Domande

Agosto 6, 2008 on 10:28 pm | In Diario Ospedaliero | No Comments

domande

Adesso voglio fare alcune domande a tutti i non addetti ai lavori che mi seguono.
Se io fossi sempre cordiale e disponibile e rispettoso con i miei pazienti, e un giorno mi girassero così tanto i tommasei da diventare sgarbato con uno di loro: sarei un medico maleducato?
Se io fossi un medico sempre collaborativo con i colleghi, dentro e fuori il reparto, sempre pronto al confronto, al consiglio, alla revisione dei propri casi, e un giorno decidessi che è proprio il caso che nessuno mi rompa le palle perchè ho litigato con mia moglie e sono nervoso: sarei un collega che non fa squadra?
Se io fossi uno che studia sempre, si aggiorna, non abbandona mai un caso prima di averne sviscerato ogni sfumatura e non stilassi un referto radiologico se non fossi assolutamento certo del mio buon operato, e un giorno commettessi un errore diagnostico marchiano perchè sono stanco o preoccupato per un problema personale: a fronte dei mille referti corretti, sarei da considerare un cattivo radiologo e un mostro da sbattere in prima pagina sui giornali e magari in galera?

Stamattina, mentre facevo colazione con mia moglie, la tenda da terrazzo di 6 x 5 metri che mi hanno montato un mese e mezzo fa è letteralmente crollata giù portandosi dietro un bel pezzo di muro. Trenta secondi prima mia moglie aveva steso i panni. Un minuto prima mio figlio sgambettava allegro in terrazzo. Poteva essere una carneficina, perchè i bracci laterali della tenda peseranno a occhio e croce cinquanta chili l’uno. Secondo voi l’artigiano che mi ha montato la tenda, che ha scazzato completamente i calcoli perchè la tenda era troppo pesante rispetto al muro che doveva sostenerne il peso, ma che fino a oggi non ha mai commesso errori del genere, è un buon artigiano lo stesso oppure è un criminale da sbattere in galera e chiudere la chiave?

Il libro dei sogni

Agosto 6, 2008 on 11:03 am | In Diario Ospedaliero | No Comments

kerouac

Per chi fosse interessato (qualcuno degli internauti che segue il sito ha notato il riferimento letterario e me l’ha fatto notare, roba da non crederci!), il post precedente prende spunto da “Il libro dei sogni” di Jack Kerouac.
Invito chi ama l’autore, o il genere letterario dell’autore, a leggerlo: specie conoscendo già gli altri libri di Kerouac, ne vale la pena.

Cosa sognano i radiologi in guardia notturna

Agosto 3, 2008 on 10:14 pm | In Diario Ospedaliero | No Comments

sogno

Dalle 20 alle 3 il ritmo in pronto soccorso è continuo, come in una mattina lavorativa qualunque. Mi ritrovo a sperare (a pregare) che prima o poi il flusso di pazienti si esaurisca: sono davvero pochi quelli che hanno qualcosa di serio, per lo più sono sani come pesci; prego che il pronto soccorso torni a essere tale e non una specie di ambulatorio privato per i residenti in provincia. Il collega chirurgo passa a salutarmi: è turbato perchè il figlio piccolo è appena nato, e lui è lontano da casa. Lo capisco, al posto suo non dormirei di notte e non perchè sono di guardia in ospedale. Alle 3 e mezza arriva una richiesta per eco-color-Doppler dell’arto superiore destro: telefono al collega, il quale si mostra molto preoccupato per la presenza di una trombosi venosa. Dice: “Mi sa che devo ricoverarlo”. Eseguo l’ecografia: borsite olecranica. Fatte le dovute proporzioni, la stessa differenza che c’è fra un mal di gola e un tumore alla laringe.

Flash. Cena di lavoro. La presiede un famoso professore universitario, in realtà precocemente defunto da qualche anno: fu uno dei più grandi innovatori in campo radiologico dello studio della patologia tumorale pancreatica, e morì proprio di tumore al pancreas. Lo vedo dimagrito, sofferente. Indossa un vestito elegante, giacca e cravatta, ma è un pò incurvato sotto il peso della sua malattia. A un certo punto ha una specie di malore: tutti si fanno sotto, cercano di prestargli soccorso e invece lo soffocano, gli tolgono l’aria. Io resto in disparte, guardo tutta la scena come se fossi davanti alla televisione e mi sento in colpa perchè non partecipo ai soccorsi. C’è un mio giovane collega ai margini del gruppo di astanti: è vestito in camice e maglietta bianca, come ogni giorno da quando è arrivato in reparto. Il professore alla fine si rialza in piedi, con molta fatica, e guarda in cagnesco il mio collega. Lui si gira verso di me e dice: “Ma perchè mi ha guardato così male?”. Rispondo: “Perchè darebbe qualunque cosa per fare a cambio con te, per avere la tua salute al posto della sua”.

Alle 4 e mezza il tecnico di radiologia mi sveglia: ci sono tre toraci da refertare. Torno in pronto soccorso con gli occhi semichiusi, referto i tre esami, mi chiedo inutilmente che genere di urgenza richiedessero, torno a dormire. Faccio tre respiri profondi: uno per mandar via la tensione, uno per mandar via l’irritazione, uno per mandar via i brutti pensieri e il sogno dal quale sono riemerso a fatica pochi istanti prima.

Flash. Il mio primario entra in studio medici. E’ vestito con un completo doppiopetto beige, camicia bianca e cappello in testa. Nota stonata: indossa una assurda cravatta a fiori, coloratissima, che fa a cazzotti con il vestito. Ha in mano una valigetta di pelle e ci comunica che cambierà ospedale entro pochi giorni. Nessuno di noi medici parla. Tutti continuano le proprie occupazioni: chi studia, chi lavora, chi sta al computer.

Alle 6 mi svegliano di nuovo: ci sono ancora tre esami da refertare. Fuori c’è già luce, nei corridoi dell’ospedale gli addetti alla pulizia stanno facendo il loro lavoro. Non ci sono ancora pazienti, fuori gli uccellini cinguettano. E’ un momento d’oro, non so se tornerò a dormire: potrei mettermi a scrivere, oppure a lavorare. A novembre ho un congresso da organizzare, e sono in alto mare con le scadenze. Referto gli esami, passo davanti alle macchinette del caffè e tiro diritto. Ho troppo sonno, torno a dormire.

Flash. La mia collega, una di quelle a cui voglio più bene, con cui ho sempre avuto un feeling istintivo. Però non è come adesso ma più giovane, al massimo avrà trent’anni: ha l’aria triste e serena al tempo stesso, come in una foto che mi fece vedere a casa sua, l’anno scorso, insieme ai figli (all’epoca) piccoli. Vorrei dirle qualcosa che la faccia sorridere, che riporti luce nei suoi occhi. Mi avvicino a lei e

E suona la sveglia, sono le sette e mezza. Devo alzarmi, lavarmi i denti, tornare in pronto soccorso ad accertarmi che non ci siano pazienti in attesa del radiologo. Ma lì non c’è nessuno: devio verso il bar sperando in una colazione da signori. Il bar è già mezzo pieno di avventori, ma dietro al bancone ci sono solo ragazze giovani: tutte quelle che io conosco meglio, e che lavorano con alacrità, sono in ferie. Dopo dieci minuti di attesa sterile me ne vado: non c’è niente che mi irriti di più che aspettare per più di due minuti cappuccino e brioche, al risveglio dalla notte di guardia, in un bar che non è nemmeno strapieno. Arriva il primo collega: prendo un caffè alle macchinette insieme a lui, chiacchierando delle sue bambine e del rientro anticipato dalle ferie. Poi una riunione dell’ultim’ora nello studio del primario: in genere le facciamo intorno alle due del pomeriggio, chissà perchè proprio oggi a quest’ora atipica. Ed è strano stimbrare e tornare a casa di mattina presto, quando tutti stanno per cominciare la loro giornata lavorativa. E’ una sensazione ibrida: un pò di sollievo e un pò di senso di colpa. Ma niente paura, mi dico, l’ospedale sopravviverà anche se per una mattina me ne starò a casa a dormicchiare, e il pomeriggio (tutto intero!) con il mio bambino.

Ai confini della realtà

Luglio 27, 2008 on 11:12 pm | In Diario Ospedaliero | 2 Comments

ai confini

Successo molto di recente a un mio collega.
Richiesta interna di Tac per sospetto generico di patologia toracica (sic).
Il collega esegue l’esame e trova, incidentalmente, segni di un’embolia polmonare in atto. Ne descrive minuziosamente sede, diramazioni interessate, e nelle conclusioni scrive a chiare lettere: embolia polmonare. Non contento, perchè è un tipo scrupoloso, chiama personalmente il collega che aveva proposto l’esame e gli comunica il responso a voce. L’altro fa: bene, grazie, adesso avviso subito l’internista.
Il mio collega crede di avere la coscienza a posto, e invece arriva la telefonata dell’altro (quello che aveva richiesto la Tac) che gli dice: “Senti, ho parlato con l’internista e gli ho detto del risultato dell’esame, per cui vorremo chiedere una Tac per embolia polmonare. Che ne dici?”

Chiosa: è un pò come se voi foste collezionisti d’arte e chiamaste presso la vostra pinacoteca un restauratore di quadri perchè vi preoccupa lo stato di uno dei vostri pezzi da collezione. Il restauratore arriva, studia il quadro e vi annuncia che il problema non è di quel quadro lì, ma di quello accanto. Al che voi lo ringraziate e gli dite: “Bene, allora vuol dire che devo chiamare un restauratore di quadri. Che ne dice?”

Lettere dal cielo

Luglio 13, 2008 on 12:34 am | In Diario Ospedaliero | No Comments

mail

Mi corre l’obbligo di ringraziare pubblicamente Giorgia.
Giorgia è una ragazza di 17 anni che mi ha scritto un e-mail incantevole, ringraziandomi per gli squarci di vita medica vissuta che le sto regalando grazie al blog. Per uno studente delle superiori in procinto di iscriversi a medicina, ha più o meno detto, è bello trovare conferme alle proprie scelte di vita.
Devo fare, al proposito, due riflessioni rapide.
La prima è che la sua lettera mi è giunta in un momento un pò particolare: non sempre la motivazione lavorativa e l’entusiasmo sono al massimo, fa parte del normale ciclo di alti e bassi che contraddistingue qualunque altro aspetto della nostra esistenza. Certo, però, che le parole di Giorgia danno coraggio e aiutano a riportare il flusso di pensieri nella giusta direzione.
La seconda è che rimango sempre meravigliato di fronte a ragazzi così motivati e con le idee chiare: a 17 anni, viceversa, mi sembrava di brancolare nel buio, di essere appeso a un filo. Vorrà dire che, quando arriverà il periodo nero (e siamo alle porte), gente come Giorgia ci aiuterà a venirne fuori. Per noi vecchietti di quarant’anni è un pensiero confortante, coi tempi che corrono.

Pile a terra

Luglio 7, 2008 on 10:07 pm | In Diario Ospedaliero | No Comments

pila

Vi è mai capitato che un giorno, all’improvviso, senza nessun preavviso, nessuna avvisaglia emotiva, aprendo gli occhi al mattino vi sentiste svuotati? Assolutamente demotivati? Con le batterie a terra e la luce rossa della riserva che lampeggia disperatamente? Eppure non siete stanchi, non avete bisogno di ferie; un pò a corto di sonno, forse, ma da quando non dormite otto ore per notte?
E’ solo che ogni tanto, ma proprio ogni tanto tanto, ci si gira indietro e ci si rende conto che sono troppi i mesi in cui si sta guidando con il piede affondato sul pedale dell’acceleratore, a tutta manetta, senza pensare a quanto si consuma di carburante. Sono troppi i mesi in cui si sta pensando a tutto fuorchè agli affari propri: e di colpo diventa pesante, quasi insostenibile, mettere i piedi in reparto e tollerare dispute bizantine sui turni di lavoro, casi clinici sui quali qualcuno ha sempre intuizioni più brillanti delle tue (in un decimo del tempo in cui tu hai partorito la tua povera diagnosi), altri colleghi che chiedono conforto alle loro intuizioni, colleghi di altri reparti che vengono a mostrarti esami radiologici non eseguiti da te (e sui quali la tua giurisdizione è moralmente limitata) o a chiederti favori, vie preferenziali, a proporti casi umani di difficile gestione, e poi piccole questioni pratiche da risolvere che, non si sa per quale motivo, finiscono per concentrarsi addosso alla tua misera persona, preoccupazioni per macchine che non funzionano, protocolli che non vengono rispettati, piccole prepotenze di colleghi su altri colleghi, quesiti clinici inadeguati, riunioni inutili e dispersive, pagamenti dilazionati a chissà quando, concorsi rimandati a chissà quando (ma chissà perchè tutti sono sempre pronti e puntualissimi quando si tratta di reclamare e incassare).
E allora? Allora la conclusione è ovvia: io sono solo una piccola rotella dell’ingranaggio mostruoso in cui mi trovo a girare, dunque è evidente che tutto quello che ho appena pensato e scritto è falso, e che ognuno di noi è, in qualunque momento e circostanza, e come le varie amministrazioni non mancano sempre e giustamente di sottolineare, sostituibile in qualunque momento.
La mia non è vis polemica, giuro: una volta tanto non lo è. C’è che capita di essere demotivati, senza colpa di nessuno in particolare, è che l’unica soluzione al problema è semplice semplice, almeno quanto complesso è il problema stesso: sedersi davanti a uno schermo, sistemarsi accanto il pacco di referti, preparare il computer e, per una volta ogni tanto, non pensare a nient’altro che non sia, semplicemente, solamente, banalmente, la-vo-ra-re.
E’ arrivato il momento di staccare la spina e pensare un pò a me stesso, a quello che sta arrivando nella mia vita; raccogliere le forze per spiccare un altro bel salto.
Ma non vogliatemene, ve ne prego.
Non sono cattivo, è solo che mi disegnano così.

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