Buoni propositi per il 2013

Il mondo alla fine non è finito, almeno non nei termini cataclismatici a cui si era pensato in questi anni: il che ci fornisce ulteriori motivi per non credere supinamente a quanto ci viene raccontato, ogni giorno, su tivù e giornali (e se è per questo neanche su internet). Quindi avremo un altro anno a disposizione per provarci e ritrovarci, e anche se le premesse non sono le migliori direi che conviene sempre la pena di fare un altro tentativo.

Lo scorso capodanno invitai tutti alla benevolenza: devo però ammettere che nell’anno solare in corso il primo a venir meno all’invito sono stato proprio io. Si, perché nel 2012 mi sono incazzato parecchio: sarà la crisi, sarà che il tempo e le risorse scarseggiano, ma mi sono incazzato parecchio. Anche con me stesso, direi, perché non sempre i miei risultati sono stati all’altezza di ciò che aspettavo. Certo, ci sono difficoltà, in fin dei conti la vita è una corsa a ostacoli e non sai mai quanto tempo avrai a disposizione per portare avanti il filo delle tue idee; ma alla fine il risultato è sempre quello. Se hai talenti e non li fai fruttare persino il Padreterno ti castiga.

Ma quest’anno ho un altro genere di invito da proporvi. Noi tutti, si spera, specie quelli che hanno a che fare con professioni intellettuali, abbiamo standard elevati. Vorremmo che gli altri facessero interamente il loro dovere, senza incertezze, e che gli errori altrui non pesassero sul nostro lavoro quotidiano. Però tendiamo a dimenticare che errori ne commettiamo anche noi, e a bizzeffe; e che i nostri errori non sono meno gravi e imperdonabili di quelli altrui.

Sarà difficile, ne convengo, ma l’esercizio spirituale del 2013 potrebbe essere il seguente: tutte le volte che stiamo per bestemmiare tra i denti, a fronte di una richiesta di esame che ci sembra assurda, pensiamo a quante altre volte il clinico ha smadonnato perché il nostro referto era superficiale, non conclusivo e magari anche parecchio ispirato alla più  becera paraculaggine. Potrebbe essere un buon punto di partenza per migliorare i rapporti reciproci e far finta che tutti, e tutti insieme, stiamo viaggiando verso una meta comune: il paziente.

4 Responses to “Buoni propositi per il 2013”

  1. pietro ha detto:

    bel post evangelicamente parlando: perchè guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello quando non vedi la trave che è nel tuo? non sono d’accordo però sulla conclusione, più che il paziente la nostra metà comune ; non solo nella sanità, è di imparare a vivere usando meno risorse.

  2. Gaddo ha detto:

    Certo, concordo sulla assoluta necessità di risparmiare sulle risorse, tanto più che dovremmo aver capito la realtà dei fatti: le risorse non ci rendono felici, e a volte ci creano persino problemi aggiuntivi. Il punto è che su questo blog si discute prevalentemente di medicina, io sono un medico e il mio fine non può che essere il paziente, ossia l’uomo, anche a costo di rimetterci.
    Detto ciò, benvenuto sul blog.

  3. pietro ha detto:

    certo so che il paziente è centrale per noi e so che le tue scelte in merito sono guidate da ciò che è veramente necessario.Anch’io sono un infermiere professionale, ma il mio non essere d’accordo si basava su un post letto un po di tempo fa:
    http://www.ninocartabellotta.it/2012/07/il-paziente-soddisfatto-costa-troppo-e-sta-peggio/
    inoltre avevo sentito parlare di una ricerca negli stati uniti in cui, paradossalmente, si evidenziava che chi viveva lontano dai grandi ospedali ha un livello di salute migliore, come dire a volte l’ospedale ammala di più.
    grazie per l’accoglienza nel tuo blog
    ciao Pietro

  4. Gaddo ha detto:

    @ pietro

    Ho letto il post di Cartabellotta e non posso non sottoscrivere l’analisi del problema. Quello che nel post viene solo accennato è la grave responsabilità che hanno nella faccenda amministrazioni ospedaliere e politici locali: i primi a trattare il paziente come un cliente, che ha sempre e comunque ragione a prescindere dalla situazione contingente, sono proprio loro. E se per il politico risulta facile comprendere i meccanismi che sottendono questo atteggiamento (se una donna aspetta sei mesi per la mammografia rischio di non essere rieletto), è molto meno facile comprenderlo per l’amministratore ospedaliero: il quale, se non medico, dovrebbe avere le idee chiare su cosa succede dentro le mura dell’ospedale e su quali sono le dinamiche che modificano gli equilibri.
    Da questo punto di vista la tua considerazione, onestissima, circa il risparmio delle risorse, si scontra implacabilmente con la realtà dei fatti. Esempio: otto anni fa nel mio reparto venivano eseguite al massimo 15 TC al giorno. Adesso siamo arrivati a 40-45 e le liste di attesa, lungi dall’essersi accorciate, sono più lunghe di prima. L’insegnamento che se ne ricava è che aumentare tout court la quantità di lavoro non giova: i risultati parlano chiaro. Dovremmo cercare altre soluzioni per risolvere il problema, che magari passino anche per una maggior tutela dei medici che rifiutano prestazione sanitarie non indispensabili o non utili, e invece sapete cosa accade? Che ci viene chiesto dalla politica locale, o si è in procinto di farlo, di aprire nuove finestre lavorative dalle 20 in poi: a dimostrazione che del problema non si è capito molto e che si continua a considerare il paziente come un cliente, e il medico come un commesso del supermercato. Le soluzioni sono altrove: in questo blog ne abbiamo già parlato più volte.
    Ciao, torna a trovarmi.

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