Le solite cronache di una notte di guardia

1 Luglio 2009

Il mio webmaster è contento quando faccio le notti di guardia. Dice che la qualità dei post è migliore (e forse ha ragione, perchè quando non si hanno storie da raccontare riemerge la solita, inutile incazzatura di base, e si finisce nell’invettiva sterile di sempre).

Ma ci sono volte in cui no, non ha ragione. Ieri sera, intorno alle ventuno, è arrivato in pronto soccorso un signore anziano, ma non tanto, con il bacino letteralmente in pezzi. Non sto a raccontarvi la dinamica dell’incidente, perchè c’è poco da ridere su questioni del genere; vi basti la mia esortazione a mantenere un minimo di attenzione in quello che fate perchè veramente l’assurdo della vita è sempre dietro l’angolo.

Abbiamo fatto davvero di tutto, e in tanti. Si è cominciato con le sacche di sangue da trasfondere durante la tac, con gli infermieri tesi e indaffarati; l’anestesista che cercava di tenere in qua il signore con tutti i mezzi a sua disposizione (aveva una faccia così stanca, poverina, che mi è venuto voglia di abbracciarla, farla sedere su una sedia e lasciare che mi raccontasse tutto; anche se non la conosco così bene da permettermi simili confidenze); il mio collega radiologo in reperibilità vascolare, che è arrivato dopo dieci minuti (era uscito dall’ospedale da meno di un’ora) per un tentativo disperato di bloccare l’emorragia interna con un’embolizzazione dei vasi che perdevano sangue; gli ortopedici, che alla fine lo hanno portato in sala operatoria per rimettere a posto il bacino e la spalla fracassati.

Ho riletto il mio referto tac: un festival di fratture. Ricordo di aver pensato che, porca miseria, come fai a tirar fuori dalle pesti un paziente con così tante fratture al bacino: troppe esperienze negative sul groppone, anche se in medicina, come sempre, non si sa mai. Nel bene e nel male.

La serata continua, diventa una nottata che si prolunga ininterrotta fino alle tre e mezzo del mattino: e per fortuna che i colleghi del pronto soccorso sono stati fantastici. Con l’internista abbiamo discusso di casi clinici come sempre si dovrebbe fare, in queste circostanze. La chirurga addirittura ha portato il gelato e ha sorriso tanto, con il suo bel sorriso di sempre. Lusso allo stato puro.

Poi, intorno alle quattro, mentre cerco di guadagnare il letto, incoccio l’ortopedico lungo il corridoio. Ha una faccia distrutta dalla stanchezza mentre mi dice: Non c’è stato niente da fare, il signore non ce l’ha fatta.

Ragioniamo qualche minuto sulla faccenda e non ci sembra di aver sbagliato nulla nelle varie procedure: è solo che rompersi così tanto il bacino è una cattivissima idea, poi si rischia grosso davvero. Lui ha detto, amaramente: Speriamo che lo capiscano anche i familiari.

E a quel punto l’ho guardato, appoggiato con la schiena al muro, gli occhi cerchiati di nero, con ancora in tesa la cuffietta da sala operatoria: sembrava rimpicciolito, raggrinzito, come se le due fatiche associate, quella fisica e quella mentale, lo avessero davvero ridotto ai minimi termini. Poi anche lui mi ha guardato, e ha aggiunto: E’ in momenti come questi che mi chiedo chi cazzo me l’ha fatto fare a scegliere questo mestiere.

Avrei voluto aggiungere qualcosa, ma non c’era molto da aggiungere. Sono talmente tante le volte in cui ci diamo dentro per ore intere, e poi perdiamo i pazienti, che ormai non ci penso neanche più a chi me l’ha fatto fare. Sono rientato nella stanza, alla fine, e mi sono buttato sul letto. Avevo un groppo in gola che non andava giù: forse perchè questa volta ci avevo davvero creduto, al lieto fine della storia. Due o tre ore prima il signore era disteso sul lettino della tac, respirava, rispondeva all’anestesista che cercava di tenerlo sveglio: due o tre ore dopo più nulla, solo un corpo freddo senza più nessun abitante dentro.

Non so come spiegarlo: non è questione di aver fatto bene o male le cose, di essere stati tempestivi ed efficaci, professionali o emotivi. E’ che prima sul quel lettino c’era qualcuno, poi solo un gran vuoto. E il vuoto, a volte, fa male.

Eco doble

30 Giugno 2009

La signora, giovane (perchè se sono giovane io è giovane anche lei) e in buona forma, mi racconta di come all’improvviso si sia accorta di avere un nodulino nella parte anteriore del collo. E’ preoccupata: l’otorino le ha detto che forse si tratta di una cisti mediana del collo; io, a occhio e croce, e visto che il nodulo sembra comparso all’improvviso, penserei di più a un problema tiroideo. L’ecografia mi conferma il sospetto: un grosso nodulo dell’istmo tiroideo che forse ha sanguinato di recente, ma niente di cui preoccuparsi.

La signora mi chiede: ma queste cose succedono all’improvviso?

No, rispondo, e provo a spiegarle in che modo generalmente evolvono i noduli tiroidei benigni.

Eppure non sono convinta, dice lei. Ho fatto da pochi mesi l’eco doble dei vasi del collo e non mi è stato segnalato nulla.

E qui, volente o nolente, mi è balenata alla mente l’immagine di un ballo sensuale, dal ritmo di bossa nova, alla luce tenue della diagnostica ecografica: lei con un corpetto aderentissimo tutto paillettes, io con una camicia bianca dallo sparato stratosferico e i pantaloni di pelle talmente stretti da non lasciare spazio alll’immaginazione. Il fotogramma finale sull’ultima presa: quella in cui le avvolgo il filo della sonda ecografica intorno al corpo sudato, mentre la musica sfuma: appunto, l’eco doble.

A quel punto ho sorriso, ma proprio non ho avuto il coraggio di confessarle il perchè.

Jacko

26 Giugno 2009

Ieri sera ero invitato a una cena di lavoro: a causa dei miei cronici ritardi legati al baby sitting (alle venti e trenta di regola li voglio a letto tutti e due, i pupi, allineati e coperti) sono arrivato che tutti erano già seduti. Ho recuperato un posto di fortuna accanto all’agente di una casa di prodotti medicali: ed è stata una fortuna inattesa, perchè la ragazza era di una simpatia travolgente e la cena è trascorsa molto meglio di come in genere trascorrono eventi analoghi.

Fra le altre cose si era parlato di Michael Jackson (di cui era già avvenuta la dipartita, ma noi non lo sapevamo): lei è una vecchia fan sfegatata dell’artista e, nonostante la recente gravidanza, aveva manifestato la ferma intenzione di assistere al suo ultimo concerto, quello di Londra. Che adesso, per ovvi motivi, non si terrà più.

Oggi, ascoltata la notizia, mi sono ricordato della conversazione di ieri sera: le battute scontate su come era cambiato negli anni il suo aspetto fisico, le dolcissime memorie adolescenziali evocate dalle sue canzoni, i giudizi discordanti sulla sua grandezza di musicista. E ho capito che la morte di Michael Jackson non è solo un evento mediatico la cui fascinazione si trascinerà per decenni e decenni, ammantando (come per altri analoghi) l’intero evento di mistero; ma ha a che fare proprio con la medicina e con l’uomo, e dunque con le radici profonde di questo blog.

Devo dire che l’ispirazione me l’ha data l’intervista su un tiggì non istituzionale di un critico musicale (uno di quelli che mi lasciano sempre perplessi per l’evidente cura con cui costruiscono la propria immagine di sofisticata trasandatezza: i capelli spettinati ad arte; gli occhialoni retrò; la polo vintage; il tono di voce trasudante giudizi definitivi su un argomento, come la musica, in cui non esistono certezze eterne ma gusti personali, e i Ricchi e Poveri purtroppo valgono quanto John Coltrane). Ma il critico questa volta l’ha detta giusta: Michael Jackson, dopo essere passato per decenni sotto i ferri dei medici, era riuscito a trasformarsi quasi in un’entità incorporea, aliena, oltre-umana. Ecco perchè la sua morte non è accompagnata da madrigali di disperazione; ma un pò ovunque, pare, la gente per le strade festeggia a modo suo il lutto.

Festeggiamento, ecco la parola chiave. Per Elvis Presley i fan si erano perduti in un delirio di disperazione; per lui no. Come se chi lo amava, come uomo e come artista, stia vivendo la sua morte con sollievo e forse anche con una punta di gioia: perchè finalmente Jecko è riuscito ad abbandonarlo definitivamente, quell’involucro corporeo che a quanto pare gli risultava estraneo e doloroso e frustrante, e se esiste qualcosa nell’aldilà e lì che tutti si aspettano che sia tornato, magari a finire un lavoro non ancora completato. Lo stesso atteggiamento di quando muore un parente stretto in coma da vent’anni: più che gioia, forse, il sollievo che il suo corpo abbia smesso di subire umiliazioni dalla natura.

Poi, potremmo discutere per ore sul significato di una chirurgia plastica portata all’estremo; su cosa possa spingere un uomo a rifiutare tutto di sè e a desiderare così pervicacemente di trasformarsi in un’altra persona, completamente differente da quella di origine. Mi direte: è questo il futuro. Può essere: rimane il fatto che da qui all’uscita di scena non voglio perdermi neanche una ruga delle persone che amo. Voglio riconoscerle una per una, quelle rughe, e una per una amarle.

Perchè sono il segno tangibile del tempo condiviso: ossia dell’unica ricchezza che, alla fine di tutto, ci sarà rimasta in tasca.

Il jolly

23 Giugno 2009

Nel mio reparto abbiamo sperimentato un sistema di paracadute per eventuali assenze improvvise nei fine settimana di guardia attiva ospedaliera: chi fa’ la notte del giovedì rimane a disposizione per le defezioni dell’ultima ora dei tre titolari di guardia di venerdì, sabato e domenica. Il cosiddetto jolly, appunto.

Detta così sembra un provvedimento banale: eppure, ragionandoci su qualche giorno fa con un giovane collega appena trasferito da un reparto abbastanza turbolento, il fatto di averlo applicato da un anno circa senza quasi mai avere problemi è il segno indiscutibile di che aria si respira in reparto. Un aria di fiducia e di rispetto reciproci, perchè quale occasione migliore di fregare il prossimo che darsi malati durante il weekend di guardia, sapendo che tanto qualcun altro ti coprirà comunque?

Certo, ripensando a com’era tesa l’aria in reparto nel lontano 2002, quando mi trasferii da un piccolo e pacifico ospedale di frontiera, viene da sorridere e da tergersi i sudori freddi. Con la speranza di aver partecipato al processo come parte in causa, e di non essere rimasto ai margini della battaglia.

Perle (e per il resto fate voi)

22 Giugno 2009

La foto che introduce il post raffigura un referto che ho firmato stanotte.

Dopo qualche minuto dalla firma mi arriva in studio un collega chirurgo che, tra il serio e il faceto, dice che i miei referti sono molto aulici e ben costruiti, ma che non ha capito molto delle conclusioni.

Il che, a quanto pare, è un suo problema: si da’ il caso che, come evidenziato dalla foto iniziale (e come ho fatto notare anche a lui, altrettanto tra il serio e il faceto), a fine referto avessi tratto conclusioni precise a uso di chi, in piena notte, proprio non si ricorda cosa siano le valvole conniventi del tenue o si affatica a leggere il referto fino all’ultima riga.

PS Diagnosi chirurgica definitiva: ernia inguinale strozzata di anse del tenue mesenteriale distale. Ci avevo pure preso, insomma. Che disdetta.

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