L’orazione di Levin

settembre 3rd, 2015

Il dottor David Levin, lo scorso 2 dicembre, ha tenuto all’RSNA di Chicago la tradizionale Annual oration in diagnostic radiology. Il titolo del suo intervento era: “Transitioning from volume-based to value-based practice: a meaningful goal for all the radiologists or a meaningless platitude?

Il succo del suo discorso è il seguente: i radiologi sono sotto minaccia. Il nostro lavoro è mercificato oltre misura e oltre ciò che sembra eticamente opportuno, gli stipendi calano e, rovescio deteriore della medaglia, buona parte dell’imaging non è ritenuto essenziale (beh, questo forse negli USA. Da noi molti colleghi non vanno nemmeno al gabinetto, se non hanno chiesto tutti gli esami radiologici possibili). Unico modo per contrastare le minacce, dice Levin, è modificare il nostro atteggiamento professionale: in poche parole, convertire un lavoro basato sulla quantità delle prestazione in un lavoro basato sulla qualità delle medesime. Ma resta impressa in mente la domanda insita nel titolo dell’orazione: si tratta di un obiettivo che tutti i radiologi devono perseguire o una sciocchezza idealistica che non servirà a nessuno?

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Senza scendere in altri particolari (per chi volesse, l’orazione è disponibile sul sito dell’RSNA), vorrei soffermarmi su una delle diapositive, il cui titolo è: Come viene visto il radiologo dalle altre figure professionali del mondo medico? Risposte (come da diapositiva precedente):

1) Iperpagato.

2) Interessato unicamente alla sua tranquillità professionale.
3) Non come un vero medico.
4) Come una figura intermedia (nel percorso di gestione del Paziente, immagino) non necessaria.
5) Privo di interesse verso i suoi pazienti.
6) Come un sociopatico che ne sta nel suo stanzino a sfornare referti senza preoccuparsi del loro valore.
Con in più una chiosa finale di grande interesse speculativo: l’imaging è cosa facile e chiunque può occuparsene in autonomia.

Al che la prima osservazione: e sticazzi, se è così che ci vedono i colleghi chissà come ci vedono i pazienti! Mentre in realtà, come riflettevo qualche settimana fa sul blog parlando del celeberrimo radiologo invisibile, capita che spesso i pazienti nemmeno ci vedano, o sappiano che oltre al tecnico di Radiologia c’è anche un medico specialista che referta i loro esami. Il che tira la volata alla seconda osservazione: beh, un po’ ce lo siamo meritati, direi, perché il radiologo medio si comporta proprio in quel modo lì. Qui siamo in famiglia e possiamo dircelo senza finti pudori: alla maggioranza di noi sta bene rifugiarsi nello stanzino buio a refertare toraci e ossa, e che i colleghi si fottano pure se nel referto non c’è scritto nulla che possa gettare luce sulle domande (spesso nebulose) che ci vengono poste. Per i pazienti il discorso è uguale: perché mai dovrei preoccuparmi di spiegare a qualcuno il mio referto? Caro Paziente, quello che ho scritto è lì, nero su bianco, passi pure a ritirare il referto tra sette giorni lavorativi e se lo faccia spiegare dal collega che ha richiesto l’esame. Dico bene, ragazzi? Non sto esagerando, vero?

Ma oggi non voglio fare il cazziatore seriale della categoria a cui indegnamente mi vanto di appartenere: ho già detto più volte come la penso ed è lo stesso Levin, a fine discorso, a esplicitare le ovvie soluzioni al problema. I radiologi, secondo il buon Levin:
1) Devono, e dico devono, diventare reali (quindi utili) consulenti del clinico.
2) Devono occuparsi in prima persona dei processi diagnostici a cui vengono sottoposti i pazienti, dunque occuparsi dell’appropriatezza diagnostica delle richieste che passano per le loro manine sante.
3) Devono valutare la qualità delle loro prestazioni sia dal punto di vista tecnico che per quanto concerne chiarezza e conclusività della refertazione.
4) E, ommioddio, bisogna che imparino a comunicare in prima persona con il loro paziente.
Secondo le stime ottimistiche di Levin, queste piccole accortezze porterebbero la Radiologia, al massimo entro 5 anni, a essere considerata una disciplina a elevata specializzazione, e il radiologo a diventare indispensabile a medici e pazienti. Io sono d’accordo con lui, sebbene un pelo meno ottimista, e basta sfogliare a ritroso le pagine del blog per capire che il buon Levin ci va molto più leggero del sottoscritto nel puntare il dito contro i vizi atavici della categoria.

Ma oggi, invece, mi punge vaghezza di fare l’avvocato difensore dei radiologi di tutto il mondo. Proprio perché mi è giunta appena voce certa che i colleghi di un reparto del mio Ospedale (di cui qui taccio il nome, ma con cui regolerò i conti in privato) ci smerdano quotidianamente proprio sulla base di quei sei o sette luoghi comuni che Levin sviscera senza pietà nella sua orazione, voglio ricordare a tutti voi cialtroni che affollate i reparti ospedalieri del pianeta, e siete tanti, quanto segue. Ossia, che il radiologo in realtà è anche altro, e nella fattispecie:
1) quel collega, laureato in medicina e specializzato come la maggioranza di voi, senza il quale sareste perduti peggio che in mezzo al deserto, col sole a picco e con la borraccia dell’acqua vuota;
2) quel collega che conosce benissimo tutte, e dico tutte, le vostre magagne e sa con precisione quanto valete come medici, perché ha il polso esatto dei falsi positivi clinici che vengono mandati in Radiologia a perdere e far perdere tempo, e come chirurghi, perché conosce bene il numero e la tipologia delle complicanze post-operatorie che arrivano sul lettino della TC un giorno si e l’altro pure;
3) quel collega che comincia il primo esame della giornata alle 8 in punto, mentre voi state ancora facendo la colazione con il pigiama addosso e potete permettervi di arrivare in bicicletta con la calma necessaria e dopo aver portato i bimbi a scuola, e che raramente trovate al bar a sorbire il caffè in vostra compagnia. E che mediamente fino alle cinque del pomeriggio, quando va bene, deve imporsi di andare ogni tanto al bagno a pisciare anche se questo vuol dire rimanere indietro con il lavoro;
4) quel collega che, mentre voi ponderate per mezz’ora il Caso Clinico Del Giorno, persi nel nitore delle sfere superne, o mentre voi operate e guai a chi vi rompe i coglioni mentre aprite uno sterno o un addome, riceve in media, in una singola ora di lavoro, venti telefonate, tre richieste estemporanee di consulenza e due richieste di legittima attenzione da parte delle segretarie. Il tutto mentre dice al tecnico come condurre l’esame, lo controlla e prova anche a mettere in fila due parole di referto;
5) quel collega che, proprio perché la Radiologia è facile e tutti possono cavarsela da soli, al momento dell’introduzione del PACS negli ospedali si era preoccupato e aveva pensato: Dio mio, adesso tutti si guarderanno le immagini da soli e io finirò nel dimenticatoio. E invece cosa è successo? Che le richieste di consulenza, estemporanee (spesso) o programmate (raramente) sono aumentate esponenzialmente perché grazie proprio al PACS tutti o quasi si sono accorti che l’imaging è roba complessa e che è molto meglio che ciascuno faccia il suo lavoro, piuttosto che trarre conclusioni errate da immagini radiologiche su cui si è, in una sola parola, ignoranti. Gli unici che non se ne sono accorti sono i soliti irriducibili stolidi, che infatti in genere detengono il record delle cazzate medico-chirurgiche afferenti alla Radiologia (peraltro debitamente riconosciute dal radiologo di turno, che non manca di metterne a parte anche gli altri colleghi di reparto) e continuano a chiederti, mentre cerchi di refertare l’ennesima TC negativa per embolia polmonare: Ma quella è una polmonite interstiziale? Al che viene sempre in mente Sgarbi, una volta tanto per circostanze di qualche pubblica utilità, e il suo Taci, capra!
6) quel collega che se per caso viene pagato più degli altri, il che è tutto da dimostrare, lo è perché viene riconosciuto il valore (più quantitativo che qualitativo, ne conveniamo, e Levin ha ragione da vendere sull’argomento) del suo lavoro. Ma non temete, se il nostro lavoro fosse indegnamente superpagato le amministrazioni ci avrebbero già levato qualsiasi benefit. Obiettivo che, peraltro, comunque stanno provando a perseguire con danni al sistema che per adesso non sono quantificabili.

Bene, finora abbiamo scherzato: al di là dello sfogo odierno sapete bene come la penso, la medicina del terzo millennio non è più olistica e io mi picco di essere da sempre votato al più elevato spirito di collaborazione che esista in ambito medico. So di avere colleghi competenti, rispettosi e collaborativi, che sono maggioranza rispetto al numero degli stolidi irriducibili di cui parlavo prima, la cui finta sicumera è sempre inversamente proporzionale al livello professionale raggiunto. Continuerò imperterrito, perché ci credo fortemente, a frequentare le riunioni multidisciplinari e a fornire le mie consulenze estemporanee, sperando non tanto di essere considerato un bravo radiologo quanto di essere utile ai pazienti che finiscono per puro caso sotto le mie grinfie. Però sono sicuro che anche a Levin ogni tanto girano le palle, o comunque gli sono girate scrivendo il testo della sua orazione.

Per cui, cari specializzandi, a voi è dedicata la conclusione di questo post. Come diceva qualcuno, siate miti come colombe e astuti come serpenti. E ricordate sempre che, in ambito medico come in altri, chi agnello si fa lupo se lo mangia e che non è sempre necessario porgere l’altra guancia per vivere in pace con sé stessi e fare il bene del prossimo.

Quando

agosto 30th, 2015

Quando arriva la richiesta di ecografia urgente per “mal di pancia” in donna giovane, con nausea e vomito, e tu per prima cosa appoggi la sonda sull’utero e scopri che è incinta, ecco, è proprio in quel preciso momento che l’intera creazione, tutta intera, dal Big Bang a oggi pomeriggio, per un lungo e doloroso istante si ammanta di invereconda, imperdonabile, incoercibile inutilità.

La teoria della relatività lavorativa

agosto 28th, 2015

C’è un momento chiave nella vita di ciascun professionista: quello in cui ci si sente irrimediabilmente e irrefutabilmente bravi. Ma non sufficientemente bravi, no: incredibilmente bravi, i migliori. E il sentirsi così, incredibilmente bravi, magari perché avete imbroccato o creduto di imbroccare un paio di diagnosi in fila, non può non essere relativizzato al posto in cui si lavora. In poche parole, ci si sente bravi rispetto a qualcuno (i propri colleghi) o a qualcosa (la media della competenza di cui noi stessi, del tutto arbitrariamente, facciamo credito ai colleghi).

Uno dei miei maestri di Radiologia soleva chiosare i suoi referti con un leggendario aforisma: Ricordatevi sempre che il quoziente di intelligenza medio dei vostri colleghi sarà bassissimo, e che per essere considerati bravi basterà molto poco. Conoscendo bene l’ambiente, inferisco che la lezione venga insegnata anche in altre Scuole di Specialità, oltre a quella che ho frequentato io; sebbene nasconda insidie di vario tipo, logiche ed etiche. Ma seguendo questa strada andrei fuori tema, e non voglio.

Quello che voglio, invece, è darvi un consiglio sincero. Quel giorno, sventurato, in cui il vostro entusiasmo sarà salito alle stelle e voi vi sentirete imbattibili, fuori scala rispetto ai vostri colleghi, è proprio il giorno in cui vi conviene fermarvi a riflettere. Perché potrebbe essere finalmente arrivato il momento di relativizzare la vostra presunta superiorità professionale a un ambiente meno angusto rispetto a quello con cui vi siete misurati. La sicumera beffarda con cui date giudizi su una risonanza magnetica del collo non riuscireste a riprodurla, uguale, se vi trovaste davanti a un monitor dell’Istituto di Radiologia Universitaria di Brescia. Foste nel reparto di Radiologia dell’Università Cattolica di Roma, forse, qualche goccia di sudore stillerebbe dalle vostre fronti mentre refertate una TC del polmone. Foste nel mio, di reparto, di fronte a una massa del pancreas vi verrebbe un desiderio irrefrenabile di aprire un libro e studiarvi la questione, prima di mettere nero su bianco. E allora, prima di sentirvi i migliori, forse potreste prendere in considerazione l’ipotesi di misurarvi con realtà più complesse della vostra. E magari chiedere il permesso, con il cappello in mano, di frequentare i luoghi dove lavorano i migliori professionisti e le cose vengono fatte seriamente.

Insomma, tutto questo è per suggerirvi che la vostra competenza, come tutto il resto, è relativa. Non solo a voi e al vostro quoziente intellettivo, quale che sia, ma anche all’ambiente professionale in cui siete cresciuti e quello, spesso differente e lontano anni luce, in cui avete esercitato finora il vostro mestiere. Ma questo sforzo comporta impegno, volontà di mettersi in discussione e onestà intellettuale: merce rara, specialmente di questi tempi e in questa parte del mondo. E’ molto più facile convincerci che l’avanzamento di carriera ci tocchi per anzianità di servizio, per una presunta e spesso indimostrabile leadership sul gruppo in cui lavoriamo, per meriti politici o per diritto di nascita.

Eppure, lo sapete bene anche se fingete di non accorgervene, in quel momento starete commettendo un grave peccato: di presunzione e omissione al tempo stesso. Prima che ciò accada, e qui torniamo al tema del post, fermatevi a riflettere. Uscite dai vostri confini. Andate a vedere cosa si fa nel mondo. Tornerete a casa più ricchi e meno presuntuosi, e forse capirete che non è necessario arrivare in cima alla piramide a tutti i costi, passando sui cadaveri dei nemici. E che la gioia più grande, nel nostro lavoro come in tutti gli altri, sta tutta in un concetto molto semplice: lavorare bene.

(Nella stesura di questo post un ringraziamento obbligato va al mio collega Michele, con cui ho discusso dell’argomento durante un pasto frugale in mensa. La ricchezza, inestimabile, di avere colleghi intellettualmente molto attivi.)

La vera storia di Peter Norman

agosto 26th, 2015

Il post di oggi, sebbene si concluda anch’esso con un funerale, narra di una storia molto più edificante di quella del post che lo ha preceduto. È la storia di Peter Norman, velocista australiano a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e di amicizie molto più profonde di quanto la pura e semplice frequentazione personale possa implicare. La racconta un meraviglioso articolo, condiviso su Facebook, a firma di Gianni Mura: uno dei pochi giornalisti intellettualmente onesti di questo paese (non si è mai o quasi mai occupato di politica, credo per deliberata scelta, il che già la dice lunga sulla sua posizione personale in merito). Poi, dopo aver approfondito la questione, non ho avuto scelta: la storia di Norman andava condivisa anche sul blog. A fine lettura non ringraziate me, mi permetto di insistere, ma Gianni Mura.

Io aggiungerò solo due considerazioni personali. La prima riguarda la fotografia di cui parla Mura, e che ritrae la cerimonia di premiazione dei 200 metri piani alle olimpiadi di Città del Messico (anno domini 1968). Certo, ero al corrente, più o meno, delle motivazioni del gesto simbolico espresso dai due atleti di colore con il pugno guantato e sollevato (il saluto del Black Power) durante l’esecuzione dell’inno americano: era il ’68, il mondo ribolliva di cambiamenti e i neri avevano parecchio da recriminare dopo oltre un secolo di schiavitù prima e razzismo dopo. Ed ero al corrente della fine invereconda e indegna di un paese civile a cui i due atleti, consapevolmente, erano andati incontro. Ma vi propongo anche le due domande che mi sono sempre posto, da perfetto ignorante, ogni volta che la guardavo. Domanda 1: perché Tommy Smith, il primo classificato, solleva il pugno destro e John Carlos, il terzo classificato, solleva il sinistro? Domanda 2: Chi è quel bianco stronzo che è arrivato in mezzo ai due e fa finta di niente?

Adesso, dopo il racconto di Mura, e guardando la coccarda appuntata sul petto di Peter Norman, lo so.

Rimane, in ultimo, il fatto che i due americani, Smith e Carlos, nel 2006 hanno attraversato il Pacifico per portare sulle spalle la bara del loro amico australiano appena deceduto. I loro destini avevano preso strade differenti, e tutte non piacevoli da percorrere. Eppure queste ultime due foto ci insegnano che sono soprattutto le lacrime di chi ci è stato caro, le lacrime ancora più che il riso, a insegnarci il modo perfetto in cui certe scelte vanno fatte, e certe vite vanno vissute.

 

 

 

Esercizi di logica per funerali

agosto 24th, 2015

Oggi, ultimo giorno di ferie estive, faremo insieme un piccolo esperimento di logica. Chi mi legge sa già che il mio quotidiano obiettivo lavorativo è applicare un metodo logico ineccepibile alle conclusioni diagnostiche che traggo: ma oggi voglio mostrarvi un esempio di come lo stesso metodo possa essere applicato ad altre questioni, non strettamente lavorative, con grande soddisfazione personale. Prenderemo come esempio il recente funerale del boss dei Casamonica, Vittorio, che tanto rilievo ha trovato sui mass media nazionali e non (per chi non fosse al corrente dei fatti, è possibile trovare i particolari qui). Per poterlo fare, tuttavia, occorre una premessa che per me, ignaro cittadino dell’Altrove a digiuno delle vicende dell’Urbe, è al momento indimostrabile: cioè che i Casamonica siano realmente il clan criminale egemone di Roma (certo, c’è il Corriere del 22 agosto che afferma: “E’ l’organizzazione criminale più radicata sul territorio laziale da almeno 40 anni”; e c’è anche il solito vacanziere romano di stanza nel residence marino che chiosa: “Ahò, ma a Roma ‘o sanno tutti!! Nun avete visto sui ‘ggiornali le foto de Alemanno cor panzone??”. Intanto panzone vallo a dire in faccia al Casamonica junior, se hai il fegato ; e poi a noi sta a cuore il metodo, non la chiacchiera da corridoio).

Quindi cominciamo, ponendo non una ma due premesse ipotetiche.

Premessa numero 1:  i Casamonica sono realmente il clan criminale egemone a Roma: come afferma sempre il Corriere (ibidem), il loro giro di affari è così cospicuo da renderli credibili interlocutori di mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Premessa numero 2 (corroborata da nascita e anni di vigile sviluppo psico-fisico in luoghi infestati da malavita organizzata, quella seria, il che mi consente una certa approfondita conoscenza della materia): l’interesse di un clan criminale è fare affari illegali, se possibile evitando che le forze dell’ordine ci ficchino il naso dentro. Nel mio paesello natio, per dire, il clan teneva per quanto possibile un basso profilo: ma il territorio era roba sua e tutti lo sapevano. Punto.

E poi parliamo del fatto. In soldoni, muore il capobanda e il clan decide di onorarlo con il funerale più pacchiano che si possa immaginare: cocchio trainato da sei cavalli neri (lo stesso che traslò al camposanto la salma della buonanima di Totò, prova che il destino non è privo di una sua intrinseca ironia), con il sottofondo della colonna sonora del film “Il Padrino”, mentre un elicottero sparge petali di rosa sul feretro e pure sulla fila di circa 250 (duecentocinquanta) auto di lusso che segue il caro estinto. Traffico bloccato, vigili impazziti, eccetera: insomma, un ordinario pomeriggio romano.

(A questo punto devo fare una precisazione, anch’essa basata su documentate vicende della mia vita giovanile. I Casamonica, leggo, sono sinti: cioè un ceppo di etnia zingara. Nel mio paesello natio, quando ero ragazzino, vivevano una o più famiglie sinti che avevano riprodotto, in scala minore, il modello Casamonica: e avevamo tutti imparato molto rapidamente che era meglio tenersi alla larga dai loro componenti, anche e soprattutto se coetanei. Quando moriva qualcuno del clan il paese improvvisamente si animava: il giorno delle esequie convergevano in loco decine, forse centinaia di parenti sparsi in giro per il mondo, tutti uguali tra loro e tutti a quanto pare felici possessori di berline Mercedes. Da cui la mia congenita e irriducibile avversione alle autovetture del pur prestigioso marchio tedesco).


Riassumo: decesso del capo clan sinti-romano e funerale faraonico con tanto di manifesti affissi nelle strade in cui il buon Vittorio appare vestito, giuro che è tutto vero, come il Papa (e sotto la scritta, a degna chiosa: Hai conquistato Roma, adesso conquisterai il Paradiso. Roba che nemmeno Attila il Flagello di Dio si era permesso di osare). A questo punto le ipotesi possibili sono due.

Ipotesi 1: i Casamonica sono un gruppo di sprovveduti. Si atteggiano a malavitosi, vero, e forse sono riusciti a farsi spazio perché il mondo della mala romana è popolato da mollaccioni senza palle: insomma, #romacapitale ha prodotto il peggio possibile non solo in ambito governativo ma anche in ambito di criminalità. Perché lo dico? Perché soltanto un gruppo di cretini sprovveduti avrebbe potuto organizzare un funerale talmente pacchiano che il mondo intero ne avrebbe narrato i fasti per settimane e forse mesi, facendo balzare agli onori della cronaca un nome, i Casamonica, che fino a quel momento conoscevano in pochi e solo negli ambienti giusti. Adesso, si potrebbe pensare ingenuamente, sebbene a ragione, tutti gli occhi delle forze dell’ordine saranno puntati su di loro: fine dei giochi sporchi e tutti in galera, per direttissima e senza passare dal via. Ma proprio tutti, dico, perché le vigili forze dell’ordine avranno avuto grande cura nell’annotare i numeri di targa di tutti i Mercedes in coda alla salma e cominciato controlli incrociati a non finire: quindi non solo i Casamonica, ma anche i loro compari adesso hanno le ore contate. E tutto perché? Per omaggiare la memoria di un capo clan appena defunto che nella migliore delle ipotesi li sta già maledicendo dalle rive dell’Acheronte per la loro dabbenaggine.

Ipotesi 2: i Casamonica non sono affatto sprovveduti. Se hanno in mano Roma da 40 anni è perché sono spietati, efficienti, organizzati e collusi con governo e forze dell’ordine dell’Urbe. Pertanto, il funerale faraonico può avere due chiavi di lettura che non si escludono a vicenda e hanno lo scopo di veicolare uno o più messaggi ben precisi.

Messaggio A: Roma è robba nostra, nu ce famo scassà li cojoni da nessuno e se more er vecchio bloccamo pure ‘a città per farglie er funerale che dicemo noi. Messaggio semplice e immediato che mette in chiaro l’autorità relativa delle parti in causa: se uno può far decollare un elicottero senza permesso nel centro di Roma, credetemi, può tutto.

(Apro un’altra parentesi per spiegare la questione in dettaglio. Da buon meridionale, ho conoscenti e amici in varie forze dell’ordine. In particolare, un mio vecchio compagno di giochi è da anni poliziotto di stanza nella capitale: e mi racconta sempre che Roma, nonostante possa sembrare il contrario a una prima e superficiale occhiata, è controllata palmo per palmo e nulla sfugge all’occhio attento della legge. Perché? Sveglia, babbioni, non c’entrano niente il Presidente della Repubblica o il Parlamento, qui si sta parlando del Papa! Motivo per il quale nessun elicottero può alzarsi in volo su Roma senza permesso firmato, controfirmato e protocollato più e più volte: ma su questo punto torneremo alla fine della chiacchierata).

Messaggio B: i Casamonica sono da molto tempo al vertice della piramide criminale romana e, come capita a tutti o quasi quelli che hanno a che fare con piramidi di vario genere e grado, si sono fatti ossessionare dalle simbologie occulte (se volete approfondire l’argomento su Internet c’è un fiorire di scritti sulla simbologia della cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Londra, per esempio: magari non tutto è vero, ma comunque mette i brividi). Sono sicuro che se cercate su internet troverete senza grossa fatica i risultati di qualche pazzo schizoide che ha già elaborato significati simbolici del cocchio, dei sei cavalli neri da tiro con il pennacchio in testa, della musica di Nino Rota, dei petali di rosa che cadono dall’alto, della contiguità dell’evento con Piazza Re di Roma, eccetera. O che vi spiega con maggior chiarezza che i manifesti raffiguranti Casamonica vestito da Papa, sullo sfondo del Colosseo e con la scritta Re di Roma in bella evidenza, in realtà simboleggiano una mostruosa teocrazia rovesciata (a Roma non puoi essere solo re, la storia degli ultimi duemila anni non te lo consente, devi essere Papa-Re), nella migliore delle ipotesi, o una collusione totale del clan con le alte sfere ecclesiastiche, nella peggiore.

Comunque sia, il bilancio non è positivo per nessuno dei cosiddetti buoni della storia. Vivessimo in un paese normale sarebbero già saltate tutte le teste: dal capo dei vigili urbani al ministro degli interni (che, poverino, in pochi anni ha battuto il record di figure di merda associate alla gestione del dicastero in questione), passando per sindaco, capo della polizia, questore e compagnia bella. Perché delle due l’una: o i Casamonica sono degli sprovveduti, e allora dall’altra parte della barricata, che poi come dimostra l’inchiesta giudiziaria romana in corso non è tanto altra, i posti chiave sono occupati da mentecatti ancora più sprovveduti; o sono davvero quello che sembra, e allora lo schiaffo assestato dal clan sinti al comune di Roma (mai io direi all’autorità statale, più che a quella comunale), proprio alle soglie del processo per mafia capitale, è di una gravità inaudita e grida vendetta. Confermando quello che vado dicendo da tempo, e cioè che quando si è governati da dilettanti allo sbaraglio non ci si può aspettare che il peggio. Con progressione logaritmica.

Infatti qui ci viene in soccorso il genio italico, e lo fa nelle vesti del sindaco. Il quale, invece di sprofondare per la vergogna che si sia perpetrata proprio a casa sua e sotto i suoi occhi una nefandezza del genere, ha lo scatto di reni del miglior democristiano doc d’altri tempi e dice, con il ditino alzato: Adesso voglio proprio vedere se qualcuno ha il coraggio di dire che a Roma non c’è la mafia. Applausi scroscianti dal pubblico: quando riconosci il vero guitto non puoi non omaggiarlo come merita. E solidarietà assoluta al povero pilota di elicottero che, dicono, si è visto ritirare la licenza come se fosse l’unico ad aver colpa di qualcosa. Ma vedrete che anche in quel caso specifico il Papa Re saprà fare er miracolo, e il pilota si vedrà restituita la sua licenza. Che in Italia, ricordatelo, teniamo tutti famiglia.