Il monopattino

7 febbraio 2010

La vita è un pò come andare in monopattino (anche se, a dire il vero, tutto e il contrario di tutto è un pò come la vita).

Qualcuno te lo regala, tu lo scarti, ti aiutano a montarlo e ti spiegano come andarci su.

All’inizio va già bene se riesci a starci su con un piede, poi impari a darti lo slancio e a mettere su anche l’altro. Prima per pochi decimetri, poi per un tratto più lungo. Alla fine ti fai la discesa con il vento nei capelli e freni con una derapata.

Il problema, talvolta, è che hai un genitore che ti incute un timore eccessivo del monopattino e ti frena. Altre volte il monopattino non è abbastanza robusto, e si rompe alla prima pietra incocciata dalle ruote. Altre volte ancora qualcuno te lo frega perchè ti sei distratto un attimo.

In ogni caso, il punto critico non è il monopattino ma chi lo guida. Perchè, come tutti gli altri mezzi di locomozione, il monopattino serve solo a portarti da un luogo a un altro.

C’è una sola cosa che in quarant’anni ancora non ho capito: se alla fine sia più importante il viaggio in sè o la meta, ossia arrivare a destinazione.

Spero di capirlo presto.

Quantomeno, prima che qualcuno mi regali davvero un monopattino.

Come maltrattare una ricetta medica (e vivere male)

28 gennaio 2010

Lo so per certo, perchè con alcuni di loro sono in contatto, che il mio blog è seguito da molti medici di medicina generale. E la cosa mi fa piacere: la medicina del terzo millennio o è collaborazione o è fallimento, lo dimostrano i fatti di ogni giorno.

Questo sentimento positivo, unito alle riflessioni che qualcuno di voi ha voluto condividere nei commenti agli ultimi post, mi spinge a sottolineare quanto segue. La richiesta di esame (o più correttamente proposta di esame, perchè l’esame radiologico migliore per una data patologia lo decide il radiologo: è quello il suo pane quotidiano) per noi radiologi è molto importante. Se il paziente non è ricoverato, e non possiamo consultare la sua cartella clinica, avere un’idea di come sta e che sospetto diagnostico si è costruito chi lo segue da anni è di fondamentale importanza. Dunque, quelle quattro o cinque righe in cui si può esporre il quadro clinico e il conseguente dubbio diagnostico da confermare (mai da smentire, per carità: da confermare) vanno sfruttate; fino all’ultimo spazio bianco disponibile.

Quindi, comprenderete quanto ci rimanga male, diciamo così, quando nella richiesta/proposta mi tocca leggere (e capita sempre più spesso) la seguente scritta prestampata: Non vengono riferiti precedenti anamnestici di allergie o reazioni avverse a farmaci o mezzi di contrasto; sono lasciati alla diretta responsabilità del sanitario tutti i provvedimenti che tutelino l’incolumità del paziente sia durante la preparazione, sia durante l’esecuzione dell’esame richiesto. E poi, in calce, vergato a mano in pessima calligrafia sullo spazio teoricamente dedicato ad altre informazioni (data, codici vari, eccetera), una frase generica tipo: Paziente in attesa di trapianto di fegato. Non altre indicazioni sul perchè il paziente attenda un trapianto, su che patologie lo hanno afflitto e lo affliggono, sugli esami di laboratorio, su cosa ci si aspetta di trovare in quel fegato malandato.

Il punto è che quella frase prestampata è inutile e persino irrispettosa. Perchè come radiologo figuratevi se non lo so che il paziente è sotto la mia diretta responsabilità: sono io che ci capisco qualcosa di mezzi di contrasto e sulle loro possibili reazioni avverse, mica chi mi invia la ricetta. Perchè esiste un consenso informato che il paziente deve fornire al medico proponente: il quale dovrebbe solo informarmi dei suoi eventuali problemi allergici (ammesso che allergici siano) o di altro tipo, che poi al resto ci penso io. E perchè quella frasetta di circostanza non gli copre il culo, al medico di famiglia. Se il paziente cricca per uno shock anafilattico, e lui non mi ha segnalato nel foglio del consenso informato che il paziente è allergico alle api, per dire, mi sa che nelle pesti ci finiamo tutti e due. E, soprattutto, perchè a me non interessa la frasetta di circostanza. Il paziente lo interrogo di nuovo, prima dell’esame, per ottenere il mio consenso informato: quello vero, quello che viene fornito al medico che eseguirà fisicamente l’esame e che lo avrà sotto tutela fino alla sua uscita dal reparto di radiologia.

A me interessa il resto, quello che viene vergato a penna, quasi distrattamente, in uno spazio bianco ridotto all’osso o in uno spazio rosso dedicato ad altro. Ed è l’unica cosa che mi interessa. Oltre, beninteso, a una telefonata: perchè quando si ha un paziente difficile, e il paziente ti sta a cuore, la cosa migliore da fare è chiamare il radiologo e parlarne. Qualcuno lo fa, qualcun altro no.

La differenza, credetemi, sta tutta lì: in una frasetta del cavolo prestampata.

Ma è una differenza abissale.

Manifesto programmatico del senso di colpa

27 gennaio 2010

Il mio collega, oltre che un bravo radiologo, è una buona persona.

Perde (o impiega, a seconda del punto di vista da cui si valuta il fatto) molto del suo tempo a parlare con i pazienti: spiega tutto, si infervora, partecipa. Raramente dice di no ai colleghi che gli richiedono esami urgenti, anche quando si tratta di malcelate pseudourgenze.

Ma un pomeriggio proprio non ce la fa: ha una lista interminabile di pazienti in attesa perchè le urgenze sono state molte e si sa, le urgenze se ne fregano del lavoro programmato. Per cui, quando gli arriva l’ennesima urgenza che recita: Tac per neoplasia pancreatica, proprio non ce la fa a dire di si. Chiama il reparto, discute con il collega circa la non sussistenza di qualunque criterio che giustifichi il foglio bianco dell’urgenza, programma l’esame per il giorno dopo e si mette il cuore in pace.

Di lì a poche ore il paziente, da settimane appeso a un filo di vita per una patologia tumorale peraltro già nota in ogni suo dettaglio, decide di togliere il disturbo.

Il collega lo chiama e gli dice, acido: Sai il paziente a cui prima non hai voluto fare la tac? Beh, adesso è morto.

Adesso, io capisco che il moderno orientamento della medicina nazionale (non so all’estero, ma credo sia uguale) prevede istituzionalmente che la radiologia abbia poteri non solo diagnostici ma anche terapeutici; ma da qui a permettersi di fare la paternale per una richiesta del cavolo inevasa e rimandata al giorno dopo, e che non avrebbe modificato di un decimillimetro o di un nanosecondo le sorti del povero paziente, ce ne passa. E parecchio.

Nessun radiologo si dovrà mai sentire in colpa per le insicurezze congenite di un chirurgo, un geriatra, un dermatologo o consimili.

Questo è un impegno. O un manifesto programmatico, se preferite.

Una risonanza magnetica a Ben Grimm

22 gennaio 2010

Immaginatevi Mastro Lindo.

No, anzi, Mastro Lindo è un eroe (eroe?) buono e pulito. Se invece avete visto il film “I fantastici 4″ ricordatevi dell’attore che ha interpretato Ben Grimm, la “Cosa“, prima della trasformazione nel mostro che poi è diventato. Basso, tozzo, molto muscoloso, pelato. E incazzoso.

Adesso immaginate che Ben Grimm sia seduto nella saletta di preparazione dei pazienti perchè deve fare una risonanza magnetica (sperando che le placche ossee non diano artefatti). Immaginate che l’infermiera provi a prendergli la vena due, tre, quattro, cinque volte (forse l’ago si spezzava contro la pelle di pietra, boh).

Immaginate che l’infermiera venga a chiamarvi con due occhioni così, dicendo: Dottore, non riesco a prendergli la vena e lui si sta incazzando.

Immaginate di andare da quella sorta di paziente, blandirlo con qualche parola di circostanza e appurare che non c’è una vena buona nemmeno a pagarla oro. E che lui è davvero incazzato perchè dal gomito in giù è coperto di cerotti.

Immaginate di fare tutto il possibile: mettergli il laccio ben stretto, schiaffeggiare le vene che non si vedono, mettergli il braccio in giù così il sangue ristagna verso il basso. E che lui si stia preparando al sesto buco per nulla; dopo il quale, ha già dichiarato, non ci saranno altri tentativi.

Immaginate di voler sembrare a tutti i costi disinvolti, prendere il vostro ago rosa e di beccare la vena del polso al primo colpo; con un respiro di sollievo grosso e lungo come un maestrale.

Ecco: è questo che succede quando Ben Grimm viene a farsi una risonanza magnetica al collo.

E, giusto per chiosare al contrario uno dei post di qualche giorno fa, un ringraziamento postumo allo specializzando anziano del 1994, Stefano: quello che, all’alba della mia vita di radiologo, perse cinque minuti di tempo per insegnarmi che una vena, per essere presa, non occorre per forza vederla. Basta sentirla con le dita.

Anche se le dita tremano.

Fenomenologia del lavoro di gruppo radiologico

17 gennaio 2010

Fede, in un suo recentissimo commento al post “La spiegazione del colpo di genio” mette il dito su una piaga infetta del mondo medico: una di quelle, ne convengo, per cui Mater morbi ha motivo e diritto di esistere.

(…) E soprattutto complimenti a tutto il tuo reparto, in cui si condividono gli errori e le buone diagnosi. Rarità, ti assicuro, visto che dove lavoro io è abitudine di molti appendere poster alla bollatrice per comunicare i propri successi, e si tengono comunicati stampa per divulgare gli errori altrui… (…)

Il problema, com’è noto, non è limitato all’ambito ospedaliero. E’ quotidianità di ogni ambiente lavorativo, e si potrebbe quasi dire di ogni rapporto fra esseri umani: solo che in un reparto ospedaliero da’ più fastidio. Perchè si lavora sulla pelle della gente, e spesso su quella dei colleghi. Perchè si lavora in squadra, e la squadra è più spesso vincente del singolo. Perchè in nessun reparto può nascere nulla di buono senza collaborazione tra colleghi: tutti facciamo buone diagnosi e tutti sbagliamo, dunque ognuno può trarre insegnamento dagli altri, nel bene e nel male.

Da specializzando ho vissuto anni felici, ma anche di grande perplessità. Ero partito credendo che noi giovani apprendisti, di tutti e quattro gli anni, potessimo definirci viaggiatori nella stessa barca; e invece non era così. Qualcuno mi accolse con cortesia, qualcun altro no. Qualcuno mi insegnò un pò di mestiere, qualcun altro no (qualcun altro, addirittura, cercava di farmi fare il meno possibile per motivi più o meno oscuri). Qualcuno era nelle grazie dei capi, e faceva di tutto per restarci, qualcun altro provava un piacere quasi masochistico nell’esserne fuori. Per chi, come me, voleva soltanto studiare e imparare e non perdere tempo nelle beghe inutili dell’ambiente universitario non c’era quasi scampo: o eri connivente o eri un anarchico, e in entrambi i casi qualcosa in te non andava bene.

E già all’epoca, nel corso degli anni, cominciai a sospettare che la cinetica dei gruppi lavorativi in un reparto radiologico potesse essere teorizzata per grandi linee: e che le mie teorie non lasciassero presagire nulla di buono. La cosa peggiore che inferii dalle mie vicende personali fu che in media i miei colleghi mi piacevano poco: perchè nella stragrande maggioranza in loro osservavo atteggiamenti di apertura e condivisione quando l’ambiente circostante era rassicurante e poco competitivo, e di chiusura e aggressività quando l’ambiente, viceversa, diventava teso e si sviluppava la lotta per il dominio del territorio (e la situazione ambientale, il più delle volte e per motivi che in questo momento preferisco non sviscerare, era davvero così estremizzata, sempre). Era davvero la situazione peggiore possibile perchè, potendo scegliere, avrei preferito (e tuttora preferirei) avere a che fare con un collega naturalmente cattivo: almeno saprei cosa aspettarmi, e il rapporto avrebbe solide basi di reciproca comprensione e rispetto dei confini. Con un nemico è difficile fraintendersi; con chi cambia atteggiamento a seconda dell’aria che tira è complesso rapportarsi: un amico può tramutarsi in un nemico mortale, ci vuole davvero un attimo di distrazione e sei fregato.

Il brutto è che in un reparto ospedaliero il clima non è differente: gruppetti, sottogruppetti, chi mira a un risultato professionale prestigioso, chi a lavorare il meno possibile, chi il più possibile, chi abbozza e poi si ferma, chi non abbozza e va avanti come un caterpillar, chi desidera la benedizione urbi et orbi dei propri successi lavorativi, chi cerca di stare nell’ombra per avere meno casini, chi cerca di far tutto, chi si lamenta perchè gli altri gli hanno rubato lo spazio vitale, chi pensa di essere bravo e incompreso, chi è bravo a bluffare anche sulla lunga distanza, chi crede che il suo destino naturale sia fare il primario, chi nemmeno ci ha mai pensato una volta nella vita, chi non sente apprezzato il proprio contributo alla collettività, chi non ha nessun interesse a darlo, chi si sente figlio e chi si sente figliastro.

Un bel caravanserraglio, insomma: ma qualcosa l’ho capita anche io che sono duro di comprendonio.
La prima è che l’unica cosa a pagare in moneta sonante è il lavoro. Sono i colleghi a cui afferisce il tuo servizio che decidono chi è bravo e chi no: le autoreferenzialità contano ben poco, e durano il tempo esatto dell’esternazione. La seconda è che investire sui rapporti personali conviene sempre: se nel mio reparto si riesce a comunicare, a fare fronte comune e a scambiarsi informazioni è perchè dietro c’è stato un lento lavoro di anni; un lavoro di formica e non di calabrone a cui in tanti hanno partecipato, con alterne fortune e alterni meriti. Certo, non si può pretendere che in un reparto di ventidue, ventitre medici tutto fili sempre in modo perfetto: c’è sempre chi si mette di traverso, chi difende strenuamente il suo metro quadrato di stress o di egoismo e chi si lancia nelle solite orazioni a stampo tribunistico. Ma sono casi isolati, perchè in genere il meccanismo virtuoso si autoalimenta da solo, con i propri buoni risultati. E terzo, ho scoperto che siamo tutti uguali, tutti utili e nessuno indispensabile; eppure qualcuno, nel sistema, fa’ la differenza e senza di lui le cose sarebbero andate in un altro modo. Peggiore.

Insomma, io alla crescita di un gruppo lavorativo ci credo ancora; e ci credo molto. Non importa che sia un lavoro faticoso e che la fatica talvolta sia immane: altrimenti si fa prima a lasciar perdere, timbrare ingresso e uscita con regolarità impiegatizia, esporsi il meno possibile, diventare epicurei anche nelle pause del caffè. Ma è anche vero che a volte gli eventi la fanno passare, la voglia di costruire.

Ed è proprio a questo che forse serve, alla fine, il gruppo: a fartela ritornare.