Apologia spicciola di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, con un tangenziale riferimento al mio mestiere, e sul perché Jovanotti abbia poco a che vedere con Fabio Volo

Qualche sera fa Rai 1 ha trasmesso in prima serata il film della tournée di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti: a prescindere da cosa uno pensi dell’artista in questione, che può essere (peraltro legittimamente) bene o male, sono davvero rimasto impressionato dalla pletora di blogger che si è spesa in commenti sull’evento e su Jovanotti stesso (due esempi per tutti qui e qui. Uno se la prende con Jovanotti in modo diretto, l’altro ci gira intorno).

Provo a riassumere in poche parole la mia sensazione generale su cosa il popolo dei blogger pensi al proposito. Lorenzo Cherubini fa agli appassionati di musica la stessa impressione che Fabio Volo fa agli appassionati di letteratura: chiunque strimpelli una chitarra o un basso si chiede, cogitabondo, come diavolo abbia fatto ad avere così tanto successo un cane del genere, uno che non sa suonare, non sa cantare, scrive banalità e comunque io saprei fare tutte quelle cose meglio di lui, se solo me ne fosse stata data l’occasione.

Il problema mi riporta, come se fosse ieri, al lontano 1987. Concerto di Madonna a Torino, Italia intera in fibrillazione, io giovane e incredulo perché Madonna mi faceva venire i brividi per quanto fosse poco intonata, per le sue sconcezze musicali e i testi delle canzoni al limite del ritardo mentale. I critici musicali dell’epoca (che come tutti i critici, a qualunque genere di arte si volga la loro attenzione, sono mediamente una masnada di frustrati incarogniti da una vita che non ha concesso loro le stesse occasioni della star di turno che si apprestano a stroncare) consumarono ettolitri di inchiostro nel tentativo di spiegare i motivi della risonanza mondiale di questa ragazza stonata e così banalmente eccentrica da dare quasi fastidio. Uno in particolare, con il viso incorniciato da un bel barbone intellettuale stile anni ’70, disse più o meno: Madonna ha successo perché è una ragazza come le altre, chiunque può identificarsi in lei e sognare di arrivare in cima anche senza possedere nessun talento, nessuna qualità particolare.

Ma all’epoca, poco meno che ventenne, mi sembrava di aver intuito un elemento alternativo della faccenda. Madonna, con tutta la buona volontà, proprio non era una ragazza come le altre. Aveva ottenuto il successo planetario proprio perché non era una ragazza comune: la sua carica erotica era anomala e così dirompente (che uno la apprezzasse o meno, da maschio o da femmina, non importa) da costituire l’impronta sostanziale dell’intero personaggio musicale che si era costruita addosso. La musica, paradossalmente, era un elemento secondario della sua figura di cantante pop: in realtà tutto di lei, musica, parole, movenze sul palco e nei videotape, veicolava messaggi di tipo sfacciatamente sessuale. La ragazza comune, di fronte a Madonna, letteralmente scompariva: e finiva per idolatrarla proprio perché riconosceva in lei un obiettivo irraggiungibile, o riconosceva lei come ineguagliabile icona del tempo.

Lorenzo Cherubini ha avuto una storia simile, almeno in fase iniziale. Agli esordi era un ragazzino con la faccia da scemo che urlava canzoni incantabili e nei testi proponeva messaggi di una superficialità bruciante, in perfetta risonanza con l’impostazione ipoculturale delle reti Mediaset di quegli anni (nonché di quelli a venire); e mi stava beatamente sui maroni, lo ammetto, proprio non lo potevo sopportare. All’epoca frequentavo una ragazza il cui fratellino di 16 anni lo idolatrava: si vestiva uguale, parlava uguale e si muoveva uguale a lui. Io cercavo di farlo ragionare ma lui niente: Jovanotti era un gradino più in alto, il modello da seguire. Lorenzo Jovanotti, che vi piaccia o no, non era un ragazzo come gli altri: era già diventato l’icona della gioventù italiana del tempo.

Ma Lorenzo Cherubini e Madonna hanno un’altra caratteristica in comune. Tutti e due, a un certo punto della loro storia, si sono trovati di fronte a un bivio: continuare su quella strada, passare di moda e scomparire nel nulla come la maggior parte dei fenomeni musicali di passaggio, o cambiare strada e passo. Loro hanno scelto la seconda possibilità: e hanno cominciato a studiare. Semplicemente, a studiare: che vi piaccia o no, si son fatti un mazzo come un capanno. Con risultati che possono non essere apprezzati da tutti, è ovvio, e infatti Madonna ancora adesso non riesco a sentirla gorgheggiare nemmeno da lontano, ma è indubbio che il mazzo se lo sono fatti eccome.

Lorenzo Cherubini ha scelto una via difficile: ha invertito la rotta quasi di 180 gradi, forzato la mano alla sua carriera, percorso una strada di sperimentazioni che a volte ha avuto esito positivo e a volte esito negativo, ma che comunque adesso, con il senno del poi, è chiaramente riconoscibile voltandosi indietro e unendo i famosi puntini di Steve Jobs. Lorenzo Cherubini è cresciuto, ha imparato a suonare qualche strumento (più o meno bene, che volete); ha girato il mondo in cerca di ispirazioni musicali di varia natura e le ha trovate; si è persino inventato una voce decente e ha cominciato a scrivere testi che di fatto lo hanno inserito nel filone dei cantautori storici italiani. State certi che di lui, tra cinquant’anni, si parlerà ancora come di uno che ha fatto scuola: vi piacciano o meno le sue canzoni, il suo modo di cantarle e persino quell’aria new age che lo ammanta e che è così tanto distante dal berretto storto che portava in testa quando era un ragazzino scemo di diciannove anni. Senza contare che nelle sue canzoni, mascherate dai giri di basso del suo amico del cuore, ogni tanto ha piazzato qualche bordata politicamente scorretta che nessuno dei cosiddetti cantautori storici, tranne forse De Andrè e il Guccini dei tempi d’oro, si era mai permesso (e che, per amor di verità, nel film del concerto si è in parte rimangiato, o ha omesso di ricordare).

Lorenzo Cherubini è un modello musicale che può piacere o meno, ma questo poco importa ai fini della discussione. Lui è però anche altro: un modello di impegno lavorativo, di crescita personale che in un certo senso trascende la qualità delle cose che scrive o canta. Jovanotti è un tale che ha esordito da ragazzo mettendo dischi in radio (come molti, molti altri); ma, a differenza dei personaggi di dubbio spessore intellettuale che su questa specie di professione si sono costruiti una carriera e hanno fatto i soldi (in modo per me incomprensibile, pensando a uno come Linus, ma ammetto che si tratta di un mio limite culturale), poi ha saltato il fosso. Si è messo in discussione, ha tentato una strada alternativa e l’ha imbroccata. Mi piacerebbe molto, per tornare al tema del blog, che tanti radiologi, tanti medici, sapessero mettersi in discussione come lui, tentare strade alternative che rifuggano il successo facile di quelli che sanno solo mettersi in mostra, tutto fumo e poco arrosto, magari aggrappati alle amicizie giuste; e che invece costruissero carriere fondate solo sulla competenza e sull’impegno.

In questo, lo ammetto di malavoglia, però solo in questo, Jovanotti non è molto diverso da Fabio Volo: io non riesco a leggere neanche una riga dei romanzi di Volo, ma il punto nodale non è che a me i suoi romanzi non piacciano (il che è vero, purtroppo), è piuttosto che ad altre centinaia di migliaia di persone piacciano al punto da essere aver reso l’autore il fenomeno letterario italiano di inizio terzo millennio. Qui non si parla di qualità in termini assoluti, si parla piuttosto di legge della domanda e offerta: se Lorenzo Cherubini vende dischi e riempie gli stadi per i suoi concerti è perché la sua offerta viene acquistata. Punto e basta. Attaccarsi al presunto scarso valore intellettuale di Jovanotti/Fabio Volo, o peggio ancora prenderla alla lontana in modo più ipocrita e obliquo, quasi tirando la pietra e nascondendo la mano (come è stato scritto qui: non ce l’ho con Jovanotti, poverino, il problema vero è il livello culturale infimo della mandria di utenti italiani al giorno d’oggi), non fa molto onore al critico della domenica. Potremmo discutere per ore, forse giorni interi, sul perché in trent’anni siamo passati da De Andrè e Guccini a Jovanotti: ma non sono sicuro che tutte le risposte sarebbero soddisfacenti per chi è rimasto ancorato alla propria idea di cultura e rifiuta di accettare l’evidenza dei fatti, cioè che il mondo è cambiato, la globalizzazione (qualunque cosa voglia significare questo termine) ha fatto da frullatore e Internet ha rivoluzionato il poco che era rimasto di quella che, a guardarla dalla prospettiva odierna, ormai sembra davvero un’epoca antidiluviana.

Senza dimenticare, e qui vengo ai blogger più o meno rabbiosi di cui sopra, che nel musicista e nello scrittore improvvisati, o presunti tali, va riconosciuta una qualità essenziale, quasi darwiniana: quella di essere andati in cerca dell’occasione giusta e di averla trovata. Chi strimpella con rabbia e in algida solitudine il suo giro di basso preferito, e nel mentre pensa che Jovanotti sia un cane, mi dispiace, ma è di una razza destinata a soccombere; chi scrive un romanzo e nessuno glielo pubblica non se la può prendere con Fabio Volo, che vende un milione di copie ogni romanzo pubblicato (destino comune a pochi autori, peraltro, e a pochissimi grandi autori). Poi, ripeto, la mia impressione è che tra cinquanta anni di Jovanotti si parlerà ancora, di Fabio Volo e di Dan Brown no; però potrei sbagliarmi, sia chiaro, mica ho la verità in tasca.

Ma almeno dietro Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, un percorso di crescita e impegno personale si intuisce. E a me, tutto sommato, nell’Italia ai tempi della crisi, questo basta: meglio lui di molti blogger incazzati, senza dubbio. Almeno lui un segno lo ha lasciato: quanto profondo non si sa, ma non siamo certo noialtri commentatori della domenica a poterlo dire, oggi.

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