Neanche al mio peggior nemico

15 aprile 2014

Per rispondere alle recenti e sacrosante osservazioni di un internauta, oggi vi narrerò di una signora settantenne che oggi mi è scoppiata a piangere sul lettino dell’ecografia. Così, all’improvviso, senza apparente motivo. Che, si sa, anche il medico senza coda di paglia pensa subito di aver sbagliato approccio.

Cosa è successo, signora?

Niente, mi scusi tanto, tra qualche giorno è un anno che mio figlio è mancato.

Suo figlio, per la cronaca, oggi avrebbe la mia età. Il giorno di venerdì santo del 2013 si schiantò in auto lasciando moglie, un figlio di diciannove anni e, ovviamente, la mamma.

(Quando di venerdì santo pioveva a dirotto, e dalle mie parti in primavera capita abbastanza spesso, mia madre si affacciava alla finestra e mi diceva: Vedi? Anche la natura piange Gesù che muore. E io mi intristivo assai, perché neanche a otto anni capivo perché Gesù dovesse per forza morire, e in quel modo atroce, per tirare fuori dalle pesti l’umanità)

Nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere a un figlio: ma purtroppo questa non è una legge di natura ineluttabile come la gravitazione universale o la seconda legge della termodinamica, e prevede parecchie deroghe. Non ne conosceremo mai il motivo, se si tratta di casualità pura o se c’è dietro un progetto evolutivo spirituale di qualche tipo, ma oggi ho letto qualcosa sull’argomento che vorrei condividere con voi. Si tratta della trascrizione di un discorso dello scrittore Aaron Freeman per il programma radiofonico “All Things Considered” su NPR News. Leggetelo con attenzione.

Fa’ che sia un fisico a parlare al tuo funerale. Fa’ che un fisico parli alla tua famiglia in lutto della conservazione dell’energia, così che capiscano che la tua energia non è morta. Fa’ che il fisico rammenti a tua madre, distogliendola dai singhiozzi, la prima legge della termodinamica; che nessuna energia è creata nell’universo e nessuna è distrutta. Fa’ che tua madre sappia che tutta la tua energia, ogni vibrazione, ogni unità di misura di calore, ogni onda di ogni particella che era il suo amato bambino rimane con lei in questo mondo. Fa’ che il fisico dica a tuo padre, mentre piange, che di tutta l’energia del cosmo, tu ne hai data tanta quanta ne hai ricevuta.
E a un certo punto, il fisico scenderà dal pulpito e andrà dal tuo amato, che ha il cuore in pezzi, lì in prima fila, e gli dirà che tutti i fotoni che abbiano mai rimbalzato sul tuo volto, tutte le particelle i cui percorsi siano stati interrotti dal tuo sorriso, dal tocco dei tuoi capelli, centinaia di trilioni di particelle, sono corsi via da te come figli, le loro strade cambiate per sempre da te. E alla tua vedova, tremante nell’amorevole abbraccio della vostra famiglia, possa il fisico far capire che tutti i fotoni che sono rimbalzati via da te sono stati raccolti nei recettori di particelle che sono i suoi occhi, che quei fotoni hanno creato in lei costellazioni di neuroni elettromagneticamente carichi la cui energia vivrà per sempre.
E il fisico ricorderà agli astanti quanta di tutta la nostra energia è rilasciata sotto forma di calore. Potrebbero esserci alcuni che si fanno aria con un foglio, mentre lo dice. Egli dirà loro che il calore che è fluito attraverso di te in vita è ancora qui, è ancora parte di tutto ciò che siamo, anche mentre noi, addolorati, continuiamo nel calore delle nostre vite.
E fa’ che il fisico spieghi a coloro che ti hanno amato che non hanno bisogno di avere fede; anzi, proprio non dovrebbero avere fede. Fa’ che sappiano che possono misurare, che gli scienziati hanno già misurato con precisione la conservazione dell’energia e che il loro riscontro è accurato, verificabile e consistente attraverso lo spazio e il tempo. Spera che la tua famiglia comprenda queste prove e si accontenti del fatto che la scienza è salda, e che trovi conforto nel sapere che la tua energia è ancora tutta attorno. Secondo la legge della conservazione dell’energia, neanche una piccola parte di te se n’è andata. Sei solo meno ordinato. Amen.

Adesso, tutto questo è molto interessante. Apre ampi spiragli di speranza. Offre una goccia di balsamo da applicare su ferite profonde. Ma non basta, credo, ad affrontare il problema con una mamma che ti dice, con voce rotta dal pianto: Le giuro che non auguro un dolore del genere nemmeno al mio peggior nemico.

Si può solo stringerle le mani e piangere un po’ con lei, anche se l’infermiere ti guarda con gli occhi stralunati. Forse è solo che anche lui non sa, poverino, cosa altro aggiungere.

I medici fanno un altro mestiere

10 aprile 2014

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Beatrice Lorenzin, sui ventilati tagli agli stipendi dei medici, dice: “Quando si parla di taglio ai manager nessuno nel Governo pensa ai medici. Fanno un’altra professione, non sono manager”.
(fonte: Sanità.it)

Dai, che batti e ribatti la Beatrice sta cominciando a capire come dovrebbe girare la sanità italiana (e non mi sto certo riferendo agli stipendi). I medici fanno i medici, rovinare i bilanci delle aziende è mestiere per amministratori delegati affaticati.

Oggi le comiche

8 aprile 2014

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Ho sempre avuto una grande avversione personale per i programmi televisivi targati Antonio Ricci, e catalogo impietosamente l’autore tra i maggiori responsabili (ma dietro il duo stellare Costanzo-De Filippi) del degrado culturale nazionale mutuato dalle reti Mediaset.

Personalmente, mi ha sempre inquietato assai Paperissima: non sono mai riuscito a capire, forse per colpa del mestiere che faccio, cosa ci sia da ridere di fronte alla scena di un tale che casca dal palco del teatro o rovina sull’asfalto durante una curva in moto a ginocchio radente. Per meglio dire, lo capisco: e questa comprensione ancora adesso mi fa montare gli acidi gastrici.

Ma è la vita stessa un palcoscenico dal quale si casca, con buona pace di tutti e anche mia: quello che segue è esperienza personale di Pronto Soccorso.

Che la vita sia un palcoscenico sfondato lo dimostra l’uomo in deltaplano che precipita da cinquanta metri di altezza e ha la fortuna di restare impigliato con l’imbragatura tra i rami di un albero frondoso. Indenne, naturalmente: al punto da desiderare di liberarsi al più presto da quella scomoda posizione slacciando improvvidamente l’imbragatura e precipitando rovinosamente al suolo da tre metri di altezza. Quando lo portarono in PS, mezzo sfracellato, subito pensai che un furbone del genere non potesse che essere tedesco. I fatti mi diedero ragione.

Ma l’uomo scivolato dal tetto del quale stava cambiando le tegole dimostra anche che i film di Hollywood dicono il falso. Laggiù, quando rimani attaccato con le mani alla grondaia, Arnold Schwartznegger o Tom Cruise riescono sempre a tirarsi su: nemmeno la grondaia fosse fatta di pietra. Qui da noi, dove le grondaie le costruiscono in rame, restiamo attaccati due secondi con le dita molli e poi precipitiamo nel giardino di sotto. Facendoci peraltro assai male.

Ma c’è qualcuno che li batte tutti: il ciclista semiprofessionista che si allena sulla strada statale. Il quale, non pago di frantumare gli zebedei agli automobilisti che sono già in ritardo per il lavoro o per lasciare i figli a scuola, e che si ritrovano in coda ai ciclisti in gruppo che occupano l’intera carreggiata e ti guardano male se osi toccare il clacson e ricordargli che non sono alla Liegi-Bastonne-Liegi, decide che l’ultimo tratto di strada bisogna farlo tirando abbestia, ma davvero abbestia. Per cui testa bassa e pedalare, quaranta, quarantacinque, cinquanta all’ora: la testa così bassa che nonostante le urla dei compagni di squadra non si avvede del camion fermo allo stop, e gli si schianta contro come un proiettile.

Per fortuna nessuno dei tre ci ha lasciato le penne: però potete scommetterci quel che volete che, ad avercelo, su Paperissima il filmato dei tre lo avrebbero mandato in onda senza indugio e con il solito sottofondo di risatine isteriche pre-registrate.

Dimenticando l’unica lezione che si può evincere da queste vicende: che dobbiamo vegliare, è vero, perché non sappiamo né il giorno né l’ora; ma anche che certe volte l’ora ce la meriteremmo per davvero, e invece il padrone della vigna è di buon umore e lascia correre.

E me lo sono goduto tutto (l’abbraccio)

3 aprile 2014

“Dottore, sono appena venuta fuori da un linfoma, ho fatto la chemio e tutto, insomma non le dico quanto male sono stata”.

“…”

“E adesso lei mi dice che non sa bene cosa sia questo nodulo al fegato”.

“Io credo che sia un nodulo benigno, ma prima di due ore non glielo saprò dire con certezza e soprattutto non potremo dare un nome e un cognome a quel nodulo. Abbiamo usato un mezzo di contrasto che ci da risposte precise ma ci obbliga a tempi lunghi, mi dispiace”.

“Lei lo sa che sono diventata nonna da pochi giorni? Io me la vorrei godere, la mia nipotina”.

“Ne sono sicuro, avere un nipote è un vero dono del cielo. Vedrà che non ci sarà nessun problema. Si tratta solo di stringere i denti per due ore, poi le vengo a dire tutto”.

E intanto lacrime a fiumi, perché una persona spaventata a morte o si incazza a dismisura o piange. In quei momenti si può fare una sola cosa: sedersi di fronte a quella persona, prenderle le mani, guardarla negli occhi e ascoltare quello che ha da dire. Se c’è un consiglio che fornisco gratis ai giovani medici, beh, è proprio questo.

Due ore dopo.

“Signora, ho buone notizie!”

“…”

“E’ un nodulo benigno, una iperplasia nodulare focale”.

“Una cosa?”

“Iperplasia nodulare focale. Niente di cui preoccuparsi, ci limiteremo a controllarla ogni tanto”.

La signora scoppia ancora in un pianto dirotto.

“Dottore, venga qui”.

E mi abbraccia forte. Io mi godo tutto l’abbraccio, perché so che è un abbraccio sincero: è questo il bello, la poca parte veramente bella, del mio lavoro con la salute delle persone. Dare buone notizie a qualcuno è, semplicemente, meraviglioso.

“Grazie, dottore, grazie”.

Beh, non è merito mio se quel nodulo è benigno: io ho solo fatto il cronista di una storia a lieto fine. Però poi mi asciugo una mezza lacrima all’angolo dell’occhio, ben attento a non farmi vedere da nessuno, e me ne torno zitto zitto alla mia consolle di lavoro.

#nonditeloaigrandi

30 marzo 2014

Per i motivi che mi appresto a esporre, e conoscendomi ormai bene, capirete che mi sia impossibile non aderire all’hastag #nonditeloaigrandi, relativo alla Settimana del Libro e della Cultura per Ragazzi di Bologna, e all’invito di numerosi blogger amici che nei loro rispettivi salotti virtuali ne hanno ampiamente trattato.

Insomma, dovete sapere che da piccolo, quando gattonavo, finivo sempre per sbattere la capoccia contro librerie stracolme di libri. Ricordo il pavimento di mattonelle dello studio di mio padre, bianco e viola, freddo gelato sia d’inverno che d’estate; i mobili color legno caldo, forse ciliegio, la scrivania su cui erano appoggiati i suoi compiti in classe da correggere; e le librerie, enormi, traboccanti di libri (va detto, per amore di cronaca, che raramente ho visto mio padre alle prese con un romanzo: immagino, conoscendolo, che abbia sempre avuto la sensazione che leggere fosse un po’ come vivere vite altrui. Lui voleva vivere la propria, di vita, punto).

Lo scomparto inferiore della libreria più grande era destinato ai libri di testo scolastici. Ho il nitido ricordo di me a cinque anni che leggo i libri di scienza di mio zio (non meravigliatevi, i miei ebbero l’idea brillantissima di insegnarmi a leggere e scrivere ancora prima dei cinque anni, scatenando il mostro letterario che forse giaceva silenzioso in me) e rimango incantato di fronte alla scoperta che l’uomo è fatto di piccolissime cellule, minuscoli universi miracolosi, allo stesso modo in cui un muro è composto di mattoni. Mi sono sempre chiesto se sia stato questo esordio metafisico-scientifico nel mondo della lettura a fare di me, molti anni dopo, e nonostante la mia evidente inclinazione scolastica per le materie letterarie, un medico; nel qual caso mio zio avrebbe una precisa responsabilità in merito, se non altro per aver abbandonato il vecchio libro di scienze a casa di sua sorella.

Poi, so di essere banale, ma fu il momento di Pinocchio: il libro vero, quello di Collodi, non le riduzioni imprecise e mal scritte che ho dovuto tenere a forza lontane dai miei figli perché non si contaminassero fin da piccoli con la cattiva scrittura. Vi confesso che Pinocchio, il burattino, non mi è mai stato simpatico: fin da allora avevo una repulsione istintiva per chi si lasciava trascinare dalle situazioni del momento e cercava le vie più facili per raggiungere i propri obiettivi. Ero un bambino molto serio: sapevo già che la mia vita non sarebbe stata una passeggiata di salute e non avevo tempo per i Lucignolo di turno: i quali forse sono pure arrivati da qualche parte, in qualche modo, ma sempre asini son rimasti.

E poi Il Giornalino di Gian Burrasca di Vamba, con le alterne vicende di questo bambino scavezzacollo che avrebbe meritato qualche sculacciata ma soprattutto parecchi abbracci affettuosi in più: il quale segnò un’altra svolta cruciale della mia vita perché fu da quel preciso momento che iniziai a coltivare l’idea di scrivere un diario e mi tramutai di colpo in un grafomane compulsivo. Insomma, se un giorno dovessi decidere di pubblicare le mie memorie 1981-2004, dettagliate per giorno e ora, già sapete con la memoria di chi ve la dovrete prendere.

Poi ho ricordi nitidi di un vecchio libro di fantascienza dimenticato dai più: Gli Ufo vengono da Cipango, a firma di tal Domenico Volpi. Un incontro ravvicinato tra umani e omini verdi venuti dallo spazio, talmente bravi a imparare le comuni attività terrestri che quando giocano a calcio le partite finiscono sempre 0-0 perché come attaccanti sono perfetti, ma purtroppo anche come portieri. Fu in quella circostanza, intorno agli 8 anni, che mi vennero le prime ansie da prestazione; sebbene, inconsciamente, temo di aver sempre desiderato di esser nato anche io a Cipango.

A 11 anni la svolta definitiva: trovai nella solita libreria paterna l’Inferno di Dante e lo lessi tutto d’un fiato nell’arco del solo mese di agosto, affondato nel divano del salotto mentre fuori la canicola sterminava qualunque forma di vita. Un amore che non solo non è mai finito ma che dura tutt’oggi, con annessi e connessi: perché in quel libro c’è davvero tutto quello che occorre nella vita, basta solo saperlo cercare.

In ultimo, il romanzo memorabile grazie al quale (o per colpa di, a seconda di come volete guardare la questione) ho smesso di essere bambino e ho iniziato a maturare dubbi a raffica sul mondo da un lato, e insofferenze esistenziali dall’altro: 1984, di George Orwell. Ricordo perfettamente il magone terribile che avevo in gola quella notte estiva, nella mansardina in cui all’epoca dormivo da solo, quando lessi le ultime amare righe e poi richiusi le pagine del libro. Da quel momento più nulla della mia percezione del mondo sarebbe stato come prima: un po’ come perdere la verginità, credo, ma senza nessun tipo di divertimento e di ottimismo per il futuro. Che poi, per la cronaca, 1984 lo lessi proprio nel 1984: a quindici anni, insomma, il momento giusto per fare il proprio trionfale ingresso nella vita reale.