Sotto Natale.

Fretta di tornare dal lavoro, di fare la spesa prima che il centro commerciale chiuda. Di comprare gli ultimi regali, se possibile. Comunque, di ritornare a casa per qualunque dei mille motivi per cui ritornare a casa, quasi sempre, è bello.

Magari ti sei distratto perché guardavi il cellulare, pur sapendo che non dovresti mai e poi mai farlo. O forse eri solo stanco per il lavoro da bestie della giornata, e non hai visto l’auto che usciva da una stradina secondaria. Fatto sta che è un attimo, uno stridio di freni, uno schianto mostruoso, e la tua automobile è un cartoccio di lamiere fumiganti. Qualcuno si avvicina, chiama il 118. Tu hai male un po’ dappertutto, specialmente quando ti estraggono dall’abitacolo, ma finalmente puoi permetterti di perdere i sensi. Ti stanno portando in ospedale, qualcuno si prenderà cura di te.

In ospedale non perdono tempo, di corsa in Radiologia. Il trauma è a elevata energia, nessun radiologo contesterà mai l’urgenza (o almeno si spera: i contestatori a oltranza dovrebbero capire che è meglio cambiare mestiere, ma questo tu non puoi saperlo). Alla fine, per fortuna, ti ricovereranno solo in ortopedia perché hai parecchie fratture e nient’altro di grave. Nient’altro, tranne quel piccolo nodulo al rene destro. Piccolo, meno di un centimetro, eppure lì, in agguato, da chissà quanto tempo, che aspettava solo di crescere tranquillo e famelico, fino a divorarti da dentro come se tu fossi una mela e lui il verme. Il radiologo lo vede, lo segnala e già è partito il progetto di cura che nel giro di poche settimane ti vedrà operato e, si spera viste le dimensioni del tumore, guarito. E tu, che maledicevi la sfortuna perché a cinquant’anni ti era capitata questa disgrazia dell’incidente quasi mortale sotto le feste, e la macchina distrutta, e le fratture, e il ricovero, e l’assenza dal lavoro, dovrai quasi benedirla quella sfortuna che ti ha colto a 50 anni, nel pieno della tua maturità. Perché ti ha salvato la vita, semplicemente. Ti ha salvato la vita.

Invece quell’altro cinquantenne che era passato indenne attraverso le tempeste della vita senza mai un maroso, mai un problema di nessun tipo, che ha cominciato ad avere male al fianco e poi, una brutta mattina, ha urinato sangue, ecco, quel tuo coetaneo il tumore al rene ce l’aveva, ma dieci volte più grosso del tuo. Anche lui sarà operato, perché la diagnosi è stata fatta, ma non sapremo quanto tempo sopravviverà alla bestia.

Questa è la situazione: vicini di letto, stessa età, stesso problema. Quello che sembrava più sfortunato di tutti aveva un angelo custode dietro le spalle, oppure semplicemente non era arrivato il suo momento. L’altro, che invece sembrava messo meglio, se la vedrà brutta. E la morale è sempre la stessa, se vuoi persino banale: quel periodo di sfiga micidiale forse ti è stato inviato perché tu domani, paradossalmente, potessi star meglio. Se non credi in nessuna entità superiore, invece, concluderai di essere stato solo molto fortunato e da quella sfiga potrai trarre i dovuti insegnamenti, se riuscirai a riconoscerli e farne tesoro. In tutti e due i casi, un medico e un ospedale si saranno presi cura di te.

Perché finché durerà ancora la nostra sanità pubblica, una cosa è certa: ognuno avrà un piccolo angelo custode con il camice bianco, da qualche parte, pronto a prendersi cura di voi.


La musica della clip è “Blue train”, di John Coltrane. Inutile aggiungere altro, credo.

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