Il peggior paziente

9 marzo 2010

Ogni medico, indubitabilmente, è il peggior paziente di sè stesso.

Nessun medico si controlla la salute, se proprio non è costretto da un fucile puntato alla nuca. Perchè? Ma perchè ne vede tante, troppe, e le vede ogni giorno. Meglio vivere nella beata ignoranza: tanto, se il male è brutto, non c’è quasi mai molto da fare. Con l’aggravante che, da medico, non puoi nemmeno coltivare la residua speranza che invece è garantita all’uomo della strada. Sei un medico, è il tuo mestiere, sai già come andranno le cose.

Ecco perchè quando succede forse è persino peggio di quando succede all’uomo della strada. Perchè non esiste nulla di peggio per un medico, e ancor più per un radiologo, che ritrovarsi dalla parte sbagliata del vetro. Dover attendere una risposta quando in genere sei tu che fai aspettare gli altri, che tieni tra le dita il bandolo della matassa come se invece di essere un umile messaggero fossi il padreterno in persona.

Forse è da questo che deriva la mia ansia di far star bene le persone che fanno esami con me; di comunicargli in tempo reale, con compassione e senza linguaggi ipertecnici, cosa va e cosa non va nel loro corpo. E’ che sono stato dalla parte sbagliata del vetro, e non mi è  mai piaciuto. Che potrei ritrovarmici, e oggi mi piacerebbe ancor meno di ieri. Che mi ci ritroverò, prima o poi, e allora tutti i nodi verranno al pettine.

Circle

6 marzo 2010

C’è un bambino di nove anni ai piedi del muro. E’ un muro di cinta che separa la strada sbrecciata dal grande prato, e il bambino sta cercando di arrampicarsi sulla sommità. Non è un muro alto ma il bambino fa’ fatica lo stesso: diciamo che per la sua età anche lui non è granché cresciuto.

Il bambino gioca quasi sempre da solo.

Odia parlare: teme di dire cose stupide; teme di dirle male. Gli amici lo prendono in giro e qualche volta lo maltrattano, allora lui corre fino al muro e si siede alla sua ombra.

Aspetta, perché non sa fare altro.

A volte, quando la fatica dell’attesa diventa troppo pesante da sopportare, legge un libro: il vento fresco gli increspa le pagine e lui sorride. E’ come se due voci raccontassero la stessa storia, una dentro la sua testa ed una là fuori, sotto il cielo azzurro e le nuvole bianche e le rondini che planano al suolo con precisione diagonale. Quando ritorna a casa non è felice, ma qualcosa dentro di lui si è sopito. Qualcosa dentro di lui aspetta, perché non sa fare altro.

Ma ecco che un giorno finalmente il bambino cammina sul muro, le braccia aperte a sentire il vento: a quell’altezza il vento gli parla in un’altra lingua e non racconta più storie. Il vento si confida.

Dall’altra parte il prato è veramente immenso e verde come lo descrivono i suoi amici, ma questa considerazione non lo priva della gioia di essere riuscito a guardare oltre il muro. Il bambino ha scoperto che il muro non è un ostacolo ma un trampolino. Quando si tuffa nell’erba, le ginocchia dei suoi jeans si colorano di verde.

A casa, la sera stessa, il bambino prende in mano i suoi colori. Ha una buona mano e il foglio di carta bianco è una specie di muro: ma lui ha capito come si fa’ a saltare oltre. Nel silenzio della sera, sul foglio bianco, prende forma la figura sbozzata di un ragazzo.

Il ragazzo se ne sta seduto sotto un muro di pietre, con la testa fra le mani, e

* * *

piango piango piango e mi dispero, vorrei capire cosa è accaduto e quando e come e perché, qual è il momento esatto in cui una storia d’amore si spacca in due come una mela marcia che da fuori sembrava rossa e gialla e buona da mangiare, qualcuno me lo dica perché se no impazzisco, troppo dolore da sopportare e incredulità e rimpianto per chi ci ha provato la prima volta a quindici anni, e cristo dove sei mentre qui si scatena un putiferio di foglie morte e di ricordi andati a male, tu che mi guardi nel pullman con i vetri rigati di pioggia, io che piscio nel cesso dell’autogrill pensando che cazzo, stavolta ce la faccio, i nostri compagni di scuola che ci guardano con due occhi così per la meraviglia, tu che mi dici di aver paura di te stessa, io che l’unica paura che conosco è quella di non fare stramaledettamente in tempo a vivere, tu che hai le mani bollenti, io che ce le ho gelate, tu che ti ritrai, io che vengo più vicino finché le nostre bocche si toccano e adesso sì che capisco tutto, adesso sì che capisco che non c’è niente da capire, se soltanto avessi la possibilità di dirlo al mondo, ma poi perché dovrei, il mondo andrà avanti anche da solo mentre io adesso sto con te, sotto il giaccone invernale a fingermi sicuro di me stesso, io che a momenti non saprei neanche attraversare una strada da solo.

Ma poi alla fine cosa rimane, rimane che tu mi telefoni e mi dici che hai conosciuto un tipo, come se un tipo qualunque potesse mettersi fra te e me e capirci qualcosa, come se per davvero un tizio di passaggio potesse decidere che una storia d’amore deve finire senza nemmeno una spiegazione dignitosa, insomma, che farò adesso che il sole e la pioggia mi tramontano alle spalle, tornare a casa e tornare a scuola a imparare qualcosa che dovrebbe farmi crescere, ma io mi sento già grande, io mi sento già vecchio a dire il vero, a volte mi guardo alle spalle e ho la sensazione di aver visto tutto, per cui ecco cosa mi resta da fare, stasera mi chiuderò in camera da letto e scriverò, questo è tutto quello che so fare, scriverò per ore e ore e ore del tempo che passa, scriverò di un uomo che le cose del mondo le ha già viste tutte o quasi ma per davvero, di un uomo che è libero e sicuro di sé e che non ha più bisogno di ricordare per sentirsi vivo, di un uomo che

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esce dalla porta scorrevole del pronto soccorso e si ritrova sotto un cielo stellato che lo lascia senza parole, col vapore che gli si condensa fuori dalla bocca e le mani gelate in fondo alle tasche del cappotto. Per un istante rimane immobile, con gli occhi chiusi, a respirare l’aria fredda e a sentirsi beccheggiare nella notte come un marinaio alla prima uscita in barca; poi riapre gli occhi e la cresta delle montagne brilla di neve sotto la luce bianca della luna, con un senso di solitudine che solo chi viene fuori da un ospedale alle tre del mattino può comprendere fino in fondo.

Si passa una mano sugli occhi e spera di aver fatto tutto il possibile, che il ragazzino ubriaco finito col motorino contro un palo della luce ce la faccia, che tutto quel sangue che gli ha nella testa non se lo mangi vivo nel giro di poche ore, che non gli sia sfuggito qualche osso rotto oltre a tutti quelli che gli ha già trovato, che, che, che.

Gli viene in mente la faccia della madre quando è venuto fuori dalla Tac, le mani contratte e gli occhi pieni di lacrime; la sua voce controllata a fatica mentre le dice, E’ troppo presto per conoscere l’entità del danno, domattina faremo un altro controllo; e la madre che gli stringe le mani ed urla, Mi dica la verità, dottore, mio figlio sta morendo, vero, mio figlio sta morendo.

E invece lui non lo sa se il figlio sta morendo, mille notti come questa gli hanno insegnato che non esistono regole e che, se anche le regole esistono, nessuno le mette mai in pratica. Avrebbe voluto dire alla madre di avere coraggio perché le persone sono dure a morire, spesso non basta sfracellarsi contro un palo della luce per metterci la parola fine; ma poi non ne ha avuto il coraggio, sembrava una frase scontata e crudele al tempo stesso e lui non sa se riuscirà mai a trovare le parole giuste. Certe cose succedono e basta, specie quando è notte fonda e ci sono un  ragazzino ubriaco e sette gradi sotto lo zero.

Si avvicina alla macchina, la apre e monta su: nell’abitacolo fa’ ancora più freddo che fuori, il volante è gelato e gli fa male la testa. Sa che, una volta tornato a casa, non ci sarà verso di riprendere sonno, che si rigirerà mille volte fra le lenzuola cercando di calmarsi; il calore di sua moglie, che gli dorme accanto, non sarà sufficiente a restituirgli la nottata che ha appena perso. Mette in moto l’automobile: il motore ruggisce pigramente e la sottile lastra di ghiaccio, sul cristallo anteriore, si scioglie in grosse gocce.

Mentre imbocca il viale in direzione dell’uscita lo accompagna uno strano turbamento, velato al tempo stesso di pace e di rassegnazione. Guidando, guarda le finestre accese delle case e si sente come una specie di piccolo soldato di trincea, lasciato solo con il suo fucile a difendere una postazione senza importanza, figlio e padre di tutti, unico superstite di una guerra silenziosa senza vincitori né vinti. Vorrebbe sorridere ma il sorriso è amaro, obliquo; e, mentre canticchia insieme alla radio una stupida canzone di qualche anno prima, non può fare a meno di pensare a cosa sarà di lui quando avrà smesso con quella vita senza orari e con i fumi di scarico della sua macchina che avvelenano gli ultimi barlumi di sonno. A cosa farà da vecchio, quando l’unica cosa rimasta da fare sarà restarsene seduto ad aspettare che il tempo si ricordi di lui; e quasi quasi lo vede, il vecchio, lo vede seduto e

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su questa veranda si sta bene. Si vede il mare e poi il clima è sempre mite, anche d’inverno. Mi piace guardare i gabbiani che si buttano in picchiata sull’acqua e il vento che fa i mulinelli di sabbia, il silenzio ovattato di questa baia; però mi piace anche sentire il suono aspro della risacca, se solo me ne fossi accorto prima sarei venuto più spesso da queste parti. Quando potevo camminare più a lungo, intendo: adesso bastano due passi e mi viene il fiatone.

Ma in fondo sono un sopravvissuto. Ho avuto due infarti: dopo il secondo mi hanno operato al cuore e detto di starmene buono, niente sforzi fisici e niente emozioni forti. Ho una bomba a orologeria nel petto, dicono, ma non mi preoccupo. Sento un calore buono e tiepido dentro le ossa, per la prima volta in vita mia posso muovermi senza nessuna fretta e d’altra parte non c’è nessun posto dove andare, nessuno che mi aspetti.

Mi chiedo perchè mai sia vissuto più a lungo di quanto potessi immaginare: se ripenso al mio passato scopro di aver ricevuto così tanto dalla vita che se anche fossi morto a trent’anni non ci avrei trovato niente da ridire. Ho conosciuto gente, visto luoghi, conosciuto amori e odi e rancori e tenerezze e noia e abbandono, e nulla di questo mi ha stancato. L’unico rammarico, forse, è aver visto morire tutti prima di me: non si dovrebbe mai sopravvivere a chi si ama molto, ma forse il mio è solo uno stupido egoismo da vecchio.

Certe sere mi metto a letto e rimango con gli occhi aperti nel buio, rimango zitto a sentire il mio cuore che batte a casaccio. Allungo i piedi e cerco quelli di mia moglie: ma dalla sua parte del letto non c’è più nessuno, solo un vago sentore del freddo autunnale che tengo chiuso fuori dalla finestra. Altre volte invece mi addormento senza neanche accorgermene: è un sonno leggero, dal quale riesco a sentire persino i rumori del bosco dietro la spiaggia; e spesso sogno. E’ un sogno strano in cui c’è un bambino sotto un muro di cinta che delimita un prato verde ed immenso, e il bambino salta senza riuscire a scavalcarlo. Io guardo il bambino e vorrei dirgli tante cose, rassicurarlo e tenerlo stretto tra le braccia mentre il vento ci danza intorno.

A quel punto mi sveglio, ma non ricordo più cosa volevo dire al bambino.

Politically incorrect

23 febbraio 2010

Sto per dire qualcosa di politicamente scorretto. Ma forse, alla fine del post, capirete quello che voglio dire.

Stamattina mi chiama una pediatra; avrebbe bisogno di una tac per un bambino di un anno e mezzo con un tumore al cervello. In fase terminale, dice. Io le do’ la precedenza assoluta. Ci mancherebbe altro.

Il bimbo arriva, in barella. La mamma al seguito, con che faccia ve lo potete immaginare da soli. Insieme a due infermiere con l’aria affranta.

Questa volta no, non voglio raccontare niente altro di quello che ho visto: il viso del bimbo, l’espressione della mamma, le immagini che scorrevano veloci sullo schermo della tac. Non voglio raccontarlo e stavolta nessuno riuscirà a convincermi a farlo.

Dico solo una cosa: che tutto questo non lo capisco e non lo capirò mai, nemmeno se dal monte Sinai dovesse ridiscendere la buonanima di Mosè con le tavole della legge in mano. Non lo capisco e sono incazzato: con il destino, con il caso, e se davvero dovesse esistere anche con Dio.

Sono incazzato perchè ogni giorno assisto a battaglie estenuanti per tenere in vita centenari attaccati all’ultimo respiro con un filo di anima. Perchè riusciamo a tirar fuori dalla bara i cadaveri, ma non un bambino di un anno e mezzo. Perchè spendiamo milioni di euro per allungarci la vita di cinque anni: e poi in quei cinque anni guadagnati non riconosciamo più i nostri cari, ci pisciamo nei pannoloni, smadonniamo a briglia sciolta senza nemmeno accorgerci che lo stiamo facendo, come una specie di riflesso automatico.

Sono incazzato perchè mi sento impotente.

Mi scuseranno i centenari, stasera: da domani tornerò in trincea e difenderò fino alla morte il loro diritto alla salute. Ma stasera sono incazzato: un pò anche con loro, oltre che con la mia impotenza di medico. E anche se la mia incazzatura non ha senso e motivo di esistere.

Io se fossi Dio

21 febbraio 2010

Da che mi ricordo, io nella vita ho sempre avuto due grandi sogni.

Uno: avrei voluto diventare una persona perbene, perchè perbene non ci si nasce ma ci si può diventare. Specie se il modello paterno, da questo punto di vista, è un pò ipertrofico (il che non è però sempre un vantaggio, perchè ricordo distintamente un’intervista televisiva in cui Selen, nota attrice porno, dichiarava candida che uno dei motivi della sua scelta di vita era stato l’estremo perbenismo del suo ménage familiare).

Due: entrando più nello specifico, avrei voluto saper passare attraverso situazioni scabrose senza sporcarmi. La metafora, tanto cara a un mio amico ferrarese, dell’uovo di alabastro: così liscio e privo di scabrosità da poter attraversare un oceano di escrementi senza trattenerne sulla superficie nemmeno una goccia. E, di conseguenza, poter offire al prossimo sempre il meglio di cui si è capaci in quel momento.

Il che, presumibilmente, è presunzione pura. Illudersi che fermarsi a un incrocio per far passare un automobilista in difficoltà, prima di te che hai precedenza, metta in moto un meccanismo virtuoso per il quale la prossima volta quello stesso automobilista farà lo stesso con un altro, è da presuntuosi. Illudersi che, trattando un paziente con gentilezza e compassione, questi sarà invogliato a ricambiare te o altri con la stessa moneta, è da presuntuosi. Illudersi che, per aver dato il massimo della fiducia e della disponibilità a un amico, lui farà lo stesso con te, è da stupidi, oltre che da presuntuosi.

Poi ti ritrovi la domenica mattina, in centro, con il bimbo a cui scappa disperatamente la pipì. Entri di corsa nel primo bar, trovi un signore davanti alla porta del bagno e gli chiedi gentilmente se può darti la precedenza perchè il bimbo, vede, è proprio al limite della resistenza e rischia di farla lì davanti a tutti; e lui ti risponde, senza fare una piega: Scappa molto anche a me la pipì. E poi entra in bagno senza neanche l’ombra di un rimorso per il suo miserabile comportamento, lasciandoti incredulo con il bimbo in braccio.

E lì mi sovvengono due ricordi. La prima è l’espressione amara di tutte le persone che hanno sostenuto strenuamente, in questi miei primi quarant’anni, che il prossimo va trattato male a prescindere, giusto per mettersi subito dalla parte giusta. O che come minimo fai bene a non fidarti, perchè a non fidarti ci becchi quasi sempre. La seconda è il finale di una indimenticabile canzone di Gaber, Io se fossi Dio, in cui chiosa altrettanto amaramente: E alla fine va a finire che io, se fossi Dio, mi ritirerei in campagna come ho fatto io.

Domani ho dodici ore di pronto soccorso: speriamo bene.

Che Gaber sia con me.

Lo Zen e l’arte della Spada di Fuoco

11 febbraio 2010

L’altro ieri sera ho volentieri rivisto un film del 2003, L’ultimo Samurai. Protagonisti un Tom Cruise, mediamente espressivo, nei panni di un capitano amareggiato dalle brutalità della guerra contro i nativi americani; un nobilissimo e illuminato Samurai a capo di una rivolta apparentemente ordita contro l’Imperatore, ma in realtà devoto al suo signore fino alla morte (paradossi e sfumature che noi occidentali, per limiti culturali, non siamo in grado di cogliere in pieno; o forse no, bisognerebbe parlarne con calma); e una  meravigliosa giapponesina a cui il bel tenebroso Tom ammazza il marito in battaglia per poi prenderne il posto.

C’è una scena, nel film, in cui nel villaggio di samurai dove è tenuto prigioniero viene insegnato al capitano Tom come usare la spada. Gli viene rimproverato di mettere troppa mente nella sua azione: come insegna la filosofia Zen, più desideri raggiungere la tua meta e più la meta si allontana. E Tom le busca con pervicace regolarità (diciamo pure che lo gonfiano ripetutamente come una zampogna). Fino a che, un giorno, finalmente capisce quale lezione i samurai cercano di impartirgli a furia di ceffoni e con l’esempio di una vita votata alla perfezione formale anche nei particolari apparentemente più banali dell’esistenza:  quindi calma la mente, allontana l’ansia da prestazione che alimenta da sempre lo spleen di noi poveri europei, anche quelli esportati oltre atlantico, e diventa un’arma letale che al confronto il Gladiatore di Ridley Scott e il Lancillotto de Il Primo Cavaliere sembrano due boy scout sfigati.

Tornando a bomba, ho più volte raccontato cos’è una biopsia TC-guidata: in buona sostanza, un lungo ago conficcato nel torace o nell’addome del paziente per estrarne un cilindretto di materiale patologico che verrà poi inviato al patologo per l’esame istologico. Nel mio reparto usiamo chiamare Spada di Fuoco una biopsia in cui l’ago penetra per oltre 15 centimetri nel corpo umano: che sono tanti, credetemi sulla parola, davvero tanti. Specialmente quando il nodulo da pungere è piccolo, o in una posizione disagevole.

E quando metti in atto la Spada di Fuoco non è solo questione di capacità tecniche: ci vuole fortuna, anche, ma una delle cose che ho imparato negli anni, e che ci riporta al tema del post, è che un nodulo difficile non lo becchi soltanto grazie all’occhio o al calcolo millimetrico delle distanze. Anche in questo caso bisogna che la mente sia sgombra: una lavagna nera, uno specchio d’acqua perfettamente immobile. Questo genere di astrazione non è un mero esercizio dialettico: la realtà è che più ti sfozi di beccare quel maledetto nodulo più aumentano le probabilità di fallimento. Non lo so, forse è questione di muscoli che si contraggono in modo inadeguato, di scariche nervose non perfettamente bilanciate; quello di cui invece sono sicuro è che tenere la mente sgombra, essere lì, davanti al paziente ignudo ma in realtà non esserci o non esserci nel modo canonizzato dal pensiero occidentale, per il quale ogni effetto è necessariamente preceduto da una causa, spesso fa’ la differenza.

E permette poi di sorriderci, sulla Spada di Fuoco, e non di disperarsene per come è andata.