Archive del 2012

A Stefano

martedì, 8 maggio 2012

Stefano Ciatto era un radiologo. Dedicato prevalentemente alla senologia. Non lo conoscevo personalmente ma seguivo il suo blog: pur non interessandomi in modo sistematico all’argomento trovavo interessanti i suoi post e apprezzavo molto lo stile e il rigore con cui affrontava problemi tecnici ed etici che per noi medici, radiologi soprattutto, sono all’ordine del giorno.

Chi invece lo conosceva e mi ha parlato di lui sottolinea spesso un aspetto del suo carattere: Stefano Ciatto non parlava per dare aria ai denti, com’è in uso da queste parti. Parlava quando aveva qualcosa da dire e le sue argomentazioni erano sempre supportate dall’evidenza scientifica. Sarebbe a dire che quando esponeva un personale punto di vista, o demoliva un punto di vista altrui, lo faceva con la forza dei numeri e dei dati presi dalla letteratura scientifica. Un tipo di rigore che, in tempi come questi in cui vince chi urla più forte, apprezzavo oltremisura.

Stefano Ciatto, qualche giorno fa, è morto in un incidente stradale. Lasciando un grande vuoto affettivo in chi lo conosceva, immagino, e un vuoto intellettuale in chi come me non lo conosceva personalmente ma lo seguiva in Rete con quell’interesse che può essere sostenuto solo da grande stima personale. Ironia della sorte, è morto lasciando a tutti noi una specie di testamento spirituale: un post, datato febbraio scorso, intitolato “Riflessioni di un Radiologo disilluso”. Si tratta di una riflessione molto amara sullo stato di salute della medicina moderna, sui difficili rapporti tra medici e pazienti e tra gli stessi medici di differenti discipline. Ed è un’analisi spietata, in un certo senso, anche della direzione sbagliata che tutti noi stiamo imboccando: come singoli individui e come comunità. La potete leggere qui.

Io non voglio aggiungere molto altro a quello che Stefano ha scritto in quell’occasione: credo che le sue parole bastino e avanzino a significarsi da sole; e sono sicuro che lasceranno un segno in molti di quelli che le leggeranno. Solo una cosa: questi non sono tempi in cui si possa perder tempo a operare divisioni, a guardarci le spalle da tutti, a diffidare di chiunque. Sono tempi in cui siamo chiamati a ridurre distanze, ad avvicinarci al nostro prossimo e ascoltarlo. Sono tempi in cui può accadere di tutto, e molto sta già accadendo. Dobbiamo renderci conto che al mondo non esistiamo solo noi e il nostro carico di fissazioni personali; e che c’è sempre un discrimine, sottile ma evidente, tra la realtà dei fatti e ciò che noi vorremmo fosse vero.

Stefano, questo, ce lo insegnava con il suo lavoro. Quello di ogni giorno.

Il rasoio di Occam

domenica, 6 maggio 2012

Alfredo, che di mestiere fa lo specializzando al quarto anno di corso, ed è quindi prossimo al diploma di specializzazione, mi ha inviato una simpatica e-mail in cui racconta delle sue giornate lavorative e della sostanziale impossibilità di mettere a frutto le sue conoscenze e il suo notevole entusiasmo in un ambiente stagnante come la sua Scuola. Al punto che, pur essendo animato dal desiderio di continuare la carriera universitaria, si è posto il legittimo dubbio che anche io, all’epoca, mi posi: ha senso che io metta radici in ambiente universitario se le regole che valgono sono quelle dei quattro (o cinque) anni appena trascorsi qui dentro come specializzando? E, soprattutto, mi chiede: in poche parole, che differenza c’è tra un radiologo ospedaliero e uno universitario?

La lettera di Alfredo è molto simpatica e peraltro lui è uno che scrive molto bene: quindi ho scelto una risposta che credo possa piacergli, se non nelle conclusioni almeno nello stile con cui l’ho elaborata.

Tutti, credo, conoscete per sentito dire il principio del rasoio di Occam: in breve, e semplificando parecchio, questo principio afferma che la soluzione migliore a un dato problema è in genere quella più semplice; in altre parole, quella che scarta le ipotesi più complesse. Pertanto, senza ovviamente voler generalizzare, mi viene da rispondere alla domanda di Alfredo con un esempio di vita vissuta: il radiologo ospedaliero è in genere quello che ragiona con il principio del rasoio di Occam. Non perchè sia più capace, più furbo o intelligente di quello universitario: no, è solo questione di esperienza messa a frutto. Quando anni di trincea ti hanno insegnato a perseguire ipotesi diagnostiche semplici, perchè la diagnosi esatta è in genere quella statisticamente più probabile, il rasoio di Occam preferisci tenertelo ben stretto in mano. Sempre.

Il radiologo universitario è invece più propenso a riporre il rasoio nell’armadietto del bagno: se esiste una ipotesi diagnostica complessa e di estrema rarità, state certi che lui la infilerà nel mazzo delle diagnosi differenziali e a volte addirittura al primo posto. Perché delle due l’una: o avrà azzeccato diagnosi, con annesso figurone da storia, o l’avrà cannata: ma cannare una diagnosi dal nome esotico lascia sempre un retrogusto dolce. Del tipo: Io almeno la conoscevo, quella sindrome rarissima e dal nome impronunciabile. E tu?

Dopo il referto radiologico (1/3)

giovedì, 3 maggio 2012

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un numero de La Radiologia Medica datato 2011, che all’epoca della pubblicazione doveva essermi sfuggito, il cui articolo di apertura era una curiosa riflessione sul referto radiologico a firma del dottor Edmondo Comino (Comino E. Il referto… e poi? Radiol Med 2011; 116:1153-1160): i radiologi appassionati di patologia toracica non faranno fatica a ricordarlo all’opera in vari corsi e congressi a tema degli ultimi decenni.

Il dottor Comino, in maniera per me assolutamente imprevedibile, nell’articolo condivide alcune considerazioni molto interessanti circa le modalità ulteriori del referto radiologico. Sarebbe a dire, in parole povere: cosa accade, e cosa non accade, dopo aver scritto e firmato un referto radiologico? Il referto radiologico, come ho ripetuto altrove fino alla nausea, in fondo è altro che uno strumento del processo di comunicazione medico-paziente: stilato in linguaggio tecnico, ne convengo, perché la materia ha modalità tecniche molto complesse, ma comunque un semplice atto mediante cui il radiologo comunica al paziente che è malato (o non malato) e quali caratteristiche peculiari abbia la sua malattia.

Il punto nodale della questione, dice però giustamente Comino, è che il referto scritto non esaurisce il dovere del medico: esiste infatti un articolo del nostro Codice Deontologico (art. 31), che sottolinea come rientri negli obblighi di ciascun medico il fornire al paziente tutte le dovute spiegazioni sul suo stato di salute; tenendo peraltro conto, che non è virtù di tutti, anche delle capacità di comprensione dell’interlocutore. Il che vuol dire, tradotto in linguaggio corrente, che il radiologo deve comunicare anche in prima persona, verbalmente, con il suo paziente. Quindi il suo lavoro di comunicazione non può e non deve esaurirsi solo tramite quel benedetto referto che, è mia personale opinione, per le sue peculiari caratteristiche di strumento comunicativo in linguaggio tecnico (perché materia tecnica è la medicina), non deve essere destinato al paziente ma al collega medico che ha proposto l’esame radiologico sulla base delle proprie considerazioni cliniche.

Insomma, il paziente a fine esame ha diritto di sapere cosa diavolo gli abbiamo trovato? Certo che si: è quello che tutti noi, credo, pretenderemmo al posto suo. E qualcosa, se lui ce la chiede, bisognerà pur dirgli. Da questa considerazione nascono però due problemi: che vengono entrambi sottolineati da Comino con spietata precisione. Uno: il tempo a disposizione. Mi rendo conto che i colleghi medici di altre discipline, quando arrivano nel nostro reparto e ci vedono seduti davanti alla consolle di lavoro, lontani dal paziente, nella penombra tranquilla in cui ci muoviamo, possano farsi venire il dubbio che il mestiere del radiologo sia un mestiere tutto sommato non di trincea, e quindi parecchio privilegiato. Quello che loro non sanno, però, è che appena prima e appena dopo la loro cortese visita noi facciamo la spola continua tra sala refertazione e sala diagnostica, e che nel mentre siamo oberati di telefonate, richieste di pareri e consulenze, discussione di esami urgenti da fare o programmare, segretarie che mendicano qualche minuto di attenzione, colleghi che hanno bisogno di un secondo parere e tecnici che ci chiedono supporto e attenzione. Pochi mestieri medici sono più caotici di quello del radiologo: e infatti la maggior parti dei nostri errori nascono proprio dalla frammentazione continua del lavoro. Tu stai per scrivere nel referto un particolare importante, qualcuno all’improvviso ti disturba e trac!, quando riprendi a lavorare il particolare ti è sfuggito per sempre?

Il secondo punto, ancora più fondamentale, è la preparazione specifica al colloquio verbale con il paziente: è un argomento che nelle scuole di specialità nemmeno viene sfiorato come se mai e poi mai un radiologo dovesse avere a che fare con uno di loro e la nostra intera carriera lavorativa si svolgesse in una torre d’avorio, davanti a un monitor e con un mouse in mano. E’ una miopia programmatica che ha radici profonde, le stesse che ci impediscono per esempio di aver già sviluppato un modello di refertazione comune a livello nazionale che non lasci spazio a variazioni sul tema degne di un jam session di jazz; è il retaggio di un’idea della Radiologia vecchia di un secolo e oltre. Mentre invece le modalità di un corretto colloquio con il paziente non sono scontate, non sono per tutti virtù innata e soprattutto si possono imparare; e persino il più scontroso dei radiologi nazionali, davanti a un paziente inndifficoltà, potrebbe essere in grado di cavarsela in modo adeguato (senza contare che il contatto diretto con il paziente, credetemi sulla parola, è il miglior deterrente da contestazioni medico-legali: i pazienti vengono indispettiti molto più dalla sensazione di essere stati trattati male che dall’errore compiuto in buona fede, e ammesso, dal radiologo).

Per cui la conclusione di Comino suona naturale e condivisibile: in un reparto di radiologia dovrebbero esistere orari fissi di disponibilità del radiologo per consulti verbali, al pari di quanto accade negli altri reparti ospedalieri. Sono però meno ottimista di lui sulla possibilità che qualunque radiologo sia disponibile a discutere con il paziente di un caso non affrontato da lui in prima persona: intravedo resistenze di fondo legate alle attribuzioni di responsabilità: e se l’esame per il quale sono chiamato a discutere con il paziente fosse stato eseguito con modalità tecniche che non condivido? Certo, potreste ribattere, in un reparto normale di Radiologia i protocolli di esame dovrebbero essere condivisi a priori: ma qui ci stiamo pericolosamente addentrando nella spinosa questione delle dinamiche dei gruppi lavorativi, che non c’entrano con l’articolo di Comino (che non posso non ringraziare per aver sollevato il problema) e quindi andranno trattati in altra sede e in altro momento.

Adesso si che sono incazzato

giovedì, 3 maggio 2012

Scusatemi, ma Luisella mi ha chiesto di rimuovere il post. Rispetto i suoi motivi, che sono facilmente intuibili, ma il senso dell’incazzatura rimane quello che è.

Dal “giudizio clinico” a qualcosa di più pratico (e serio)

lunedì, 30 aprile 2012

Si parla tanto di management, di corretta gestione dei flussi di lavoro (e dei rischi connessi al flusso, sovente sovradimensionato rispetto agli organici e alle apparecchiature disponibili), di ottimizzazione delle risorse, eppure l’idea che hanno di questi argomenti la maggior parte dei colleghi che mi scrivono e/o mi porgono quesiti e considerazioni sul tema è piuttosto nebulosa. Non nel senso che ai miei colleghi manchi l’esatta percezione dei vari bug che rendono difficoltosa l’attività lavorativa quotidiana: loro, i miei colleghi, conoscono perfettamente problemi e soluzioni ai problemi. La nebulosità è a livelli superiori: in luoghi dove siccome la percezione dei problemi è, a sua volta, nebulosa, le soluzioni non sono mirate, logiche e rapide come ci si aspetterebbe.

Ma non sempre, però. In una delle ultime riunioni in direzione sanitaria è saltato fuori un banale accorgimento pratico che pemetterebbe a noi radiologi di rendere più fluido il lavoro e seguire attivamente l’evoluzione del nostro mestiere verso una più marcata impronta clinica. Che poi, neanche a dirlo, è il futuro obbligato della radiologia e della medicina stessa.

Piccolo test per radiologi. State facendo un’ecografia e vi viene un dubbio su un nodulo epatico. Cosa fate normalmente? Lo descrivete nel referto con la massima accuratezza e poi, sperando che non vi areniate sopra la malefica formula “a giudizio clinico“, consigliate il corretto approfondimento diagnostico. Il quale, nella fattispecie, potrebbe essere un’ecografia con il mezzo di contrasto, una TC o una risonanza magnetica. Perfetto. Il paziente a questo punto aspetta sette giorni lavorativi, poi ritira il referto e si reca dal suo medico di famiglia. Il quale legge il vostro mefitico “a giudizio clinico” (proprio non ce l’avete fatta a evitarlo, vero?) e, senza soffermarsi un solo secondo a pensarci su, decide che non è il caso di porsi il problema del giudizio (clinico) e che non rientra nelle sue mansioni di medico di medicina generale discutere il caso con il radiologo; fosse anche solo per imparare qualcosa sui moderni algoritmi diagnostici e sul perchè in date circostanze sia più opportuno un esame di un altro. Quindi trascrive la prestazione radiologica e la consegna al paziente; il quale si reca al centro prenotazioni e si fa dare il primo appuntamento disponibile. Nel mentre, a occhio e croce, sono passati venti giorni: venti giorni persi con grande sbattimento del paziente, che magari lavora e non si può permettere tre ore di attesa nello studio del suo medico di famiglia; e del medico di famiglia stesso, che con quel famigerato “a giudizio clinico” avete inchiodato al suo triste destino di amanuense per conto terzi.

E se invece esistesse un’altra possibilità di risolvere il problema? Per esempio, partendo dall’evidenza che lo specialista dell’imaging è il radiologo, ed è lui che in teoria e pure per legge dovrebbe decidere l’iter diagnostico più corretto, sarebbe sufficiente non delegare il giudizio clinico a terze persone ma assumersene piena responsabilità; e metterlo in atto subito, come competerebbe al vero radiologo clinico. Insomma, quello che voglio dirvi è che a breve nel mio reparto cominceremo un esperimento innovativo: insieme al referto radiologico e al cd con le immagini il paziente troverà anche, nel caso che il radiologo abbia ravvisato gli estremi per richiedere un esame di secondo livello, l’impegnativa per quell’esame da lui preparata e firmata e la data dell’appuntamento. Sarà eventualmente cura del paziente modificare la data, se impossibilitato quel giorno a presentarsi nel mio reparto, ma scommetto la pellaccia che ben in pochi rimanderanno il pasto se gli si sarà presentata la pappa già pronta in tavola.

Ecco, questa è l’idea. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, medici ma anche pazienti; e se qualcuno l’ha già messa in atto nel proprio reparto sarei ulteriormente grato se mi mettesse a parte dei risultati della sua esperienza. Che poi magari ci riaggiorniamo.