Arrivano i nostri (a Fort Alamo)

Visto il tema, e i commenti che ha suscitato (anche polemici, ma così ci piace), vi propongo un link a un sito molto interessante che la mia Austera, da latitudini boreali, ha trovato il tempo di inviarmi. Si tratta di un post in cui un collega radiologo, in modo molto più chiaro e dettagliato di quanto abbia fatto io, spiega perché l’affermazioni di Veronesi sia quantomeno incauta (se vogliamo usare un termine intriso di timore reverenziale) o rasenti il terrorismo mediatico (se vogliamo dire le cose come stanno).

http://www.senologia.webround.eu/?p=760

E mostra con molta arguzia verso quali problemi ci stiamo incamminando: come radiologi, quindi come (co)gestori di liste si attesa, o forse sarebbe meglio dire come operai da catena di montaggio. Perché è questo il salto evolutivo che i radiologi, ma forse tutti i medici più in generale, saranno costretti a compiere da qui alla fine del mondo.

2 Responses to “Arrivano i nostri (a Fort Alamo)”

  1. matteo ha detto:

    caro Gaddo
    a volte non ti capisco : dici di essere contento del tuo lavoro e di vivere bene la tua professione poi dopo sostieni che diventeremo “operai da catena di montaggio”.
    Cerca di essere obbiettivo e convieni con me: il nostro lavoro sta diventando una merda.

    • Gaddo ha detto:

      Dico che, si, sono ancora contento di fare il medico; e ancora di più di fare il radiologo.
      Dico che, si, guadagno relativamente bene (almeno rispetto alla media italiana negli anni della crisi), con un lavoro che mi diverte: dunque sono ancora un privilegiato, e non mi voglio lamentare troppo.
      Dico che, si, il rischio che ci si trasformi in operai da catena di montaggio è molto elevato: questo blog nasce anche con l’intenzione di parlare di questo problema.
      E dico anche che, si e ancora si, il nostro destino di medici dipende tantissimo da come sapremo far evolvere le nostre discipline e i rapporti interdisciplinari.
      Questo dipende da noi, è vero, ma anche e soprattutto dai vertici societari, dalle università, dal famigerato ordine dei medici, dalla pletora di medici seduti in Parlamento.
      E’ una battaglia aperta, e io la voglio combattere per quanto mi compete perchè spero di poter lasciare ai miei figli un luogo meno indecente in cui vivere.
      Credo non ci siano contraddizioni, in questo ragionamento; e tutto sommato neanche nell’entusiasmo che cerco di comunicare e di evocare in chi, addetto o quasi ai lavori, segue il blog.

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