Archive for the ‘Caro me stesso mio’ Category

Sei un sole che illumina la notte e io un uomo caduto dalle stelle

mercoledì, aprile 26th, 2017

Primavera avanzata del 1973. Allora come oggi, stesso luogo e stesso periodo dell’anno.

Mi ricordo tutto: la stanza grande e piena di luce, la maglietta verde a maniche corte che mi piaceva tanto, il pittore famoso che si innervosiva perché non stavo in posa, l’odore buono dei colori a olio, i miei genitori un po’ imbarazzati da questo bambino che a stare fermo e seduto, a differenza di suo fratello grande, proprio non ci riusciva.

Ricordo anche di aver frignato un po’ perché non avevo voglia di restare chiuso in quella stanza: fuori c’era il sole e io avevo solo 5 anni. Per ingannare il tempo mi misi a inventare una delle mie storie fantastiche, ambientate nello spazio profondo o dentro caverne sotterranee dove erano sopravvissuti i dinosauri più terribili che la paleontologia dell’epoca ricordasse. Le stesse che, pochi anni dopo, sarei finalmente riuscito a scrivere sui quaderni a righe e il mio maestro avrebbe letto ai compagni di classe delle elementari, facendomi gonfiare di orgoglio.

Gli occhi, nel ritratto, sono lucidi. Perché avevo appena frignato, forse, o perché il pittore famoso volle punirmi per averlo fatto dannare. O forse, ma questa è solo la mia personale illusione di uomo fatto, perché aveva guardato dentro quegli occhi ed era riuscito a cogliere l’essenziale del bambino, il carattere che si sarebbe manifestato solo molto anni dopo.

Un fondo di tristezza che non mi abbandona mai, nemmeno nei momenti più felici: perché la vita è così, ti dà e ti toglie, nulla ha veramente senso e tutto dura solo un attimo. Allora rimangono solo i sorrisi per difendersi, e con quelli puoi fregare un bel po’ di gente.

Ma i pittori bravi, quelli no. Quelli non puoi fregarli.


La canzone della clip è “Caduto dalle stelle”, di mario Venuti, tratto dall’album appena pubblicato “Motore di vita”. Questo ultimo lavoro di Mario mi sembra un po’ sottotono rispetto agli ultimi, ma la quarta canzone, “Lasciati amare”, vale da sola il prezzo del cd o dello streaming.

 

E invece adesso non ne vale più la pena nemmeno di capire

giovedì, aprile 6th, 2017

Lo capisci subito, quando sono di razza superiore.

Hanno gli occhi che illuminano la stanza, questi pazienti, anche se lo sguardo è sofferente. Si muovono con la naturale autorevolezza di chi è abituato, suo malgrado, a non passare inosservato. Ti fanno sulla loro malattia domande più intelligenti della maggioranza degli addetti ai lavori. Non si limitano a fare i pazienti, no: ti studiano, ti misurano, cercano di capire con chi hanno a che fare.

Uno di loro prende confidenza e inizia a parlare: ce lo possiamo permettere, siamo a fine lista, al massimo farò qualche minuto di ritardo a casa. Sa esattamente cosa lo aspetta, al di là della porta di uscita della Radiologia. Sa esattamente quanto tempo lo aspetta e comincia a fare due conti, un bilancio essenziale della propria vita.

Poi, a un certo punto, dopo avermi raccontato particolari della sua vita che chiaramente rimarranno cosa privata, mi chiede a bruciapelo: E a lei, dottore, cos’è che dà veramente fastidio?

Gli ho risposto che avrei dovuto pensarci su, che la domanda era troppo importante per rispondere la prima cosa che mi veniva in mente. Ora, dopo qualche giorno, ho finalmente la risposta.

La cosa che mi dà veramente fastidio, più di ogni altra, è essere giudicato da chi non mi conosce, non ha mai avuto a che fare con me se non per il tramite di altre persone, o di quello che scrivo e dico in occasioni pubbliche. Mi infastidisce la protervia bovina di chi ha tutte le verità in tasca senza averne verificata di persona nemmeno una, di chi ritiene che aver letto qualche libro, nella vita, sia viatico sufficiente a puntare il dito e dire la propria su questioni che nemmeno lo riguardano. Per uno come me, che sospende o tace il giudizio sul prossimo fino a che esprimerlo, in un modo o nell’altro, diventa un obbligo, certo che può essere fastidioso.

Però poi si raggiunge un’età nella quale, bene o male, il tempo a disposizione per soffermarsi su tutto ciò diventa sempre di meno: e là dove una volta ci si incazzava spesso basta una scrollata di spalle per togliersi il pensiero. Ma c’è sempre dietro l’angolo il rischio, enorme, di cui mi ha parlato il Paziente prima di congedarsi: Stia attento a non diventare cinico, dottore, perché il rischio per lei è quello.

Può essere, certo che può essere: in quei casi, quando sento che il rischio è prossimo, metto su la mia musica e penso ad altro. In fondo l’unica cosa che conta, nella vita, è essere bravi a respirare.


La canzone della clip è “Carnival”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Il grande sogno” del 1984. La ascoltavo molti e molti anni fa, in preda a turbamenti amorosi, senza nemmeno capire che il vero carnival lo puoi comprendere solo da adulto. Da ragazzini è diverso: è da adulti che diventa difficile.

Sono ancora in piedi, yeah yeah yeah

sabato, febbraio 4th, 2017

La vita di un uomo, lo sapete, sta al massimo in due paginette di quaderno.

Le sue storie, intendo, quelle che varrebbe la pena di narrare ai propri nipoti in una sera d’inverno in cui la corrente è saltata e fuori piove a dirotto.

Perché la vita degli uomini è così semplice, così banale. Niente a che vedere con l’universo pirotecnico della vita di una donna, intendiamoci, noi uomini siamo bravi solo a battere le strade in cerca di prede e fare a botte perché qualcuno ci ha offeso fuori da un locale. Il resto è una rotaia lunga fino all’orizzonte, in cui gli unici sussulti sono quelli dei vagoni che vanno sulle traversine.

Per cui non aspettatevi troppo, da un uomo. Non aspettatevi una tenerezza che a lui non è mai stata insegnata. Non aspettatevi che, anche solo per un attimo, riesca a trasformarsi in una donna. Cioè che sappia capirvi, anticipare i vostri più reconditi pensieri, in una parola farvi felici. Non aspettatevi che la fatica che lo lascia sopraffatto sul divano, a sera, sia meno potente della voglia di parlare con voi. Non aspettatevi che un uomo vi giuri fedeltà eterna perché la sua abnegazione si riduce alle questioni essenziali, di principio: un uomo morirebbe per un ideale, mai per una donna, perché per quella donna lui vuole vivere. E quando vi sentite trascurate perché lui lavora troppo, beh, sappiate che quello è proprio il modo in cui sta dimostrando al mondo di essere degno del vostro amore. La stanchezza mortale che gli piega le gambe, quando rientra a casa, è il suo modo di sentirsi vivo e di destare i vostri sorrisi più dolci.

Non aspettatevi troppo da lui, dunque, ma se ci riuscite amatelo per il fatto che riesce quasi sempre a rialzarsi in piedi, qualunque cosa accada. Che ritornerebbe da voi a qualunque costo, anche dopo una guerra mondiale. E se ci riuscite, ma è difficile, ogni tanto fatelo piangere tra le vostre braccia. Le lacrime di un uomo sono più preziose di qualunque diamante e ve lo restituiranno tirato a lucido, pronto alla prossima fanfaronata.

Perché, come diceva l’amato Don Chisciotte: fortunato colui che dal cielo ha ricevuto un tozzo di pane e non deve ringraziare nessun altro al di fuori del cielo stesso.


La canzone della clip è “I’m still standing” di Elton John, tratta dal disco “Too low for zero” (1983). Ve la propongo nella versione di Taron Egerton, che nonostante la voce incredibile non è un cantante di professione ma l’attore gallese che ha prestato la voce al gorilla Johnny, il personaggio del cartone animato “Sing” che più di tutti mi è rimasto nel cuore. E ve la propongo nell’esecuzione che Johnny fa la sera dello spettacolo finale, in quanto resta del teatro distrutto solo pochi giorni prima, mentre il padre galeotto fugge dalla galera in cui è rinchiuso e cerca disperatamente di raggiungerlo per dirgli quanto è fiero di lui. Lo sguardo di Johnny, qui sotto, appena prima di cominciare la sua canzone, è così simile a quello che mi sento addosso ogni volta che mi accingo a una delle tante imprese disperate o stupide di cui è piena la mia vita.

E il vento ingarbuglierà I tuoi pensieri, l’amore e i tuoi capelli, e ti cambierà

mercoledì, dicembre 28th, 2016

Tra le poche certezze che non sono venute meno, quest’anno, c’è la lettura: ho cercato di leggere ancora di più di prima, se è possibile, anche se parecchie sere mi sono addormentato con il libro in mano perché la stanchezza accumulata durante il giorno era obiettivamente troppa.

Ho letto libri di storia e di economia per cercare di capire cosa sta accadendo nel mondo, e per discriminare quella sottile linea rossa oltre la quale i buontemponi urlano al “gombloddo” perché si rifiutano di guardare in faccia la realtà (oppure la realtà stessa li terrorizza).

Ho letto biografie di personaggi famosi per cercare nelle vite illustri qualche elemento che illuminasse la mia, ma vi avviso che non ci sono riuscito.

Ho letto romanzi, al solito, molti; e riletto lunghi pezzi della Divina Commedia, che quella non annoia mai.

E poi, questa sera, tornando a casa in auto, ho ricordato uno degli uomini che mi ha aiutato maggiormente ad affrontare questa lunga storia d’amore con la letteratura, l’unica che dura da una vita senza tradimenti o meschinità di vario tipo.

Era il padre della moglie di mio zio: un uomo imponente, o forse a me sembrava così dal basso dei miei quattordici o quindici anni, stempiato, elegante. Aveva una libreria fornitissima, o forse a me così sembrava perché di librerie personali non ne avevo mai avute e quella di mio padre era piena zeppa per lo più di classici latini e greci, ma di narrativa ce n’era ben poca. Venne a sapere della mia passione per la letteratura e mi invitò a casa sua. Lo ricordo seduto su una poltrona di pelle scura, nel suo studio: gli scaffali traboccavano libri, c’erano libri anche sulla scrivania e forse, ma ho l’impressione che la memoria stia ingigantendo i particolari, anche a terra, in pile ordinate.

Mi chiedeva di scegliere quattro o cinque libri per volta: io mi aggiravo titubante per la stanza, con il viso sollevato per arrivare con lo sguardo alle ultime file in alto, e ogni tanto buttavo lì qualche titolo che mi aveva impressionato. Lui non commentava le mie scelte, si limitava a chiedere in cambio del prestito che io avessi cura dei libri (ossessione che mi è rimasta ancora, e non solo per i libri prestati) e, all’atto della restituzione, fossi disposto a discutere con lui i contenuti. Ecco, forse era proprio quella la parte migliore: quando ci sedevamo, uno di fronte all’altro, e parlavamo del romanzo appena letto. Lui cercava punti di vista alternativi, immagino, non inquinati dagli smaronamenti della senescenza; io cercavo un punto di vista adulto, mi sforzavo di intuire le trame che avrebbero caratterizzato la mia vita da grande senza nemmeno immaginare quanto di quei romanzi già raccontavano del mio futuro.

A volte, quando gli chiedevo libri di certi autori, diventava per un istante perplesso e nicchiava, roso dal dubbio che non fossero romanzi adatti alla mia età. In particolare, prima di avere accesso all’opera di Moravia dovetti sudare parecchio: ma è lui che devo ringraziare per aver colmato una lacuna letteraria che, probabilmente, da grande avrei trascurato. Ed è a lui che devo anche le prime riflessioni mature sul sesso, perché aver letto quei romanzi mi pose fin da subito di fronte al dilemma che sconvolge le menti degli uomini: è tutta qui la faccenda del sesso, è solo una questione di scambio di fluidi corporei o c’è qualcosa in più, e dietro quei sofisticati cerimoniali di accoppiamento si nasconde dell’altro?

Comunque sia, un giorno diventai abbastanza grande per infilare la porta di casa e prendere il largo. Prima di partire andai a salutarlo e lui si accomiatò da me con una frase che adesso vorrei tanto ricordare, ma che si è persa nelle nebbie della memoria. Il che mi riporta a un’altra frase, letta per caso mentre ero su Twitter (tweet di @PArgoneto): Se proprio non vi piace leggere state vicino a chi lo fa. Al contrario del fumo, la lettura passiva fa benissimo.

E mi riporta a dirgli ancora grazie, ora per allora, nel caso piuttosto probabile che i miei ringraziamenti dell’epoca non siano stati sufficientemente esaustivi.


La canzone della clip è “Canzone da lontano”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Montecristo” (1980). Per una serie di disavventure legali questo album è l’unico non disponibile in CD: io conservo ancora gelosamente una vecchia C90 su cui era registrata, peraltro da schifo, la traccia del vinile.

Hai qualche sogno che vorresti vendere?

martedì, dicembre 20th, 2016

Perdonatemi, in questi giorni ho avuto un po’ di cose importanti da fare e la mia latitanza dal blog è stata forzata. Riprendo la penna in mano, si fa per dire, perché voglio farvi gli auguri di buon Natale, come ogni anno, e raccontarvi due o tre cose che ho capito della vita in questo incredibile 2016 che sta per tramontare.

Ho capito, per esempio, che i sogni sono fatti di una sostanza ineffabile: per uno che si volatilizza, lasciandoti in preda al panico e allo sconforto, un’altro prende improvvisamente forme che tu non avresti mai potuto immaginare prima di quel momento.

Ho capito che non esistono traguardi facili, da nessuna parte, e quelli che li raggiungono senza fatica o stanno mentendo o hanno barato.

Ho capito, e qualcuno dubitava bonariamente che io ne fossi capace, che l’arte sottile della mediazione è nobile e non plebea, e non implica necessariamente che uno debba piegarsi e rinunciare alle proprie più profonde convinzioni. Semplicemente, la mediazione implica l’idea sublime che il torto e la ragione non stiano sempre da una parte soltanto; e che nessuno debba essere considerato, come si diceva ai tempi della mia specialità ferrarese, una boccia persa.

Ho capito che un branco, per non lasciare nessuno indietro, deve andare alla velocità che possono tenere i lupi più lenti, quelli temporaneamente deboli o ammalati; ma anche il lupo più lento può capire che se stringe i denti e tira avanti, nonostante gli acciacchi, il branco gliene sarà grato.

Ho compreso la natura di alcune solitudini strutturali, anche, e apprezzato lo sforzo che molti hanno fatto per mitigarla, a prescindere dal risultato finale: la gente è in genere migliore di quanto si pensi, e migliore di quanto le stesse persone talora credano di sé stesse. I brutti esempi che abbiamo di fronte ogni giorno, a partire dal vertice della nostra povera repubblica, non sono la regola ma l’eccezione: altrimenti sarebbe andato tutto a puttane già da un pezzo.

Quando da ragazzino giocavo a tennis l’adrenalina dei tornei mi dava alla testa. Se ero abbastanza allenato, e la cosa non accadeva spesso perché all’attività fisica ho sempre purtroppo preferito quella mentale, prendermi a pallate era possibile solo se l’avversario era di un altro livello. In mezzo al campo stringevo forte i denti e il manico della racchetta: sapevo per certo che non sarei mai diventato un campione, ma quando ero sotto di punteggio mi ripetevo che fino all’ultima palla la questione non era ancora risolta; e se ero sopra, beh, se ero sopra il problema non era il mio ma del mio avversario. Posso contare sulle dita di una mano le volte in cui, sempre quando ero ben allenato, ho perso con uno che sulla carta era più scarso di me: e di questa frase la parte importante non è il fatto di aver vinto più spesso di quanto abbia perso, credetemi, ma quello di essere stato ben allenato.

Ieri sera giocavo a scacchi con mio figlio. Lui, che tra poco compie 10 anni e gioca già molto meglio di me quando avevo la sua età, si ostina a ragionare in termini di pezzi: Papà, se tu mi mangi il cavallo, dice, io ti mangio l’alfiere e siamo pari. Allora ho provato a fargli guardare la cosa da un’altro punto di vista.

Gli scacchi sono un gioco, per due terzi, prevedibile e quasi banale. Le prime dieci o undici mosse, se uno conosce la teoria delle aperture, sono quasi obbligate salvo piccole varianti fantasiose che in genere portano più danno che beneficio. Le ultime mosse, quelle di chiusura, sono altrettanto codificate: se vuoi vincere con re e alfiere contro re non c’è molto da inventarsi, la strada è una sola. Ma il centro partita, ragazzi, è quello il paradiso dello scacchista, il luogo e il tempo in cui tutto può accadere e si intravedono la negligenza del praticone o la luce del genio. Come tutte le situazioni in cui sei solo con te stesso e contro un avversario, come sul 3-3 nel terzo set di una partita di tennis, la fatica ti piega le ginocchia. Nel centro partita il tempo passa, inesorabile, e tu devi inventare una strategia valida prima che termini quello che hai a disposizione.

Sapeste quante volte, nel bel mezzo di un centro partita, ho avuto la tentazione di buttare per aria i pezzi della scacchiera. Quella maledetta difesa del nero che non sopportavo, per esempio, o l’assoluto equilibrio dei valori in campo che non ti fa scorgere nessuna via d’uscita. Eppure in quei momenti, come durante un tie-break nel tennis, la sola strada è identificare il punto debole nella strategia del nemico e concentrarsi su di esso. Può essere l’ostinazione presuntuosa dell’avversario a passarti con il diritto* oppure quel pedone apparentemente inattaccabile sul quale concentri tutto il fuoco del tuo arsenale, fosse anche la regina.

Papà, perché ti sei fatto mangiare la regina? Semplice, figlio mio, gli ho risposto infliggendogli in tre mosse uno scacco matto che spero gli serva da lezione per i prossimi settanta anni. Perché negli scacchi non esistono solo i pezzi ma c’è un altro valore da conquistare e difendere: la posizione. E allora credo che la questione che affligge le nostre esistenze si traduca in una sola e fondamentale domanda, che ho finalmente realizzato in questo 2016: quanti pezzi della nostra scacchiera siamo disposti a sacrificare per vincere la partita, senza nemmeno essere sicuri della vittoria finale?

E’ con questa domanda che vi abbraccio tutti, vi auguro buone feste e spero che il 2017 porti cose buone a tutti. Non so se ci sentiremo ancora, prima della fine dell’anno, però credo proprio di avervi già detto tutte le cose importanti adesso. Tipo che tennis e scacchi si somigliano tanto, ma davvero tanto**.


La canzone della clip è “Dreams”, dei Fletwood Mac, tratta dall’album “Rumours” (1977).
*Un giorno, giovanissimo giocatore di tennis, mi ritrovai nella finale di un torneo di fronte al mio storico compagno di doppio. Eravamo amici da molto tempo e conoscevamo a memoria ognuno i punti deboli e forti dell’altro. All’inizio le cose andarono male e mi ritrovai sotto di parecchio: allora fui costretto a escogitare una strategia alternativa e cominciai a scendere a rete attaccandolo sul diritto, che aveva potente e preciso. Lui ogni volta cercava di piazzare il passante vincente: per una volta che ci riusciva, tra le ovazioni del pubblico per il colpaccio da manuale, le altre tre riuscivo in qualche modo a piazzare una volée vincente. A fine partita, chiuso l’ultimo diritto, vinto il torneo e abbracciato il mio incredulo amico, il nostro maestro mi prese da parte e mi chiese: Sei stato bravo a vincere, ma mi spieghi perché hai continuato ad attaccarlo sul diritto in quel modo suicida? Nemmeno lui, con tutta la sua esperienza, lo aveva capito: se lo avessi attaccato dove era più debole, cioè sul rovescio, il mio compagno di doppio non avrebbe rischiato ogni volta il passante e mi avrebbe costretto a rincorrere per tutta la partita i suoi lob estenuanti, fino a schiantarmi. Insomma, tutto questo è per dire che non sempre il punto forte del nostro avversario rappresenta il suo passaporto per la vittoria, e che tutti, noi compresi, abbiamo da qualche parte della scacchiera un pedone difeso male.
** David Foster Wallace in “Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)” coniò la migliore definizione del tennis che io abbia mai letto: il tennis è giocare a scacchi correndo.