di ore, su un divano piazzato davanti alla porta del professore, senza nemmeno la certezza di essere ricevuto. Comunque sia, il Professore torna in Radiologia, parla con il dottor Marano e si fa cambiare il piano formativo. Va a Milano a imparare una tecnica nuova, l’angiografia, e la porta per primo a Roma. A Milano, incredibilmente, incontra la donna che poi sposerà: si conoscevano da bambini, l’incontro milanese fu del tutto casuale. Alla fine, quando Marano diventa professore e gli affidano la cattedra a Chieti, lui lo segue.

B: A Chieti sono stato, alla fine, più di vent’anni. Chieti è una città piccola che mi ha insegnato una cosa fondamentale: non puoi inserirti nel tessuto sociale di una città se non impari a frequentare le persone, se tua moglie non partecipa con te alla vita di ogni giorno. Quando arrivano le mogli le porte delle case si aprono come per magia, e se vanno via si richiudono.

G: Come è stata l’esperienza? Voglio dire, andar via da Roma.

B: A Chieti di radiologico non c’era nulla, all’epoca, abbiamo creato tutto da zero. E’ stata una fatica grande ma si era creato questo circolo virtuoso, questa connessione con Roma. Non è che fossimo sempre d’accordo, Marano e io. Lui quando c’era da prendere qualche decisione importante mi chiedeva sempre cosa ne pensassi. A volte avevo altre idee, lui mi ascoltava e poi diceva: Ho capito, ma si fa come dico io. E’ giusto così.

G: Poi?

B: Poi a un certo punto il professor Marano è tornato indietro, alla Cattolica, ed è toccato a me andare avanti. Ricordati sempre queste parole, Gaddo: non sono i posti a fare le persone, ma sono le persone a fare i posti.

Questa andrebbe scolpita sulle architravi di ingresso dei reparti di Radiologia, ma vabbè.

G: Però adesso ci siamo arrivati. Questa SIRM, Professore. Che mi dice?

Il Professore ha uno dei suoi sorrisi, ma questa volta mi sembra un pò amaro. Mi racconta di quando fu per la prima volta Consigliere, l’unico eletto della lista perdente, e non gli diedero nulla da fare per i quattro anni di mandato. Mi racconta della disfida con Bartolozzi, il suo tentativo di risolvere la questione senza troppi danni per nessuno, e mi fa nomi e cognomi di chi non volle sostenerlo. Ha parole di elogio per Del Favero, il Presidente che portò la carica da quattro a due anni: dice che è stato un uomo di limpidezza straordinaria.

G: Come è riuscito a lavorare per la SIRM sapendo che in tanti non l’hanno mai amata?

B: Io sono uno che dice quello che pensa, a qualcuno può non essere andato bene. Ma vedi, il problema della Radiologia italiana non è la SIRM. Tu credi che nel 2050 noi staremo ancora qui a dire ai pazienti “fermo non respiri?” No, qui sta cambiando tutto. Tu, per esempio, che ne pensi dell’intelligenza artificiale applicata alla nostra disciplina?

G: Penso che tra vent’anni rischiamo di essere sostituiti dai computer. Una volta che avremmo insegnato alle macchine a riconoscere i pattern TC del torace, per dire, il pattern cistico o quello fibrosante eccetera, un algoritmo raffinatissimo metterà insieme clinica, laboratorio, anamnesi e dati radiologici. Le macchine faranno diagnosi senza di noi, ci penserà il clinico a mettere insieme il tutto.

B: Io non ne sono così convinto, credo che l’intelligenza umana abbia ancora un margine per essere indispensabile, per riuscire a tirare le conclusioni di un caso complesso. Il problema è piuttosto un altro: le scuole di specialità italiane sono in caduta libera, non riescono più a formare professionisti adatti ai cambiamenti che ci aspettano dietro l’angolo. Il successo del tuo corso sul torace standard da dove credi che nasca? Nessuno insegna più i fondamentali della Radiologia.

G: Questo è vero, è un pò come imparare latino e greco al liceo. Non ti serviranno a nulla, nella vita, però sono indispensabili a sviluppare un metodo utile per tutti gli altri processi di apprendimento. Per me è stato così.

B: Allora è da lì che dovremmo ripartire.

G: Ma non crede che una sana competizione elettorale, come quella che lei ha avuto con Bartolozzi all’epoca, possa giovare alle sorti della SIRM? Non crede che i soci dovrebbero poter scegliere tra posizioni differenti?

B: Io credo che, alla fine, i bisogni della Radiologia italiana siano quelli di cui parlavamo prima. E’ difficile che due candidati possano esprimere, in questi anni, posizioni così radicalmente differenti.

G: Mah, io grazie al blog sento molti soci e molti altri che alla SIRM non vogliono iscriversi per partito preso. In tanti sostengono che questo sistema crea delle cordate indistruttibili, sistemi di potere che non si conciliano molto con la crescita della nostra professione.

B (con quello sguardo ironico che continuerà a regalarmi fino alla fine): Senti quest’altra cosa che ti dico. La vita è come un pendolo: non puoi fargli cambiare direzione finché non ha finito il suo arco. A quel punto la direzione cambierà da sola.

La cena si avvicina alla fine. Abbiamo fatto fuori la bottiglia di Pegorino bianco ghiacciato che il Professore ha scelto all’inizio e scelto il dolce: lui gelato nocciola pistacchio, io una madeleine al cioccolato con la crema di zabaione sopra. Decido che è arrivato il momento di sparare l’ultima cartuccia.

G: Professore, un’ultima cosa, ma prometta di essere sincero. Lei ha rimpianti?

Lorenzo Bonomo ha l’unico sussulto della serata, l’unica risposta non ponderata che butta fuori quasi in tempo reale.

B: No! Assolutamente. Io sono stato un uomo fortunato, molto fortunato. Ho avuto la fortuna di un lavoro appassionante, sono stato presidente della SIRM, ho girato il paese per congressi. Una volta, tanti anni fa, quando giravano pochi soldi, partivamo di notte e dormivamo nelle cuccette dei treni. Arrivavamo la mattina, ci facevamo la barba negli alberghi di giorno e andavamo al congresso. Mi sono divertito, Gaddo, e poi ho avuto l’onore di essere il messaggero della Radiologia europea nel mondo. Cosa potrei pretendere di più?

G: E che prezzo ha dovuto pagare per tutta questa fortuna?

B (con un’ombra di malinconia che gli passa, rapidissima, sul viso): Certo, ho avuto anche la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di stare via da casa tanto tempo, una moglie che c’è sempre stata, che si è occupata dei figli. Ho avuto collaboratori straordinari, instancabili, sia a Chieti che a Roma. Ma il punto è un altro.

G: Quale, professore?

B: Gaddo, lo vedi questo bicchiere? C’è solo un dito di vino dentro, ma per me è sempre mezzo pieno. E’ questo che ha fatto la differenza, nella mia vita.

 

(Roma, 26 ottobre 2017)