4016 (si, è un buon giorno per cominciare daccapo)

E’ mattina presto e il cielo è limpido come un vetro appena lucidato: solo in lontananza, verso l’orizzonte, qualche nuvola bianca di zucchero filato.

Mi sono svegliato di buon’ora al suono di una musica che non conoscevo e che ha colmato la stanza di allegra malinconia da mezza estate. Alfred, il robot domestico, sa sempre quale canzone scegliere quando mi porta la colazione a letto: con il tempo è diventato un buon conversatore, è proprio vero che questi androidi di ultima generazione imparano in fretta e alla fine i soldi spesi per comprarlo sono stati un buon investimento.

Lei dormiva ancora, dietro le palpebre chiuse ho visto i suoi occhi muoversi veloci e per un istante ho desiderato essere dentro i suoi sogni, o meglio ancora essere io stesso il suo unico sogno. Ma non c’era tempo da perdere: ho lasciato chiusa la sua capsula isolante notturna, l’ho guardata respirare per qualche secondo e ancora non mi è sembrato vero che gli anni non abbiano sfiorito la sua bellezza potente e, anzi, l’abbiano affinata come un buon vino nella sua botte di legno antico.

La strada per il centro città era deserta, a quell’ora, in tangenziale c’ero solo io nella mia vettura. Mi piace ancora viaggiare in auto, adoro impostare la destinazione sul pilota automatico e lasciarmi trasportare senza scossoni, senza nessuna sensazione di movimento, mentre me ne sto disteso sul sedile con le mani intrecciate dietro la testa a guardare il cielo azzurro che scorre veloce sopra la mia testa.

Anche in città ho incontrato pochissima gente, ma in fondo siamo rimasti così pochi ad abitare questa meraviglia di pianeta: ci siamo salutati con grandi sorrisi e con qualcuno ho anche parlato di te, del tuo compleanno, di quanto io ti desideri e sia grato alla sorte per aver avuto il privilegio che tu ti accorgessi di me, tanti anni fa, mentre ero solo una delle tante facce anonime che navigavano in Rete.

Poi ho raggiunto il negozio e l’androide mi ha confermato che l’articolo era pronto da ritirare. Mi ha chiesto perché non avessi voluto farlo teletrasportare direttamente a casa, e io gli ho risposto che si trattava di un regalo, di una sorpresa a una persona assai amata. Lui ha assentito, con espressione comprensiva in volto, ma non sono sicuro che abbia capito davvero i motivi di questa mia piccola follia. Comunque sia mi ha consegnato il pacco e io l’ho tenuto stretto nelle mani, incredulo, mentre il cuore mi batteva forte. Ho provato ad annusarlo, anche, ma la confezione è ermetica. Tuttavia, pavento, ancora per poco.

Così, ora eccomi a casa. Tu sei seduta in giardino, sotto la nostra magnolia, e sorseggi un succo d’arancia. Mi guardi con quegli occhi verdi che ogni volta levano il fiato, mi guardi con lo stesso amore che provo io per te da sempre, dall’inizio dei tempi, e che proverò fino all’ultimo secondo della mia esistenza, qualunque cosa accada e anche se per qualche motivo che al momento non so immaginare io e te non dovessimo più restare insieme. Sorridi e allunghi le mani, prendi il pacco, lo scarti con gioiosa impazienza. I tuoi occhi diventano ancora più grandi, per la sorpresa.

“Amore, mi hai regalato anche tu un libro vero”.

“Certo”.

“E lo leggeremo insieme a voce alta, vero?”

“Come sempre. E quando sarà finito, e avremo smesso di ridere e piangere, e ci saremmo abbracciati abbastanza a lungo, ti prometto che ne compreremo altri ancora”.

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La canzone della clip è It’s a good day, di Cyrille Aimée (2014). Versione live cantata in uno di quei locali con l’atmosfera giusta: uno di quelli in cui, nella circostanza, mi sarebbe molto piaciuto bere un bicchiere di buon vino rosso in compagnia, ascoltando musica e sorridendo assai in modo ebete.

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