Archive for the ‘Caro me stesso mio’ Category

Cronache del virus fetente #07

martedì, aprile 7th, 2020

Sono andato a fare spesa di frutta e verdura, stasera.

Ero in coda, perché dal fruttivendolo si entra disciplinatamente uno alla volta, con guanti e mascherina, e alle 18 in punto è accaduto qualcosa: un signore si è affacciato al balcone, ha esposto una bandiera italiana grossa come un lenzuolo matrimoniale e un secondo dopo ha fatto partire, da un altoparlante, l’inno di Mameli.

In un istante, tutte le finestre e i balconi dei condomini vicini si sono popolati di persone che un po’ cantavano l’inno, un po’ si salutavano sorridendo e un po’, ma nemmeno così poco, non riuscivano né a cantare né a salutare gli altri e ricacciavano in gola un magone grosso così, con gli occhi lucidi di lacrime inespresse.

La fruttivendola mi ha sorriso e ha detto: Ogni giorno, alle 18 in punto, è così dall’inizio della quarantena generale. Un rito, ormai.

È bello questo rito, ho risposto io. Così le persone riescono a incontrarsi almeno una volta al giorno.

Si, ha detto ancora la fruttivendola. Pensi che all’inizio la cosa è partita come un gioco, poi hanno cominciato a chiedergli canzoni particolari, a volte con le dediche. Qualche giorno fa è stato il compleanno di una bambina, e tutti hanno intonato il tanti auguri.

A quel punto, lo devo dire, mentre l’inno finiva e partiva la compilation del giorno, il magone è venuto anche a me. E ho pensato che questo virus maledetto ha avuto tante colpe, ha seminato morte e disperazione, ma forse una cosa buona è riuscita a farla: riavvicinare tra loro le persone, far riscoprire un minimo di vita di quartiere che prima, persi come eravamo dietro alle nostre cose urgenti di scarsa importanza, avevamo trascurato. È riuscito a farci ricordare che insieme è meglio, che la disgregazione non conviene a nessuno, e che quando arriva l’onda alta è meglio restare stretti e fare resistenza che lasciarsi travolgere.

Così, per quanto mi costi dirlo, continuo a sperare che un domani più o meno lontano questo periodo del coronavirus, invece che maledirlo soltanto, potremmo anche ricordarlo con una specie di gratitudine. Folle e dolorosa, forse, ma pur sempre gratitudine.


La compilation del giorno, fino a che ho avuto il privilegio di ascoltarla, è continuata con Help! dei Beatles e con E la vita, la vita, di Cochi e Renato. Intuendo che dietro la compilation del giorno c’è un progetto preciso, e commuovendomi ancora un po’ anche per questo.

Cronache del virus fetente #04

domenica, marzo 29th, 2020

E quindi rieccomi.

Mi sono preso qualche giorno di tempo per ragionare sui fatti, certo, ma anche sulle mie sensazioni, sulla paura che provo in questi giorni così difficili per me stesso, le persone care e in senso generale per l’intera umanità. Sul dramma sanitario che sta accadendo, inesorabile, e che inevitabilmente segnerà i mesi e gli anni a venire.

La situazione, là fuori, peggiora: ma questo ce lo aspettavamo tutti. Restiamo in fervida attesa del picco della malattia, un picco dolorosissimo e luttuoso, dopo il quale speriamo che il contagio gradualmente si riduca. Non sappiamo però quanto tempo ci vorrà ancora, per raggiungere questo benedetto picco. Non sappiamo nemmeno se la nostra immunità sarà duratura, se ritornando alla vita comunitaria la malattia potrà riaccendersi, se correremo il rischio che il contagio ci venga riportato da fuori. In ogni caso, ce ne staremo barricati dentro le mura di casa, e in generale del paese, per un bel po’ di tempo ancora. E allora qualche riflessione viene spontanea.

La prima, più generale, riguarda il consorzio umano. Se c’è una cosa che il virus ci sta insegnando è che le frontiere esistono solo nella nostra immaginazione e che tutti quanti, qualunque sia il nostro colore di pelle o la lingua che parliamo, condividiamo lo stesso DNA e dentro siamo fatti allo stesso modo. E che la globalizzazione, mescolandoci come in un frullatore, ci ha reso ancor più simili di quanto già fossimo in precedenza: cancellando dalla faccia della terra il concetto, storicamente tanto deleterio, di razza. Quindi in questi giorni mi arrabbio molto, anzi, mi incazzo solennemente quando sento i politici parlare di popolo campano, lombardo, veneto, italiano, francese, europeo, americano, polinesiano, come se l’appartenenza a una certa comunità si fondasse su una base genetica identificabile con accuratezza. La base di qualsiasi appartenenza è culturale, unicamente culturale, ma c’è un problema serio: il virus se ne sbatte le palle delle culture locali e dei confini politici. Se dovrà ammazzare qualcuno in Israele, per esempio, non farà preferenze tra ebrei e palestinesi. Raggiungerà tutti a prescindere dal dio in cui si crede: farà fuori allo stesso modo cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani, induisti e persino, bontà loro, gli atei o gli agnostici. Raggiungerà allo stesso modo i paesi poveri e quelli ricchi, le dittature militari più feroci dell’Africa nera come i socialismi illuminati scandinavi. Perché il virus è democratico, molto più democratico degli uomini che adopera per riprodursi.

La seconda, meno evidente, è che tutti ci stiamo muovendo guidati da meccanismi psicologici noti da tempo e abitualmente applicati ad alcune gravi patologie, per esempio quelle oncologiche. Lo shock dei primissimi giorni, quando si è cominciato a morire, è stato stato presto sostituito dalla fase cosiddetta di reazione: qualcuno ha negato l’esistenza del problema, qualcun altro ha cercato di razionalizzarlo mettendosi a studiare o cercando i pareri (inevitabilmente contraddittori) degli esperti, qualcun altro ha proiettato i propri sforzi sui valori di compassione e solidarietà umana, nel tentativo di rafforzare l’identità comunitaria attaccata da un nemico esterno. In questo preciso momento la reazione empatica si è affievolita, come era ovvio che avvenisse, nessuno canta più sui balconi o applaude i sanitari che si ammalano e muoiono a grappoli nelle corsie ospedaliere. Siamo nella fase dell’elaborazione: ripensiamo al senso le nostre vite e sentiamo indebolite, fin quasi allo spegnimento, le nostre progettualità per il futuro. Adesso sorgono altri problemi, più immediati: come far mangiare i propri figli, per esempio. O come sopravvivere alla paura e alla depressione indotta dalla solitudine.

La terza, ancora meno evidente, ha una natura squisitamente filosofica: se il ‘900 è stato il secolo delle guerre, lo scontro militare non è avvenuto tra popoli ma tra ideologie, tra modelli filosofici di pensiero. Li schematizzo per praticità e, senza successo, per brevità.

a) La prima ideologia a essere sconfitta è stata il nazifascismo. Non sapremo mai se è il nazifascismo è stato sconfitto perché l’ideologia che lo sosteneva era debole o perché tra il vincere e il perdere una guerra sul campo il passo è breve; però sappiamo che il mondo civile all’epoca si era spaccato in due e che lo scontro militare tra le due fazioni era inevitabile. Tuttavia, il fiorire negli anni successivi di letteratura su universi distopici in cui a vincere la seconda guerra mondiale erano stati i nazisti e a perdere gli Alleati lascia intuire che il dubbio ci è rimasto, sotto traccia, e ancora non ci ha abbandonato.

b) Poi è stata la volta del comunismo: questa battaglia è stata più lunga e snervante, ha sfiorato più di una volta il terreno della guerra militare (nucleare, nello specifico) ma poi si è risolta sul terreno dell’economia politica, che il comunismo aveva contribuito a creare, come ideologia, un secolo e mezzo prima. Il comunismo ha perso senza appello perché a differenza dei nazifascismi, che furono sconfitti sul campo di battaglia e grazie al sangue degli uomini, è imploso sotto il peso delle leggi del mercato: non è un caso, per rifarmi all’esempio precedente, che non esistano romanzi ambientati in un futuro alternativo in cui l’Unione Sovietica ha sbaragliato le forze democratiche dell’Occidente e domina il mondo. Ed è questo il motivo per cui la stragrande maggioranza dei partiti comunisti occidentali ha cambiato pelle e nome, in preda a una specie di vergogna ideologica facilmente comprensibile, mentre i partiti nazifascisti venerano gli stessi idoli di ottanta anni prima e mutuano la medesima simbologia dell’epoca. Il comunismo si è suicidato, in preda a una sorta di depressione storica, il nazifascismo invece è stato assassinato: tra i due, come è ovvio, è chiaro dove risiedano i nostalgici e dove i pentiti.

c) A vincere la guerra finale, in apparenza, è stato il liberismo: al punto che per anni la questione è sembrata chiusa e a tutti è sembrato che il liberismo fosse il modello di società a cui, in un modo o nell’altro, e con i tempi dovuti, tutti i popoli del mondo sarebbero finalmente approdati. La rivoluzione digitale ha rinforzato le sue fondamenta, dando spinta ulteriore al miraggio della crescita economica indefinita che garantisce al liberismo la sopravvivenza e il predominio sulle altre ideologie. Poi, senza preavviso, è arrivato un virus più fetente degli altri e ha sparigliato le carte, mostrando a tutti la debolezza intrinseca del liberismo: non può esistere un sistema economico e di pensiero la cui premessa inderogabile è la crescita economica illimitata, e che abbia praticato la globalizzazione come elemento quasi religioso della propria filosofia senza però globalizzare il benessere comune di chi abita il pianeta. Il virus ha staccato le spine, troncato i fili, chiuso i rubinetti, e di fatto ci ha riportato a una specie di età della pietra, gettandoci in una crisi economica senza precedenti nella storia del mondo moderno della quale pagheranno le conseguenze maggiori non i poveri della Terra, per i quali al netto dell’ecatombe di morti cambierà poco o niente, ma i ricchi che non sarebbero stati tali senza quella enorme massa di poveri a cui sottrarre risorse per la crescita senza limiti del loro PIL.

Tutto questo sconquasso, al momento, noi non riusciamo a vederlo. Siamo concentrati sui piccoli problemi di sopravvivenza, sui pochi posti nelle terapie intensive, sulla mancanza di ventilatori, sulla gestione delle emergenze, sui morti che non sappiamo dove cremare e seppellire, e sulle catene di comando che stanno funzionando da schifo perché non erano immaginate per emergenze del genere, in cui le responsabilità non vanno accentrate ma distribuite equamente. Siamo preoccupati di perdere le comodità su cui abbiamo riposato negli ultimi settanta anni, certi di tendere al miglioramento lento ma perenne della nostra condizione anche quando tutto sembrava suggerire che invece stessimo perdendo terreno, e senza aver compreso che la rivoluzione digitale, invece di rincoglionire i nostri figli, ci stava offrendo una nuova modalità di interazione, un nuovo e rivoluzionario modello di consorzio umano.

Adesso, in questa fase convulsa di elaborazione, la nostra immaginazione febbrile è colpita piuttosto dall’uomo solo in piazza San Pietro, vestito di bianco, che sotto la pioggia prega un dio della cui esistenza non abbiamo alcuna certezza, rivelando per intero le nostre debolezze di esseri umani in viaggio su un pezzo di roccia dentro un immenso universo sconosciuto e per lo più ostile. Ci colpisce l’enorme prezzo di vite dei sanitari di una sanità pubblica fino a ieri vessata in mille modi proprio a causa dei principi fondanti del liberismo, cioè la riduzione delle spese e l’aumento degli utili. Ci colpisce l’essere messi di fronte all’evidenza schiacciante che l’uomo non domina questo pianeta, non è padrone di un cazzo di nulla, nemmeno della propria vita, e che conduce la propria esistenza come dentro un formicaio impazzito.

Ci sfugge in buona sostanza il messaggio semplice ed essenziale che ci sta recapitando il virus: l’offerta di un cambiamento radicale dei nostri destini di esseri umani, che come ogni cambiamento radicale non potrà non avere un prezzo altissimo in termini di vite umane e benessere personale. Alla fine, potrei scommetterci quello che volete, come è successo altre migliaia di volte in passato, l’epidemia si esaurirà all’improvviso, senza alcuna relazione con i nostri sforzi di prevenzione e cura. Finirà come l’influenza spagnola del 1918-19, da un giorno all’altro, tra la sorpresa di tutti, perché il virus muterà in una forma più benigna o per motivi che non conosceremo mai fino in fondo. Torneremo per le strade increduli, timorosi, ricolmi di sollievo, e riceveremo la nostra grande occasione di ricominciare. In quel momento ci serviranno non solo gli imprenditori, quelli bravi a far soldi e a rimettere in moto il sistema economico, ma gli intellettuali, i filosofi soprattutto, per immaginare nuovi modelli di organizzazione del consorzio umano. Potrebbe trattarsi dell’inizio di un nuovo Rinascimento, di un’epoca che rimarrebbe nella storia come il vero punto di svolta dell’umanità.

Quindi non è escluso, e questa è la mia speranza di cinico pentito e inguaribile ottimista, che questa volta sapremo approfittare di questa crisi e, dopo che il tempo avrà sanato le ferite profonde inferte dal virus, guardarci indietro e ripensare a questo periodo terribile persino con una sorta di gratitudine che al momento, ve lo giuro, appare davvero impensabile.

Cronache del virus fetente #3

lunedì, marzo 23rd, 2020

Sul sito dell’RSNA è disponibile, tra gli altri, un bel documento a firma Mamhud Mossa-Basha e un’altra lunga serie di collaboratori che prende in considerazione la preparedness dei reparti di Radiologia durante questa stramaledetta pandemia da Covid-19: sarebbe a dire, con una traduzione che in qualche modo snatura la potenza naturale del termine inglese, la preparazione, la predisposizione operativa, la capacità di intervento del reparto stesso a fronte dell’emergenza in atto.

In questi due mesi di emergenza abbiamo imparato molto: per esempio, che l’apporto diagnostico della TC al problema Covid è meno importante di quanto si fosse creduto all’inizio. Di conseguenza l’attenzione di tutti, in ambito radiologico, si è spostata verso la preparedness delle Radiologie. Perché? Perché un reparto di Radiologia, in piena crisi pandemica, oltre a garantire il massimo supporto ai Pazienti Covid deve continuare a svolgere la sua naturale funzione di servizio anche in mezzo a una crisi senza precedenti recenti.

I punti chiave dell’articolo mi sembrano i seguenti:

  1. Individuazione precoce dei casi sospetti (e limitazione del rischio di contagio per operatori sanitari, dipendenti ospedalieri e altri pazienti). Oltre allo screening della temperatura corporea, che secondo me dovrebbe essere applicata all’ingresso di tutti gli ospedali nazionali, gli sportelli della Radiologia devono fungere da barriera iniziale e deviare i pazienti sospetti verso le apposite strutture approntate presso il Pronto Soccorso. Chiaramente, gli esami radiologici nei pazienti sospetti andrebbero richiesti solo nel caso di reale urgenza. Allo stesso modo, andrebbero sospese e rimandate tutte le richieste di prestazioni non urgenti per pazienti ricoverati con Covid sospetto o confermato (in realtà, per fortuna, e sebbene con un certo ritardo, almeno in Italia sono state rimandate quasi tutte le indagini ambulatoriali non urgenti).
  2. Tampone o TC? A differenza di quanto era stato detto nelle fasi iniziali della epidemia, il tampone (RT-PCR) ha una sensibilità stimata del 95-97%. Questo è un dato importante perché riduce l’importanza della TC, che invece ha una sensibilità dell’80-90%, ai soli casi in cui una valutazione panoramica dei polmoni può impattare sulla gestione clinica dei pazienti (eventualità peraltro non frequente, perché se il paziente peggiora, l’imaging di certo non modifica le scelte terapeutiche) o nel caso in cui sopraggiungano patologie urgenti/emergenti non correlate al Covid. In ogni caso, quando è possibile gli esami vanno eseguiti al letto del Paziente. Se è davvero necessario trasportare il paziente in Radiologia, bisogna condurlo per la via più breve e meno trafficata da operatori e pazienti di altra natura. I più fortunati hanno sale radiografiche e TC dedicate; gli altri devono comunque arrangiarsi come possono con la sanificazione successiva degli ambienti.
  3. Imaging nei pazienti Covid+ o clinicamente sospetti o asintomatici con tampone positivo. Nel caso non sia possibile differire la prestazione di imaging l’attenzione principale va dedicata alla diffusione tramite droplet, anche se in genere questi pazienti arrivano in Radiologia dotati di mascherina; inoltre, elemento da non trascurare, in Radiologia non vengono solitamente sottoposti a procedure che generano aerosol e per le quali siano necessarie protezioni aggiuntive. Dopo l’esame è necessario un tempo variabile tra 30’ e 1 h per le procedure di decontaminazione e il ricambio d’aria passivo (il paziente ha la mascherina, dunque in teoria non sono necessarie altre procedure di ricambio d’aria).
  4. Protezione dello staff: c’è un solo modo di attuare questo punto, oltre a quello di rifornire il reparto dei DPI, ed è quello di portare il meno possibile i pazienti in ospedale.
  5. Mantenimento del (residuo) flusso di lavoro in Radiologia. Inutile dirlo, i radiologi in questo momento stanno andando con il freno a mano tirato. C’è nei reparti quest’aria di tetra attesa di una catastrofe che potrebbe arrivare da un momento all’altro, ma sta di fatto che al momento si lavora (molto) meno che nei periodi di non emergenza. Detto questo, gli Autori suggeriscono di ridurre il numero di medici radiologi che lavorano in sede: gli assenti per isolamento in teoria potrebbero svolgere una parte del lavoro da casa, se supportati dalla strumentazione adatta e dai colleghi rimasti in reparto. La questione però si pone in evidente contrasto con le polemiche italiane sulla telegestione radiologica, e andrebbe valutata e normata in tempi brevi proprio in relazione allo stato di emergenza. Tutti gli altri invece dovrebbero lavorare in stanza singole per evitare promiscuità pericolose. Le riunioni o i meeting andrebbero annullati, o in caso di non differibilità eseguiti in videoconferenza.

In ogni caso, sono certo che occorrerà molto tempo per elaborare tutti i dati raccolti in queste lunghissime settimane. Molti di questi dati non sono meramente cinico-radiologici ma anche logistici, e ci costringeranno a riflettere sui fondamentali che hanno sempre costituito la base del nostro lavoro.

Una cosa è certa: a fine crisi, per ripensare a un modello sostenibile di sanità, serviranno più i filosofi dei tecnici.

Ti ho chiamato solo per dirti che ti amo

mercoledì, marzo 4th, 2020

Credo che stiamo imparando un sacco di cose, da questa inattesa crisi sanitaria.

Per esempio, stiamo imparando che, nonostante la nostra sicumera da eletti ipertecnologizzati del terzo millennio, su questo pianeta continuiamo a essere di passaggio e contiamo ben poco nell’ordine naturale della vita, che si svolge nell’arco di ere geologiche e a noi è sostanzialmente disinteressata.

Stiamo imparando che la paura non ha nulla a che vedere con ciò che in passato credevamo potesse impaurirci ma ha radici molto più profonde, si annida nel nostro inconscio e si nutre, credo, della nostra assoluta mancanza di fede non solo in qualche lontana deità, ma anche nella sacralità dell’uomo stesso e di tutto ciò che lo circonda.

Stiamo imparando che la paura ci rende irrazionali e sconclusionati, un giorno saccheggiamo i supermercati e il giorno dopo siamo già a pranzo in un ristorante affollato, un giorno diamo fondo alle scorte di amuchina della provincia e il giorno dopo dimentichiamo a casa la boccetta tascabile.

Stiamo imparando, pensate, che i soldi accumulati non ci salveranno dal disastro, se il disastro dovesse finalmente arrivare, e che oggi sembra ancora più vera quell’affermazione che in molti fanno da tempo: è il tempo a essere importante, non i soldi.

Stiamo imparando anche, credo, a cosa serva il consorzio umano, una struttura societaria che ci contenga tutti, di cui prendersi cura perché al momento opportuno essa si prenderà cura di noi. Forse stiamo finalmente capendo a che servono gli ospedali, i medici, gli infermieri, i sanitari di ogni genere e grado, chi gli ospedali li dirige cercando di capire cosa sia più giusto decidere nel marasma di informazioni contrastanti, prese di posizioni divergenti, ordinanze e contro-ordinanze quotidiane. Forse oggi è più chiaro a tutti che la società è fondata sulle leggi e sul diritto, non c’è dubbio, ma prima ancora sul buon senso delle persone, sulla loro abnegazione, sulla capacità di adattarsi anche anche situazioni peggiori.

Stiamo imparando che tutti ci stiamo sulle palle, in condizioni normali, ma che forse quest’odio ecumenico verso il prossimo non è così reale come pensiamo e che se restassimo soli allora si che il dramma di vivere diventerebbe inenarrabile.

Per cui c’è una sola cosa da fare: resistere. Non fatevi afferrare alla gola dalla paura, non lasciatevi andare a gesti inconsulti: se ne sono già visti troppi, negli ultimi tempi. Aiutate noi medici a fare resistenza, seguite le indicazioni che vi sono state fornite, cercate di non assembrarvi inutilmente ma al tempo stesso restate in contatto con il vostro prossimo, lavatevi le mani ma non siate restii a tendere la mano a qualcuno che scivola a terra.

Il bersaglio prediletto di questo virus è la vostra umanità: non lasciate che il virus ve la infetti, per favore. Non lasciate che ve la infetti.


La canzone della clip è la celeberrima “I just called to say i love you”, di Stewie Wonder, tratta dalla colonna sonora del film “The woman in red” (1984). Sappiate che io, nemmeno nell’Italia ai tempi del coronavirus, voglio rinunciare a una sola delle cose meravigliose che vengono elencate nella canzone.

A parte che nel mare c’era gente insospettabile (fenomenologia dello stronzo)

lunedì, febbraio 17th, 2020

Ci sono modalità, nella decisione deliberata di far male a qualcuno, che guardare dal di fuori è interessantissimo. In senso antropologico, intendo.

Adesso, che navigo ormai oltre i 50 e ho finalmente compreso che una bella terapia psicoanalitica farebbe bene alla stragrande maggioranza degli abitanti di questo miserrimo pianeta, ammesso e non concesso che si riesca a comprendere nella sua interezza l’entità del bisogno di prendersi del tempo da dedicare alla propria cura mentale, non posso ancora affermare che la rabbia abbia smesso di essere uno dei motori propulsivi della mia vita. A partire dai bambini cretini che prendevano in giro i loro coetanei, tra cui me, e che poi hanno fatto una fine triste, fino agli adulti che si sono mossi nei miei confronti con una inverecondia che è spesso è sfociata nella maleducazione (che è ancora peggio, talora, della cattiveria), mi sono incazzato spesso e ci sarebbe da scrivere romanzi a tema per un decennio.

Ma il punto non è questo: è destino comune quello di aver a che fare con un prossimo stolido, cattivo, e a volte stronzo. Qualche anno fa, su Twitter, pubblicai sei notule brevi (per forza, era Twitter) sulla fenomenologia dello stronzo:

1. La definizione di stronzo è un tizio che non crede a ciò che sta vedendo (questa non è mia, è di Stephen King).
2. Non conviene essere stronzi: si fa una vita infelice in cambio di poche soddisfazioni, quasi mai legate a qualcosa di buono che si è fatto in prima persona.
3. Tutti parlano male dello stronzo, lo stronzo parla male di tutti ma a credergli sono solo gli stronzi che parlano male di lui.
4. Non esiste stronzaggine che non sia rigorosamente egoriferita.
5. Lo stronzo vive nel terrore costante, ed è per questo che è stronzo.
6. Per lo stronzo è sempre colpa di qualcun altro.

Il punto, chiarito cosa diavolo sia uno stronzo, è il seguente: conviene alimentare la propria rabbia ed essere stronzi con uno stronzo? Nel senso: il mondo è piccolo, la gente si rincontra facilmente e arriva sempre il momento in cui lo stronzo di uno stronzo puoi diventare tu. A quel punto, è bene affondare il coltello nelle spalle dello stronzo, anche se a tua volta ti trasformeresti in uno stronzo?

In buona sostanza, dipende dalla categoria della stronzaggine.

Categoria A: ci sono stronzi che vanno fermati perché altrimenti farebbero ad altri gli stessi danni incalcolabili che hanno fatto a te e, siccome secondo la notula 4 la stronzaggine è sempre egoriferita, la loro finirebbe per tendere a infinito. Questi vanno abbattuti, costi quel che costi. E, siccome il mondo è piccolo, prima o poi entreranno nel campo di vista del tuo mirino telescopico (se non il tuo, quello di qualcun altro. La notula 7, mai pubblicata su Twitter, dice che la stronzaggine genera una stronzaggine uguale come intensità e contraria come direzione, che prima o poi si ritorce sullo stesso stronzo). A quel punto, se si volesse essere davvero stronzi, basterebbe premere il grilletto: ma lo stronzo quasi sempre ha già trovato una soluzione al problema puntandosi da solo la pistola alla tempia (vedi notula 7). Gli stronzi di questo tipo sono depressi inconsapevoli e suicidi potenziali. Loro stanno male e vorrebbero che tutti stessero male come loro, per questo sono stronzi. Insomma: vorrebbero essere cattivi, e invece sono solo dei poveri stronzi.

Categoria B: ci sono poi stronzi che invece non vale la pena di fermare, perché come i topini delle sperimentazioni comportamentali vanno sistematicamente a sbattere da una parete della gabbia all’altra, facendosi peraltro assai male. Non possono creare danni duraturi al sistema, perché prima o poi riescono a evadere, anche se tra un’evasione e l’altra sono bravissimi a concentrare la loro stronzaggine sugli altri topini della gabbia. Loro vanno lasciati a se stessi, al loro destino. Se vogliono cambiare gabbia è meglio non essere a propria volta stronzi con loro e costringerli a rimanere dove sono: per quanto si nutra scarsa fiducia negli stronzi, e sia statisticamente difficile che ciò avvenga, è sempre possibile che uno stronzo prima o poi si ravveda. E, qualora non dovesse ravvedersi, la stronzaggine di chi ha subito la loro stronzaggine non si eserciterebbe in modo diretto (ti colpisco e mi vendico direttamente) ma in modo indiretto: ti lascio al tuo destino e al tuo ennesimo fallimento. Certo, per loro sarà sempre colpa degli altri se sono infelici e stronzi (vedi notula 6), ma il destino di questo genere di stronzi non è l’autolesionismo o il suicidio. Sono meno intelligenti degli altri e quindi per loro la stronzaggine è principalmente una questione di sopravvivenza. Ed è per questo che a differenza degli altri, anche se a una prima occhiata non sembra, questi oltre a essere stronzi sono anche cattivi.

In tutti i casi, sappiate che ho coltivato per qualche giorno un irrefrenabile desiderio di stronzaggine. Ma sappiate anche che per adesso l’ho lasciato cadere: se dovessimo sfruttare tutte le opportunità che la vita ci offre per essere stronzi saremmo uguali a loro, gli stronzi. E invece no. Il colpo in canna lo teniamo buono per lo stronzo veramente pericoloso. E prima o poi, quando lo stronzo meno se lo aspetta, quel colpo sarà sparato.

Perché magari non siamo così tanto stronzi, noialtri, ma non si può mai dire fino in fondo.


La canzone della clip è “Pesci nelle orecchie”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album (indimenticabile) “Ipertensione” (1975). La canzone esordisce con il seguente verso: “A parte che nel mare c’era gente insospettabile/persino gli idealisti ci nuotavano benissimo”: il che ci riporta all’evidenza che la stronzaggine è ubiquitaria e spesso la sua precisa percezione sfugge persino allo stesso stronzo.
Qualora vi venga l’uzzolo, inoltre, per capire in che categoria di stronzo rientrate è sufficiente il seguente test: se siete uno stronzo/a di tipo A leggendo il post avvamperete, avrete voglia di maledire i miei antenati e passerete la prossima notte ad augurarmi il doppio dei mali che mi avete augurato finora. Se invece siete uno stronzo/a di tipo B leggerete il post e, semplicemente, penserete che lo stronzo sono io. Semplice come un’equazione di secondo grado.