Che cosa sognano le fidanzate quando baciano?

Ieri sera, al Seat Music Awards, per festeggiare i 40 anni passati dal Sanremo in cui si era esibita proprio con quella canzone, Loretta Goggi ha cantato “Maledetta primavera”.

Quando mi sono accorto che quella donna di straordinario talento stava cantando in playback ho pensato: Che peccato. Perché qualsiasi versione live, anche la più sgangherata, sarebbe andata meglio del playback e avrebbe reso a questa artista incredibile l’onore che merita. Ma poi la gente dell’Arena si è messa a cantare in coro con lei, lei si è commossa e, santo cielo, ho pensato prima di cambiare canale, si tratta pur sempre di una donna di 71 anni che ha smesso di cantare da tempo, e chi se ne frega se torna sul palco solo per un playback. Lei, che ai suoi tempi era una showgirl capace di far tutto come nessun’altra: cantare, ballare, recitare, imitare.

Stamattina scopro invece che il popolo dei social non l’ha presa bene. Vi risparmio il coro di offese, che si è sovrapposto a quello più benevolo dell’Arena di Verona, e che a quanto pare l’ha spinta a ritirarsi definitivamente dai social, e vi invito invece a considerare tre possibili passaggi per avviarci a una ragionevole guarigione dalle psicosi collettive di questo periodo.

Il primo, obbligato: evitare gli estremismi. Sia quando mettiamo qualcuno sul palcoscenico che quando decidiamo di tirarlo giù a qualsiasi costo: il nostro prossimo, famoso o meno, ci somiglia molto. E tutti soffriamo molto quando ci sentiamo trattati ingiustamente oppure offesi senza motivo. Pensate a come vi sentireste se qualcuno, facendo il vostro nome e cognome, scrivesse su Facebook che la sera della festa di vostro cognato eravate vestite come Moira, la tigre del ribaltabile. O che andasse in giro a dire che sul posto di lavoro valete poco più di zero (e talora si potrebbe, ah, se si potrebbe).

Il secondo: riconoscere il talento altrui e confrontarlo con il nostro, che in genere è molto meno ipertrofico, senza provare vergogna. Si può essere soddisfatti della propria esistenza anche quando si è illuminati di luce riflessa: se la vita non vi ha regalato talenti degni di nota cercate almeno di essere brave persone, che sarebbe già tanto.

Il terzo, più difficile di tutti: evitare di manifestare pubblicamente la propria idiozia. Nel 1981, anno in cui la canzone fu presentata a Sanremo, qualcuno ebbe l’incredibile idea di querelare la Goggi con la seguente motivazione ufficiale: «Con la sua canzone ha buttato fango sulle stagioni e praticato un danno incalcolabile ai bambini, perché chiama “maledetta” la primavera, distruggendo ai loro occhi l’immagine della stagione più bella». Come vedete, insomma, gli imbecilli esistevano anche prima dell’era dei social. Il guaio è che prima si trattava di schegge impazzite delle quali si poteva ridere benevolmente; mentre adesso anche loro hanno un palcoscenico dal quale esibirsi e in gruppo, perché solo in gruppo le iene sono capaci di muoversi, riescono a produrre i danni ingenti a cui assistiamo ogni giorno, increduli e impotenti.


La canzone della clip, contrariamente a quanto tutti vi sareste attesi, non è “Maledetta primavera”. Ho scelto invece “A cosa pensano”, di Alice, tratta dall’album “Azimut” (1982). In quegli anni Alice era al massimo della sua carriera: brava, magnetica, affascinante, la guardavo dal basso dei miei tredici anni con la mandibola che mi pendeva come un australopiteco. Peccato non averla mai potuta incontrare per dirglielo: ero innamoratissimo di lei.

Lamentarsi con moderazione


Avvertenza: la foto che accompagna il post non è per unirmi al coro, sia pur meritato, di celebrazioni per l’atleta in questione. È, al mio solito, un tentativo di ribaltare il punto di vista tradizionale sulla questione.

Fateci caso: ovunque voi siate (supermercato, spiaggia, posto di lavoro, automobile, coda alle poste, casa vostra) è estremamente probabile che qualcuno si stia lamentando. Del tempo, del governo (in genere ladro e canaglia), dei vaccini, di chi non vuole vaccinarsi, del marito o della moglie, dei tempi d’attesa per un esame in ospedale, dei vicini rumorosi, della coda stessa alle poste, del mal di schiena cronico, del figlio che va male a scuola e dei professori del figlio, anch’essi canaglie, che non sanno valorizzarlo. Ci si lamenta dello stipendio, delle ore di lavoro (va detto oggettivamente: in questo sventurato  paese, inutilmente troppe), della maleducazione altrui, dei prezzi che aumentano, dei ristoranti pieni, dei ristoranti vuoti, dei ristoranti chiusi, dei runner paranoidi, dei ciclisti in mezzo alla strada, dei guidatori imbranati, dei neonati che piangono, dei bambini che giocano, dei vecchi che non si decidono a morire e che resistono pure alla pandemia.

Ecco, l’esercizio spirituale che vi propongo oggi è seguente: quando vi torna la voglia di lamentarvi di qualcosa, qualsiasi cosa, dimenticando per qualche istante che anche voi infastidite di continuo, e per gli stessi futili motivi, il prossimo vostro, soffermatevi a guardare per qualche secondo, con attenzione, la foto di Bebe Vio.

Ve lo assicuro, perderete solo pochi secondi: ma avrà del miracoloso.

Dove vai? Vado a farmi il mondo!

Sapete, io ho cominciato a fare il medico in un momento storico nel quale lavorare in ospedale era, per uno come me, la massima aspirazione possibile. Avevamo studiato duro, noi compagni di corso, per quel solo fine: entrare in un reparto ospedaliero, vivere la vita di corsia, indossare il camice bianco, insomma fare-i-medici.

27 anni dopo la nostra laurea il mondo si è capovolto: gli ospedali si sono svuotati, salvo forse qualcuno di quelli più grandi, i medici sono fuggiti nel privato e il privato si è insinuato negli ospedali pubblici per supplire alla carenza cronica degli stessi. Siamo al paradosso: un medico può licenziarsi dall’ospedale pubblico e rientrarvi dalla finestra come libero professionista. Perché dovrebbe farlo? Perché fa lo stesso lavoro ma guadagnando il doppio, il triplo, il quadruplo. Perché non ha più capi o direzioni aziendali a rendergli la vita difficile. Perché magari smette di fare le notti di guardia, oppure continua a farle ma a qualcosa come il 4000% in più di emolumento. 

Delle cause ho già parlato appena prima del Covid, facendomi peraltro mettere gli occhi addosso da chi pretenderebbe una versione perennemente edulcorata della realtà dei fatti. Invece, mi dispiace dover insistere, non va tutto bene. Non-va-tutto-bene.

Ma non è di questo che voglio parlare stasera: la mia lettera semiaperta è rivolta invece ai colleghi che hanno scelto la strada del privato. Non dirò loro che hanno sbagliato per questioni etiche, morali, deontologiche: tutte gran fregnacce, queste, anche se è pur vero che per qualcuno di loro ci sono rimasto veramente, ma veramente male. Farò invece un discorso di carattere generale sul (loro) futuro.

Adesso sembra tutto bello: guadagni facili, niente rotture di palle, le aziende private vi corteggiano come se foste un buon partito per i figli o le figlie degli amministratori delegati. Vi coccolano, addirittura, come a me fu maldestramente suggerito di fare qualche anno fa con chi sceglieva di andar via dal mio ospedale. Ma il mercato ha una caratteristica imprescindibile: per sua natura oscilla. Oscilla assai.

Tra qualche anno quindi accadranno due cose: la prima è che il mercato della sanità privata andrà incontro a saturazione. Sapete a quel punto cosa accadrà? Quando la domanda ha un calo si abbassano i prezzi, lo avete visto con la benzina durante il primo lockdown. Vi chiederanno di fare le stesse cose per meno soldi, tanto qualche disperato pronto a sostituirvi lo troveranno di sicuro, qualora non accettiate. Per guadagnare la stessa cifra dovrete lavorare il doppio, il triplo. Al pari di un globe-trotter, correre da un centro privato all’altro: se il vostro scopo era rimpossessarvi della vostra vita, come disse un altro sciagurato tempo addietro, in cui spero di mai più imbattermi nemmeno per sbaglio, ci sarà da divertirsi.

La seconda è che se le cose continueranno in questa direzione, e vi garantisco che continueranno, l’affare sanitario prima o poi diventerà troppo ghiotto. Prima caleranno i pesci medi, che divoreranno senza pietà quelli piccoli, gli studi radiologici a gestione familiare che hanno fatto grande fortuna negli anni ‘80 e ‘90 ma che adesso, per quantità e qualità di lavoro, sono ai minimi storici e restano ancora in vita solo perché il pubblico agonizza e i malati non si accorgono della differenza. Poi caleranno i pesci grandi, i gruppi esteri, che imporranno a tutti condizioni capestro. Date uno sguardo alla Lombardia, che laggiù sono sempre più avanti del resto d’Italia: scoprirete che è già in atto un accenno di inversione di tendenza dal privato al pubblico. Non guardate invece al sud, per favore, perché in quelle lande politicamente desolate esiste già da decenni quasi solo la sanità privata: le conseguenze di questa deriva politica chiedetele pure a chi ci abita, di certo non a me.

Morale: ci stanno fregando tutti. I cittadini perché resteranno senza più sanità pubblica, o quantomeno con una sanità pubblica rimaneggiata e mescolata col privato. I medici perché dopo avergli tolto guadagni, speranze di crescita professionale, potere decisionale, sicurezza dalle denunce che cadono a pioggia perché pilotate ad arte (ah, la malasanità! Quanto bene vende, vero? Quante famiglie fa mangiare, vero, questa malasanità?). Le cosiddette professioni sanitarie pure, perché si troveranno a svolgere compiti di complessità inaudita ma allo stesso stipendio di prima, o con piccole prebende che verranno ampiamente assorbite dalle costose assicurazioni che infermieri e compagnia bella saranno costretti a stipulare per pararsi le chiappe.

Per cui state attenti, ponderate bene le vostre scelte: tra qualche anno, quando chiederete di rientrare in ospedale, potrebbe non esserci più posto per voi. Salvo che la politica, a tutti i livelli, non getti la maschera e dica le cose come stanno: la salute degli italiani costa troppo ed è economicamente insostenibile. Ma anche in quel caso rischiate di restare fuori dal piatto ricco: se l’attività ambulatoriale verrà tutta esternalizzata ai privati, e non manca molto, resteranno pochi ospedali pubblici con pochi medici (si spera) ben pagati. A quel punto mantenere il vecchio stile di vita sarà difficile: e magari sarete costretti a interminabili notti di guardia, pagate una miseria, nell’ospedale di Frattameggia di Sopra: proprio quello da cui siete partiti, baldanzosi e sicuri di farvi il mondo, come chiosava Tony Manero alla fine di “Staying alive”, solo dieci anni prima.

Che sarei stata buona anche se avessi guadagnato dieci sterline

Esiste sempre un momento preciso in cui una crisi o uno stato di emergenza si cronicizzano: e a quel punto diventano in senso lato istituzionali, la semplice e terribile normalità delle cose. Quel momento, quando arriva, fa il rumore dello scatto di un ingranaggio ben oliato: secco, metallico, inconfondibile. Quando l’emergenza si è strutturata, coagulata nel quotidiano, cristallizzata in forme abnormi ma reali, si possono tenere soltanto due tipi di atteggiamenti, opposti tra loro.

Il primo riguarda, in rapida successione, i concetti di scappare, mollare, abbandonare la nave, cercare di salvarsi la pelle, far perdere le proprie tracce, fingersi morti come gli opossum, cercar fortuna altrove, emigrare nelle Americhe.

Il secondo: resistere, cercare e trovare motivi di soddisfazione nei tentativi donchisciotteschi di opporsi al crollo del sistema, esercitare una forma di resistenza allo sfacelo che ha valore non assoluto, perché siamo tutti piccoli e impotenti, ma relativo alla situazione che si sta vivendo. Il valore, per esempio, che i monaci benedettini davano alla loro regola: ora et lavora. Prega e lavora, e basta, anche se non porterà alcun vantaggio pratico: in questo senso, la maggioranza di noi medici ospedalieri è come i monaci medievali. O come i cavalieri templari: si combatte una guerra già perduta in partenza, viste le premesse, vista l’assenza di programmazione a livello nazionale, visti la miopia e il dolo a livello regionale. Ma la si combatte lo stesso, la nostra fottuta guerra, perché la natura del nostro desiderio non risiede nel risultato finale, nella vittoria della guerra, ma nel combattimento di ogni singola battaglia quotidiana.

Dico questo perché esiste è una forma di piacere sottile, un po’ sadico ma anche un po’ masochista, nel ritrovarsi in pochi nella trincea, e serrare i ranghi. C’è una forma di soddisfazione anomala nel ritrovarsi la mattina, fare il conteggio delle assenze impreviste e prendere il caffè con il collega che sbuffa perché la situazione è difficile ma poi è il primo a prendere di nascosto i tuoi esami e a refertarli al posto tuo. Oppure imbattersi nella collega dal sorriso contagioso, quella che trova sempre il tempo e il modo per strapparti una risata e anche lei, di nascosto, si impegna a sottrarti sistematicamente il lavoro in eccesso con un lavoro silenzioso da formica operosa.

Io non sono convinto che i romani del quarto secolo avessero coscienza della direzione che stava prendendo la loro storia, del declino inesorabile che in poche decine di anni li avrebbe inesorabilmente schiantati e avrebbe aperto le porte di Roma alle invasioni barbariche. Allo stesso modo, in questo momento non ho precognizioni affidabili circa il destino della sanità pubblica: anche se fatico a immaginare un futuro sostenibile in cui i medici tornino a lavorare negli ospedali felici, soddisfatti del loro lavoro, ben pagati, con ritmi accettabili, senza il fiato sul collo di denunce civili o penali da parte di pazienti soddisfatti (pazienti che, nella stragrande maggioranza dei casi, sarebbero andati incontro a morti più dolorose e spietate di quelle toccata in sorte per gli eventuali errori medici).

Quando vengo a sapere, e lo vengo a sapere sempre più spesso, che colleghi valenti hanno abbandonato carriere affermate per trasformarsi in globetrotters il cui unico fine non sembra tanto l’esercizio in sé della professione ma il miraggio di un guadagno più adeguato alle proprie aspettative, mi torna sempre in mente il principio cardine a cui ho affidato la stragrande maggioranza dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni. Nonostante le mie evidenti inclinazioni umanistiche io, tanti anni fa, mi sono imbarcato su una nave battente bandiera scientifica e quindi sono abituato a ragionare col metodo cosiddetto scientifico. E di conseguenza sono addestrato da almeno un quarto di secolo a valutare e le cause dagli effetti che provocano sulla breve, media e lunga distanza.

Quindi penso che l’errore di programmazione possano commetterlo tutti: non siamo esseri infallibili, la nostra capacità di raziocinio e di calcolo non è infinita. Essersi ridotti questa situazione, poco meno di trent’anni dal giorno della mia laurea, implica probabilmente che alla base della crisi del sistema sanitario nazionale non c’è l’errore umano, il calcolo sbagliato, l’errore di valutazione. Ma il dolo.

Ecco, io di questo dolo conosco i volti, i nomi e cognomi, e gli effetti delle loro azioni espressi da leggi, commi, progetti politici folli e a tratti suicidi: e di quello che so mi piacerebbe poter mettere a parte tutti. A ben pensarci, però, è almeno 15 anni lo faccio: ma l’unica conseguenza, quindici anni dopo l’apertura del mio blog e di questo profilo facebook, è che mi ritrovo con molti meno amici e sodali di quanto avrei creduto e sperato, mentre l’impero crolla e noi superstiti della centuria ogni sera ripuliamo il sangue dalle spade e le riaffiliamo per la battaglia del giorno dopo.


La canzone della clip è “That would be good”, di Alanis Morissette, tratta dall’album “Suppodes Former Infartuation Junkie” del 1998.

Il decalogo delle idiosincrasie da social media

Quello che segue è un piccolo decalogo scherzoso dell’idiosincrasia che mi evocano talune modalità di comunicazione dopo anni di frequenza altalenante dei più svariati social media. Leggetelo e sorridete con me, consci del fatto che alcune delle modalità elencate coinvolgono, oltre a perfetti semisconosciuti dei quali tutto sommato mi frega ben poco, persone a me molto ma molto care. Alle quali è pertanto consentita la replica più spietata: perché sicuramente anche io coltivo modalità di scrittura irritanti per qualcuno di loro.

10. MI PIACE ESSERE EFFICIENTE, EFFICACE E PURE PROATTIVO. Come sanno ormai anche i muri, l’efficacia è la capacità di raggiungere un determinato obiettivo e l’efficienza la capacità per raggiungerlo sprecando meno risorse possibile. La proattività, a sua volta, è la capacità di anticipare i problemi e di mettere in atto le strategie volte a prevenirli. In questo caso specifico l’irritazione nasce dall’uso strumentale di questi concetti, che in genere è mirato a sottintendere una mentalità moderna, di tipo manageriale e vincente: come se i problemi gestionali, fino a pochi anni fa, venissero invece affrontati con gli stessi criteri che i contadini medioevali adoperavano per prendersi cura dei loro campi di frumento. Fa persino dispiacere dirlo ai manager dell’ultima ora: noi esseri umani siamo allenati alla efficienza, all’efficacia e alla proattività fin dalla nascita, sono concetti che fanno geneticamente parte della nostra comune intelligenza e c’è poco da specularci sopra. Chi si accompagna a un felino lo sa meglio di chiunque altro: i gatti, a differenza dei cani (che hanno un solo obiettivo, cioè l’amore del padrone, e sprecano troppe risorse per procacciarselo), sono istintivamente proattivi. Per cui smettetela di rompere le scatole: se volete ascendere al rango di manager, e non so oggi come oggi quanto vi convenga, piuttosto trovate qualcuno che vi raccomandi meglio di come abbia fatto in passato.

9. LA MUSICA APPLICATA AL QUOTIDIANO: IL RAP E LE SUE VARIANTI, I RITMI LATINO-AMERICANI E GLI HAPPY HOUR, IL TANGO E LA MALEDETTA FISARMONICA. Che ci crediate o no, il rap è nato verso la fine degli anni sessanta: sarebbe a dire che, con buona pace dei millennials, è roba da boomer e quando fu importato in Italia (ufficialmente nel 1993, grazie al contributo di Frankie HI-NGR) era già roba vecchia. Il rap in Italia ha successo perché si possono fabbricare rime un po’ a caso, senza conoscere una sola nota musicale, e soprattutto perché nei testi rap italiani è consentito eccedere nello sport italiano per eccellenza: lamentarsi. Degli amori andati a male, delle famiglie modeste di origine, dei compagni di scuola ricchi e stronzi che adesso sono più povery del rapper ipertatuato, delle compagne di scuole belle e stronze che adesso si mangiano le mani dalla rabbia perché gli sfigatoni delle scuole superiori sono diventati ricchi, famosi e ipertatuati, delle periferie disastrate da cui è partito tutto, eccetera. E sono tutto sommato meno insinceri i tormentoni latino-americani alla Despacito, che ogni estate ammorbano i nostri soggiorni in spiaggia e gli happy hour al tramonto con ritmi terrificanti, tutti uguali, che parlano tutti della stessa cosa: la voglia feroce di scopare a ogni costo (“… quiero respirar tu cuello despacito”). Messaggio parimenti trasmesso anche dal ritmo lento e doloroso del tango: il quale, finché è limitato al ballerino di tango che cerca di sedurre la sua bella con passi lascivi e la rosa stretta tra i denti, all’interno di una balera fumosa, può anche essere tollerabile; ma non lo è più quando il suo dannatissimo tempo binario viene travasato nella musica pop e tradotto in canzoni che hanno la pretesa di accendere il sentimento dell’ascoltatore e invece riescono solo a rompergli i maroni (specie se accompagnate dalla solita, stramaledetta fisarmonica che fuori dai confini francesi, e spesso anche dentro, è davvero uno strumento di rara inutilità). Ricordatevi sempre che basta cambiare una frase e il tanghèro (ballerino di tango) si trasforma in un tànghero (persona rozza, ignorante o goffa, molto villana nei modi). Ci sarà un perché, no?

8. LE FOTO A BRACCIA INCROCIATE. I politici. I medici dei centri privati. Gli imbonitori del coaching. Gli agenti immobiliari sui loro siti aziendali. Tutti in giacca (e spesso in cravatta), il sorriso aperto e le braccia conserte: praticamente un ossimoro vivente. Già: perché, nel caso nessuno ve lo abbia spiegato, le braccia conserte sono un segno di chiusura, di difesa ostile, di protezione degli organi più delicati del nostro torace (cuore e polmoni). Non fate lo stesso errore quando siete a cena con vostro suocero o durante un colloquio con un cliente: lui si accorgerà della chiusura e troverà il modo di farvela pagare (negandovi la figlia o non acquistando nulla). Fatevi un grande favore: pubblicate una bella foto con le braccia aperte, a simulare un abbraccio. Se no siete solo ridicoli, e neanche minimamente originali.

7. LE FRASI A EFFETTO A USO TERZI. Volete mandare a quel paese il collega che ha avuto la promozione al posto vostro? Fatelo, dategli del raccomandato, ma in faccia e non tramite frasi a effetto su FB con il faccione sorridente e sornione di Favino in primo piano. Ce l’avete a morte con il vostro/la vostra ex perché vi ha abbandonato? Smettetela con gli stati whatsapp dove frasi di canzoni strappalacrime campeggiano su foto di struggenti tramonti sul mare: diteglielo e basta, che è uno stronzo/a. Qualcuno vi ha fatto un torto indicibile? Mio Dio, affrontatelo a viso aperto e ditegli quello che pensate di lui. Però, vi supplico, vi scongiuro, smettetela di intasare i social con frasi fatte sulla dura corazza che il mondo vi costringe a indossare, sulla cattiveria degli esseri umani e l’inaffidabilità di amici, o presunti tali, e parenti, che invece tali lo sono per forza. Diteglielo. Fatevi forza e di-te-glie-lo-in-faccia. E che cazzo.

6. QUANT’ALTRO COSA? Il “quant’altro” è l’ultima risorsa delle donne e degli uomini senza fantasia. Si attacca a qualsiasi finale di frase, dal congresso scientifico di prim’ordine alla conversazione da strada col postino. Il “quant’altro” chiude un discorso nel modo più inelegante e generico possibile. Non è un intercalare, è un cosiddetto plastismo: secondo Ornella Castellani Polidori, autrice con i classici due cognomi d’ordinanza de “La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo”, trattasi di forme che “a un dato momento si presentano alla ribalta con un marchio di novità” mentre, al contrario, il linguaggio giornalistico se ne è invaghito in qualità di “pesante burocratismo abituale a capufficio e notai”, che lo usano al posto di “eccetera”, di “altro ancora” e di “e compagnia bella” (che almeno ha il dono di essere, come locuzione, più simpatica). Insomma, parlate e scrivete come un burocrate a metà strada tra un impiegato del catasto e un appuntato della Benemerita, e nemmeno ve ne accorgete.

5. VI È? MA PARLA COME MANGI! Già, perché quel “vi” è solo un merdoso avverbio di luogo: del tutto equivalente a “ci” ma, come recita treccani.it, “di tono più formale”. Tradotto nel linguaggio della strada, e sempre riferito al “vi è”: non è che declamandolo in pubblica piazza o vergando con il medesimo le vostre sudate carte, invece che con il più umile “c’è”, ciò che direte avrà più peso. Farete solo la figura dei pezzenti rifatti, in definitiva, o al massimo del parlamentare ignorante che dallo scranno di Montecitorio, grasso e sudato, cerca di dare un tono al suo cattivo italiano.

4. L’APOTESI DEI SENZA SE E SENZA MA. Cioè la frase regina dei plastismi, sempre per usare il gergo di cui al punto 6. Parente molto prossima del “nella misura in cui” molto in voga negli anni ’70, e parimenti fastidiosa, è una cosiddetta voce polirematica: elementi lessicali formati da più parole dotate di particolare coesione strutturale. Il bello delle voci polirematiche è che possono appartenere a differenti categorie lessicali: funziona sia da avverbio che da aggettivo, e già questo è sufficiente a inibirne l’uso sistematico tanto in voga in questo periodo. E poi, scusate, non vi sentite ridicoli a parlare come un giornalista o un politicante qualsiasi che finge rabbie istituzionali prive di logica nel peggior salotto politico di Rete 4?

3. MA SI CHIEDE DAVVERO SEMPRE TUTTO “PER UN AMICO”? In genere la locuzione “chiedo per un amico” segue un’affermazione intrinsecamente stupida e/o imbarazzante riferita a se stessi. La prima volta che l’abbiamo letto ha fatto sorridere, la seconda pure. Dalla terza volta in poi ogni volta è come camminare con un sassolino nella scarpa: ti devi fermare, cavarti la calzatura e toglierlo. Allo stesso modo, quando ci si imbatte nella domanda retorica che qualcuno pone al fantomatico amico, bisogna fermarsi ed eliminarlo seduta stante dalla lista dei contatti su FB, instagram o twitter. A ben pensarci, il “chiedo per un amico” è una specie di legge della sopravvivenza darwiniana applicata al web: se la usi meriti l’estinzione.

2. NELLE FRASI NON MI PIACE USARE I … PUNTINI SOSPENSIVI. I puntini sospensivi stanno dilagando, nel mondo della scrittura, peggio del coronavirus. Dice la Treccani: “i puntini di sospensione si usano per segnalare che il discorso viene sospeso, in genere per imbarazzo, per titubanza o per allusività”. Però, mioddio, non è che tutto, ma proprio tutto quello che scrivete può veicolare imbarazzo, titubanza o allusività. Ci sarà un argomento che non vi imbarazza? Un tema che non usate per alludere a qualcos’altro? Una riflessione sulla quali non siete titubanti ma assolutamente decisi a imporre il vostro punto di vista? Le regole sull’utilizzo dei puntini di sospensione sono poche e semplici: 1) Sono 3 di numero, non uno in più né uno in meno, e non bisogna lasciare spazi vuoti tra essi. 2) Non bisogna abusarne perché… abusarne è sintomo di cattivo uso dei… puntini sospensivi. 3) I puntini sospensivi vanno bene in un dialogo, perché uno dei due dialoganti può avere un attimo di esitazione che va fatto notare. Ma in un discorso più generale che ci azzeccano? Forse, chissà, lo scrittore non sapeva come terminare la frase, o lasciare aperta la riflessione per il lettore… 4) I puntini sospensivi, comunque voi vogliate maltrattarli, restano sempre e comunque segni di interpunzione e quindi dopo l’ultimo dei tre va lasciato uno spazio. Insomma, liberatevi della vostra timidezza patologica, eliminate i puntini sospensivi e osate la sobrietà estrema del punto finale o il coraggio adolescenziale del punto esclamativo!

1. LE MALEDETTE FACCINE NEI COMMENTI SU FACEBOOK. Gli emoticons vincono la gara dell’idiosicrasia, e di parecchie lunghezze sul resto dei partecipanti. Lo sapete anche voi: una delle cose belle dei social è che in talune circostanze, grazie alle “faccine”, la scrittura che abbiamo imparato a scuola sale di livello, diventa scrittura 2.0 e assume anche la forma della comunicazione orale (che è caratterizzata dalla gestualità e dalla mimica facciale). Il che rappresenta un indiscutibile vantaggio, se non si può dialogare faccia a faccia con l’interlocutore, perché l’uso delle emoticon permette di inserire elementi espressivi nei testi scritti trasmettendo in modo più sincero le emozioni che proviamo. E, in modo altrettanto cruciale, può modificare la percezione che gli altri hanno di ciò che abbiamo scritto. Faccio un esempio pratico, mutuato dalla mia decennale esperienza ferrarese. Se io scrivo a qualcuno: “Ca tiena un cancar!” gli sto letteralmente augurando, per il tramite di una frase assai ingiuriosa, un brutto male e quindi una fine dolorosa. Ma se gli scrivo: “Ca tiena un cancar! :-)”, aggiungendo l’emoticon del sorriso, il mio interlocutore può comprendere senza grossi dubbi che la frase ingiuriosa in realtà è come una pacca sulla spalla tra amici, o una locuzione che può persino manifestare apprezzamento e rispetto (per esempio, di fronte a un passante impossibile, il giocatore di tennis avversario, sempre nativo di Ferrara, potrebbe dirti: “Sa ti è brav, ca tiena un cancar!”). E fin qui tutto bene, abbiamo capito che gli emoticons sono utili e a volte persino determinanti nell’evitare incomprensioni tra perfetti sconosciuti che dialogano su un argomento X. Il problema si genera quando il dialogo sale di livello, uno dei due (più competente, più allenato alla dialettica e alla logica o, semplicemente, più intelligente dell’interlocutore) sbilancia l’altro e l’altro, messo nell’angolo, tira fuori l’artiglieria contraerea delle faccine. Esempio tipico:

Interlocutore A: “Il tale articolo scientifico, pubblicato sulla rivista più prestigiosa della galassia, afferma che il coronavirus deriva dalla mutazione genetica del virus alieno GZR-678-MMMH, giunto sulla Terra con l’astronave precipitata nel 1918 a Tunguska, in Siberia”.

Interlocutore B: “Si, ma non è che la rivista scientifica più prestigiosa della galassia può sapere proprio tutto tutto ;)”

Oppure:

Interlocutore A, dopo aver espresso con la massima logica possibile il proprio punto di vista, sostenendolo con fonti inoppugnabili: “E quindi questa è la mia posizione sull’argomento.”.

Interlocutore B, alla fine di una sfilza di fallacie logiche che in genere è facile, sebbene dispendioso in termini di tempo, smascherare: “La tua posizione sull’argomento è errata per questo, questo e questo motivo. ;););)”. Oppure: “Sarà, ma tu mi sembri un gran presuntuoso ma io resto del mio parere. ;)”

In buona sostanza, l’emoticon sorridente o che fa l’occhiolino è un auto-disinnescatore di imbarazzo: quando uno è letteralmente con le spalle al muro, e non più ha argomenti per ribattere, non trova migliore soluzione al problema che ostentare distacco dal problema stesso e dall’interlocutore che lo ha messo in quella posizione. L’emoticon diventa allora uno stendardo di superiorità, se non intellettuale, quantomeno morale: del tipo “non vali la pena della discussione ma non voglio che tu creda che io sia arrabbiato/a con te, e sono talmente superiore che te lo dico con ironia”. A quel punto le scelte sono due: chiudere la discussione seduta stante, perché persone del genere non meritano nemmeno la fatica di ottenere l’ultima parola, oppure passare alle offese dirette, anche a rischio di manifestare tutto intero il proprio disappunto. Il bello di questi personaggi è che alla fine ti tolgono l’amicizia e ti bloccano, però poi non riescono a resistere e ti sbloccano, così possono tornare a leggere le cose che scrivi ma cercando di passare inosservati. Una tenerezza, insomma, degna di una favola dei fratelli Grimm.