Voglio ridere e voglio bere, io stasera cambio amore, tutto qui

maggio 29th, 2016

Il secondo anno di università andai a stare in una casa nuova: un appartamento vero, al posto del monolocale vissuto in due del primo, lunghissimo anno. Un pomeriggio, mettendo a posto le mie cose nel vecchio armadio, in fondo a un cassetto trovai un foglio di carta ben ripiegato sul quale erano scritti, in ottima calligrafia, versi molto belli.

Voi non lo sapete ma il vostro blogger preferito, tra le altre cose, è anche un pessimo musicista e autore di parecchie canzoni: presi in mano la mia chitarra e misi una musica su quelle parole, che per qualche sconosciuto motivo si prestavano particolarmente bene alla bisogna. Ogni tanto la cantavo e la cantavo a un piccolo pubblico di sprovveduti come me, persone che non avevano mai sentito per intero l’album La mia banda suona il rock di Ivano Fossati. Si, perché il testo che avevo trovato era il suo: solo che io quella canzone, all’epoca, non la conoscevo. Smisi di suonarla e cantarla, e mi vergognai alquanto perché ovviamente la musica originale era molto più bella della mia. Mi dispiacque un po’, devo ammettere, perché su quel foglietto ripiegato avevo fantasticato assai: una storia finita male di qualcuno che in quell’appartamento aveva abitato prima di me, per esempio. Una poesia bellissima e dedicata a una donna affascinante come la studente di matematica che abitava nell’appartamento del piano di sopra, per esempio. E invece era tutto così dannatamente semplice, e banale.

Il che mi riporta a Piero, barbiere di 86 anni che si ostinava a esercitare nonostante l’età avanzata e la schiena curva: usava le forbici, Piero, e il rasoio non elettrico ma a mano, come i suoi colleghi del dopoguerra. Sempre impeccabile, Piero, con i baffetti ben curati e la divisa immacolata e la schiena appena appena curva sotto il peso del tempo. Parlava poco, durante il lavoro, e in genere solo se interpellato. Una volta gli chiesi quanti anni avesse e poi, saputa la risposta, non potetti esimermi dal fargli i complimenti per il modo straordinario in cui se li portava. Piero scosse le spalle e si limitò a dire, asciutto: Dottore, non è merito mio. E’ solo questione di culo.

Lo cantava anche Pino Daniele: ‘A vita è sulo culo rutto e niente ‘cchiù. Io spero ancora che ci sia spazio per l’iniziativa personale, ma più passa il tempo e più mi convinco che Piero il barbiere, e tutti gli altri, abbiano ragione. Da vendere.


La canzone della clip, come avete capito, è la stessa del testo scritto sul foglio dell’armadio: si tratta di E di nuovo cambio casa, di Ivano Fossati, tratta dal celeberrimo La mia banda suona il rock del 1979. Un grazie a Luigi, che ha tirato fuori dopo molti anni Piero il barbiere in una indimenticabile serata marittima tra due veri amici che hanno la sfortuna di abitare troppo lontani. L’altra canzone, linkata al verso di Pino Daniele, è Che te ne fotte (dall’album Vai mo’ del 1979).

Lucciole nel cielo nero come pece

maggio 24th, 2016

Non so voi ma io in questo periodo lavoro molto, e di gusto, e quasi non mi accorgo che la giornata passa. Ogni tanto faccio una pausa, ma per lo più ascolto musica a ripetizione anche mentre referto o scrivo lettere all’amministrazione, e mi concedo solo l’intervallo minimo per mangiare qualcosa in mensa. Poi ritorno, chiudo gli occhi e mi gusto odore e sapore del più sacrosanto dei miei caffè quotidiani.

Ma alla fine del caffè sento che manca ancora qualcosa. Una specie di sotterraneo languore, non so come altro chiamarlo. Un piccolo vuoto nell’anima fatto a forma di qualcosa, o di qualcuno. Allora apro il cassetto della mia scrivania e tiro fuori la tavoletta di cioccolato: ne basta poco, un piccolo assaggio, e il vuoto si riempie silenziosamente.

Così è sufficiente sbirciare com’è il tempo, là fuori, e riprendere il lavoro. Ed è già ora di andare a prendere i bimbi da qualche parte, poi di studiare, poi di scrivere, e se avanza voglia anche di guardare un bel film stravaccato sul divano (leggere figuriamoci: l’ultima mezz’ora del giorno è sempre per il libro di turno, caschi pure il mondo).

Insomma, direi che alla fine basta poco per restare incantati. Anche nei tempi più cupi.


La canzone della clip è Vagalumes, di un cantante brasiliano che ha un nome irricordabile (Affonso Heliodoro dos Santos Junior) ma per fortuna si fa chiamare solo Affossinho. E’ tratta dall’album Belè (2006): se vi aggrada il genere musicale, e soprattutto la lingua purtughensci, vi consiglio di ascoltarlo tutto; specie se in quel momento vi sentite animati da un’allegria inestinguibile. Vagalumes, cioè Lucciole, è una canzone dal testo dolcissimo: il modo in cui si immagina una vita perfetta insieme, tanto per capirci. A volte, quando si è tristi, la paura è che certe emozioni non torneranno mai più ad allietare le nostre vite. E invece.

Il grido pieno di foja di chi ci crede ancora

maggio 21st, 2016

Venerdì scorso è stata una giornata lunghissima: lezione agli studenti del 5° anno di medicina (tutti bellissimi, con quegli occhi pieni di luce quando abbiamo parlato del loro futuro, del lavoro che avrebbero fatto da grandi); una deviazione nel mio vecchio reparto, a presenziare la festicciola di commiato di un collega che sta per cambiare posto di lavoro; poi di corsa all’ospedale del fiume, per una riunione con i miei attuali colleghi a cui abbiamo attaccato un bel ragionamento clinico, e che si è prolungata fino a ore invereconde per essere un venerdì pomeriggio di bel sole. E la sera mi è venuta persino la foja (vedi notula finale) di uscire a cena: come diceva una vecchia amica sicula, mi sa che in certi periodi dell’anno ho davvero una produzione endogena di oppiacei.

Ma è del mio collega che voglio parlarvi: uno di quelli che, in tutti gli anni in cui abbiamo lavorato insieme, è arrivato ogni mattina in reparto con il sorriso sulle labbra. Uno di quelli che, se avevi bisogno di aiuto, non si è mai tirato indietro. Uno che potevi chiamare al telefono alle otto meno cinque di sera, senza preavviso, e correva senza storie a fare la notte di guardia del collega che si era sentito poco bene all’ultimo secondo.

Persone del genere, in un qualunque posto di lavoro, fanno la differenza. Pensare che facciano il salto dal pubblico al privato mi inquieta: un salto enorme, in un certo senso ideologico, e chissà quanto sofferto. Il mio collega non è il primo a saltare il fosso, in questi ultimi mesi: è già accaduto, nella mia più totale incredulità, che radiologi di grande valore (anche umano) cedessero di schianto e scegliessero strade alternative. Per una bestia ospedaliera, quale io sono, è quasi incomprensibile. Ma poi guardo la cosa da un altro punto di vista, e mi sembra di comprenderne i motivi più reconditi.

Siamo tutti stanchi, noi sanitari, chi più chi meno, di come stanno andando le cose. E’ una sensazione di esaurimento progressivo, un malessere che ti corrode da dentro e contro il quale non puoi lottare. E’ la sensazione che i tuoi sforzi, come medico, siano vanificati da una mala gestione complessiva di una delle sanità migliori del mondo: che un pezzo alla volta ti sottrae ambizioni, guadagni e soddisfazioni professionali. E ho anche tanta paura: paura che quando questo malessere esploderà in tutto il suo fragore sia troppo tardi per tornare indietro, e la nostra buona sanità pubblica irrimediabilmente finita nelle mani di privati a cui non starà a cuore la qualità del lavoro.

Ma questo è un altro discorso. Prima di tornare al mio ospedale del fiume ho abbracciato il mio collega (a fatica, perché è una montagna d’uomo) e gli ho augurato di cuore le migliori fortune. In macchina, sotto il sole, sorridevo e fischiettavo: ma io, lo sapete, sono un inguaribile ottimista e non faccio testo.


La canzone della clip è Gioia, di Tommaso Primo, tratto dall’album Posillipo Interno 3 (2014). E’ cantata in napoletano e il verso che ho scelto per il titolo contiene una parola che non è traducibile: foja. Foja si potrebbe tradurre in italiano con “impeto”, ma sarebbe una resa inefficace del termine. Foja è un sentimento bruciante, non sempre positivo, che squassa il petto e talora impedisce persino di star fermi e di ragionare; ma che al tempo, se bene indirizzato, è un motore inesauribile che ti conduce alla meta. La meta finale che auguro di cuore al mio collega, e che auguro a tutti quelli che vivono la vita con la giusta foja.

Hai mal di testa, io ti farò stare meglio

maggio 18th, 2016

Lo dico sempre: non ci è dato di poter formulare un desiderio senza, al contempo, la possibilità che il desiderio stesso possa essere realizzato. Per me è sempre stato così, al punto di dover usare parecchia attenzione quando ne esprimo uno: perché una volta formulato il desiderio cominciano a muoversi ingranaggi remoti che, inevitabilmente, conducono verso ciò che hai così fortemente voluto. Questo è anche il motivo per cui guardo con molto ottimismo ai desideri che ancora non si sono avverati o ai desideri che sembrava lo fossero, e invece non era così. Ma anche per quelli è solo questione di tempo: basta saper attendere, e io so farlo. Uh, se so farlo.

Tutto questo per dire che a settembre, udite udite, verrà pubblicato il mio primo romanzo. Scritto molti anni fa, lasciato a riposare in una sezione del blog in attesa che qualcuno lo leggesse e ritenesse degno di attenzione: ebbene, è accaduto. Adesso, dopo la correzione delle bozze, stiamo scegliendo la copertina e vi assicuro che si tratta di un’altra esperienza mistica.

Ecco, finalmente l’ho detto. L’ho raccontato sul blog perché qui c’è gente che mi segue da anni con pervicacia talora sorprendente, e perché certe cose vanno condivise con il mondo intero. Vi terrò informati: voi intanto fate girare la notizia, che non si sa mai.


La canzone della clip è The way i am, di Ingrid Michelson, tratta dall’album Girl and boys del 2006. Lei è bellissima e la canzone pure: se sei un emicranico come me puoi non amare una donna che ti dice “Your head is aching, I’ll make it better”? No che non puoi. Per cui non accontentatevi mai: desiderate intensamente una donna (o un uomo) che vi dica tutte quelle belle frasi, e poi aspettatela (o aspettatelo) tranquillamente. Arriverà.

Niente è reale a parte l’amore

maggio 12th, 2016

Noi radiologi siamo pagati per fare diagnosi: ma chi ci ha insegnato a parlare ai pazienti quando la diagnosi è certa e infausta? Chi ci ha spiegato i rudimenti necessari per trattare con persone che da un secondo all’altro hanno visto la propria prospettiva di vita contrarsi di una trentina di anni? Nessuno, questa è la risposta. Nessuno ci ha insegnato nulla. Nelle nostre Scuole di specialità hanno perso la voce, si fa per dire, nel tentativo di insegnarci la Radiologia; ma nessuno, e dico nessuno, ci ha preparato al peggio, cioè ad affrontare in modo costruttivo la disperazione dei nostri malati.

Certo, potrei fare ancora una volta il professorino e dirvi che le brutte notizie vanno fornite in un ambiente tranquillo e riservato, e che un secondo dopo averle fornite la situazione va affrontata con decisione: bisogna subito, subito, subito proporre percorsi, strategie, soluzioni. Anche se la situazione sembra disperata. Un malato grave che ha appena scoperto di esserlo è soprattutto una persona in confusione: va presa per mano e accompagnata verso una speranza di guarigione, immediatamente, senza perdere nemmeno un minuto. Non è questione di cambiare la prognosi della sua malattia, quello nessuno di noi può farlo: è che bisogna ridurre al minimo i tempi dell’incertezza, chiarire tutto quello che c’è da chiarire e indirizzare lui e la famiglia verso persone competenti che impostino una terapia il più possibile efficace.

Si, questo è tutto vero, sulla carta sono preparato. Poi però, dopo tutta la teoria, dopo aver riferito a un uomo gentile di 55 anni che probabilmente ha un brutto male ai polmoni, dopo essermi preso in carico il suo problema fin dal primo secondo, prenotando gli esami successivi e attivando il pneumologo più bravo della zona, che succede? Cosa succede agli occhi gonfi e rossi della moglie che gli stringe la mano dietro la scrivania, mentre io parlo? Cosa succede all’uomo che un’ora fa, prima che la segretaria gli telefonasse per convocarlo, era vivo e felice e adesso invece è pallido come un cencio e ha addosso solo la sacrosanta e fottuta paura di non poter vedere i suoi nipoti?

Ecco, io non lo so cosa succede. Per quanto mi riguarda so solo che ogni volta mi sento inadeguato, anche quando ho fatto tutto il possibile. Che le mie parole, per quanto mi sia sforzato di essere cortese e comprensivo ed empatico, risuonano nelle mie orecchie come schiaffi violenti che ho assestato a un poveraccio mai visto prima. E che poi arriva, implacabile, l’attacco di emicrania: perché da qualche parte dovrà pur sfogare, tutta questa pressione.


La canzone della clip è Nothing real but love, di Rebecca Ferguson, tratta dall’album Heaven (2011). Ma poi bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa vuol dire amore, questa amena parola che allieta o perseguita le nostre vite: e io oggi forse l’ho intuito guardando gli occhi rossi della moglie e le mani dei due coniugi che si stringevano di nascosto. Ammesso che quella non fosse solo una manifestazione di paura, il che implicherebbe che anche l’amore è una forma di paura. E io a questo non voglio credere, non voglio crederci mai.