Aria di montagna #02

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Non avrei voluto trasformare questo bel viaggio in un diario, appunto, di viaggio: ma che volete, la sera sono così piacevolmente stanco, e i bambini così straordinari che sedermi in divano con il mio iPad in grembo, con loro di là che dormono il sonno dei giusti, mi sembra il giusto corollario della giornata.

Giornata cominciata benissimo, peraltro, con loro che mi hanno lasciato dormire qualche minuto extra chiudendo delicatamente (si fa per dire) la porta della camera da letto di papà e leggendo sul divano come due scolaretti di altri tempi. Poi, durante la colazione: escursione o laghetto termale? Escursione, dice la maggioranza, e si parte: con la garanzia, data di persona dallo zio, che la malga di Sexten (o Sesto) a cui eravamo diretti non distava più di 45 minuti di cammino leggero dalla strada provinciale.

E invece: cartello di esordio terrorizzante (malga: 2h e 45′) e salita con pendenza mai inferiore al 10%, come testimonia la foto (che peraltro non rende l’idea).

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Fortuna che il blogger aveva portato frutta e acqua in gran cornucopia, anche se nella fretta aveva dimenticato a casa il K-Way personale (che a tratti sarebbe servito, in cima o quasi, sebbene nel resto del percorso abbia sudato come un cavallo): ma l’ingegno umano è grande, e proprio di fronte all’imbocco della salita nemmeno a farlo apposta lampeggiava l’insegna di un negozio di articoli sportivi. Sportivi, ovviamente,  nella misura in cui possono esserlo articoli del genere in un paesino del Sud Tirolo gestito da una Fräulein parecchio attempata.

Radiologo: Buongiorno, ho bisogno di un K-Way da poco, ho lasciato il mio a casa.

Fräulein: Qvesto è in offerta.

Radiologo: Ma la taglia è una XXL, lei mi ha visto?

Fräulein: Qvesto è in offerta.

Alla fine, ho dato alla Fräulein i 10 € dell’offerta, ho infilato il pastrano di dieci taglie più grandi della mia e mi sono sentito parecchio solidale con il povero Tsipras: ho intuito, più che altro, come deve sentirsi il povero greco all’uscita dai colloqui con una Fräulein molto più letale di quella con cui ho avuto a che fare io, per faccende meno importanti e per molto meno tempo (In qvesto modo se piove può tenere lo zaino sotto il K-Way, ha detto la Fräulein, categorica. Esticazzi, ho pensato io di rimando, sto coso è talmente grande che se piove ci tengo sotto anche i due bimbi).

Così imbocchiamo la salita impugnando i nostri bastoni di Aronne (vedi ieri) e parlando del più e del meno. Constatando con orgoglio paterno che questi due nani sono cresciuti e sanno affrontare un discorso per intero, dall’inizio alla fine, e sono per giunta pure sagaci come piace a babbo loro; ma poi la salita si dimostra davvero impervia, il babbo loro rimpiange non solo il K-Way dimenticato ma anche una semplice maglietta di ricambio, e si decide a maggioranza di deviare verso sinistra: un cartello indica a soli 20 minuti una Gasthöfen, ossia un luogo in cui si mangia (che io, minchia, di tedesco so quattro parole, ma quelle giuste).

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Ed è così che entriamo nel bosco di Hansel e Gretel, una meraviglia di ruscelletti scavalcati da una meraviglia di ponticelli in legno, perfetti come miniature medioevali, accompagnati dal canto di almeno quattro differenti varietà di uccelli. Profumo di resina dappertutto, una goduria assoluta. Ci perdiamo un po’ d’animo nella radura all’uscita dal boschetto, che in buona sostanza è un tappeto di feci bovine, ma altre due Fräulein incontrate per puro caso in mezzo al nulla giurano in cattivo italiano che ad altri dieci minuti di cammino c’è davvero l’agognato punto ristoro. Decido di fidarmi, sebbene a malavoglia, ma faccio bene: il tris di canederli mi rimarrà sullo stomaco fino a tarda sera, ma era molto saporito.

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Quindi si torna a valle, e non è che la discesa sia meno faticosa della salita: gambe dure, i pochi minuti di footing con le scarpone nuove che ho realizzato sotto 40° del solleone, prima di partire, non hanno avuto altro effetto che riempirmi i muscoli di acido lattico. Ma i bimbi sono solidali e la piccola non smette di sorprendermi: Io sarei arrivata fino in cima, dice tutta tronfia mentre rotoliamo a valle. Peccato però che in quel caso mi sarebbe toccata una scarpinata finale di tre e rotte ore con lei sulle spalle, alla fine della giostra, e non so mica che fine avrei fatto.

Insomma, com’è e come non è rieccoci a casa, doccia e coma generale (ma non è vero: ho lavato me stesso, poi loro; lavato e steso la roba lurida che ci siamo tolti di dosso; grattugiato carote e affettato cetrioli; prodotto apprezzabile frittatone con zucchine previamente fritte; sparecchiato, lavato piatti; spazzato casa; messi a letto i due eroi). Alla fine rimane l’imperituro ricordo dei due maschi in posa rigida, nel fondo valle, col bastone di Aronne in mano.

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Ah, dimenticavo: nel bel mezzo della salita era arrivata la telefonata del mio primario, dimostrazione dell’evidenza inoppugnabile che, come insegna il celeberrimo libro Lo zen e il tiro con l’arco, più ti impegni per centrare il bersaglio e più sbaglierai fino a perdere il senno. E viceversa.

Ma questa è un altra storia e la racconteremo, forse, un’altra volta.

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