Benvenuto figlio di nessuno in questo paese

novembre 14th, 2017

Succedono cose tremende, lo sapete, perché questo è un mondo difficile. Così, può accadere che un povero cristo di netturbino, rovistando nella spazzatura accatastata nella discarica di un paesino del veneziano, trovi un sacchetto di plastica con dentro non l’umido di casa, non le batterie smaltite nel posto sbagliato, non carta e cartone, ma un neonato. Un bimbo appena nato, con ancora il cordone ombelicale attaccato. Buttato lì, morto, nell’immondizia.

Intendiamoci: io non sono in grado di esprimere giudizi su persone che non conosco e su fatti che non ho accertato personalmente, e non lo farò nemmeno in questa circostanza. Vi racconterò invece il misero punto di vista del radiologo. Vi racconterò di quando l’autorità giudiziaria lo contatta per l’esame radiografico di rito, per capire se ci sono fratture, se il piccolo è stato malmenato prima di essere depositato nel peggiore dei posti possibili. E vi dirò una sola cosa: il primo pensiero che viene in mente, di fronte alla radiografia triste di quel corpicino straziato, non riguarda la morte ma la vita. Ti chiedi solo: cosa sarebbe diventato quel bimbo da grande? Un benefattore o un criminale? Lo scienziato che avrebbe scoperto la cura del cancro o un antivaccinista della prima ora? L’ingegnere che avrebbe costruito l’astronave in grado di portare l’uomo su Marte e sottrarlo al proprio destino suicida o l’industriale senza scrupoli che avrebbe inquinato definitivamente gli oceani? Un premio Nobel per la letteratura o un uomo distrutto dal peso dei suoi fallimenti?

Ecco: a questo si pensa in quei momenti, con gli occhi chiusi. Si pensa al potenziale destinato a non avverarsi mai più, alla ricchezza smarrita del possibile, sebbene difficoltoso, in luogo delle certezze disperanti di chi si è arreso. Si pensa alle occasioni perdute, alla sfiducia cronica che abbiamo nel mondo e in chi lo abita. Si pensa a quanta paura abbiamo, a quanto poco i millenni di evoluzione abbiano lavorato affinché smettessimo di essere, in ultima analisi, nient’altro che bestie spaventate.

Poi si riaprono gli occhi e si guardano un ultima volta le ossa fragili di quello scheletrino.

E firmare il referto diventa quasi un sollievo.


La canzone della clip è “Raggio di sole”, di Francesco De Gregori, dall’album che porta il suo stesso nome edito nel 1978.

Sono circondato da un milione di persone, ma io mi sento ancora solo (un post di Alfredo)

novembre 7th, 2017

Essere invitati alla presentazione di un libro, di sabato sera, a 50 km da Napoli, non fa fare salti di gioia.

Non potevo dire di no e allora, rassegnato, sono andato. Arrivato stranamente puntuale, mi sono trovato in un bel complesso sportivo nel cui interno c’era una sala pronta per la presentazione con poca gente in attesa.

Salutato l’autore, la moglie, i figli, i genitori, con estrema meraviglia ho assistito al progressivo riempimento della sala, posti in piedi, da parte di parenti e amici che, felici di esserci, trasmettevano una contagiosa, serena allegria.

La mia vecchia abitudine di non sedermi in prima fila mi ha permesso di vedere la felicità della mamma che, con gli occhi che le brillavano, si ciaciava* a vedere il figlio che rispondeva, quasi imbarazzato, alle domande dell’editore più imbarazzato di lui.

Non vi parlerò della grazia del balletto che ha introdotto la prima lettura, né della passione che hanno messo tutti i lettori di alcuni capitoli del libro, ma dell’affetto che si respirava nell’aria e che tutti volevano far sentire all’emigrante che aveva avuto successo nel profondo nord.

Alla fine tutti a comprare il libro con la dedica dell’autore e a bere un buon prosecco rigorosamente trevigiano.

Complimenti Gaddo e grazie per avermi fatto passare una bella serata con te e con i tuoi amici!!!

PS Grazie per la dedica che mi hai scritto, ma forse hai esagerato!

(Alfredo)

* ciaciare: verbo napoletano che indica l’atto di bearsi, godere di una certa situazione. 


Alfredo Siani, lo sapete, mi onora da anni della sua preziosa amicizia. Come ha annotato nel suo resoconto (molto ironico, come è nel suo stile) della serata, si è sciroppato un bel po’ di strada, di sabato sera, ed è venuto a farmi compagnia in uno dei momenti più intensi della mia vita. È arrivato, elegantissimo, ha mandato in brodo di giuggiole mia madre con due complimenti molto ammodo, ha seguito la presentazione e poi, dopo il prosecco, si è congedato. Lasciandomi, tra le righe, uno spunto di riflessione su cui ho passato buona parte delle poche ore insonni trascorse tra il saluto all’ultimo ospite e la partenza all’alba dell’aereo: cos’è davvero un emigrante?
Io non mi sono mai sentito un emigrante: ho sempre considerato le frontiere una fregatura a uso e consumo dei pochi furboni che governano il mondo. Però, in qualche modo, Alfredo ha ragione. E ha ancora più ragione se ripenso ad altre parole, quelle che mi ha detto durante una lunga telefonata che ci siamo fatti l’altro ieri: Tu hai una visione riduttiva della cosa. L’emigrante è quello che porta in altri luoghi la propria cultura e le proprie esperienze di vita. È l’ambasciatore all’estero della sua terra.
E lì ho capito. Ho capito il senso di tutta la mia fatica degli ultimi anni. Ho compreso il genere di responsabilità che mi porto sulle spalle quando conduco a termine, tra incredibili difficoltà, qualunque progetto lavorativo. O quando coltivo amicizie, abbraccio persone, mi perdo in dialoghi bizantini con persone che hanno una storia completamente diversa dalla mia e lascio che queste diversità, invece di separarci, ci arricchiscano.
Su una cosa però nutro ancora dubbi forti. Cos’è un uomo di successo? Io, se ripenso alla mia vita, non trovo motivi per sentirmi tale: non ho compiuto nessuna azione che passerà alla storia, non ho mai avuto idee che cambieranno il mondo. Un’amica su facebook mi ha scritto, pochi giorni fa: adesso che sei un uomo di successo, cos’altro desideri? Beh, in quel momento ho pensato solo una cosa: se fosse possibile vedere quanto sono basici i miei desideri, quanto elementari, e quanto sarei disposto a rinunciare della mia vita attuale per poterli realizzare, resteresti senza parole.
Ah, dimenticavo: Alfredo, la dedica sulla tua copia del romanzo non è esagerata. E tu lo sai.

La canzone della clip è la celeberrima “Home”, di Michael Bublè, dall’album “Westlife” (2003). L’interpretazione è di Mimmo De Pasquale: eravamo alla fine della presentazione del mio romanzo, a Sparanise.

 

 

Le interviste radiologiche possibili #03: Lorenzo Bonomo

ottobre 27th, 2017

Ho conosciuto Lorenzo Bonomo tre volte, prima che lui si ricordasse di me.

La prima volta è stata nella primavera del 2002. Mi ero appena trasferito a Treviso ed era in corso l’ultima, epica battaglia per la presidenza della SIRM: quella tra lui e il professor Bartolozzi. Lorenzo Bonomo si presentò in un giorno di metà primavera, elegantissimo. Ci riunimmo con lui nella biblioteca e lui ci parlò brevemente del suo programma elettorale. All’epoca, radiologhino giovane giovane e tutto sommato ancora neospecialista, fu il primo contatto con una SIRM che, memore degli anni tristi di specialità, solo parlarne mi veniva la pelle d’oca.

La seconda volta fu la sera della cena di gala del congresso di Radiologia Toracica SIRM del 2013, a Verona. Ero entrato da poco nel Consiglio della Sezione ma lui non mi conosceva, non ero stato un suo allievo né prima di allora avevo mai frequentato il mondo accademico italiano. Arrivai tardi alla cena e sembrava non ci fosse posto per me: lui chiamò il cameriere, fece aggiungere una sedia accanto alla sua, costrinse gli altri commensali a stringersi e fu il mattatore della serata fino al momento in cui decise che la cena era finita, e si alzò in piedi. Perché dovete sapere che le cene, con Lorenzo Bonomo, vanno sempre a finire così: a un certo punto il Professore si alza, e la cena è finita. Avevo accanto, dall’altro lato, un valentissimo radiologo toracico. Gli dissi all’orecchio, sogghignando: Io guardo il professore e non posso non immaginarmelo vestito da cardinale. E il collega, in un soffio: Guarda che nell’ambiente lo chiamano proprio così, il Cardinale. Trasecolai.

La terza volta fu al congresso sull’Rx torace standard che la Sezione tenne a Roma, a casa sua, nel 2014. L’idea dovette piacergli proprio tanto, perché da quel momento ha cominciato a riconoscermi e a chiamarmi per nome: per lui ero diventato, probabilmente, quello del torace standard. In quella circostanza gli chiesi: Che ne dice se la intervisto e pubblico tutto sul blog? Lui rispose: Fammi avere le domande. E io: No, professore, senza domande, come se fosse una chiacchierata. Mi guardò strano, quella volta, e infatti mi ci sono voluti altri tre anni per riuscirci.

Racconto tutto questo perché Lorenzo Bonomo è un personaggio fuori dall’ordinario della Radiologia italiana. Lui è tra quelli che in Italia è riuscito a fare tutto quello che si può immaginare: cattedratico in una delle Scuole più prestigiose del paese, Consigliere nazionale e poi Presidente della SIRM. E poi è riuscito a varcare i confini nazionali e diventare il Presidente della Società Europea di Radiologia. Di questo incarico lui va fierissimo, ma ne parleremo alla fine.

Il professore mi aveva invitato a casa sua per una cena casalinga pugliese cucinata da sua moglie, e la cosa aveva lasciato di stucco quanti lo avevano saputo. E’ un onore riservato a pochi, mi dicevano con gli occhi sbarrati. Poi la moglie è dovuta correre all’improvviso in un’altra città, a occuparsi del nipotino, e la cena casalinga è saltata. Ci siamo incontrati in un ristorante, alle otto di sera. Lui era già lì, mi ha visto dalla vetrata ed è venuto fuori a chiamarmi. Elegante come quella volta della visita a Treviso: camicia bianca a righe, giacca scura, cravatta a disegni rossi e neri.

Gaddo: Buonasera, professore, come sta?

Professor Bonomo: Bene, Gaddo. E tu?

Siamo entrati nel ristorante, tutto specchi, che era già pieno di avventori. Il professore avrebbe desiderato un tavolo appartato, e invece abbiamo cenato accanto a una coppia di poche parole. L’incontro è stato combinato senza che concordassimo le domande. Così, come una chiacchierata tranquilla tra il Maestro e un allievo qualunque.

G: Io ho subito una domanda da farle.

B: Spara.

G: Ci sono medici nella sua famiglia? Voglio dire, lei è figlio d’arte?

Lorenzo Bonomo sorride e comincia a snocciolare i nomi dei parenti medici pugliesi, una collezione lunghissima. Cita anche due zii, uno ordinario di clinica medica e uno di clinica chirurgica.

G: Perché non è rimasto in Puglia a studiare, allora?

B: Tu prova a pensare a cosa sarebbe successo se io fossi rimasto a Bari a studiare. Qualunque cosa avessi realizzato nella vita, ci sarebbe stato sempre qualcuno pronto a dire che il merito non era il mio ma dei miei parenti.

G: E allora perché proprio Roma?

B: Perché all’epoca era stata appena fondata l’università cattolica, credo nel 1961. Era una specie di campus universitario all’americana, per essere ammessi c’era bisogno di un voto alto di diploma e poi di superare test attitudinali e un colloquio.

G: Un colloquio?

B: Certo.

Lo dico con una certa ammirazione pensando a come dovrebbe essere strutturato oggi, e invece non è, l’accesso a medicina: mi sembra assurdo che non sia previsto un test psico-attitudinale per iscriversi a una facoltà che ti porterà verso un lavoro difficile non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello psicologico. Incredibile che negli anni ’60 qualcuno ci avesse pensato, con così tanto anticipo sui tempi. Adesso invece abbiamo i test di cultura generale, come se sapere chi ha vinto Sanremo nel 1983 o quanti cerchi conta l’Inferno di Dante possa avere qualcosa a che fare con l’essere un bravo medico.

G: E poi?

B: Poi a un certo punto si è presentata anche la possibilità di studiare a Parma. Siamo andati su in auto, io e mio padre. Arrivammo di sera, la sede degli studenti era un casermone in cui avevano ricavato degli appartamenti. Bussammo alla porta e chiedemmo a qualcuno di farci vedere le stanze. Ci vennero ad aprire dei ragazzi in pigiama che stavano studiando sulle loro scrivanie, con la lampadina che pendeva sopra le loro teste. Dissi a mio padre: E’ un’altra cosa, ma va bene così.

G: Però poi è andato a Roma.

B (divertito): Si, la domanda alla Cattolica era già stata inoltrata e ci avevano detto che il responso sarebbe arrivato a mezzo posta. Avevano anche specificato che avremmo capito il risultato dallo spessore della busta: le risposte negative erano in buste sottili, quelle positive in buste più spesse che contenevano anche tutta la modulistica da compilare.

G: La sua deve essere stata bella spessa, allora.

B: Una mattina mia madre mi venne a svegliare che ancora dormivo. Lorenzo, è arrivata posta! Da lì è partito tutto.

Lorenzo Bonomo continua il racconto. Come è già accaduto con altri universitari che ho conosciuto, lui ricorda tutto: date precise, a volte l’ora degli eventi narrati, i nomi di tutti e a distanza di anni. L’espressione del suo viso, durante tutta l’intervista, mentre ricorda fatti accaduti decenni prima, cambierà poche volte. A volte sarà divertita, a volte cogitabonda, ma sempre estremamente misurata. Proverò diverse volte a farlo sbilanciare, nel corso della serata, ma lui rimarrà sempre impassibile. Se non lo è già stato sul serio, scommetto il quinto dello stipendio che Lorenzo Bonomo sarebbe un ottimo giocatore di poker. Gli racconto la storia del mio colpo di fulmine con la Radiologia: i dubbi al quinto anno su dove chiedere la tesi, la reticenza a frequentare i corsi obbligatori in reparto, l’obbligo della firma, i sintomi dell’innamoramento già all’uscita dal primo pomeriggio di frequenza. Ricordo ancora perfettamente la mia sensazione di meraviglia: Ma allora è questa la Radiologia!

G: E lei? Perché ha scelto Radiologia?

B: Non vorrei deluderti, ma io non ho avuto un colpo di fulmine come il tuo. Ho scartato diverse ipotesi prima di scegliere, anche fare il chirurgo mi sarebbe piaciuto ma poi mio zio mi dissuase, disse che era un lavoro infame. Alla fine avevo fatto la tesi in Radiologia, mio zio disse: Perché non ci provi? La radiologia è una disciplina dal grande futuro.

G: La tesi su cosa?

B (sorridendo): Sulla fluoroelettrometria, una cosa che pochi anni dopo già non esisteva più. Ero andato a chiedere una tesi rapida, che non mi impegnasse molto. Volevo finire a tutti i costi alla sessione di luglio perché tutti mi avevano detto che l’estate dopo la laurea è la più lunga della vita, e che non ne avrei mai più avuta una così.

G: E l’ha avuta?

B: Certo. La chiesi a un giovane universitario, aveva undici anni più di me. Si chiamava Pasquale Marano.

Io ho del professor Marano un ricordo, indelebile, che risale ai tempi del primo congresso sul torace standard, quello che organizzai a Treviso. Il professore era già in pensione da tempo, e immagino che accettò l’invito solo per una questione di cortesia verso alcuni dei suoi più cari suoi ex-allievi. Gli fu affidato l’incarico di aprire i lavori con una lettura: e lui ci sorprese parlando non di Radiologia ma di formazione. Che un uomo di quella età potesse avere una visione così lucida del presente e del futuro della formazione medica mi impressionò moltissimo, ne conservo ancora un ricordo molto vivido. Dopo la tesi, tuttavia, le cose non andarono benissimo. Lorenzo Bonomo fu affidato a un tutor, di cui ha evitato di fare il nome, dal quale non si sentiva seguito come lui avrebbe desiderato. Abbandonato in diagnostica da questo radiologo che ricompariva solo per portarlo in mensa, e che il pomeriggio lo redarguiva per aver fatto poche proiezioni radiografiche rispetto a quelle che avrebbe voluto, pensò di cambiare strada. Ebbe finalmente un appuntamento con un noto professore di Chirurgia Pediatrica.

G: Come andò l’incontro?

B: Guarda, un disastro. Io arrivai puntuale, la segretaria mi fece passare. Il chirurgo mi disse che avevo dieci minuti, cominciai a parlare ma lui neanche mi ascoltava. Spostava fogli, sistemava cartelle, mi diceva: parla, parla, ma stava pensando ad altro. Alla fine disse: Se solo fossi venuto la settimana scorsa ti avrei dato un posto da assistente. Nemmeno aveva capito per quale motivo fossi andato a parlargli.

G: Bella personcina.

B: Però, come tante altre volte, questa esperienza mi è servita. Gli anni seguenti, quando uno studente mi chiedeva un colloquio, sai che facevo? Mi segnavo l’appuntamento sull’agenda, mezzora o quello che era, poi quando lo studente arrivava dicevo alla segretaria di non passarmi nessuna telefonata finché non ci avesse visto uscire dallo studio. Non avrei mai voluto far passare a un ragazzo quello che avevo passato io quella volta.

Anche questa è bella, per uno come me che da studente ha dovuto fare spesso anticamera di ore, su un divano piazzato davanti alla porta del professore, senza nemmeno la certezza di essere ricevuto. Comunque sia, il Professore torna in Radiologia, parla con il dottor Marano e si fa cambiare il piano formativo. Va a Milano a imparare una tecnica nuova, l’angiografia, e la porta per primo a Roma. A Milano, incredibilmente, incontra la donna che poi sposerà: si conoscevano da bambini, l’incontro milanese fu del tutto casuale. Alla fine, quando Marano diventa professore e gli affidano la cattedra a Chieti, lui lo segue.

B: A Chieti sono stato, alla fine, più di vent’anni. Chieti è una città piccola che mi ha insegnato una cosa fondamentale: non puoi inserirti nel tessuto sociale di una città se non impari a frequentare le persone, se tua moglie non partecipa con te alla vita di ogni giorno. Quando arrivano le mogli le porte delle case si aprono come per magia, e se vanno via si richiudono.

G: Come è stata l’esperienza? Voglio dire, andar via da Roma.

B: A Chieti di radiologico non c’era nulla, all’epoca, abbiamo creato tutto da zero. E’ stata una fatica grande ma si era creato questo circolo virtuoso, questa connessione con Roma. Non è che fossimo sempre d’accordo, Marano e io. Lui quando c’era da prendere qualche decisione importante mi chiedeva sempre cosa ne pensassi. A volte avevo altre idee, lui mi ascoltava e poi diceva: Ho capito, ma si fa come dico io. E’ giusto così.

G: Poi?

B: Poi a un certo punto il professor Marano è tornato indietro, alla Cattolica, ed è toccato a me andare avanti. Ricordati sempre queste parole, Gaddo: non sono i posti a fare le persone, ma sono le persone a fare i posti.

Questa andrebbe scolpita sulle architravi di ingresso dei reparti di Radiologia, ma vabbè.

G: Però adesso ci siamo arrivati. Questa SIRM, Professore. Che mi dice?

Il Professore ha uno dei suoi sorrisi, ma questa volta mi sembra un pò amaro. Mi racconta di quando fu per la prima volta Consigliere, l’unico eletto della lista perdente, e non gli diedero nulla da fare per i quattro anni di mandato. Mi racconta della disfida con Bartolozzi, il suo tentativo di risolvere la questione senza troppi danni per nessuno, e mi fa nomi e cognomi di chi non volle sostenerlo. Ha parole di elogio per Del Favero, il Presidente che portò la carica da quattro a due anni: dice che è stato un uomo di limpidezza straordinaria.

G: Come è riuscito a lavorare per la SIRM sapendo che in tanti non l’hanno mai amata?

B: Io sono uno che dice quello che pensa, a qualcuno può non essere andato bene. Ma vedi, il problema della Radiologia italiana non è la SIRM. Tu credi che nel 2050 noi staremo ancora qui a dire ai pazienti “fermo non respiri?” No, qui sta cambiando tutto. Tu, per esempio, che ne pensi dell’intelligenza artificiale applicata alla nostra disciplina?

G: Penso che tra vent’anni rischiamo di essere sostituiti dai computer. Una volta che avremmo insegnato alle macchine a riconoscere i pattern TC del torace, per dire, il pattern cistico o quello fibrosante eccetera, un algoritmo raffinatissimo metterà insieme clinica, laboratorio, anamnesi e dati radiologici. Le macchine faranno diagnosi senza di noi, ci penserà il clinico a mettere insieme il tutto.

B: Io non ne sono così convinto, credo che l’intelligenza umana abbia ancora un margine per essere indispensabile, per riuscire a tirare le conclusioni di un caso complesso. Il problema è piuttosto un altro: le scuole di specialità italiane sono in caduta libera, non riescono più a formare professionisti adatti ai cambiamenti che ci aspettano dietro l’angolo. Il successo del tuo corso sul torace standard da dove credi che nasca? Nessuno insegna più i fondamentali della Radiologia.

G: Questo è vero, è un pò come imparare latino e greco al liceo. Non ti serviranno a nulla, nella vita, però sono indispensabili a sviluppare un metodo utile per tutti gli altri processi di apprendimento. Per me è stato così.

B: Allora è da lì che dovremmo ripartire.

G: Ma non crede che una sana competizione elettorale, come quella che lei ha avuto con Bartolozzi all’epoca, possa giovare alle sorti della SIRM? Non crede che i soci dovrebbero poter scegliere tra posizioni differenti?

B: Io credo che, alla fine, i bisogni della Radiologia italiana siano quelli di cui parlavamo prima. E’ difficile che due candidati possano esprimere, in questi anni, posizioni così radicalmente differenti.

G: Mah, io grazie al blog sento molti soci e molti altri che alla SIRM non vogliono iscriversi per partito preso. In tanti sostengono che questo sistema crea delle cordate indistruttibili, sistemi di potere che non si conciliano molto con la crescita della nostra professione.

B (con quello sguardo ironico che continuerà a regalarmi fino alla fine): Senti quest’altra cosa che ti dico. La vita è come un pendolo: non puoi fargli cambiare direzione finché non ha finito il suo arco. A quel punto la direzione cambierà da sola.

La cena si avvicina alla fine. Abbiamo fatto fuori la bottiglia di Pegorino bianco ghiacciato che il Professore ha scelto all’inizio e scelto il dolce: lui gelato nocciola pistacchio, io una madeleine al cioccolato con la crema di zabaione sopra. Decido che è arrivato il momento di sparare l’ultima cartuccia.

G: Professore, un’ultima cosa, ma prometta di essere sincero. Lei ha rimpianti?

Lorenzo Bonomo ha l’unico sussulto della serata, l’unica risposta non ponderata che butta fuori quasi in tempo reale.

B: No! Assolutamente. Io sono stato un uomo fortunato, molto fortunato. Ho avuto la fortuna di un lavoro appassionante, sono stato presidente della SIRM, ho girato il paese per congressi. Una volta, tanti anni fa, quando giravano pochi soldi, partivamo di notte e dormivamo nelle cuccette dei treni. Arrivavamo la mattina, ci facevamo la barba negli alberghi di giorno e andavamo al congresso. Mi sono divertito, Gaddo, e poi ho avuto l’onore di essere il messaggero della Radiologia europea nel mondo. Cosa potrei pretendere di più?

G: E che prezzo ha dovuto pagare per tutta questa fortuna?

B (con un’ombra di malinconia che gli passa, rapidissima, sul viso): Certo, ho avuto anche la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di stare via da casa tanto tempo, una moglie che c’è sempre stata, che si è occupata dei figli. Ho avuto collaboratori straordinari, instancabili, sia a Chieti che a Roma. Ma il punto è un altro.

G: Quale, professore?

B: Gaddo, lo vedi questo bicchiere? C’è solo un dito di vino dentro, ma per me è sempre mezzo pieno. E’ questo che ha fatto la differenza, nella mia vita.

 

(Roma, 26 ottobre 2017)

 

L’importante è chi il sogno ce l’ha più grande

ottobre 22nd, 2017

E’ una mattina fredda e umida, qui alla città del fiume.

Parcheggio con facilità, è sabato mattina, scendo dall’auto e l’aria è amara e ferrosa: come in tutta la pianura padana, d’altronde, visto il tempaccio di queste ultime settimane, la pioggia che come al solito latita e la nebbia che ingloba le microparticelle di schifezza che poi ci tocca respirare. Ma non è una mattina per essere tristi, questa.

Nella piazza centrale ci sono già alcune donne. In un piccolo capannello, strette nei loro cappottini autunnali, parlano tra loro. Hanno sorrisi timidi e un pò impauriti mentre le altre, le organizzatrici, stanno mettendo sui banchetti di legno tovaglie di carta rosa acceso. Lei, la presidentessa, mi viene incontro con un altro tipo di sorriso: il suo è deciso, limpido come i suoi occhi. Mi stringe la mano, dice preoccupata che il camper non è ancora arrivato. È già tutta protesa verso la mattinata che deve trascorrere.

Perché oggi, dicevo, non è una giornata qualsiasi. Oggi una parte del la Breast Unit dell’Ospedale del Fiume, chirurghi e radiologi, sono con l’Andos locale a fare campagna di prevenzione contro il tumore al seno. In un camper prestato per l’occasione, il chirurgo visiterà le paziente e i radiologi completeranno la visita con un’ecografia. Un esperimento che almeno qui, finora, non è mai stato tentato.

Alla fine, dopo qualche telefonata, il camper arriva. Ma non è un camper qualsiasi, no: è un Airstream. L’Airstream, per chi non ne avesse mai visto uno, è un salto negli anni ’50, ai tempi in cui Gagarin fu messo in orbita nel suo Sputnik. E’ Sean Connery che, nei panni di 007, combatte contro il cattivo della Spectre nascosto al suo interno. L’Airstream è il futuro così come ce lo siamo immaginato in quegli anni, quando fu concepito. Mentre adesso è il passato che avremmo voluto avere, e che invece non abbiamo avuto.

Ma questo Airstream, in particolare, ne ha viste di cotte e di crude. La moquette è usurata, gli interni pure. L’aria è viziata, con un lieve sentore di muffa che abbiamo combattuto con un emanatore di fragranze. Il bagno ha mobili scheggiati. Ma anche messo così male ha un fascino potente, fuori dal tempo. Il chirurgo mi guarda e dice: Immaginati questo coso parcheggiato su una scogliera a picco sul mare a Creta. Capisco perfettamente cosa vuole dire.

Poi cominciamo: il capannello di persone in attesa, là fuori, adesso è parecchio più consistente e alla fine della mattina avremo in lista novanta donne. Le pazienti salgono sull’Airstream una alla volta, con lo sguardo preoccupato ,dopo che le finestre sono state oscurate. L’infermiera le invita a scoprire il torace, la stufetta di fortuna garantisce un minimo di calore all’interno dell’abitacolo, e il tecnico della ditta che ci ha fornito l’ecografo ha già accesso l’apparecchiatura. Noi siamo in camice bianco, lui non se la sente di sfidare il freddo e sul camice ha infilato un giubbotto grigio ferro in linea con la sua aria austera. Il chirurgo visita le signore, la maggioranza sono giovani, e quando ci sono dei dubbi il radiologo completa la valutazione con l’ecografia.

Andiamo avanti così per un bel pò, dentro l’Airstream si respira un’aria rilassata anche se ogni tanto qualcuna delle donne ha un problema all’apparenza serio, che meriterà ben altri approfondimenti diagnostici. C’è l’aria buona di persone che collaborano bene tra loro e sanno parlare con le pazienti preoccupate. C’è l’aria di persone che hanno a cuore il loro mestiere.

A metà mattina facciamo pausa con i cornetti che ci ha portato l’oncologa gentile. Una signora entra nell’Airstream per sbaglio, ci vede mangiare e sorbire il caffè, ride di gusto e dice: Non preoccupatevi, fate pausa con calma, noi aspettiamo fuori.

Fuori, nella piazza, fa freddo e io rimpiango di essere uscito di casa vestito come se fosse fine agosto. Le organizzatrici dell’Andos sono infaticabili, accolgono le donne, appuntano i loro nomi, spiegano loro il meccanismo della mattinata, le consolano se sono preoccupate. Regalano a tutti i passanti le spille rosa dell’associazione e sembrano non sentire freddo: sono animate dallo spirito incrollabile di chi ha superato il guaio più grosso che possa accadere, o sta ancora lottando per superarlo.

Alla fine anche l’ultima ragazza, rossa come un’irlandese, esce dall’Airstream. È il momento di tirare le fila della giornata, fare un bilancio dell’esperienza. Invece non è un bilancio, quello che facciamo tutti insieme, ma una serie di progetti per il futuro. Dove ripetere l’evento, come, con quali possibili altre modalità. Pensiamo a una serata di beneficenza con un gruppo di colleghi che suonano il blues, a incontri con la cittadinanza per spiegare a tutti cosa stiamo mettendo in piedi, cosa sta facendo l’Azienda per mettersi in pari sul versante senologico. Perché alle volte è vero: è parlando delle idee per il futuro che loro si concretizzano.

Mentre ritorno alla macchina parcheggiata poco lontano, battendo i denti dal freddo, non posso non ripensare con ammirazione alla forza di queste donne. Al loro carattere indomito. Al modo con cui hanno affrontato il dramma, ne sono venute fuori e adesso hanno deciso di mettersi al servizio di altre pazienti che dovranno vivere i loro stessi incubi. Alla scelta coraggiosa di dedicare il proprio tempo libero agli altri, invece che al proprio ombelico.

Così, in auto attacco la cintura di sicurezza, giro la chiave dell’accensione e penso che si, anche per oggi l’asteroide può attendere.


La canzone della clip è “Il grande sogno”, di Roberto Vecchioni, tratto dalla omonima raccolta del 1984. Avessi saputo, in quell’anno memorabile, che ne avrei capito il senso solo più di trent’anni dopo, beh, non ci avrei creduto. Nella foto panoramica, i radiologi e il chirurgo. Nel selfie, io e le mie due splendide senologhe (incredibilmente, sono io l’elemento decorativo della giornata).

La pioggia non lava le cose, le sposta più in là

ottobre 15th, 2017

Una volta, ormai cinque anni fa, quando tutto era ancora da accadere, scrissi di inquietanti involuzioni comportamentali davanti ai timbratori di ingresso e uscita dagli ospedali. Adesso, dopo aver cambiato ospedale e avuta la conferma che tutto il mondo è paese, mi trovo davanti a un altro analogo problema.

Arrivo in ospedale, tutte le mattine, intorno alle 7.45. In genere vengo preceduto alla sbarra d’ingresso del parcheggio da altri lavoratori rimbambiti di sonno almeno quanto me, quindi non poco, e quasi sempre almeno uno di essi mi precede nell’area in cui sono solito parcheggiare. Si tratta di uno spiazzo sterrato, senza strisce di delimitazione, in cui le macchine parcheggiano in fila una accanto all’altra.

Io in genere arrivo, entro di muso, spengo la radio e scendo. Ma alcuni, la maggioranza, no. Loro devono entrare non di muso, come ci si attenderebbe, ma di culo: il che implica almeno quattro o cinque manovre, perché lo spazio è angusto, e un parcheggio impreciso che o frega almeno mezzo posto a chi avrà la presunzione di cercarlo qualche minuto dopo o impedirà la discesa dell’improvvido parcheggiatore per aver sistemato l’auto troppo vicina a quella affianco.

Così, mentre attendo con la pazienza di Giobbe che la trafila del parcheggio giunga a felice compimento, mi chiedo nell’ordine:

a) Perché perdete cinque minuti all’ingresso per guadagnare miseri cinque secondi in uscita?

b) Come è possibile che alle otto di mattina vi venga voglia di manovrare a quel modo i vostri SUV in uno spazio in cui fa fatica a girarsi una Micra?

c) Una persona normale dovrebbe avere più fretta quando arriva (il cambio di abiti, il caffé coi colleghi, i pazienti che attendono nervosi) che quando va via: e allora perché vi smembrate nell’inutile impresa di parcheggiare di culo, quando all’uscita in teoria non dovreste avere nessuna fretta, e semmai solo provare sollievo?

d) Davvero non vi mette ansia l’automobile dietro di voi, il cui conducente ha l’aria seccata mentre segue le vostre sconsiderate manovre picchiettando con le dita sul volante?

Così, mentre cerco risposte che nessuno è in grado di fornire se non la buonanima di Pirandello (“sono tutte fissazioni: oggi vi fissate in un modo, domani in un altro”), finalmente arriva il mio turno. In un secondo e mezzo parcheggio di muso la mia auto, guardo male chi mi ha preceduto ed è ancora intento a cercare di scendere senza ammaccare la vettura di fianco, e prendo la strada del mio reparto.


La canzone della clip è “Voleranno via”, singolo appena uscito di Luca D’Aversa. Il quale è una specie di sorprendente Niccolò Fabi, con una voce un pò più soul, da seguire con molta attenzione.