Meno male che adesso non c’è Nerone

Ho provato a tacere, giuro, a resistere strenuamente. Ho provato a far finta di nulla, a premermi le mani sulle orecchie come i miei figli quando non hanno più voglia di sopportare i deliri del loro genitore sull’ordine dei giochi in cameretta: e niente, non ci sono riuscito. Almeno, datemene atto, parlo dell’argomento solo quando è uscito dalle prime pagine dei giornali e non è più oggetto di furibonde discussione su un web sempre più impazzito.

Si, voglio parlare del ministro dell’istruzione Fedeli e del suo curriculum vitae incredibilmente povero dal punto di vista, appunto, dell’istruzione. A me non interessano gli orientamenti politici della signora e in questo momento non sto discutendo delle sue capacità organizzative e della sua sicuramente onnicomprensiva visione politica. Qui si affronta un tema meno particolare e più universale: serve o no studiare, se dovrai rivestire un ruolo dirigenziale di importanza strategica? Ha senso tenere in piedi questa pantomima della laurea, delle specializzazioni, dei masters post-universitari, se quello che conta è l’esperienza sul campo o, in assenza di questa, una generica attitudine (possibilmente non autoreferenziale) a occupare una poltrona di qualche tipo?

In realtà la questione è di semplice risoluzione, almeno per chi nella vita abbia studiato parecchio, e io stesso l’avevo già affrontata in questo post. All’epoca mi ero sforzato di discutere pacatamente la questione della nomina a ministro della sanità di una persona non laureata in medicina né in altra disciplina e nemmeno in qualche modo addetta ai lavori; e paradossalmente, senza affondare il coltello nella fatidica piaga, riconoscevo un dato di fatto inoppugnabile: i due addetti ai lavori che l’avevano preceduta erano stati indegni di rivestire quel ruolo (forse, aggiungo ora, perché per essere addetti ai lavori bisogna aver lavorato, nella vita, e certi ambienti, o per meglio dire certe interpretazioni del lavoro in certi ambienti protetti, non facilitano la fuoriuscita di sudore da fronti inutilmente alte e spaziose).

Il punto è che si studia per imparare a leggere e a far di conto, che sono attività basilari per chi sceglie, per dire, il mestiere del fruttivendolo. Si studia poi anche per costruirsi una cultura, per maturare un’obiettività di giudizio che dovrebbe rendere il cittadino più consapevole e partecipe della cosa pubblica. Si studia, infine, perché studiando si capisce con maggior chiarezza quale strada percorreremo nella vita: se non avessimo studiato nessuno di noi avrebbe potuto maturare le passioni che lo hanno convinto a sobbarcarsi chi quattro, chi cinque, chi dieci anni di studio aggiuntivo rispetto all’obbligo scolastico al solo di imparare un mestiere intellettualmente complesso. E non avendo studiato nessuno avrebbe mai potuto capire di non essere portato per lo studio e che un lavoro manuale, peraltro degnissimo, o commerciale o di qualsiasi altra natura ancora sarebbe stato il suo futuro.

Però, bisogna riconoscere a chi ha aggiunto quegli anni di studio alla scuola dell’ombelico la volontà di approfondire tematiche complesse assai e la determinazione assoluta a svolgere, nella vita, un lavoro intellettuale attinente alla natura dei suoi studi. Bisogna riconoscere, e forse sarebbe il caso di ripeterlo perché mi sa che ce lo siamo scordati tutti, che una classe dirigente si forma sui libri e sulla teoria, e che in un lavoro intellettuale l’esperienza ha valore aggiunto solo se possiedi basi teoriche su cui appoggiarla. Ecco perché leggendo l’articolo di Luciana Castellina sul ministro dell’istruzione mi è venuto da sorridere: perché è proprio questo genere cattocomunismo di ritorno che sta facendo la rovina del nostro paese, questa ipotesi del tutto indimostrabile che siamo tutti uguali e interscambiabili, che ognuno vale uno e che persino il giovanotto nullafacente che fino al giorno prima se ne stava seduto al bar del paese aspettando che il tempo passasse o la casalinga di Voghera, dopo aver studiato il relativo bignami, può svolgere le complesse funzioni di un assessore ai lavori pubblici, di un sindaco o persino del presidente del consiglio.

Queste le parole precise dell’articolo: (…) Ma Fedeli – immagino l’obiezione – non è solo parlamentare, è Ministro proprio dell’Istruzione, che ha dunque competenza sull’Università di cui non può occuparsi visto che non l’ha frequentata. Ebbene, proprio questo a me pare un dato positivo: mi piace pensare che sulla formazione universitaria venga rivolto finalmente lo sguardo di chi ne è stato escluso. In un tempo in cui il valore della competitività a tutti i costi sta diventando il valore centrale del nostro sistema, e si vorrebbero trasformare ovunque le università – secondo l’orribile modello britannico – in macchine per selezionare una élite prestigiosa (e privilegiata), lasciando che gli altri si arrangino e vengano via via marginalizzati, ben venga chi per propria storia terrà conto che quel che serve è l’inclusione. Che, cioè, un buon sistema educativo è quello che tiene conto dell’ultimo e non solo del primo (…)

Eccola, la miopia programmatica, in tutto il suo drammatico splendore. Perché a me sembra così ovvio: in ambito universitario una cosa sono i criteri di inclusione o esclusione, e tutt’altra la competenza necessaria a gestire un sistema complesso che, una volta deciso chi debba essere incluso o escluso, abbia il compito di formare la futura classe dirigente. Per cui io, invece di mettere un potenziale escluso a capo del ministero, per beatificare il buon sistema educativo di cui parla la Castellina, mi preoccuperei di allargare il più possibile i criteri di inclusione. Ma è inutile dire che la politica nazionale, europea e forse mondiale sta puntando in tutt’altra direzione riportandoci a metà del secolo scorso: studia chi ha i soldi per farlo, e che gli altri si fottano.

Per cui forse è di questo che dovremo parlare, cioè di come permettere nuovamente a chi non ha i mezzi, ma possiede le capacità, di studiare e accedere a un mestiere intellettuale: altrimenti il rischio è ritornare, e di fatto è ciò che sta accadendo, ai tempi cupi in cui i mestieri si ereditavano e il figlio di un operaio, per dire, mai avrebbe potuto diventare medico perché la formazione universitaria ha un costo incompatibile con la sussistenza della propria famiglia. La questione del ministro dell’istruzione invece no, quella rimane triste da qualunque prospettiva la si voglia guardare: perché certifica in modo definitivo, istituzionale oserei dire, l’assoluta inutilità di conseguire titoli di studio superiore.

Cosa che peraltro i giovani italiani hanno già capito da tempo: e mi piace immaginarli, soddisfatti della loro scelta, mentre fanno ciao ciao con la manina a quel manipolo di sconsiderati, per non dire altro, che li hanno salutati così: “Conosco gente che è bene sia andata via, questo Paese non soffrirà a non averli tra i piedi”.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Meno male che adesso non c’è Nerone”, di Edoardo Bennato, tratta dall’album “Io che non sono l’imperatore ” (1975).

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