Bradicinesie da timbratore

Di nuovo vengo a chiedere il vostro aiuto: per capire se sono io che invecchiando divento sempre più insofferente o se è intrinsecamente imperfetto il mondo in cui ci muoviamo.

Mi spiego: per accedere all’ospedale in qualità di lavoratore addetto, medico o paramedico o amministrativo che sia, bisogna passare l’apposito badge nella fessura del timbratore orario; idem se si vuole accedere alla mensa dell’ospedale, sia in ingresso che in uscita. Ed è corretto, altrimenti l’italiano medio sarebbe capace di inventarsi l’orario creativo e vattelapesca i servizi essenziali dell’ospedale (in effetti qualcuno l’orario creativo lo mette in pratica anche nell’ambito del sistema badge-timbratori: all’inizio, per esempio, non avevo compreso i motivi per cui il mio Direttore Generale avesse dislocato tutti i timbratori lontano dagli accessi all’ospedale. Ma è perché sono un ingenuo: poi l’ho capito e credo che abbia fatto non bene, ma benissimo).

A questo punto, torniamo al dunque, immaginatemi per un istante in prossimità del timbratore orario. Con gli occhi della mente figuratemi pieno di voglia di entrare al mattino, magari perché mi aspetta un turno di risonanza magnetica dedicato ai colli, o pieno di voglia di uscire perché sono 12 ore che lavoro e praticamente non ci vedo più (e non solo dalla fame). Fatto? Bene. Adesso immaginate che io davanti al timbratore trovi una o due persone immobili, spesso ingobbite sul timbratore stesso, a studiare non so quale arcano simbolo inciso sui tasti di controllo o incantati davanti all’orario lampeggiante del monitor. Immaginate che io abbia voglia di timbrare in fretta perché a) il mio collega della notte sta aspettando il cambio, e il cambio sono io o b) devo andare a prendere i bimbi a scuola e sono in ritardo patocco come sempre. Immaginate anche che i figuri ingobbiti davanti al timbratore esitino ancora, tirino fuori il badge dal portafogli o dalla borsa con lentezza da moviola calcistica, striscino la tessera magnetica una, due o tre volte perché non ci riescono mai al primo tentativo (e a volte neanche al secondo) e poi stiano lì ad aspettare pazientemente che il timbratore faccia bip e ricompaia in tutto il suo fulgore l’orario lampeggiante. Fatto? Bene, adesso immaginate che impieghino un altro intervallo biblico di tempo per riporre il badge nella borsa o nel portafogli, sempre fissando il monitor perché non si sa mai che il bip sia stato fittizio; e che allora, ma soltanto allora, si accorgano del radiologo dal brutto carattere che staziona dietro le loro spalle da dieci minuti e scalpita perché per timbrare l’ingresso e l’uscita, in un mondo ideale, ci vogliono tre decimi di secondo e non è colpa sua se la vita va veloce e il mondo invece è popolato dai bradipi. Fatto anche questo? Bene: questa è la mia realtà lavorativa quotidiana.

Qualcuno è in grado di spiegarmi perché lavoratori integerrimi, che in molte altre circostanze sono rapidi come il vento e precisi come il bisturi di un chirurgo, davanti al timbratore vanno in debito di ossigeno e diventano torpidi come le tartarughe di terra? Vi ringrazio in anticipo: sarà come togliermi un peso dal cuore.

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