Ai confini di Stephen King

IMG_0404.PNG

Sabato. Agognato (si fa per dire) turno di guardia 8-20 nell’ospedale spoke della mia azienda, a causa di problemi gestionali che ovviamente (e fortunatamente) esulano dagli interessi speculativi degli amici internauti.

Sveglia presto, auto, radio a basso volume sintonizzata su Radio24 (così, giusto per farsi un po’ di sangue amaro appena svegli). Arrivo a destinazione presto, intorno alle 7 e quaranta: il tempo sufficiente per una colazione a volo.

Entro nel bar di fronte l’ingresso del nosocomio: la barista è simpatica come un manico di scopa infilato non vi dico dove e risponde al mio buongiorno con un laconico “ciao”. Insomma, andiamo proprio male: anche perché il caffè è una ciofeca e la brioche, a sentirne la consistenza, deve essere come minimo dell’altro ieri.

8 meno cinque: prendo la via dell’ospedale. Ricordo, da un turno fatto mesi prima, che dal parcheggio è possibile raggiungere, per vie interne, una porticina che si apre in radiologia. La raggiungo, miracolosamente, ma la trovo chiusa. Cavoli. E ora?

La cosa più ovvia, per una persona sagace e dotata di normale senso dell’orientamento, sarebbe stata girare intorno allo stabile e cercare l’ingresso principale. Io, che invece ho il senso dell’orientamento di un piccione viaggiatore col tumore al cervello e forse mi sto bruciando troppi neuroni con tutte quelle medicine per l’emicrania che prendo, inizio ad aprire porte a caso in direzioni a caso: pensando che sarebbe sufficiente riuscire ad entrarci, in quel maledetto ospedale blindato, e poi un cartello con le indicazioni per la radiologia dovrei pur trovarlo. Salgo e scendo per scale esterne, raggiungo vicoli a fondo cieco, mi perdo nei dedali dei giardini. Tutte le porte sono sprangate. Tutte, tranne una.

La apro. Corridoio semibuio che fa un angolo retto verso sinistra. Sul muro un cartello, con una freccia, che reca la scritta: Ai nuclei. Ai nuclei? Forse intende i nuclei medici e chirurgici: si sa che la fantasia toponomastica degli amministratori ospedalieri è almeno pari a quella dei responsabili della caserme militari. Giro l’angolo, salgo scale in una sospetta semioscurità e mi trovo di fronte all’ennesima porta chiusa. Spero sia quella che conduce in un qualche corridoio ospedaliero, la apro e entro.

Santo cielo, mi ritrovo in una specie di appartamento privato. C’è un atrio, a sinistra una stanza in cui intravedo un mobile con sopra un lettore cd, a destra un corridoio che conduce non so dove. Si sentono ovunque lamenti e sospiri, l’aria odora di cavolo lesso. Faccio un passo avanti, allungo il collo e vedo nella stanza a sinistra due donne anziane su sedia a rotelle: hanno lo sguardo vacuo, perso nel nulla. Se ne stanno lì immobili, un sottile filo di bava scorre giù dalla bocca di una delle due. Ma dove sono capitato? Ovunque sia, meglio fare marcia indietro prima che qualcuno mi veda.

Mi giro e afferro la maniglia, ma la maniglia è bloccata. Perdio, come bloccata? Riprovo con maggiore energia ma niente: la porta è chiusa e a quanto pare da questo lato non è possibile aprirla. Ma perché? Per quale motivo in questo posto infernale si può entrare ma non uscire? Lo sapevo, lo sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato di entrare a piè pari in un libro di Stephen King. Adesso compariranno alieni spietati in vena di esperimenti su cavie umane, sparirò dalla circolazione e mi ritroveranno a novant’anni, su una di quelle sedie a rotelle, senza un rene e con il pannolone smerdato, che fisso il vuoto senza ricordare nemmeno chi sono e dove mi trovo.

E invece, proprio quando comincio a sentirmi perduto, compare una ragazza in divisa bianca. Sembra una persona normale, non un alieno, e mi guarda con aria interrogativa. Le dico: Domando scusa, sono il radiologo di guardia e le giuro che non ho la più pallida idea di come sono arrivato qui dentro. Lei secondo me non sa se credermi o meno, perché è oggettivamente difficile che uno, che per giunta dichiara di essere un medico, sia talmente fesso da perdersi nei meandri di un ospedale fino a quel punto di non ritorno, e nel dubbio che io sia uno squilibrato si offre subito di riportarmi in strada. Fa: L’ingresso principale è a cinquanta metri, se lo ricorda?

Certo che me lo ricordo, penso un po’ piccato mentre esco fuori da quella che, come testimonia la targa fuori dall’ingresso principale, non è la scena di un romanzo horror ma solo un ricovero per anziani non autosufficienti. Imbocco l’ingresso, mi perdo altre due o tre volte ma poi alla fine trovo la fatidica scala che conduce in radiologia. Arrivo alle 8 e venti, cerco subito il tecnico ma in non lo trovo. Passa di là un chirurgo, mi dice ghignando: Ma tu sei arrivato troppo presto, qui a quest’ora non c’è mai nessuno. In realtà non è vero, i due tecnici ci sono e stanno completando il primo esame di una estenuante giornata di dodici ore che mi vedrà refertarne la bellezza di 23 (tre dei quali ecografie che io stesso ho proposto al pronto soccorso per strapparmi a quella noia mortale): numero che in genere, nel mio ospedale, realizzo in poco più di un’ora.

Quando esco, la sera, sono quasi fresco come una rosa. Ho dimenticato l’angoscia strisciante dell’incubo mattutino, quando ormai temevo di non poter più uscire da quella che all’inizio sembrava una casa degli orrori, e una sola domanda mi frulla in mente: Ma perché non è in un posto del genere che lavoro ogni giorno? Poi però fuori è freschetto, raggiungo la macchina, metto in moto e parto. A certe domande, pavento, non c’è risposta. Almeno per ora.

15 Responses to “Ai confini di Stephen King”

  1. Januarium ha detto:

    Mi fai ricordare certe corse mattutine in giornate piovose nei sotterranei del policlinico di Napoli…

  2. Renghen ha detto:

    Forse intendevano i nuclei della base? (fritti)

  3. Pier Silverio ha detto:

    Non ridevo così da parecchi giorni!
    Quando sono arrivato alla domandina «se lo ricorda?» da parte della ragazza ho seriamente pensato che tu stessi aggiungendo dei dettagli non avvenuti realmente ma finalizzati a estremizzare la comicità della situazione.
    Penso che «ai nuclei» lo ricorderò per molto tempo 😀

    Comunque tutti gli edifici pubblici (scuole, piscine, comuni, INPS, agenzie delle entrate, solo per citare luoghi che frequento abitualmente, ordinati per frequenza crescente) hanno porte one-way only, ma solitamente sono al contrario: ti fanno uscire, ma non rientrare.

    • Gaddo ha detto:

      No, è tutto vero quello che ho raccontato!! La comicità della situazione, sebbene involontaria, è proprio il motivo che mi ha spinto a raccontare le mie disavventure (devi sapere che io sono tristemente noto, tra chi mi conosce, per il mio disorientamento topografico).
      E poi: devo preoccuparmi per il fatto che il posto in cui passi più tempo è l’agenzia delle entrate?!?

      • Pier Silverio ha detto:

        E ho citato solo i luoghi pubblici. Mediamente vado all’AdE almeno una volta al mese: la situazione burocratica lasciatami dai genitori è talmente complessa che tra commercialista, notaio e capi-girone dell’AdE quando mi vedono si mettono a piangere 😀
        In realtà dopo circa un anno che mi ci dedico posso stimare che entro un altro anno circa dovrei riuscire a concludere.

        Un persona meno perseverante e paziente di me penso che sarebbe stata condotta sulla soglia della pazzia 😀

  4. mollybloom82 ha detto:

    Bella scenetta 😉
    Ma lo sai che ci ho messo un attimo a realizzare che “estenuante” e 23 erano ironici? Per qualche secondo ho pensato che davvero facessi di solito meno di 20 esami in un giorno…

  5. Gaddo ha detto:

    @ molly

    Questa si che è una notizia!! Un abbraccio.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.