Perché è tutto a posto, credo che ce la faremo

gennaio 15th, 2017

Qualcuno mi ha scritto chiedendomi perché mai la frequenza dei post, nell’ultimo periodo, sia calata così drasticamente.

Beh, qualcuno di coloro che hanno affermato (più o meno scherzosamente) che se scrivo così tanto ho evidentemente molto tempo libero a disposizione sono serviti: il mio attuale periodo lavorativo è talmente pieno di avvenimenti che gestirli tutti insieme talora è davvero complicato. In un anno solare il numero dei radiologi del mio reparto è più che raddoppiato, è partita la guardia attiva ed è stata installata una nuova risonanza magnetica da 1.5 tesla. Dite che non è abbastanza?

Però, accanto alla scarsità di tempo a disposizione per varie ed eventuali, ci sono alcune piccole soddisfazioni che non posso non condividere con voi. Per esempio, la nuova risonanza magnetica: la meraviglia di vederla montare, giorno dopo giorno, da muratori e tecnici così bravi che a momenti non mi sono nemmeno accorto di averli in reparto; la meraviglia ancora più grande di accenderla e capire come ragiona, perché ogni casa costruttrice ha una filosofia che va molto al di là del nome dato alle diverse sequenze; l’inaugurazione, le emozioni forti di quella giornata, l’entusiasmo di avere davanti una strada da percorrere con persone entusiaste e, si spera, pronte ad accompagnarti fino in capo al mondo.

Già, persone entusiaste. Nel mio blog, ovviamente, io parlo più spesso dell’aspetto medico del mio mestiere: d’altronde è quello che faccio per vivere. Ma non dovete dimenticare che quello radiologico è un lavoro di squadra, e che accanto al medico radiologo lavorano i tecnici: quelli che eseguono fisicamente l’esame, quelli del “fermo non respiri”, quelli che abbiamo sempre accanto in qualunque momento, specialmente quelli difficili dell’urgenza improvvisa o dell’esame complicato.

In questi giorni tre dei miei tecnici stanno imparando a usare la nuova risonanza magnetica. Io vorrei che voi poteste vedere i loro occhi illuminarsi mentre capiscono dove mettere le mani, quali parametri modificare per ottenere il miglior risultato possibile, o la gioia che traggono dal veder comparire sullo schermo le immagini belle che questa nuova apparecchiatura è in grado di produrre. Vorrei che li ascoltaste mentre parlano tra loro e con il loro collega che gli sta insegnando il mestiere, mentre si scambiano pareri e aiuto quando uno di loro dimentica un passaggio cruciale. Vorrei che poteste ascoltare le loro risate: perché non sta scritto da nessuna parte che si lavora bene solo nel silenzio, nella gravità dell’animo, nella paura di sbagliare ed essere cazziati.

L’ho già detto una volta: io voglio che i pazienti, ogni tanto, ci sentano ridere. Voglio che, mentre attendono il loro turno in sala d’aspetto, possano intuire che una squadra vincente è quella in cui il lavoro è divertente, stimolante, condiviso. Voglio che tutti sappiano che nel mio reparto si lavora bene e con il sorriso sulle labbra, tutte le volte in cui è possibile; e che quando metteranno piede nella sezione diagnostica che li attende troveranno comunque personale attento e competente.

Perché il nostro è un mestiere maledettamente serio. Così serio che per affrontarlo e farlo affrontare ai pazienti ci vuole sempre, e dico sempre, un bel sorriso che non sia di circostanza.


La canzone della clip è “All right”, di Christopher Cross, tratta dall’album “Another page” (1983). In questo periodo mi sto ammazzando del buon Christopher come quando ero adolescente: ottimo autore che poi è svanito nella nebbia di quelli che, in qualche modo, non ce l’hanno fatta a diventare immortali nonostante invidiabili canzoni che sono rimaste nella storia. Vi propongo la versione live dell’album “A night in Paris” (2013) perché è più ritmata e meno leziosa della versione originale, e perché mi piace da matti la faccia scazzata con cui il nostro Cris canta la sua canzone per, immagino, la miliardesima volta.

Le autostrade sono piene di eroi distrutti alla guida della loro ultima possibilità

gennaio 1st, 2017

Scusatemi se comincio l’anno con una polemica; ma tant’è e poi ogni anno, da qualche tempo, di questi tempi mi vengono sempre gli stessi brutti pensieri.

Come ogni fine anno, anche nel 2016 il bravo radiologo deve pensare all’assicurazione professionale per l’anno a venire: quella che dovrebbe salvargli il sedere nel caso malaugurato in cui commetta un errore grave, il paziente denunci lui e/o l’Azienda per cui lavora e l’Azienda decida di rivalersi sul medico stesso. Si chiama RC, responsabilità civile, per ricordarci che l’Italia è il solo paese al mondo, insieme al Messico e alla Polonia, nel quale il medico è soggetto anche alla RP, cioè la responsabilità penale legata ai suoi errori.

E no, oggi non voglio parlare del medico come figura infallibile e al di sopra di ogni sospetto: perché i medici sono persone comuni e sbagliano come tutti gli altri lavoratori, fanno errori anche grossolani di cui a volte essi stessi si accorgono perché si tratta di sbagli che in altri 99 casi su 100, davanti allo stesso identico esame, non commetterebbero. Ma sapete com’è, anche un medico può avere brutti periodi, essere stanco, avere maretta in famiglia, un figlio ammalato, una moglie con la sclerosi multipla o un tumore al cervello, problemi di soldi, un primario stronzo, eccetera. Quindi non farò riferimenti alla qualità degli errori né sosterrò che non dobbiamo rispondere degli stessi; sebbene uno possa chiedersi, legittimamente, perché altre categorie professionali non ne rispondano o debbano risponderne in misura molto minore. Ma questo è un altro discorso, e lo faremo un’altra volta.

Oggi voglio solo informare i nostri pazienti, proprio loro, di uno straordinario paradosso della mia professione. Io sono un medico radiologo che, in virtù di un contratto collettivo nazionale, guadagna sempre la stessa cifra (peraltro ferma dal 2009, data dell’ultimo rinnovo del contratto stesso): che si limiti a refertare la fratturina dello sciatore in Val Zoldana o che posizioni in urgenza protesi aortiche a pazienti che altrimenti renderebbero l’anima al creatore in poche ore. Ma fin lì ci siamo: l’Italia è quel paese cattocomunista in cui, come mi ricordava di recente il mio amico Giancarlo, la meritocrazia è ancora un concetto classista.

Il paradosso è un altro. Quando a fine anno mi iscrivo alla mia società scientifica, la SIRM, e contemporaneamente stipulo il contratto assicurativo per la responsabilità civile, mi viene chiesto: tu fai attività radiologica normale o anche senologia e attività interventistica? Perché nel primo caso pagherai un tot e nell’altro, siccome di tratta di prestazioni a rischio elevato, pagherai un tot più altri 300 euro. In buona sostanza mi si sta dicendo che la mia attività lavorativa “speciale”, quella che mi caratterizza come professionista di livello elevato, non soltanto vale nulla dal punto di vista dello stipendio di fine mese, ma addirittura mi penalizza economicamente perché sono costretto a spendere di più per assicurarmi contro gli eventuali eventi avversi connessi alle mie prestazioni.

Cioè, capite, se io come medico mi sbatto per imparare a pungere una lesione polmonare che altrimenti potrebbe essere caratterizzata solo chirurgicamente, con un rischio assai maggiore per il paziente, o salvo la vita a persone con l’aorta scoppiata, o metto a disposizione le mie competenze per diagnosticare un cancro della mammella a una donna giovane, bisogna che io paghi in prima persona, dal punto di vista assicurativo, questa mia competenza aggiuntiva. Insomma, come radiologo io devo assicurarmi a un prezzo maggiore solo perché un paziente possa avere accesso a una prestazione più sofisticata che altrimenti non sarebbe erogata. Lo vedete il paradosso, che nulla ha a che fare con l’errore umano che comunque è sempre dietro l’angolo?

Allora la questione, al principio di questo 2017 dal quale francamente non mi aspetto rivoluzioni se non in senso negativo, è semplicemente questa: visto che si parla in continuazione di umanizzazione delle cure, che ne diciamo di metterci a tavolino e riflettere su questi gloriosi paradossi che stanno rendendo difficile, se non impossibile, la vita del medico? Pensate che sarebbe migliore un mondo in cui i medici sbagliano meno perché, semplicemente, smettono di erogare prestazioni complesse? Credete che sarebbe più sicura la vita della vostra prole in un mondo in cui il medico sbaglia la diagnosi della rara frattura orbitaria di vostro figlio ma si rifiuta di operarlo perché la procedura è troppo rischiosa? Pensate davvero che una sanità gestita da tiraossi e cerusici sia migliore di quella moderna, in cui gli uomini possono anche sbagliare nel singolo caso specifico, ma negli altri 99 risolvono i vostri problemi e vi consentono di campare fino a novant’anni? E siete davvero convinti che denunciare un ospedale, un’Azienda ospedaliera, un gruppo di professionisti, comporti un miglioramento reale delle diagnosi e delle cure e preservi altri pazienti da danni analoghi? O l’unica motivazione che vi spinge a far casino è il rancore accumulato, lo stesso che vi fa odiare il resto del mondo ogni giorno che il Padreterno manda in terra, o che tutto sommato va bene lo stesso perché ci si guadagna qualcosa di soldi?

Ecco, questo è il mio invito per il 2017. Va benissimo l’umanizzazione delle cure ma ogni tanto, per amor di Dio, umanizzatevi un poco anche voi. Scendete sulla terra e guardateci per quello che siamo, noi medici: persone comuni che fanno un lavoro difficile, in condizioni a volte critiche, sottraendo tempo ai propri interessi personali e alle proprie famiglie, regalando centinaia ore di lavoro all’anno che non saranno mai pagate, ritornando a casa con la schiena spezzata e il cervello in pappa, correndo in ospedale alle straore per aiutare colleghi in difficoltà, spendendo ore e ore a parlare con pazienti incattiviti o collaboratori incazzati al solo fine di garantire un servizio pubblico migliore. Persone che possono sbagliare, come tutti, ma che si portano dietro il peso degli errori fatti come una condanna inappellabile, per anni, per tutta la vita, e che ancora oggi si sorprendono quando un paziente torna in ospedale per ringraziare della diagnosi azzeccata e dire, incredulo: Lei mi ha salvato la vita.

Perché poi è questo che succede, ogni fine anno. Quando in tempi di crisi dobbiamo devolvere i nostri 1000 euro annui all’assicurazione di turno il pensiero, spontaneo, è il seguente: ma chi me lo fa fare? E se tirassi i remi in barca? Se mi limitassi al mio, che tanto non cambia nulla per il mio portafogli? Però poi, chiusa la transazione bancaria, la nostra preoccupazione corre di nuovo lì, all’ospedale, a tutte le cose nuove da cominciare e le vecchie da migliorare in questo lungo 2017 che ci attende; ed è proprio lì che ci troverete, con i nostri camici bianchi stazzonati e le borse sotto gli occhi, a qualunque ora del giorno e della notte, con la schiena spezzata e un sorriso stanco che quasi mai vi verrà negato.


La canzone della clip è “Born to run”, dall’analogo album di Bruce Sprigsteen (1975). Dove risuona in terno l’unico vero sassofono che riconosciamo come degno di memoria sempiterna, quello di Clarence Clemmons. Dello stesso album, per averne un’idea più precisa, ascoltate anche “Jungleland”, canzone di chiusura, e poi sappiatemi dire.

E il vento ingarbuglierà I tuoi pensieri, l’amore e i tuoi capelli, e ti cambierà

dicembre 28th, 2016

Tra le poche certezze che non sono venute meno, quest’anno, c’è la lettura: ho cercato di leggere ancora di più di prima, se è possibile, anche se parecchie sere mi sono addormentato con il libro in mano perché la stanchezza accumulata durante il giorno era obiettivamente troppa.

Ho letto libri di storia e di economia per cercare di capire cosa sta accadendo nel mondo, e per discriminare quella sottile linea rossa oltre la quale i buontemponi urlano al “gombloddo” perché si rifiutano di guardare in faccia la realtà (oppure la realtà stessa li terrorizza).

Ho letto biografie di personaggi famosi per cercare nelle vite illustri qualche elemento che illuminasse la mia, ma vi avviso che non ci sono riuscito.

Ho letto romanzi, al solito, molti; e riletto lunghi pezzi della Divina Commedia, che quella non annoia mai.

E poi, questa sera, tornando a casa in auto, ho ricordato uno degli uomini che mi ha aiutato maggiormente ad affrontare questa lunga storia d’amore con la letteratura, l’unica che dura da una vita senza tradimenti o meschinità di vario tipo.

Era il padre della moglie di mio zio: un uomo imponente, o forse a me sembrava così dal basso dei miei quattordici o quindici anni, stempiato, elegante. Aveva una libreria fornitissima, o forse a me così sembrava perché di librerie personali non ne avevo mai avute e quella di mio padre era piena zeppa per lo più di classici latini e greci, ma di narrativa ce n’era ben poca. Venne a sapere della mia passione per la letteratura e mi invitò a casa sua. Lo ricordo seduto su una poltrona di pelle scura, nel suo studio: gli scaffali traboccavano libri, c’erano libri anche sulla scrivania e forse, ma ho l’impressione che la memoria stia ingigantendo i particolari, anche a terra, in pile ordinate.

Mi chiedeva di scegliere quattro o cinque libri per volta: io mi aggiravo titubante per la stanza, con il viso sollevato per arrivare con lo sguardo alle ultime file in alto, e ogni tanto buttavo lì qualche titolo che mi aveva impressionato. Lui non commentava le mie scelte, si limitava a chiedere in cambio del prestito che io avessi cura dei libri (ossessione che mi è rimasta ancora, e non solo per i libri prestati) e, all’atto della restituzione, fossi disposto a discutere con lui i contenuti. Ecco, forse era proprio quella la parte migliore: quando ci sedevamo, uno di fronte all’altro, e parlavamo del romanzo appena letto. Lui cercava punti di vista alternativi, immagino, non inquinati dagli smaronamenti della senescenza; io cercavo un punto di vista adulto, mi sforzavo di intuire le trame che avrebbero caratterizzato la mia vita da grande senza nemmeno immaginare quanto di quei romanzi già raccontavano del mio futuro.

A volte, quando gli chiedevo libri di certi autori, diventava per un istante perplesso e nicchiava, roso dal dubbio che non fossero romanzi adatti alla mia età. In particolare, prima di avere accesso all’opera di Moravia dovetti sudare parecchio: ma è lui che devo ringraziare per aver colmato una lacuna letteraria che, probabilmente, da grande avrei trascurato. Ed è a lui che devo anche le prime riflessioni mature sul sesso, perché aver letto quei romanzi mi pose fin da subito di fronte al dilemma che sconvolge le menti degli uomini: è tutta qui la faccenda del sesso, è solo una questione di scambio di fluidi corporei o c’è qualcosa in più, e dietro quei sofisticati cerimoniali di accoppiamento si nasconde dell’altro?

Comunque sia, un giorno diventai abbastanza grande per infilare la porta di casa e prendere il largo. Prima di partire andai a salutarlo e lui si accomiatò da me con una frase che adesso vorrei tanto ricordare, ma che si è persa nelle nebbie della memoria. Il che mi riporta a un’altra frase, letta per caso mentre ero su Twitter (tweet di @PArgoneto): Se proprio non vi piace leggere state vicino a chi lo fa. Al contrario del fumo, la lettura passiva fa benissimo.

E mi riporta a dirgli ancora grazie, ora per allora, nel caso piuttosto probabile che i miei ringraziamenti dell’epoca non siano stati sufficientemente esaustivi.


La canzone della clip è “Canzone da lontano”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Montecristo” (1980). Per una serie di disavventure legali questo album è l’unico non disponibile in CD: io conservo ancora gelosamente una vecchia C90 su cui era registrata, peraltro da schifo, la traccia del vinile.

Meno male che adesso non c’è Nerone

dicembre 26th, 2016

Ho provato a tacere, giuro, a resistere strenuamente. Ho provato a far finta di nulla, a premermi le mani sulle orecchie come i miei figli quando non hanno più voglia di sopportare i deliri del loro genitore sull’ordine dei giochi in cameretta: e niente, non ci sono riuscito. Almeno, datemene atto, parlo dell’argomento solo quando è uscito dalle prime pagine dei giornali e non è più oggetto di furibonde discussione su un web sempre più impazzito.

Si, voglio parlare del ministro dell’istruzione Fedeli e del suo curriculum vitae incredibilmente povero dal punto di vista, appunto, dell’istruzione. A me non interessano gli orientamenti politici della signora e in questo momento non sto discutendo delle sue capacità organizzative e della sua sicuramente onnicomprensiva visione politica. Qui si affronta un tema meno particolare e più universale: serve o no studiare, se dovrai rivestire un ruolo dirigenziale di importanza strategica? Ha senso tenere in piedi questa pantomima della laurea, delle specializzazioni, dei masters post-universitari, se quello che conta è l’esperienza sul campo o, in assenza di questa, una generica attitudine (possibilmente non autoreferenziale) a occupare una poltrona di qualche tipo?

In realtà la questione è di semplice risoluzione, almeno per chi nella vita abbia studiato parecchio, e io stesso l’avevo già affrontata in questo post. All’epoca mi ero sforzato di discutere pacatamente la questione della nomina a ministro della sanità di una persona non laureata in medicina né in altra disciplina e nemmeno in qualche modo addetta ai lavori; e paradossalmente, senza affondare il coltello nella fatidica piaga, riconoscevo un dato di fatto inoppugnabile: i due addetti ai lavori che l’avevano preceduta erano stati indegni di rivestire quel ruolo (forse, aggiungo ora, perché per essere addetti ai lavori bisogna aver lavorato, nella vita, e certi ambienti, o per meglio dire certe interpretazioni del lavoro in certi ambienti protetti, non facilitano la fuoriuscita di sudore da fronti inutilmente alte e spaziose).

Il punto è che si studia per imparare a leggere e a far di conto, che sono attività basilari per chi sceglie, per dire, il mestiere del fruttivendolo. Si studia poi anche per costruirsi una cultura, per maturare un’obiettività di giudizio che dovrebbe rendere il cittadino più consapevole e partecipe della cosa pubblica. Si studia, infine, perché studiando si capisce con maggior chiarezza quale strada percorreremo nella vita: se non avessimo studiato nessuno di noi avrebbe potuto maturare le passioni che lo hanno convinto a sobbarcarsi chi quattro, chi cinque, chi dieci anni di studio aggiuntivo rispetto all’obbligo scolastico al solo di imparare un mestiere intellettualmente complesso. E non avendo studiato nessuno avrebbe mai potuto capire di non essere portato per lo studio e che un lavoro manuale, peraltro degnissimo, o commerciale o di qualsiasi altra natura ancora sarebbe stato il suo futuro.

Però, bisogna riconoscere a chi ha aggiunto quegli anni di studio alla scuola dell’ombelico la volontà di approfondire tematiche complesse assai e la determinazione assoluta a svolgere, nella vita, un lavoro intellettuale attinente alla natura dei suoi studi. Bisogna riconoscere, e forse sarebbe il caso di ripeterlo perché mi sa che ce lo siamo scordati tutti, che una classe dirigente si forma sui libri e sulla teoria, e che in un lavoro intellettuale l’esperienza ha valore aggiunto solo se possiedi basi teoriche su cui appoggiarla. Ecco perché leggendo l’articolo di Luciana Castellina sul ministro dell’istruzione mi è venuto da sorridere: perché è proprio questo genere cattocomunismo di ritorno che sta facendo la rovina del nostro paese, questa ipotesi del tutto indimostrabile che siamo tutti uguali e interscambiabili, che ognuno vale uno e che persino il giovanotto nullafacente che fino al giorno prima se ne stava seduto al bar del paese aspettando che il tempo passasse o la casalinga di Voghera, dopo aver studiato il relativo bignami, può svolgere le complesse funzioni di un assessore ai lavori pubblici, di un sindaco o persino del presidente del consiglio.

Queste le parole precise dell’articolo: (…) Ma Fedeli – immagino l’obiezione – non è solo parlamentare, è Ministro proprio dell’Istruzione, che ha dunque competenza sull’Università di cui non può occuparsi visto che non l’ha frequentata. Ebbene, proprio questo a me pare un dato positivo: mi piace pensare che sulla formazione universitaria venga rivolto finalmente lo sguardo di chi ne è stato escluso. In un tempo in cui il valore della competitività a tutti i costi sta diventando il valore centrale del nostro sistema, e si vorrebbero trasformare ovunque le università – secondo l’orribile modello britannico – in macchine per selezionare una élite prestigiosa (e privilegiata), lasciando che gli altri si arrangino e vengano via via marginalizzati, ben venga chi per propria storia terrà conto che quel che serve è l’inclusione. Che, cioè, un buon sistema educativo è quello che tiene conto dell’ultimo e non solo del primo (…)

Eccola, la miopia programmatica, in tutto il suo drammatico splendore. Perché a me sembra così ovvio: in ambito universitario una cosa sono i criteri di inclusione o esclusione, e tutt’altra la competenza necessaria a gestire un sistema complesso che, una volta deciso chi debba essere incluso o escluso, abbia il compito di formare la futura classe dirigente. Per cui io, invece di mettere un potenziale escluso a capo del ministero, per beatificare il buon sistema educativo di cui parla la Castellina, mi preoccuperei di allargare il più possibile i criteri di inclusione. Ma è inutile dire che la politica nazionale, europea e forse mondiale sta puntando in tutt’altra direzione riportandoci a metà del secolo scorso: studia chi ha i soldi per farlo, e che gli altri si fottano.

Per cui forse è di questo che dovremo parlare, cioè di come permettere nuovamente a chi non ha i mezzi, ma possiede le capacità, di studiare e accedere a un mestiere intellettuale: altrimenti il rischio è ritornare, e di fatto è ciò che sta accadendo, ai tempi cupi in cui i mestieri si ereditavano e il figlio di un operaio, per dire, mai avrebbe potuto diventare medico perché la formazione universitaria ha un costo incompatibile con la sussistenza della propria famiglia. La questione del ministro dell’istruzione invece no, quella rimane triste da qualunque prospettiva la si voglia guardare: perché certifica in modo definitivo, istituzionale oserei dire, l’assoluta inutilità di conseguire titoli di studio superiore.

Cosa che peraltro i giovani italiani hanno già capito da tempo: e mi piace immaginarli, soddisfatti della loro scelta, mentre fanno ciao ciao con la manina a quel manipolo di sconsiderati, per non dire altro, che li hanno salutati così: “Conosco gente che è bene sia andata via, questo Paese non soffrirà a non averli tra i piedi”.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Meno male che adesso non c’è Nerone”, di Edoardo Bennato, tratta dall’album “Io che non sono l’imperatore ” (1975).

Hai qualche sogno che vorresti vendere?

dicembre 20th, 2016

Perdonatemi, in questi giorni ho avuto un po’ di cose importanti da fare e la mia latitanza dal blog è stata forzata. Riprendo la penna in mano, si fa per dire, perché voglio farvi gli auguri di buon Natale, come ogni anno, e raccontarvi due o tre cose che ho capito della vita in questo incredibile 2016 che sta per tramontare.

Ho capito, per esempio, che i sogni sono fatti di una sostanza ineffabile: per uno che si volatilizza, lasciandoti in preda al panico e allo sconforto, un’altro prende improvvisamente forme che tu non avresti mai potuto immaginare prima di quel momento.

Ho capito che non esistono traguardi facili, da nessuna parte, e quelli che li raggiungono senza fatica o stanno mentendo o hanno barato.

Ho capito, e qualcuno dubitava bonariamente che io ne fossi capace, che l’arte sottile della mediazione è nobile e non plebea, e non implica necessariamente che uno debba piegarsi e rinunciare alle proprie più profonde convinzioni. Semplicemente, la mediazione implica l’idea sublime che il torto e la ragione non stiano sempre da una parte soltanto; e che nessuno debba essere considerato, come si diceva ai tempi della mia specialità ferrarese, una boccia persa.

Ho capito che un branco, per non lasciare nessuno indietro, deve andare alla velocità che possono tenere i lupi più lenti, quelli temporaneamente deboli o ammalati; ma anche il lupo più lento può capire che se stringe i denti e tira avanti, nonostante gli acciacchi, il branco gliene sarà grato.

Ho compreso la natura di alcune solitudini strutturali, anche, e apprezzato lo sforzo che molti hanno fatto per mitigarla, a prescindere dal risultato finale: la gente è in genere migliore di quanto si pensi, e migliore di quanto le stesse persone talora credano di sé stesse. I brutti esempi che abbiamo di fronte ogni giorno, a partire dal vertice della nostra povera repubblica, non sono la regola ma l’eccezione: altrimenti sarebbe andato tutto a puttane già da un pezzo.

Quando da ragazzino giocavo a tennis l’adrenalina dei tornei mi dava alla testa. Se ero abbastanza allenato, e la cosa non accadeva spesso perché all’attività fisica ho sempre purtroppo preferito quella mentale, prendermi a pallate era possibile solo se l’avversario era di un altro livello. In mezzo al campo stringevo forte i denti e il manico della racchetta: sapevo per certo che non sarei mai diventato un campione, ma quando ero sotto di punteggio mi ripetevo che fino all’ultima palla la questione non era ancora risolta; e se ero sopra, beh, se ero sopra il problema non era il mio ma del mio avversario. Posso contare sulle dita di una mano le volte in cui, sempre quando ero ben allenato, ho perso con uno che sulla carta era più scarso di me: e di questa frase la parte importante non è il fatto di aver vinto più spesso di quanto abbia perso, credetemi, ma quello di essere stato ben allenato.

Ieri sera giocavo a scacchi con mio figlio. Lui, che tra poco compie 10 anni e gioca già molto meglio di me quando avevo la sua età, si ostina a ragionare in termini di pezzi: Papà, se tu mi mangi il cavallo, dice, io ti mangio l’alfiere e siamo pari. Allora ho provato a fargli guardare la cosa da un’altro punto di vista.

Gli scacchi sono un gioco, per due terzi, prevedibile e quasi banale. Le prime dieci o undici mosse, se uno conosce la teoria delle aperture, sono quasi obbligate salvo piccole varianti fantasiose che in genere portano più danno che beneficio. Le ultime mosse, quelle di chiusura, sono altrettanto codificate: se vuoi vincere con re e alfiere contro re non c’è molto da inventarsi, la strada è una sola. Ma il centro partita, ragazzi, è quello il paradiso dello scacchista, il luogo e il tempo in cui tutto può accadere e si intravedono la negligenza del praticone o la luce del genio. Come tutte le situazioni in cui sei solo con te stesso e contro un avversario, come sul 3-3 nel terzo set di una partita di tennis, la fatica ti piega le ginocchia. Nel centro partita il tempo passa, inesorabile, e tu devi inventare una strategia valida prima che termini quello che hai a disposizione.

Sapeste quante volte, nel bel mezzo di un centro partita, ho avuto la tentazione di buttare per aria i pezzi della scacchiera. Quella maledetta difesa del nero che non sopportavo, per esempio, o l’assoluto equilibrio dei valori in campo che non ti fa scorgere nessuna via d’uscita. Eppure in quei momenti, come durante un tie-break nel tennis, la sola strada è identificare il punto debole nella strategia del nemico e concentrarsi su di esso. Può essere l’ostinazione presuntuosa dell’avversario a passarti con il diritto* oppure quel pedone apparentemente inattaccabile sul quale concentri tutto il fuoco del tuo arsenale, fosse anche la regina.

Papà, perché ti sei fatto mangiare la regina? Semplice, figlio mio, gli ho risposto infliggendogli in tre mosse uno scacco matto che spero gli serva da lezione per i prossimi settanta anni. Perché negli scacchi non esistono solo i pezzi ma c’è un altro valore da conquistare e difendere: la posizione. E allora credo che la questione che affligge le nostre esistenze si traduca in una sola e fondamentale domanda, che ho finalmente realizzato in questo 2016: quanti pezzi della nostra scacchiera siamo disposti a sacrificare per vincere la partita, senza nemmeno essere sicuri della vittoria finale?

E’ con questa domanda che vi abbraccio tutti, vi auguro buone feste e spero che il 2017 porti cose buone a tutti. Non so se ci sentiremo ancora, prima della fine dell’anno, però credo proprio di avervi già detto tutte le cose importanti adesso. Tipo che tennis e scacchi si somigliano tanto, ma davvero tanto**.


La canzone della clip è “Dreams”, dei Fletwood Mac, tratta dall’album “Rumours” (1977).
*Un giorno, giovanissimo giocatore di tennis, mi ritrovai nella finale di un torneo di fronte al mio storico compagno di doppio. Eravamo amici da molto tempo e conoscevamo a memoria ognuno i punti deboli e forti dell’altro. All’inizio le cose andarono male e mi ritrovai sotto di parecchio: allora fui costretto a escogitare una strategia alternativa e cominciai a scendere a rete attaccandolo sul diritto, che aveva potente e preciso. Lui ogni volta cercava di piazzare il passante vincente: per una volta che ci riusciva, tra le ovazioni del pubblico per il colpaccio da manuale, le altre tre riuscivo in qualche modo a piazzare una volée vincente. A fine partita, chiuso l’ultimo diritto, vinto il torneo e abbracciato il mio incredulo amico, il nostro maestro mi prese da parte e mi chiese: Sei stato bravo a vincere, ma mi spieghi perché hai continuato ad attaccarlo sul diritto in quel modo suicida? Nemmeno lui, con tutta la sua esperienza, lo aveva capito: se lo avessi attaccato dove era più debole, cioè sul rovescio, il mio compagno di doppio non avrebbe rischiato ogni volta il passante e mi avrebbe costretto a rincorrere per tutta la partita i suoi lob estenuanti, fino a schiantarmi. Insomma, tutto questo è per dire che non sempre il punto forte del nostro avversario rappresenta il suo passaporto per la vittoria, e che tutti, noi compresi, abbiamo da qualche parte della scacchiera un pedone difeso male.
** David Foster Wallace in “Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)” coniò la migliore definizione del tennis che io abbia mai letto: il tennis è giocare a scacchi correndo.