Perché signori si nasce

giugno 24th, 2016

Chiunque faccia questo mestiere lo sa bene: molti scelgono di studiare da radiologi perché si tratta di un modo come un altro (anatomia patologia, igiene, medicina di laboratorio) per non avere a che fare direttamente con i pazienti. Il che non vuol dire che occorra togliere qualcosa alla dignità e al fervore assistenziale con cui si svolge il proprio lavoro, assolutamente: è un dato di fatto, una evidenza come un’altra che per grazia di Dio non tutti a questo mondo siamo uguali. Qualcuno dà il meglio di sé appoggiando una mano sulla pancia altrui, qualcuno scrutandogli dentro a distanza di sicurezza, qualcun altro organizzando l’attività ospedaliera.

Però esiste un ‘eccezione gloriosa: l’ecografia. Il turno ecografico costringe il radiologo, si fa per dire, ad avere un contatto diretto con il paziente. Gli fa respirare i suoi effluvi, gli impone di toccare la sua cute. E’ una metodica che induce al dialogo, e infatti non a caso proprio dai turni ecografici scaturisce la maggior parte dei miei post (ma io non faccio testo, a me avere a che fare con i pazienti piace assai).

Il problema, immagino, si riacutizza in estate perché il caldo torrido non dispone di buona grazia ai rapporti personali con chi non abbia molta confidenza con il sapone; ma questo non è l’unico problema. Quando si chiede al paziente di inspirare, e quindi trattenere il fiato, arriva inevitabilmente il momento in cui costui dovrà necessariamente espirare: e a volte l’espirio, oltre a essere esageratamente rumoroso, quasi come se uno fosse appena riemerso da un tentativo di annegamento, viene diretto in piena faccia del medico ecografista. Il quale, tutto sommato, avrebbe fatto anche a meno di scoprire che il signore disteso sul lettino la sera prima ha mangiato cipollotti sott’olio.

La premessa è per raccontare che durante il mio ultimo turno ecografico ho avuto a che fare con un signore indiano molto educato: il quale, quando espirava, si voltava giudiziosamente dalla parte opposta. Ed è per dire che signori si nasce: sebbene, a quanto pare, in tutto ciò non abbia alcuna influenza la nazionalità.


La meravigliosa musica nella clip è The Beautitudes, di Vladimir Martynov, musicista russo ancora vivente che ha avuto il coraggio di perseguire la sperimentazione musicale in tempi in cui, nel suo paese, per essere gentili, tale inclinazione veniva quantomeno scoraggiata. Vi propongo la versione del Kronos Quartet, meno mistica e più orecchiabile di quella originale, ma non meno incantevole.

A volte potrai avermi con un fiore, a volte un fiore non ti basterà

giugno 10th, 2016

Per motivi a me ignoti, probabilmente legati alla casella postale aziendale che è preda di hackers senza scrupoli, o a qualche stramaledetta catena di sant’Antonio la cui maledizione è che se togli la tua iscrizione a una newsletter finto-sanitaria ti ritrovi automaticamente iscritto ad altre tre, che quasi quasi ti conviene tenere buona la prima e star zitto, ricevo con cadenza mensile la newsletter di una fantomatica rivista medica. Di cui questa volta taccio il nome, anche perché credo che al mondo non la conosca nessuno salvo quei due o tre giornalisti prezzolati che ci scrivono su a tempo perso.

Sulla prima pagina della rivista online campeggia un articolone che sostiene una tesi curiosa: da qualche parte di questo paese esiste, a quanto pare, un movimento molto deciso di pazienti assai curiosi dei fatti medici, e in particolare di quanti punti ECM ogni medico guadagna all’anno. E’ ora di finirla con questa storia dei medici che non si aggiornano, dice in sostanza l’articolista, i pazienti hanno diritto di accedere a un database in cui sia possibile conoscere, per ciascun singolo professionista, se frequenta abbastanza congressi ed è in regola con il punteggio ECM annuo. Addirittura, e qui si sfiora la follia, si propone che i punteggi ECM vengano resi pubblici su internet: come se non bastassero i nostri curricula, dati in pasto al volgo sui portali aziendali, peraltro provvisti di numero telefonico privato, e gli stipendi lordi, così la ggente ci può invidiare senza fare la tara delle tasse che (noi medici pubblici certamente) paghiamo su quel lordo stratosferico.

Ma non è questo il punto. Vorrei che fosse chiara a tutti questa enorme pagliacciata dell’ECM, tale per cui ci si può procacciare i punti anche solo pagando le stesse persone che editano le rivistine online, e per corsi che magari poco o nulla hanno a che fare con il proprio lavoro quotidiano. Oppure, un po’ meno vergognosamente, è possibile fabbricarseli in casa propria con poco sforzo. Io, per esempio, qualche anno fa ho ottenuto il carico pieno partecipando a un corso aziendale sull’intelligenza emotiva: che, certo, ha implicazioni molto profonde sulla mia attività di medico e specialmente quando sono chiamato a disinnescare pazienti furibondi per motivi vari ed eventuali (che è da sempre la mia migliore performance lavorativa, altro che collo e torace), ma di sicuro non rassicurerebbe l’uomo della strada che avesse bisogno di certezze sul mio aggiornamento radiologico.

E allora possiamo dircelo, visto che siamo tra noi: queste rivistine online, parassiti delle nostre caselle di posta elettronica, sono l’equivalente del terrorismo mediatico che affligge buona parte delle giornate che passiamo attaccati alla tivù o a internet, e il loro unico scopo è far sganciare soldi a medici sempre più sconfortati dalla situazione e timorosi della propria stessa ombra. Nessuno, in tutti questi anni, ha invece mai fatto luce sulla grande occasione perduta di questo aggiornamento obbligatorio: che alla fine si è trasformato, come troppo spesso capita in questo triste paese, nell’ennesimo affare sporco per traffichini di bassa lega. Senza contare il paradosso dei paradossi: quando diventi bravino, e magari ai congressi non vai più ad ascoltare ma a parlare, i punti te li danno con il lanternino, come se condividere la propria esperienza o aggiornarsi su quanto di nuovo la scienza propone non fosse uno sforzo cognitivo pari a quello di chi ai congressi va per imparare qualcosa. Insomma, la conoscenza non paga. Non in punti ECM, almeno.

Insomma, se qualcuno conosce il modo per eliminare definitivamente questo spam dalla mia casella di posta elettronica è pregato di comunicarmelo: darò massima diffusione alla iniziativa. Nel mentre, continuerò a sperare che questa storia del punteggio ECM e dell’aggiornamento professionale obbligatorio diventi una faccenda più seria di come al momento sia.


La canzone della clip è Giorno di pioggia, di Francesco De Gregori, tratto dall’album cosiddetto “della Pecora” del 1974. Ve la propongo perché domattina prendo l’aereo, armato solo di un piccolo zaino in cui ho ficcato un cambio di biancheria e l’iPad, e volo nelle mie terre natie a festeggiare i 30 anni dal diploma di liceo con i miei compagni di scuola: all’epoca io e Mario, il mio compagno di banco, la cantavamo spesso insieme suonando la chitarra. Tornerò il giorno dopo, si spera: l’idea di rivederli tutti insieme, dopo tanto tempo, e di raggiungerli viaggiando così leggero, mi esalta oltre misura. Per me, credetemi, è il momento giusto per cominciare a lasciare qualcosa dietro le scarpe. Davanti ai nostri occhi l’orizzonte è sempre più limpido, se si pensa alle brume del passato.

Io non posso insegnarti cosa devi fare

giugno 5th, 2016

La vedo arrivare appoggiata al suo bastone, da sola, fieramente da sola. Dice al figlio, che ha all’incirca 80 anni, di restare tranquillamente in sala d’attesa.

Entra nella sezione di ecografia, appoggia il bastone, si spoglia da sola e da sola sale sul lettino. Mentre faccio il mio esame parliamo e, ovviamente, lei è lucidissima. Risponde a tono alle mie domande, e io l’unica cosa a cui penso è la seguente: Ma per quale motivo il suo medico le fa fare questo esame per un generico mal di pancia? Ha 99 anni!

Finiamo in fretta perché mi dispiace sottoporla ancora a lungo a questa tortura del faccia-un-respiro-e-trattenga-l’aria. Lei alla fine si alza da sola, non le gira nemmeno la testa quando si rimette in piedi, e si riveste. Mi dice solo: Sa, dottore, in questo periodo sono un po’ stanca, non ho più voglia di mangiare come prima.

Io la guardo con l’affetto infinito che si può nutrire verso chi è nato sotto le bombe della prima guerra mondiale ed è ancora in piedi a distanza di un secolo. Penso che la vita è ben strana, che non conosciamo il giorno e l’ora e talvolta il giorno e l’ora sono ancora molto lontani da venire. Penso che ci vuole una gran voglia di vivere per arrivare a festeggiare il secolo: non può essere solo questione di culo, come invece sosteneva Piero il barbiere. Ci vogliono scelte giuste, molto amore e desiderio che tutto vada per il verso giusto: perché l’universo ascolta i nostri desideri e ce li rimanda indietro amplificati.

Dico: Allora, la aspetto per il prossimo anno, così festeggiamo?

Risponde: Non lo so, dottore, vediamo che succede.

Ecco, questo è l’atteggiamento giusto: vedere che succede. E, nel mentre, prendiamoci tutto quello che di buono arriva.

Perché così è la vita, in fondo: vediamo che succede.


La canzone della clip è 4U (rabbit song) di David Knopfler, tratta dall’album Ship of dreams del 2004. Se, come me, avete amato pazzamente il suono della chitarra ritmica dei Dire Straits, continuerete ad amare David anche adesso che la chitarra la suona da solo. Perché così è la vita, in fondo.

 

Voglio ridere e voglio bere, io stasera cambio amore, tutto qui

maggio 29th, 2016

Il secondo anno di università andai a stare in una casa nuova: un appartamento vero, al posto del monolocale vissuto in due del primo, lunghissimo anno. Un pomeriggio, mettendo a posto le mie cose nel vecchio armadio, in fondo a un cassetto trovai un foglio di carta ben ripiegato sul quale erano scritti, in ottima calligrafia, versi molto belli.

Voi non lo sapete ma il vostro blogger preferito, tra le altre cose, è anche un pessimo musicista e autore di parecchie canzoni: presi in mano la mia chitarra e misi una musica su quelle parole, che per qualche sconosciuto motivo si prestavano particolarmente bene alla bisogna. Ogni tanto la cantavo e la cantavo a un piccolo pubblico di sprovveduti come me, persone che non avevano mai sentito per intero l’album La mia banda suona il rock di Ivano Fossati. Si, perché il testo che avevo trovato era il suo: solo che io quella canzone, all’epoca, non la conoscevo. Smisi di suonarla e cantarla, e mi vergognai alquanto perché ovviamente la musica originale era molto più bella della mia. Mi dispiacque un po’, devo ammettere, perché su quel foglietto ripiegato avevo fantasticato assai: una storia finita male di qualcuno che in quell’appartamento aveva abitato prima di me, per esempio. Una poesia bellissima e dedicata a una donna affascinante come la studente di matematica che abitava nell’appartamento del piano di sopra, per esempio. E invece era tutto così dannatamente semplice, e banale.

Il che mi riporta a Piero, barbiere di 86 anni che si ostinava a esercitare nonostante l’età avanzata e la schiena curva: usava le forbici, Piero, e il rasoio non elettrico ma a mano, come i suoi colleghi del dopoguerra. Sempre impeccabile, Piero, con i baffetti ben curati e la divisa immacolata e la schiena appena appena curva sotto il peso del tempo. Parlava poco, durante il lavoro, e in genere solo se interpellato. Una volta gli chiesi quanti anni avesse e poi, saputa la risposta, non potetti esimermi dal fargli i complimenti per il modo straordinario in cui se li portava. Piero scosse le spalle e si limitò a dire, asciutto: Dottore, non è merito mio. E’ solo questione di culo.

Lo cantava anche Pino Daniele: ‘A vita è sulo culo rutto e niente ‘cchiù. Io spero ancora che ci sia spazio per l’iniziativa personale, ma più passa il tempo e più mi convinco che Piero il barbiere, e tutti gli altri, abbiano ragione. Da vendere.


La canzone della clip, come avete capito, è la stessa del testo scritto sul foglio dell’armadio: si tratta di E di nuovo cambio casa, di Ivano Fossati, tratta dal celeberrimo La mia banda suona il rock del 1979. Un grazie a Luigi, che ha tirato fuori dopo molti anni Piero il barbiere in una indimenticabile serata marittima tra due veri amici che hanno la sfortuna di abitare troppo lontani. L’altra canzone, linkata al verso di Pino Daniele, è Che te ne fotte (dall’album Vai mo’ del 1979).

Lucciole nel cielo nero come pece

maggio 24th, 2016

Non so voi ma io in questo periodo lavoro molto, e di gusto, e quasi non mi accorgo che la giornata passa. Ogni tanto faccio una pausa, ma per lo più ascolto musica a ripetizione anche mentre referto o scrivo lettere all’amministrazione, e mi concedo solo l’intervallo minimo per mangiare qualcosa in mensa. Poi ritorno, chiudo gli occhi e mi gusto odore e sapore del più sacrosanto dei miei caffè quotidiani.

Ma alla fine del caffè sento che manca ancora qualcosa. Una specie di sotterraneo languore, non so come altro chiamarlo. Un piccolo vuoto nell’anima fatto a forma di qualcosa, o di qualcuno. Allora apro il cassetto della mia scrivania e tiro fuori la tavoletta di cioccolato: ne basta poco, un piccolo assaggio, e il vuoto si riempie silenziosamente.

Così è sufficiente sbirciare com’è il tempo, là fuori, e riprendere il lavoro. Ed è già ora di andare a prendere i bimbi da qualche parte, poi di studiare, poi di scrivere, e se avanza voglia anche di guardare un bel film stravaccato sul divano (leggere figuriamoci: l’ultima mezz’ora del giorno è sempre per il libro di turno, caschi pure il mondo).

Insomma, direi che alla fine basta poco per restare incantati. Anche nei tempi più cupi.


La canzone della clip è Vagalumes, di un cantante brasiliano che ha un nome irricordabile (Affonso Heliodoro dos Santos Junior) ma per fortuna si fa chiamare solo Affossinho. E’ tratta dall’album Belè (2006): se vi aggrada il genere musicale, e soprattutto la lingua purtughensci, vi consiglio di ascoltarlo tutto; specie se in quel momento vi sentite animati da un’allegria inestinguibile. Vagalumes, cioè Lucciole, è una canzone dal testo dolcissimo: il modo in cui si immagina una vita perfetta insieme, tanto per capirci. A volte, quando si è tristi, la paura è che certe emozioni non torneranno mai più ad allietare le nostre vite. E invece.