Aria di montagna

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Il vostro blogger si è rintanato sulle montagne dolomitiche, solo con i bimbi, e respira pinestre aria resinosa con voluttà quasi adolescenziale. Si affaccia alla finestra, all’alba e al tramonto, guarda la cresta delle montagne e una volta di più non riesce a capacitarsi di essere nato in pianura, cresciuto in pianura, di aver studiato in pianura e persino, perché il karma ormai si è capito qual è, di essere finito a lavorare, e a vivere, ancora in pianura; proprio lui che dategli una parvenza di montagnella all’orizzonte, e magari un bel lago con le barchette che navigano felici all’orizzonte, le vele colorate al vento, e sarebbe finalmente un blogger felice.

Ma torniamo a noi: bimbi contenti, lui infaticabile e lei che come al solito tira indietro il culetto, in mezzo a un bosco con cinquanta e oltre sfumature di verde, declinando una fiaba bucolica a tappe (comprensive di statue lignee a tema) il cui significato profondo era: rispettate la natura e lei schiuderà all’uomo i suoi più preziosi segreti di bellezza.

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Peraltro, dettaglio non trascurabile, una farfalla nera e rossa, subito battezzata  Arcobalena, ha seguito il maschietto dall’inizio alla fine della camminata: nessuno osi dirgli che il bosco era pieno di farfalle tutte uguali, ognuna clone perfetto della prima. Lui si è convinto di essere stato adottato dalla farfalla Arcobalena come è già recentemente successo con il nostro gatto domestico, e tutto sommato va bene così: almeno non dovrò mai svegliarmi, di mattina presto, con la farfalla distesa sulla mia testa che si esibisce nel solito concerto di  ron-ron in la maggiore.

(Adesso, voi dovete capire una cosa: io ho un figlio che l’anno prossimo andrà in terza elementare e che in circostanze anomale come queste, con il papà tutto per lui 24 ore su 24, comincia a porre richieste di questo tipo: Papà, mi racconti un episodio della Bibbia? Il guaio è che gli piacciono in particolare gli episodi truculenti, che nel Vecchio Testamento in effetti non mancano, anzi. Oppure: Papà, facciamo la tabellina del 21? Immaginate quindi cosa è accaduto quando abbiamo fatto insieme l’esegesi della favoletta del bosco. Per inciso, dopo due minuti la piccola già sbuffava di noia).

In ogni caso, tra puntate della favola e prove di coraggio in cui stavo per rimetterci le caviglie, riguadagnamo il paese e decidiamo di scendere in riva al Piave; che qui è un torrentello come tanti, molto lontano per portata e imponenza dal fiume sacro alla patria sulle sponde del quale è schiattata in guerra la meglio gioventù di inizio secolo scorso. Insomma, riusciamo a trovare il modo per raggiungere la riva dopo aver cercato invano per mezzora un varco dalla strada principale: sembra incredibile ma quasi ogni centimetro quadrato della sponda è stato recintato da qualche matto che in due metri quadri di erba è riuscito a costruire un giardino pensile di Babilonia. La riva del Piave, come è noto, è fatta di sassi e ghiaia: abbiamo trovato un sasso comodo, ci siamo seduti e via le scarpe.

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Infilare i piedi in un torrente montano può essere un’esperienza mistica al contrario, ve lo assicuro; ma quando ritorna un minimo di sensibilità alle dita, e passa la paura di avere le estremità in gangrena, il massaggio dell’acqua fredda può persino sembrare benefico e se ne sentono gli effetti positivi fino a sera tarda. Inutile dire che due dei tre bastoni raccattati nel bosco onde aiutare la marcia dei pellegrini, fatti spudoratamente passare per copie conformi del bastone di Aronne (sempre per restare in tema biblico) e pazientemente intagliati dal coltellino svizzero del blogger per nettarlo dal lordume delle tempeste estive, sono scivolati in acqua per l’incuria della catastrofe bionda che all’anagrafe risulta essere mia figlia, ma non fa nulla.

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Li recupereranno, forse, dalle parti di Jesolo Lido: dove spero servano a percuotere le terga di chi ha deciso pochi giorni fa, basandosi su prove indiziarie, che al semaforo della Coop non ero passato con il giallo ma con il rosso e che meritavo di perdere ben sei punti della patente per un’infrazione che probabilmente non ho commesso, pignolo e ligio alla segnaletica stradale come sono. Non venite mai in vacanza a Jesolo: le multe che vi infliggeranno, per qualsiasi misera infrazione stradale, vi costeranno più della vacanza stessa e finirete per maledire la semenza degli amministratori comunali, e in giro per il paese ce ne sono tanti, che hanno deciso di rifarsi della perdita di IMU e altre tasse comunali proprio sulla vostra pelle.

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La giornata è finita con un gelato (pessimo, ma d’altronde cosa ci si può aspettare da una gelataia dall’accento crucco?) e una breve passeggiata in centro, con i miei bimbi che chiedevano informazioni sempre più dettagliate su vicende di traumatismi afferiti al mio Pronto Soccorso. Papà, qual è stato il peggior incidente della tua vita? Beh, della mia fu quando mi ribaltai con la Vespa, come un cretino, mentre seguivo una banda di imbecilli coetanei (sempre in motorino) per una strada polverosa di campagna e non vidi la curva a gomito. No, papà, voglio sapere il peggior incidente in ospedale! Beh, in ospedale fu quando la famigerata Uno bianca, guidata da un pirata della strada a cui avrebbero fatto meglio a togliere la patente anni prima, si ribaltò in un campo di pomodori con me dentro, e mi fratturai la mandibola. Cinque giorni di ricovero in maxillo facciale, al Cardarelli di Napoli, e 54 giorni con le ferule in bocca (e la bocca chiusa, una volta tanto). Papà, sto dicendo al tuo ospedale di adesso! Ah, beh, non te lo posso dire se no tua sorella non dorme per dieci notti e poi non fa dormire nemmeno me, ma quando lei si fa la doccia raggiungimi (che ti racconto di quella volta che entrai in sala acuti per una ecografia a un motociclista caduto che era stato ritrovato senza un braccio. Al che io, incredulo: Ma ha perso un braccio? E il collega, laconico: Si, guarda, è sul lettino accanto al suo).

Uau, papà, commenta lui con gli occhioni sgranati, e a me viene il terrore che da grande possa ripetere la mia stessa cazza lavorativa (non di aver scelto la carriera medica, che è stata la migliore possibile della mia vita, ma di averla scelta in questo momento storico popolato da pazzi monomaniaci e incompetenti che finiranno per distruggere il sistema sanitario nazionale).

Così, mentre fuori si prepara il più classico degli acquazzoni estivi  montani, e mi tocca recuperare di corsa i panni stesi fuori (a cui si accede, ovviamente, solo dalla stanza dove dormono le creature), la giornata non può finir meglio: guardando i due che dormono beati, lui con le lenzuola che come al solito non fanno nemmeno una piega, lei che come al solito ha rivoltato il letto sei o sette volte volte e sta dormendo coperta sotto dal piumino e sopra dal lenzuolo (roba che nemmeno il miglior David Copperfield). E pensando che un sonno così pesante, totale, impermeabile a qualunque stimolo esterno (tipo un papà imbranato che apre le finestre della stanza, impreca portando dentro lo stendino perché le due unghie rotte di cui è attualmente portatore si incastrano nei fili di una maglietta di cotone, poi richiude le imposte con la grazia di un elefante), loro non lo avranno mai più. E si ritroveranno come me, tra i 45 e i 50, a svegliarsi di soprassalto anche solo se il proprio compagno di letto ti guarda senza parlare; impiegando quei due o tre secondi per capire dove sei, e che una volta tanto non ti trovi nel letto del guardiano notturno e non è un pediatra o un geriatra impanicato dalla sua stessa ombra a svegliarti nel cuore della notte.

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