Archive for the ‘Hospital’ Category

Sembra che per qualcuno niente sia mai abbastanza buono

lunedì, novembre 18th, 2019

Esiste un libro che parla di metafisica dei ponti?

Forse si, come d’altronde per qualsiasi argomento, e sicuramente ne scaturisce una metafisica prevedibile e banale. Il ponte unisce due sponde più o meno lontane, lo sappiamo tutti. Permette agli abitanti delle due sponde di incontrarsi, beffando con grande eleganza il confine fisico più naturale che esista. Il ponte è metafora non solo di avvicinamento tra due sponde lontane ma anche di superamento di quel confine. Non a caso il primo tratto dei ponti ad arco, quelli delle fiabe, in genere è in salita: perché oltrepassare un limite vero costa sempre fatica e sacrificio.

Ma il ponte è una struttura intrinsecamente fragile. Le piramidi egizie sono in piedi da (almeno) cinquemila anni, i ponti romani invece sono quasi tutti crollati. D’altronde far crollare un ponte è facile, basta minarne i pilastri portanti: è quello che si fa in guerra, di norma, quando ci si ritira. E non a caso il primo bersaglio dei bombardamenti aerei è il ponte, perché bisogna isolare gli avversari e impedire che ricevano rinforzi e rifornimenti.

Distruggere un ponte è facile, quindi. Costruirlo no: ci vuole l’intuizione, il progetto; e poi il genio pontieri, un ingegnere o un architetto, un gruppo di muratori capaci. Ci vuol tempo, a fare un ponte; e ce ne vuole pochissimo quando si tratta di distruggerlo, talmente poco che non basta a ragionare sulle conseguenze, spesso estreme, di quel gesto. Ci si accorge solo dopo di essere rimasti isolati su una sponda, magari quella sbagliata. Che era bello poterlo percorrere avanti e indietro, a proprio piacimento, andare a comprare il pane oltre fiume, in quel panificio fantastico, o attaccare lucchetti alle ringhiere come nei film di Moccia.

Non è vero che ognuno di noi ha costruito ponti nella vita: in tanti sono capaci solo a buttarli giù, i ponti. Lo scoppio degli ordigni eccitano queste persone, la vista delle macerie fumanti le esaltano. L’unico godimento che riescono a provare è nella distruzione, nell’annichilimento. Vedere le persone isolate, sull’altra riva, o senza timone tra i flutti impetuosi del fiume li manda in brodo di giuggiole: specialmente se su quella riva si sono sentiti inadeguati. E pazienza se cambiare riva non migliorerà la loro percezione di se stessi, e finiranno per sentirsi comunque inadeguati: l’essere umano è quello che è, e da Freud in poi ci hanno provato in tanti a far luce su connessioni neuronali che secondo me resteranno per sempre un gran mistero.

È stato proprio parlando di ponti crollati che un’amica, anche lei in qualche modo grande ammiratrice di Freud, mi ha mostrato un punto di vista differente sulla questione: puoi guardare il ponte crollato e pensare che la fatica per costruirlo è stata inutile e che nessuno ci transiterà più sopra, oppure puoi pensare che grazie a quel ponte poche o molte persone sono passate oltre il fiume, sull’altra riva, e lì a loro volta hanno costruito il loro ponticello.

Oppure sono diventati loro stessi un ponte: ma questa aspirazione, come direbbe la mia amica, ha più a che fare con un disturbo narcisistico della personalità. Meglio limitarsi a passare i mattoni, come diceva un altro, caro amico del mio recente passato.


La canzone della clip è “Circle”, di Eddie Brickell and New Bohemianas, tratta dall’album “Shooting rubberbands at the stars” del 1988. Un giorno di luglio del 1989, mentre studiavo patologia generale e non sognavo altro che di tornarmene a casa per il mese di agosto senza esami da preparare, dalla casa di fronte venne fuori la musica di questa canzone. Il vicino di casa la suonò spessissimo in tutti i giorni a seguire, fino a quello dell’esame: e per me, che venivo fuori da un periodo difficile ma sentivo che le cose si stavano finalmente mettendo meglio, fu una musica foriera di buona fortuna. In seguito ascoltai tutto l’album, che mi piacque molto: “Circle” da allora rimane in un posto speciale del mio cuore.

Alcune cose sembrano migliori, piccola, semplicemente attraversandole

giovedì, ottobre 31st, 2019

Oggi ho fatto una biopsia sotto guida TC di una massa retroperitoneale, forse una metastasi a partenza da un tumore al momento non noto.

Sono arrivato nella sala e il Paziente era già a pancia sotto sul lettino. Mi sono inginocchiato, perché anni di esperienza mi hanno insegnato che in casi come questi i Pazienti sono come i bambini, devi parlare alla loro altezza di sguardo, e gli ho spiegato cosa avremmo fatto di lì  a poco. Lui ha annuito e mi ha fatto la solita, comprensibile domanda: Sentirò male?

Non troppo, ho risposto io, che non sopporto di mentire ai miei Pazienti e mai vorrei che un medico mentisse a me.

La procedura è andata bene, come capita nei casi particolarmente fortunati, e in un quarto d’ora era già tutto finito.

Già fatto? mi ha chiesto incredulo.

Certo, finito.

Bravissimi, bravissimi tutti, ha detto lui. Aveva quasi le lacrime agli occhi per il sollievo.

Poi mi ha preso il polso e lo ha stretto forte. Mi ha guardato fisso negli occhi e aveva lo sguardo dolente, mentre pronunciava la sua frase a metà strada tra l’affermazione e la domanda: La nostra è un buona sanità!?

Io l’ho intesa come una domanda. Ho poggiato il palmo dell’altra mia mano sul dorso della sua, che ancora mi stringeva il polso, e gli ho risposto solo: Cerchiamo di resistere, facciamo quello che possiamo.

Poi lo hanno portato via in barella. Spero non si sia accorto che pochi secondi prima stavo per commuovermi anche io: per la bellezza selvaggia e assurda del mio lavoro, per le difficoltà incredibili dell’ultimo anno che quella bellezza alla fine non l’hanno scalfita, per la paura che ci portino via uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, insomma per tutto.

Ma lui per fortuna era già fuori dalla sala TC.


La canzone della clip è “Sacrifice”, scritta e cantata da Elton John, nella preziosissima intrepretazione di Sinead O’ Connor tratta dall’album “Two rooms” del 1991 (dove nomi famosi si sono misurati con le più famose canzoni del baronetto inglese). Ascoltatela bene.

E se stanotte tu mi fossi accanto, stanotte che ti voglio e non sai quanto

sabato, luglio 20th, 2019

https://www.enpam.it/news/lintelligenza-artificiale-non-spazzera-via-i-medici

Mi piace riportare per qualche istante il discorso, cominciato qui, sull’impatto delle intelligenze artificiali in Radiologia.

Vi ho già detto che sull’argomento sono pessimista, se guardo la cosa dal punto di vista dell’umanissimo medico radiologo, straziato dal numero e dall’intensità delle notti di guardia, o ottimista, se la guardo dal punto di vista del futuro e infaticabile robo-radiologo.

Prendo spunto, per concludere il ragionamento, dell’editoriale prodotto nell’ultimo numero della rivista previdenziale medica italiana dal presidente, Alberto Oliveti. Il quale esordisce con la seguente, illuminante frase: (…) Oggi quando si parla di lavoro si sottolinea sempre di più il concetto di produttività, che non si può pensare di aumentare solo con doti umane. L’intelligenza artificiale, da molti ritenuta una minaccia, va invece considerata una risorsa, anche per i professionisti della salute (…)

Da cui deduciamo che la sfida futura non sta nella sostenibilità della sanità pubblica,  come ci si aspetterebbe, ma nella crescita progressiva della produttività all’interno di un modello sanitario che ormai tutti, salvo i puri di spirito, immaginiamo senza alcuna fatica come privata e non più pubblica. La produttività: questa infernale parolina che negli ultimi lustri ha devastato le nostre vite costringendoci a orari da operai di fine ottocento. All’uopo ricordo, quando ero bambino, le esistenze felici dei mie genitori, il loro tempo libero da utilizzare in mille maniere; poi guardo me, i frammenti di tempo libero residuo che sono appena sufficienti a riprendermi dal sonno o dal mal di schiena, e mi viene da piangere.

Oliveti continua: (…) Allo stesso modo se nella pratica professionale verranno introdotte applicazioni informatiche in grado di fare diagnosi più precise e più velocemente di quanto riusciamo attualmente, non significa che come medici verremo spazzati via (…)

Il che è probabile, ma solo a patto che ci trasformiamo da medici in tecnici informatici: se l’algoritmo farà diagnosi migliori delle nostre il punto nodale non sarà più la diagnosi in sé ma la sua comunicazione ai pazienti. Prevedo quindi il proliferare di concorsi pubblici per psicologi, che all’abbondante stipendio di 8-900 euro al mese avranno l’onere di sedersi davanti a un tavolo e trovare le parole giuste per comunicare al signor Mario Rossi che, siamo spiacenti, ma dobbiamo dirle che lei ha il cancro.

E ancora il Nostro: (…) Parliamoci chiaro: oggi l’Enpam è l’ente pensionistico italiano con le riserve più elevate. Ma anche 22,5 miliardi di euro messi da parte non sono nulla se la professione cessasse di essere rilevante per i pazienti (…)

Al che forse non capisco io qual è la questione: la rilevanza della nostra professione, che è già irrimediabilmente compromessa (ricordo a tutti che il possibile rinnovo del contratto, fermo da 10 anni, prevede l’aumento di stipendio di 200 euro lordi. Il che la dice lunga su che fine faremo), o la rilevanza delle scorte economiche dell’ineffabile ente previdenziale? Mi sa che Oliveti, al contrario di quanto afferma, la foglia l’ha mangiata: quesi soldi finiranno presto e in futuro, pavento, non ci saranno più medici in numero sufficiente per rimpinguarla.

In conclusione: (…) Certo, magari cambieranno i modelli di contribuzione: in futuro per esempio la previdenza potrebbe dipendere non soltanto dalla quantità di lavoro svolto ma dalla capacità di creare valore condiviso (…)

E qui, mi dispiace, sono proprio io che non ci arrivo, che ho in mente scenari fanta-apocalittici tipo Blade Runner e che proprio non riesco a immaginare in che modo potremo coniugare la quantità di lavoro con la capacità, cito, di creare “valore condiviso”. Mi piacerebbe sapere quale cavolo di valore stiamo condividendo in questo periodo di umiliazioni professionali continue che si traducono in un fuggi-fuggi generale dagli ospedali pubblici verso un privato mediamente attento ai propri interessi, in un mercato deregolato nel quale i pesci medi stanno già mangiando quelli piccoli in attesa degli squali che divoreranno tutto e produrranno un fantastico oligopolio che già stiamo osservando in altri ambiti produttivi (il mercato dell’automobile, tipo).

Insomma, perdonatemi ma non ce la posso proprio fare. Già mi è toccato vivere tempi cupi che mai avrei potuto immaginare anche solo tre anni fa: lasciatemi almeno aspettare in santa pace il robottino che prenderà il mio posto, con buona pace di tutti, e lo squalo che divori anche me.


La canzone della clip è “Notti”, di Claudio Baglioni, tratta dall’album “Strada facendo” del 1981. Come capita a molti, ogni tot di tempo mi parte l’embolo del remember per qualche cantautore dei miei tempi e riascolto tutto di lui, anche le cose più infami; che tanto il tempo, nelle mie varie peregrinazioni automobilistiche in giro per il nord-est, non manca. La storia musicale di Baglioni ha avuto uno strano andamento a campana frastagliata: ogni tanto, dagli esordi fino a “E tu come stai?”, ha prodotto piccoli capolavori inframezzati a una moltitudine di canzoni non meritevoli di grande memoria. Esempio di piccolo capolavoro è la canzone omonima, che tutti conoscete: con lei Claudio si è divertito a spezzare i nostri cuori ogni qual volta abbiamo realizzato che l’abbandono di quella certa persona non era stata, per così dire, l’idea migliore della nostra vita; il che, dalla pubertà in poi, è successo a tutti almeno una volta nella vita. Senza contare quel maledetto assolo finale che sembra di chitarra elettrica ma è di un famigerato synth strappalacrime, che somiglia molto al sussulto finale di un orgasmo gloriosamente triste, quello dell’ultima volta che avete copulato con la vostra amata o il vostro amato  immortale. Ma “Strada facendo” no, quell’album ha rappresentato l’apice della sua produzione: l’equilibrio perfetto tra le banalità di prima e la ricerca leziosa della poesia-a-ogni-costo dopo. Con l’eccezione de “I vecchi”, che infatti fu scritto anni prima e inserito di straforo nel disco, le canzoni di “Strada facendo” sono perfette, non-banali, non-leziose, e rendono intollerabile l’ascolto del disco successivo (da cui ci si aspettava tanto, ma tanto di più). Insomma, avete capito che mi sto rigirando tra le mani un’idea che prima o poi avrò il tempo di mettere in pratica: partire da un’album e raccontare una serie di spin-off di noialtri, comuni ascoltatori, che con l’accompagnamento di quelle canzoni abbiamo passato un pezzo più o meno lungo e significativo di esistenza. Ci stavo già provando con un altro autore e avevo già raccolto del buon materiale: ma, come dire, non è andata proprio bene. Appena arriva A.I a sostituirmi nel prossimo turno Tac mi ci metto, giuro, e vi faccio leggere qualcosa di divertente. Voi intanto mandatemi le vostre storie con “Strada facendo” come colonna sonora. A legarle tutte ci penso io.

Onestà, è una parola così solitaria

domenica, luglio 14th, 2019

Sto guardando, in questo preciso istante, la finale di Wimbledon.

Lo sapete, io da vivo fui tennista. Non particolarmente abile, ne convengo, né mai stato di particolari belle speranze. Però in mezzo al campo ero quasi sempre un osso duro, se abbastanza allenato; e avevo compreso alla perfezione, sebbene mai avrei potuto esprimerlo con le stesse straordinarie parole di David Foster Wallace, che il tennis è giocare a scacchi correndo. Come negli scacchi con il bianco, chi serve deve vincere il game; il nero, cioè chi riceve, nel mondo tennistico ideale può solo cercare di limitare i danni e sperare in un errore dell’avversario.

In mezzo al Centre Court più prestigioso del mondo, oggi, nientemeno che Djokovic e Sua Maestà Federer, che alla veneranda età di 38 anni si è permesso di strapazzare in semifinale la scimmia urlatrice Nadal e sta dando filo da torcere a un ragazzone serbo che ha 6 anni meno di lui e in ultima analisi, so che dicendolo mi attirerò le ire funeste dei suoi fan, è un Corrado Barazzutti ipervitaminizzato del terzo millennio: infaticabile, capace di raggiungere quasi qualsiasi palla il Fenomeno scagli dall’altra parte della rete, un muro come quelli contro i quali mi allenavo da ragazzino, e sempre lì con la testa. Intendiamoci: Nole mi è simpatico, è un bravo ragazzo, e poi uno che riesce a vincere tutti i tornei dello Slam non può non avere qualcosa in più della media dei tennisti di tutti i tempi. Ma non c’è niente da fare: quando Federer scaglia i suoi rovesci a una mano, con quel movimento ampio, elegante e del tutto sballato cronologicamente io non posso fare a meno di commuovermi. A 38 anni suonati, lo ha fatto ancora  in questo preciso momento con un passante di diritto in controbalzo che nemmeno la buonanima di Bill Tilden sarebbe mai riuscito a produrre, il Re incanta. Lui incanta, l’altro non sbaglia mai.

Può darsi, accadrà quasi certamente, che alla fine vinca il match Nole e non Roger. Eppure, fatta la tara dei mila Wimbledon già portati a casa da questa specie di Highlander, vi dirò che non importa chi vincerà o perderà la partita. Ci sono circostanze in cui il solo fatto di esserci, e produrre il miglior tennis di tutti i tempi, è sufficiente viatico per il resto dei propri giorni.

Qui, sul pianeta Terra degli uomini ordinari, quel tipo di tennis è impensabile. Che si guardi la cosa dal punto di vista dell’estro divino di Roger o della possanza fisica e mentale di Nole, la questione si riduce a perseguire il meglio di cui siamo capaci, che quasi sempre non è granché, e a resistere a oltranza anche quando ti trovi cinque pari al quinto e senti che le forze ti stanno abbandonando. La differenza, enorme, e che su questo campo qui nessuno applaude, e se sbagli qualcosa ti fischiano pure. La differenza è che tra poco tempo non ci sarà più nessun Wimbledon da giocare, che i raccattapalle coraggiosi sono già scappati negli spogliatoi con la coda tra le gambe e io già vedo le facce perplesse e angustiate di tutti coloro che fino al giorno prima si erano divertiti a sputare nel piatto in cui mangiavano. La differenza è che non è possibile giocare al meglio dei cinque set su sette, o dei sette su nove: perché poi il tennista schianta.

E dal Centre Court dell’Ospedale Civile è tutto, a voi studio.


La canzone della clip è “Honesty”, di Billy Joel, dall’album “52nd street” del 1979. È una canzone che mi accompagna da sempre e non ha bisogno di molti commenti, credo.

Dev’essere perfetto, si, deve valerne la pena

martedì, luglio 9th, 2019

Non per essere scontato e banale, ma la vita va a periodi. A stagioni. A fasi alterne.

Ogni volta che credi di essere giunto a destinazione scopri che in realtà si tratta solo di una tappa intermedia, sovente nemmeno tanto bella da visitare. Ogni volta che fai un progetto di vita, che disegni uno schifo di cronoprogramma (scusatemi per il termine osceno, ma ormai sono entrato nel tunnel della terminologia operativa della pubblica amministrazione), qualcosa gira in un verso inatteso. E così ti ritrovi a pensare: ma se le cose fossero andate come io volevo, adesso dove sarei? E a far cosa?

Il problema è che il potenziale futuro di ognuno di noi ha troppe variabili: troppe, per poter essere espresse in un’unica equazione dal risultato plausibile. Senza contare che le deviazioni dal progetto iniziale magari hanno portato più cose buone che cattive, un naufragio sulla lunga distanza può essersi rivelato un salvataggio in extremis e un successo inatteso, al contrario, la tua Waterloo. E senza contare che, comunque vada a finire, avrai attorno gente contenta e gente scontenta: nell’incapacità di far contenti tutti, diceva qualcuno, anche quelli che capiscono fischi per fiaschi e pensano che ogni tua frase criptica sia rivolta a loro mentre tu li hai già riposto il loro ricordo nel luogo più lontano possibile della tua memoria, tanto vale fare quello che ti va.

Il tutto per dire che mentre la sanità pubblica italiana annaspa, in preda agli ultimi spasimi che precedono una ormai ampiamente prevista implosione terrificante tipo torri gemelle, in troppi si stanno preoccupando dei massimi sistemi come i musicisti del Titanic la notte del naufragio e soltanto gli ultimi impavidi eroi rimasti stanno pensando di non saltare il fosso e di restare in trincea a combattere fino alla morte, basta la telefonata a un caro amico per riportare tutto nei binari di una pacifica accettazione dello stato delle cose: perché altrove, non molto lontano, tutto è molto peggio e allora conviene togliere dal naso quegli occhiali che mostrano il mondo come si vede guardandolo dalla parte sbagliata del telescopio e rendersi conto che c’è vita, si, c’è ancora qualche tipo di speranza, e soprattutto c’è chi sta molto peggio di te. E che, come dice una persona che in questo periodo mi sta dando una grossa mano, l’ottimismo di fondo non me lo farete perdere mai.

Mal che vada, affonderemo danzando. Come sul Titanic, appunto.


La canzone della clip è “Perfect”, dei Fairground Attraction, tratta dall’album “The first of a million kisses” del 1988. “Perfect” è la canzone-traino (deliziosa) di un album (tutto) delizioso, inciso da un gruppo che dopo quella performance scomparve quasi del tutto dalle scene: come a dire che non basta averne beccata una di buona, nella vita, per vedersi garantito il futuro. La ricordo con grande piacere perché all’epoca della sua pubblicazione avevo vent’anni, una fede sconfinata nel futuro e, come canta la canzone, volevo che tutto fosse perfetto ed ero certo che non mi sarei mai accontentato di nessuna seconda scelta; poi il video era molto carino, erano i primi tempi di Videomusic e tutto sembrava così nuovo ed eccitante. Non che adesso sia diverso, intendiamoci: ci sarà sempre tempo per un nuovo compleanno, altri sorrisi migliori, e se possibile altri auguri.