Alcuni motivi del dolore

Qualche tempo in un post fa ho parlato della morte: non solo come medico, che sarebbe fin troppo facile, ma soprattutto come uomo. Ho parlato più che altro di incertezza del trapasso, di paura dell’ignoto: perché, diciamocelo pure, di là chissà cosa ci aspetta.

Ma non è solo la morte a farci paura. Ci fa paura anche il dolore, e forse ce ne fa più della morte stessa. Perché la morte ha sul dolore un potere enorme: può farlo cessare per sempre (o almeno si spera, ci rimarrei davvero male se Dio avesse sul serio progettato un inferno in cui si soffre per l’eternità. Un’eternità di dolore mi sembrerebbe quantomeno sproporzionata rispetto agli errori possibili in una vita breve e futile come quella umana).

Così, ieri parlavo con una delle mie pazienti oncologiche otorinolaringoiatriche, una di quelle che seguo da anni e di cui ormai conosco non solo la malattia ma anche pezzi di vita privata. E la signora, che in passato è stata sottoposta a chemio-radioterapia per un brutto tumore dell’orofaringe, nel chiedermi un bicchier d’acqua con lo scopo di lenire il senso di secchezza della bocca mi ha parlato a lungo del suo dolore.

Raccontandomi di come nella fase acuta della malattia, e ancor più dopo i primi cicli di radioterapia, lei fosse diventata un autentico, implacabile grumo di dolore. Sentiva dolore sempre, un dolore intollerabile, e lo sentiva ancor di più quando provava a deglutire; che si trattasse di cibo o di liquidi, era esattamente la stessa cosa. Per cui adesso, che la terapia sembra aver compiuto il suo dovere e la signora viene a trovarmi solo per i controlli periodici previsti, le sembra ancora incredibile di non provarlo più, quel dolore; e non smette di ringraziare tutti noi medici, anche io che con la soluzione del suo dolore c’entro ben poco, per aver avuto così tanta attenzione non solo verso la malattia, ma anche verso il suo sintomo peggiore.

Alla fine mi ha detto: Non so come spiegarglielo senza sembrare ridicola, ma a volte vorrei provare quel dolore ancora per qualche istante, per rendermi conto della differenza e sapere con certezza che sono ancora viva.

Io non ho saputo cosa risponderle, in fondo nemmeno io so con certezza di essere vivo nè cosa significhi essere vivi. So però che, una volta tanto, noi medici non abbiamo sbagliato. Non tanto per la guarigione della malattia, che non sappiamo se e quando si ripresenterà, quanto per averle tolto il dolore. Che è un po’ come dire: mi interessi tu come persona, non la malattia che hai in bocca.

Perchè ritengo che una persona abbia sempre il diritto di essere considerata una persona; e non solo un’immagine Tac, un vetrino istologico, un fantoccio da irradiare.

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