Buone ferie e buon default a tutti

Il blog, come immaginate, va in ferie per qualche giorno. Non sono ferie da sogno, nessun pellegrinaggio in Terra Santa come i nostri responsabilissimi politicanti di professione, ma con i tempi che corrono va bene così. E poi io sono un italiano medio: già riuscire a passare qualche giorno con mia moglie e i miei bimbi, senza il corredo di quotidiani affanni  lavorativi, basta e avanza.
Il blog va in ferie, dicevo: forse verranno pubblicati un paio di post in differita, sempre che riesca a terminarli durante questi due o tre giorni che sono ancora in giro per lavoro, ma non è certo. Quello che è certo, come mi insegnano amici blogger, è che in ferie non è previsto l’uso del PC. Il PC resta a casa a fare vacanze anche lui, nella sua brava custodia nera, al riparo da polvere e sabbia.
Poi, per finire, un elemento di speranza e un consiglio per la lettura.
Il primo: speriamo dopo ferragosto di poter essere ancora qui, di fronte allo schermo di un PC, in una nazione ancora pseudo-unita, a raccontare storie sanitarie e non. Speriamo che nel mentre, come in tanti (su Internet) e in pochi (su televisioni e giornali) dicono, il default non abbia spazzato via tutte le nostre speranze di rinnovamento; e con esse anche una fetta consistente del nostro stipendio di pubblici dipendenti fannulloni. O che non accada come in Grecia, dove attualmente non si possono prelevare soldi con il bancomat ma bisogna andare di persona in banca a prenotare cento o duecento euro per volta che in genere vengono consegnati giorni dopo, previa telefonata del solerte bancario. Oppure, se davvero tutto ciò dovesse accadere, speriamo di prenderla come una occasione di cambiamento, di ridiscussione dei nostri punti di vista basilari sulla vita e delle nostre abitudini malsane. Chissà che non sia la volta buona per renderlo completo, il default, metterci dentro anche una classe dirigente di stolidi vecchietti e far piazza pulita. Poi, non ho dubbi, in breve tempo si ricadrà nei vecchi vizi italici di sempre: ma almeno avremo avuto anche noi un’occasione, e la possibilità di riprenderci le nostre vite strappandole dalle mani dei nostri padri insani di mente.
Il secondo: leggete, ma soprattutto comprate e tenete da parte, affinché un giorno possiate mostrarlo ai vostri figli e ai figli dei vostri figli, il libro Fotti il potere, scritto a quattro mani della buonanima di Francesco Cossiga e dal giornalista Andrea Cangini. Perché tenerlo tra le cose care da lasciare in eredità? Molte, a partire dal titolo: che è mendacemente ammiccante perché lascia intendere il nerbo anarchico di chi il potere lo odia e lo combatte, mentre va letto in senso letterale, nel senso della copula amorosa o più spesso compulsiva con il potere stesso che è proprio dei politicanti italici, Cossiga nelle prime file. E poi perché è un vero e proprio ammaestramento morale leggere le pagine di un giornalista prono e compiacente, come praticamente tutti i giornalisti italiani, che raccoglie i deliri di un vecchio squalo della politica. Quando vi sarà passata l’incazzatura, e ci vorranno due o tre giorni, capirete il valore reale dell’opera: un giorno i vostri figli e i vostri nipoti vi chiederanno cagione dello sfacelo italiano degli anni in cui viviamo ora e voi, con aria contrita, potrete mostrargli il vecchio libro dalle pagine ormai ingiallite. Dove non c’è alcun contenuto sostanziale, nessuna delle sconvolgenti rivelazioni promesse nella quarta di copertina e puntualmente smentite o ridimensionate in corso di intervista, ma solo tutta, davvero tutta, la malsana ideologia di una classe dirigente che ha bruciato il paese, ha calpestato i propri figli e quindi la possibilità di un futuro decente, e poi o è morta prima di pagarne le conseguenze o e ancora lì a crearle, le conseguenze, pronta a prendere il largo se le cose dovessero andare ancora peggio di così.
Perché finire appesi per i piedi, a Piazzale Loreto, non piacerebbe proprio a nessuno: e poi adesso ci sono i jet personali che partono dal parcheggio di casa propria e quindi non c’è più bisogno di passare la frontiera in auto, travestiti da soldati tedeschi, soli e svergognati.

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