Anche mio marito è dottore

È fine mattina. Sono stanco, affamato, e nulla mi toglie la fantasia più di un turno intero di ecografie ai pazienti ricoverati. Dalle 8 alle 14, senza fermarsi un attimo, a volte con trentacinque ecografie sul groppone: il più delle volte inutili, a caccia dell’improbabile causa che ha provocato mal di pancia al nonnino novantenne semirimbambito dal peso degli anni e in attesa di una morte dignitosa che per motivi imponderabili tarda a venire.

Per cui, quando il signore serbo conduce in sezione la carrozzina con la moglie ammalata di SLA, sono davvero alla frutta e ho solo voglia di farla finita e rinchiudermi nel mio studio, in assoluto silenzio. Eppure non posso fare a meno di notare con quanta gentilezza l’uomo trasporti la moglie sul lettino dell’ecografia; gentilezza e abitudine di anni, immagino, che gli rendono quei movimenti fluidi e persino eleganti.

A fine esame la moglie mi dice, con una punta di orgoglio nella voce: Anche mio marito è dottore.

Un medico? chiedo io.

No, interviene il marito un po’ imbarazzato. Sono solo un ingegnere. Ingegnere tessile. E mi racconta di essere arrivato in Italia 18 anni prima, quando il tessile ancora tirava; mentre adesso è tutto delocalizzato. Romania, Cina, insomma a Casadiddio.

Adesso la situazione è peggiorata, continua il marito. Si lavora poco.

Dico, vergognandomi di quanto sono banale: Certo che l’Italia è cambiata in questi ultimi anni.

Lui mi guarda, annuisce e mi aiuta a tirar giù la moglie dal lettino. Anzi, no. Sono io che aiuto lui. Quell’uomo grande e grosso, laureato in ingegneria, che aveva trovato un onesto lavoro nel Paese di Bengodi e che poi, quando il Paese è collassato sui suoi vizi atavici, probabilmente è finito a fare il magazziniere part-time nella stessa impresa in cui prima era un dirigente. Quell’uomo grande e grosso, dallo sguardo triste e gentile e dai gesti ricolmi di dolcezza verso la moglie malata; la quale, quasi paralizzata da quell’orribile malattia, ormai non riesce a fare quasi nient’altro che dire, con una punta di malcelato orgoglio: Sa, mio marito è anche lui dottore.

9 Responses to “Anche mio marito è dottore”

  1. guardaitreni ha detto:

    Ancora una volta rimango ammirata dal bel post e dalla sensibilità del suo autore. Grazie, Gaddo. Mi aiuti a recuperare quella fiducia nei medici che ho perso anni fa e che so dovrà tornarmi utile, prima o poi. Sai, anche il mio stalker era dottore …

  2. Gaddo ha detto:

    Se vale la vergogna di categoria, come medico mi vergogno. E se valgono le scuse per conto terzi, mi scuso io per quanto ti è successo. Per quello che serve, cioè poco.

    • guardaitreni ha detto:

      No, nessuno deve vergognarsi per un altro. E poi, ogni categoria ha le proprie mele marce… Quello che volevo dire è che, attraverso il tuo blog, riemerge l’umanità del professionista: nel mio caso, c’è solo un motivo in più per apprezzarla. Mi sento fortunata di poterti leggere: le tue parole sono parte della mia terapia. Grazie

  3. thepellons ha detto:

    Quando penso all’amore, concetto ineffabile, penso a due anziani che si litigano tutto il giorno e non riescono a dormire l’uno senza l’altro e si tengono per mano, sul divano, la sera.

  4. Gaddo ha detto:

    Sebbene io i due anziani me li immagini che se la ghignano di tutto quello che gli capita di vedere, perché lo hanno già visto molte volte; e con un solo comune desiderio: tornare indietro per poter rifare tutto, un’altra volta, insieme.

  5. Thumper ha detto:

    Il post è triste, ma contiene un’immagine bellissima e piena di speranza.

  6. Gaddo ha detto:

    Se i pazienti sapessero che fonte di profonda energia sono per noi medici rimarrebbero senza parole, sopraffatti dalla sorpresa. In momenti come questo, in cui la stanchezza mi sopraffà e manderei tutto a remengo, sono loro che mi tengono in vita. Che mi donano questo sguardo pulito su ciò a cui ho il privilegio di assistere.

  7. Peppone ha detto:

    Tante volte in eco mi sarebbe venuta voglia di abbracciare un paziente per confortarlo, perchè le parole non mi bastano…devo resistere, ma non mi piace.
    Con gli uomini è più facile, una stretta di mano più salda, più lunga e con gli occhi, con il viso cerco di dire “ti ammiro per la tua dignità, per il tuo coraggio e per quel che può servire sono qui con te e per te”.
    Ma con le vecchine, con le madri…è difficilissimo.

    Mi sto rinco…con l’ecografia, ma se devo dirla tutta…non mi dispiace affatto !

  8. Gaddo ha detto:

    Il meglio accade quando sono i pazienti ad abbracciare te. Abbiamo sempre questa assurda paura di toccarci e guardarci, e nemmeno abbiamo idea di cosa stiamo perdendo.

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