Archive for the ‘Caro me stesso mio’ Category

La nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare

lunedì, giugno 12th, 2017

Per andare in spiaggia non faccio mai la strada più corta. Invece di passare per l’androne del residence mi infilo nel passaggio tra i due corpi principali della costruzione in stile moresco, dove ho passato parte delle ultime venti estati della mia vita, e mi godo quello scorcio di mare che vedete nella foto. Il passaggio è all’ombra e ben ventilato: quell’azzurro, laggiù in fondo, spesso solcato da vele bianche, è solo un’anticipazione dolce di ciò che mi aspetta appena avrò sceso la rampa di scale che mi separa dalla spiaggia.


Stamattina ho guardato il mare e, come ogni volta, ho avvertito una fitta di nostalgia. Una nostalgia, come spesso mi accade, senza padre né madre, assolutamente inclassificabile, figlia di nessuno. Poi, però, ho capito.

Mio figlio, scendendo al mare, mi ha chiesto: Mangiamo una caprese, papà, oggi?
Certo che sì. Abbiamo la mozzarella, abbiamo i pomodori, cos’altro ci manca? Niente. E mentre ero lì, che lavavo i pomodori e li condivo, che tagliavo il bianco latte delle mozzarelle e le disponevo in bella mostra sul piatto grande, all’improvviso ho ricordato tutto.

Ho ricordato di quando mio zio mi portava al mare con lui: avrò avuto sedici, diciassette anni. Lui aveva questo appartamentino minuscolo, arredato in modo spartano: del tipo di quello in cui talvolta, se solo potessi, mi ritirerei a fare un anno sabbatico. Avevo con me poca roba, al confronto della mercanzia che si portano dietro i miei figli quando andiamo al mare: un quaderno, una penna, due libri e una decina di musicassette.

Ci alzavamo con calma, la mattina, facevamo una colazione veloce e poi si andava al mare. Era una spiaggia poco frequentata; o forse il periodo era lo stesso di ora che scrivo, inizio giugno, e di gente al mare di questi tempi, a metà anni ottanta, ce n’era davvero di meno.

Prendevamo il sole, facevamo il bagno. In quei giorni leggevo, per la prima volta, Guerra e pace. Parlavamo molto: di studio, delle mie scelte universitarie imminenti, di donne. Lui si era era separato da poco e aveva una vita sentimentale molto avventurosa; io invece stavo da qualche mese con una ragazzina, più giovane di me, e mi avviavo pigramente verso la prima delle nostre innumerevoli rotture.

A pranzo mio zio mi portava in una bettola a due passi dal mare: mura bianche e scalcinate, per tetto una lamiera arroventata dal sole. Davanti all’ingresso, sotto l’ombra ventilata dall’aria di mare, tre o quattro tavolini con le tovaglie di plastica a quadretti, rossi su fondo bianco, di quelle che all’epoca imperversavano nelle trattorie di mezza Italia. Prendevamo quasi sempre una frittura a di pesce o una caprese: ricordo perfettamente il bianco latteo della mozzarella di bufala, il rosso fuoco dei pomodori campani, il verde smeraldo del basilico maturo, il giallo oro del filo d’olio messo come condimento. Ricordo il pane cafone, tagliato a fette grosse e poggiato su un contenitore di vimini. E il vino bianco, gelato, che l’oste ci portava alla fine, quando tutto era pronto.

La vita con me è stata benigna, almeno finora. Ho visto bei posti, incontrato un sacco di persone. Ho mangiato delizie indescrivibili a parole in ristoranti di gran pregio. Ho imparato a distinguere il buon vino dal vino cattivo, e scoperto di reggerlo come pochi al mondo. Però, credetemi, nulla da allora ha più avuto il sapore di quella caprese mangiata in riva al mare, e nessun vino mi ha dato più soddisfazione di quel bianchetto da poco, probabilmente allungato con acqua, gelato al punto giusto, che mio zio condivise con me in quei giorni lontani.

Per le cose della vita, ho imparato a mie spese, è solo una questione di prospettiva. Quello che oggi sembra la nostra dannazione, domani potrebbe tramutarsi in un’ancora di salvezza. E, viceversa, ciò che oggi sembra gioia pura domani potrebbe essere ciò da cui fuggiamo, e che mai più vorremmo riavere indietro. Ma per alcune di quelle cose non è così. Gli unici pensieri che si aggiungono, alla percezione di certi eventi passati, sono due incrollabili certezze: di averli vissuti e di averli persi. Il resto non conta più nulla. Conta solo la speranza che prima o poi si arrivi in un altro posto, da cui si veda il mare, dove fermarsi a mangiare una cosa semplice e a bere vino bianco freddo mentre il vento ci increspa i capelli.

Perché noi facciamo tanti grandi progetti, sicuri che al loro compimento troveremo la nostra felicità, e invece guarda dov’è che si nasconde quella bastarda: nelle piccole cose, le più comuni, e là dove non ti vede nessuno.


La canzone della clip è “TVM” di Tiziano ferro, tratta dall’album “L’amore è una cosa semplice” (2011). No, non mi sono rimbambito. TVM è una canzone a cui sono legato da un affetto antico che travalica la stima musicale per un ragazzo che, tutto sommato, vale comunque dieci Ramazzotti o Antonacci messi uno in fila all’altro. E poi parla di un’estate lontana, piace a mia figlia e dunque va bene così.

Risplenda il sol, o scenda l’ora che reca in ciel l’oscurità

sabato, maggio 13th, 2017

Io non amo le armi, e dunque capite che non posso amare i soldati: sono tra quei poveri disgraziati convinti che al mondo si faccia poco all’amore, e che questa sia una delle cause di cattivi caratteri, liti condominiali, guerre civili e tra nazioni.
 
Poi però vado lo stesso in giro per Treviso, c’è l’adunata annuale degli Alpini, e mi godo i colori, gli odori, i suoni della festa. Cori mozzafiato, gente che ha tirato su tende per dormire anche nei prati delle case di padroni benevoli, ex soldati dal cappello con la penna che grigliano carne bevendo birra e offrono aranciata ai bambini.
 
Faccio le mie foto, in fondo sempre un radiologo sono, e alla fine mi avvio verso casa. In zona università vedo due vecchi, due molto vecchi: lui è seduto su una sedia, con gli occhiali scuri, si muove a fatica mentre lei gli sistema il bavero della giacca perché, si sa, i vecchi hanno sempre freddo.
 
A un certo punto una banda militare, tutti con i capelli da alpino in testa e le magliette blu elettrico, si fa incontro alla coppia. I musicisti li circondano in silenzio, li mettono al centro del cerchio e intonano l’inno ufficiale degli Alpini. Semplicemente, stanno tributando a un quasi centenario l’onore più grande: essere sopravvissuto quasi un secolo, e per giunta con quel cappello piumato in testa.
 
Il vecchio sente la musica, gli occhiali neri mi fanno temere che sia cieco, e con grande fatica si mette in piedi. Sta rigido, sta sull’attenti, sta con il mento in alto mentre canta silenziosamente il suo inno da Alpino. La moglie gli sta accanto e un po’ lo tiene, un po’ lo accarezza, un po’ muore di orgoglio per quel suo marito indistruttibile, quel supereroe mutante che ha resistito alle guerre, alle carestie, al boom economico, a Fred Bongusto e alla rotonda sul mare, al terrorismo, alla caduta del muro di Berlino, a Berlusconi e a Prodi, ai morti in mare tra Libia e Sicilia, alla stragi mafiose, alle stragi di stato, a Ustica, a tutto. E il suo abbraccio sembra un ballo, un ballo elegante intorno al suo uomo, quello che i musicisti stanno onorando come un eroe della resistenza, come mai nessun politico potrà essere onorato, un ballo semplice e degno di una prima alla Scala di Milano. Chiude gli occhi, la moglie, e chissà a cosa pensa quando la musica finisce e scatta un applauso interminabile che accompagna di nuovo suo marito sulla sedia, fermo sotto un sole timido da fine febbraio, coperto come un bambino, con ancora il mento orgoglioso puntato in alto.
 
Io avevo su gli occhiali da sole e per me è stata una fortuna. Ma forse sarebbe stato meglio se mio figlio mi avesse visto piangere: perché avrei potuto spiegargli che, ecco, questo per me è l’amore vero, l’unico per cui valga le pena di tornare a casa dopo una guerra mondiale, l’unico che giustifichi la fatica terribile di un’intera esistenza. E avrei potuto anche dirgli che il vero amore fa piangere sempre: di gioia, o di dolore.
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Inutile dirlo, la canzone della clip è l’inno ufficiale degli Alpini, quello che la banda militare ha suonato stamattina al vecchio Soldato.

Chi dice che io non posso fare tutto?

venerdì, maggio 12th, 2017

Di ritorno da Rovereto, per il solito corso radiologico di anatomia cervicale, in genere va sempre bene. O, per meglio dire, va sempre meglio di quando sono partito. Perché questo posto è magico, oltre che meraviglioso, e riserva sempre qualche sorpresa.

Una di queste è arrivata nel viaggio di andata. Voi lo sapete: a me piace viaggiare in treno perché si può dormire, leggere o scrivere, correggere all’ultimo secondo il power point o provarne i tempi per essere sicuri di non sforare, il giorno dopo, sul palco. Mi piace viaggiare in treno perché se non ho voglia di parlare mi ficco gli auricolari nelle orecchie e faccio finta di essere morto; se invece ho voglia di parlare in dieci minuti al massimo c’è già qualcuno che mi sta raccontando la storia della sua vita, e a me le storie piacciono parecchio.

A volte, però, le storie non vengono raccontate con le parole. Da Verona a Rovereto sono capitato in un regionale strapieno e sporco, evento raro per le tratte ferroviarie di questa parte d’Italia, e persino puzzolente di urina. Mi sono guardato intorno e nel vagone c’erano quasi solo extracomunitari dell’est, o almeno così mi è parso, con le loro fronti cilindriche e valigie così grandi che poteva starci dentro tutta la loro vita. Uno di loro era seduto proprio di fronte a me, corpulento, con la schiena diritta e l’espressione paziente di chi è ormai rassegnato ad attendere tempi migliori.

Ho proposto lo scenario al gruppo uozzapp dei miei compagni di scuola e loro mi hanno immediatamente cachinnato: il Gaddo ci è diventato razzista! E io invece stavo pensando a che brutte figure facciamo noi italiani, con questa gente che viene da lontano e chissà che paese moderno e nipponico si aspetta: e poi si ritrova in vagoni ferroviari che sembrano cessi pubblici.

Poi ho pensato a quanto infastiditi dovevano essere gli altri italiani seduti nello stesso vagone e mi sembrava di percepire nitidamente i loro pensieri: ecco, il vagone puzza come una fogna per colpa di tutti questi stranieri che trovano ricetto qui da noi. Senza pensare che i bagni dei treni erano luridi anche prima che crollasse il muro di Berlino, e le cicche per strada le vedo gettare per primi dagli italiani, senza peraltro alcuna distinzione di latitudine e longitudine.

A un certo punto mi sono alzato per fare una telefonata: non mi piace parlare dei fatti miei mentre disturbo persone che magari hanno solo voglia di farsi i loro, di fatti, e sono uscito dal vagone. Dopo un secondo il signore seduto davanti a me si è alzato, tutto trafelato, con il mio giubbotto in mano, mi ha seguito e mi ha detto in incerto italiano: hai dimenticato questo!

Io ho sorriso, gli ho spiegato che non avevo dimenticato nulla e gli ho detto grazie. Al telefono non mi ha risposto nessuno: sono tornato al mio posto è lui era ancora lì, seduto, con la schiena diritta e l’espressione di pazienza infinita dipinta sul viso. Per un attimo ho avuto voglia di chiedergli chi fosse, da quale paese provenisse. Hai dei figli, una moglie? Sei qui per cercare lavoro? O fuggi da luoghi così terribili che noialtri, abituati al meno peggio, nemmeno riusciamo a immaginare?

Però alla fine non ho detto nulla. Ho infilato gli auricolari nelle orecchie, acceso la musica e pensato che si, è vero, le cose in questo paese vanno male, forse siamo in troppi, forse non c’è spazio per tutti, e che forse questo mondo è davvero destinato alla perdizione. Eppure quel gesto gentile di uno sconosciuto, di corrermi dietro per un giubbotto dimenticato, almeno nell’apparenza dei fatti, ha lasciato per ore una traccia gentile nel mio cuore.

Chissà quanti italiani, ben vestiti e forse peggio educati, non avrebbero fatto una piega e si sarebbero tenuti il mio giubbotto: sperando che dentro ci fosse un cellulare buono da rivendersi al volo su subito.it, o almeno una decina di euro.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Upside down”, tratta dall’album omonimo di Jack Johnson (2006). Testo appropriato e musica adatta alla circostanza, a tempi di sorprese.

Dai finestrini passa odor di mare, diesel, merda, morte e vita

sabato, maggio 6th, 2017

Che ci crediate o no, siamo arrivati alla quinta edizione del congresso sull’Rx torace standard (la prima si tenne a Treviso, nel lontano 2013): che ormai, come dice il mio amico Luciano Cardinale, è diventato un corso itinerante nella miglior tradizione della Sezione SIRM di Radiologia Toracica. Questa volta siamo stati di stanza a Chieti, culla del torace radiologico da 40 anni, che notoriamente è il luogo al mondo meno facilmente raggiungibile con i mezzi di locomozione convenzionali: e siccome la sera del congresso avevo un impegno di importanza fondamentale ho deciso di andare in auto.

Va premesso che prima di trasferirmi all’ospedale del fiume avevo praticamente smesso di guidare, abitando a meno di dieci minuti dall’ospedale in cui lavoravo prima e muovendomi per lo più in treno o in scooter per il resto, e che comunque erano anni che non mi cimentavo in tratte così lunghe. Pazienza, mi sono detto, ascolterò musica e penserò alle mie cose, il tempo in qualche modo passerà.

Il tempo è passato, infatti, ma non come mi aspettavo. Non si è trattato di un viaggio nello spazio, no, ma quasi di un viaggio nel tempo: l’autostrada A14, mirabilmente cantata da Ligabue nella celeberrima canzone che accompagna il post, è per me un luogo di rimembranze e il viaggio di ritorno, in particolare, si è svolto in una luce limpida, dentro colori così luminosi da far sospettare che il Padreterno li avesse ipersaturati con un programma di fotoritocco. Ho viaggiato a fianco alle linee spezzate dei colli abruzzesi, all’inizio, nei luoghi in cui ho passato molte estati della mia infanzia; poi accanto al mare, che era bellissimo e sterminato come solo l’Adriatico può fingere di essere in primavera, prima che le spiagge diventino meta di turismo incontrollato; quindi dentro la campagna della bassissima padana, quella dei luoghi in cui ho studiato, passando raso a campi arati da pigri trattori rossi e cattedrali post-industriali la cui bellezza è intuibile solo di notte, quando hanno le luci accese, varcando fiumi enormi e altrettanto pigri.

A fine viaggio, quando ho letto sul cruscotto i 1077 chilometri percorsi in 24 ore, mi è quasi dispiaciuto di essere arrivato a destinazione. Non c’è nulla di meglio, se hai bisogno di riflettere sulla tua vita, di un lungo viaggio in solitaria: dopo qualche centinaio di chilometri, quando affiora la prima stanchezza, tutto appare più chiaro ed è facile comprendere che non tutto il male viene per nuocere, anche se ti fa tanto male, e non tutto il bene è davvero bene per te, quando bisogna fare i conti della serva e pagare il conto finale. E poi viaggiando ci si rende conto di quanto si è piccoli, di quanto le nostre vicende siano misere e transitorie, rispetto allo sfondo enorme del teatro in cui si svolgono, e ancora una volta si impara che non bisogna mai lambiccarsi il cervello su questioni delle quali, tra qualche anno, nemmeno più ci si ricorderà. Io sono un medico, e so benissimo che il miglior medico di tutti è il tempo. Dategli tempo, al tempo, e tutto si sistemerà. In qualche modo, piuttosto contorto, che magari prima nemmeno immaginavate.

Quanto al congresso, beh, chi di voi fa per mestiere il radiologo sa di cosa parlo: il gruppo della toracica è unico, vederci per un congresso non è più solo una questione accademica ma una gioia personale. E quanto all’arrivo a casa, beh, lì ho trovato degli amici che solo pochi mesi fa non avrei mai immaginato di incontrare. Perché la vita toglie, ma poi in cambio ti restituisce un compenso. E magari il compenso è doppio, perché di quello che ti ha tolto forse non avevi nemmeno così tanto bisogno.


La canzone della clip è “Urlando contro il cielo”, di Ligabue, dall’album “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn” del 1991. Un particolare ringraziamento va anche, in ordine sparso, a: Fabrizio Moro per “Portami via”, Jovanotti per “Innamorato”, De Gregori per la più bella canzone italiana di tutti i tempi, “Atlantide”, Fiorella Mannoia per la versione live de “La cura”, Franco Battiato per tutto quello che ha scritto in tutti questi anni, Mario Venuti per “Lasciati amare”, Gino Paoli per “Senza fine”, Carmen Consoli per il fatto stesso di esistere e altri che al momento non mi sovvengono. Spotify durante il viaggio mi ha suggerito un daily mix eccezionale e non ho fatto che cantare a squarciagola per tutto il tempo. Salvo ritrovarmi con poca voce (corde vocali già sinistrate di loro dal solito reflusso gastro-esofageo) sia al congresso che, la sera stessa, nel luogo in cui dovevo suonare e cantare. Ma pazienza, in qualche modo l’ho sfangata sia a Chieti che a Treviso.

Sei un sole che illumina la notte e io un uomo caduto dalle stelle

mercoledì, aprile 26th, 2017

Primavera avanzata del 1973. Allora come oggi, stesso luogo e stesso periodo dell’anno.

Mi ricordo tutto: la stanza grande e piena di luce, la maglietta verde a maniche corte che mi piaceva tanto, il pittore famoso che si innervosiva perché non stavo in posa, l’odore buono dei colori a olio, i miei genitori un po’ imbarazzati da questo bambino che a stare fermo e seduto, a differenza di suo fratello grande, proprio non ci riusciva.

Ricordo anche di aver frignato un po’ perché non avevo voglia di restare chiuso in quella stanza: fuori c’era il sole e io avevo solo 5 anni. Per ingannare il tempo mi misi a inventare una delle mie storie fantastiche, ambientate nello spazio profondo o dentro caverne sotterranee dove erano sopravvissuti i dinosauri più terribili che la paleontologia dell’epoca ricordasse. Le stesse che, pochi anni dopo, sarei finalmente riuscito a scrivere sui quaderni a righe e il mio maestro avrebbe letto ai compagni di classe delle elementari, facendomi gonfiare di orgoglio.

Gli occhi, nel ritratto, sono lucidi. Perché avevo appena frignato, forse, o perché il pittore famoso volle punirmi per averlo fatto dannare. O forse, ma questa è solo la mia personale illusione di uomo fatto, perché aveva guardato dentro quegli occhi ed era riuscito a cogliere l’essenziale del bambino, il carattere che si sarebbe manifestato solo molto anni dopo.

Un fondo di tristezza che non mi abbandona mai, nemmeno nei momenti più felici: perché la vita è così, ti dà e ti toglie, nulla ha veramente senso e tutto dura solo un attimo. Allora rimangono solo i sorrisi per difendersi, e con quelli puoi fregare un bel po’ di gente.

Ma i pittori bravi, quelli no. Quelli non puoi fregarli.


La canzone della clip è “Caduto dalle stelle”, di mario Venuti, tratto dall’album appena pubblicato “Motore di vita”. Questo ultimo lavoro di Mario mi sembra un po’ sottotono rispetto agli ultimi, ma la quarta canzone, “Lasciati amare”, vale da sola il prezzo del cd o dello streaming.