A Stoccolma che giorno è?

Io me la immagino nella luce piatta e bianca, ogni mattina, uscire di casa dopo aver dato un bacio alla bambina che dorme tranquilla. Me la immagino seduta sulla poltroncina linda di un treno che corre su binari riscaldati, nel silenzio di pendolari educati, con il cappello bianco di lana in testa (rosa no, il rosa la imbarazza), mentre sfoglia una grammatica svedese e guarda con la coda dell’occhio che ora è. Me la immagino mentre cammina con passo svelto nelle strade innevate, o mentre guarda l’ingresso dell’ospedale che si avvicina e un filo di vapore le esce dal naso ghiacciato.

Me la immagino entrare nel suo studio, salutare i colleghi con lo slang approssimativo di chi parla una lingua nuova da pochi mesi e poi precipitarsi nella sala diagnostica di sua competenza. Dove, accanto ai suoi libri, troneggia un dizionario svedese-italiano con le linguette colorate infilate tra le pagine. E poi me la immagino concentrata al massimo, con quella ruga verticale che le compare in mezzo alle sopracciglia quando è accigliata, nel tentativo di mettere insieme le sue conoscenze e quella lingua da ex barbari che adesso ci stanno insegnando cos’è la civiltà moderna.

Non riesco a immaginare, invece, che faccia ha quando si prende la pausa per un caffè. Storcerà il naso di fronte a quella brodaglia allungata che non ha niente a che vedere con i nostri ristretti bollenti? Berrà il caffè da sola, scaldandosi le mani con la plastica calda della tazzina, oppure in compagnia di colleghi biondi e algidi che ridono poco e sono altrettanto poco inclini a farsi una bella risata di fronte ai guai della giornata e più in generale della vita?

Insomma, io non lo so a Stoccolma che giorno è. So che lei lavorava con me, fino a pochi mesi fa, e poi scelte obbligate e coraggiose l’hanno condotta molto lontano. So che mi mancano molto le nostre chiacchierate, i casi che studiavamo insieme, i caffè che spezzavano il ritmo vorticoso delle giornate lavorative. Mi conforta sapere che piano piano prenderà il ritmo giusto anche in quel luogo lontano, ai confini del mondo: perché il suo segreto è fare una cosa per volta, con più amore di quanto i suoi gesti lascino trasparire, e farla come meglio non si può.

Sono meno confortato, però, dal pensiero che l’Italia abbia perduto un’altra risorsa, l’ennesima; e che ad avvantaggiarsene sia un paese remoto e freddo in cui mai avrebbe pensato di poter finire a vivere.

Ma questa, lo sapete, è un’altra storia.

4 Responses to “A Stoccolma che giorno è?”

  1. Austera ha detto:

    …senza parole…
    Ti sei solo dimenticato di immaginare che domani mattina camminerà lesta lesta verso l’ingresso dell’ospedale asciugandosi una lacrima prima che questa le si ghiacci sul muso.

  2. Gaddo ha detto:

    Sul viso. Ti rende maggiore giustizia.

  3. Krishna75 ha detto:

    Con questo post mi hai ricordato sensazioni provate 10 anni fa, quando appena iniziato l’ultimo anno di specializzazione in radiologia, lasciai un caldo sole settembrino napoletano per un ventoso e piovoso autunno Bruxellese: programma Socrates, anno accademico 2002-2003, destinazione Hopital Erasme, Bruxelles. Ringrazio ancora chi ha inventato questo programma, esperienza professionale e umana unica.
    Arrivavo nell’immenso parcheggio dell’ospedale con la mia Punto con targa italiana, i primi tempi entravo da dietro per non farmi troppo vedere (fondamentalmente perchè arrivavo quasi sempre in ritardo!) attraversando l’ingresso delle “urgences”e confondendomi in un ordinato disordine di PS. Parlavo un francese imparato con una signora madrelingua nei 2 anni precedenti (mi ero fissata che volevo andare lì ad imparare la multislice, ma soprattutto la colangioRM!) ma comunque sufficiente a farmi capire e soprattutto a sottolineare che non fossi una studentessa bensì una specializzanda. La mattina grattavo il ghiaccio dall’auto con la paletta (e chi l’aveva mai visto?) e cercavo di non scivolare. In ospedale c’era sempre tantissimo da imparare, restavo fino a tardi per non perdermi nulla, anche se mi sentivo parecchio a disagio e penso di aver fatto un po’ la figura della secchioncella………
    Tempo tre mesi, e dopo Natale i tecnici e gli altri specializzandi belgi cantavano con me “oi vita! oi vita mia!! Oi core…..”!!!!
    In bocca al lupo alla tua collega.
    Per me è stata un’esperienza durata solo un anno, in cui ho imparato moltissimo da tutti i punti di vista e oggi mi reputo un radiologo decente. Un’esperienza professionale dove tutto era al top: il parco macchine, il personale paramedico, il primario, centinaia di pubblicazioni scientifiche, seminari interdisciplinari, e solo il reparto di radiologia era strutturato su 3 piani e quasi quasi “comandava” sul resto dei dipartimenti ospedaliero-universitari. Quanto è facile abituarsi al “meglio”!! Poi sono tornata, mi sono specializzata e ho cominciato a lavorare peregrinando tra ambulatori, cliniche private ed ospedali, barcamenandomi tra TC a pedali, ecografi albanesi e tecnici fannulloni che ti tiravano pure le male parole appresso se gli chiedevi di ripeterti una proiezione…. Adesso, a distanza di 10 anni mi sono abituata al “mediocre” o meglio, al “bene o male” e quasi non ci faccio più caso… però quanto mi diverto….!!!

  4. Gaddo ha detto:

    Lo so, la tentazione di abbandonarsi alla rassegnazione certe volte e forte: e non solo per i paramedici, ma anche per i nostri colleghi. E’ proprio lì che si vede la stoffa di cui siamo fatti, la nostra virtù di resistenza, la ricerca della Qualità che ormai è la sola autentica ragione di vita.

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