Il frutto del silenzio

giugno 13th, 2017

Il mare induce sempre pensieri. O forse è la solitudine, il silenzio delle spiagge semivuote nei martedì di giugno. Aiutata da certi libri, di cui riparleremo, scritti per farti ricordare di essere al mondo.

Io faccio il medico, lo sapete. Un mestiere difficile, complesso. Talmente veloce, nella sua evoluzione, che ultimamente si fa fatica a stargli dietro. Forse, e dico forse, il mestiere più inutile del mondo. Perché il medico nuota contro corrente. Trasporta enormi massi su per salite inenarrabili, per poi ricominciare quando la pietra rotola di nuovo a valle. Il medico vuota il fondo della barca che affonda con un cucchiaio da cucina.

Pensateci un attimo: noi medici combattiamo contro l’evento più inevitabile delle nostre esistenze, l’unico di possiamo essere veramente sicuri. Noi medici cerchiamo di allontanare la morte a ogni costo, e durante questo combattimento senza quartiere ci dimentichiamo che senza morte non può esistere vita, che tutto è regolato dal principio della parabola: il sole sorge, raggiunge il mezzogiorno, poi cala fino a tramontare. Se il sole non tramontasse, il giorno dopo non avremmo una nuova alba. E tutto finirebbe nel nulla.

E allora perché ci stiamo accanendo nella disperata ricerca di una vita più lunga, senza considerare che gli anni aggiunti a quelli che la natura ci avrebbe garantito da sola, senza interventi esterni, non sono anni di qualità ma spesso solo di quantità? Chi vorrebbe davvero vivere dieci anni in più senza poter riconoscere figli e nipoti, leggere un libro, senza ricordarsi degli eventi passati della propria vita, con una badante straniera che ti cambia i pannoloni sporchi di escrementi senza alcuna traccia di amore?

C’è una sola risposta, a questa domanda: cioè che noi non crediamo a niente. Non-crediamo-a-niente-di-niente. Se le nostre professioni di fede, qualunque esse siano, fossero sostenute da un qualsiasi genere di fede reale, sincera, noi sapremmo (come lo sapevano i nostri nonni, e i nonni dei nostri nonni) che la vita è una parabola di cui va accettata con gioia la fase calante. La morte sarebbe nient’altro che una porta spalancata verso il ritorno a casa, il gesto di generosità di chi ha vissuto il suo e sa benissimo che senza la sua dipartita non ci sarebbe posto per chi deve ancora arrivare. Il funerale ritornerebbe a essere ciò che è sempre stato: il gesto semplice di colmare un vuoto con la pienezza amorevole dei sopravvissuti, e non l’ultima passerella di una presunta star che assommava in sé tutte le virtù di questo mondo.

Invece, quaggiù, ci affanniamo ad aggiungere giorni su giorni senza riflettere in nessun modo sulla qualità delle nostre vite. Per riempire il vuoto disperante che assilla le nostre notti abbiamo imparato ad autoglorificarci sui social: il nostro antidolorifico quotidiano, l’antidoto contro la noia che facciamo a noi stessi. L’ansiolitico contro la paura che dopo non ci aspetti nulla, se non un vuoto senza fine né tempo che vanifica tutto ciò che abbiamo fatto, o non fatto, in vita.

Ma oggi, perdonatemi, andrò oltre. Non è solo in Dio che non crediamo più, oppure in qualunque religione, organizzata o meno, che si accompagni a una qualunque idea di deità. Noi se è per quello non crediamo nemmeno nell’esistenza dell’oggi, il tempo in cui ci muoviamo quotidianamente. Ho l’impressione che le persone attraversino il presente senza credere a nulla di ciò che vedono e a una sola parola di ciò che ascoltano. E’ come se inconsciamente fossimo convinti di trovarci dentro un videogioco in cui tutto è lecito perché nulla è reale. Ci muoviamo come manovrati dall’esterno, eterodiretti. Troviamo sistematicamente giustificazioni esterne alle azioni dettate dai nostri istinti più profondi e ancestrali. La nostra visione egocentrica, in senso letterale, del mondo è mediata da un mouse che in realtà nessuna mano muove.

Ma voi non mi credete, sorridete e pensate che in questi giorni abbia preso troppo sole. E invece sapete perché è vero quello che dico? Perché se noialtri credessimo realmente nell’esistenza di un mondo intorno a noi, se ne avessimo esperienza reale, non potremmo mai fare del male alle persone che abbiamo accanto. Nessuno sano di mente potrebbe arrecare il minimo danno al suo prossimo, se avesse coscienza che quel danno, fisico o morale, è reale e produce conseguenze dolorose. Se tutto è finto, virtuale, nulla ha senso: nemmeno i gesti estremi. Ed è curioso che in un periodo storico di estremismi, come quello in cui viviamo, il male che siamo in grado di elaborare testimoni meglio di qualsiasi altra cosa la nostra assoluta infedeltà. Non soltanto agli uomini, ma anche alle deità nel nome delle quali decidiamo di giustificare le nostre opere.


La musica della clip è “The fruit of silence”, del compositore lituano Peteris Vasks. In una registrazione dal vivo del 2014 a Riga, credo. Vi ricordo anche che il vocabolario della lingua italiana, alla parola infedeltà, recita: “violazione, inosservanza di un obbligo di fedeltà; (concr.) atto o comportamento che ne è la dimostrazione concreta”.

La nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare

giugno 12th, 2017

Per andare in spiaggia non faccio mai la strada più corta. Invece di passare per l’androne del residence mi infilo nel passaggio tra i due corpi principali della costruzione in stile moresco, dove ho passato parte delle ultime venti estati della mia vita, e mi godo quello scorcio di mare che vedete nella foto. Il passaggio è all’ombra e ben ventilato: quell’azzurro, laggiù in fondo, spesso solcato da vele bianche, è solo un’anticipazione dolce di ciò che mi aspetta appena avrò sceso la rampa di scale che mi separa dalla spiaggia.


Stamattina ho guardato il mare e, come ogni volta, ho avvertito una fitta di nostalgia. Una nostalgia, come spesso mi accade, senza padre né madre, assolutamente inclassificabile, figlia di nessuno. Poi, però, ho capito.

Mio figlio, scendendo al mare, mi ha chiesto: Mangiamo una caprese, papà, oggi?
Certo che sì. Abbiamo la mozzarella, abbiamo i pomodori, cos’altro ci manca? Niente. E mentre ero lì, che lavavo i pomodori e li condivo, che tagliavo il bianco latte delle mozzarelle e le disponevo in bella mostra sul piatto grande, all’improvviso ho ricordato tutto.

Ho ricordato di quando mio zio mi portava al mare con lui: avrò avuto sedici, diciassette anni. Lui aveva questo appartamentino minuscolo, arredato in modo spartano: del tipo di quello in cui talvolta, se solo potessi, mi ritirerei a fare un anno sabbatico. Avevo con me poca roba, al confronto della mercanzia che si portano dietro i miei figli quando andiamo al mare: un quaderno, una penna, due libri e una decina di musicassette.

Ci alzavamo con calma, la mattina, facevamo una colazione veloce e poi si andava al mare. Era una spiaggia poco frequentata; o forse il periodo era lo stesso di ora che scrivo, inizio giugno, e di gente al mare di questi tempi, a metà anni ottanta, ce n’era davvero di meno.

Prendevamo il sole, facevamo il bagno. In quei giorni leggevo, per la prima volta, Guerra e pace. Parlavamo molto: di studio, delle mie scelte universitarie imminenti, di donne. Lui si era era separato da poco e aveva una vita sentimentale molto avventurosa; io invece stavo da qualche mese con una ragazzina, più giovane di me, e mi avviavo pigramente verso la prima delle nostre innumerevoli rotture.

A pranzo mio zio mi portava in una bettola a due passi dal mare: mura bianche e scalcinate, per tetto una lamiera arroventata dal sole. Davanti all’ingresso, sotto l’ombra ventilata dall’aria di mare, tre o quattro tavolini con le tovaglie di plastica a quadretti, rossi su fondo bianco, di quelle che all’epoca imperversavano nelle trattorie di mezza Italia. Prendevamo quasi sempre una frittura a di pesce o una caprese: ricordo perfettamente il bianco latteo della mozzarella di bufala, il rosso fuoco dei pomodori campani, il verde smeraldo del basilico maturo, il giallo oro del filo d’olio messo come condimento. Ricordo il pane cafone, tagliato a fette grosse e poggiato su un contenitore di vimini. E il vino bianco, gelato, che l’oste ci portava alla fine, quando tutto era pronto.

La vita con me è stata benigna, almeno finora. Ho visto bei posti, incontrato un sacco di persone. Ho mangiato delizie indescrivibili a parole in ristoranti di gran pregio. Ho imparato a distinguere il buon vino dal vino cattivo, e scoperto di reggerlo come pochi al mondo. Però, credetemi, nulla da allora ha più avuto il sapore di quella caprese mangiata in riva al mare, e nessun vino mi ha dato più soddisfazione di quel bianchetto da poco, probabilmente allungato con acqua, gelato al punto giusto, che mio zio condivise con me in quei giorni lontani.

Per le cose della vita, ho imparato a mie spese, è solo una questione di prospettiva. Quello che oggi sembra la nostra dannazione, domani potrebbe tramutarsi in un’ancora di salvezza. E, viceversa, ciò che oggi sembra gioia pura domani potrebbe essere ciò da cui fuggiamo, e che mai più vorremmo riavere indietro. Ma per alcune di quelle cose non è così. Gli unici pensieri che si aggiungono, alla percezione di certi eventi passati, sono due incrollabili certezze: di averli vissuti e di averli persi. Il resto non conta più nulla. Conta solo la speranza che prima o poi si arrivi in un altro posto, da cui si veda il mare, dove fermarsi a mangiare una cosa semplice e a bere vino bianco freddo mentre il vento ci increspa i capelli.

Perché noi facciamo tanti grandi progetti, sicuri che al loro compimento troveremo la nostra felicità, e invece guarda dov’è che si nasconde quella bastarda: nelle piccole cose, le più comuni, e là dove non ti vede nessuno.


La canzone della clip è “TVM” di Tiziano ferro, tratta dall’album “L’amore è una cosa semplice” (2011). No, non mi sono rimbambito. TVM è una canzone a cui sono legato da un affetto antico che travalica la stima musicale per un ragazzo che, tutto sommato, vale comunque dieci Ramazzotti o Antonacci messi uno in fila all’altro. E poi parla di un’estate lontana, piace a mia figlia e dunque va bene così.

Pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano

giugno 4th, 2017

Il mio mestiere, come tutti d’altronde, si fonda sul rispetto di gerarchie. Che non sono gerarchie di censo o di benessere economico, ma gerarchie di responsabilità. Ognuno nel proprio ambito, ognuno forte degli studi e dell’esperienza lavorativa che ha fatto.

Una delle cose buone che ho imparato, negli ultimi vent’anni, è che si può essere fieramente avversi ma leali anche quando lo scontro si fa violento. Perché, in teoria, a monte dello scontro c’è una struttura, un sistema, un gruppo di persone da difendere: tutti più importanti del singolo scontro, e pertanto delle motivazioni che lo sottendono. Eppure, oddio, non è sempre così: il mio passato è pieno zeppo di individui che il sistema lo hanno scarnificato, pur di perseguire i propri scopi; ma ogni tanto qualcosa di buono succede, e la vita concede qualche sorpresa.

Il mio primario numero uno, quello di quando ho cominciato a lavorare, un giorno mi disse chiaramente che preferiva non ci dessimo del tu. Non era per sottolineare le differenti gerarchie e neanche per una questione di sfiducia o disistima: semplicemente, l’esperienza gli aveva insegnato che nei momenti di difficoltà un capo deve poter esercitare l’autorità che gli compete, e che la  troppa familiarità con i propri collaboratori può rendere ostico questo esercizio. All’epoca non me ne feci un problema, e francamente continuai a non farmeli per i dieci anni successivi, quando  continuai a sentirlo spesso e a volergli bene come a un padre putativo: alla base di comprensione e accettazione ci deve essere il rispetto. In quel  caso c’era, e c’è ancora: la differenza non poteva stare, e infatti non stava, nel darsi del tu o del lei.

In queste faccende si può peccare per eccesso e per difetto. Se pecchi in eccesso nel novanta per cento sei un pallone gonfiato: ne conosco tanti, e tanti hanno anche raggiunto il vertice della piramide, in un modo o nell’altro. Erano odiati dai colleghi di reparto e degli altri reparti, dagli infermieri e dagli ausiliari: e saranno odiati ugualmente anche come primari (in genere alle cene gli si ride dietro, ma è meglio che loro non lo sappiano: potrebbero somatizzare). Se invece pecchi per difetto il rischio è più infido, rischi di essere uno sprovveduto e allora aveva ragione il mio vecchio primario a darmi del lei, pur volendomi bene e avendo stima per me. Perché il giorno in cui io mi fossi macchiato di una qualche colpa non sarebbe stato l’uomo a cazziarmi, ma il capo: e sarebbe stato giusto così. L’uomo mi sarebbe rimasto comunque affezionato, e tanti anni dopo mi avrebbe invitato spesso a pranzo per vedere i bambini; ma il capo no, il capo forse mi avrebbe lodato in pubblico, ma sicuramente mi avrebbe cazziato in privato. Come in realtà accadde.

E’ vero che nel mio mestiere dividi momenti di grande tensione e responsabilità. E’ vero che si passa molto, a volte troppo tempo insieme: ma alla fine dei conti è un mestiere come un altro; e una cosa è il lavoro, altro i rapporti tra chi lavora insieme. E allora ci vuole troppa intelligenza da una parte e troppa comprensione dall’altra: talora mancano sia l’una sia l’altra e allora mi pento di aver peccato, di non aver dato ascolto al mio vecchio primario, e persino dell’istinto che ho di mettere sempre le persone davanti al proprio ruolo. Uno può essere davanti al proprio ruolo a casa propria: al lavoro è sempre dietro, e dietro deve restare.


Scrissi questo post nel 2009, non ricordo in che circostanza. Poi il blog ebbe un crac irreversibile, come qualcuno forse rammenta, molti post andarono persi e io non ebbi mai voglia di reinserirli tutti. L’ho ritrovato per caso stamattina, otto anni dopo averlo scritto, in un angolo di un vecchio hard disk esterno. Ho pensato che gli anni passano, gli scenari si modificano ma alcune riflessioni non perdono il loro valore, sempre ammesso che lo abbiano mai avuto.
La canzone della clip è “Sempre e per sempre”, di Francesco De Gregori, tratta dall’album “Amore nel pomeriggio” (2001).

Credevo ancora nei miei sogni, vent’anni fa

maggio 18th, 2017

E’ strano rimettere piede nel blog dopo un post, l’ultimo, che su facebook è diventato virale: la bellezza di 6500 like e 3600 condivisioni. E’ strano realizzare che facebook si è accorto di me, dopo anni di silenzio, imponendomi di sostituire il nome di battaglia con quello vero e accompagnando il tutto con intimidazioni circa la chiusura dell’account se non mi fossi allineato alle regole della casa. Ed è ancora più strano, nel mentre, aver interagito con un migliaio di persone che mi hanno inviato complimenti e manifestazioni di affetto che, tutto sommato, non credo di aver meritato.

E’ che la gente in media è triste e vuol sentire parlare d’amore, ha commentato mia moglie un secondo dopo aver letto il post, con la saggezza antica che è consuetudine delle donne di ogni tempo e luogo. E io ne ho avuto conferma appena il giorno dopo, durante il solito turno ecografico pomeridiano.

Sono in studio e sento bussare. E’ una delle mie colleghe, che entra e dice: C’è una signora fuori molto arrabbiata, quella che pensavi non fosse venuta per tempo all’appuntamento, lei è arrivata in orario ma le hanno detto di aspettare nel posto sbagliato.

Niente paura. Mi alzo, percorro il corridoio e la vedo: Valeria, la chiamerò così anche se non è il suo vero nome, è agitata, va su e giù davanti alla porta della sezione ecografica con i pugni chiusi. Poi si gira, mi vede, io le sorrido e lei di colpo si tranquillizza. Entra con me in ecografia, mentre le spiego qual è stato il malinteso, e dice: Per fortuna è arrivato lei, non so cosa sarebbe successo se fosse venuto un medico arrogante. Ripeterà più volte questa frase, durante tutto l’esame, come se trovare un medico gentile fosse l’equivalente di beccare un quadrifoglio in un prato sterminato. O come per rimarcare un suo atteggiamento ben preciso nei confronti della vita.

L’esame è lungo perché Valeria ha voglia di parlare, e io la ascolto volentieri. La vita, appunto, non deve esserle stata molto favorevole: storie d’amore finite male, un buon lavoro perso, un’altro in fabbrica con turni che le spezzano la schiena e il ritrovarsi a cinquant’anni sola e senza un futuro felice davanti. Ha il fegato grasso, Valeria, e io glielo dico con la maggiore delicatezza possibile. Bisogna che impari a mangiare un po’ meglio, le dico, se vuole che il fegato torni a posto.

Ma Valeria lo sa bene, qual è il suo problema. Io non le racconto le balle, dottore, dice. Io la sera a casa sono da sola e mi attacco alla bottiglia per cercare di sopravvivere. Dice queste precise parole con una lucidità così pazzesca, questa donna ancora bella, volitiva, a tratti spiritosa e autoironica, che viene da chiedersi come mai sia tutta sola a questo mondo, e come mai non abbia un uomo accanto disposto a dividere con lei la fatica di esistere.

Poi l’esame finisce, io le consegno la risposta e in quel momento mi viene in mente la scena chiave di un bellissimo film del 2005, con protagonisti del calibro di Nicholas Cage e Michael Caine: The Wheater Man. Un film, appena un gradino sotto la perfezione formale, che parla di un uomo insoddisfatto alle prese con un matrimonio finito male, un padre prossimo a morire, due figli con problemi abbastanza seri e un lavoro insoddisfacente. In quella scena padre e figlio sono in auto. Il padre percepisce la sofferenza di suo figlio e gli dice, semplicemente: In questa vita di merda, dobbiamo fiondare via qualcosa. Dobbiamo fiondarla via, in questa vita di merda.

E allora ho pensato che anche Valeria, come tutti, dovrebbe fiondare via qualcosa. Dovrebbe farlo perché nessuno di noi può restare attaccato ai fantasmi del suo passato. Perché ognuno di noi ha diritto a una seconda occasione: ma se non fiondi via quello che ti porti sulle spalle, come un grosso sacco pieno di immondizia, quella maledetta seconda occasione non potrai ottenerla. E perché ognuno di noi, a suo modo, ha il sacrosanto diritto di sentirsi felice e lo stesso sacrosanto diritto di non sentirsi solo.

Ecco, io avrei voluto dire questo a Valeria: di fiondare via qualcosa. Ma ci sono volte in cui penso che un medico deve fermarsi un attimo prima di varcare la soglia dell’invadenza, e così le ho solo sorriso ancora e stretto la mano. Ma forse Valeria ha colto qualcosa di non espresso, nel mio sguardo, e prima di andar via si è girata e mi ha detto, ancora una volta: Meno male che oggi ho trovato lei, dottore. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se avessi trovato un medico arrogante.


La canzone della clip è “Like a rock”, di Bob Seger (1986). Fa parte della colonna sonora di “The Weather Man” e parla di rimpianti, dell’entusiasmo e del senso di onnipotenza che si prova a vent’anni, e che poi chissà dove va a finire: ho pensato che fosse doppiamente adatto alla persona a cui la voglio dedicare, cioè la signora Valeria. E ho pensato anche che tutto sommato io sono un ragazzo fortunato: a vent’anni ero pieno di rimpianti e mi sentivo sperso, mentre a quasi cinquanta mi sento proprio come canta Bob Seger. Forte quanto potevo essere, fermo nel vento e diritto come una freccia. Insomma, mi sento come una roccia.

Risplenda il sol, o scenda l’ora che reca in ciel l’oscurità

maggio 13th, 2017

Io non amo le armi, e dunque capite che non posso amare i soldati: sono tra quei poveri disgraziati convinti che al mondo si faccia poco all’amore, e che questa sia una delle cause di cattivi caratteri, liti condominiali, guerre civili e tra nazioni.
 
Poi però vado lo stesso in giro per Treviso, c’è l’adunata annuale degli Alpini, e mi godo i colori, gli odori, i suoni della festa. Cori mozzafiato, gente che ha tirato su tende per dormire anche nei prati delle case di padroni benevoli, ex soldati dal cappello con la penna che grigliano carne bevendo birra e offrono aranciata ai bambini.
 
Faccio le mie foto, in fondo sempre un radiologo sono, e alla fine mi avvio verso casa. In zona università vedo due vecchi, due molto vecchi: lui è seduto su una sedia, con gli occhiali scuri, si muove a fatica mentre lei gli sistema il bavero della giacca perché, si sa, i vecchi hanno sempre freddo.
 
A un certo punto una banda militare, tutti con i capelli da alpino in testa e le magliette blu elettrico, si fa incontro alla coppia. I musicisti li circondano in silenzio, li mettono al centro del cerchio e intonano l’inno ufficiale degli Alpini. Semplicemente, stanno tributando a un quasi centenario l’onore più grande: essere sopravvissuto quasi un secolo, e per giunta con quel cappello piumato in testa.
 
Il vecchio sente la musica, gli occhiali neri mi fanno temere che sia cieco, e con grande fatica si mette in piedi. Sta rigido, sta sull’attenti, sta con il mento in alto mentre canta silenziosamente il suo inno da Alpino. La moglie gli sta accanto e un po’ lo tiene, un po’ lo accarezza, un po’ muore di orgoglio per quel suo marito indistruttibile, quel supereroe mutante che ha resistito alle guerre, alle carestie, al boom economico, a Fred Bongusto e alla rotonda sul mare, al terrorismo, alla caduta del muro di Berlino, a Berlusconi e a Prodi, ai morti in mare tra Libia e Sicilia, alla stragi mafiose, alle stragi di stato, a Ustica, a tutto. E il suo abbraccio sembra un ballo, un ballo elegante intorno al suo uomo, quello che i musicisti stanno onorando come un eroe della resistenza, come mai nessun politico potrà essere onorato, un ballo semplice e degno di una prima alla Scala di Milano. Chiude gli occhi, la moglie, e chissà a cosa pensa quando la musica finisce e scatta un applauso interminabile che accompagna di nuovo suo marito sulla sedia, fermo sotto un sole timido da fine febbraio, coperto come un bambino, con ancora il mento orgoglioso puntato in alto.
 
Io avevo su gli occhiali da sole e per me è stata una fortuna. Ma forse sarebbe stato meglio se mio figlio mi avesse visto piangere: perché avrei potuto spiegargli che, ecco, questo per me è l’amore vero, l’unico per cui valga le pena di tornare a casa dopo una guerra mondiale, l’unico che giustifichi la fatica terribile di un’intera esistenza. E avrei potuto anche dirgli che il vero amore fa piangere sempre: di gioia, o di dolore.
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Inutile dirlo, la canzone della clip è l’inno ufficiale degli Alpini, quello che la banda militare ha suonato stamattina al vecchio Soldato.