Archive for the ‘Hospital’ Category

Se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto

martedì, Novembre 24th, 2020

Mi chiedo spesso dove e quando sia nata la passione dei politici nostrani per le cifre. Poi ci penso su e mi rispondo: forse a cominciare fu proprio il Berlusca, quando nei suoi scontri all’ultimo sangue con Prodi snocciolava con la disinvoltura di un commerciante al dettaglio vagonate di cifre con la virgola. A volte si faceva prendere la mano, certo, come quando con grande faccia di bronzo sostenne che durante la sua presidenza gli sbarchi dei migranti si erano ridotti del 247%: i matematici ebbero materiale per sganasciarsi dalle risate, perché la cifra era impossibile, ma il popolo no, purtroppo, il popolo ne rimase fortemente impressionato. Alla fine, l’insegnamento del Grande Venditore fu che l’importante non è dire la verità o essere precisi, ma veicolare il messaggio vincente. E lui, quelle elezioni, le vinse. A fare invece una figura barbina, qualche anno più tardi, durante un’intervista televisiva, fu Renzi: che invece i numeri, e forse anche qualche risposta a quesiti molto specifici, li leggeva sullo schermo del Mac, inviati in tempo reale da qualche solerte e più preparato collaboratore. Gli italiani non gliel’hanno mai perdonata: puoi farla passare liscia al cialtrone, che magari ti strappa pure un sorriso di simpatia, ma di certo non al disonesto.

I numeri, è chiaro, si possono usare in modo molto differente. Per esempio, dire che l’intento di governo è creare un milione di posti di lavoro non va preso alla lettera. È una cifra tonda che esprime la volontà generica di dare alla gente quello di cui ha bisogno: promesse che non si possono mantenere, ma che rassicurano nel profondo. Dire invece che il numero di contagiati del giorno è quarantacinquemilatrecentodiciassette non veicola né promesse né certezze, ma dà la gradevole la sensazione di avere a che fare con una persona estremamente competente, sul pezzo, uno che siccome le sa tutte e ha il polso della situazione di sicuro risolverà il problema. Basta solo dargli abbastanza tempo.

Da militare (anno domini 1997) ebbi a che fare con un capitano dell’Esercito di cui, per ovvi motivi, taccio il nome. La sua caratteristica, oltre alla completa inettitudine alla vita marziale, era la sicurezza con cui forniva date e cifre su qualsiasi, e dico qualsiasi, argomento dello scibile umano. Era capace, se gli girava, di citarti a memoria la tal pagina del tal libro e con tanto di virgolettato: ovvio che tutti ne fossero intimiditi. Fu il suo collega, capitano medico, a svelare l’arcano: “Guardate che quello è ignorante come una capra” disse una volta. “Il suo è un trucco, snocciola cifre precise perché è sicuro che nella stragrande maggioranza dei casi nessuno andrà a controllare, e così fa sempre bella figura”. Ancora una volta un venditore sfidava l’uditorio fidandosi non della propria fortuna, come potrebbe sembrare a una prima analisi, ma delle leggi della statistica: la probabilità di essere sbugiardato, in qualsiasi situazione, è comunque infinitamente minore di quella di passare per un fenomeno.

Ecco perché suggerisco sempre di usare grande cautela nei confronti di chi adopera i numeri con pochi scrupoli, in un caso o nell’altro. Come dicevo sempre agli specializzandi che frequentavano il mio vecchio reparto, e ai colleghi giovani con cui lavoro adesso: non è importante, per dire, che conosciate a memoria la percentuale dell’accuratezza diagnostica della risonanza magnetica nel riconoscimento dell’infiltrazione neoplastica della cartilagine tiroidea. L’importante, in tempi di totale libertà di accesso ai dati, paradossalmente non sono più i dati stessi ma la capacità di elaborarli, distinguendo quelli attendibili da quelli che non lo sono.

In definitiva: da un medico radiologo mi aspetto non l’erudizione ma la capacità di scrivere in un tempo ragionevole un referto valido e conclusivo. E da un politico non mi aspetto i numeri con la virgola ma la capacità di immaginare il mio futuro tra dieci anni. Per i numeri, quelli nudi e crudi, bastano e avanzano ragionieri e burocrati.

Quando questo concetto basilare sarà finalmente metabolizzato, e il rispetto per gli interlocutori tornato a livelli accettabili, forse riusciremo ad avere medici e soprattutto politici migliori.

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La canzone della clip è “L’avvelenata”, di Francesco Guccini, nella versione di Agnelli-Pagani tratta dall’album “Note di viaggio vol. 1”. Omaggio di vari artisti al grande Francesco.

Cronache del virus fetente #26 – Eccomi con il mio amore eterno

sabato, Novembre 7th, 2020

APOLOGIA DEL BUROCRATE: COME E PERCHÉ I BUROCRATI CI SALVERANNO DAL COMPLOTTISMO.

Insomma, non abbiatecela a morte con i burocrati.

I burocrati salvarono l’Europa dalla rovina durante gli anni bui delle invasioni barbariche: se siamo rimasti un po’ latini, in quei tempi, e adesso non parliamo una lingua impronunciabile derivante da un sottodialetto gotico, lo dobbiamo all’abnegazione dei burocrati dell’epoca. Pensate: senza di loro era così impensabile gestire un regno, piccolo o grande che fosse, che persino i re barbari li lasciarono al loro posto assumendo la loro lingua e le leggi che facevano applicare da generazioni. Il re barbaro regnava formalmente, ma il regno continuava a funzionare solo grazie ai burocrati.

Oggi non è diverso da allora. Vi siete chiesti perché la macchina statale continua a funzionare anche quando il monocolore democristiano confluisce nel pentapartito, e questo si sfascia per dar via al governo di centrodestra, di colore blu-nero, poi a quello di centrosinistra, bianco-rosso, quindi al governo delle larghe intese, grigio come pochi altri, e per finire a quello giallo-verde o giallo-rosso, che poi in questo caso la bicromia è una mera illusione? Perché gli uomini di governo cambiano, ma l’ossatura dello stato sono loro, i burocrati.

I burocrati governano nell’ombra seguendo leggi non scritte ma adattate perfettamente a quelle ufficiali in millenni di silenziosa evoluzione, tramandate oralmente da capufficio a capufficio in notti di plenilunio, più sacre ancora delle religioni di stato. I burocrati hanno abitato sottoscala polverosi così come attici vista fiume, eppure la loro natura essenziale non è mai cambiata: esseri umani dall’incarnato grigiastro, che passano inosservati, in gonna e camicetta o in giacca e cravatta d’ordinanza, sepolti da tonnellate di scartoffie o connessi al loro PC vecchio ma perfettamente funzionante, che gira ancora con windows 98 eppure miracolosamente contiene nel proprio disco rigido tutto lo scibile burocratico.

I burocrati vergavano le pergamene sigillate con la ceralacca, i rotoli archiviati nelle segrete del castello o nelle pievi più remote. I burocrati prosperarono se possibile ancor di più grazie a Gutenberg e alla sua invenzione della stampa, che riempì il mondo di inutile cartaccia a scapito delle foreste che all’epoca ricoprivano il mondo. E così, adattamento dopo adattamento, archetipo perfetto delle teorie darwiniane, si tramutarono in tempi più recenti negli autori delle lettere dattiloscritte in quadruplice copia, con la carta carbone, e adesso delle mail con ricevuta di ritorno o delle PEC: perché deve essere ben chiaro che la responsabilità non è loro, nel caso in cui il destinatario non abbia letto il contenuto delle missive elettroniche. I burocrati conoscono tutti i sotterfugi, le scappatoie, i percorsi alternativi; sanno a memoria i commi e gli articoli, hanno intessuto nei secoli una rete di connivenze che permette loro di arrivare al risultato attraverso strade tortuose o, se è necessario far fallire un progetto, di imboccare le strade senza uscita che conducono a stanze di stagnazione in cui qualsiasi progetto non desiderato può decantare e macerare fino a spegnersi per consunzione.

Ma c’è una cosa che il burocrate, per sua stessa natura, non farà mai: assumersi una responsabilità. Il burocrate prepara lettere che qualcun altro dovrà firmare. Assegna numeri di protocollo a progetti o lagnanze altrui, e li archivia diligentemente. Realizza l’impalcatura delle idee dei capi ma il suo nome, alla fine, non risulta da nessuna parte. Ogni burocrate cura un pezzo del percorso ma non ne è responsabile in alcun modo: e meriti e soprattutto le colpe ricadono sempre sui capi, da che mondo è mondo. Finché esisterà una firma che non è la sua in calce a un documento qualsiasi, il burocrate sarà salvo.

Ecco perché, in epoca di sfrenati complottismi, dovete essere tutti molto grati al burocrate. Il burocrate, per la sua inerzia naturale, rallenta i passaggi, si dimentica deliberatamente di oliare ruote dentate, tiene gli pneumatici volutamente sgonfi, crea attrito continuo. Esempio paradigmatico: non è possibile che un’ambulanza giri per la città, vuota, a sirene spiegate, al solo scopo di terrorizzare i cittadini, perché l’uscita di un’ambulanza necessita di una serie di atti burocratici così lunghi e laboriosi, e di conseguenti assunzioni di responsabilità, che nessun burocrate ne permetterebbe l’uscita a vuoto. Il segreto della longevità dei burocrati sta nel rispetto assoluto delle norme non scritte che regolano il loro lavoro, si diceva. Fingere collaborazione a un progetto inutile o dannoso, e in realtà piegarlo ai propri scopi attraverso una impercettibile ma persistente sabotazione del progetto stesso.

Il burocrate che vi rovina la giornata, quando allo sportello si impunta sulla mancanza di quel tale documento o del ritardo di due giorni sulla sua data di consegna, in realtà vi sta proteggendo: dall’alba dei tempi. Qualsiasi complotto, nazionale o mondiale, necessita della connivenza di un numero troppo esoso di burocrati: ecco perché i colpi di stato per lo più falliscono in fretta, e quando riescono a tradursi in regimi hanno durata breve. I burocrati fanno resistenza passiva, si adattano alle circostanze ma poi finiscono per assorbire tutti: il barbaro ignorante, il francese effeminato, lo spagnolo spietato, l’austriaco ottuso, il tedesco nazista, e li trasformano in esseri composti della stessa sostanza, cioè il nulla. Li disinnescano, per così dire, e nel contempo riconducono il sistema allo stato di inerzia iniziale.

Per cui state tranquilli. Io non sostengo che non esista alcun complotto, intendiamoci: il mondo è sempre stato strapieno di gente impazzita che è convinta della bontà della propria follia. Però state tranquilli: nell’ombra opera un esercito infaticabile e silenzioso di burocrati, i quali prima o poi riporteranno il sistema alla normalità.

Perché, come mi disse il primo giorno da primario il decano dei primari dell’Azienda: “C’è una sola cosa che devi sapere, se vuoi sopravvivere in questo ruolo. Loro passano, noi restiamo”.


La canzone della clip è “Everlasting love”, nella versione di James Cullum (dall’album “The sweetest love” del 2017). La canzone originale, facilmente rintracciabile su YouTube, è di Robert Knight (1967).

Cronache del virus fetente #25 – Prevedo

sabato, Ottobre 24th, 2020

Cronache del virus fetente #24 – Ma che bel giorno, tutto è ok, non ho un solo pensiero in testa

martedì, Ottobre 20th, 2020

Un articolo di oggi sul quotidiano online “Open” racconta in termine abbastanza chiari il perché la regione Lombardia, alle soglie della paventata seconda ondata di CoVid, si stia avvicinando a un collasso molto simile a quello sperimentato sulla prima.

In buona sostanza, due noti economisti (Boeri e Perrotti) affermano che già a metà della prima ondata la regione aveva previsto un bonus per quei dirigenti che avessero predisposto un piano di recupero per le prestazioni ambulatoriali sospese e rimandata in seguito all’emergenza CoVid-19. I manager ospedalieri, insomma, avrebbero dovuto raggiungere “una produzione pari ad almeno il 95% di quella del secondo semestre 2019”. Perché? Perché il raggiungimento di quell’obiettivo avrebbe inciso per il 25% della valutazione finale del Direttore Generale, e quindi della corresponsione del relativo premio di produzione. Di conseguenza, si legge nell’articolo, i reparti CoVid sono stati prontamente depotenziati e non si è proceduto né ad assumere e formare nuovo personale sanitario né ad aumentare il numero dei posti letto in terapia intensiva (che avrebbero dovuto arrivare, secondo indicazioni governative, a 1446, e invece sono solo 983).

Adesso, come è ovvio, non è facile emettere giudizi trancianti sull’argomento: le cose potrebbero essere diverse da come sono state poste, la regione Lombardia potrebbe (giustamente) difendersi fino alla morte respingendo le accuse e giustificando in modi alternativi i numeri esposti nell’articolo, eccetera eccetera. Però, fatta la tara dei soliti giochini all’italiana sullo scarico di responsabilità e sull’applicazione della legge di Volga, e ammettendo per puro gusto di speculazione intellettuale che qualcosa di vero nell’articolo ci sia, vi propongo le seguenti riflessioni.

  1. Ricordate le voci sanitarie lombarde che con sesquipedale insistenza rassicuravano il volgo circa la morte clinica del virus? Adesso avete capito da quale stazione radio erano eterodirette e qual era il messaggio in codice implicito in quelle frasi. Tornate pure a operarvi in Lombardia! Non c’è più pericolo per nessuno!
  2. Non si può trattare un’Azienda sanitaria come se fosse pubblica, quando conviene che sia pubblica, e come privata quando conviene che sia privata. Anzi, se posso dirla tutta la sanità pubblica dovrebbe essere trattata come un servizio pubblico dovuto a cittadini che pagano le tasse, e non come un’impresa privata il cui bilancio deve per forza essere positivo. La sanità di un paese come il nostro, finché non si decide che il modello universalistico corrente è il male e va modificato (parliamone, potreste persino trovarmi d’accordo), deve essere considerata in perdita. O almeno in pareggio. Altrimenti a pagarne le conseguenze è la qualità del servizio erogato, che poi aumenta inevitabilmente i costi con una serie di meccanismi a cascata che non sto a spiegarvi nel dettaglio ma che sono facilmente intuibili. Questo lo capirebbe anche mia figlia di 12 anni, figuriamoci un politico dedicato alla salute o un manager: ecco perché risanare i conti serve a poco, se poi ti ritrovi senza il materiale umano per far funzionare la baracca.
  3. Appunto, il politico. L’articolo punta il dito contro i Direttori Generali delle Aziende ospedaliere, che sono emanazioni dirette della politica regionale. Se a qualcuno non dovesse essere chiaro, lo dico io oggi: a quelli livelli non c’è spazio per la contrattazione. Se la Regione dice di saltare, tu devi saltare. Se dice di star fermo, tu stai fermo. Non è questione di ricevere o meno il premio di produzione, che messa così fa di questi uomini nient’altro che avidi mercenari pronti a tutto per il vil danaro: la questione è che se non stai alle regole, semplicemente, vieni fatto accomodare fuori dalla stanza dei bottoni. Tanto, se va male, è già pronto un sostituto che scalpita per prendere il tuo posto ed eseguire alla lettera gli ordini del capo.

Insomma, questa è la situazione. Avete voluto la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha trasformato gli oscuri Presidenti di regione in onnipotenti Governatori con potere di vita e di morte sui sudditi? Bene, adesso ve li tenete.


La canzone della clip è Masterpiece, singolo di esordio di Gazebo (1982). Omaggio ad anni felici in cui nulla di quello che sta accadendo adesso avrebbe potuto essere nemmeno lontanamente immaginabile.

Cronache del virus fetente #23 – Relazioni tra il Negazionista e la teoria della psicologia delle masse di Freud (parte 3)

venerdì, Ottobre 16th, 2020

Il problema del negazionismo come sintomo psichiatrico di massa, a ben pensarci, ha però nel nostro paese la radice più profonda in un terreno che a guardarlo oggi sembra il più arido e improbabile possibile: quello della politica. Vi avviso subito: la prenderò larga in modo che i soggetti della mia analisi siano costretti a sudare quattro camicie per capirci qualcosa (e probabilmente senza capirci nulla lo stesso).

Anno del Signore 1989: accade la peggiore disgrazia europea di tutti i tempi. Non una guerra, una di quelle che hanno funestato il continente per due millenni, troppo facile. Non una pestilenza, quella è in corso adesso e ancora non sappiamo come uscirne. L’evento funesto si chiama, e non sto scherzando, caduta del muro di Berlino.

Siamo sempre stati ammaestrati dai libri di storia e dai programmi televisivi a riconoscere quella data, il 9 novembre 1989, come portatrice di un evento salvifico per l’intera umanità. Finalmente, a colpi di piccone, era stato buttato giù lo steccato che divideva est e ovest, russi e americani. Fine della guerra fredda, fine del terrore atomico, pace nel mondo per i secoli dei secoli a venire.

Adesso, che invece sappiamo come sia andata a finire, è possibile risalire a monte del fiume della storia e affermare con una certa sicurezza che tirar giù quel muro è stata una gigantesca, fenomenale, galattica cazzata. Ma attenzione, prima che mi saltiate tutti addosso: voglio precisare che il problema non è stato tanto il tirarlo giù in sé (d’altro canto, che in un contesto civile come l’Europa di fine anni ’80 trovasse luogo un abominio come quello era sinceramente intollerabile), quanto il modo con cui si è scelto di farlo. Il modo e i tempi. Perché certi processi politici vanno ponderati, accompagnati con grande cautela e non lasciati in balia dell’uzzolo delle folle. Per governare eventi epocali come quello ci vuole un progetto che vada ben oltre il puro e semplice abbattimento della barriera fisica rappresentata da un muro e che prescinda dalla scelta, adesso chiara, di accelerare i tempi a tutti i costi perché ciò che conta è il risultato strategico finale. Utilizzando per lo scopo qualsiasi mezzo. Fosse anche il dotarsi, tra le altre armi, di una testa d’ariete che facesse il lavoro sporco: il papa polacco. 

Ma queste cose già le sapete, così come conoscete bene le conseguenze politiche sul breve e medio termine del crollo del Muro. Finiti bipolarismo e guerra fredda, il pianeta intero è finito nelle mani di una sola superpotenza che da allora ha fatto il bello e il cattivo tempo senza peraltro beccarne una a sua vantaggio, e conducendo il genere umano in un’era di ossimori straordinari come l’esportazione armata della democrazia (guarda caso, però, solo nei luoghi in cui ci sono enormi risorse naturali di energia). L’Europa è finita in mano alla Germania, che prima si è fatta rimettere in sesto economicamente e poi ha ripreso l’autistico sogno imperialista che la contraddistingue da fine ‘800: questa volta senza matti isterici che aizzano folle, ma col volto rassicurante di una massaia sovrappeso della Germania dell’Est. In Italia invece ci fu un vero e proprio colpo di stato: Tangentopoli. La vecchia classe dirigente, che bene o male aveva garantito al paese mezzo secolo di stabilità, anche economica, non era più funzionale al sistema. Ci volevano quelli nuovi, adesso, per realizzare i progetti arditi che ci hanno condotto nel 2008 a una crisi senza precedenti e dalla quale non siamo ancora venuti fuori.

Questo, proprio questo è il nostro punto di partenza.

Una volta, in Italia, c’erano i democristiani e i comunisti: i quali si combattevano su un terreno ideologico, da due parti opposte della barricata. Con piccoli distinguo, o eri democristiano o eri comunista, non si sfuggiva a questa dicotomia. La destra e la sinistra estreme se ne stavano in un angolo, difendendo percentuali con lo zero virgola, tutto il resto faceva parte della galassia democristiana o di quella, più monolitica, dei comunisti. Sto semplificando, ovvio, e per qualcuno appassionato di politica potrà sembrare una bestemmia, ma neanche più di tanto: ve lo ricordate il pentapartito? Un’Italia a guida centrista, di matrice cattolica. Chi provò ad andare oltre, precorrendo i tempi, non fece una gran bella fine: citofonare a casa Moro per spiegazioni più dettagliate.

Caduto il muro, come per uno smisurato smottamento politico conseguente al crollo, si sono disintegrati i partiti politici che proprio al muro dovevano la propria esistenza. Talmente disintegrati che adesso, oltre 30 anni dopo, di essi non è rimasto nulla: i partiti che si richiamano a ideologie comuniste fanno sorridere, quelli che si richiamano a ideologie democristiane fanno tristezza. Qualche nonno mezzo rincoglionito della Prima Repubblica ci ha provato, a teorizzare la rifondazione della DC, ma la proposta non ha avuto seguito. E i motivi ci sono, chiari. Il nonno non aveva tutti i torti, forse, ma il progetto non era funzionale e vi spiegherò più avanti il perché.

Qui, inesorabilmente, ritorno al negazionista. Il papà del negazionista era di sicuro fuori dall’Hotel Rahael, a Roma, a lanciare le monetine a Craxi. Il papà del negazionista faceva il tifo per Di Pietro e la Procura di Milano, voleva vedere tutti in galera e subito, col massimo della pena, e se avesse potuto tirar fuori dalla soffitta una ghigliottina l’avrebbe fatto con sommo gusto. Nel mentre, il genitore del negazionista passava le serate a guardare culi e tette sulle reti Fininvest, dove venivano sperimentati i primi programmi di rincoglionimento di massa (tipo Drive-In) che poi avrebbero trovato naturale e raffinata evoluzione in quelli della coppia Costanzo-De Filippi, destinati nel tempo a demolire la scarsa intelligenza residua dei loro figli. Il negazionista lanciava le monetine a Craxi perché la piazza, virtuale o meno, è il suo terreno di pascolo e il potere costituito il suo nemico naturale, e vorrebbe sempre agire con le stesse modalità con cui furono messe in atto, per esempio, la rivoluzione francese o la caduta del fascismo: tagliando teste e appendendo i cadaveri illustri per i piedi. Il negazionista nega i valori del passato perché un passato senza valori lo affranca dalla sensazione di aver fallito su tutta la linea, di non aver costruito nulla di buono, di essersi limitato a vegetare per buona parte della propria esistenza. Perché la prima regola del negazionista, secondo la celeberrima Teoria della Montagna di Merda, è la seguente: la colpa della mia vita infame non può essere mia ma deve essere di qualcun altro, se possibile di qualcuno bene in vista. Ma meglio ancora se questo Qualcuno è assolutamente invisibile agli occhi, perché così non sono costretto a circostanziare il mio punto di vista e posso maledire a casaccio tutto, senza criterio, dai capi di stato appartenenti al NWO ai rettiliani che governano il mondo mascherati da esseri umani. Il negazionista, prima di fare il tifo per Di Pietro, era democristiano o comunista, e gli andava bene così. Prima dei sit-in di piazza contro Berlusconi, ai tempi del se-non-ora-quando, era un berlusconiano convinto. Prima di cedere al terrore verso i poteri forti e dell’Europa fascistizzante dell’euro, era un montiano di ferro perché se non ci fosse stato Monti l’Italia avrebbe fatto bancarotta e qui da noi ci vorrebbero i tedeschi a comandare, altro che. E prima di odiare i 5 stelle in quanto inesperti, incompetenti e sconclusionati, quali peraltro sono, perché non è bastato il reddito di cittadinanza a ridurre il livello della sua angoscia, era un simpatizzante della prima ora di Beppe Grillo e del suo blog.

Però c’è un problema: i partiti politici della Prima Repubblica si sono liquefatti, è vero, ma proprio in virtù delle proprietà fisiche dei liquidi hanno finito per mescolarsi tra loro. La caratteristica dei cosiddetti partiti della Seconda Repubblica è che si possono ricombinare in qualsiasi modo perché, in fondo, sono composti della stessa sostanza: il nulla. Un nulla talmente smisurato che le figure vincenti in politica, da qualche anno, sono gli amministratori duri e puri: sindaci e presidenti di regione in testa. Più gli amministratori mostrano piglio deciso e ripropongono il mito mai sopito in Italia dell’Uomo Forte al comando, più la folla va il deliquio e li premia con percentuali bulgare alle elezioni. L’Uomo Forte si ritrova attualmente nelle stesse condizioni del Signore medioevale: potere quasi assoluto, fiducia solo in un ristretto numero di fedelissimi (il cerchio magico), rapporto diretto col suddito che rende superflue tutte le figure intermedie della catena di comando democratica. E, in questo modo, deregolamenta il gioco politico e rende obsoleta l’appartenenza a un credo, um movimento, un partito. L’Uomo Forte è la negazione stessa della democrazia, che ne sia consapevole o meno. E rappresenta l’anticamera inesorabile del fascismo.

Infatti, e cito a titolo di esempio, ritrovare la signora Beatrice Lorenzin tra le file del PD non sorprende più di tanto. La nuova collocazione “politica” dell’ex ministro berlusconiano prima, e poi dell’UDC, non va intesa come un banale salto della barricata o un tradimento interessato della propria parte politica: il tragitto dalla destra più o meno moderata alla sinistra più o meno moderata è naturale, quasi fisiologica, perché tra queste presunte parti avverse non esiste nessuna differenza. Il colore degli stessi governi è assolutamente privo di significato: qualsiasi patito può allearsi con qualsiasi altro senza che cambi il risultato finale e non può quindi scandalizzare il recente cambio di maggioranza al governo né gli anni precedenti in cui il paese è stato retto da un governo cosiddetto delle larghe intese. Le larghe intese in Italia sono possibili, ossimoricamente, proprio perché inevitabili.

L’agone politico italiano di oggi è insomma un enorme, smisurato lago catto-comunista dal quale emergono solo due minuscoli scogli, uno all’estrema destra e l’altro all’estrema sinistra, senza alcun peso politico e dall’aspetto più che altro folcloristico. E in questo lago, per definizione, trovano luogo, fuse tra loro, le caratteristiche peggiori di entrambi i vecchi schieramenti politici: il perbenismo peloso dei democristiani e la smisurata invidia sociale dei comunisti. Questo mix terribile fa in modo che nella vita pubblica imperi un buonismo di facciata che a intervalli più o meno regolari esplode spargendo intorno schegge di violenza inaudita: ogni cosa viene chiamata con un neologismo orwelliano, per non correre il rischio di offendere qualcuno, ma al tempo stesso le reazioni della massa a offese reali o presunte sono diventate di una violenza inaudita. Il che spiega i motivi del fallimento del nonno un po’ naïf della Prima Repubblica che voleva ricostituire la Democrazia Cristiana: un agone politico liquido semplifica le cose agli attori, non li costringe a compromessi ideologici o culturali e permette anche a figuranti senza arte né parte di avere accesso alle stanze dei bottoni.

È in questo fantasmatico lago catto-comunista che sguazza, come un pesce felice, il negazionista. Egli può esistere e prosperare perché, di fatto, nulla di ciò che viviamo è più vero: l’assenza di punti di riferimento intellettuali determina l’insussistenza del pensiero come motore dello sviluppo e di qualsiasi tipo di cambiamento. Per un negazionista, paradossalmente, stiamo vivendo un periodo d’oro: la mancanza di qualsiasi substrato culturale, fin dai tempi della scolarizzazione, lo rende inabile alla comprensione della realtà e al tempo stesso lo autorizza ad avere un giudizio insindacabile su qualsiasi argomento dello scibile umano, rifiutando di riconoscere le figure ufficiali di riferimento e riconducendo ogni questione all’equazione teoria della realtà=complottismo/negazionismo. L’assenza coatta della politica, che è stata deliberatamente assassinata nel 1992 come effetto collaterale della caduta del Muro, gli permette di scivolare dall’adorazione cieca dell’Uomo Forte del momento al delirio distruttivo verso chiunque abbia in qualche modo mancato al suo dovere di amministratore o, nella fantasia malata del complottista, stia tramando nell’ombra con le potenze oscure che governano il mondo.

La lezione che si può trarre da tutto ciò, in ultima analisi, è che l’ignoranza genera paura, la paura crea mostri e i mostri generano violenza. Cosa generi la violenza non devo certo dirvelo io. Però, forse, ai complottisti/negazionisti si: ma per riuscirci dovrei usare parole semplici, e la complessità dell’argomento purtroppo non lo permette.