A strange day

La giornata strana nasce così fin dal principio, perché sono di turno in tac ma manca il collega di corvèe in risonanza magnetica, e allora devo correre in lungo e in largo per il mio reparto, che non è nemmeno tanto piccolo, per seguire entrambe le liste di lavoro. Il che dimostra due cose: c’è un motivo per cui, a distanza, di undici anni, entro ancora perfettamente nel vestito del matrimonio; e che che le bugie hanno le gambe corte (Brunetta, Brunetta, appunto). Ed è una confusione senza fine non solo per gli spostamenti coatti, ma anche perché la stanza di refertazione in tac è piena zeppa di persone e il telefono scotta, da quante telefonate ricevo in così poche ore (ecco spiegato, cari pazienti, il perché di tanti errori del radiologo: per ogni interruzione che io ricevo, nel corso di una refertazione, devo resettare quanto ho fatto fino a quel momento e ricominciare daccapo; e magari dimentico di scrivere qualcosa che la mia mente aveva annotato, un attimo prima della centesima telefonata).

Ma è anche una buona mattina perché è il primo giorno di lavoro della collega nuova: che è simpatica e sembra in gamba, e poi ha una risata che riempie la stanza e di questi tempi il buonumore è merce rara. E un collega nuovo che arriva è sempre una botta di speranza: vorresti accoglierlo degnamente, che vedesse solo le cose buone del reparto (che sono tante) e non quelle cattive (che sono poche ma, come le immagini di cui Gaber aveva bisogno, eterne); ma poi tutto seguirà la sua strada, e pazienza.

Dopo mensa, perché anche i fannulloni adesso sono obbligati a mangiare (fino a pochi mesi fa potevamo ingurgitare un toast lavorando davanti allo schermo, ma adesso per legge non si può più; o si può lo stesso, basta che ti stimbri per almeno quindici minuti), cerco di refertare tutti gli esami di pazienti interni perché per due giorni sarò via e poi c’è il weekend di mezzo: e si può mai far aspettare un povero geriatra perché non è pronta la risposta alla tac della sua nonnina novantacinquenne? No che non si può, povere anime tristi.

Ma il motivo della fretta è che alle cinque devo uscire dal reparto perché c’è un appuntamento a cui non posso proprio mancare: porterò i bimbi al cinema, per la prima volta, a vedere Cars 2 (non fate ironia gratuita perché delle due l’una: o avete figli, e quindi vivete la Cars-mania quotidiana da anni, o non li avete, e non saprete mai cosa vi siete persi). E quando entriamo, io i bimbi, quasi mi commuovo a vedere gli occhioni del grande che si sgranano per la meraviglia: questa sala immensa, le poltrone imbottite, lo schermo gigante in fondo, le luci che si abbassano gradualmente e il film che comincia. Mi commuovo e soprattutto ricordo anche io la mia prima volta, il batticuore, l’attesa spasmodica, la gioia di perdermi in due ore di assenza completa dalla realtà: le stesse emozioni, peraltro, che provo anche adesso ogni volta che entro in un cinema. Uguali uguali ad allora.

All’uscita una delle mamme ha la brillante idea di far mangiare i bimbi nel McDonald’s di fronte: e McDonald’s sia. Prima di entrare, mentre parcheggio la bici, un Suv guidato da una signora perbene di mezza età taglia la strada a un giovane di colore in bici: il giovane cade, la ruota anteriore è tutta deformata, la signora perbene scende dalla macchina gemendo Mi dispiace, non ti avevo visto (non lo avevi visto? Non lo avevi visto?!? Ma cazzo, ce l’avevi prima davanti alla macchina, poi di fianco, poi hai cercato di terminarlo girando a destra senza mettere la freccia, stai guidando una merda di Suv, mica un transatlantico), poi si parlotta tra assassini e assassinati con intorno il capannello dei soliti curiosi patologici, quindi arriva l’ambulanza. Poi non lo so e francamente non mi interessa, perché in definitiva nessuno si è fatto male e spero solo che alla signora perbene ritirino la patente per una dozzina di anni, così impara a girare per le vie medievali del centro con una ‘500, invece che con un carrarmato che consuma venti volte tanto.

Da McDonald’s la stessa sensazione di angoscia di sempre, gli arredi freddi, le luci fastidiose, nessuna percezione di calore e accoglienza: quasi che gli architetti di ambienti che hanno creato quello standard volessero convincere gli avventori a mangiare in fretta e poi togliersi dalle balle (e non è escluso che lo scopo sia proprio quello, altrimenti non si chiamerebbero fast food). E poi la coda alla cassa con la faccia smonata della cassiera che nemmeno ti guarda quando ordini il menu, e dietro le grate le facce alienate dei ragazzi che preparano i panini e friggono le patatine, e ogni tanto quell’altra faccia da depresso cronico del responsabile di locale, che come tutti i responsabili di McDonald’s un pò cazzia il personale e un po’ parla da solo, in mezzo a questa aria di tensione alimentare che rischia di farti andare di traverso il McBacon. Al punto di pensare che,  se mai dovessi perdere il lavoro, piuttosto che cercarlo in un posto del genere preferirei mille volte pulire le scale di un condominio o la merda nei cessi (mestiere che ho già fatto durante l’anno di militare, peraltro; e comunque non dei cessi di McDonald’s).

Alla fine usciamo e ho addosso quella stramaledetta puzza di fritto unto, il cielo rannuvola e mentre il mio amico Lorenzo, il papà di Roberto, si accende una sigaretta, penso che dopo un pomeriggio intero di Walt Disney e MacDonald’s per mettermi in pari dovrei infilarmi un cappuccio in testa e  spaccare la vetrina della banca lì all’angolo. Ma è il pensiero di un attimo, poi ci si saluta e tutti a casa.

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