Il mandarino

Sono in pausa, la pausa obbligatoria di mezz’ora che ci hanno imposto di recente: anche se a volte non riusciamo nemmeno a farla, e mangiamo un panino lavorando davanti alla consolle del PACS (basta essere stimbrati, però, perché siamo in Italia e prima di tutto la forma).

E ho in mano un mandarino. Avete capito bene: un mandarino, non un mandarancio, non una clementina. Nessuno dei mostri biologici che, pur di privare dei semi interni, hanno privato anche di colore e di sapore. Il mandarino, insomma: quel frutto che mangiavamo negli anni ’70, quando si era bambini e si andava a rubarli nei campi, rischiando più di una volta che il cane del padrone ci disarcionasse dalla bicicletta sulla quale fuggivamo via come il vento e ci azzannasse le chiappe.

Il mandarino ha la scorza compatta, rugosa. Non c’è quasi spazio tra la scorza e la polpa. Se lo annusi non senti nessun odore, perché la buccia fa bene il suo dovere. Quando provi a sbucciarlo fai fatica, ci vogliono unghie lunghe e dita forti; e quando la scorza viene via fa un rumore come di strappo secco. Liberando in un colpo solo tutto il profumo dell’agrume, roba da mandarti via di testa.

La polpa del mandarino non è ingentilita come quella dei mostri biologici privi di semi: gli spicchi sono ruvidi, asimmetrici, e devi liberarli dai lacerti fibrosi che altrimenti sarebbero duri da masticare. Quando la metti in bocca devi stringere i denti: ma quando lo spicchio si apre, beh, eccolo lì il gusto del mandarino. Pieno, forte, talmente mandarinoso che sa più lui di mandarino che le caramelle, appunto, al gusto di mandarino. Come dire che a volte la realtà supera la fantasia, e la natura supera la chimica.

I semi ci sono, è vero. Non molti ma grossi: e il gusto sta anche nello scovarli, accumularli in un angolo della guancia e poi sputarli fuori. E se si fosse davvero in aperta campagna la vera goduria sarebbe fare a gara a chi li sputa più lontano; come si faceva una volta, appunto.

Alla fine, le dita ti profumano di mandarino, ed è un profumo intenso che non va via nemmeno se ti lavi le mani.

Poco male: adesso c’è da fare un drenaggio toracico urgente, il tecnico mi ha appena telefonato per dirmi che il paziente è pronto sul lettino della Tac. L’odore del mandarino, quello vero, non il mostro biologico senza semi e senza odore, mi aiuterà a sopportare meglio quello della schifezza che tirerò fuori dall’empiema pleurico, fra pochi minuti.

2 Responses to “Il mandarino”

  1. matteo ha detto:

    A volte leggendo i tuoi post mi chiedo perchè perdi il tuo tempo a fare il Radiologo (è un complimento – a scanso di equivoci)
    Comunque secondo me fai male a non fare la pausa pranzo.

    • Gaddo ha detto:

      Non ti preoccupare, l’avevo capito che era un complimento. Se mi trovate un editore che non cerchi di farmi pagare soldi per pubblicare i miei romanzi potrei anche smettere di farlo, il radiologo! 🙂

      PS E comunque è da un pezzo che in mensa ho cominciato ad andarci ogni giorno. Dopo dieci anni di panini mangiati lavorando, beh, visto che proprio insistono la mezz’ora me la prendo davvero.

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