Archivi per la categoria ‘Caro me stesso mio’

Cronache da un piccolo viaggio (4)

venerdì, 16 marzo 2012

Districarsi, in metropolitana, è difficile. Già madre natura mi ha dotato di un senso dell’orientamento piuttosto carente, e poi qui si aggiunge anche la scarsa cortesia dei locali: una signora anziana ci mette un secondo più del dovuto a infilare il biglietto nel lettore della porta scorrevole e già in due dietro di lei cominciano a sbuffare. Mentre avanzo seguendo il flusso della folla noto con la coda dell’occhio stranieri di vario genere e grado che vendono mercanzie: mi sembra di intuire nei loro gesti e sguardi una sorta di codice gerarchico, un equilibrio instabile fondato su diversi livelli di prevaricazione. Quando venni per la prima volta quassù, moltissimi anni fa, i ragazzi in metro esibivano all’indirizzo dei coetanei sguardi di sfida costante: non è cambiato nulla, forse solo l’abbigliamento, insomma siamo passati dai giubbotti imbottiti ai cappellini infilati di traverso e a ferraglia infilata ovunque. Mi fa una certa impressione pensare che i loro predecessori del 1985 adesso hanno dai quaranta ai cinquanta anni, mi chiedo che direzione possano aver preso le loro vite e se le facce di sfida che esibivano a sedici anni abbiano trovato un serio corrispettivo nella vita adulta? Tutto ciò, devo proprio dirlo, mi rinforza nella convinzione che c’è una sola cosa degna di essere insegnata a un figlio: non bisogna mai far nulla, nella vita, che possa farti vergognare o sentirti in imbarazzo quando diventi vecchio.

Cronache da un piccolo viaggio (3)

venerdì, 16 marzo 2012

In vista della stazione centrale, l’uomo elegante di mezza età sistema in borsa computer portatile, telefono cellulare, bluetooth e riviste, inforca gli occhiali con la montatura di corno e indossa di nuovo sul viso l’espressione da stronzo che aveva riposto nel taschino durante il viaggio. Mi domando perplesso a chi sarà destinata.

Cronache da un piccolo viaggio (2)

venerdì, 16 marzo 2012

La ragazza non è bella. Ha un viso irregolare, le guance messe a dura prova da residui di acne giovanile. Ma le sue sopracciglia sono curate. E altrettanto curata è la scollatura, associata alla consapevolezza che il suo punto forte distoglierà l’attenzione dai difetti del volto. Appena parte il treno regionale la ragazza tira fuori dalla borsa la trousse del trucco e comincia una cerimonia di preparazione che dura tutto il tempo del viaggio: creme, fard, correttori, ombretto, rossetto. La sua precisione è impressionante, da professionista del ramo. Esibisce una meticolosità che io vorrei vedere in certi miei colleghi di lavoro, non si distrae nemmeno un secondo dall’obiettivo e controlla di volta in volta il risultato in un piccolo specchio tascabile; con occhio critico, come se stesse truccando un’altra persona. Alla fine, quando il regionale arriva a destinazione, si concede un mezzo sorriso soddisfatto: è soddisfatta del risultato e ha ragione di esserlo. Quando scenderà dal treno, per recarsi ovunque la stiano aspettando, la scollatura generosa non sarà più il suo unico punto di forza.

Cronache da un piccolo viaggio (1)

venerdì, 16 marzo 2012

Sono in treno, destinazione Milano. Non è un viaggio di piacere ma di lavoro: tuttavia vado a occuparmi di cose che mi appassionano oltremisura, dunque parlare di lavoro suona male. In più è anche l’occasione per staccare, un solo giorno, dalla vita di reparto. Fuori c’è il sole, il treno è in orario; il caffè della carrozza ristorante è una ciofeca ma pazienza, per questa volta sopravviveremo.

Vado a Milano, dicevo, e io non vado mai volentieri da quelle parti. Ogni volta che vedo quella città ho l’impressione, robustissima, di un laboratorio in cui l’esperimento è fallito. Milano è una strana creatura. Accoglie, ma in modo vorace. Più che integrare, frulla. È una città ricca, ma la sua ricchezza è virtuale come quella di un conto bancario. È la capitale morale del paese, eppure è anche il luogo dove si sono consumate, e si consumano tuttora, le peggiori nefandezze politico-economiche che si possano immaginare. La realtà dei fatti è che io, Milano, proprio non la capisco: ma è un limite mio, da reduce della Campania Felix e della bassa padana, non della città in sé. I miei limitati schemi mentali fanno fatica a sistemare in un insieme logico il ragazzo dalla faccia tunisina che parla con l’accento indolente del siur Brambilla, il meridionale diventato di colpo energico leghista, le facce tristi che siedono in metropolitana e sembrano non in attesa di raggiungere la propria destinazione, ma solo che capiti qualcosa, qualunque cosa sia capace di restituire un frammento di speranza a una vita infame. Qualcuno mi dice che Milano è grigia. A me, ogni volta che ci torno, sembra solo una città popolata da gente molto infelice.

La faccia triste dell’invecchiare

mercoledì, 7 marzo 2012

Il tempo passa per tutti, lo sappiamo bene anche se non ce ne rendiamo conto: quando faccio mente locale su quanto sono giovani alcune mamme mi viene male. Ieri ho fatto un’ecografia a una ragazza con un pancione enorme, era nata nel 1987: lo stesso anno in cui mi sono iscritto al corso di laurea in medicina. Per cui ho una certa difficoltà nel rendermi conto che non ho più vent’anni, non ne ho più trenta e nemmeno quaranta. Devo fare uno sforzo di grande concentrazione per realizzare che se infilo un paio di calzoncini bianchi e riprendo la racchetta da tennis in mano, dopo svariati mesi di inattività fisica, non solo non la metto dentro ma dopo dieci minuti ho pure il fiatone. A volte faccio finta di niente: quella cisti tendinea che ho dietro il ginocchio a volte si infiamma, ma a volte no e allora posso far finta di essere giovane e fare le scale due alla volta (fortuna che abito al primo piano, ne andrebbe della mia autostima). Come talismano personale ho conservato il vestito del matrimonio: finché riuscirò ancora a indossare il pantalone e ad allacciare il fatidico bottone sarò fuori pericolo. Il giorno che non ne sarò più capace, beh, quel giorno bisognerà scendere a patti con la realtà.

Il problema è che puoi fregare te stesso, far finta che quelle rughe sulla fronte siano di espressione e le palpebre sembrino pesanti perché hai appena finito la notte di guardia. Quello che proprio non si può fare è ignorare i segni dell’invecchiamento sul prossimo: specie se hai a che fare con lui da molti anni e lo vedi piuttosto infrequentemente.

Esempio: qualche sera fa accendo la tivù e subito mi capita James Taylor seduto su una sedia, chitarra in mano, che canta (malino, a dire il vero) la famosa You’ve got a friend. Allora, dovete sapere che io conobbi James Taylor nell’autunno del 1984, pochi giorni prima di essere devastato dalla madre di tutte le delusioni amorose della mia vita (forse, a essere cinici, l’unica vera delusione amorosa che abbia mai avuto). A presentarmelo fu Flavio, un caro amico che ascoltava musica che all’epoca nemmeno conoscevo: mi prestò una cassetta (era una C90, da un lato c’era JT e dall’altro Gorilla) e io la ascoltai senza sosta negli interminabili pomeriggi che precedettero la botta magistrale. Fortuna che non associai in modo indelebile il buon James alle mie giovani sofferenze sentimentali, e dunque riuscii a procurarmi senza grossi problemi esistenziali anche gli altri dischi e a seguire per molti anni la sua pista (la sua musica per me restò comunque legata, in qualche modo, alle esperienze con l’altro sesso: per esempio nel 1988, un po’ più sgamato di quattro anni prima, fui accompagnato per mano da Hourglass in una relazione extraconiugale, sul versante femminile, degna di memoria. October road, nel 1992, mi introdusse al corteggiamento di una mia ex fiamma, preludio a tre anni di buon sentimento finiti poi abbastanza maluccio).

James Taylor, non so come altro dirlo, per me è sempre stato espressione di giovinezza. Se guardate le sue foto di quando era giovane, James Taylor era proprio giovanilmente spavaldo: l’espressione di chi non teme il futuro né la paura del tempo che passa. La sua voce, anche oggi che ha sessantaquattro anni, è la voce di un ragazzo angelico che canta delle gioie del Paradiso. Si fa veramente fatica a immaginarselo tossicodipendente, strafatto di eroina e con i buchi delle iniezioni sulle braccia, alle prese con matrimoni fallimentari e squallide camere di albergo.

Per cui quando l’ho rivisto in tivù, l’altra sera, con l’immancabile cappello a coprire la pelata, e ho visto il suo viso da anziano con le rughe e le macchie sulla pelle, ho avuto un brivido freddo sulla schiena. Ho realizzato in un colpo solo che sono passati quasi trent’anni da quando ho ascoltato per la prima volta Handy man e che tutto è radicalmente cambiato: soprattutto dentro di me. Come uno che sta per rendere l’anima al creatore, ho rivisto tutta la mia vita in un secondo: è lo schermo era nei suoi occhi. Occhi stanchi, occhi da vecchio.

Per cui, scusatemi, ma James Taylor è invecchiato, Lucio Dalla è morto e io oggi non mi sento niente bene.