La lite

Perché, vedete, io lo sapevo.
Cosa? Che il mio webmaster, noto guerrafondaio antisanità (e solo Iddio che è nei cieli conosce i motivi per cui un lontano giorno del 2005 volle regalarmi questo blog a tema), alla prima occasione avrebbe cercato di prendermi in castagna. Sostenendo, come al solito, che io prendo sempre le difese dei medici e mai dei pazienti.
Ma stavolta l’uomo non mi frega. Fermo restando che senza conoscere i fatti nella loro precisione è difficile dare un giudizio sulla vicenda (tipo: se i danni incalcobabili al bimbo e alla madre fossero indipendenti dalla lite, e questo purtroppo ancora non lo sappiamo, la lite stessa avrebbe guadagnato lo stesso la prima pagina dei quotidiani nazionali?), adesso vi racconto una cosa.
Io di risse tra medici, in corsia di ospedale, ho già sentito parlare. Da mesto studentello del quinto anno di medicina, in un prestigioso reparto universitario di chirurgia, tra il famoso primario nonché emerito professore universitario e un suo aiuto anziano. Anche in questo caso improperi, minacce, cazzotti volati fra i letti dei pazienti attoniti. E, immancabile, la notizia sul quotidiano locale del giorno dopo.
Il problema, in questo caso, è che i medici in questione non sono difendibili. Un altro problema è che un medico dovrebbe lavorare in ospedale, e l’ospedale dovrebbe provvedere interamente alla sua attività (anche quella privata, sebbene non con le assurde modalità in vigore attualmente); non dividere la sua attività tra studi privati di vario genere e grado e tenersi il lavoro ospedaliero a mò di rete da pesca, come accade in certe regioni d’Italia che conosco molto bene.
Un altro problema ancora è che in un reparto ospedaliero si lavora in tanti, e non tutti possono essere simpatici a tutti o essere oggetto di stima incondizionata e a prescindere. C’è sempre qualcuno che lavora con un metodo differente dal tuo, o lavora male, o lavora troppo bene e a te brucia il sedere. C’è sempre qualcuno con cui è facile dialogare, e qualche altro dal quale piuttosto che ricevere consigli preferisci sbagliare in algida solitudine.
Insomma: alla fine, come in tutte le cose, è questione di buon senso. E siccome non tutti ne siamo dotati in modo equo e soddisfacente, e la dignità (lavorativa e non) ci vuole una vita per impararla ma un minuto per perderla irrimediabilmente, chi ha sbagliato (e spero vivamente che l’errore stavolta non sia nella sostanza ma solo nella forma) è giusto che ne paghi tutte le conseguenze.
E così il mio webmaster è servito.

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