Barcarola itagliana

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Guardate la foto che introduce il post: è una barcarola albanese, di quelle che a metà anni novanta trasbordarono centinaia di migliaia di albanesi sulle coste italiane. Spesso in condizioni drammatiche, che non hanno nulla da invidiare a quelle che sottendono i recenti drammi umani consumatisi nel canale di Sicilia.
L’avete guardata bene? Bene bene?
Ottimo: perché stamattina ho fatto un’ecografia a Nikolin, che arrivò in Italia su una di quelle barcarole scalcagnate qualcosa come ventidue anni fa. Adesso Nikolin, che ha la mia età, parla un italiano migliore di quello di molti altri italiani, veste alla moda e ha un’educazione che parecchi nostri coetanei, usi a dare del tu a prescindere da qualsiasi altra considerazione basilare, si sognano di notte.
Gli ho detto, commentando le modalità del suo travagliato arrivo: Alla fine siete stati quelli che, tra tutti, si sono integrati meglio.
Lui ha ribattuto, molto onestamente: Si, ma all’inizio abbiamo fatto anche noi parecchie stupidate. A me viene sempre in mente la metafora dell’uccello in gabbia: siamo rimasti chiusi in gabbia per così tanto tempo, noi albanesi, che una volta usciti abbiamo continuato a sbattere la testa come se ci fossimo ancora dentro.
Io: E poi?
Lui: Poi la maggior parte di noi ha capito che era fuori dalla gabbia, e ha imparato le strade giuste, il modo per non sbattere contro i muri. Altri no, invece, ma per fortuna sono pochi. E poi le mele marce sono dappertutto, non è vero?
Si che è vero, Nikolin: persino nei luoghi più nobili del paese. Anzi, soprattutto là dentro: adesso per colpa loro, a destra e a sinistra e pure a ciò che resta del centro, l’Italia non è più un luogo in grado di accogliere con decenza uno straniero che chieda di lavorare onestamente e guadagnarsi il pane.
È vero, ha detto Nikolin, un po’ amaro. E poi ha continuato: “Io adesso lavoro un po’ anche in Albania. È pieno di italiani che vengono a lavorare a Tirana, lo sa?
Beh, me lo immagino. E a volte immagino pure le barcarole di italiani, stipati in migliaia dentro navigazioni fatiscenti, che tra qualche tempo cercheranno di guadagnare il porto di Durazzo senza che nessuno gli spari addosso dalla costa.
Perché la storia è una grandissima baldracca, Nikolin, e noi italiani degli stupidi: il meglio che sappiamo produrre, oggi come oggi, sono i giusti motivi per farci contestare la laurea del Trota presa di contrabbando a casa tua.
Magari vi avessimo trattato un po’ meglio, e invece nemmeno quello: insomma, Nikolin, quando sparerai alla mia barcarola, al largo di Durazzo, non avrò niente da ridire. Te lo prometto.

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