Tu sei proprio la parte di me che non posso lasciare andare

Io non sono mai stato tra chi ha stigmatizzato i medici che scelgono di lavorare nel privato. È una scelta legittima, onesta. A volte una scelta obbligata, se si hanno problemi personali di un certo tipo. In alcuni centri privati si lavora bene come in ospedale, a volte persino meglio. E oggi come oggi, inutile negarlo, la scelta di lavorare in privato è più vantaggiosa sotto molti punti di vista, primo tra tutti quelli economico. Ma c’è un punto, uno solo, che sull’argomento non mi va giù. E oggi voglio parlare proprio di quello.

Di recente uno dei consulenti esterni che collaborano col mio reparto, in questo tempo di vacche magre, chiacchierando con una collega le ha chiesto: “Ma tu che ci fai in questa palude?”

“Palude”, nell’accezione adoperata dal libero professionista in questione, riferita all’ospedale pubblico, è un termine chiaramente, indiscutibilmente, inequivocabilmente dispregiativo. La palude è per definizione un luogo malsano, lurido, sterile. La palude bisogna evitarla, nasconde l’insidia delle sabbie mobili, il pericolo mortale della malaria. Una palude, per definizione è abitata dagli orchi. Non dagli uomini.

Peccato però che, in questo caso specifico, il termine “palude” significhi anche tante altre cose. Per esempio.

La “palude” è quel luogo in cui da studente universitario sognavo, un giorno più o meno lontano, di poter lavorare: l’ospedale. Da quando misi piede per la prima volta in un’aula universitaria, per la lezione di chimica, il mio sogno è sempre stato quello. Anche quando ancora non sapevo cosa avrei fatto da grande (l’internista, il chirurgo o se, come poi è successo, altro), ero certo che sarei stato un medico ospedaliero. Appena assunto in ospedale, nel 1999, provai un lungo brivido di gratitudine mista a orgoglio personale: ce l’avevo fatta, ero proprio nel luogo dove avevo deciso di arrivare. Nessuno, all’epoca ne ero certo, avrebbe mai potuto allontanarmi dall’ospedale.

La “palude” mi ha permesso di sostentarmi dignitosamente grazie a un mestiere che non ho mai smesso di amare. Mi ha messo al fianco di colleghi capaci di insegnarmi il mestiere, prima di ogni altra cosa, ma spesso anche a vivere. Mi ha consentito di conoscere centinaia, migliaia di pazienti a cui forse sono riuscito a fare del bene, e dai quali certamente ne ho ricevuto altrettanto. 

La “palude” mi ha garantito una formazione e una crescita culturale adeguate alle circostanze. Mi ha fatto diventare così bravo in quello di cui mi occupavo da essere chiamato a parlare in giro della mia esperienza lavorativa, e a condividerla con gli altri colleghi di ogni parte d’Italia.

La “palude” è quel luogo in cui coloro che adesso la disprezzano, in tempi non sospetti, al pari dei loro padri e nonni medici, avrebbero dato via un rene per poter lavorare. In tempi non sospetti gente del genere ha accettato qualsiasi, e dico qualsiasi, tipo di compromesso pur di ottenere la fatidica assunzione a tempo indeterminato in ospedale, uno qualunque, anche il più micragnoso. Dite che adesso però l’ospedale è una palude e non conviene più sbattersi per sguazzarci dentro? Può essere. Ma attenzione: che la ruota, per sua stessa natura, gira.

Tutto questo non basta a rendere l’ospedale un luogo degno di essere vissuto? Evidentemente, al momento attuale, no. Perché è chiaro: non tutti hanno scelto di fare i medici per passione. Magari qualcuno ha dovuto per insistenze familiari, perché aveva il padre e il nonno, zii e cugini a loro volta medici. Qualcun altro per il miraggio del buon guadagno o della posizione sociale. Qualcun altro ancora la passione l’ha persa per strada: ricordo ancora le parole terribili di un anestesista, durante una lunga notte di guardia. Aveva uno sguardo infinitamente triste mentre pronunciava queste parole: “Non riesco a smettere di maledire il giorno in cui ho scelto di fare questo lavoro”.

Tuttavia, quale che sia il motivo, non tutto può ridursi a una questione di soldi. E la mera questione economica non può mettere nessuno nella condizione di stigmatizzare la scelta di un collega ancora convinto che il mestiere del medico non si riduca nel fare più soldi possibile con meno sbattimenti possibile, ma abbia a che fare con la cura del prossimo, la costruzione di rapporti duraturi sul luogo di lavoro, la crescita personale come medici e come individui. Anche perché il giorno in cui tutti costoro avranno bisogno di cure mediche urgenti per se stessi, i loro genitori e figli, gli amici più cari, non li porteranno nei loro studi scintillanti e iperaccessoriati, dove il 95% degli esami sono negativi e si guadagna il triplo che in ospedale. Li porteranno nella palude: che puzza di marcio, certo, ma ha il pregio non secondario di salvare la pelle alle persone che stanno davvero male.

Nelle polemiche degli ultimi mesi tra medici pubblici e privati i secondi hanno chiesto a gran voce rispetto per le proprie scelte. A me sta bene, alcuni di loro sono tra i miei migliori amici e ho grande stima nelle loro capacità, professionali e umane. Ma il rispetto deve essere reciproco, necessariamente reciproco, altrimenti finisce a schifìo. Anche se poi, a ben pensarci, rischiamo che finisca a schifìo lo stesso. Perché questo stato delle cose, alla fin fine, sta bene a tutti: ministri, politici, sindacati, e forse anche ai medici stessi.


La canzone della clip è “Hard to say I’m sorry”, dei Chicago, dall’album “Chicago 16” (1982). Molti anni fa, molti lenti fa.

Cavalcare la tigre


C’è stato un mood predominante, in questo 2021: cavalcare la tigre. Approfittare della situazione di crisi. Trarre vantaggio dai disagi altrui.

Si sia trattato di:

  • medici, con già alle spalle un oscuro passato da polemisti, passati definitivamente alla deriva dell’antivax;
  • virologi abilissimi a contraddirsi (a vicenda, ma anche a contraddire se stessi) pur di ottenere l’ospitata nel programma di prima serata televisiva;
  • filosofi, politici et similia, che avevano appena mandato alle stampe il loro ultimo instant book o che rischiavano di passare nel dimenticatoio;
  • pseudo-scienziati e le loro cure rivoluzionarie contro Covid, tumori, eczemi, ginocchio della lavandaia (cure costosissime, acquistabili direttamente dal loro sito internet);
  • capipopolo e masanielli vari, balzati dalla oscura mediocrità di una vita qualsiasi agli onori della cronaca;
  • femministə dell’ultima ora o di qualche ora prima, che hanno costruito una carriera e una visibilità personale sulle trappole pubblicamente tese allo sprovveduto di turno;
  • buonisti a oltranza, per i quali ogni battaglia sul politicamente corretto vale una copia venduta in più dell’ultimo romanzo, la speranza di venderne in futuro, o alla meno peggio un altro follower sulla pagina FB;

è tutto uguale, non c’è alcuna differenza, lo scopo è sempre l’interesse personale, il cosa-me-ne-viene-in-tasca. Qualcuno più lucidamente, qualcuno meno, qualcun altro perché gli è impossibile tornare sui propri passi, ma tutti accomunati da questa grande, immensa, spietata fame di fottere il prossimo per trarne vantaggio. In qualsiasi forma, in qualsiasi modo. A qualsiasi costo.

In questo 2022 aprite finalmente gli occhi, vi prego. Ricominciate a non fidarvi del primo che passa per strada: tutti hanno un fine ben preciso, nessuno fa nulla per nulla, e soprattutto a nessuno di costoro fotte niente, ma veramente niente, di voialtri.

Ooh, ci vuole ogni genere di persone a fare ciò che la vita più o meno è, sì

Questa è una storia, breve e intensa, di un paziente stronzo. Uno di quelli che nessun medico vorrebbe mai curare. Uno che non vorresti nemmeno come vicino di casa, perché sicuramente trasformerebbe le riunioni di condominio in storie dell’orrore alla Stephen King. La storia risale al 2011 e, come vedrete alla fine, non è ancora finita. Dieci anni dopo.

Il peggior paziente del mondo nel 2011 venne operato a un polmone: dopo aver fatto smadonnare un intero reparto di chirurghi e pneumologi, dai quali pretendeva tutto e subito. Come talora capita, l’intervento fu impeccabile ma il decorso post-operatorio no: nel suo torace si formò un empiema pleurico, una specie di sacca purulenta che lo ridusse in condizioni pietose. Dopo vari tentativi terapeutici, liti con le infermiere, minacce di ritorsioni medico-legali e tutto quanto di sgradevole un paziente possa rivolgere alla struttura ospedaliera che lo ospita, il chirurgo mi chiamò e mi chiese di mettere un drenaggio in quell’empiema pleurico. Non prima di avermi avvisato: “E’ un paziente difficile, stai molto ma molto attento”.

Io, che sono un ottimista naturale, lo accolsi in Tac con un sorriso. Mi sedetti accanto a lui e gli spiegai cosa avremmo dovuto fare. Lui non era messo bene: febbre alta, colorito cereo, non stava nemmeno in piedi. Dopo avermi ascoltato replicò che per nessun motivo al mondo si sarebbe fatto mettere le mani addosso da me.
“Ci sono altri modi di guarire l’empiema” disse. “La sua manovra è pericolosa e io non voglio morire in questo modo”.
“Pazienza” gli dissi. “Se cambia idea mi trova qua”.

E la mattina dopo, forse perché le sue condizioni erano ancora peggiorate e si temeva il peggio, il paziente cambiò idea. Tornò in Tac, io mi siedetti di nuovo accanto a lui e gli rispiegai cosa avremmo fatto. Punto per punto. E gli dissi anche quello che dico a tutti i pazienti che arrivano in Tac per procedure interventistiche: “E’ qualcosa che dobbiamo fare insieme, lei e io. E ho bisogno del suo aiuto, non si metta in testa che io riesca a fare tutto da solo”.
E il paziente stronzo, miracolosamente, mi aiutò. Strinse i denti quando usai i dilatatori, il 7, poi l’8, il 9, il 10; fino al 14 che, credetemi, non è proprio sottile come uno stuzzicadenti. Strinse ancora di più i denti quando infilai il drenaggio, li strinse quando cominciai ad aspirare la schifezza che ristagnava dentro quell’empiema. Durante tutta la procedura gli comunicai sempre, con un istante di anticipo, quello che stavo per fare: e lui mi appoggiò, dettò i tempi, a volte mi chiese di continuare e altre di aspettare qualche istante per poter rifiatare.

Alla fine la procedura durò quasi un’ora: che è davvero tanto, per un drenaggio toracico, credetemi sulla parola. Quando fu di nuovo sul letto gli strinsi le mani, gli dissi che sarei andato a trovarlo in reparto e che al successivo controllo Tac sarebbe stato dieci volte meglio di ora. Non stavo mentendo, non lo dissi per fargli coraggio. Ho infilato tanti drenaggi, in toraci disastrati dall’infezione, ed è sempre successa la stessa cosa: il miracolo. Per inciso, io non racconto mai balle ai pazienti. Perché se io fossi al posto loro mi incazzerei parecchio.

E lo rividi, infatti, al controllo Tac. Dopo due giorni e dopo altri quattro. La prima volta parlammo: stava già molto meglio, la febbre era scesa e lui si sentiva più tranquillo. La seconda volta mi avvisò il chirurgo perché io ero di guardia in pronto soccorso. “Per favore, vai a seguire tu l’esame” mi chiese. E poi: “Lui vuole solo te”. E io andai. Non lo portarono in Tac con il letto ma con la seggetta a rotelle: capii che avevamo finalmente scollinato. Non aveva più bisogno di essere spostato a braccia, e quasi quasi dal lettino fu capace di scendere con le sue sole forze. E poi, quando mise giù i piedi, mi fece la domanda che nessuno avrebbe mai potuto prevedere.

“Dottore, la posso abbracciare?” mi chiese con un mezzo sorriso.

Io annuii e ci abbracciamo, sotto lo sguardo un po’ imbarazzato di infermieri, tecnici e portantini. Quando si tratta di abbracciare qualcuno, lo confesso, non mi imbarazzo mai. Poi andai in bagno a raccogliere le idee. Mi guardai allo specchio e per un attimo, ma solo per un attimo, mi chiesi se tutto quello sarebbe davvero servito a qualcosa. Poi dal pronto soccorso mi chiamarono al cordless: stava già arrivando un’altra urgenza. Il bello del mio mestiere è che non c’è tempo per pensare. Solo per ricordare: ma dopo, molto dopo, nel silenzio del proprio letto o sotto lo scroscio della doccia serale.


Dieci anni dopo, ma non è la prima volta, quel signore (che ha ancora il mio numero di telefono, pensate), mi ha contattato via whatsapp. Lui ha una casa in Sardegna con un oliveto di proprietà, dal quale ogni anno trae un po’ di olio: quanto basta per il suo fabbisogno personale. “È un olio buono” dice sempre quando decide di portarmene una lattina, con l’espressione soddisfatta di chi sa il fatto suo. Dice: “Io non uso pesticidi né altre sostanze chimiche pericolose per fertilizzare gli alberi”.

Stamattina mi ha portato due latte e abbiamo preso un caffè insieme. Sono passati più di dieci anni e qualsiasi debito di riconoscenza, ammesso e non concesso che ne esistesse uno, è ormai passato in prescrizione. Mi ha raccontato di come si sente, del tempo libero che ha a disposizione adesso che finalmente ha lasciato ai figli l’azienda di famiglia. Ha detto: “Finché sei dentro il vortice pensi di non poter fare a meno del lavoro, poi scopri il valore del tempo e non vuoi sapere più niente di orari e impegni programmati”.

Io ho pensato a quella casa isolata, con i vicini a duecento metri, al silenzio invernale di una Sardegna finalmente libera dall’incubo volgare del turismo. Mi sono visto infagottato in una felpa da montagna e con il Mac sulle gambe, davanti al fuoco, a scrivere il prossimo romanzo. Poi l’ho guardato con attenzione, il mio ex paziente, ancora in forma, ansioso di vita all’aria aperta, capace di macinare chilometri per portarmi una latta del suo olio. E ho pensato che quel momento può ancora aspettare. E che se esiste ancora un motivo per fare il mestiere del medico, in questi tempi cupi, è proprio questo: prendere il caffè con un uomo che forse senza di te non ce l’avrebbe fatta, dieci anni dopo, in una mattina prenatalizia qualunque, in un bar improbabile gestito da una donna cinese gentile e sorridente, come se ci si conoscesse da sempre.


La canzone della clip è “Every kinda people”, tratta dall’album “Double fun” (1978). La copertina dell’album ci mostra Robert appoggiato con i gomiti al bordo di una piscina disseminata di costumi femminili a due pazzi, mentre ride con la sfrontatezza della gioventù (all’epoca aveva trent’anni o giù di lì), ignaro che sarebbe venuto a mancare troppo giovane. Rober Palmer morì a 53 anni, la mia età di adesso, dopo aver registrato a Parigi il suo ultimo album. Siccome è stato uno dei musicisti più sottovalutati della storia del pop-rock è giunto il momento di dare il mio modesto contributo alla sua causa: ascoltate questa canzone, gli arrangiamenti, in particolare l’uso del basso. Perché è proprio vero, come diceva lui, che al mondo c’è bisogno di ogni genere di persone.

Nella mia vita mi perdo, non mento, sono incoerente e lo ammetto, non reggo

Carla (la chiameremo così anche se non è il suo vero nome) mi ha raccontato una storia.

Di recente Carla si reca in un paese straniero per un piccolo intervento chirurgico. In sala operatoria c’è qualcosa che non va per il verso giusto: Carla ha un’emorragia difficile da controllare, va in fibrillazione, la tirano fuori per i capelli da una situazione ormai drammatica.

Poi segue la degenza ospedaliera, che si concretizza in quanto segue:

  • 200€ per ogni notte di degenza;
  • 150 € per ogni singola trasfusione;
  • 270€ per la visita cardiologica;
  • 170 € per il monitoraggio cardiaco.

Insomma, alla fine Carla deve sborsare più di 2000€ per riportare a casa la buccia, e al momento è ancora bloccata all’estero perché il decorso post-operatorio è lungo e faticoso.

E allora, con il suo permesso, lascio parlare lei.

“Quando mi sono sentita male hanno perso tempo a rassicurarsi che io avessi i soldi per pagare l’ospedale, prima di procedere. E se così non fosse stato mi avrebbero lasciata morire”.

“È la prima volta che mi rendo conto di quanto siamo fortunati in Italia ad avere un sistema sanitario che aiuta chiunque a prescindere dal fatto che si possa permettere o meno le cure”.

E poi: “Sorvolo sul fatto che ho ricevuto una scheda medica totalmente inattendibile, che non riportava nemmeno quanto sangue mi sia stato trasfuso e non riportava due giorni di degenza. In Italia per queste cose si fa causa, qui è già tanto se porti a casa la pelle”.

“Non esiste umanità, caso particolare o qualsiasi cosa possa scuotere il cuore di un medico mentre sei in fin di vita. Se hai soldi si fa di tutto per salvarti la vita, se non puoi pagare no”.

Ecco, questo è tutto. Quando noi medici vi ripetiamo, fino allo sfinimento, che dovete essere contenti della vostra sanità pubblica, esserne fieri, orgogliosi, che dovete difenderla a ogni costo, che i medici sono una specie protetta e da proteggere ancora, e che gli errori sanitari sono ben piccola parte rispetto al numero di casi e pazienti condotti a buon fine, è a questo che mi riferisco. E voglio aggiungere un’ultima frase di Carla, forse la più significativa:

“Mi hanno colpito molto le sue parole, ci tenevo a dirglielo privatamente perché io tutta questa umanità l’ho trovata solo nei medici italiani”.

Io non so se questo sia vero, e sinceramente al momento non me ne frega nulla. Io vedo soltanto i miei colleghi in azione ogni giorno, e so che ci mettono cuore, tempra, resistenza e passione. Non tutti, non in modo uguale, ma ce li mettono. L’umanità non è una dote innata: si sviluppa con il tempo se la natura ti ha dotato di un seme da cui può crescere e svilupparsi.

In un medico l’acqua per far germogliare quel seme la mettono i pazienti. E se non la mettono, la pianta secca e muore, lasciando tutti senza frutti.


La canzone della clip è “Amerika”, di Vale LP, stupenda ragazza nata nel mio paese lontano.

Tra le cose non fatte per poi non doversi pentire, le promesse lasciate sfuggire soltanto a metà

“Eppure, se è probabile che gli insegnanti condividano il disprezzo (…) per la formazione in quanto strumento, è improbabile che la maggioranza degli studenti si associ a tale disprezzo. Per la maggior parte di questi ultimi l’istruzione è prima di tutto e soprattutto una via d’accesso al lavoro: tanto meglio, quindi, se il varco è più ampio e se i premi alla fine della sfacchinata sono più attraenti”.

(Z. Bauman)

Questo spunto di riflessione è diretto a quanti sono ancora intenti a scalare i vertici dei luoghi di potere usando mezzi e modalità stabilite e generate dal potere stesso e senza aver sviluppato mezzi propri né alcuna reale volontà di cambiare lo stato delle cose. La frase di Bauman si attaglia perfettamente non solo agli studenti in senso tradizionale ma anche a tutti coloro per i quali a contare non è la formazione/crescita culturale in sé, ma il premio alla fine della sfacchinata. Il che permette di capire, incidentalmente, per quale motivo i concorsi per alcune posizione apicali in ambito pubblico, tra le quali quella che ricopro io, vadano sistematicamente deserte: il problema non è la sfacchinata ma il premio finale, che evidentemente non viene più ritenuto all’altezza dello sforzo prodotto.

Non esistono cambiamenti che non contengano in sé una quota di rottura culturale con il passato. Non esistono cambiamenti culturalmente non violenti. La politica dovrebbe farsi carico di questa violenza intrinseca nel cambiamento e canalizzarla, darle sostanza programmatica. Il cambiamento ha bisogno di dissonanza, confronto e scontro, disaccordo, mediazione. E buona fede, soprattutto. tanta buona fede.

Per questo nessun diploma di fine corso può riuscire a migliorare la buona fede dei partecipanti: perché se è vero che la formazione è un strumento, e sull’argomento non sussistono molti dubbi, questo strumento non dovrebbe servire a gestire il bene pubblico come una fabbrica di servizi o, peggio ancora, di utili. La formazione serve a produrre il cambiamento culturale del quale la politica non può aver paura, ma deve avere il coraggio di avvalersi.


La canzone della clip è “Che vita meravigliosa”, di Diodato, dalla colonna sonora del film “La Dea Fortuna” (2019).