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Casuali conversazioni da palestra

mercoledì, 8 febbraio 2012

Arrivo in palestra tardi, uno di quei rari pomeriggi in cui posso permettermi di fare tardi a casa. Varco la soglia, supero lo shock iniziale degli odori di varia umanità che mi ha sempre reso faticosa, insieme alla mia proverbiale pigrizia fisica, la frequenza costante delle palestre (senza contare che odio far pesi e correre su un tapis roulant: ma mia moglie mi ha obbligato, dice che ho l’età giusta per il primo infarto e che devo far qualcosa prima che ciò accada), ed entro nello spogliatoio.

Dentro ci sono due ragazzini, adolescenti da poco, che parlano. Il primo, palestratissimo e con lo sguardo giusto, dice all’altro: Mia madre fa sempre ritardo, dice che viene a prendermi alle sei e poi alle sette meno un quarto sono ancora qui che aspetto. Per fortuna non ho troppi compiti per domani.

Anche la mia fa ritardo, ammette l’altro, che è molto meno palestrato e a dire il vero anche un po’ grassottello, con aria triste. Però io i compiti me li porto qui, così mentre aspetto mi porto avanti.

Cos’è che fai? chiede il primo sgranando gli occhi.

Faccio i compiti qui, in fondo studiare mi piace e lo faccio volentieri dove posso, risponde l’altro. Che adesso sembra sull’orlo dell’imbarazzo.

Ti piace studiare? incalza il primo, sempre appoggiato con le spalle allo stipite della porta con aria disinvolta da presa per i fondelli. Ma come si fa? Lo sai che sei un tipo strano?

E poi mi guarda ammiccando, come se cercasse un appoggio dal testimone di passaggio per infliggere il colpo di grazia all’idiota globale con cui sta parlando. L’altro frigge, è arrossito, vorrebbe ribattere in modo intelligente ma si vede che non gli vengono le parole giuste.

Io guardo il palestrato negli occhi e dico: Adesso lui ti sembra strano, come dici tu. Ma tra vent’anni, quando anche grazie allo studio di oggi pomeriggio ti avrà fatto il culo in tutti i campi possibili della vita, donne comprese, mi sa che cambierai idea.

Il palestrato rimane appoggiato allo stipite della porta, con in viso un’espressione confusa e non più da presa per i fondelli. L’altro non dice nulla, mi fissa con occhi illuminati di gioia, saluta educatamente tutti e infila la porta.

Sono stato un po’ stronzo? Certo che lo sono stato, e anche parecchio: zittire un bulletto di quattordici anni non è più un’impresa meritoria o eroica, alla mia veneranda età. Devo solo aggiungere, a parziale discolpa, che la frase non aveva lo scopo di far abbassare la cresta al bulletto. Era a beneficio di quell’altro; e credo che lui l’abbia capito bene, tutto quello che volevo dirgli fra le righe.

Correre da te

lunedì, 6 febbraio 2012

 

Sai cosa penso? Che sei fortunata. Che siamo fortunati. Che papà ne ha vista tanta di sofferenza, negli ultimi anni, da non sapere se sia meglio maledire il creato o pregare che un senso nascosto, da qualche parte, ci sia davvero.

Perché papà se li ricorda tutti, quei piccoli volti scavati dagli occhi enormi: occhi che sembravano sbigottiti ma in realtà quasi sempre erano soltanto ricolmi di consapevolezza e rassegnazione. Chissà perché un bimbo che soffre, ma che soffre veramente, ha sempre questo sguardo adulto, l’espressione di amara consapevolezza che in genere anima solo il viso dei vecchi prossimi alla dipartita. Forse davvero la sofferenza serve a crescere, a evolvere e a raffinarsi, come qualcuno afferma da secoli, o sono tutte balle?

Ma tu non lo sai, tu nemmeno ti sei posta la domanda. È troppo presto per te, e io ogni sera prego goffamente il Padreterno affinché sia misericordioso e ti lasci il tempo di imparare le tue lezioni tra errori, trionfi, lampi di gioia e inciampi di tristezza. Prego che ti lasci cadere per poi farti rialzare solo con le ginocchia sbucciate e niente altro. Che ti faccia piangere al solo scopo che tu comprenda il vero significato della gioia.

Così, mentre penso a tutte queste cose, tu sei tutta contenta perché le unghie ti sono ricresciute e finalmente possiamo colorarle con quello smalto azzurro di mamma che ti piace tanto: e io, mentre ti soffio sulle ditine per farlo asciugare e tu ridi perché ti faccio il solletico, devo davvero fare uno sforzo sublime per non prenderti in braccio e tenerti stretta stretta fino a che dovrò uscire di casa per andare al lavoro. Dove papà incontrerà altri bambini molto malati, con quell’espressione da vecchio rassegnato incisa sul volto: e tu non immagini nemmeno la fatica che ci vuole, in quei momenti, a non mollare tutto e scappare via. E correre da te.

Super Santos

domenica, 5 febbraio 2012

 

Che poi è il titolo dell’ultimo libro-racconto di Saviano.

L’ho appena acquistato su Internet (scusami, Disagiato, anche io purtroppo possiedo un e-book reader…), non l’ho ancora letto e confesso senza pudore che la voglia di averlo tra le mani è nata non dalla curiosità per la storia raccontata dal Nostro ma dai ricordi che mi ha evocato quel pallone rosso stampato sulla copertina.

Perché, dovete saperlo, io provengo da un paese lontano un tiro di schioppo da quello in cui è nato Saviano. Dunque quando affermo di comprendere i motivi profondi delle sue narrazioni potete credermi: undici anni di differenza, ossia quelli che ci separano come età anagrafica, dalle nostre parti non costituiscono un gap generazionale. Perché dalle nostre parti le cose non cambiano mai, o se cambiano è in peggio e mai in meglio. Io, per esempio, ho vissuto un’infanzia e un’adolescenza più tranquille delle sue: in parte perché i camorristi all’epoca erano più accorti, e non sparacchiavano come Tex Willer in mezzo alle piazze di paese la domenica mattina, e in parte perché dove abitavo io non c’erano conflitti tra famiglie contrapposte. Quando comanda uno solo i problemi sono risolti sul nascere e ci si può concentrare sugli affari; e addirittura meno clamore c’è e più gli affari vanno a gonfie vele. Il contrario del mondo del business convenzionale, insomma (un morto per strada, l’unico, lo vidi nel 1980: ma fu ammazzato nella piazza del mio paese per puro caso, in realtà lo stavano inseguendo e lo avrebbero fatto fuori ovunque i killer avessero arrestato quella sua fuga disperata).

La mia brevissima storia comincia in questo scenario del mezzogiorno campano tra fine anni ’70 e inizio anni ’80 (che tuttavia all’epoca sembrava meno cupo di adesso perché, lo ripeto affinché sia chiaro il concetto, i camorristi all’epoca erano più accorti o più intelligenti dei loro discendenti di inizio millennio): in un paese di campagna non ancora cementificato fino a togliere aria alla terra fertile che gli antichi romani chiamavano Campania Felix, lungo le cui strade transitavano pochissime automobili e in cui un po’ ovunque era possibile trovare miserabili spiazzi erbosi e/o polverosi dove ci radunavamo, noi ragazzini cresciuti in mezzo alla strada, per giocare a pallone. Il pallone, inutile dirlo, era proprio il Super Santos: abbastanza economico da poter essere acquistato con una colletta da cinquanta lire a testa, sufficientemente pesante da non volar via come un soffio di vento se il cross era troppo lungo (la sua versione ipereconomica, con cui era impossibile giocare un calcio decente, si chiamava Super Tele) e resistente quanto basta per non forarsi ogni volta che un tiro alla carlona lo spediva contro le ringhiere appuntite della casa di fronte. Oppure il Super Santos lo portava da casa uno di noi, e allora era lui a decidere tutto: anche di andarsene via con il pallone, qualora la partita non avesse avuto l’esito desiderato o fosse degenerata in lite. Ma in genere le cose filavano lisce: i due capitani, che in genere erano i più bravi con il pallone al piede, tiravano a sorte per scegliersi i compagni di squadra; e lo scorno era per gli ultimi rimasti, quelli che nessuno aveva scelto prima perché privi di qualsiasi attitudine al gioco del calcio. E poi si giocava. Una, due, tre ore: sembrava che la benzina in corpo a quell’età non finisse mai, mattina o pomeriggio, estate o inverno (ma da noi gli inverni sono miti, la neve non si vedeva mai). A volte il pallone finiva nel giardino della casa accanto e le opzioni possibili erano due: o il proprietario gentile ce la restituiva, pregandoci di fare meno baccano possibile, o il proprietario stronzo se lo teneva (varianti possibili: lo bucava lui a colpi di vanga oppure il suo cane ci piantava i denti, con il medesimo risultato). Altre volte il Super Santos terminava la sue breve e gloriosa vita contro una siepe di rose e impalandosi sulla guglia aguzza di una ringhiera: e allora la partita finiva mestamente, si raccattavano i maglioncini sistemati a terra a mo’ di pali di porta e si riprendeva la via di casa.

Adesso, che sono passati trent’anni e oltre da quei giorni, il mio paese di origine è al tempo stesso molto diverso da allora ma sempre uguale a sé stesso. Gli spiazzi erbosi sono stati violentemente cementificati e i ragazzi non giocano più in strada: d’altronde sarebbe impossibile anche se gli spiazzi fossero rimasti integri, perché il traffico è proporzionale a quello di una metropoli industrializzata. L’orizzonte che digrada verso il mare è irrimediabilmente deturpato da un colosso di centrale elettrica che non ha portato alcun beneficio economico al paese ma in compenso è già assurta agli onori della cronaca per le inevitabili collusioni di chi l’ha voluta e gestita con la solita, vecchia camorra. E i cui danni alla salute delle persone saranno quantificabili solo tra parecchi anni: ossia quando sarà troppo tardi per tutto, fuorché per le recriminazioni.

Io ci torno poco, nel paese in cui sono nato: troppe cose sono cambiate senza che io partecipassi ai cambiamenti, e le cose che sono rimaste uguali sono esattamente quelle che tanti anni fa mi portarono a cercar fortuna altrove. Alla fine finisco per sentirmi un estraneo, l’unico luogo dove incontro facce amiche forse è solo il cimitero. So che la crisi economica laggiù non farà gli stessi danni che sta producendo in larga parte del paese: perché la crisi, nel casertano, è sempre stata condizione cronica di esistenza. E mi viene da sorridere quando sento raccontare in tivù da corpulenti parlamentari in cravatta verde che dalle mie parti si evadono tasse in percentuale molto maggiore che, per dire, in Veneto o in Lombardia: bisognerebbe sapere di che si parla, e sapere che in Veneto il lavoro c’è ma in Campania non c’è mai stato (o, se c’è, è quello che crea la malavita organizzata).  Insomma, è difficile evadere le tasse se non lavori: ma non voglio parlare di questo, il mio non è un post polemico o politico e non ho nessuna intenzione di rivangare un secolo e mezzo di storia italiana per spiegare i motivi di questa incredibile disparità economica tra i due tronconi del paese. Volevo solo raccontare che mi mancano molto quelle interminabili ore passate a prendere a calci il Super Santos, mi manca quel vento tra i capelli mentre guardavo le nuvole bianche che solcavano il cielo, mi mancano i ridicoli gesti di esultanza di quando facevamo gol (o di dispetto quando io, che ero il portiere, li paravo). Mi mancano moltissimo i pomeriggi di dicembre con il sole alto nel cielo e noi che giocavamo in maniche di camicia; mi mancano i minuti di attesa che tutti arrivassero e si facesse numero sufficiente, le chiacchiere del dopo partita, le prese in giro di chi aveva sbagliato il gol fatto o le lodi di chi aveva segnato quello davvero impossibile. Mi mancano i momenti in cui dalla porta guardavo svolgersi il gioco e la palla era per fortuna lontana dai pali che controllavo; le volte in cui pensavo, quando un giocatore era a terra con la caviglia gonfia, che se da grande avessi fatto il medico avrei potuto occuparmi io di lui. Mi mancano tanti dei miei amici dell’epoca, la maggioranza dei quali adesso vive altrove come me: senza rendersi conto che la loro scelta di vita ha finito per impoverire ulteriormente il proprio paese a arricchire terre già ricche di proprio.

Insomma, sono perennemente combattuto tra la gratitudine per la terra che mi ha accolto e i sensi di colpa per quella in cui sono nato: alla quale non ho restituito nulla di più prezioso che queste righe di stupida e stucchevole nostalgia. Per le quali vi chiedo perdono e comprensione, prima di ogni altra cosa.

Et bon voyage

domenica, 8 gennaio 2012

E sono qui, adesso, con il sottofondo di buona musica. Abbiamo disfatto l’albero di Natale, rimesso a posto le palline e i festoni e le calze della Befana. Anche quest’anno i bimbi hanno rotto il giusto numero di palle natalizie: è una metafora, lo so, bisogna disfarsi del vecchio e lasciare spazio al nuovo. Perché anche Lot, guardando indietro sua moglie, rimase letteralmente di sale. Però l’8 dicembre i bimbi l’albero lo hanno addobbato con i nonni lontani, e allora certe volte il cerchio si chiude bene e non esistono ieri, oggi e domani. Siamo tutti qui, siamo tutti adesso. Il resto sono chiacchiere.

Adesso i bimbi sono in terrazza, il cielo è azzurro, il sole splende freddo e sereno. Sento le loro voci allegre e penso a che farò domani, a come andrà a finire quest’anno terribile che ci aspetta. Ma sapete che vi dico? Non me ne frega nulla. Per me sarà come andare per funghi. Mi inoltrerò nel sottobosco e mi metterò in cerca: potrei tornare con il paniere pieno o vuoto, che importa, l’importante sarà aver cercato fra le radici degli alberi, in mezzo al muschio umido, fra le pietre. Aver cercato insieme a qualcun altro: dopo aver progettato che pezzo di strada fare insieme, e in che modo.

Quest’anno, che siate radiologi, specializzandi, studenti, pazienti o semplici passanti, vi auguro che sia un anno di ricerca. Cercate qualcosa. Trovatevi qualcosa a cercare e cercatela. Fate della vostra ricerca una missione sacra. Non lottate per tornare a casa vittoriosi, perché l’importante sarà stata proprio la ricerca.

E adesso vi lascio al vostro destino. Bon voyage.

Gli auguri del radiologo

venerdì, 23 dicembre 2011

Quest’anno, come ogni anno, sto per inviare gli auguri del blog alla mailing list di matti furiosi che in questi anni hanno deciso di registrarsi. I quali sono un centinaio, quindi un discreto numero: per capirci, quelli a cui la pubblicazione di ogni nuovo post viene notificata in tempo reale e che hanno facoltà di commentare i post. Ma il counter del blog mi ha comunicato che, incredibile a credersi, siamo arrivati a 300 visite al giorno, e quindi mi tocca estendere gli auguri anche a chi non è registrato come utente del sito ma a quanto pare lo frequenta più o meno abitualmente. E per farlo, mi perdonerete perché è Natale e siete tutti un po’ più buoni, voglio partire da lontano.

Stamattina, in centro, sono andato a prelevare qualche soldo dallo sportello bancomat della mia banca. Che nella piazza principale della città ha una sede grande e molto elegante, al cui ingresso il cliente viene accolto da ben sei sportelli bancomat. Bene: davanti alla porta a vetri scorrevole c’era una guardia giurata, e fin qui niente di nuovo. La novità è che la guardia giurata questa volta non aveva la pistola ben chiusa nella fondina ma una specie di kalashnikov, un cannone terribile anche a vedersi; e lo imbracciava con grinta temibile. Il che mi ha riportato alla congiuntura storica, a quanto male siamo messi, a che genere di paura sta animando le nostre giornate. E mi sono detto che il terrore è proprio ciò che desidera per noi chi tira le fila del teatrino: un popolo spaventato si controlla meglio, gli puoi togliere soldi e libertà e nessuno protesterà mai perché in gioco c’è, appunto, la sopravvivenza di tutti.

Però oggi voglio proporvi un punto di vista alternativo. Voglio dirvi che questa crisi, qualunque siano le cause e le finalità di chi l’ha voluta e generata, potremmo viverla non come un periodo di terrore che ci lascerà più poveri, anche di spirito, ma come un’occasione imperdibile. Per esempio, l’occasione di rivedere le nostre priorità e dare il giusto valore alle cose che possediamo e vorremmo possedere: hai visto mai che si smetta di considerare il Suv come un biglietto da visita, o le scarpe da mille euro l’equivalente della foto sulla nostra carta di identità. Hai visto mai che potremmo accontentarci del nostro vecchio PC, che tanto vecchio non è ed è più che sufficiente per scrivere, guardare le nostre foto, navigare su internet e andare a leggere l’ultimo post del radiologo. Hai visto mai che potremmo decidere di non passare il capodanno alle Maldive ma di starcene qui vicino, magari con i nostri amici o la famiglia. E invece di fare il trenino di mezzanotte, con il sottofondo di musica brasiliana, in mezzo a gente annoiata, potremmo approfittare dell’occasione per farci raccontare storie  mai udite prima dai nostri padri, dai nonni, da chi le ha tenute in serbo per occasioni del genere senza che l’occasione mai si presentasse. Potremmo approfittarne, insomma: ma non consumatele tutte, tenetene qualcuna da parte per il black-out planetario che, dicono in giro, sarà l’unica vera fine del mondo che ci aspetta al termine del 2012.

E ho degli auguri speciali da fare a due categorie speciali di persone, dalle quali ricevo ogni giorno molte e-mail (al punto che faccio fatica a rispondere in tempo reale, e infatti approfitto dell’occasione per scusarmi pubblicamente): studenti di medicina e specializzandi in radiologia. Sono tutti molto preoccupati del futuro: se la loro formazione sarà adeguata; se quando finirà il loro corso di studi le occasioni lavorative saranno rinsecchite come sterpaglie nel deserto o ci sarà ancora modo di evitare la fuga all’estero; se gli stipendi saranno adeguati ai tempi e chi ha investito decine di anni nella formazione potrà farsi una famiglia e permettersi un appartamento da almeno quattro stanze.

A questi ragazzi io voglio raccontare un’episodio accaduto ieri nel mio ospedale. A fine mattina c’è stato il tradizionale incontro natalizio del direttore generale con i primari e i responsabili di unità operative nell’aula magna dell’ospedale. Il direttore ci ha salutato, e prima di congedarci ha tenuto un breve discorso. Che potrebbe essere riassunto in una sola frase: Ci aspettano tempi cupi, il destino della qualità del nostro lavoro è nelle nostre sole mani e il solo ottimismo è quello che noi sapremo dare alle nostre azioni.

E, strano a dirsi, nonostante il basso profilo sono stato pienamente d’accordo con lui: meglio un ottimismo realista e amaro, rispetto all’ottimismo negazionista che ci ha condotto quasi sull’orlo del baratro. E’ nei tempi cupi, come dice il mio caro amico Johnny, che si vede la pasta di cui siamo fatti. E l’ottimismo non può riguardare solo le nostre prospettive lavorative e i nostri stipendi, ma ben altro: perché qui c’è in gioco la nostra libertà, di uomini e di lavoratori. E allora voglio dire una cosa ai ragazzi che mi seguono: questo periodo nero potrebbe essere un’opportunità senza precedenti. Quando calerà la scure sul mondo del lavoro, sanità compresa e forse sanità prima degli altri comparti, una volta tanto avranno più probabilità di salvarsi quelli preparati (quelli con il know how, come dice il mio primario), con le idee innovative e la voglia di crescere e andare avanti invece che sedersi a terra ad aspettare che la buriana passi. Per cui fatemi una cortesia: studiate ancora più di prima, cercate di allargare i vostri orizzonti. Se i vostri professori non vi badano cercate aiuto altrove, e se non lo trovate fatevi amici i libri di testo. Guardatevi intorno il più possibile, non perdete nessuna occasione per crescere professionalmente e umanamente. State con i pazienti, fatevi raccontare le loro storie, e prima di guardare la loro TC o di fargli l’ecografia ascoltateli con attenzione: vi stanno suggerendo la diagnosi. E, prima ancora di quella, vi stanno suggerendo che il cambiamento più profondo potrebbe essere non quello del nostro portafogli, ma quello dentro di noi. Nei tempi di crisi i soldi diventano carta straccia, ma le persone riacquistano l’importanza che dovrebbero avere sempre, in ogni momento, fino alla fine dei tempi.

Quindi per una volta tanto vi saluterò senza usare l’aforisma di un vecchio della mia gioventù universitaria, che amava affermare: Il segreto della felicità è comportarsi sempre moderatamente male.

Questa volta vi faccio gli auguri dicendovi: Comportatevi benino. Qualcosa di buono in cambio, prima o poi, potrebbe arrivare.