Ancora radiologi bruciati, ma

E’ il grande momento di Cesare, specialista (come si definisce lui) della Grande Mela Romana. La sua è una specie di replica accorata al post di Francesco ma anche un’esortazione a tutti, e dico tutti, a non lasciarsi andare.

(…) La situazione del collega neospecialista… quanto è identica a quella dello scrivente. 2500€ lorde a partita iva per 5 turni settimanali (e sono fortunato in questo) con 2 turni TC (60-70 segmenti), 1 RM (20 segmenti), 1 RX (boh?? Almeno 50-60 segmenti, quando va bene), 1 eco (20 minuti per esame, qualsiasi esso sia: doppler arti inferiori, tiroide, addome completo…) più varie reperibilità/urgenze.

Purtroppo, obtorto collo, ho dovuto adottare una mia strategia. Ho scelto di dedicare una refertazione “da manuale” (1h con scaletta maniacale) in caso di prima stadiazione/urgenza/persona con aspettativa di vita elevata. Per i controlli alla centesima TC riduco un po’ la scaletta. Mi dispiace ma il tempo, tiranno, lo impiego per i casi che più ne hanno bisogno (e lo so che ne avrebbero tutti ma, come scrivi nell’ultimo post, quello del dilemma a due corni, la vita è fatta di scelte. Non lo so quale sia quella giusta, ma ho dovuto fare così). Non ho specializzandi che mi abbozzino i referti o che seguano il turno con le anamnesi. Devo far firmare i consensi, prendere le storie, seguire il tecnico. Non ci riesco in queste condizioni. Impiegare per ogni esame 1h significa almeno 40h solo per le TC. Che faccio, vado in direzione sanitaria o dal primario e dico: “Nel mio turno massimo 6 total body? 6 eco?” Mi caccerebbero fuori in 20 secondi.

Per questo vorrei dire al collega: ti prego non mollare. Qui è dura, lo so. Quando vado al lavoro, in alcune giornate, vorrei piangere, lasciare perdere tutto. Ma invece no! Voglio lottare fino a quando ce la farò! Non mi toglieranno il sorriso, dovranno lottare forte anche loro, per estirparmelo (…).

Ecco, io quella frase finale di Cesare vorrei stamparla su un milione di volantini e distribuirla in tutti i reparti di Radiologia del paese; vorrei scolpirla sulle architravi di ingresso di tutti i reparti e tutti gli istituti di Radiologia; vorrei inciderla sui badge di tutti i radiologi, sulle porte di ingresso delle loro case e dei loro uffici. Perché il sorriso dovrà esserci talmente connaturato che il verbo scelto da Cesare, estirpare, non potrebbe essere più adatto alla bisogna.

E anche perché alla fine tutti passeranno: politici orbi e opportunisti, amministratori incompetenti e disonesti, figuranti di vario genere e grado; a restare saranno quelli che lavorano, e loro faranno la differenza. A quegli altri dedico i versi finali di una memorabile canzone di Pino Daniele (Nun me scuccià), che più che deriderli dovrebbe farli riflettere sul senso delle loro vite: Nun me scuccia’ cchiù/ tanto muore pure tu/ tanto muore pure tu/tanto muore pure tu.

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