Archive for the ‘Caro me stesso mio’ Category

Sono solo un essere umano e sotto la mia pelle i tagli sono profondi

martedì, gennaio 9th, 2018

Ognuno di noi convive con i propri demoni. Li nutre. Se ne fa nutrire. E così facendo rende la vita difficile a sé stessi e agli altri, in modi di cui spesso, e curiosamente, nemmeno riesce a rendersi conto.

Un vecchio specializzando, uno di qualche anno fa, uno di quelli adesso avviati a una carriera lunga e spero gloriosa, un pomeriggio di pronto soccorso mi guardò in faccia e mi chiese a bruciapelo: Ma essere medico per te, esattamente, cosa significa?

Rimasi sorpreso dalla domanda: fino a quel momento aveva parlato poco e si era tenuto sulle sue, limitandosi alle questioni tecniche per le quali era venuto a frequentare il mio reparto. Come spesso capita, prima di rispondere ci pensai su qualche istante. Cos’era per me all’epoca, ma veramente, nel profondo, essere medico?

Risposi che tanti affermano con una certa protervia che fare il medico è un mestiere come un altro, dunque è inutile darsi tutte queste arie da missionario, ma che io non ero d’accordo. Dissi che, comunque uno la voglia girare, questo mestiere ha a che fare con il sacrificio. Dissi che se avesse avvertito il bisogno impellente e inarrestabile di rimarcare le regole, di seguire le procedure fino all’ultimo comma, di attenersi a orari lavorativi da impiegato del catasto, la medicina di certo non sarebbe stata il suo mestiere ideale. Dissi anche che se la natura non ti ha dotato di abbastanza neuroni a specchio, cioè di una sufficiente quota di empatia, è meglio cambiare lavoro: se non riesci a immaginarti nella parte di un paziente, quando accade qualche intoppo, di qualunque tipo, e non sei disposto a trattarlo come tu vorresti essere trattato al posto suo, beh, meglio fare altro oppure rintanarsi in qualche centro privato a sbarcare il lunario. Dissi: se quando un paziente arriva in risonanza magnetica, non ha la creatininemia pronta o manca il consenso firmato al mezzo di contrasto, e tu tiri un respiro di sollievo perché puoi rinviare il suo esame, pensarci bene. Perché questo, probabilmente, non è compatibile con un’autentica vocazione alla medicina.

Ma non è finita qui. Se hai paura della tua stessa ombra, se scorgi rischi legali dappertutto, anche dove è improbabile che si nascondano e dove peraltro non ti hanno mai colpito perché in genere nel nostro mestiere si pagano gli errori gravi e non i vizi di forma, e se le tue energie sono concentrate a evitare quei rischi, meglio che lasci stare. Perché se tutti ragionassero in questo modo, gli dissi, nessun chirurgo aprirebbe più una pancia e nessun radiologo inietterebbe una sola goccia di contrasto nelle vene di nessun paziente.

E se l’importante per te è non sentirti sotterrato da quella pila di referti che crescono sulla tua scrivania, evitare l’esame più complesso perché ti costringerebbe a studiare qualcosa che non conosci o a sbilanciarti in diagnosi che non sei capace di fare, sbolognare l’esame di fine turno al collega che sta arrivando, anche in quel caso sarebbe meglio lasciar perdere. E se riesci a vedere, intorno a te, solo le cose che non funzionano, solo le piccole magagne quotidiane, gli errori involontari di persone che sbagliano uniti a quelli, inevitabili, di altre persone che invece cercano di mettere pezze a quegli errori, e non sei capace invece di scorgere la meraviglia di un sistema complesso che lentamente prende forma, si accende e comincia a correre, non sei fatto per fare il medico e per lavorare insieme ad altre persone.

La medicina ospedaliera, la medicina pubblica, sono prima di tutto un atto di fede e poi, ma solo poi, tutta la macchina organizzativa che ne consegue. Se non sei capace di guardare oltre la struttura fisica che ti contiene e che ti fornisce gli strumenti per lavorare, se non riesci a scindere le tue fatiche e le tue preoccupazioni dalle persone che in quel momento dipendono dai tuoi occhi e dalla tua attenzione, se non riesci a trovare motivi di entusiasmo in ogni momento, anche e soprattutto quando le cose sembrano andare in vacca, lascia perdere, semplicemente lascia-perdere. Non sprecare le tue forze per nulla, non devi per forza trovare un ordine perfetto in un fiume che scorre dentro gli argini, ma le cui correnti devi imparare a riconoscere se non vuoi affogarci o far affogare qualcun altro.

Oppure, conclusi, sforzati almeno di non rendere la vita difficile a chi lavora gomito a gomito con te; e cerca ispirazione, oltre che sicurezza, e cerca le soluzioni invece che soffermarti a piangere sui problemi, e a pensare che non è mai colpa tua e tu non c’entri niente.

Sono passati molti anni, da allora, e con gli anni io e l’ex specializzando ci siamo persi di vista. Oggi però, mentre tornavo a casa in macchina mi ha telefonato: dopo qualche convenevole di circostanza, legata alle mie recenti vicende lavorative, prima di salutarmi mi ha detto: Sai che devo ancora ringraziarti per le fantastiche parole di quel pomeriggio?

Io ho risposto con la frase, non di circostanza, che uso sempre in queste occasioni: Sono io che devo ringraziare te. Non mi avessi fatto la domanda giusta, non avrei mai detto quelle cose.

Da cui ne consegue che ogni nostro pensiero e ogni nostra azione determinano delle conseguenze, delle quali siamo responsabili fino in fondo. Ed è inutile cercare di convincerci del contrario: bisogna crescere, a un certo punto della vita, anche se crescere spesso è doloroso.


La canzone della clip è “Demons”, di James Morrison, tratta dall’album “Higher than Here” del 2015. James Morrison, che canta dei nostri demoni meglio di come la maggior parte di noi saprebbe fare, ha rischiato di morire, da bambino, per colpa di una pertosse micidiale che per ben quattro volte lo ha mandato in arresto cardio-respiratorio. E che invece di provocargli un grave ritardo mentale, come qualcuno all’epoca aveva paventato, gli ha lasciato la voce vellutata che tutti possiamo apprezzare e la consapevolezza impagabile che un medico può fare la differenza. Può farla sempre: non solo se si trova al posto giusto e al momento giusto, ma anche se lavora con la giusta disposizione d’animo.

 

 

Per un istante vorresti scordare che hai bisogno di allegria, e quanto hai sofferto lo sa solo Dio

sabato, dicembre 23rd, 2017

È finalmente finito, questo 2017. Lungo, lunghissimo, a tratti estenuante. Così estenuante che più di una volta ho seriamente pensato di lasciar perdere tutto, rifugiarmi altrove, pensare ad altro: come uno dei personaggi de “Il giro degli ormoni”, Luca, ho tenuto in debita considerazione l’ipotesi del faro sperduto in mezzo al nulla come soluzione risolutiva ai casini in cui mi dibattevo.

Ho imparato tante cose, in questo 2017, e di altre ho avuto conferma. Tra le tante, conferma che la mia strada deve, per qualche inconoscibile motivo, e non ci sono santi, deve essere sempre lastricata di abominevoli difficoltà. Qualcuno, guardandomi con la superficialità tipica della distanza o dell’anonimato, vede solo la punta dell’iceberg che scintilla al sole. Io invece sento il peso di tutto il ghiaccio rimasto sotto il pelo dell’acqua, e la fatica omerica di trascinarlo in giro per il mare.

Ho imparato, per esempio, che quando qualcuno cerca di convincerti a non intraprendere una certa impresa quasi mai lo fa nel tuo interesse. È più probabile, invece, che questo qualcuno sia più atterrito dal tuo possibile successo di quanto sia disposto ad ammettere, in privato e in pubblico. Perché le persone sono così: confuse, spaventate perché confuse, rabbiose perché spaventate, e talora meschine perché rabbiose. E ho imparato che quando non ti si riesce a convincere con le buone, in nessun modo, alla fine si prova a intimidirti: sempre affinché tu decida di fermarti, di non perseverare, di arrenderti. Senza comprendere che il dramma delle donne e degli uomini di ogni tempo è sempre lo stesso: desiderare la rovina altrui per sentirsi meno inadeguati, e per poi non riuscirci.

Ho imparato che esiste il rispetto ma anche il suo contrario: che non è il disprezzo, come qualcuno potrebbe supporre, ma la presunzione. La quale non è mai diretta, mai limpida e mai amichevole, ma cerca scorciatoie di basso livello. A volte, però, senza trovarle.

Ho imparato che si fanno sbagli, e grandi anche, ed errori di valutazione altrettanto enormi. Ho imparato che a volte è difficile spiegarsi in modo comprensibile, e che nei momenti duri non c’è molto da dire se non allargare le braccia, essere il primo a rimboccarsi le maniche e afferrare il piccone in mano. Che non bisogna intristirsi per il singolo caso andato male, ma gioire per tutti gli altri che invece vanno a buon fine. Che bisogna parlare a cuore aperto, talvolta, ammettere i propri errori e se è possibile provare a spiegarli. Che non basta essere stato un buon soldato per essere poi un buon capo, ma a volte aiuta. Che il bello di certe strade è che poi si separano.

Ho imparato che chi ti vuole bene, ma veramente bene, tace, aspetta, coltiva una dolorosa pazienza che è quanto di più prossimo all’amore del Padreterno, qualora Lui esista davvero, e quando arriva la buona notizia fa la cosa più semplice e antica del mondo: piange di gioia. Piange e sente moltiplicarsi il suo amore per te, l’orgoglio di chioccia, la soddisfazione silenziosa di chi è rimasto in seconda linea per permettere a te di volare alto e poi, arrivato il momento, di atterrare morbido.

Ho imparato che gli amici veri fanno il tifo vero, ti osservano da lontano senza mai perderti d’occhio, e quando tutto è compiuto vogliono essere i primi a festeggiare con te.

Ho imparato che anche i sogni più assurdi e sconclusionati possono essere realizzati. Che questo luogo malandato in cui viviamo, e che si chiama Italia, forse ha ancora qualche speranza. Che ci sono in giro donne e uomini coraggiosi, visionari, capaci di scelte difficili e capaci soprattutto di portarle a compimento, costi quel che costi. Che i desideri espressi poi si realizzano, tutti, senza eccezione: l’unico problema, il più grande di tutti, è il prezzo da pagare per averli realizzati.

E ho imparato, anche se già lo sapevo, che nella vita ci vuole fortuna. Nessun talento può fruttare senza una considerevole dose di buona sorte; e a sua volta nessun talento può generare, lasciato a sé stesso, buona sorte. La fortuna è anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto, trovare persone che ti accolgono con entusiasmo, riescono a scorgere il piano folle che hai in testa o comunque, quando le cose si mettono male, decidono di non abbandonare la nave ma di navigare con te in mezzo alla tempesta.

E, credetemi sulla parola: siamo tutti bravi e buoni e straordinari quando le cose vanno al meglio. Ma nulla dice più di una persona del modo in cui si comporta in mezzo alla tempesta, quando le cose cominciano a andare da schifo.

Buon Natale a tutti.

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La canzone della clip è “Alleria”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Nero a metà” del 1980. Come tutte le canzoni del primo Pino, per me più che canzoni sono manifesti programmatici e pezzi di memoria.

Ehi mamma, guardami, sono sulla mia strada per la terra promessa

domenica, dicembre 3rd, 2017

Ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: io, da bambino, mica lo sapevo che il tempo di una singola giornata potesse restringersi così vertiginosamente.

Così, la mattina mi sveglio, mi faccio la barba, preparo la colazione al resto della famiglia, indosso i vestiti, scendo in strada, entro in macchina e mi sciroppo i miei chilometri per arrivare all’Ospedale del Fiume: dove quest’anno la fatica pura, di ogni genere e grado, è stata all’ordine del giorno. Quindi lavoro sparato a mille fino alla pausa mensa, quando riesco a farla, per poi riprendere il pomeriggio, dopo un caffè da solo o in compagnia, con l’intermezzo di qualche riunione ufficiale a cui non è lecito mancare; e quando riesco a uscire dall’ospedale l’aria è così profumata, qualunque sia la stagione dell’anno, che a volte mi commuovo. Ma non è finita: devo rifare la strada a ritroso, sperando che sul ponte non ci sia troppo casino di traffico, correre a prendere uno dei miei figli e a volte tutti e due, che ovviamente fanno sport diversi in luoghi diversi, e nel mentre se riesco faccio la spesa o almeno, tornato a casa, devo sistemare quello che di mattina non si è riuscito a sistemare, letti, colazione da sparecchiare e altre amenità del genere. A questo punto c’è la cena, preceduta dai compiti dei bimbi, e la battaglia epica per riuscire a metterli a letto entro un tempo ragionevole, o comunque prima che mi trasformi nel dottor Jeckill e le mie urla coinvolgano nel mènage familiare anche l’intero quartiere.

Per cui, capitemi, il momento in cui mi infilo sotto il piumone e spengo la luce, la maggior parte delle volte dopo aver letto qualche pagina del romanzo di turno ma a volte senza nemmeno farcela, è il mio momento, è l’apice della giornata, è lo zuccherino che si dà al cavallo, quando è a fine corsa e ha fatto il suo dovere.

Non ci metto molto ad addormentarmi: il tempo di immaginarmi in una minuscola capsula spaziale, diretto verso il pianeta Marte, in algida solitudine, separato dall’immensità dell’universo da cinque centimetri di alluminio anodizzato, e ho già preso sonno. Un altro secondo dopo ancora eccomi sbarcato nella mia città dei sogni, sempre la stessa da decenni, a esplorare vie che ancora, incredibilmente, non conoscevo.

E a quel punto, sapete com’è: all’inferno tutti i problemi. E per qualcuno di loro sono disposto anche a fornire un’autostrada a quattro corsie per senso di marcia, affinché ci arrivino per direttissima.


La canzone della clip è “Highway to hell”, degli ACDC, tratta dall’album omonimo del 1979. Non so voi, ma ogni volta che la ascolto rimango estasiato dal ritmo di quella batteria e di quella chitarra: essenziali, primitivi, l’essenza stessa del rock. Persino l’assolo di chitarra elettrica, alla fine, è così essenziale da sembrare quasi scolastico, o suonato da un bambino. Eppure l’effetto è, come ogni volta, dirompente.

Sono circondato da un milione di persone, ma io mi sento ancora solo (un post di Alfredo)

martedì, novembre 7th, 2017

Essere invitati alla presentazione di un libro, di sabato sera, a 50 km da Napoli, non fa fare salti di gioia.

Non potevo dire di no e allora, rassegnato, sono andato. Arrivato stranamente puntuale, mi sono trovato in un bel complesso sportivo nel cui interno c’era una sala pronta per la presentazione con poca gente in attesa.

Salutato l’autore, la moglie, i figli, i genitori, con estrema meraviglia ho assistito al progressivo riempimento della sala, posti in piedi, da parte di parenti e amici che, felici di esserci, trasmettevano una contagiosa, serena allegria.

La mia vecchia abitudine di non sedermi in prima fila mi ha permesso di vedere la felicità della mamma che, con gli occhi che le brillavano, si ciaciava* a vedere il figlio che rispondeva, quasi imbarazzato, alle domande dell’editore più imbarazzato di lui.

Non vi parlerò della grazia del balletto che ha introdotto la prima lettura, né della passione che hanno messo tutti i lettori di alcuni capitoli del libro, ma dell’affetto che si respirava nell’aria e che tutti volevano far sentire all’emigrante che aveva avuto successo nel profondo nord.

Alla fine tutti a comprare il libro con la dedica dell’autore e a bere un buon prosecco rigorosamente trevigiano.

Complimenti Gaddo e grazie per avermi fatto passare una bella serata con te e con i tuoi amici!!!

PS Grazie per la dedica che mi hai scritto, ma forse hai esagerato!

(Alfredo)

* ciaciare: verbo napoletano che indica l’atto di bearsi, godere di una certa situazione. 


Alfredo Siani, lo sapete, mi onora da anni della sua preziosa amicizia. Come ha annotato nel suo resoconto (molto ironico, come è nel suo stile) della serata, si è sciroppato un bel po’ di strada, di sabato sera, ed è venuto a farmi compagnia in uno dei momenti più intensi della mia vita. È arrivato, elegantissimo, ha mandato in brodo di giuggiole mia madre con due complimenti molto ammodo, ha seguito la presentazione e poi, dopo il prosecco, si è congedato. Lasciandomi, tra le righe, uno spunto di riflessione su cui ho passato buona parte delle poche ore insonni trascorse tra il saluto all’ultimo ospite e la partenza all’alba dell’aereo: cos’è davvero un emigrante?
Io non mi sono mai sentito un emigrante: ho sempre considerato le frontiere una fregatura a uso e consumo dei pochi furboni che governano il mondo. Però, in qualche modo, Alfredo ha ragione. E ha ancora più ragione se ripenso ad altre parole, quelle che mi ha detto durante una lunga telefonata che ci siamo fatti l’altro ieri: Tu hai una visione riduttiva della cosa. L’emigrante è quello che porta in altri luoghi la propria cultura e le proprie esperienze di vita. È l’ambasciatore all’estero della sua terra.
E lì ho capito. Ho capito il senso di tutta la mia fatica degli ultimi anni. Ho compreso il genere di responsabilità che mi porto sulle spalle quando conduco a termine, tra incredibili difficoltà, qualunque progetto lavorativo. O quando coltivo amicizie, abbraccio persone, mi perdo in dialoghi bizantini con persone che hanno una storia completamente diversa dalla mia e lascio che queste diversità, invece di separarci, ci arricchiscano.
Su una cosa però nutro ancora dubbi forti. Cos’è un uomo di successo? Io, se ripenso alla mia vita, non trovo motivi per sentirmi tale: non ho compiuto nessuna azione che passerà alla storia, non ho mai avuto idee che cambieranno il mondo. Un’amica su facebook mi ha scritto, pochi giorni fa: adesso che sei un uomo di successo, cos’altro desideri? Beh, in quel momento ho pensato solo una cosa: se fosse possibile vedere quanto sono basici i miei desideri, quanto elementari, e quanto sarei disposto a rinunciare della mia vita attuale per poterli realizzare, resteresti senza parole.
Ah, dimenticavo: Alfredo, la dedica sulla tua copia del romanzo non è esagerata. E tu lo sai.

La canzone della clip è la celeberrima “Home”, di Michael Bublè, dall’album “Westlife” (2003). L’interpretazione è di Mimmo De Pasquale: eravamo alla fine della presentazione del mio romanzo, a Sparanise.

 

 

Sono in strada per vedere se c’è qualcosa che aspetta proprio me

lunedì, agosto 28th, 2017

E poi è finita.

Ci sono riuscito, ho finalmente spento l’interruttore generale. Ogni tanto è arrivata qualche scarica elettrica, giusto per farmi ritornare all’opera bello tonico, ma niente di grave. Per me, almeno.

Cosa hai fatto in questi giorni? Me l’hanno chiesto privatamente in molti, forse colti di sorpresa dal prolungato silenzio estivo.

Bene: ho letto. Cinque romanzi di Silverberg, eccellente autore di fantascienza: in particolare, “Mutazioni” è proprio il romanzo che avrei voluto scrivere io, ben congegnato, profondo, costruito da dio, con un finale stratosferico.

Poi ho letto per la seconda volta “Il castello dei destini incrociati”, di Calvino, e per la seconda volta la lettura mi ha lasciato insoddisfatto. Come se Calvino avesse inseguito come traguardo non la scrittura in sé, al suo solito, ma la costruzione di un giocattolone personale: per capirci, usando un ardito paragone cinematografico, la stessa sensazione che provai uscendo dalla sala cinematografica dopo “Salvate il soldato Ryan”. In poche parole, la certezza matematica che Spielberg non avesse girato un film memorabile, come da molti vaticinato, ma si fosse costruito in studio la battaglia di soldatini, quella definitiva, che aveva sognato fin da bambino.

Quindi ho letto un libro di Enzo Biagi e come al solito sono rimasto con il groppo in gola. Il grande vecchio aveva capito tutto, solo che il suo cinismo era stemperato da una educazione di qualità superiore (che gli ha evitato la fine indecorosa di tanti suoi colleghi, anche quelli ancora in attività).

Infine, ma in realtà è stato il primo della serie, una Storia d’Italia da Mussolini ai giorni nostri, di Bruno Vespa. Viste le querele che girano come se piovesse, di questi tempi, non ne dirò alcunché salvo che sono un po’ stufo di libri storici in cui viene chiamato come testimone dei fatti il defunto Andreotti e lui, o chi per lui, cerca di farsi passare per uno che si trovava nei pressi degli eventi più importanti della storia per puro caso. Va bene tenere in tasca i fatidici due schei di mona, come dicono dalle mie parti, ma quando gli schei diventano il deposito di Zio Paperone è davvero troppo.

Tuttavia, la lettura non è stata tutto. Ho finalmente trovato i due personaggi principali del mio prossimo romanzo, e incredibilmente li ho trovati in spiaggia (il solleone, è noto, aguzza gli esausti ingegni). In più ho visto amici carissimi, altri ne ho ritrovati e altri ancora conosciuti con grande piacere: il potere aggregativo del prosecco è fuori scala, sappiatelo. E se è vero che il destino canaglia a volte ci mette alla prova in modi vigliacchi, mediante clonazioni traditrici, le bollicine del prosecco sono più potenti di qualsiasi maleficio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “The long way there”, dei “Little river band (1976). Ottima colonna sonora del mese di agosto, direi, insieme all’album che la contiene.