Sono lontani quei momenti, quando uno sguardo provocava turbamenti

luglio 13th, 2017

Lo premetto: questo è un post estivo, è scritto per puro divertimento in cinque minuti di bambini-zitti-a-fare-compiti, panni-già-stesi e letti-già-rifatti, alla faccia di chi osi insinuare che il maschio non è buono a svolgere due o tre azioni contemporaneamente. E trae origine dalla considerazione che una delle cose che rende il matrimonio (o la convivenza) degno di essere vissuto è che ci si prende in giro per la musica che l’altro ascolta e, indirettamente, influenza anche i gusti musicali dei figli.

Essendomi toccata in sorte una fanciulla patita di Vasco Rossi, voi capite benissimo la natura del mio dramma quotidiano; il quale è seriamente aggravato dall’evidenza che anche alcuni dei miei migliori amici sono grandi ammiratori dell’inossidabile rocker. E allora occorre un’analisi approfondita dei motivi che sottendono il mio atteggiamento di critica verso le sue canzoni: la quale, prometto solennemente, non avrà niente a che fare con il ricordo amaro degli stolti che da ragazzino vidi prendere la strada della perdizione sotto l’egida del suo fegato spappolato. E’ un’obiezione poco logica, l’equivalente di chi sosteneva che i fumetti di Dylan Dog potevano spingere i suoi lettori a compiere le peggio nefandezze. Dunque non sosterrò questa tesi, limitandomi all’analisi semantica di uno dei capolavori assoluti di Vasco: “Sally”.

Premessa obbligatoria: c’è stato questo megaconcerto da duecentocinquantamila spettatori a Modena e tutti ne parlavano, ancora prima che si svolgesse, come l’evento definitivo della storia del rock, quello di fronte al quale anche Woodstock sarebbe sembrato un raduno annuale di boy scout. Ovviamente io non c’ero: però, segno che sto invecchiando, mi hanno fatto molto sorridere le riprese delle ragazze a cavalcioni sulle spalle dei morosi o di sconosciuti astanti, a dimenarsi con le tette di fuori durante una delle canzoni di rito. Cosa non si farebbe per il famoso quarto d’ora di celebrità, direbbe l’altrettanto sopravvalutato e defunto Andy Warhol; che poi nel tempo, grazie ai tempi televisivi, si è contratto a miseri tre o quattro minuti. Ma torniamo a noi: siamo in automobile, direzione mare, e Spotify spara fuori, appunto, Sally.

Mia moglie sgrana gli occhi e dice: Dai, alza! Questa è bellissima!

E io: Ma scusa, di che cavolo parla questa canzone, che non l’ho mai capito?

Lei, con aria saputella: E’ perché non l’hai mai ascoltata. Parla di una prostituta.

Per convincervi della bontà dei miei dubbi, vi propongo subito il testo della canzone:

Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa ti può crollare addosso
Sally è già stata punita per ogni sua distrazione, debolezza,
per ogni candida carezza, tanto per non sentire l’amarezza
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Sally cammina per la strada sicura, senza pensare a niente
ormai guarda la gente con aria indifferente,
sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento e come se fosse l’ultimo
Sally cammina per la strada leggera ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni, tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa, forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così, forse ma forse ma si
Cosa vuoi che ti dica io? Senti che bel rumore
 Converrete che, con tutta la buona volontà, dopo aver letto il testo è difficile pensare a Sally come a una prostituta che ritorna a casa dopo aver svolto il proprio turno di lavoro. E non bastano le luci dei lampioni, che si accendono mentre passa, a dare manforte a questa interpretazione: al contrario, essendo il lavoro del meretricio quasi esclusivamente notturno, e in genere svolto proprio sotto i lampioni affinché la merce sia in bella mostra, diventa difficile immaginarsi Sally come una prostituta che rincasa al tramonto, quando “tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni” ma nel contempo comincia il traffico inesorabile dei puttanieri sulla provinciale. Secondo me Sally, qualunque sia il suo lavoro, sta semplicemente ritornando a casa dopo il tramonto; ed è incazzata, o stanca, o delusa, come d’altronde la stragrande maggioranza di noi quando la giornata è andata male. In più notate che Sally è ancora in strada mentre, recita il testo, “fuori piove” e la pioggia fa un bel rumore: come quando la guardi da dietro i vetri della finestra, al riparo, con in mano una bella tazza di tisana bollente. Invece di Sally si dice che è scazzata, stanca di fare la guerra e che manco guarda in faccia le persone che incrocia: forse è solo perché è stata una brutta giornata, piove e lei vuole arrivare in fretta a casa. Ci avete mai pensato?

Ma il delirio delle interpretazioni mette alle corde persino quello di mia moglie. Una di esse, almeno in apparenza, all’inizio sembra darle ragione. E certo: perché Sally, secondo la versione 2.0 di quella della santa donna, è una drogata che si prostituisce per pagarsi la droga. Chiarissimo all’uopo il riferimento alle fragole che, come nella canzone di Luca Carboni, sono metafora poetica dell’eroina. Anche se viene francamente difficile giustificare il perché una tizia messa complessivamente così male abbia voglia di comminare “candide carezze” a clienti che come minimo, in nove casi si dieci, la ripugnano.

Oppure non è vero nulla di tutto questo e Sally è invece una donna non più giovane, segretaria e amante di un imprecisato amico, che il rocker incontra per la prima volta su una barca, dopo una serata in discoteca a Saint Tropez, e che lo colpisce per l’espressione amara che ha in volto mentre prende la via dell’uscita. Sulla barca c’è una festa, gente che balla e si diverte: ma Vasco, invece di ubriacarsi come al solito mentre si infratta con la squinzia di turno, registra con la coda dell’occhio la scena triste dell’amante che, non si sa per quale motivo, abbandona la festa con aria triste. Sarà arrivata la moglie dell’amico? L’amico avrà toccato il culo di un’altra? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo, stando a questa versione, è che Vasco Rossi si chiude in cabina con una chitarra spuntata fuori dal nulla e scrive “Sally” mentre sul ponte della barca è ormai probabilmente in atto un’orgia.

E invece, perbacco, vi sbagliate tutti: Sally è una povera crista che ha subito violenze sessuali, in un imprecisato passato, ed è ancora devastata dai sensi di colpa. Una poverina che ha sofferto così tanto da aver perso interesse nella vita, fiducia negli uomini e speranza nel futuro. Nessuno sguardo è in grado di provocarle turbamenti, perché la sua corazza è talmente indurita da essere diventata impenetrabile. Certo, però, che in tutto il testo non si trova nessun accenno al bruto violentatore che le ha segnato la vita. E dire che sarebbe bastato così poco per permetterci di identificarlo.

Ultima possibilità, la più strabiliante di tutte: “Sally” è una canzone autobiografica, Vasco Rossi sta parlando di sé e d’altronde chi non sa che lui è allergico alle fragole e da ragazzino le mangiava di nascosto dai genitori? Certo, così invece di spappolarsi il fegato si sarebbe provocato un sacrosanto edema della glottide e allora addio bel canto, ammesso e non concesso che Vasco Rossi ci sia mai riuscito (infatti mia figlia, quando sente le sue canzone, chiede invariabilmente: “Ma questo è il tizio che scatarra?”).

Alla fin fine, se volete sapere la mia, “Sally” ha un elemento comune alla stragrande maggioranza delle canzoni di Rossi: sono tutte composte da un’accozzaglia di parole buttate lì quasi a caso, come in un generatore automatico di frasi musicali. I versi di “Sally” sono buoni per tutti gli usi, come dimostra la pletora di possibili interpretazioni del testo: chi le ascolta può farle proprie proprio perché non sono indirizzate a nessuno e perché alla fine Sally non esiste, è una figura anonima, senza storia e senza volto. Quello che vorrei dire ai fan, insomma, è che Vasco Rossi sembra parlare a tutti perché in realtà non parla a nessuno, nemmeno a se stesso; e forse non è nemmeno lui a parlarvi. Ricordo agli scettici che “Sally” annovera tra i coautori anche un tal Tullio Ferro: il quale pare abbia scritto le musiche di diverse canzoni del rocker, tra cui nientepopodimeno che “Vita spericolata”, al punto che lo stesso Vasco Rossi ha affermato che “le più belle canzoni di Vasco Rossi sono state scritte da Tullio Ferro” (fonte: wikipedia.org). Vi prego, andate a vedere quante delle musiche delle canzoni di Vasco sono state scritte da lui: dopo aver smesso di ridere rivedrete immediatamente le vostre priorità musicali. E per non infierire taccio sul contributo di Gaetano Curreri, uno che le canzoni sa scriverle sul serio, alla discografia del nostro rocker: documentatevi su internet e poi fatemi sapere. E insomma, ci si potrebbe anche porre il legittimo sospetto che se un cantante piace a tutti, ma proprio a tutti, se piace a tre generazioni, se accomuna padri e figli, nonne e nipoti, forse il suo messaggio non è universale: è solo banale. Come ha brillantemente sostenuto qualche giorno fa un astronomo di recente conoscenza: Vasco Rossi è sopravvalutato, lui si adegua alla mediocrità del suo pubblico. D’altro canto, insegna l’esperienza, se piaci a tutti devi per forza avere qualcosa che non va. O no?

Ma la parola fine sulla questione, molto meglio di quanto sia capace di farlo io, la mette Checco Zalone. Guardate questo filmato e alla fine, dopo aver riso il giusto, provate a riflettere seriamente sulla sua esibizione. Poi rimettete su il cd di “Bollicine”, perché se siete veri fan di Vasco Rossi non riuscirebbe a scuotervi dalla sempiterna fedeltà al mito nemmeno l’arcangelo Gabriele con la spada di fuoco in mano, e buon ascolto.

Mi sento strano davvero, da un po’ di tempo è cosi’

luglio 7th, 2017

 

Li vedo dappertutto: nei corridoi, al bar, seduti sulla panca proprio fuori dalla porta della Radiologia.

Sono sperduti, interdetti. Aprono la busta bianca intestata e leggono il referto, con una ruga verticale che si forma in mezzo alla fronte e lo sguardo perplesso. Si perdono in mezzo a tutti quei paroloni tecnici come marinai nella burrasca e sanno già che dovranno aspettare chissà quanto tempo affinché il loro medico li riceva e traduca loro il medichese in italiano corrente.

E, ogni volta, mi vien voglia di fermarmi, chiedere il referto e provare a spiegarglielo nel modo più semplice possibile. Perché ci vogliono due minuti, solo due minuti: anche mentre si sta terminando l’ecografia, per esempio. Poche parole, semplici, per dire che stanno bene oppure che qualcosa non va e bisogna approfondire il problema per vederci chiaro. Meglio ancora, per accollarsi il problema: emettere un’impegnativa, programmare il prossimo esame, evitare al paziente una trafila di tempo perso tra medici di base e specialisti di vario ordine e grado. Due soli minuti per rendere la vita un po’ più facile a qualcuno che per caso ci ha attraversato la strada.

E per diventare meno invisibili di quello che il mondo là fuori ama dire, di noi radiologi.


La canzone della clip è “M’innamoro davvero”, di Fabio Concato, tratta dall’album omonimo del 1999. E’ dal lontanissimo ’84 che Concato si diverte a farmi venire le botte di nostalgia: lui è uno di quelli, pochi, che mi piacerebbe conoscere personalmente. Ragionevolmente sicuro che, al di fuori delle sue canzoni, non sarebbe una delusione.

Dietro la porta di casa mia c’è la polvere dei miei ritorni

luglio 1st, 2017

 

Ci siamo: dopo appena un anno e mezzo, ecco il primo pensionamento all’ospedale del fiume.

Antonio, l’uomo che vedete sorridere nella foto in calce al post, era il tecnico con maggiore anzianità di servizio del reparto. Lui era quello che, a dispetto dell’età, si occupava dei guai informatici del reparto, correggeva gli errori di anagrafica e sapeva sempre tutto dei problemi del PACS.

Un uomo tranquillo, benevolo. L’ho visto incazzarsi una volta soltanto: quando, arrivato da molto poco, avevo indetto una riunione con i tecnici e poi, preso nel vortice delle cose da fare, me ne ero dimenticato e avevo preso la strada della mensa. Adesso anche lui lo sa, perché gliel’ho detto nel discorso di commiato: quell’incazzatura mi ha insegnato che ci sono cose che un capo proprio non può permettersi di fare, anche se è il capo. È una lezione che mi accompagnerà fino al mio ultimo giorno di lavoro.

Antonio ha dato una piccola festa di addio. Abbiamo brindato insieme al destino felice di un uomo che ha lavorato nello stesso reparto per 33 anni e ha visto tutto, dalle camere oscure alle sequenze di diffusione in risonanza magnetica. Ci siamo detti che il vuoto che le partenze lasciano nei reparti ospedalieri sono plastici e si riempiono in fretta; ma che alcuni vuoti hanno forme complesse, e ci mettono più tempo degli altri a colmarsi.

Poi l’ho visto uscire per l’ultima volta dal reparto, di schiena, vestito in borghese, con in mano un piccolo cartone pieno delle sue cose: e ho pensato che così non va bene, che certe persone andrebbero accompagnate in trionfo fuori dal luogo in cui hanno lavorato. Però, per quanto trionfante possa essere l’uscita, ci sarà sempre un momento in cui un uomo che va in pensione si troverà da solo con se stesso, a fare i conti con il proprio passato e il futuro che lo attende.

E allora l’uscita di Antonio è stata appropriata: con le proprie gambe, a schiena diritta, senza grossi rimpianti e con la certezza rassicurante di aver dato tutto quello che si poteva.

In bocca al lupo, Antonio. E che quel lupo viva a lungo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, tratta dall’album “Canzoni con il naso lungo” (1993). Cristiano è stato un ragazzo sfortunato: porta sulle spalle un nome troppo pesante. Poteva diventare un nuovo Fossati, forse un po’ più basico, e d’altronde a differenza del padre lui è un musicista vero. Invece la mia impressione è che, abituato a non essere preso sul serio in virtù dell’eredità paterna, abbia finito per fare la stessa cosa con se stesso. Perdendo una grandissima occasione, come spesso capita anche ai migliori di noialtri. Vi propongo la sua canzone nella versione live cantata a Sanremo 1993, dove fu seconda classificata dietro un’altra immeritevole di qualunque genere di memoria.

Il frutto del silenzio

giugno 13th, 2017

Il mare induce sempre pensieri. O forse è la solitudine, il silenzio delle spiagge semivuote nei martedì di giugno. Aiutata da certi libri, di cui riparleremo, scritti per farti ricordare di essere al mondo.

Io faccio il medico, lo sapete. Un mestiere difficile, complesso. Talmente veloce, nella sua evoluzione, che ultimamente si fa fatica a stargli dietro. Forse, e dico forse, il mestiere più inutile del mondo. Perché il medico nuota contro corrente. Trasporta enormi massi su per salite inenarrabili, per poi ricominciare quando la pietra rotola di nuovo a valle. Il medico vuota il fondo della barca che affonda con un cucchiaio da cucina.

Pensateci un attimo: noi medici combattiamo contro l’evento più inevitabile delle nostre esistenze, l’unico di possiamo essere veramente sicuri. Noi medici cerchiamo di allontanare la morte a ogni costo, e durante questo combattimento senza quartiere ci dimentichiamo che senza morte non può esistere vita, che tutto è regolato dal principio della parabola: il sole sorge, raggiunge il mezzogiorno, poi cala fino a tramontare. Se il sole non tramontasse, il giorno dopo non avremmo una nuova alba. E tutto finirebbe nel nulla.

E allora perché ci stiamo accanendo nella disperata ricerca di una vita più lunga, senza considerare che gli anni aggiunti a quelli che la natura ci avrebbe garantito da sola, senza interventi esterni, non sono anni di qualità ma spesso solo di quantità? Chi vorrebbe davvero vivere dieci anni in più senza poter riconoscere figli e nipoti, leggere un libro, senza ricordarsi degli eventi passati della propria vita, con una badante straniera che ti cambia i pannoloni sporchi di escrementi senza alcuna traccia di amore?

C’è una sola risposta, a questa domanda: cioè che noi non crediamo a niente. Non-crediamo-a-niente-di-niente. Se le nostre professioni di fede, qualunque esse siano, fossero sostenute da un qualsiasi genere di fede reale, sincera, noi sapremmo (come lo sapevano i nostri nonni, e i nonni dei nostri nonni) che la vita è una parabola di cui va accettata con gioia la fase calante. La morte sarebbe nient’altro che una porta spalancata verso il ritorno a casa, il gesto di generosità di chi ha vissuto il suo e sa benissimo che senza la sua dipartita non ci sarebbe posto per chi deve ancora arrivare. Il funerale ritornerebbe a essere ciò che è sempre stato: il gesto semplice di colmare un vuoto con la pienezza amorevole dei sopravvissuti, e non l’ultima passerella di una presunta star che assommava in sé tutte le virtù di questo mondo.

Invece, quaggiù, ci affanniamo ad aggiungere giorni su giorni senza riflettere in nessun modo sulla qualità delle nostre vite. Per riempire il vuoto disperante che assilla le nostre notti abbiamo imparato ad autoglorificarci sui social: il nostro antidolorifico quotidiano, l’antidoto contro la noia che facciamo a noi stessi. L’ansiolitico contro la paura che dopo non ci aspetti nulla, se non un vuoto senza fine né tempo che vanifica tutto ciò che abbiamo fatto, o non fatto, in vita.

Ma oggi, perdonatemi, andrò oltre. Non è solo in Dio che non crediamo più, oppure in qualunque religione, organizzata o meno, che si accompagni a una qualunque idea di deità. Noi se è per quello non crediamo nemmeno nell’esistenza dell’oggi, il tempo in cui ci muoviamo quotidianamente. Ho l’impressione che le persone attraversino il presente senza credere a nulla di ciò che vedono e a una sola parola di ciò che ascoltano. E’ come se inconsciamente fossimo convinti di trovarci dentro un videogioco in cui tutto è lecito perché nulla è reale. Ci muoviamo come manovrati dall’esterno, eterodiretti. Troviamo sistematicamente giustificazioni esterne alle azioni dettate dai nostri istinti più profondi e ancestrali. La nostra visione egocentrica, in senso letterale, del mondo è mediata da un mouse che in realtà nessuna mano muove.

Ma voi non mi credete, sorridete e pensate che in questi giorni abbia preso troppo sole. E invece sapete perché è vero quello che dico? Perché se noialtri credessimo realmente nell’esistenza di un mondo intorno a noi, se ne avessimo esperienza reale, non potremmo mai fare del male alle persone che abbiamo accanto. Nessuno sano di mente potrebbe arrecare il minimo danno al suo prossimo, se avesse coscienza che quel danno, fisico o morale, è reale e produce conseguenze dolorose. Se tutto è finto, virtuale, nulla ha senso: nemmeno i gesti estremi. Ed è curioso che in un periodo storico di estremismi, come quello in cui viviamo, il male che siamo in grado di elaborare testimoni meglio di qualsiasi altra cosa la nostra assoluta infedeltà. Non soltanto agli uomini, ma anche alle deità nel nome delle quali decidiamo di giustificare le nostre opere.


La musica della clip è “The fruit of silence”, del compositore lituano Peteris Vasks. In una registrazione dal vivo del 2014 a Riga, credo. Vi ricordo anche che il vocabolario della lingua italiana, alla parola infedeltà, recita: “violazione, inosservanza di un obbligo di fedeltà; (concr.) atto o comportamento che ne è la dimostrazione concreta”.

La nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare

giugno 12th, 2017

Per andare in spiaggia non faccio mai la strada più corta. Invece di passare per l’androne del residence mi infilo nel passaggio tra i due corpi principali della costruzione in stile moresco, dove ho passato parte delle ultime venti estati della mia vita, e mi godo quello scorcio di mare che vedete nella foto. Il passaggio è all’ombra e ben ventilato: quell’azzurro, laggiù in fondo, spesso solcato da vele bianche, è solo un’anticipazione dolce di ciò che mi aspetta appena avrò sceso la rampa di scale che mi separa dalla spiaggia.


Stamattina ho guardato il mare e, come ogni volta, ho avvertito una fitta di nostalgia. Una nostalgia, come spesso mi accade, senza padre né madre, assolutamente inclassificabile, figlia di nessuno. Poi, però, ho capito.

Mio figlio, scendendo al mare, mi ha chiesto: Mangiamo una caprese, papà, oggi?
Certo che sì. Abbiamo la mozzarella, abbiamo i pomodori, cos’altro ci manca? Niente. E mentre ero lì, che lavavo i pomodori e li condivo, che tagliavo il bianco latte delle mozzarelle e le disponevo in bella mostra sul piatto grande, all’improvviso ho ricordato tutto.

Ho ricordato di quando mio zio mi portava al mare con lui: avrò avuto sedici, diciassette anni. Lui aveva questo appartamentino minuscolo, arredato in modo spartano: del tipo di quello in cui talvolta, se solo potessi, mi ritirerei a fare un anno sabbatico. Avevo con me poca roba, al confronto della mercanzia che si portano dietro i miei figli quando andiamo al mare: un quaderno, una penna, due libri e una decina di musicassette.

Ci alzavamo con calma, la mattina, facevamo una colazione veloce e poi si andava al mare. Era una spiaggia poco frequentata; o forse il periodo era lo stesso di ora che scrivo, inizio giugno, e di gente al mare di questi tempi, a metà anni ottanta, ce n’era davvero di meno.

Prendevamo il sole, facevamo il bagno. In quei giorni leggevo, per la prima volta, Guerra e pace. Parlavamo molto: di studio, delle mie scelte universitarie imminenti, di donne. Lui si era era separato da poco e aveva una vita sentimentale molto avventurosa; io invece stavo da qualche mese con una ragazzina, più giovane di me, e mi avviavo pigramente verso la prima delle nostre innumerevoli rotture.

A pranzo mio zio mi portava in una bettola a due passi dal mare: mura bianche e scalcinate, per tetto una lamiera arroventata dal sole. Davanti all’ingresso, sotto l’ombra ventilata dall’aria di mare, tre o quattro tavolini con le tovaglie di plastica a quadretti, rossi su fondo bianco, di quelle che all’epoca imperversavano nelle trattorie di mezza Italia. Prendevamo quasi sempre una frittura a di pesce o una caprese: ricordo perfettamente il bianco latteo della mozzarella di bufala, il rosso fuoco dei pomodori campani, il verde smeraldo del basilico maturo, il giallo oro del filo d’olio messo come condimento. Ricordo il pane cafone, tagliato a fette grosse e poggiato su un contenitore di vimini. E il vino bianco, gelato, che l’oste ci portava alla fine, quando tutto era pronto.

La vita con me è stata benigna, almeno finora. Ho visto bei posti, incontrato un sacco di persone. Ho mangiato delizie indescrivibili a parole in ristoranti di gran pregio. Ho imparato a distinguere il buon vino dal vino cattivo, e scoperto di reggerlo come pochi al mondo. Però, credetemi, nulla da allora ha più avuto il sapore di quella caprese mangiata in riva al mare, e nessun vino mi ha dato più soddisfazione di quel bianchetto da poco, probabilmente allungato con acqua, gelato al punto giusto, che mio zio condivise con me in quei giorni lontani.

Per le cose della vita, ho imparato a mie spese, è solo una questione di prospettiva. Quello che oggi sembra la nostra dannazione, domani potrebbe tramutarsi in un’ancora di salvezza. E, viceversa, ciò che oggi sembra gioia pura domani potrebbe essere ciò da cui fuggiamo, e che mai più vorremmo riavere indietro. Ma per alcune di quelle cose non è così. Gli unici pensieri che si aggiungono, alla percezione di certi eventi passati, sono due incrollabili certezze: di averli vissuti e di averli persi. Il resto non conta più nulla. Conta solo la speranza che prima o poi si arrivi in un altro posto, da cui si veda il mare, dove fermarsi a mangiare una cosa semplice e a bere vino bianco freddo mentre il vento ci increspa i capelli.

Perché noi facciamo tanti grandi progetti, sicuri che al loro compimento troveremo la nostra felicità, e invece guarda dov’è che si nasconde quella bastarda: nelle piccole cose, le più comuni, e là dove non ti vede nessuno.


La canzone della clip è “TVM” di Tiziano ferro, tratta dall’album “L’amore è una cosa semplice” (2011). No, non mi sono rimbambito. TVM è una canzone a cui sono legato da un affetto antico che travalica la stima musicale per un ragazzo che, tutto sommato, vale comunque dieci Ramazzotti o Antonacci messi uno in fila all’altro. E poi parla di un’estate lontana, piace a mia figlia e dunque va bene così.