Bolla

Quando domando alla paziente il perchè di quell’ecografia dal quesito clinico illeggibile lei mi guarda perplessa e mi dice: Neanche io ci ho capito molto.

In che senso?

Nel senso che il mio medico di base mi ha detto che il mio male al fianco è dovuto a una bolla di acqua nell’intestino che è scoppiata. Che vuol dire?

Non lo so cosa vuol dire, signora mia, ma adesso mi rispieghi tutto con calma che poi facciamo l’ecografia.

Ecco, già così ci sarebbe da ridere, o da piangere, o da incazzarsi, o da disperarsi: a seconda dei punti di vista. Ma a me la bolla d’acqua che si rompe nell’intestino ha evocato un ricordo lontano lontano.

Ero militaruccio di leva, avevo 28 anni e stavo per cominciare il quarto anno di specialità. Diciamo che all’epoca ero mediamente incazzato: tanta fatica per stare nei tempi giusti e poi essere costretto a perdere un anno di lavoro e quei pochi spiccioli messi da parte nei primi anni di specialità. Ma l’esperienza mi avrebbe riservato molte sorprese, e non tutte negative. Per esempio, ampi scorci sulla varia umanità che all’epoca, e credo anche adesso, popola le caserme di tutto il mondo. In particolare c’era un capitano di batteria, uno slungagnone moro con lo sguardo vacuo e perennemente sbigottito: forse per via degli occhi ingranditi a dismisura dalle lenti prismatiche. In realtà il capitano un po’ stordito lo era sul serio, e oltre che stordito sembrava anche in preda a una nausea perenne: come se quel luogo, la caserma, la divisa, le stellette sulla spallina, e persino i najoni, lo disorientassero al punto di perdere le coordinate. Quando urlava i comandi marziali, con vocetta stridula da furetto, l’attenti diventava aaa-tttiiii! e il riposo riii-soo!, con grande sganasciamento della ciurmaglia più o meno inquadrata in file approssimative.

Ma era durante le esercitazioni che il capitano dava il meglio di sè: sconclusionato, confusionario, cialtronesco. Una sera, al termine di una giornata tremenda di pioggia e fango, le comunicazioni radio, di cui lui era responsabile, furono ingolfate da messaggi privi di senso ma colmi di esasperazione: erano i najoni, mezzi distrutti dalla fame e dal sonno, che seminavano il panico violando il silenzio radio; con lui che minacciava in controcanto, ma senza successo, punizioni bibliche ai responsabili. Qualora, ma l’ipotesi era piuttosto remota, li avesse individuati.

I suoi soldatini lo chiamavano, semplicemente, Bolla. Quando chiesi lumi mi fu spiegato: E’ come se lui avesse il cervello pieno di acqua e ogni tanto qualche idea gli affiorasse a livello di coscienza come una bolla d’acqua affiora alla superficie, e poi scoppia. Bella metafora, pensai all’epoca, per disegnare il profilo triste di un giovane capitano venuto fuori da una delle scuole d’arme più prestigiose della nazione; uno di quelli che domani o dopodomani potremmo trovarci a capo di una forza armata, dei carabinieri, dei servizi segreti.

Alla fine la bolla d’acqua che affiora in superficie e scoppia si ripropone, come d’altronde, e lo vediamo in queste ore, la Storia stessa. Una volta è un capitano stordito dell’esercito italiano; una volta un medico di base stufo marcio del suo lavoro da impiegato del catasto; un’altra ancora il radiologo cialtrone che aspetta la pensione galleggiando nell’acqua bassa, sperando che lo tsunami non arrivi mai a travolgerlo.

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