Anni affollati di gente che ha pensato a tutto senza mai pensare a un Dio

Quest’estate, in un momento storico di grande allegrezza personale, postai una riflessione amara sullo stato delle cose: oggi l’ho riletta per caso e, sarò sincero, più che amara mi è parsa molto realista. Mi spiego.

Nel post evidenziavo nel dettaglio i motivi per i quali è evidente che noialtri, di qualsiasi estrazione culturale o censo, fanaticamente religiosi o platealmente antireligiosi, in realtà non crediamo a niente. E non solo miscrediamo in Dio, il che sarebbe già sufficiente per rammentarmi una delle migliori intuizioni canore di Gaber (come da titolo del post): no, noi non crediamo nemmeno che domani il sole sorgerà un’altra volta a illuminare le nostre povere vite, e viviamo come se tutta la nostra esistenza dovesse consumarsi nel volgere delle prossime quindici o diciotto ore di veglia. Poi chiudiamo gli occhi e ci addormentiamo: con la certezza assoluta che domani, al risveglio, non esisterà più nulla di nulla.

Ma non voglio tornare sull’argomento. Preferisco raccontarvi della visita notturna, durante l’ultima notte di guardia, del nostro chirurgo mediorientale: persona adorabile, preparata, polemico e generoso come tutti i mediorientali, al quale devo il costante aggiornamento su questioni politiche locali che spesso e volentieri vengono trattate dai nostri media con superficialità non so se dolosa o colposa (il che giustifica anche il mio scetticismo, criticato da qualche caro amico anche sul blog, su cosa stia accadendo davvero laggiù).

Insomma, il mio amico chirurgo arriva e, come nostro solito, ci mettiamo a discutere di politica mondiale. Lui mi mette al corrente delle ultime cattive nuove, fa qualche riflessione pessimistica sullo stato delle cose a casa sua e poi dice, inaspettatamente: Lo vedi, questo è il segno della fine dei tempi, stanno accadendo tutte quelle cose che avevano profetizzato secoli addietro gli imam e i profeti dell’Islam.

Adesso, lo capite benissimo, sentirsi dire una frase del genere da uno che nonostante le origini geografiche non aveva mai dato nessuna parvenza di fervore religioso (anzi) fa il paio con tutti i catastrofismi di matrice cattolica, da Fatima a Medjugorie, con cui i media ci terrorizzano da tempo; e fa pure un po’ impressione. Conducendo a una riflessione inevitabile: perché gli ultimi anni sono così fortemente contrassegnati da quest’aura catastrofista da fine del mondo imminente? Perché tutti i libri, documentari, film e le bazze varie prima sugli Inca, poi sul surriscaldamento globale, poi sugli asteroidi destinati a schiantarsi sulla crosta terrestre, quindi la crisi economica mondiale le suggestioni pandemiche dell’Ebola? Perché viviamo da anni in costante stato di allerta come Abraracourcix, il capo del villaggio di Asterix, convinto che da un momento all’altro possa precipitargli il cielo sulla testa?

La risposta è emersa da sola, senza nessuno sforzo: nel nostro immaginario arido, nell’ateismo più strutturato che mente umana possa immaginare e in cui conduciamo le nostre esistenze, la fine del mondo significherebbe che, alla fin fine, un mondo è pur esistito, e noi con lui. Se il mondo dovesse finire per davvero, che si tratti di una sfortunata casualità o dell’intervento risolutorio di un Padreterno sacramente incazzato, la tragedia non sarebbe più colpa nostra: e tutte le nefandezze perpetrate nel corso dei millenni, guerre, inquisizioni, crociate, martìri, stupri, omicidi, ruberie, devastazione dei territori, mattanze di animali, olocausti di ricchezze naturali, la fame, la sete, la cattiva politica, le dittature visibili, quelle nascoste dietro maschere più o meno benigne (“La faccia sua era faccia d’uom giusto,/tanto benigna avea di fuor la pelle“, avrebbe detto Dante), verrebbero polverizzate nel giro di un secondo. Tutto sarebbe dimenticato, per sempre: e la fine, lungamente invocata, sarebbe una benedizione.

Mi sbaglio? Non lo so. Io so solo una cosa, che sta ancora una volta in quella vecchia canzone di Giorgio Gaber: Di troppe cose non so cosa farne, per me che avrei bisogno di poche immagini ma eterne.

E’ questo il mio augurio per il prossimo Natale: per tutti voi niente più cose futili ma solo poche immagini, eterne.

Buon Natale.

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