Alvaro

E, visto che siamo in tema, vi racconto anche un’altra storia: ho appena visto affisso, nel corridoio di ingresso del mio ospedale, il manifesto funebre di un collega. Lavorava in medicina d’urgenza, qualche anno fa la pensione e poi, come troppo spesso ho visto accadere a colleghi cui volevo un gran bene, il brutto male. Quella che Stephen King chiama nei suoi libri “la grande C”.

Ma questa volta, parlandone, non userò un nome di fantasia. Lo chiamerò Alvaro perché così si chiamava il mio collega: Alvaro. E lo so che in queste occasioni si tende inevitabilmente a diventare agiografici, ma vi assicuro che tutto quello che dirò è vero. Questo è il motivo per cui, una volta tanto, Alvaro sarà Alvaro e basta.

Perchè Alvaro era veramente un buon medico. Era veramente un collega attento, gentile, corretto. Quando chiamava per un esame aveva sempre l’aria di uno che si scusa perché ti sta disturbando: ma lui aveva oltre trent’anni di esperienza lavorativa, e tu tre.

E perché Alvaro era veramente una brava persona. Uno che si dimostrava sempre disponibile quando avevi bisogno. Che dava l’idea di ascoltarli, gli interlocutori e i pazienti, e non di sopportarli a stento. Perchè aveva gli occhi azzurri e limpidi di un uomo per bene.

E perché quando l’ho visto in Radiologia, l’ultima volta, ed era diventato la metà di quell’omone grande e grosso che era, ho provato una stretta al cuore. Ancora una volta, la malasorte mi porta via le persone che nella vita lavorativa mi hanno insegnato la gentilezza e l’empatia che ogni buon medico dovrebbe sempre mostrare, in qualunque circostanza. Anche quelle avverse.

Mai una volta, una sola, che la malasorte si porti via quelli stronzi, incompetenti, boriosi, attaccabrighe, confusionari. Ma so anche che se Alvaro potesse leggere queste mie ultime parole mi mollerebbe un bel ceffone sulla nuca.

Perché nessuna persona per bene ragiona così, nemmeno per scherzo.

E invece lui lo era veramente, una brava persona.

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