Caro Gaddo, come si fa a dire?

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(…) Caro Gaddo, scusa la domanda a bruciapelo: come si fa a dire, a una persona che ti è amica, di cui stai seguendo la sua battaglia, che la malattia sta proseguendo, che la gioia che tiene dentro in realtà è infondata? Lo so, ci hanno insegnato che i pazienti devono essere tutti uguali: sappiamo tutti benissimo che non è vero, ci sono persone che ci restano più nel cuore, e fare la risonanza a queste persone scoprendo il peggioramento, può essere letteralmente un pugno nello stomaco. Scusami lo sfogo, ma so di scrivere ad una persona che può esprimermi il suo pensiero, e il suo consiglio da medico, e non i miei professori universitari, bravi solo a fare referti (e non sempre bene) (…)

Queste sono le parole che mi ha scritto Arturo, specializzando in radiologia, qualche giorno fa: sono parole che puntano il dito su una questione difficile, ma tanto, del nostro mestiere di medici. Già: perché come si fa a comunicare una notizia terribile a una persona cara? A volte è difficile dire cose del genere anche a perfetti sconosciuti, figuriamoci agli amici.

E allora? C’è che la questione andrebbe sviscerata, insieme a molte altre che rimangono in margine, a partire dalle Scuole di specialità. La comunicazione non è un’arte e ha modalità che possono essere insegnate, imparate e sviluppate, ognuno secondo le proprie attitudini personali. E se possiamo permetterci di essere cattivi comunicatori nella nostra vita privata, e gloriarci del cattivo carattere che la natura ci ha destinato perché tanto inimicizie, divorzi e parenti che non ci rivolgono più la parola sono affari nostri, nel mestiere di medico tutto cambia in modo radicale.

Sull’ultimo numero de “Il Radiologo” c’è un interessante articolo (Il medico radiologo e la radiologia visti dal paziente, E. Pofi, Il Radiologo 4/2012) che parla proprio di questo: se per qualsiasi paziente esiste un momento di difficile gestione, di tensione assoluta e quasi incoercibile, beh, state certi che si tratta del momento in cui il referto di un nostro esame gli viene consegnato. Il 97% dei pazienti interpellati, ossia quasi tutti, ha risposto che gradirebbe ricevere il referto dal radiologo che ha effettuato la prestazione: allo scopo, ovviamente, di potergli chiedere tutte le informazioni necessarie. Per poter ricevere il referto dalle mani sante del radiologo, addirittura, il 67% dei pazienti sarebbe disposto ad aspettare in sala d’attesa un’ora e il 12%, udite udite, fino a quattro ore.

Il radiologo insomma, contrariamente all’idea che si ha di lui come di un operatore del tutto avulso da qualsiasi rapporto fisico con i pazienti, quando bisogna comunicare notizie circa il loro stato di salute spesso è  in prima linea. Fosse solo per il fatto che è stato lui a eseguire fisicamente l’esame e a chiunque, mentre si asciuga la pancia dal gel dell’ecografia appena terminata, viene spontanea la domanda: Dottore, come sto? Ho un brutto male? 

Capite quindi che la questione non è meramente gestionale ma possiede una profonda radice etica, non è di secondaria importanza e in teoria dovrebbe far parte di quell’insieme di progetti formativi destinati a qualunque futuro radiologo. E dirò di più: sarebbe ora che l’attenzione al paziente, anche e soprattutto da parte di amministrazioni politiche di vario ordine e grado, si esaurisse non più nelle facili, inutili e persino deleterie iniziative demagogiche di chi sente la poltrona bruciare sotto il culo, ma che si traducesse in iniziative che conducono a un concreto vantaggio per il paziente. Creare spazi per la comunicazione diretta con i pazienti oncologici, per esempio, anche a costo di rivedere la gestione delle liste di lavoro, potrebbe avere un senso. Creare improbabili spazi lavorativi notturni, magari per fare la risonanza magnetica al ginocchio artrosico della nonnina novantenne, un po’ meno.

2 Responses to “Caro Gaddo, come si fa a dire?”

  1. Peppone ha detto:

    Mi permetto di rispondere a mia volta ad Arturo,
    e mi scuso con Gaddo se butto una cosa così personale sul blog.

    Scrivo adesso, di getto, proprio questa mattina ho ricevuto una tristissima notizia.
    Una nostra collaboratrice ha perso la sua battaglia.
    Una ragazza dolcissima, di quelle che sono davvero rare.
    Dal sorriso, alla voce, ai pensieri, alle azioni. Tutto in questa ragazza, Francesca, ti dava serenità, tranquillità e dolcezza.
    Io sono credente e praticante, ed è davvero dura. Non oso immaginare come sarebbe se non lo fossi.

    Chiudo la piccola digressione scusandomi, ne ho approfittato per mandare giù almeno per un pò, il peso che ho.

    Tornando al quesito di Arturo, il referto della prima (e unica) TC a questa ragazza, cui voglio bene, l’ho fatto io. Ed è stato il referto più duro che abbia mai fatto.
    Contrariamente al mio solito non l’ho nemmeno riletto (cosa che in genere, prendendomi più tempo, faccio almeno 3 volte anche nei negativi -o presunti tali-).
    Il suo…non me la sono sentita, ma vuoi sapere una cosa ? E’ il classico referto che non vorresti MAI fare, per una ragazza di 35 anni mamma da pochi mesi, ma NON avrei MAI accettato che fossero altri a farlo.

    Non so se questo possa aiutarti Arturo, il più delle volte non conta quello che dici o che fai, basta essere con il paziente, specie se è tuo amico.
    E’ lì il tuo posto, e devi fare il tuo dovere. Lo merita il tuo amico, lo meriti tu, lo merita il vecchio barbogio di Ippocrate, troppo spesso vilipeso ed ignorato, ma almeno, non da noi !

    L’ultima cosa che mi permetto di aggiungere…non togliere MAI la speranza ad un paziente. Questo non significa raccontargli frottole, quando è necessario spiega che la situazione è seria. Ma non serve che il paziente o la famiglia sappiano che con il melanoma metastatico ci sono mediamente 6 mesi di vita.
    Non togliere MAI la speranza. E’ quella l’ancora che tiene in piedi la baracca di tutti noi.

    Perdonatemi lo sfogo, torno a refertare…

    Giuseppe

  2. Gaddo ha detto:

    @ Peppone

    Hai ragione su tutta la linea. Anzi, ne approfitto per scusarmi perché nel post ho parlato di tutto, ma non della cosa più importante: la speranza. Per fortuna sei arrivato tu a ricordarlo a tutti: alle persone possiamo togliere tutto, soldi, possibilità di carriera, benessere, ma non la speranza. E’ un nostro preciso dovere di medici, ma anche di persone, rinfocolarla in tutti i modi.

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