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Chi sono, da dove vengo

lunedì, 20 maggio 2013

Battesimo di coppia mista (mamma veneta, papà dell’Ohio, USA).

Invitati misti, coppie spettacolari con lui americano del Minnesota e lei parigina (ma con tratti magrebini che non sto a dirvi) o con lei ancora veneta ma lui, udite udite, neozelandese.

Anna, una delle due bimbe della coppia veneto-neozelandese (uno spettacolo di biondina di otto anni), mi viene vicino e chiede: Tu sei italiano?

Io: In un certo senso si.

Lei (adulatrice, perché il mio inglese fa schifo): Credevo fossi inglese.  Dove sei nato?

Io: In Campania.

Lei: In Campania è dove c’è Napoli, vero?

Io: Si, solo un bel po’ più a nord, al confine con il Lazio.

Lei: Ah, ho capito. Sei mezzo napoletano e mezzo italiano.

Ed ecco risolto il problema. Avessi dovuto definirmi pubblicamente, prima di ieri pomeriggio, avrei dovuto adoperare lunghe e complicate perifrasi. Invece Anna la bionda, metà veneta e metà neozelandese, ha capito tutto a volo e me l’ha spiegato che meglio di così non si può. E poi ci vengono a dire che le razze miste non sono un passo avanti.

Io e Finardi

giovedì, 2 maggio 2013

finardi

Perdonatemi, ma oggi vi palerò un po’ dei fatti miei.

Correva l’estate del 1983, giusto trenta anni fa. Eravamo a fine estate, quel periodo di ineffabile malinconia che precede la fine delle vacanze e l’inizio della nuova stagione scolastica. Io e gli altri amici della comitiva uscivamo insieme tutte le sere, in un intreccio di passioni adolescenziali che si accendevano e spegnevano nel giro di pochi giorni come fuochi d’artificio: lo stesso colore, lo stesso rumore, ma di durata brevissima.

Adesso immaginatevi il prato davanti al palco di un concerto, a fine agosto. Io che sono seduto a terra, sull’erba, e abbraccio da dietro una ragazza carina, con gli occhi verdi e il viso costellato di lentiggini, mentre aspettiamo che l’artista venga fuori e cominci la musica. Quella ragazza mi affascinava: non ne ero innamorato ma mi piaceva molto la sua allegria. Sebbene già all’epoca quella stessa allegria mi sembrasse venata di una disperazione incolmabile, un’inquietudine strisciante, che all’epoca non avrei mai potuto decifrare con le mie poche forze di quattordicenne. E io piacevo a lei, immagino, visto che mi cercava in continuazione e poi trovò anche il modo di farmelo sapere per vie traverse, visto che non mi decidevo a farmi avanti: ma il problema è che lei l’autunno precedente era stata un paio di mesi con il mio migliore amico, lui ancora ci stava male e che volete, tra maschietti esistono codici non scritti che non possono essere disattesi. Lei mi piaceva, ma non le avrei mai dato neanche un bacio.

Comunque, ero lì, sul prato, la abbracciavo da dietro: e a un certo punto si accendono le luci, parte un assolo di chitarra elettrica e viene fuori lui, Eugenio Finardi. All’epoca aveva una trentina d’anni al massimo, era in forma smagliante, bello come il sole. Cantava e saltellava sul palco con un’energia inesauribile, vestito con un jeans e una canottiera rosa shocking. Non gli si vedevano bene gli occhi perché li aveva coperti con una visiera, rosa anch’essa, ma sembrava felice di essere lì, in quella serata calda ma non troppo, affollata ma non troppo, in una piazza di gente che conosceva le sue canzoni ma non troppo, a fare il suo sporco lavoro di intrattenitore. Mi rimase impresso il modo in cui cantò “Patrizia”, la canzone dedicata a sua moglie: ascoltandolo, mentre me ne stavo abbracciato alla ragazza carina, pregavo Iddio di avere un giorno la stessa fortuna, di incontrare una donna che mi evocasse le stesse sensazioni e mi facesse sgorgare dal cuore le stesse parole che Finardi cantava in quel momento.

Poi, in un attimo, mi accorgo che sono passati trenta anni. Guardo la televisione e c’è il concertone del primo maggio, e sul palco con Elio e Le Storie Tese c’è proprio lui, Eugenio Finardi: che adesso è un signore sovrappeso alle soglie della terza età, con gli occhi che gli sorridono molto meno di quanto mi ricordassi e che suggeriscono un percorso di vita che non deve essere stato sempre facile. Anche io ho trenta anni di più: e ho scoperto che più vado avanti e meno comprendo il mondo che mi circonda, le scelte che vengono fatte da chi comanda, a tutti i livelli, e da chi deve adeguarsi alle regole perché questo vuol dire il vivere civile in comunità. A 14 anni tutto mi era più chiaro, ma forse perché non possedevo abbastanza informazioni sul mondo: che è poi il motivo per cui le nostre vite dovrebbero essere invertite, e sarebbe meglio nascere vecchi e morire giovani per potersi godere al meglio gli anni della salute e dell’entusiasmo. O forse no, forse è meglio che le cose restino come sono, perché se arrivassimo ad avere vent’anni dopo una vita così complicata quei vent’anni non riusciremmo a goderceli come ce li siamo goduti all’epoca, nel vortice dell’entuasiasmo e dell’inconsapevolezza di quei giorni. La inesorabile freccia del tempo, in ultima analisi, forse non è un atto di amore della natura nei nostri confronti.

Questo ho pensato ieri sera, ascoltando Finardi che cantava in tivù. E ho realizzato all’improvviso, con un tuffo al cuore, che la mia preghiera di trenta anni prima è stata esaudita: ma questa è un’altra storia, scusatemi, e la racconterò un’altra volta.

Parole che non esistono

venerdì, 12 aprile 2013

Ci sono concetti che, in certe lingue, non sono traducibili in vocaboli di uso comune.

Per esempio: lo sapevate che la parola neve, nella lingua dei nativi groenlandesi, presenta almeno una ventina di sinonimi? Sarebbe a dire che mentre un indigeno della Groenlandia si reca da un igloo all’altro, con la slitta in una mano e la sua brava lattina di olio per motore nell’altra, con i suoi occhi distingue almeno venti tipi di neve differente. Mentre invece, per questioni facilmente intubili, non esiste la parola neve in molti dialetti del centro Africa.

Le parole che usiamo discendono in via diretta dal nostro vissuto, sono una specie di manifestazione sonora delle esperienze di un intero popolo che molto svela delle sue caratterstiche culturali. Insomma, ci sarebbe agio di allargare il discorso ai vizi e virtù degli italici, che invece possiedono una pletora di sinonimi per le regioni anatomiche sessuali che non ha eguali nel modo e che la dice lunga su quali siano le nostre fissazioni principali, ma oggi devo parlare di altro.

Perché, dovete sapere, qualche giorno fa è mancato un mio caro amico. E’ mancato all’improvviso, come capita a chi ci lascia le penne alla mia età. E’ mancato senza il tempo di raccontarci le ultime boiate, scolare insieme qualche boccale di birra e salutarci con pacche molto virili sulle spalle: perchè vabbè che ci vogliamo bene, ma che cavolo, siamo pur sempre maschietti e come tali bisogna comportarci. Perbacco.

Al funerale c’era la madre, devastata dal dolore: uno spettacolo contro natura, diciamocela tutta, perché nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere ai suoi figli. Insomma, con la madre si è parlato di lui, del nostro amico, delle avventure rocambolesche degli anni universitari, di donne e di vino e di pazzeschi capodanni al lago. Si è parlato di come tutti noi amici gli volessimo un gran bene, di quanto fosse assolutamente, straordinariamente, magnificamente generoso in ogni suo gesto; anche il più piccolo e apparentemente insignificante. Ci ha raccontato del suo lavoro di avvocato, delle soddisfazioni di madre nel vedere il figlio realizzato dopo i giusti e sacrosanti sacrifici.

E poi ha detto un’altra cosa. Nella nostra lingua esiste una parola per definire chi perde un genitore: orfano. E poi esiste una parola per definire chi perde un coniuge: vedovo. Ma non esiste nessuna parola in grado di definire chi perde un figlio: perché, appunto, è un’eventualità contro natura, perversa, così perversa che nemmeno il nostro vocabolario la contempla.

E invece succede. C’è del marcio in Danimarca.

Ciao, Enzo

mercoledì, 3 aprile 2013

“Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa”.

Enzo Jannacci

(Milano, 3 giugno 1935 – Milano, 29 marzo 2013)

 

(e grazie, Carola)

Oppure con l’iPhone

venerdì, 29 marzo 2013

E insomma sì, anche i radiologi blogger a volte sono stanchi. C’è da capirli, d’altronde, come c’è da capire tutti quelli che fanno questo mestiere con coscienza oltre che conoscenza, e magari pure con un po’ di anima. A volte il vaso è pieno, basta una goccia a farlo strabordare. Ma voi avete capito, quelle parole del post precedente non sono proprio mie. Sono le parole di un Gaddo che è umano proprio come tutti gli altri: che vorrebbe solo riposare e non pensare a nulla, magari camminando a lungo in una brughiera nebbiosa così che anche la nebbia dei suoi pensieri si senta in buona compagnia. Poi forse verrà il sole di York, a diradare quelle nebbie.

Non vi scoraggiate, voi che come me il giorno della laurea avete fatto un giuramento. Ci saranno momenti di stanchezza così forti da desiderare di non aver mai fatto questo mestiere, ma passeranno subito al sorriso di un paziente o al grazie sincero di qualche collega. E poi di quell’iPhone, e anche di quell’iPad, siamo innamorati, non neghiamolo; e riempie ogni nostro momento libero anche perché noi lo desideriamo.

Perché in fondo è la vita a essere così: piena e meravigliosa, e molto stancante. Ma per riposarsi c’è sempre tempo, quando saremo polvere.

Per ora continuiamo a sognare, bitteschön.