Perché la mia vista vede, è una lente naturale

aprile 30th, 2016

Mi piace viaggiare. E mi piacerebbe ancor di più se potessi andare in giro leggero, senza altri impegni se non quello di guardare, ascoltare e annusare, e se fosse possibile anche parlare a lungo con gli abitanti dei luoghi che visito; e intanto prendere appunti sulla mia Moleskina, soprattutto adesso che ho scoperto che la copertina morbida è molto più confortevole per la scrittura da viaggio di quella rigida.

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Poi, di sera, accendere il Mac e riscrivere tutto, compilare una specie di diario di viaggio alla Bruce Chatwin di Patagonia o di Le vie dei canti (certo, bisognerebbe essere bravi come lui a scrivere; e poi avere la fortuna che qualcuno pubblicasse il tuo libro di avventure itineranti. L’alternativa è scrivere di viaggi con stile metafisico-dissacrante, come David Foster Wallace che narra della sua crociera di lusso allo stesso modo in cui potrebbero rappresentarlo in un film i fratelli Cohen. E comunque anche in quella circostanza bisognerebbe essere bravi a scrivere come lui, il che non è oggettivamente possibile, e poi trovare un editore coraggioso disposto a correre qualche rischio. Nella peggiore delle ipotesi si potrebbe comunque ripiegare verso un blog di viaggi: è stata per un po’ un’idea con la quale mi sono baloccato, poi il vento mi ha condotto in altre direzioni).

Tornando a bomba, ci sono viaggi che nell’immaginario personale di solo pochi mesi prima non avrebbero dovuto essere viaggiati, e comunque non con quelle modalità; mentre invece la vita, come il viaggio, è piena di sorprese. Il che ci riporta immediatamente a una delle tappe del mio ultimo viaggio a Barcellona, quello di cui alla fine di questo preambolo confuso vorrei parlarvi, dove ho potuto finalmente ammirare con i miei occhi un monumento che accompagna da anni le mie presentazioni congressuali sul referto radiologico: la statua di Cristoforo Colombo che sorge alla fine delle Ramblas. La statua, eretta nel 1888 per l’occasione storica dell’Esposizione Universale (l’EXPO esisteva anche allora), si trova in cima a una colonna molto alta e raffigura Colombo con il braccio e il dito indice tesi a indicare il mare. Le Americhe, direte voi. Sbagliato, perché la statua di Colombo indica la Libia: un peccato veniale di comunicazione in tempi in cui la comunicazione stessa, diciamolo, non rivestiva un ruolo così critico. E il dito di Colombo avrebbe fatto molto meno effetto se invece di indicare il mare avesse indicato l’entroterra catalano: oltre il quale, come potete immaginare, davvero si trova il Nuovo Mondo. Ma è un errore strategico e persino didattico: perché ha la pretesa di insegnarci che la nostra e personale Terra Promessa non sempre è nella direzione in cui punta il nostro dito.

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Barcellona, comunque, è soprattutto vento: vento di mare e cielo terso, per cui i colori della città ne risultano elementari, intensi, brillanti. Il vento domina su tutto: al punto che sulla spiaggia di Barcelloneta, quella dove i surfisti aspettano pazientemente il loro mercoledì da leoni immersi nell’acqua gelida, si eleva un vero e proprio omaggio alla deità aerea, cioè un palazzo a forma di vela che si affaccia direttamente sul mare. Colombo, dall’alto della sua colonna, lo vede e da bravo templare protomassone quale era sicuramente approva; mentre sul bagnasciuga il vostro blogger sorbiva un mojito ghiacciato meditando sui casi della vita e sul gioco delle ombre che il sole, al tramonto, proiettava sulla sabbia.

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Curioso come le città di mare, sul Mediterraneo, si somiglino tutte: i palazzi settecenteschi del lungomare, le palme che ornano lo stradone principale, le barche ormeggiate al porto, tutto profumava tanto di Lisbona e di Palermo. E in un certo senso anche i ritmi di vita di queste città si somigliano alquanto: il catalano si sveglia tardi, fa colazione tardi, va al lavoro tardi, mangia tardi e va a letto tardi. Il fuso orario è lo stesso ma tutto sembra spostato di un paio d’ore in avanti: con un atroce sospetto che coglie all’improvviso il meridionale da anni trapiantato nel nordest laborioso, quello che fu chiamato con ardita metafora Locomotiva d’Italia. Che invece abbiano ragione loro, i catalani, e il tempo sia in effetti bene più prezioso del vil danaro?

(che poi, per inciso, io continuo a chiamarli catalani, invece che spagnoli, e non a caso: hanno una lingua diversa dal castellano, cioè lo spagnolo ufficiale, usi e costumi differenti, una identità storica e culturale talmente marcata che Francisco Franco, il famigerato dittatore fascista che imperversò in terra spagnola fino a metà anni ’70, vietò l’uso della lingua catalana allo stesso modo in cui Mussolini, quaranta anni prima, aveva vietato agli altoatesini l’uso del tedesco. Loro forse non lo sanno, o forse si, ma l’ultima speranza di veder scardinato questo aborto di Europa unita che sta umiliando le coscienze e affamando i popoli passa proprio attraverso la Catalunya: dopo il fallimento del referendum autonomista scozzese non restano che loro a opporre resistenza al frullatore politico-economico che ci vuole tutti succubi di un nuovo e più temibile regime globale. Ma questa è un’altra storia)

Da cui la bellezza assoluta di svegliarsi con calma e far colazione: il centro è pieno di baretti deliziosi in cui non vi proporranno un caffè espresso di quelli che al momento vi sembrano indispensabili per sopravvivere di primo mattino in questo mondo crudele, ma la scelta di dolciumi è molto ampia. Un piccolo consiglio: entrate in baretti o panifici gestiti da donne. Perché sono più puliti, meglio tenuti ed è meglio cominciare la giornata con una simpatica signora anziana, con la quale chiacchierare a lungo in un misto di catalano, spagnolo, italiano e napoletano mentre i vostri figli vi guardano perplessi, che con un signore burbero che grugnisce in silenzio mentre vi fa il caffè. Per inciso, attaccato alla Sagrada Familia, di cui parlerò tra pochissimo, c’è un bar gelateria gestito da un siciliano della mia età in cui potrete trovare il vostro espresso Illy macinato al momento. Il barista-gelataio siciliano è un po’ ombroso, devo dire, però si è riavuto quando una ragazzona cubana ha cominciato a parlargli delle bellezze di Catania e Palermo: gli è tornata sul viso una parvenza di sorriso mentre io mi chiedevo, senza avere il coraggio di girare la domanda al diretto interessato, cosa si prova a starsene così lontani da casa. Che poi, peraltro, io lo so benissimo: ma anche questa è un altra storia, e la racconteremo un’altra volta.

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A Barcellona, credetemi sulla parola, si mangia bene. C’è la paella, per esempio, in parecchie salse. Ci sono le tapas, una specie di deliziosi cicchetti veneziani che puoi decidere di spiluccare come aperitivo, insieme a una buona cerveza, in attesa del piatto forte (personalmente, sono andato matto per le polpettine fritte di baccalà: croccanti fuori e morbide e salate dentro, come il baccalà fritto che mia nonna cucinava per Natale in un olio talmente bollente che gli schizzi dalla padella arrivavano al soffitto). Abbiamo così tanti alimenti in comune, noi italiani e loro, che si resta affascinati dalle infinite ricombinazioni di gusto che popoli cugini sono stati capaci di sviluppare nel corso dei secoli: cipolla, peperoni, pomodoro, pesce. Ma se volete farvi un’idea di quello che dico andate al mercato della Boqueria: uno straordinario festival di colori, frutta e verdura e carni e salumi e dolciumi di ogni genere, in una confusione degna di una sagra paesana del profondo Sud. E’ praticamente impossibile entrare in quel mercato e uscirne a mani vuote: fosse anche solo un frutto succoso da mordere seduti su una delle tante panchine che, come mi faceva notare la compagna di viaggio, allietano l’inizio e la fine di ogni via di Barcellona.

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Ma il piatto forte viene adesso: non mi dite nulla, lo so che vengo dal paese più bello del mondo, quello che assomma in sé in due terzi delle bellezze artistiche del globo terracqueo, il paese di Leonardo e Michelangelo e Caravaggio eccetera, ma io a Barcellona ho visto l’opera architettonica più grandiosa di tutti i tempi. E’ così, Signore e signori, perché ho avuto il privilegio di accedere, previa prenotazione online del biglietto perché altrimenti la coda sarebbe durata due ore, alla Sagrada Familia: la cattedrale immaginata, e lasciata per ora incompiuta, da Antoni Gaudì.

Prima però due parole sull’uomo Gaudì: che diventa architetto della Sagrada Familia a solo 31 anni, praticamente un ragazzo prodigio, e fa di quell’opera la sua unica ragione di vita. Qualche anno fa lessi con grande piacere On writing, la autobiografia di Stephen King, nella quale lo scrittore raccontava di come tra un romanzo e l’altro usasse rilassarsi, per così dire, scrivendo racconti brevi (i racconti brevi di King sono della taglia standard di un romanzo dello Scrittore Comune, e sovente molto più belli dei suoi romanzoni). Allo stesso modo, l’impressione che ho tratto dalla visita alla Sagrada Familia è che Gaudì ogni tanto sentisse il bisogno di staccare la spina dal suo romanzo principale, cioè la cattedrale, e si dedicasse per brevi periodi a costruire palazzi e parchi; ma che in realtà il suo pensiero fosse sempre lì, alla basilica ancora incompiuta a cui aggiungeva un mattone o una modanatura alla volta, come un vero artigiano. Al punto che intorno ai cinquant’anni, che come testimonia il vostro affezionato blogger sono un’età difficile da gestire, abbandona il mondo, si barrica nella basilica e lì vive, dormendo in uno sgabuzzino come un comune operaio e continuando a dirigere i lavori: probabilmente aveva compreso che non sarebbe riuscito a completare la sua fatica negli anni che gli restavano, e non aveva voglia di perdere altro tempo. Gaudì alla fine muore in modo assurdo, o forse no: un giorno sta attraversando la strada, con il pensiero rivolto a qualche pinnacolo del tempio, e un tram lo investe. E’ vestito talmente male che ai soccorritori sembra uno straccione: e infatti lo portano all’ospedale dei poveri, dove spira in breve tempo (forse, e dico forse, anche per la scarsità delle cure ricevute).

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Non starò a descrivervi la sensazione, varcato il portale della Natività (che è gia patrimonio dell’Umanità, per dire, come quello opposto della Passione), di ritrovarsi all’interno di un bosco, immersi in una luce incredibile, densa (io ho goduto della luce nel tardo pomeriggio, quando i toni viravano sull’aranciato e sul rosso pieno, amplificando il tramonto come se il Padreterno usasse filtri fotografici), che sembra filtrare dal fogliame delle chiome degli alberi e invece proviene dalle finestre di vetro veneziano colorato: quella dovrete provarla da soli, pagando il prezzo salato di un biglietto che vi darà la sensazione euforica di partecipare con un contributo anche minimo all’erezione di un capolavoro dell’umanità. Perché Gaudì, e questo prima non ve l’ho detto, pretese che la Sagrada Familia fosse finanziata con i soli soldi dei visitatori. Motivo per il quale, come dimostra la foto, è a tutt’oggi un cantiere aperto e continuerà a esserlo per ancora molto, molto tempo.

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Vi dirò soltanto che quella costruzione sembra viva, l’impressione che si ha appena la si scorge da lontano è che sia stata tratta di peso da La storia infinita di Michael Ende: con quella teoria di pinnacoli, guglie, mattoni, scritte, feritoie, il tutto assemblato senza un’apparente progetto geometrico. Ma è evidente che se la costruzione resta in piedi, contro ogni previsione legata alla prospettiva terricola con cui guardiamo verso l’alto, e alla nostra abitudine legata a secoli di ricerca tutta italiana della simmetria architettonica, Gaudì sapeva quello che faceva. A non saperlo, paradossalmente, sono stati gli proprio gli architetti che hanno dovuto continuare l’opera dopo la sua morte: alcune delle ardite soluzioni architettoniche che il genio aveva immaginato a inizio ‘900 sono state pienamente comprese solo nell’ultimo ventennio e grazie all’uso del computer: si è rischiato insomma che gli appunti lasciati da Gaudì rimanessero lettera morta, e che la basilica prendesse tutt’altra forma. E poi dicono la tecnologia.

L’interno della cattedrale è fatto di pietra chiara, nuda, ruvida, e l’arredamento lo danno i colori che filtrano, appunto, dalle innumerevoli finestre: se siete avvezzi ai trionfi barocchi di certe chiese napoletane, romane o veneziane potreste restarne sconcertati. L’impressione, ancora una volta, è che Gaudì all’interno della basilica che sembra un bosco frondoso non abbia voluto soltanto rappresentare i colori vividi della sua Barcellona ma abbia cercato di catturare il vento: catturarlo e condurlo in una spirale ascendente verso l’alto, dove ha immaginato che potesse celarsi quel Dio che a quanto pare amava così tanto, e dove le foglie di pietra sembrano stormire al suo passaggio. La Sagrada Familia è un capolavoro gotico, sebbene di un gotico ipermoderno, e non a caso Gaudì ha pensato anche alla musica: un organo gigantesco per ognuno dei quattro bracci della pianta a croce e un settore dedicato alla seduta dei cantori: che saranno in alto, molto in alto rispetto al pavimento, e gioveranno di una curvatura delle volte che amplificherà al massimo le loro voci e le condurrà fin negli angoli più remoti della basilica. Non so voi ma certe volte io, di fronte a menti che hanno guardato così lontano, mi sento davvero umile.

Alla fine, come in tutti i viaggi che si rispettino, si torna a casa: altrimenti non è un viaggio, ma si chiama emigrare. Non so se avete mai viaggiato con Ryan Air ma questa volta siamo entrati nel surreale: il comandante che non riesce nemmeno a presentare l’equipaggio perché si sta sganasciando dal ridere con il suo secondo, i passeggeri che ridono per empatia e che hanno persino l’ardire di prodursi nell’applauso quando l’aereo è atterrato a Treviso con uno schianto che mi ha fatto temere per la tenuta del carrello. Ma tant’è, il mondo è bello perché è vario: l’ultima volta che avevo sentito l’applauso al pilota è stato nel 2000, durante il viaggio di nozze, quando il comandante Escobar su cui avevamo tanto cachinnato atterrò sulla pista tunisina. Sono passati 16 anni: alcune cose cambiano, altre no. Così è la vita, come d’altronde pensavo in aria mentre guardavo fuori dal finestrino il tappeto di nuvole che si era appena fabbricato il Creatore (dotta citazione: lascio a voi il gusto di scoprirla, se non avete già letto il gustosissimo libro).

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La canzone della clip è Guardastelle, di Bungaro, tratta dall’album L’attesa (2004). Mi è tornata in mente perché al porto di Barcellona, in direzione Aquarium, c’è una serie di sculture galleggianti che rappresentano il Miraestels, il Guardastelle, dell’artista Robert Lumòs. Ed è un’altra di quelle canzoni che, in qualche modo, sembra parlare di come mi sento in questo periodo: guardo le stelle con allegria e cerco di capirci qualcosa, visto che buona parte di quello in cui credevo si è rivelato mendace. Buon ascolto.

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Non ho bisogno di correre e nascondermi, è una vita meravigliosa

aprile 22nd, 2016

Entra in diagnostica con la schiena curva, come gli uomini che sono stanchi di vivere. E’ quasi sera di un giorno magnifico, di quelli con il cielo blu e le nuvole bianche che lo solcano beate come zucchero filato nelle mani di un bambino felice. E lo sguardo triste di quell’uomo anziano non mi piace per niente.

Gli faccio qualche domanda: lui se ne sta sul vago, dice che viene a fare un’ecografia di prammatica, una di quelle che il medico di famiglia richiede perché il paziente perde peso e spesso, insieme ai chili, anche la voglia di vivere.

Decido che è il caso di osare. Cosa la turba?

Lui mi guarda, gli si velano gli occhi di pianto mentre dice: Ho appena perduto una persona cara.

Un parente stretto?

No, la donna che amavo.

Mi dispiace, dico io. Perdere una moglie non deve essere facile, dopo tutto quel tempo insieme.

Non era mia moglie, dottore.

Io taccio, prudentemente.

Lui continua: In realtà nemmeno lo sapeva, che ero innamorato di lei da sempre. Il guaio è che adesso non potrò più dirglielo.

La mia storia, per oggi, finisce qui. Ma realtà è propio qui che potrebbe e forse dovrebbe continuare: perché il mio paziente è un personaggio da romanzo, uno di quelli su cui non è affatto escluso che prima o poi decida di scrivere una storia lunga e piena di avvenimenti mai accaduti e incontri mai realizzati: una di quelle storie senza storia, come piacciono tanto a me. Una vicenda che narri di come la vita sia parecchio breve e a volte troppo spietata per poter aspettare con la consueta pazienza che si realizzino tempi migliori. Che narri di come le scelte vadano fatte, sempre, anche se comportano rischi grossi e sicuramente prima o poi faranno male a qualcuno, o sé stessi o il proprio prossimo. Che favoleggi di tempo guadagnato, di seconde e terze e quarte occasioni, di quanto è bello il cielo azzurro sopra la strada che si sta percorrendo, di come il paradiso possa attenderci dietro una curva mai percorsa in precedenza e che mai avresti pensato di poter percorrere.

La vita è breve, ma le storie durano per sempre. Ecco forse perché continuo a scrivere, imperterrito, con la speranza che qualcuno le legga e dia loro il tempo sufficiente a far si che, in qualche modo, qualunque esso sia, trovino la loro realizzazione. Anche dove i protagonisti proprio non se lo potevano aspettare.


La canzone della clip è Wonderful life, di Black, tratta dall’album omonimo del 1985. Sono sempre stato molto legato a questa canzone, fin da ragazzo, alla musica e soprattutto al testo. E ho resistito alla tentazione di cercare una cover: magari cantata con più mestiere, ma di certo con meno anima. Il punto è che la tristezza infinita che trasuda dalla voce del suo autore, mi dispiace, non è sostituibile: mettere insieme tristezza e speranza è l’impresa più difficile di tutte. E il compianto Black, prematuramente scomparso  a causa di un incidente stradale a inizio di questo anno maledetto, ci riusciva perfettamente. Quanto al 2016, beh, direi che è giunta l’ora che si fermi. Non ce li può ammazzare tutti, a uno a uno, i nostri musicisti preferiti.

Vai, che il tuo cuore nessuno lo piega

aprile 21st, 2016

C’era una volta un bambino che guardava la televisione solo dalle cinque del pomeriggio in poi: perché all’epoca, semplicemente, non c’erano programmi prima di quella fatidica ora. Era un bambino molto solitario, silenzioso, un po’ triste per varie vicissitudini della sua breve esistenza ma animato da una fede incrollabile nel futuro: in tutto ciò che al momento lo teneva ancorato con i piedi a terra, forse, ma che un domani più o meno lontano gli avrebbe fornito l’energia necessaria a prendere il volo. Dentro il suo cuore, statene certi, lui lo sapeva come sarebbe andata a finire. Mai una volta lo sfiorò il dubbio che quella tristezza potesse essere per sempre.

Un pomeriggio del 1978 il bambino accese le televisione e restò incantato: in un memorabile cartone animato giapponese si narravano le gesta di un robot extraterrestre, Goldrake, animato da un eroe senza precedenti. L’eroe si chiamava Actarus: affrontava i nemici della Terra con un coraggio indomabile e del tutto gratuito, visto che Actarus nemmeno era di origine terrestre. Ma il suo coraggio non era solo frutto di generosità: gli alieni di Vega che adesso stavano attaccando la Terra, concentrandosi per motivi inspiegabili proprio sul Giappone in cui aveva trovato rifugio, erano stati i responsabili della distruzione del suo pianeta natale.

Il bambino guardava la serie televisiva e giorno dopo giorno si appassionava sempre di più alle vicende dei personaggi. Come tanti suoi coetanei, finì per proiettare nella figura di Actarus le sue speranze per il futuro. Quando girava in bicicletta lungo le strade del suo paese, sognando di combattere contro mostri meccanici spietati, era ad Actarus che da grande avrebbe voluto somigliare: la stessa incrollabile fiducia nel genere umano, il disprezzo del pericolo, l’incapacità di piegarsi a qualunque genere di compromesso. Goldrake non attaccava mai per primo. Eppure, provocato, lottava fino alla morte: sua o del suo nemico meccanico. Ecco, è questo il desiderio che il bambino aveva formulato per la sua vita da adulto. Un desiderio che sarebbe stato realizzato: perché la materia dei desideri è questa, mai e poi mai ci è permesso di formulare un desiderio senza che contemporaneamente ci venga data la possibilità di realizzarlo.

Il bambino crebbe e scoprì, suo malgrado, che la vita non è una lotta tra due robot ipertecnologici. Che il nemico spesso non puoi vederlo, identificarlo, e che combattere non è facile se non sai contro chi dirigere le tue energie. Il bambino scoprì pure, crescendo, che molto spesso il vero nemico si nasconde dentro di te: ed è per questo motivo che talora non riesci a identificarlo. Il vero nemico ti avvelena da dentro finché non trovi il modo di metterlo fuori combattimento: è questa la battaglia più dura alla quale siamo chiamati. Ed è una battaglia in cui i tuoi alleati sono come Alcor, l’amico di Actarus: animato da buone intenzioni ma fragile come un calice di cristallo. Oppure combattono al tuo fianco per un po’ ma poi cambiano strada perché hanno altre battaglie da intraprendere, anche loro alle prese con gli alieni vegani che si portano dentro da sempre.

Insomma, forse Actarus ci insegna solo che siamo soli e che da soli dobbiamo cercare di cavarcela. Oppure tutto questo non è vero: perché in fondo, come recita la canzone, da qualche parte del mondo c’è sempre un altro Actarus che combatte per te, dentro te.


La canzone della clip è Goldrake, sigla del cartone animato, rivisitata in modo spettacolare da Alessio Caraturo nell’album Ciò che desidero (2005). Non tutti sono d’accordo sulla bontà dell’arrangiamento: la mancanza del ritmo travolgente della versione originale, per esempio, o l’urlo Goldrake! che non viene replicato e inevitabilmente toglie baldanza al nostro eroe che solca i cieli a bordo del robot buono. Eppure secondo me è la versione giusta: se la mia interpretazione della storia è corretta, e i vegani sono dentro di noi, può funzionare solo una versione musicale così intimista ed essenziale.

C’è un posto nel tempo e nello spazio dove possiamo essere tutti liberi

aprile 15th, 2016

Ed eccomi di ritorno a casa da casa, in un certo senso: dal luogo dove sono nato, professionalmente parlando, e ho vissuto gli anni più felici della mia vita.

Sto parlando della cittadina alle pendici delle Alpi dove mi trasferii subito dopo la specialità: un luogo così lontano da dove son nato che il solo pensiero piega le ginocchia; ma anche l’unico, credo, dove io mi sia davvero sentito a casa in vita mia. Almeno finché è durata, cioè tutto sommato abbastanza poco: tre anni di passeggiate in uno dei suoi tanti centri, lungo la strada che costeggia il bel fiumiciattolo che la attraversa, di cene fuori senza fretta di tornare a casa, di aiuole fiorite e parcheggi facili, di una stupenda casetta in affitto e di buon lavoro, in tempi ancora lontani dalla crisi strutturale dei nostri giorni. Tempi in cui tutto poteva ancora succedere ma io non mi aspettavo niente: il massimo che si può pretendere dalla vita, credo, con il senno di poi.

Il mio ospedale nel mentre è cambiato, il reparto in cui ho mosso i primi passi completamente rimodernato, quasi stravolto. Ho rivisto i pochi tecnici rimasti in servizio dai miei tempi, una segretaria dalla voce inconfondibile, abbracciato qualcuno dei miei vecchi colleghi. Sono entrato nel mio antico studio e guardando dalla finestra la cresta delle montagne, così vicine, mi sono ricordato di quando uscivo dall’ospedale, in piena notte, dopo una delle tante chiamate in reperibilità, l’aria profumava di freddo e di resina pinestre e tutto era al suo posto, tutto andava come doveva andare.

La vita ha questa stranezza di fondo che talora disorienta: il modo in cui cambiano le prospettive è vertiginoso, e la velocità con cui ciò accade spesso è anche peggiore. Ma c’è una lezione che ho imparato in questi ultimi 15 anni così frenetici: che in fondo sono sempre stato un ragazzo fortunato, io, anche oltre la fortuna che avrei meritato sulla base delle mie azioni e della coerenza che dovrebbe, e dico dovrebbe, costituire l’anima metallica di chi vorrebbe stare diritto come un fuso e poi invece si fa piegare dagli eventi.

Così ritornare a casa da casa, per modo di dire, diventa un modo utile per guardare da lontano le cose della propria vita e anche, in ultima analisi, sé stessi. Nelle curve della propria storia succede spesso una cosa che racconta benissimo Gabriel Garcìa Màrquez in L’amore ai tempi del colera: sopra i propri ricordi va inevitabilmente fatto crescere un bellissimo campo di papaveri, del quale (aggiungo io) bisogna poi imparare a godere. Godere degli spazi rimasti vuoti, in qualche modo, ed essere felici. Io ci sto provando e già provarci mi rende felice.

Credo che, in qualche modo, si percepisca.

La canzone della clip è Lucky, di Kat Edmonson, tratta dall’album Way down low (2013). Kat è una splendida cantante jazz americana, nata nel mio anno magico e con un viso dalla bellezza esile e spigolosa, di quelli che piacciono a me. Il testo della canzone è molto dolce, come la musica, e come probabilmente anche l’autrice.

Io credo che l’amore non è quel che abbiamo ma quello che ci manca

aprile 12th, 2016

E’ vero: il titolo della canzone di Mario Venuti dice la verità, e che l’amore non è quel che abbiamo ma quello che ci manca.

L’ho pensato pochi giorni fa, ricevendo gli auguri di Pasqua dalla moglie di un mio paziente, ora defunto, che ormai era diventato un amico: ogni volta ricevo il messaggio dal numero di cellulare di lui e ogni volta, giuro, mi viene un colpo. Questa volta erano auguri di buona Pasqua: la signora era passata nel mio vecchio reparto, ovviamente senza più trovarmi, con un piccolo ricordo del marito da lasciarmi.

E io ho pensato che deve essere davvero bello, davvero stupendo essere amati così tanto da spingere le persone, dopo la tua morte, a riversare anche su perfetti sconosciuti l’amore che hanno provato per te. C’è da qualche parte, per pochi fortunati, una sorgente di sentimento che non si esaurisce e che, anzi, sembra aumentare la propria portata giorno dopo giorno; anche se un destino crudele, o forse solo giusto, li ha precocemente separati dall’oggetto del loro amore.

E’ bello pensare che nell’universo esista una sorta di legge di compensazione: la quale per ogni storia finita male fa in modo che un’altra, più degna, duri per sempre. Ed è indispensabile convincersi che bisogna restare aperti, aperti e con tutti i sensi all’erta: come canta il poeta, in questo caso specifico, bisogna essere ancora capaci di muovere il cielo e la terra per amore.

Ancora, e sempre, e comunque: perché cinismo e disillusione, mi spiace, non possono abitare qui.

La canzone della clip è Quello che ci manca, di Mario Venuti, dall’album L’ultimo romantico (2012). Mario Venuti è un altro cantautore italiano che avrebbe meritato molta, molta, molta più fortuna: raffinato, profondo, e usa sonorità molto particolari. Quello che ci manca, in particolare modo, è cantata con parole che in questo periodo felice sento di poter usare anche io: ascoltatela insieme a me, allora, e buona notte.