Buonanotte, adesso è ora di tornare a casa

Su e giù per la pianura veneta, scarrozzando il proprio figlio e altri ragazzini della sua età in giro per tornei di basket: questa è l’arte terribile del genitore.

In genere, quando tutti sono montati in auto, faccio un piccolo gioco. Tutti, a turno, possono scegliere una canzone su Spotify e farla ascoltare agli altri. È un modo semplice per farsi passare il viaggio, ascoltare un po’ di musica e capire con chi ha a che fare tuo figlio quando è con i compagni di squadra.

Oggi però è stata una vera agonia: non sono bastati i pezzi disgustosi di musica latino-americana, che se fosse per me potrebbe tranquillamente essere bandita dalla discografia mondiale senza nocumento per alcuno, ma alternati a quelli i ragazzini hanno richiesto le canzoni dei rapper italiani più in voga del momento.

Adesso, io non so voi come la pensiate sul rap, ma per me siamo sullo stesso livello della latino-americana e per di più, se mi scusate il cattivo francese, il genere mi ha anche un tantinello rotto le palle. Ho sempre trovato grottesco lo sforzo di questi ragazzini, in ritardo di trent’anni rispetto ai tempi in cui il rap è nato e forse suonarlo e cantarlo aveva pure un senso, di distinguersi dalla massa vestendosi allo stesso modo, con un look che ormai praticamente è una divisa d’ordinanza, cantando tutti uniformemente male e riuscendo a esaurire la teoria di rime che il vocabolario italiano consente solo lamentandosi di come il mondo sia uno schifo e li prenda sistematicamente a calci nel culo.

Ma questi sono i miei gusti personali e ci mancherebbe altro, ascoltate e suonate quello che volete purché sia al di fuori della mia automobile. La domanda che mi sono posto è invece la seguente: perché mai un bambino dovrebbe ascoltare musica rap? Perché a undici anni sono attratti da questa robaccia, di cui peraltro non capiscono ancora il senso? Le parolacce, forse? Quel vago senso di trasgressione che l’undicenne maschio comincia a percepire nel profondo dei lombi pur senza comprenderne ancora la natura?

Secondo me, riflettevo oggi guidando sotto il cielo più azzurro che si possa immaginare, semplicemente il rap piace ai bambini perché la musica è al loro livello: è roba elementare, da zecchino d’oro, testi compresi. Il ritmo li conforta perché è sempre uguale a sé stesso, come le storie che gli leggevamo quando erano piccoli, prima di dormire. La parolaccia li fa ridere, se la ripetono in spogliatoio mentre fanno la doccia per sentirsi grandi. Tutto qua.

Così, l’unica cosa che ho riposto a mio figlio quando mi ha chiesto che ne pensassi di quelle canzoni è stata:
– Questi rapper adesso hanno si è no vent’anni. Tu ce li vedi a sessanta a cantare questa roba?
– No, papà.
– Ecco il punto. Nella vita, per essere felici, bisogna osservare una singola, piccola regola: non fare nulla che potrebbe essere motivo di vergogna quando sarai vecchio.
– Perché, papà?
– Perché io purtroppo ho cinquanta anni, e so già come andrà a finire. Più che per i rapper, che almeno un po’ di soldi con quelle boiate se li fanno, per gli altri, quelli che invece li ascoltano e basta.

Poi è toccato a lui scegliere la canzone. Magari lo ha fatto per non dispiacermi, o perché si è reso conto di quanto stessi soffrendo in quell’abitacolo, o forse perché anni di educazione musicale alla fine lasciano un segno, però ha scelto “Sultans of swing” dei Dire Straits.

E voi, qualunque fosse il motivo della sua scelta, non sapete quanto bene gli ho voluto in quel momento.


La canzone della clip è, ovviamente, la celeberrima “Sultans of swing” dei Dire Straits, dall’album del 1978 che porta il loro nome. Sulla canzone non aggiungo altro. Però, mentre andava l’assolo pazzesco di Mark, ho detto a mio figlio anche un’altra cosa: tra cinquant’anni, se esisterà ancora un mondo, di sicuro si ascolterà ancora questa canzone. Non sarei così sicuro dello stesso risultato per quanto riguarda le canzoni rap dei tuoi amichetti.

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