E chi farà cosa?

Punta invece l’attenzione sul ruolo del radiologo inteso come medico, il presidente della Società italiana di radiologia medica, Antonio Rotondo, secondo il quale le liste di attesa che si creano in Italia «sono un falso problema, in quanto la pletora delle prestazioni richieste spesso non corrisponde alla necessità delle stesse». In sostanza, è la sua tesi, «se si invertisse il problema, ponendo al radiologo il problema da risolvere e non la richiesta di indagine, il radiologo avrebbe la capacità di discernere cosa è utile e cosa non lo è». (Fonte: DoctorNews 11/02/2011)

La seconda esternazione è del presidente SIRM: e riguarda uno degli argomenti più gettonati su questo blog. Ma stavolta voglio andare oltre, ed esporvi il mio teorema al gran completo.

Partiamo dal dato di fatto incontestabile: sanità italiana in crisi economica patocca (innalziamo peana ai non medici, nonchè geniali manager, che in questi anni hanno gestito la sanità italiana specie a livello locale. Alla faccia di chi afferma che ci vuole il politico e non il tecnico, anche in aree iperspecialistiche: ma noi siamo il paese in cui gli ingegneri si occupano di giustizia, e i dentisti di rivedere la costituzione). Ossia poche risorse economiche e molti debiti per le ULSS: tradotto in termini da uomo della strada, stop alle assunzioni, alle innovazioni tecnologiche e mantenimento della minima velocità possibile di crociera. Il che, con ulteriore sforzo di semplificazione, diventa: gli ospedali potranno seguire solo i pazienti ricoverati. Per gli altri, liste di attesa di un anno o strutture esterne (che non a caso stanno germogliando come fiori nei prati in primavera).

Soluzioni? Fondamentalmente due, credo: contenimento delle spese inutili e razionalizzazione delle risorse.

La prima: chiudere, senza pietà e ripensamenti, i piccoli ospedali periferici, che sono solo dei pozzi senza fondo di spesa a fronte di una qualità sanitaria non rilevante. Ma chiuderli tutti, anche in regioni come quella in cui vivo e opero, dove ce n’è uno ogni venti chilometri. In questo modo le risorse potrebbero essere accentrate creando dei reali centri di eccellenza, megastrutture sanitarie in cui i problemi gravi possono essere affrontati e risolti con competenza e, si spera, successo.

E i problemi meno gravi? Bene, noi in Italia abbiamo una legione di professionisti frustrati, per loro stessa ammissione tristemente abbandonati a distribuire richieste di esami decisi dallo specialista di turno e sulle quali sembrano non avere alcun potere di veto: i medici di medicina generale (MMG), una volta chiamati, con loro grande scorno, “medici di base”. Bene, salviamoli! Togliamoli dalla palude di degrado in cui sono costretti a operare! In un periodo storico in cui in Italia, e in soli tre anni, chiunque si può laureare in qualunque campo, riqualifichiamoli: per chi non ne è già dotato, con una minispecialità internistica, chirurgica o ortopedica. Poi, poniamo in una città di 100.000 abitanti, con i soldi risparmiati chiudendo gli ospedali minori si potrebbero creare e mantenere una decina di piccole unità operative con, appunto, un internista, un chirurgo, un ortopedico, un radiologo e qualche infermiere: strutture che fungano da reale primo soccorso, che riducano l’intasamento cronico del PS ospedaliero e finalmente restituiscano dignità lavorativa a questa classe di sventurati professionisti della medicina.

E’ in tutto questo scenario che si inserisce l’affermazione del presidente SIRM: che è mirata non (solo) a mettere paletti intorno alle reciproche competenze professionali, ma a far risparmiare risorse. Perchè i pazienti quasi sempre arrivano a noi radiologi dopo iter diagnostici tortuosi e scorretti, gestiti da dieci specialisti differenti ognuno dei quali ha espresso un parere differente su esami radiologici di cui non capisce un’acca: pazienti disorientati, che spesso non sanno nemmeno a che esame devono sottoporsi nè per quale motivo. Se ai radiologi fossero forniti il quesito clinico e la documentazione sanitaria del paziente risparmieremmo tempo e denaro, e le persone avrebbero una risposta finale compiuta. Anche perchè, e lo ripeto per la millesima volta, compito del radiologo dovrebbe essere seguire la fase diagnostica del paziente dall’inizio alla fine, secondo linee guida internazionali che lui conosce meglio di chiunque altro. Pensate a quanto tempo sprecato: radiografia del torace, risposta, poi richiesta di tac, risposta, poi richiesta di risonanza magnetica, risposta, poi richiesta di PET-TC, risposta, poi il chirurgo o il pneumologo che ci chiamano disperati in consulenza perchè ormai non ci capiscono più nulla neanche loro, e ti portano in reparto l’intero faldone sperando che tu faccia un pò di luce sulla pletora di reperti spesso contraddittori segnalati in ospedali o strutture private diverse.

Ecco perchè Antonio Rotondo lo dice così a chiare lettere. E se qualcuno ha un’idea differente su come gestire la baracca si accomodi: il blog è aperto a tutti.

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