Non riesco a trovare le parole per scrivere questa canzone (un post di Gaetano)

luglio 21st, 2016

Ricordo ancora la mia scelta di fare il medico.

Ricordo le nobili intenzioni.

Ricordo l’entusiamo.

Ricordo soprattutto la voglia, rimasta immutata, di aiutare il prossimo.

Quello che non sapevo e non potevo sapere quando ho affrontato i test di ingresso in medicina è che nessuno, nei lunghi anni della carriera universitaria, mi avrebbe mai insegnato ad ascoltare il Paziente e a comunicare con lui. La capacità di saper ascoltare il Paziente, comprendere i suoi bisogni e comunicare i risultati, secondo l’ordinamento degli studi che ho sostenuto, dovevano essere qualità e capacità innate e non sarebbero state oggetto di esame.

Oggi, a distanza di tempo, credo che in fondo fosse giusto così: poiché tali capacità possono essere perfezionate e migliorate con degli studi specifici sulla comunicazione, ma non possono essere “trapiantate” in chi è nato “sordo”.

Pertanto ritengo che il vero test d’ingresso in medicina non dovrebbe valutare la cultura generale del candidato, ma piuttosto le capacità innate di saper ascoltare e saper comunicare, escludendo dagli studi di medicina e chirurgia tutti coloro i quali non presentano queste qualità.

Ho avuto la conferma di quello che ho sempre sostenuto e saputo: 1) il paziente desidera essere ascoltato; 2) i parenti desiderano capire.

Due concetti semplicissimi, ascoltare il paziente e comunicare con il paziente e soprattutto con i parenti. Tradotto in “soldoni”: umanizzazione delle cure.

(Gaetano Riva)


Il post che avete appena letto è opera di un collega: l’ha postato sulla sua pagina Facebook e poi mi ha dato il permesso di pubblicarlo sul mio blog nei termini che io avessi creduto opportuni (nel suo post accennava anche a un libro, che però io non ho letto e sul quale dunque non posso esprimere un giudizio personale: quindi mi scuserà, almeno spero, per aver espunto il riferimento letterario dal suo testo). Gaetano è un medico appassionato che si è posto uno dei problemi fondamentali della nostra professione: in che modo bisogna parlare con i nostri pazienti prima, durante e dopo la nostra prestazione sanitaria. Il che, tradotto in termini pratici, vuol dire prima di tutto scendere dal piedistallo sul quale una tradizione un po’ schizofrenica ci mette dopo la laurea in medicina e poi, semplicemente, imparare a parlare con chi abbiamo di fronte. L’altro ieri è mancata una signora colpita da un male fulminante che non le ha lasciato scampo e se l’è portata via in due mesi. Mi ha sorpreso davvero molto trovare il mio nome tra i sanitari ringraziati, sull’ordinato e triste necrologio del manifesto mortuario affisso in ospedale. In fin dei conti, pensavo leggendo quelle poche righe, ho fatto solo il mio lavoro: ho seguito i suoi esami, ascoltato i parenti, trovato qualche minuto per fare due chiacchiere con lei e confortarla, darle un minimo di speranza per il futuro. Ma forse è proprio questo che voleva dire Gaetano nel suo post: e accidenti se ha ragione.
La canzone della clip è Like a star, di Corinne Bailey Rae, tratto dall’album del 2006 che porta il suo nome. Sperando che la mia signora adesso sia in viaggio lassù, se un lassù davvero esiste, insieme a tutte le altre stelle.

Vengo anch’io, no tu no

luglio 17th, 2016

In ambiente medico gira da tempo una barzelletta: una di quelle un po’ irriverenti, forse, ma nelle quali si nasconde un fondo di amara verità. La barzelletta è la seguente.

Sapete come si fa a nascondere il portafoglio del paziente a un chirurgo? Semplice: basta nasconderlo tra due libri (sottinteso: tanto il chirurgo non si avvicinerà mai a una libreria).

Sapete come si fa a nascondere il portafoglio del paziente a un radiologo? Ancora più semplice: metteteglielo addosso (sottinteso: il radiologo non visiterà il paziente nemmeno morto).

E sapete come nascondere il portafoglio a un cardiologo? Non è possibile: il cardiologo lo troverà sempre, il portafoglio del paziente.

E’ ovvio, si tratta di una generalizzazione e come tutte le generalizzazioni non tien conto delle peculiarità dei singoli professionisti ma si limita ad analizzare, seppur impietosamente, l’orientamento generale dell’intera categoria. Perché, diciamocelo pure, i cardiologi (si) sono sempre visti come una categoria a parte, fuori dalle righe e dotati di una trasversalità, per così dire, parecchio aggressiva.

Ecco perché mi ha stupito assai la lettera congiunta che le loro nove, e dico nove, sigle societarie e sindacali cardiologiche hanno indirizzato lo scorso 5 luglio ai vertici sanitari italiani: per denunciare con tono un po’ querulo uno scippo intollerabile che a quanto pare li vede vittime dell’intero universo medico riunito.

La lettera comincia così: (…) La Cardiologia ha perso la propria identità. Non si può fare a meno di far notare che quasi tutte le prestazioni di “cardiologia” (ad eccezione della visita e dell’elettrocardiogramma) possono essere effettuate dal Radiologo, dal Chirurgo Vascolare, dal Pneumologo, dall’Endocrinologo, dal Fisiatra ed altri (…); e continua con una litania di prestazioni che, a dir loro, sono di esclusiva competenza cardiologica ma che invece vengono svolte quotidianamente da cani e porci, con grande detrimento del povero paziente (cardiologico, ovviamente, perché se togli il cuore a uno quello muore).

Inutile dire che molte di queste prestazioni che il cardiologo si sente scippare sotto il naso sono invece di naturale pertinenza altrui: cito come esempio tutto il rosario delle ecografie vascolari che nel migliore dei mondi possibili, e se professoroni di estrazione radiologica del recente passato non avessero svenduto la metodica per un tozzo di pane a chiunque passasse per strada, dovrebbero essere appannaggio di chi l’imaging lo conduce in tutte le altre forme. Che poi si arriva a esternazioni limite, tipo che l’ecografia è lo stetoscopio del terzo millennio, e lì poi finisce tutto in vacca.

La perplessità aumenta però al livello di guardia di fronte a quest’altra recisa affermazione: (…) lo specialista in Cardiologia è competente ad eseguire anche altre prestazioni che gli sono negate come per esempio: la RMN del cuore (…). E qui, di grazia, sarebbe molto illuminante poter capire dove diavolo deriva questa competenza così autoreferenziale: visto che anche la maggior parte dei radiologi, che in teoria sono formati fin da piccoli sulle basi fisiche e sulle applicazioni cliniche della risonanza magnetica, e hanno anche il conforto di tutte le altre metodiche di imaging nello sviluppare le competenze che la legge affida loro, si muovono con una certa fatica nel grande mare di pesature, codifiche di fase e frequenza, sequenze di varia natura e utilità, artefatti vari e chi più ne ha più ne metta. Senza contare l’essenziale, cioè che nel torace non esiste solo il cuore e che qualcuno deve pur dare un’occhiata al resto: ma di ciò i nostri cardiologi sembrano disinteressati, bontà loro.

Il tutto, in buona sostanza, è per ricordare a chi teme l’estinzione nel prossimo futuro della Radiologia (come disciplina autonoma, intendo) che gli altri a quanto pare non sono messi meglio, che ciascuno vanta competenze stravaganti e che, se si creano spazi vuoti da qualche parte, è facile trovare un solerte specialista di altra branca che li occupi in tutta serenità.

Ma il problema, ovvio, non è questo. Prendendo in prestito la definizione di un noto filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, teorico della cosiddetta vita liquida, è veramente da minchioni non accorgersi che anche la medicina sta diventando parimenti liquida e che i confini tra le varie specializzazioni, finora ben definiti come steccati elettrificati, si stanno disfacendo molto rapidamente. La verità dei fatti è che la medicina, nel suo complesso, è in fase di viraggio spontaneo nella direzione delle sue origini: averla divisa in compartimenti stagni non ha portato oltre un certo confine di efficacia ed è naturale che ogni singola figura specialistica cerchi di riguadagnare un approccio il più olistico, e quindi più efficace, possibile; e che questo atteggiamento conduca a conflitti di competenze che non possono essere certamente sanati con una lettera sindacale che unisce la bellezza di otto sigle societarie e una sindacale (ma che cavolo se ne fanno, i cardiologi, di otto sigle societarie distinte? I radiologi ne hanno una sola e già fanno fatica a gestirla).

La morale è una sola, ed è triste doverla sottolineare: nel difendere le proprie prerogative, e in ultima analisi mi verrebbe da dire il proprio portafoglio, i medici dimenticano che l’oggetto del loro mestiere è un paziente in carne e ossa a cui poco frega di chi sia ufficialmente deputato all’erogazione dell’esame di cui ha urgentemente bisogno. E dimenticano un’altra verità fondamentale: come mi scrisse il professor Pozzi Mucelli (radiologo) qualche anno fa, a proposito di un mio post mediamente polemico, in medicina le cose finiscono per farle non quelli che ne hanno certificazione formale ma quelli più capaci. Se un cardiologo diventa più bravo del radiologo a studiare le arterie renali con l’eco-color-Doppler bisogna mettersela via e cedere il passo, o ridiventare più bravi di lui. E lo stesso vale, purtroppo, anche per la risonanza magnetica del cuore: anche se lì c’è ancora da discutere per i motivi a cui accennavo in precedenza, cioè che nel corpo umano non esiste solo l’organo bersaglio della propria specializzazione ma anche altre frattaglie parimenti dignitose e possibile bersaglio di malattie varie.

Oppure occorre ragionare in altri termini: cioè riconoscere l’evidenza che la medicina sta diventando liquida, accettare la mescolanza delle sue componenti e sfruttare l’insieme delle competenze per raggiungere un risultato più efficace. E’ anni che lo dico e più vado avanti più mi convinco che si tratti di una evoluzione inevitabile: le specialità tra non molto si ridurranno drasticamente di numero e invece fioriranno le subspecialità, gli orientamenti intradisciplinari. Non vedo insomma un futuro blindato da specialisti in competizione serrata ma squadre di medici orientate verso un distretto, un organo, una patologia, ognuno con il suo bagaglio di competenze specifiche.

Negare questo con barricate sindacali da fine ottocento vuol dire non aver compreso in che direzione va il mondo (d’altro canto i sindacati, mediamente, la direzione l’hanno smarrita da parecchio tempo). E vuole anche dire che nell’ambiente continueranno a circolare barzellette come quella che vi ho raccontato, a denti stretti, a inizio post.


La canzone della clip non ha bisogno di presentazioni: è la celeberrima “Vengo anch’io, no tu no” del mai abbastanza compianto Enzi Jannacci (1967). Non mi viene in mente niente di meglio per descrivere una situazione paradossale in cui noi medici, tutti insieme, dovremmo andare nella stessa direzione; e invece non soltanto ognuno va nella direzione che gli pare, ma se riesce a non farsi seguire dagli altri colleghi per lui è pure meglio. Come ulteriore approfondimento: leggete il romanzo “Il medico della mutua”, di D’Agata, che in tempi più felici recensii qui.

Diceva Ulisse: chi m’o ‘ffa fà, la strana idea che c’ho di libertà

luglio 13th, 2016

Nel canto XXVI dell’Inferno Dante narra dell’incontro con Ulisse: proprio lui, l’eroe omerico. Quello che permise agli Achei, con la furbata leggendaria del cavallo, di vincere la guerra di Troia; e poi, visto che dopo la furbata buona parte degli dei olimpici si erano un tantinello incazzati con lui, fu costretto a peregrinare per altri dieci anni nel Mediterraneo prima di poter riapprodare a casa sua, a Itaca.

Noi tutti, chiusa l’ultima pagina dell’Odissea, ci saremmo attesi un Ulisse talmente sfinito dalle fatiche belliche e post-belliche (ma in fondo il greco nelle sue peregrinazioni si era anche parecchio divertito, diciamolo pure), che complessivamente lo tennero impegnato per un buon ventennio, da rinunciare a qualunque velleità di navigatore da lì al giorno della sua morte. Dante invece ribalta il punto di vista comune e ci propone un Ulisse vecchio ma non domo, che guarda il mare con la nostalgia bruciante del marinaio di lungo corso e addirittura propone ai suoi vecchi compagni di navigazione di rimettersi in mare; e loro, che non sono da meno, accettano. Navigando giungono in prossimità delle colonne d’Ercole, cioè il confine sacro che Dio stesso ha vietato agli uomini di oltrepassare: metafora, immagino, delle irrazionali limitazioni che noi uomini ci imponiamo da soli, e da secoli. Lì Ulisse, con la sua famosa orazion picciola, cerca di convincerli a varcare quel confine: non siamo fatti per vivere come bestie, dice alla fine, ma per imparare a essere migliori a e conoscere il mondo. Nemmeno a dirlo, i suoi uomini non aspettavano altro: e quindi oltrepassano, tutti insieme, il confine.

Cinque mesi dopo giungono in vista della montagna del Purgatorio: ma adesso il Padreterno non scherza più, quella è davvero una terra sulla quale gli uomini vivi non possono sbarcare. Per cui l’allegria iniziale dei marinai si traduce quasi immediatamente in dramma, quando una tempesta improvvisa travolge la loro imbarcazione e la cola a picco. Vi propongo gli ultimi versi del canto:

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.

Terribile e meraviglioso quel richiuso: la conclusione mirabile con cui Dante descrive il mare che ritorna placido appena la nave di Ulisse è affondata, come se una pietra tombale fosse stata calata sui resti degli incauti viaggiatori.

Esiste insomma un livello di azzurrità incomparabile oltre il quale è impossibile non perdersi: quantomeno con la fantasia, ossia con ciò che conta davvero. Ci sono parapetti, lungo certe costiere cilentane, dalle quali si guarda l’orizzonte ed è facile comprendere i motivi che spinsero l’Ulisse dantesco a riprendere il largo con i compagni di una vita intera di peregrinazioni marittime. imageE quindi diventa altrettanto facile comprendere i motivi di certe scelte apparentemente contraddittorie, sulle quali è fin troppo facile esprimere pareri critici e sovente superficiali.

La verità è che noi non siamo fatti per strisciare, non siamo fatti per tane sotterranee, non siamo fatti per la fatica paranoide della formica e nemmeno per la beata inettitudine della cicala. La nostra natura è il volo, la solenne ubriacatura delle ali che compensa ampiamente il rischio dello schianto a terra. La nostra natura sta nel sublime coraggio della navigazione in terre inesplorate, nel resistere alle tempeste che schiantano gli alberi maestri delle nostre imbarcazioni ma non ci possono impedire di arrivare a destinazione, sia pure abbrancati al legno spaccato del pontile.

Ecco perché ammiro chi rischia, chi preferisce l’errore coraggioso al rimpianto sterile di una vita intera. La porta di casa mia, per queste persone, sarà sempre aperta. E anche la prua della mia nave: perché non so voi, ma io non ho smesso ancora di salpare per terre che non conosco. E senza una ciurma di marinai squinternati non si naviga da nessuna parte, verso nessuna nuova avventura, e comunque non nella direzione dell’isola che non c’è.


La canzone della clip è Sentimento, degli Avion Travel, dall’album Selezione 19902000 (2000). La canzone vinse Sanremo nel 2000, dando ai comuni mortali, per qualche istante, l’idea che il baraccone ipercommerciale e pseudomusicale che tutti deprechiamo potesse trasformarsi in qualcosa di più elevato: ma l’illusione durò assai poco. Sono molto legato agli Avion Travel, musicisti e compositori raffinati assai, fosse anche solo per questioni di conterraneità: la loro canzone è dedicata a una persona in particolare, che leggendo il testo del post e ascoltando la stupenda canzone di certo capirà che parlo di lui; e dopo, spero, si sentirà più tranquillo.

Se sarai la mia guardia del corpo, io sarò il tuo amico a lungo smarrito

luglio 12th, 2016

Non so voi, ma io più passa il tempo e meno sento il bisogno di frequentare luoghi affollati, rumorosi, caotici. Non mi piacciono i locali cosiddetti alla moda, che d’altronde non mi sono mai piaciuti, e non mi piacciono le chiacchiere di circostanza scambiate con perfetti sconosciuti mentre si beve l’aperitivo serale. Non mi piace nemmeno pensare che l’unico modo per abbassare i freni inibitori, in un mondo molto maleducato in cui peraltro quasi nessuno ne è più munito, sia bere alcolici o fumarsi qualcosa di pesante.

Lo so, adesso mi direte che sto invecchiando: il che probabilmente è vero, anche se dovrei inferire da questa mia riflessione a voce alta che vecchio lo sono sempre stato visto che anche da ragazzo la pensavo allo stesso modo, e a una brutta serata in indegna compagnia ho sempre preferito la solitudine di un buon libro o della mia chitarra. Beh, direi che comunque non importa: visto che sono stato per parecchi giorni in luoghi ameni che avrebbero meritato molte pacate riflessioni di questo tipo, se ne avessi avuto il tempo e il modo, e che comunque alla fine le mie riflessioni le ho prodotte lo stesso, mentre guidavo in silenzio lungo l’autostrada semideserta e sotto un solleone che schiantava persino i grilli e le cicale. Sapete di quelle volte in cui guidi e senti la strada che canta sotto i pneumatici dell’automobile, riesci a percepire le vibrazioni rassicuranti del motore, che ti parla attraverso l’unico linguaggio che sa usare, il volante sembra un’estensione del tuo corpo e l’asfalto è una striscia nera che attraversa un panorama meraviglioso?

Ecco, in una di quelle volte mi sono fatto una domanda: ma perché il Padreterno, sempre se davvero esiste, o chi per Egli, di fronte alle brutture sempre più numerose e disonorevoli di cui siamo capaci noi esseri umani, non si decide a sterminarci tutti, un’altra volta, in pieno stile biblico-hollywoodiano? Perché non ci manda giù un diluvio universale, una pioggia di fuoco, perché non ci soffoca aspirando tutta l’aria dell’atmosfera (che Lui, con i polmoni che si ritrova, ci mette un secondo)? Perché è ancora così fiducioso nel futuro dell’uomo?

Poi, in un lampo di inedita comprensione, l’ho capito. Il Padreterno, o chi per lui, ogni tanto smette di lavorare, si terge il sudore, siede in poltrona, stappa la birra più buona e gelata dell’universo e ascolta musica. Probabilmente quella che stavo ascoltando io in quel preciso momento mentre pensa che si, tutto sommato vale la pena di tenere in piedi la baracca se questi disgraziati nonostante tutto riescono ancora a scrivere musica così buona.


La canzone della clip è You call my Al, di Paul Simon, tratta dall’album Graceland del 1986. Lo continuo a dire, per chi non sia già loro utente: Spotify è gestita da medium che sanno esattamente quale musica ti occorra in quel preciso momento, o quale possa farti più bene, o quale sappia farti più male.

Perché signori si nasce

giugno 24th, 2016

Chiunque faccia questo mestiere lo sa bene: molti scelgono di studiare da radiologi perché si tratta di un modo come un altro (anatomia patologia, igiene, medicina di laboratorio) per non avere a che fare direttamente con i pazienti. Il che non vuol dire che occorra togliere qualcosa alla dignità e al fervore assistenziale con cui si svolge il proprio lavoro, assolutamente: è un dato di fatto, una evidenza come un’altra che per grazia di Dio non tutti a questo mondo siamo uguali. Qualcuno dà il meglio di sé appoggiando una mano sulla pancia altrui, qualcuno scrutandogli dentro a distanza di sicurezza, qualcun altro organizzando l’attività ospedaliera.

Però esiste un ‘eccezione gloriosa: l’ecografia. Il turno ecografico costringe il radiologo, si fa per dire, ad avere un contatto diretto con il paziente. Gli fa respirare i suoi effluvi, gli impone di toccare la sua cute. E’ una metodica che induce al dialogo, e infatti non a caso proprio dai turni ecografici scaturisce la maggior parte dei miei post (ma io non faccio testo, a me avere a che fare con i pazienti piace assai).

Il problema, immagino, si riacutizza in estate perché il caldo torrido non dispone di buona grazia ai rapporti personali con chi non abbia molta confidenza con il sapone; ma questo non è l’unico problema. Quando si chiede al paziente di inspirare, e quindi trattenere il fiato, arriva inevitabilmente il momento in cui costui dovrà necessariamente espirare: e a volte l’espirio, oltre a essere esageratamente rumoroso, quasi come se uno fosse appena riemerso da un tentativo di annegamento, viene diretto in piena faccia del medico ecografista. Il quale, tutto sommato, avrebbe fatto anche a meno di scoprire che il signore disteso sul lettino la sera prima ha mangiato cipollotti sott’olio.

La premessa è per raccontare che durante il mio ultimo turno ecografico ho avuto a che fare con un signore indiano molto educato: il quale, quando espirava, si voltava giudiziosamente dalla parte opposta. Ed è per dire che signori si nasce: sebbene, a quanto pare, in tutto ciò non abbia alcuna influenza la nazionalità.


La meravigliosa musica nella clip è The Beautitudes, di Vladimir Martynov, musicista russo ancora vivente che ha avuto il coraggio di perseguire la sperimentazione musicale in tempi in cui, nel suo paese, per essere gentili, tale inclinazione veniva quantomeno scoraggiata. Vi propongo la versione del Kronos Quartet, meno mistica e più orecchiabile di quella originale, ma non meno incantevole.