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Cronache del virus fetente #20 – Oh, tutti stanno cambiando e non so perché

settembre 19th, 2020

Le biblioteche, forse lo sapete o forse no, sono ancora mezze blindate (inspiegabilmente, devo dire, visto il delirio estivo nelle discoteche di mezza Italia e gli assembramenti scolastici mascherina-free in uso tra gli adolescenti).

Infatti, all’ingresso della biblioteca comunale c’è un carrello per potersi disfare del libro da restituire senza nemmeno il fastidio dell’interazione diretta con l’impiegata, che comunque se ne sta protetta al di là del solito vetro in plexiglas con la mascherina sul viso.
Restituito il libro (per la curiosità degli storici, Io Robot di Asimov), chiediamo se sono disponibili altri titoli.
“C’è qualche romanzo della serie di Lucky Starr?”
L’impiegata digita, attende un secondo, poi risponde: “Mi dispiace, no”.
“E Abissi d’acciaio?
“Ci sarebbe, ma nella sede di Venezia. Se vuole lo faccio arrivare”.
“Grazie, sarebbe meraviglioso. E per caso ci sarebbe anche Notturno?”
Click click click.
Notturno purtroppo è in quarantena”.
“Come in quarantena, scusi?”
“I libri che vengono restituiti rimangono chiusi in una confezione ermetica per quattordici giorni, poi possono essere affidati a un nuovo lettore. Sa com’è, non sappiamo chi li abbia tenuti in mano”.
Ecco, non so come altro dirlo, ma questa storia dei libri in quarantena mi ha commosso assai. Come se anche le loro pagine possedessero una scintilla di vita, un’anima determinata dal flusso casuale degli elettroni, un battito cardiaco misurabile. O potessero contrarre un virus dagli umani e ammalarsi.
Che poi, a ben pensarci, quest’ultima eventualità negli ultimi anni si è già realizzata, e già prima della pandemia da CoVid-19.
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La canzone della clip è “Everybody’s chancing” dei Keane, tratto dall’album “Hopes and Fears” (2003).

Cronache del virus fetente #19 – Relazioni tra il Negazionista e la teoria della psicologia delle masse di Freud

settembre 7th, 2020

Cari Negazionisti di ogni genere e grado, lo vedete il fenomeno nella foto? Quello con il cartello che porta vergata la frase, ricolma di buoni sentimenti, “tamponatevi il culo”? Bene, forse avete avuto la ventura di incontrarlo in piazza o forse no, poco importa. Quello di cui vi siete accorti, e che peraltro vi aspettavate, e che appuntate sul petto come una medaglia al valore, è l’attacco diretto che vi è stato indirizzato sui social: imbecilli, cretini, irresponsabili, autocertificatevi o almeno tatuatevi sulla fronte che se vi ammalate di CoVid non volete essere curati, eccetera. Tutto normale, da una parte e dall’altra. Come dite? Non vi torna quel mio “da una parte e dall’altra”? Se avete un po’ di tempo e pazienza vi spiego: il problema, come sempre, è il metodo con cui, tutti, negazionisti e non, approcciamo il problema.

Nel celeberrimo articolo “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, pubblicato da Sigmund Freud nel 1921, si parla proprio di questo. In quell’articolo il nostro Sigmund, in realtà, chiosa alcuni estratti del libro “Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon, il geniale antropologo francese che per primo si dedicò a studi sistematici del problema, ma ai fini pratici della discussione chi fu il primo dei due a teorizzare sull’argomento non ci interessa. Ci interessa piuttosto il concetto, per l’epoca rivoluzionario, di “massa psicologica”. Nella massa (psicologica), dice Le Bon, l’individuo perde la sua specificità e lascia affiorare la base inconscia comune a tutti gli animali di razza umana. In questo modo gli individui del gruppo, in un certo senso, acquisiscono un carattere “medio”, omogeneo, nel quale non soltanto vanno perdute le peculiarità personali ma trovano anche posto caratteristiche nuove, non possedute in precedenza dai singoli. In pratica da negazionisti, invece che distinguervi dalla massa che vi ripugna, finite per annullarvi dentro una massa analoga, che invece ripugna gli altri, gli antagonisti. Le caratteristiche nuove di cui parla Freud nel suo saggio dipendono sostanzialmente da tre fattori.

  1. Fattore numero uno. Lo spiego citando Le Bon, che dice: “La prima causa è che l’individuo in massa acquista, per il solo fatto del numero, un sentimento di potenza invincibile”. E poi: “Ciò gli permette di cedere a istinti che, se fosse rimasto solo, avrebbe necessariamente tenuto a freno”. Avete capito? All’interno della rassicurante massa psicologica, che vi accoglie come una mamma, perde progressivamente potere quel senso di responsabilità che in condizioni normali vi impedisce di spaccare la vetrina di una banca anche se odiate a morte banchieri e nuovo ordine mondiale. Si tratta delle stesse circostanze e degli stessi meccanismi psicologici per cui, a un certo punto, da un corteo pacifico si stacca un gruppetto di scalmanati che comincia a mettere a ferro e fuoco la strada, terrorizzando tutti, manifestanti e passanti. Nessuno di loro, preso singolarmente, ne avrebbe mai il coraggio: avrebbe troppa paura della condanna morale del prossimo, di multe e di finire in galera. D’altronde, queste sono le regole del vivere sociale. O no?
  2. Fattore numero due. Nella massa (psicologica) gioca un ruolo fondamentale il contagio mentale (parlare di contagio, in questa circostanza, ne converrete anche voi, è quantomeno curioso). Gli atti del gruppo sono contagiosi nel senso che il singolo componente è portato a emularli, anche se ciò comporta il sacrificio del proprio interesse personale. Pure questo trova corrispondenza nei fatti presenti: protestando contro mascherine e distanziamento sociale, e manifestando accalcato in una piazza iperaffollata e sicuramente stracolma di fiati virali, ognuno di voi manifestanti si è letteralmente candidato a due o tre mesi potenziali di terapia intensiva dai quali non è certo che uscirà vivo; senza contare tutti gli altri incolpevoli disgraziati che in piazza non c’erano, ma standovi accanto verranno infettati e rischieranno a loro volta un piacevole soggiorno con il tubo in gola. Eppure non c’è nulla da fare, a nulla valgono per dissuadervi non solo le evidenze scientifiche della pericolosità del vostro atteggiamento anti-sociale, perché di norma in sit-in di protesta come il vostro sono proprio le presunte evidenze scientifiche a essere contestate (sebbene a contestarle siano in grande prevalenza capre prive di istruzione), ma nemmeno la memoria del recente e doloroso passato.
  3. L’ultimo elemento che caratterizza la massa psicologica è la suggestionabilità. Siccome i singoli elementi del gruppo, per effetto del contagio psichico, hanno abdicato a quella che Freud chiama “personalità cosciente” e fatto emergere in modo incontrollato il lato pulsionale, ubbidiscono ai suggerimenti evocati dall’evento, dall’idea o dall’individuo che ha creato la massa psichica, o più spesso da tutti e tre questi fattori insieme, e finiscono per compiere azioni contrarie al loro temperamento e alle loro abitudini. Avete capito bene? Lo ripeto: “azioni contrarie al loro temperamento e alle loro abitudini”. Sarebbe a dire, in termini più terra terra, che gli individui suggestionati cominceranno a perpetrare cazzate a randa delle quali in condizioni normali si vergognerebbero. Vi ricorda qualcosa in termini di partecipazione a recenti assembramenti in pubblica piazza del tutto ingiustificati, se non folli? Ma dice ancore Le Bon: “…la suggestione, essendo identica per tutti gli individui, aumenta enormemente poiché viene reciprocamente esercitata”. Per capirci: ognuno degli individui che compongono la massa, dopo essersi rincoglionito, a sua volta contribuisce attivamente al rincoglionimento degli altri, rinforzando esponenzialmente le istanze squilibrate della massa stessa. Non vi offendete: stiamo parlando dei capisaldi della psicanalisi. Niente di personale.

Ma Le Bon, sempre chiosato dal buon Sigmund, va oltre e dice, chiaramente: quando un individuo è assorbito dalla massa le sue capacità intellettuali si riducono. Anche su questo punto, cari i miei negazionisti, dovreste riflettere; sebbene vi dia atto che lo stesso ragionamento può valere, al contrario, anche per i non negazionisti (che sempre massa sono, sebbene con altre percezioni della situazione: le reazioni della massa sono le stesse, che abbiate ragione o che abbiate torto). Questa riduzione delle capacità intellettuali ha due gravi conseguenze.

La prima è che, cito sempre Le Bon, “la massa corre subito agli estremi, il sospetto sfiorato si trasforma subito in evidenza inoppugnabile, un’antipatia incipiente in odio feroce”. Sarebbe a dire che gli individui, all’interno di una massa, non sono capaci di alcuna forma di mediazione e tendono inevitabilmente al manicheismo: una cosa o è completamente buona o è completamente cattiva, non esistono vie di mezzo e non è consentito prendere in considerazione le istanze della parte avversa, anche se le istanze dovessero avere una base scientifica solida o essere animate da altrettanto solido buon senso. La conseguenza di ciò è che “chi desidera influenzarla (la massa) non ha bisogno di rendere logiche le proprie argomentazioni, deve dipingere a fosche tinte, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa”. Chiaro? In buona sostanza siete alla mercé dei soliti capipopolo, della cui buonafede o della cui preparazione culturale non potete essere certi, che dettano messaggi di forza e brutalità perché sanno bene che quello è il miglior viatico per tenere in pugno le masse. Se siete tra quelli che hanno tentato di bruciare in piazza le mascherine chirurgiche, senza riuscirci perché nemmeno sapete che sono fatte di materiale ignifugo, o la foto del Papa, e l’avete fatto senza ricordare tutte le volte in cui avete visto bruciare in piazza bandiere americane o italiane e siete inorriditi, adesso sapete anche perché l’avete fatto. Non siete stati voi: è colpa della massa (psicologica) che vi ha rincoglionito e fatto regredire all’età della pietra.

La seconda conseguenza è che la massa “non tollera alcun indugio tra il proprio desiderio e il compimento di ciò che desidera”. Vi ricordate il perché? Tornate su e rileggete: perché la massa, in quanto tale, si sente onnipotente e pertanto invincibile. Ecco perché in una massa possono coesistere senza conflitto idee antitetiche, e senza che dalla contraddizione di tali idee scaturisca un conflitto. Questo vi spiega con chiarezza estrema come possa essere possibile che, proprio mentre state mettendo in discussione con violenza inaudita l’operato della sanità pubblica e la buona fede dei medici, se uno di voi si sente male in piazza ci mettete un secondo a chiedere col megafono: c’è un medico in piazza? La vedete adesso la schizofrenia dei vostri atteggiamenti? Non siete malati, per carità: è solo psicologia di massa, elaborata da Le Bon e Freud a inizio del secolo scorso (cacchio, quanto tempo fa) e spiegata facile facile.

Chiudo con l’ultima e più interessante frase di Freud: “Le masse non hanno mai conosciuto la sete della verità. Hanno bisogno di illusioni a cui non possono rinunciare”. Riflettete qualche giorno su queste parole, nel silenzio delle vostre camere da letto. Nella prossima puntata, appena avrò qualche minuto libero, vi parlerò di come siete finiti in un vicolo cieco di questo tipo, e come sia ancora possibile evaderne.

Cronache del virus fetente #18: lettera aperta al Negazionista Seriale

agosto 25th, 2020
Caro Negazionista Seriale dell’ultima ora,
se con le tue esternazioni volevi risultare spiritoso, mi dispiace, non ci sei riuscito.
Se eri serio, invece, mi dispiace ancora di più. E sai perché? Perché, e parlo personalmente, devi sapere per certo che non esiste complotto più o meno occulto in grado di fregarmi come tu temi di essere fregato. Io le ho viste coi miei occhi e refertate con le mie mani, le Tac polmonari dei malati di coglionavirus, come con molta malagrazia e assoluta mancanza di umano rispetto li chiami tu, ed erano più o meno tutte uguali tra loro: al punto che siano addirittura riusciti, dopo pochi giorni dall’inizio della pandemia, a individuare il pattern della malattia (“pattern”, se non lo sai, in inglese vuol dire schema, modello. Noi sciamani della Radiologia del terzo millennio usiamo questi schemi per ottenere la ragionevole sicurezza che l’associazione di segni visibili in un’immagine radiografica o Tac sia riferibile proprio a quella malattia, e non ad altre).
In più io li ho visti morire, i malati, e in tanti; tu no. Tu non hai mai fatto un intero turno ecografico o in terapia intensiva con lo scafandro addosso, sudando come una fontana e pregando Iddio di non ammalarti a sua volta. Io si. Io ho visto; tu non hai visto, consentimi, un beneamato cazzo di niente. Tu al massimo in quei giorni convulsi guardavi la televisione, io invece ero in ospedale a lavorare e la sera neanche tornavo a casa per non correre il rischio che mia moglie e i miei figli si ammalassero di CoVid. E mentre tu te ne stavi stravaccato sul divano a guardare la televisione sgranocchiando patatine e grattandoti il pacco, noi medici abbiamo capito come curare i malati. Non lo abbiamo capito subito, è vero, e probabilmente se fossimo partiti da una base di conoscenza maggiore ne avremmo salvati qualcuno in più di tutti quelli che la buccia a casa alla fine l’hanno riportata. Ma una cosa è certa: certamente non lo hai capito tu, che al massimo in quei momenti pensavi solo a lamentarti per le code all’ingresso dei supermercati e perché non ti era possibile la corsetta quotidiana al parco.
Quindi, se permetti, tra uno che non solo ha studiato molti anni (anche se, come è noto a tutti, Big Pharma ci costringe a imparare le menzogne che vuole lei e poi ci paga bene per replicarle sui social) ma ha anche visto coi suoi occhi la tragedia, e uno ignorante come una capra che la tragedia la guardava in televisione, vedi tu di chi ci si può fidare.
Guarda: io quelli come te non li banno solo perché le stronzate di cui disseminano i social hanno valore pedagogico, se capisci cosa voglio dire, e vanno lette da tutti in modo che ci si renda conto della loro abnormità. E, già che ci sono, ti chiederei anche una ulteriore cortesia: dovessi ammalarti in modo grave di CoVid, e non te lo auguro, credimi sulla parola, perché non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico, stai pure a casa e non far conto sull’ospedale. Tu ti risparmierai l’atto finale del complottismo, cioè il tubo in gola, e la sanità pubblica avrà risparmiato risorse utili a curare qualcun altro che magari a quelle cure ci crede.
E infine: se in questo preciso momento ti stai toccando i coglioni con un gesto apotropaico di antica tradizione (cerca pure su Google la definizione di “apotropaico”, la trovi tra “medicina omeopatica” e “scie chimiche”), ecco, vedi, la questione alla fine è tutta qui.

Cronache del virus fetente #17

agosto 24th, 2020

Oggi, 21 agosto dell’anno domini Covid-19, il comune di Jesolo ha deciso di intitolare un tratto del cosiddetto Lungomare delle Stelle al personale sanitario italiano: come ringraziamento per l’attività svolta durante l’emergenza (il mio Ospedale del Mare, lo ricordo, è stato fino a inizio giugno il nosocomio COVID aziendale).

Non voglio tornare su tutte le cose, brutte o belle, che vi ho raccontato durante quei mesi terribili. Vi dico solo che a sentirne parlare, ancora adesso, ho i sudori freddi e mi viene un magone in gola che non potete immaginare: durante la cerimonia, mi vergogno a dirlo ma è vero, dietro le lenti scure degli occhiali da sole avevo gli occhi lucidi.

Per cui vi parlo da medico, col cuore in mano: siccome ancora non sappiamo cosa accadrà in autunno, cerchiamo di stare tranquilli. Non ho voglia, nessuno di noi sanitari ha voglia di ripassare attraverso quell’inferno di mascherine, camici impermeabili, respiratori artificiali, disinfettanti, stanze sigillate.

Facciamo così: i conti lasciamoli alla fine. Alla fine sarete tutti liberi di dire che non è successo niente, che le morti erano simulate, le foto dei camion militari di repertorio, che le istituzioni vi hanno tolto la libertà con la scusa dell’emergenza sanitaria, che le mascherine ci rendono simili a pecore, eccetera. Per adesso, vi prego, fatevi ancora sfiorare dall’ombra del dubbio, e regolatevi di conseguenza.

Non voglio più essere un eroe, per nessuno.

Solo un bravo medico.

Io non esprimo un’idea, piuttosto ne faccio una narrazione

agosto 4th, 2020

Ultimamente non solo le notizie tendono a una sospetta serialitá, che nutre le preoccupazioni complottistiche alberganti dentro di noi, ma anche le parole di uso comune.

Negli anni ‘70 Luca Goldoni, (purtroppo) dimenticato giornalista di costumi italici, antesignano di Severgnini ma rispetto a lui elevato alla decima potenza, intitolò uno dei suoi libri “Cioè”: l’avverbio composto che in quegli anni inquinava il lessico dei giovani e che Verdone riprese, cachinnandolo assai, in alcuni dei suoi film più iconici. Questo per dire che il gusto della parola alla moda, in Italia, c’è sempre stato. Sarebbe interessante capire esattamente come e in quale momento storico si inizia a usare una certa parola-chiave e in che modo il tam tam collettivo la tramuta in un’infezione virale che contagia tutti, al punto che la parola stessa perde il suo significato iniziale e diventa un mostro chimerico: il contrario di una meta-parola.

Gli ultimi anni, per esempio, sono stati interamente caratterizzati dalla parola “tema”: il tema della sanità, il tema della scuola, il tema dei migranti. Siamo stati talmente ossessionati dai temi, dicevo qualche tempo fa, che ci siamo dimenticati dei problemi: con le ovvie conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Dove voglio arrivare? A dirvi che c’è una nuova parola seriale in arrivo, alla quale sarà meglio che vi abituiate fin da subito: “narrazione”. 

Sembra che all’improvviso non esistano più fatti circostanziati o pareri più o meno legittimi sui fatti, ma solo una narrazione personale degli stessi. Sempre per restare in tema (sic), quello dei migranti che annegano nel Mediterraneo ha smesso di rappresentare in sé un fatto drammatico: è qualcosa di più, adesso si tratta di una narrazione. Allo stesso modo, il politico che esprime pareri discordanti sull’argomento migranti non fa più un’analisi socio-politica o antropologica della situazione: no, sarebbe troppo riduttivo. Lui, in quel preciso momento, sta a sua volta compiendo una ardita narrazione.

Tuttavia, questo scivolamento semantico della parola “narrazione” è ideologicamente diverso dal “cioè“ degli anni ‘70, dal “diciamo” di dalemiana memoria degli anni ‘90, dal fatidico “come dire” di inizio secolo corrente e dal profluvio di “temi” che ci ha afflitto da Letta e Renzi in avanti nei talk show politici di prima e seconda serata televisiva. Tutte quelle parole seriali avevano lo scopo preciso di far guadagnare tempo a colui che le stava pronunciava e nel contempo, grazie proprio a quelle formule quasi magiche, riusciva entro certi limiti a darsi un tono di credibilità ulteriore.

La “narrazione”, nella sua essenza fondamentale, è profondamente differente dalle altre parole seriali e riconduce al postulato filosofico pentastellato secondo il quale ognuno di noi vale uno: fatta questa premessa, diventa evidente che i fatti oggettivabili smettono di esistere e sono sostituiti non dalle opinioni, che comunque implicherebbero una presa di posizione e quindi l’assunzione di un qualche tipo di responsabilità, ma dalle “narrazioni” personali. 

“Narrazione” è quindi un termine autoassolutorio, scivoloso, democratico nel senso più deteriore del termine perché adoperabile da chiunque e con lo stesso valore intrinseco. Ed è la premessa alla conclusione inevitabile che, siccome tutto è “narrabile” rispetto a un ipotetico punto di vista personale, nulla è più oggettivabile, pur nei limiti strutturalmente insiti nel termine “oggettivo”; e che le narrazioni, tutte, a prescindere dal metodo, si equivalgano per qualità.

Insomma, per essere chiari e parlare come mangiamo: se tu hai un’opinione su un fatto ti si può dimostrare scientificamente che è sbagliata, e suggerire l’ipotesi più o meno velata che tu sia un ignorante, se va bene, o un coglione se va male. Viceversa, se su un dato fatto tu esponi la tua “narrazione” diventi intoccabile: la narrazione è intrinsecamente antiscientifica, non misurabile in alcun modo, al massimo può interessare o annoiare ma non possiede alcun valore etico. E siccome è frutto, più che del pensiero critico, della sensibilità individuale, essa contiene anche un germe di romanticismo assai démodé che tuttavia la rende affascinante per i poveri di spirito.

Quindi sarà meglio prepararsi: la politica degli anni ‘20 sarà non più “tematica”, come negli ultimi lustri, ma eminentemente “narrativa”. Sarebbe a dire che potranno continuare tranquillamente a prenderci per il culo, ma con una certa pretesa di stile che sicuramente ci lascerà tutti molto più soddisfatti. E la certezza, mal coltivata, che anche la nostra narrazione alla fine abbia lo stesso livello di interesse di tutte le altre.