Perché adeguarsi ai tempi

27 agosto 2014

Questa è una parabola illuminante sui nostri tempi.

Parla di un uomo, il signor G, a cui si rompe il telecomando della televisione: si connette a internet, trova il numero del rivenditore autorizzato più vicino (PincoPallino SAS) e chiama. Risponde una voce di donna, mediamente scoglionata.

PincoPallino SAS: Buongiorno, in cosa posso esserle utile. (non lo chiede, lo afferma)
Signor G: Buongiorno a lei. Avrei bisogno di un telecomando marca Teleminchien D128732.
PP SAS: Attenda un istante… Attualmente non lo abbiamo in deposito.
Signor G: Non c’è problema. Me lo può ordinare?
PP SAS (laconica): No.
Signor G: …
PP SAS: …
Signor G: In che senso no, scusi?
PP SAS (mediamente infastidita): Nel senso che lei viene qui da noi, lascia un acconto di 20 euro, noi ordiniamo il telecomando, la richiamiamo quando l’articolo è arrivato, lei viene a prenderlo e salda la cifra totale di 69 euro.
Signor G: Io abito a Frattameggia di Sopra, il vostro negozio è a Frattameggia di Sotto, lei mi sta dicendo che dovrei mettermi in tangenziale e perdere ogni volta mezz’ora per andare e tornare.
PP SAS (con evidente fastidio, oltre il limite della buona educazione): Noi lavoriamo così, punto.

Il signor G, incredulo, saluta e mette giù. Poi si ricollega a internet, cerca il telecomando Teleminchien e lo trova su un sito piemontese a quasi metà prezzo. Sono le 16 circa: lo ordina, lo paga con la carta di credito ricaricabile e spera di non aver fatto un buco nell’acqua. Alla peggio ci avrà rimesso 36 euro, pazienza.

Il giorno dopo, ore 14, lo chiama la segretaria dell’ufficio: è arrivato un pacco a suo nome. Incredulo, lo apre: dentro c’è il Teleminchien nuovo fiammante e, udite udite, due batterie stilo AAA. Corre a casa, infila le batterie, prova l’articolo e tutto funziona a meraviglia.

Il signor G, a questo punto, fa due operazioni: scrive una mail di ringraziamenti all’azienda piemontese, complimentandosi per l’incredibile celerità del servizio, e poi chiama la PP SAS. Risponde la stessa voce di donna del giorno prima, mediamente scoglionata.

PP SAS: PincoPallino SAS, buongiorno, in cosa posso servirla. (ancora una volta non è una domanda)
Signor G: Buongiorno. Sono il tale che ha chiamato ieri per il telecomando Teleminchien, si ricorda?
PP SAS: …
Signor G: E lei mi ha detto di venire in negozio per ordinarlo.
PP SAS: Si, adesso ricordo.
Signor G: Bene, volevo dirle che ho ordinato il telecomando via internet ieri pomeriggio, dopo la nostra telefonata, l’ho trovato a metà prezzo e in questo momento ce l’ho in mano.
PP SAS: …
Signor G: Lei si rende conto di cosa vuol dire questo, vero?
PP SAS: …
Signor G: Vuol dire che mi hanno recapitato il telecomando in ufficio, in meno di 24 ore, facendomelo pagare la metà.
PP SAS: …
Signor G: Insomma, prima che glielo dica la vita stessa, le comunico che voi della PincoPallino SAS siete carne da macello. Se lei è la proprietaria della baracca, è rimasta al commercio di fine ’800. Se lei è un’impiegata, oltre a essere poco educata è pure sulla buona strada per perdere il posto di lavoro.
PP SAS: …
Signor G: Grazie e buona giornata.

Adesso, prima di aggiungere altro, consentitemi di spezzare una lancia a favore del signor G: il quale non è uno stronzo presupponente, come si potrebbe intuire leggendo la amena storiella, ma un comune cittadino che sul lavoro si spezza la schiena per un fine sconosciuto ai più, ossia parlare il più possibile con i suoi clienti (se fosse un medico, con i suoi pazienti). Non lo fa per una questione di comodo, per vendere meglio il suo prodotto o per aver meno rotture di scatole: lo fa perché è giusto, perché nell’epoca di enorme volgarità nella quale ci è toccato in sorte di vivere anche un sorriso gentile fa differenza. Se fosse un medico ospedaliero, il signor G investirebbe molte risorse nella comunicazione: i pazienti vorrebbero canali aperti, ma aperti seriamente, mentre le aziende aprono timidi spioncini su porte blindate. I pazienti vorrebbero libero accesso ai servizi, e le aziende gli danno a stento accesso alla carta dei servizi. Insomma, la morale della storia è che chi nella comunicazione e nell’erogazione dei servizi non si adegua ai tempi è carne da macello: prima, se è una azienda privata come la PincoPallino SAS; dopo, se è un’azienda ospedaliera pubblica.

Poi, è ovvio, sempre liberi di scegliere il macellaio che volete: sapendo però che prima o poi, se la macelleria è pubblica, qualcuno ve ne chiederà cagione.

PS: il signor G mi ha comunicato gli estremi del sito internet piemontese dove ha acquistato il telecomando e pregato di fornirlo a chi ne fosse interessato. All’uopo, scrivetemi una e-mail.

Cosa faremo da grandi, tutti

23 agosto 2014

In questo periodo di ferie, vi assicuro, ho riflettuto molto. Ho pensato a me, alla mia vita (lavorativa e non), a cosa farò da grande. Ho rivisto criticamente le mie scelte professionali, i rapporti lavorativi intessuti in questi ultimi anni. Ho cercato di mettere ordine nella pletora di eventi, per lo più positivi, accaduti dal 2008 a oggi; e ho cercato di dare un senso anche alle vicende che invece sono finite male.

Conseguenza inevitabile: l’analisi si è estesa molto oltre la mia umile persona e ha coinvolto la situazione politica attuale, sanitaria e non, locale e non, alla quale i miei destini ormai saranno indissolubilmente legati almeno per i prossimi vent’anni (salvo che non decida di cambiare lavoro e/o paese: eventualità da tenere comunque in considerazione perché nella vita, come è noto, non si sa mai).

Una cosa, alla fine di queste estenuanti riflessioni, forse l’ho capita. I mass media ci ammorbano la vita da anni con gli stessi problemi: la crisi, lo spread, il debito pubblico, il lavoro. Chiunque affronti il problema, da qualunque punto di vista e per quanto sparato possa partire nelle intenzioni, finisce per incartarsi. Questo è un paese quasi impossibile da governare perché in tempi di difficoltà emerge la nostra autentica natura nazionale: siamo un agglomerato di popoli differenti, ognuno pensa prima ai cazzi propri e solo dopo, se avanza tempo e voglia, a quelli della collettività.

Ma c’è un denominatore comune alle attuali avversità italiane, qualunque sia il campo della res publica a cui volgiamo attenzione: i dilettanti allo sbaraglio. Persone senza adeguato spessore culturale, con preparazione specifica assente o insufficiente, e comunque prive di esperienza sul campo, messe a gestire affari molto più grandi di loro. Persone di cui i pennivendoli prezzolati elogiano in modo commovente l’impegno e lo studio, mentre noialtri avremmo bisogno di personaggi autorevoli che (sembra scontato, ma non contateci) abbiano già studiato l’argomento, lo conoscano come le loro tasche, magari per averci lavorato a lungo, e quindi siano in grado di portare subito risultati concreti subito e progettualità sulla lunga distanza. Vi faccio un esempio: a me, come semplice medico, non sono richiesti impegno e studio ma i puri e semplici risultati. Non è previsto che io debba studiare per mettermi in pari con i miei obiettivi: per quello ho già dato, grazie, studio e laurea sono stati la vettura che mi ha condotto al mio mestiere. Aggiornarsi vuol dire restare al passo, studiare vuol dire che non sei in grado di fare quel mestiere. Immaginate quindi cosa bisognerebbe chiedere a un ministro, in proporzione, per la enorme responsabilità che la sua carica riveste.

Questo non vale solo a livello ministeriale, ovvio, o regionale in senso lato. Restando nel mio, ossia il campo sanitario, andrebbe detto forte e chiaro che questa strategia votata all’approssimazione di comodo non è più tollerabile e ora, adesso o mai più, è il tempo di rimettere tutto in discussione. Tutti coloro che in un modo o nell’altro si occupano di sanità devono convenire nella necessità assoluta di un cambio marcia: che si tratti di miopi responsabili regionali con visioni sfocate del futuro sanitario o di amministratori ospedalieri con mentalità da fine ’800 che scelgono un duttile mediocre come guida di un reparto ospedaliero perché così si illudono di avere meno problemi gestionali. E invece sapete una cosa? Questo è il momento di averli, i problemi gestionali, e averne a pacchi. Di correre qualche rischio, anche grosso. Di allargare una volta per tutte gli orizzonti angusti in cui chi amministra gli ospedali si è voluto rinchiudere all’unico scopo di non perdere il controllo del fortino, come se i poveri risultati ottenuti finora fossero un viatico sufficiente a continuare lungo una strada dichiaratamente perdente.

Ma il problema, ripeto, non è solo politico-amministrativo. In questo periodo, e sempre per restare nel mio campo, ci metto dentro anche quello societario radiologico. Proveniamo da anni di gestione SIRM monocratica, rigidissima, chiusa a scambi con la cosiddetta base, caratterizzata da elezioni bulgare in cui chi vince non ha mai contraddittorio e non è mai del tutto chiaro chi sia a perdere e perché. Lo dico con cognizione di causa perché ricevo lettere a pacchi sull’argomento (un giorno pubblicherò un libro di lettere al blogger, e ci faremo quattro risate) e tutte sostengono la stessa posizione: è ora di dare una svolta alla direzione della nave, i soci non si sentono rappresentati, la distanza vertice-base aumenta e le prime conseguenze di tutto ciò sono le (patetiche, per quanto mi riguarda) spinte centrifughe che ogni tanto qualche signorotto del borgo minaccia di mettere in atto. Anche qui ci vogliono scelte di rottura completa con il passato: il futuro obbligato sta nella connessione dei sistemi con qualunque altro sistema esterno, complementare o alternativo al proprio, e la qualità della connessione sarà unicamente funzione della sua velocità e pluridirezionalità. Chi non comprende questa lampante evidenza è miope e destinato a soccombere. Chi si limiterà ad alzare muri, o rinforzare quelli già esistenti, si ritroverà padrone di un fortino deserto tra neanche troppo tempo.

Insomma, la parola d’ordine per il futuro mi sembra sempre la stessa, qualunque sia il punto di vista da cui guardo il mondo: coraggio delle scelte. La famosa frase di Steve Jobs, talmente abusata da risultare ormai stucchevole, contiene in realtà l’unica vera ricetta di sopravvivenza: o saremo sul serio affamati e folli o meriteremo di estinguerci. Qualunque sia il nostro mestiere.

Siamo chiamati a scelte coraggiose, ficcatevelo bene in testa: la più importante delle quali, lo dico a rischio di essere sgradevole, sta nel riconoscere i propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità e cercare di far bene e onestamente quel poco che si sa fare, non ambire a immeritati e mal pilotati riconoscimenti. Oppure svolgere in modo coscienzioso e aderente alle leggi il proprio dovere, in qualunque circostanza, e non piegare le leggi stesse al volere di qualcuno che desidera aggirarle per i propri personali comodi (ci siamo capiti, vero?). Insomma, questo è il momento di prendere posizione, anche contro i nostri stessi interessi, sapendo per certo che sulla base di queste posizioni saremo giudicati duramente da chi verrà dopo di noi. Certo, sarà sempre molto più facile proclamare la volontà di cambiamento nell’intimità del proprio ufficio e poi sottostare alle solite logiche italiche di sempre, metà proni al potere e metà ai propri interessi personali. Ma a quel punto non potremo più lamentarci; e un altro mondo non sarà più possibile se a scegliere per noi saranno ancora i dilettanti allo sbaraglio che riempiono le inutili pagine dei quotidiani e dei rotocalchi settimanali estivi.

A quel punto l’unica cosa che potremo fare, per chi non ha già cominciato ora, sarà vergognarcene. Ma la vergogna è la convivente meno impegnativa di tutte: un paio di giorni di difficoltà e poi tutti, ma proprio tutti, imparano a viverci insieme senza tanti problemi. Il che, d’altro canto, rappresenta da sempre la croce e la salvezza dell’italico medio.

Il medico della mutua (recensione)

16 agosto 2014

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Ho letto questo libro con una certa curiosità perché anni fa avevo visto il film e tenuto sospeso il giudizio finale (in larga misura per l’interpretazione caricaturale di Sordi, che mi ostino controcorrente a ritenere buon caratterista ma mediocre attore, nel solco della commedia all’italiana di cui è stato indiscusso alfiere). Ho invece trovato il romanzo ben scritto, molto più misurato e realistico del film sebbene intriso di un cinismo bieco che invece ha poco di romanzato e molto di reale.

Quello del romanzo è un universo degradato e degradante in cui il protagonista principale, Guido Melli, è un giovane medico ignorante, arrivista, mammone e senza scrupoli disposto a tutto pur di accaparrarsi un numero di mutuati sufficienti alla vita di piccoli lussi ostentati che, in qualità di medico, ritiene suo inalienabile diritto vivere.

Ma gli altri protagonisti del romanzo non sono da meno, un caravanserraglio di maschere dell’orrore che somigliano molto da vicino a quelle che ci propone Sorrentino nell’incipit de La grande bellezza: il primario arrivato, i colleghi di clinica che si scannano tra loro, la vedova del collega schiattato di cancro che procurerà i mutuati a Melli, la madre ossessiva, tutti quanti vivono in un misero universo mosso dalla legge bestiale del più forte o del più furbo. Nessuno degli attori della storia, in alcuna circostanza, è mosso da slanci etici o avverte rimorso per i propri fini o atti: e dunque, per definizione, tutti sono irredimibili. Persino Teresa, la fidanzata di Guido che alla fine appare come l’agnello sacrificale della vicenda, scrutata in controluce non è migliore dei mostri che la circondano o animata da sentimenti più nobili.

Come fondale la struttura mutualistica del sistema sanitario nazionale dell’epoca, che è poi la radice malata di quello in cui ci dibattiamo oggi. Certo, sono cambiati i tempi ed è cambiata la medicina; non esiste più la mutua e invece ci sono le aziende sanitarie. Ma uguali sono rimasti i vizi dei medici italiani e dei loro amministratori, il pressappochismo, la cialtroneria, la scarsa preparazione culturale di troppi: al punto che le parole di uno dei protagonisti della vicenda, circa l’inutilità della laurea in medicina perché qualunque infermiere sarebbe in grado di prescrivere una terapia adeguata al paziente, trova riscontro nei deliri inconsapevoli di qualche potente di passaggio dei giorni nostri. La moltitudine dei mutuati riempie gli spazi vuoti sulla scena: tutti insieme, i pazienti costituiscono l’ennesimo personaggio degradato della storia, completamente scollegato dal tessuto sociale e civile in cui si muove, interessato unicamente al proprio benessere del momento e capace di nefandezze incredibili. Per chi, come me, sia animato da analoghi dubbi di categoria, consiglio il capitolo dedicato alle rivendicazioni sindacali dei medici: l’unico momento della storia nel quale, con molta fatica, la classe disgregata dei medici trova l’unità necessaria a ottenere il solo risultato che gli sta a cuore, ossia l’aumento salariale.

Insomma, se desiderate una lettura leggera e divertente Il medico della mutua, romanzo scritto da un medico sui medici e dunque verista in senso lato, non vi metterà di buonumore. Anzi, se c’è una lezione che potrà impartirvi è sempre quella del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: che tutto sembra cambiare ma alla fine nulla cambia. Perché la sostanza della quale siamo fatti, tutti, è sempre la stessa.

E con questo vi saluto

1 agosto 2014

Mi sa che è giunto il momento del mese sabbatico estivo. Divertitevi, godetevela, e per chi non è ancora andato in ferie speriamo che agosto porti sole. Che di cattivo tempo, in tutti i sensi, luglio ne ha già portato troppo.
Ci risentiamo a settembre.

Qualche anno fa

31 luglio 2014

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Qualche anno fa una persona a cui tenevo molto (ma con la quale poi ho smesso di avere a che fare), mentre si era seduti al tavolino di un bar del centro a discutere di argomenti edificanti, mi suggerì di non aver fretta, di non preoccuparmi troppo, che il successo non sarebbe venuto al primo tentativo, che c’era ancora tanto e tanto e tanto tempo per realizzare progetti ambiziosi.

Ecco, in questo momento io quel caro ex amico vorrei vederlo ancora una volta a tu per tu per rispondergli, sinceramente, con il cuore in mano, con tutto il candore e la sincerità di cui sono capace: ma vai a fare in culo.