A giudizio clinico

O se clinicamente indicato”, che poi è la stessa porcheria.

Potessi esprimermi liberamente, come se fossimo in un paese libero, direi: quella formula vaga, fumosa, esoterica, non significa una mazza di niente. E’ l’escamotage principale del radiologo paraculo: quello che fa l’ecografia, non ci capisce granchè, e a giudizio clinico propone la TC. Quello che fa la TC, non ci capisce granchè, e a giudizio clinico suggerisce una risonanza magnetica. Se mai fosse possibile il radiologo paraculo, terminati gli esami strumentali a disposizione, a giudizio clinico chiederebbe pure l’autopsia.

E allora capiamoci bene. Il Radiologo, oggi, dovrebbe refertare i suoi esami con il sedere ben poggiato sui libri di clinica. Quando io interpreto la TC o la RM di un paziente ho sempre la cartella clinica accanto alla tastiera del PC. Se il paziente non è ricoverato mi faccio consegnare tutta la documentazione medica, se l’ha dimenticata lo spedisco a casa a prenderla, e mal che vada telefono anche al suo medico di famiglia. Insomma, io devo sapere cos’ha il paziente, quale clinica, quale laboratorio, quale sospetto diagnostico. E se l’esame che ho eseguito mi lascia dei dubbi sono io che devo suggerire l’iter diagnostico successivo: nel migliore dei mondi possibili, magari, prendendomi direttamente in carico il paziente. Perchè è così che si fa, nel migliore dei mondi possibili.

Suggerire sul referto un altro esame “a giudizio clinico” vuol dire non solo averci capito poco, ma scaricare sulle spalle del collega la tua insicurezza e la tua insipienza; come se quello scaricabarile rappresentasse l’assicurazione di non essere perseguiti un domani, qualora si fosse responsabili di sviste grossolane.

Mentre invece quella formula non è magica, non è un salvagente, non attenua le responsabilità del radiologo paraculo che la trascrive nel referto per evitare rogne: perchè nel 2011 il Radiologo, che è un Radiologo Clinico, il giudizio clinico lo deve avere da solo e non può delegarlo ad alcuno. Semmai può discutere con l’internista o con il chirurgo che segue il paziente, giungere se possibile a soluzioni condivise: ma non delegare ad altri scelte che competono a lui sulla base di un generico “giudizio clinico” che sempre a lui compete e sempre di più a lui deve competere.

Morale, e qui parlo agli specializzandi con il cuore in mano, vi scongiuro di non adoperare mai l’esecrata formula. Un po’ perchè vi squalifica come professionisti; un po’ perchè il culo, dovesse servire, di certo non ve lo salverà; un po’ perché i vostri colleghi, radiologi e non, vi odieranno di meno e avranno di voi migliore considerazione; un po’ perchè di paraculi i reparti italiani di radiologia sono già pieni, e non c’è bisogno di aumentarne ulteriormente il numero.

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