Archive for the ‘Caro me stesso mio’ Category

Voglio solo vedere i miei amici (cronache del virus fetente #13)

domenica, Maggio 10th, 2020

Che relazione reciproca hanno il Covid-19, la festa della mamma e uno smartphone di qualche anno fa? Provo a raccontarvelo in poche righe, se ci riesco.

Mio figlio si avvicina con il vecchio smartphone della madre, passato a lui per diritto di eredità. Mi dice: Mi aiuti? Non riesco a installare questa app, mi dice che il sistema operativo dello smartphone non è aggiornato. Cosa vuol dire, che mio telefono è vecchio?

In realtà, figlio mio, il tuo telefono non è vecchio. Funziona benissimo, e da quando abbiamo cambiato la batteria una carica ha anche la sua dignitosa durata. Puoi telefonare, che non dimentichiamo essere il primo scopo di un telefono. Puoi mandare messaggi, puoi collegarti a internet per fare ricerche su Google e giocare a Clash Royale. Insomma, il suo sporco lavoro lo fa ancora bene.

E allora qual è il problema, chiede lui.

Il problema è che questo sistema di aggiornamento delle app ha uno scopo magistrale: rendere vecchio il tuo telefono. Quando non riesci più ad aggiornare una app che ti piace, o il telefono diventa lento perché la app si aggiorna ma ti sovraccarica il sistema operativo, è come se ti stessero dicendo: ragazzo mio, è arrivato il momento di chiedere a mamma e papà un telefono nuovo. Vorrai mica fare la figura del pidocchio davanti a Alberico, che sta sempre lì a mostrare a tutti il suo iPhone 11 nuovo di pallino?
In effetti è vero, è un bel telefono.

Certo, è vero, un oggetto bellissimo. Ma quel telefono, che adesso ti sembra stupendo e inarrivabile e ti fa una voglia del diavolo, tra due anni sarà vecchio. Sai come lo chiameranno? Obsoleto. Ti sembrerà un oggetto di antiquariato e ti verrà voglia del nuovo modello. Così, tu o tuo padre dovrete lavorare sempre di più, rinunciare al tempo libero e al piacere di una bella lettura o del cinema insieme per fare abbastanza soldi e comprare un oggetto del quale, oggettivamente, non hai bisogno perché le stesse cose, uguali uguali, anche se forse con qualche decimo di secondo di ritardo, le fa anche il tuo smartphone che rifiuta di installare quella app. Questo si chiama iperliberismo, ragazzo mio, e funziona solo se tu ti trasformi in consumatore compulsivo e spendendo i tuoi soldi permetti all’economia di crescere indefinitamente. Tu hai mai visto qualcosa in natura che cresce in eterno?

No, anche gli uomini crescono ma un certo punto invecchiamo e poi muoiono. Pure le montagne a un certo punto si sgretolano, l’ho studiato in geografia.

Appunto, ecco perché il modello è destinato a fallire. Potranno spremerci come limoni e ridurci in schiavitù, ma chi difende questo modello è destinato a perdere, anzi ha già perso. Non ci sarà nemmeno bisogno di una resistenza sanguinosa, crollerà tutto anche se noi non faremo nulla per opporci.

Perché?

Perché è bastato un virus, uno solo, di cui ignoriamo la provenienza, a farci scoprire che siamo tutti interconnessi e le nostre interconnessioni sono molto più strutturate di quanto si posa pensare, e che spezzare queste connessioni impoverisce tutti, anche nel più remoto angolo del mondo. Con le connessioni spezzate si rompe pure la regola del consumo. Perdiamo noi, ma perdono anche i padroni del mondo. Con la differenza che sulla lunga distanza loro perderanno di più.

Fammi un esempio, per favore.

Che giorno è oggi?

La festa della mamma.

Bene. Quest’anno hai visto in tivù pubblicità sulla festa della mamma?

Mi sembra di no. O comunque molte meno degli anni scorsi.

Ecco, allora hai capito. Se un prodotto non si vende, in questo caso perché non puoi venderlo a causa della quarantena, è inutile celebrarlo: anche se si tratta di nostra madre. Questo dovrebbe farti capire come siamo considerati: compratori, non esseri umani.

E allora?

Vai a fare gli auguri a tua mamma e abbracciala, e non solo oggi che è la sua festa. Questa cosa si chiama amore: non ha prezzo e nessuno la potrà mai comprare o vendere.


La canzone della clip è “Gotta be patient”, scritta in occasione della pandemia, e che tra gli interpreti annovera Michael Bublè: uno a cui, per motivi personali, voglio molto molto bene.

Cronache del virus fetente #12

giovedì, Maggio 7th, 2020

Ci sono volte in cui bisogna guardarsi in faccia, credo, e fare il punto della situazione. L’Ospedale del Mare è perfetto per questo scopo, specialmente quando il cielo è così azzurro e ventoso come oggi e l’Adriatico è lì, a due passi, e tu senti le sue onde che si frangono sulla battigia.

Ho visto facce molto stanche, una o due in particolare. Ho fatto mente locale e ricordato, grazie agli appunti, che il primo caso di Covid-19 autoctono, cioè italiano, c’è stato il 21 febbraio. E che il 25 dello stesso mese erano già stati montati i tendoni per il pre-triage del PS: gli stessi che quando sono all’Ospedale del fiume Grande vedo ogni mattina, affacciandomi dalla finestra della sala refertazione di risonanza magnetica. Ho ricordato che il 10 marzo l’Ospedale del Mare è diventato Ospedale Covid, con l’organizzazione in 10 giorni di una terapia intensiva spettacolare e di un intero reparto di malattie infettive che prima non c’era, riacquistando in un colpo solo tutta la dignità che nei decenni scorsi aveva via via perduto fin quasi a essere chiuso e smantellato. In quell’Ospedale, che fino a qualche anno fa sembrava destinato allo sfacelo, sono state curate oltre 400 persone; e a non farcela, in proporzione, sono stati veramente in pochi. Ho ricordato che il 16 marzo, dopo tante preghiere al Padreterno, è stata bloccata l’attività ambulatoriale e gli ospedali si sono improvvisamente svuotati lasciando tutti noi sanitari in un silenzio attonito, salvo i rianimatori e i prontosoccorsisti che invece hanno cominciato a ballare forte.

Dopo sono successe tante cose, e tante per un bel pezzo non sono più successe. Vista dalla mia personale prospettiva è stato curioso e anche un po’ inquietante assistere a movimenti di gruppo dei miei collaboratori: la reazione iniziale, la forza dimostrata da tutti, gli occhi accesi di timore e speranza dietro le bardature da Covid, le mascherine, le calotte, i camici impermeabili. Poi il crollo generalizzato di metà marzo, di cui forse nemmeno loro si sono pienamente accorti, quando i sorrisi erano spariti dai visi tirati di tutti e qualcuno ogni tanto fissava il vuoto con gli occhi lucidi. La ripresa, a inizio aprile, quando ho ricominciato a sentir ridere nei corridoi e ho capito che il peggio era passato e che ce l’avremmo fatta, tutti insieme, perché un posto di lavoro dove non si ride è senza speranza. Quindi, il 28 aprile, si è cominciato a parlare di fase 2: adesso è passata quasi una settimana e i motori si sono riscaldati, la situazione sta quasi tornando alla normalità e si può pensare di affondare il piede sull’acceleratore.

Tuttavia, come ha detto oggi l’uomo al centro della foto che accompagna il post, è probabile che nulla torni più come prima. Avevamo costruito un sistema ospedaliero completamente aperto, fondato sulla rincorsa dei numeri, privo di filtri, e a un certo punto è bastato un virus bastardo a far capire anche agli ultimi irriducibili che il modello, con ogni probabilità, era sbagliato.

Non c’è mai stato negli ultimi decenni un momento come questo, così drammatico e in un certo senso persino epico, nel quale sia stata così necessaria, quasi indispensabile, una nuova alleanza tra le persone. Nel quale il valore fondante non sia più il guadagno o la visibilità personale ma la fiducia, la pura e semplice fiducia tra esseri umani. Insomma, questo attacco virale è stato un colpo basso: ma io, per la prima volta nella mia esistenza di cinico disilluso, ho voglia di credere che le parole di Francesco De Gregori, nella canzone “La storia”, abbiano un nucleo profondo di verità che mi ero sempre rifiutato di guardare:

E poi la gente
Perché è la gente che fa la Storia
Quando è il momento di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare.

Stasera ascoltatela tutti, per favore, questa canzone. Io non so se sapremo benissimo cosa fare, noialtri, dopo tutto questo casino: ma in questo momento, mentre scrivo sulla mia terrazza, con il sole obliquo che mi riscalda e le voci allegre dei ragazzi in strada, non riesco a non sperarci con tutto il mio cuore.


Grazie a Mauro Zanutto per la foto, iconica come non mai.

Oppure sono io che non capisco più un cazzo (cronache del virus fetente #11)

martedì, Maggio 5th, 2020

Ripartiamo, finalmente.
 
Gli ospedali sono aperti, anche se con qualche cautela e limitazioni per chi accompagna i pazienti. C’è un signore in divisa, all’ingresso, che misura la temperatura prima di entrare e ci invita con grande cortesia a usare il disinfettante per le mani.
 
Il tramestio tra uffici è grande: telefonate, mail, ogni tanto fugaci incontri senza imprudenti strette di mano. Ognuno cerca di capire come strutturare la ripartenza, in che modo tenere in sicurezza il sistema e tenere a bada il senso di colpa perché, con tutta la buona volontà, non è proprio possibile portare il motore in breve tempo, da freddo che era, al massimo dei giri.
 
Ogni tanto, certo, qualche ingranaggio si inceppa: perché siamo uomini, ragioniamo in modi diversi, abbiamo priorità differenti. E perché, anche se non ce ne rendiamo ancora conto, noi abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, un momento storico eccezionale. Siamo in mezzo a uno di quei cambiamenti epocali che segnerà un prima e un dopo: pensate allo sbarco in Normandia, al crollo del muro di Berlino, all’abbattimento delle Torri Gemelle. Come in tutte le analoghe situazioni del passato, abbiamo scoperto che dopo un po’ ci si adatta a tutto e la paura, se non passa del tutto, almeno si riduce a livelli accettabili. E così si ricomincia a parlare d’altro: delle prossime elezioni, della ripresa ipotetica di un campionato, delle vacanze estive che rischiano di saltare.
 
Da un certo punto di vista, quasi mi dispiace che si riparta: forse avevamo bisogno di più tempo per pensarci su, per capire, per realizzare cosa hanno rappresentato per noi tutti questi due mesi di silenzio e solitudine coatta. Adesso che il traffico è tornato a invadere le strade ci metteremo pochissimo a rientrare nei ritmi frenetici di prima della pandemia. Ci dimenticheremo in fretta dei morti e degli eroi, perché è così che va il mondo, e assisteremo inermi allo scorrere di due lunghe file di persone: quelli sui quali verranno scaricate tutte le colpe, più o meno onestamente, e quelli che si accalcheranno a prendersi meriti che non hanno mai accumulato.
 
Ci sono volte che non vorrei avere 50 anni e aver assistito a mezzo secolo di avvenimenti, di storie e di spettacoli, gloriosi o indecorosi, di tutte le persone in cui mi sono imbattuto. In questi momenti mi viene sempre in mente il Gaber monumentale di “Polli d’allevamento”, che concludeva la canzone “Timide variazioni” con questi versi definitivi:
 
Non c’è niente da fare

il mondo è noioso e si sta ripetendo 

o sono io che son distratto

sarà che sono anziano o forse presuntuoso 

ma ho l’impressione di avere già capito tutto.
 
Eppure effettivamente ogni giorno succede qualcosa

ci sono cose molto appariscenti
 e anche fastidiose

e sono cose veramente gravi
e c’è un gran casino
di sconvolgimenti non si può ignorare.
 
Sì ma io volevo dire la mia vita la tua vita 
insomma la vita

ho il sospetto che rimanga sempre uguale

e qualsiasi cambiamento 
che sembrava così enorme e sconvolgente

riguardato alla distanza non è altro che esteriore ed apparente

e va a finire che in sostanza 
è davvero tutto uguale.
 
Oppure sono io che non capisco più un cazzo.
 
In conclusione, al momento io nutro un solo desiderio: che il rallentamento coatto indotto dal virus possa durare ancora un poco. Durare ancora un poco dentro le persone e non fuori di loro, non so se riesco a spiegarmi, dando a tutti il tempo di capire e metabolizzare e di non farsi sfuggire l’insegnamento micidiale di questi due mesi: in questa crisi sanitaria, senza precedenti nell’era moderna, qualcuno ha capito che star zitti o ponderare le parole è cosa buona e giusta, mentre qualcun altro le ha sparate grosse e ciononostante si accomoderà alla cassa per cercare di afferrare la sua brava medaglietta.
 
In effetti però l’insegnamento micidiale forse sfugge anche a me. Che non riesco mai a decidere, nemmeno sopra i 50 anni, se l’impressione di avere già capito tutto sia reale o se sia vera l’alternativa più semplice: cioè che non capisco più un cazzo.

Cronache del virus fetente #10

sabato, Aprile 25th, 2020

Ieri pomeriggio, in preda a un giramento insolito per il mio livello medio di umore, ho deciso che un giorno alla settimana si, se in reparto è tutto a posto può essere lecito uscire qualche minuto prima e tornare a casa lentamente, a settanta all’ora, con una buona musica nelle orecchie, godendosi il panorama, i campi coltivati separati geometricamente da distese di fiori gialli che sembrano il mare di un meraviglioso pianeta alieno.

Poi sono arrivato a casa e davanti alla soglia c’era il Pacco.

Il Pacco mi guarda silenzioso da diversi giorni, da quando un corriere anonimo l’ha depositato senza nemmeno farsi vedere. Il Pacco è enorme e contiene un set per arredare il terrazzino della casa nuova: divanetto, due sedie, tavolino. Così ho pensato: cavolo, questo è il momento. L’ho trascinato dentro, l’ho finalmente aperto portando alla luce il suo tesoro nascosto e ho passato un quarto d’ora, come un catatonico, a guardare i diecimila pezzi senza muovere un muscolo: sono di scuola filosofica greca, io, in assenza di precise istruzioni per l’uso prima si ragiona e poi si muovono le mani.

Le mani, appunto. Voi non lo sapete ma io nella vita so fare solo due cose: il medico e scrivere. Per il resto sono negato, letteralmente negato. Fatemi montare qualcosa e qualche pezzo finirà sistemato al contrario: sicuramente sotto gli occhi di qualcuno capace come minimo di tagliare il marmo con il flessibile o rifarti a mani nude l’impianto elettrico della casa, e di cui a quel punto dovrò tollerare l’aria di riprovazione e lo scuotimento del capo.

Ma questa volta ero deciso. Ho cominciato, come al solito, sbagliando tutto. Ma non ho desistito: ho messo su la musica giusta, preso la chiave a brugola e insistito fino a capirci qualcosa. Mi sono sbucciato le nocche, digrignato i denti, rimasto così tanto tempo piegato in due o sulle ginocchia che quando mi tiravo su sentivo tutti interi, con le lacrime agli occhi, i miei 50 anni e oltre.

A un certo punto mi ha raggiunto mio figlio: Papà, posso aiutarti?

Certo che puoi.

E così abbiamo terminato il lavoro insieme parlando come dovrebbero parlare un padre e un figlio: di scuola, di ragazze, di amici, di esperienze di vita. Alla fine, di fronte al risultato finale, mi ha detto: È stato bello, papà.

Madonna, sapessi quanto è stato bello per me, ho pensato io.

Un attimo prima di tornare in casa, dopo essermi rimirato un ultima volta l’angolo che non vedo l’ora di riempire di fiori e cose da leggere e scrivere, ho spento la musica e dall’altro capo della strada è immediatamente risuonato un grazie squillante. Mi sono girato e sul balcone di una delle case di fronte c’erano due giovani, abbracciati, mai visti prima, che mi salutavano con la mano. Lei mi ha detto: Grazie per la musica, è stata bellissima!

Io ho sorriso, a mia volta, e ho pensato che davvero non importano lo stato di crisi, i problemi assurdi che sto vivendo sul lavoro, non importano la stanchezza e la paura, che comunque piano piano stanno svanendo. Non importa se ricominceranno gli assalti inutili al pronto Soccorso, se qualcuno tornerà agli atteggiamenti aggressivi di prima del coronavirus, se torneremo a litigare per il parcheggio.

In questo preciso momento avverto che qualcosa è cambiato; e vi giuro che la nutro davvero, la fottuta speranza che il cambiamento duri il più a lungo possibile.

Cronache del virus fetente #09

domenica, Aprile 19th, 2020

Sono passate via un po’ di settimane da quando è cominciata la crisi sanitaria globale e abbiamo sperimentato una estesa gamma di emozioni: lo sconcerto, all’inizio, poi la paura, la rabbia, fino a un senso di solitudine micidiale. Siamo rimasti sorpresi dalla capacità dei nostri anziani e dei nostri ragazzi di comprendere la situazione straordinaria e di adeguarsi a essa: restare a casa, per un adolescente o un nonno, non è cosa facile. Abbiamo costruito reti sociali che prima non esistevano e che nemmeno avremmo mai immaginato di realizzare in così poco tempo: conferenze di lavoro da remoto, aperitivi su skype, videochiamate dei nipoti ai nonni, che di colpo hanno scoperto di essere meno soli di quanto temessero e di attendere quella chiamata quotidiana con ansia quasi dolorosa. Insomma, abbiamo scoperto che il mondo è davvero cambiato, oltre ogni nostra più fervida immaginazione: che qualcuno, pagando, può portarci a casa non solo la pizza ma persino la spesa. Una cosa è rimasta uguale, però: il bisogno di sentire che qualcuno si prende cura di noi, non ci abbandona e ci accudisce per quello che può.

Io, ve lo dico, sono un medico che fa cose concettualmente sbagliate. Per esempio, prima cosa che in linea teorica tutti i maestri sconsigliano vivamente di fare, mi lascio coinvolgere dai singoli casi: i pazienti spesso diventano persone e io tendo a percorrere tutta la strada con loro, per quanto sia sconnessa, fino in fondo. A qualcuno, errore supremo tra gli errori, ho persino dato il numero di cellulare: in fondo nessuno ne ha mai approfittato, e sapere di poter raggiungere il tuo medico radiologo anche solo per una parola di conforto è importante come essere certi della sua buona diagnosi.

Così, accade che in tempi di Covid io riceva una telefonata inattesa a metà pomeriggio da uno di loro, uno dei pazienti che mi hanno scelto. Il quale, con una punta di educato imbarazzo, chiede scusa per il disturbo e mi dice, semplicemente: Dottore, volevo solo sapere come sta in questo momento difficile. E io rispondo che va bene, va tutto bene nonostante la paura, l’ansia, i problemi organizzativi e familiari, la stanchezza cronica e il fastidio verso chi si approfitta della situazione per i propri fini.

E vorrei anche dirgli, ma ho il buon senso di non farlo, che telefonate come queste sortiscono un effetto paradosso: certe volte è il paziente che, senza saperlo, prende in cura il medico, lo sostiene, gli passa un braccio intorno alle spalle e, semplicemente, lo accompagna zoppicando fino alla fine della crisi.