Violenza domestica

Chi si occupa di urgenza, in un ospedale, sa che l’urgenza non è solo l’incidente automobilistico del sabato sera, o il tamponamento a catena sull’autostrada vicina, o peggio ancora la vecchietta investita sulle strisce pedonali dal conducente troppo ubriaco, o troppo stupido, o semplicemente troppo giovane per guidare un bolide da duecento all’ora.

Così, accade che il radiologo venga chiamato perché, semplicemente, una giovane donna è stata picchiata. Non è la prima volta che mi capita, e non sarà di certo l’ultima, eppure so che ogni volta sentirò sempre in bocca quella sgradevole sensazione di amara frustrazione. La voglia indecente e medioevale di restituire le percosse a chi le ha distribuite per primo. Di chiudere questa gentaglia in galera e buttare via la chiave: perché la prossima donna picchiata, o peggio ancora, potrebbe essere mia moglie, mia figlia, la mia amica del cuore.

Per cui quando sono lì, con la sonda ecografica in mano, cercando di aiutare la ragazza a girarsi su un fianco perché da sola lei proprio non ce la fa dal dolore; o quando le sue labbra cominciano a tremare dallo sforzo inutile di non piangere; o quando mi accorgo che non mi guarda nemmeno negli occhi perché si vergogna, è lei per prima a vergognarsi di quello che è successo e della situazione pietosa in cui si trova, beh, vorrei trasformarmi per un attimo in uno di quei giustizieri della notte di cui è strapieno il cattivo cinema americano, e pareggiare il conto una volta per tutte.

Perché forse è vero, in realtà questi episodi di violenza domestica sono molto meno frequenti che cinquanta o cento anni fa, ma invece forse no, forse ancora continuano in tutta la loro fulgida vergogna e semplicemente le vittime se ne vergognano, non ne parlano, non vanno alla polizia, e se possono non vengono nemmeno in pronto soccorso.

Salvo quando hanno quattro costole rotte, o la dignità completamente disintegrata.

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