Archive for the ‘Hospital’ Category

Perche’ volevo dire cio’ che penso, volevo andare avanti ad occhi aperti

martedì, aprile 18th, 2017

Non temete, non tornerò ancora sulla questione della libera professione medica né vi avvilirò con riflessioni, che ho già fatto innumerevoli altre volte, sui perché e i percome dell’accanimento tutto italiano verso la categoria dei medici ospedalieri. Non lo farò perché ai vari governatori di regione, si chiamino Rossi o Zingaretti o con qualunque altro cognome, che continuano a parlare di sanità come se vivessero su un altro pianeta e a dare la colpa ai medici della lunghezza epocale delle liste di attesa, basterebbe leggere questa lettera aperta di Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario di Anaao Assomed. Per capire che delle due l’una: o sono consigliati da persone incapaci o sono in assoluta, perfetta malafede. Per capirci, in breve, l’attività intramoenia dei medici ospedalieri ammonta all’8% del totale, e i ricoveri con la stessa modalità allo 0.32%. E allora di cosa stiamo parlando?

Appunto, stiamo parlando d’altro. Quando, parecchi anni fa e anche sulle pagine di questo blog, cominciai a farmi qualche domanda sull’andazzo generale delle cose sanitarie e non, puntai l’attenzione sull’atteggiamento sprezzante che il potere costituito cominciava ad avere sulle professioni cosiddette intellettuali: ne parlai, tra l’altro, qui. La situazione, in questi anni, si è talmente aggravata che non si può più parlare di tendenze generali, ma di un dato di fatto acquisito. Da cui l’ulteriore domanda: cui prodest, a chi giova tutto questo?

Come dico sempre, fino a nausearmi da solo, il problema è sempre di tipo culturale. Aver smantellato la scuola italiana sottraendole risorse e capacità, e aver riempito questo paese di analfabeti funzionali che trovano sui social casse di risonanza alle quali solo pochi anni addietro mai avrebbero potuto ambire per una banale questione di selezione naturale, ha creato un danno irreparabile:  l’imbecille prima taceva perché il confronto diretto con l’uomo di cultura lo faceva vergognare; adesso invece parla da dietro un vetro blindato, come il casellante autostradale, e si sente in diritto di sostenere una tesi senza nemmeno avere gli strumenti intellettuali e culturali per crearsene una. La conseguenza naturale di questa involuzione culturale è il progetto politico che abbiamo sotto gli occhi: siamo diventati tutti uguali, ognuno vale uno, la casalinga di Voghera può diventare ministro dell’economia perché ha tenuto bene i conti di casa e qualsiasi ragazzotto con la faccia pulita e la lingua sciolta, sebbene in evidente difficoltà con i congiuntivi, si può candidare a prossimo presidente del consiglio dei ministri.

Quindi le scelte strategiche in ambito sanitario e  l’atteggiamento dei politici verso la classe medica non sono più dettate da ragionamenti politici: l’impressione, forte, è che il politico si faccia portatore del senso di frustrazione che il popolino ignorante avverte verso chi ha studiato, dell’invidia sociale che permea tutti quelli che si sentono uguali agli altri sui social, ma non possono ignorare che quando si parla di vaccini, per esempio, e al di là dell’idea che ciascuno può avere sulla questione, il parere di un immunologo vale parecchi punti in più rispetto a quello della soubrette televisiva, e che un economista di professione, se in buonafede (ma questo capita sempre più di rado), ha dell’euro una visione più precisa rispetto alla casalinga di Voghera che pure finirà per diventare il prossimo ministro dell’economia. Il politico ha compreso che in questo periodo tormentato i voti li sposta proprio questo genere di invidia sociale, e infatti la sta cavalcando senza scrupoli: altrimenti non si spiegherebbe lo spreco di energia nel compiere scelte sanitarie stupide e controproducenti. Quando un direttore generale si insedia in un’azienda e rilascia un’intervista pubblica nella quale afferma: Adesso li metterò io in riga, questi medici, sta veicolando un messaggio destruente e populistico mutuato proprio dalla politica che lo ha voluto in quel ruolo.

Ma c’è un’altra cosa da dire. Il recente cambio del mio ruolo lavorativo mi ha portato a interagire a tempo pieno con figure dirigenziali delle quali, fino a quel momento, avevo solo stigmatizzato i limiti e gli scarsi risultati. Dopo un anno e mezzo di questa vita riesco a guardare le cose anche da un altro punto di vista: e mi sono reso conto che la pressione politica su queste figure professionali è talmente e intollerabilmente pesante che spesso, troppo spesso, sono costretti a scelte strategiche che con ogni probabilità nemmeno condividono in pieno. Per cui l’attività principale di tutti gli attori che governano il sistema sanitario, in questo momento storico, è come rendere coerenti le richieste della politica con le esigenze di chi lavora sul campo, cioè medici e paramedici, in un momento in cui vengono contati anche i centesimi spesi per la dotazione base di un moderno reparto ospedaliero. E, come ho detto recentemente al mio direttore generale, tutto vorrei fare in questo momento fuorché il suo mestiere, dilaniato com’è tra richieste della regione, cittadini e associazioni che si mobilitano per contestare scelte strategiche quasi obbligate, altrimenti il sistema salta per aria, e medici sempre più incarogniti perché oltre al modo in cui vengono trattati hanno il contratto bloccato dal 2009 e gli si minaccia pure di bloccare la loro (misera, credetemi) libera professione.

Allora: che abbia ragione il mio amico Gianni, quando mi scrive quanto segue?

“Il disegno è chiaro: tolgo l’intramoenia, i medici bravi ma stufi di essere presi a calci in culo mollano e vanno nel privato…. gli ospedali pubblici non sono più in grado di soddisfare le necessità… la politica demanda ai privati sempre più prestazioni fino a che… la sanità viene tutta privatizzata”.

Forse è il caso di meditarci un po’ su e comprendere, da pazienti, perché i politici già lo sanno, che tutto ciò che adesso vi sembra scontato e vi fa pure incazzare se l’orario di esecuzione del vostro esame tarda di un quarto d’ora, tra pochi anni potrebbe essere storia: e voi potreste essere costretti a rivolgervi a un privato fuori da ogni controllo di qualità perché del pubblico non sarà rimasto più nulla. E allora della vostra invidia sociale sarà rimasta solo la possibilità di scrivere boiate su facebook, senza che nessuno abbia più voglia di replicare.


La canzone della clip è “A muso duro”, di Pierangelo Bertoli, tratta dall’album omonimo del 1979. Una specie di inno per chi non riesce a immaginarsi nessun altro modo, per vivere, se non quello narrato nella canzone.

E invece adesso non ne vale più la pena nemmeno di capire

giovedì, aprile 6th, 2017

Lo capisci subito, quando sono di razza superiore.

Hanno gli occhi che illuminano la stanza, questi pazienti, anche se lo sguardo è sofferente. Si muovono con la naturale autorevolezza di chi è abituato, suo malgrado, a non passare inosservato. Ti fanno sulla loro malattia domande più intelligenti della maggioranza degli addetti ai lavori. Non si limitano a fare i pazienti, no: ti studiano, ti misurano, cercano di capire con chi hanno a che fare.

Uno di loro prende confidenza e inizia a parlare: ce lo possiamo permettere, siamo a fine lista, al massimo farò qualche minuto di ritardo a casa. Sa esattamente cosa lo aspetta, al di là della porta di uscita della Radiologia. Sa esattamente quanto tempo lo aspetta e comincia a fare due conti, un bilancio essenziale della propria vita.

Poi, a un certo punto, dopo avermi raccontato particolari della sua vita che chiaramente rimarranno cosa privata, mi chiede a bruciapelo: E a lei, dottore, cos’è che dà veramente fastidio?

Gli ho risposto che avrei dovuto pensarci su, che la domanda era troppo importante per rispondere la prima cosa che mi veniva in mente. Ora, dopo qualche giorno, ho finalmente la risposta.

La cosa che mi dà veramente fastidio, più di ogni altra, è essere giudicato da chi non mi conosce, non ha mai avuto a che fare con me se non per il tramite di altre persone, o di quello che scrivo e dico in occasioni pubbliche. Mi infastidisce la protervia bovina di chi ha tutte le verità in tasca senza averne verificata di persona nemmeno una, di chi ritiene che aver letto qualche libro, nella vita, sia viatico sufficiente a puntare il dito e dire la propria su questioni che nemmeno lo riguardano. Per uno come me, che sospende o tace il giudizio sul prossimo fino a che esprimerlo, in un modo o nell’altro, diventa un obbligo, certo che può essere fastidioso.

Però poi si raggiunge un’età nella quale, bene o male, il tempo a disposizione per soffermarsi su tutto ciò diventa sempre di meno: e là dove una volta ci si incazzava spesso basta una scrollata di spalle per togliersi il pensiero. Ma c’è sempre dietro l’angolo il rischio, enorme, di cui mi ha parlato il Paziente prima di congedarsi: Stia attento a non diventare cinico, dottore, perché il rischio per lei è quello.

Può essere, certo che può essere: in quei casi, quando sento che il rischio è prossimo, metto su la mia musica e penso ad altro. In fondo l’unica cosa che conta, nella vita, è essere bravi a respirare.


La canzone della clip è “Carnival”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Il grande sogno” del 1984. La ascoltavo molti e molti anni fa, in preda a turbamenti amorosi, senza nemmeno capire che il vero carnival lo puoi comprendere solo da adulto. Da ragazzini è diverso: è da adulti che diventa difficile.

Mentre lotto a denti stretti nascondendo l’amarezza dentro a una bugia

domenica, aprile 2nd, 2017

Io non mi riesco più a vedere vecchio. Non riesco più a immaginarmi rugoso come una tartaruga, piegato in due dall’artrosi, sveglio alle cinque di mattina e incapace di riaddormentarmi, non mi ci vedo a prendere una quindicina di pastiglie al giorno per il cuore e la pressione e il colesterolo e tutto il resto, a non riuscire a suonare la chitarra perché le dita mi tremano o a leggere un romanzo con troppa pena perché, semplicemente, non ci vedo più abbastanza. Deve essere insomma successo qualcosa, nella mia vita, che ha reso miope la mia visione del futuro e mi lascia mettere a fuoco solo un tempo piccolo davanti al mio rapido presente.

Tutto il contrario di Tullio, 85 anni, capelli candidi e occhi chiari come il cielo: che entra in diagnostica ecografica e comincia a infilare una battuta dopo l’altra con l’energia di un comico di Zelig, lasciando me e l’infermiera a bocca aperta e senza fiato per le risate.

Non vi riproporrò tutto lo spettacolo, sarebbe troppo lungo; mi limiterò all’ultima folgorante battuta di Tullio. Il quale a fine esame si alza dal lettino con l’agilità di un anziano in buona salute, gira il collo a destra e sinistra, mi guarda e dice: Dottore, io qualche anno fa mi sono rotto la seconda vertebra cervicale e adesso sono rimasto un po’ duro.

Poi, rivolto all’infermiera con lo sguardo ammiccante: Peccato che sia rimasto duro nel posto sbagliato.

E io, ridendo sotto i baffi, ho pensato che deve pur esserci un motivo, se il nostro è il paese che ha dato i natali a Lino Banfi, Alvaro Vitali e Renzo Montagnani, pace all’anima sua.


La canzone della clip è “Portami via”, di Fabrizio Moro, tratta dall’album, appena pubblicato, “Pace”. La associo al post per due motivi: 1) se c’era una canzone meritevole di vincere il festival 2017, bene, è questa; 2) l’album è bellissimo, tutto, e merita davvero di essere ascoltato.

Anche la notte più lunga non durerà in eterno

domenica, febbraio 19th, 2017

Prendo spunto da un delirante articolo che il mio amico Giancarlo ha provocatoriamente postato su Facebook: il quale in buona sostanza sostiene con tanto di virgolettato (privo di fonte) che “potrà sembrare strano, ma l’accuratezza della FAST* eseguita da un infermiere esperto e correttamente addestrato risulta comparabile con l’accuratezza della FAST eseguita da un medico”.

E certo che sembra strano, ma andiamo per ordine.

Uno: il sito da cui è tratto l’articolo è di chiara matrice infermieristica. Che c’azzecca, direte voi? C’azzecca nei termini in cui, nel recente congresso di radiologia d’urgenza che si è tenuto a Belluno e nel quale il vostro amatissimo blogger ha tenuto una relazione, si è espresso Roberto Grassi: il numero degli infermieri, in Italia e negli ultimi 40 anni, ha avuto una progressione geometrica; mentre il numero dei medici è rimasto uguale. E questo fa del corpo infermieristico una lobby in grado di orientare, o quantomeno influenzare, le scelte del decisore politico. La questione, quindi, è di pura e semplice sopravvivenza: nei tempi antichi (ma anche adesso, sebbene con modalità differenti) quando una tribù diventava troppo numerosa e le risorse a disposizione si esaurivano, si cercava fortuna nei territori altrui anche a costo della guerra.

Due: qui, in teoria, non siamo in guerra ma stiamo parlando di come (ri)organizzare un sistema sanitario in evidente affanno e in crisi di risorse. E invece, paradossalmente, il problema è proprio di natura bellica. Da un lato abbiamo un numero di medici rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi 40 anni, dall’altro un incremento della pressione lavorativa, nel campo dell’imaging, ai limiti dell’incredibile. Brillante soluzione al problema? Facciamo fare quello che finora è stato di competenza medica, per esempio le ecografie, ad altre figure professionali: i TSRM e gli infermieri. Ma qui si pone un problema enorme: quello delle competenze. In altri paesi esiste una figura specialistica chiamata sonographer: ha un corso di studi strutturato in due fasi e, come spiegato qui senza che vengano specificati gli anni di studio, prima di accedere alla Laurea Specialistica (Master degree) deve aver acquisito una laurea di base (Bachelor degree). Lo stesso articolo sottolinea anche che “ci sono quattro percorsi specialistici: vascolare, cardiaco, medicina generale che generalmente include il distretto muscolo-scheletrico e l’addome e, infine, ostetricia e ginecologia”. Il che vuol dire, in soldoni, che il sonographer ha un percorso di studio focalizzato a un obiettivo iperspecialistico e strutturato su almeno quattro o cinque anni, in cui l’impegno dello studente è mirato, appunto, a diventare sonographer. In Italia le cosiddette lauree “brevi” del comparto sono strutturate su tre anni, nei quali viene insegnato ai futuri infermieri o tecnici di radiologia praticamente tutto (nel caso del TSRM, spaziamo da note di anatomia e fisiologia alla fisica della radiazioni ionizzanti, della risonanza magnetica e degli ultrasuoni, per finire con la radioterapia). Insomma, due percorsi di formazione che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri.

Tre: difficile non capire che la mossa, sebbene imprudente sul piano programmatico, è furba sul piano economico. Un infermiere o un TSRM costano molto meno di un medico e sulla carta possono fare una parte del suo lavoro: non ci vuole un economista consumato per capire dove si vuole andare a parare. Il che mi riporta alla mia personale esperienza con TSRM che, per lo più, e saggiamente, nemmeno ci pensano ad accollarsi a parità di stipendio la responsabilità di refertare un’ecografia: ma, come è noto, la storia è piena di persone che hanno condotto battaglie personali sulla pelle delle persone che avrebbero dovuto rappresentare. Il problema però è il seguente: che tipo di servizio questa innovazione offre ai pazienti che afferiscono al Sistema Sanitario (ancora, ma non è chiaro per quanto) Nazionale?

Quattro: a prescindere dalle osservazioni sul percorso formativo dei singoli operatori ecografici, che tra persone di buon senso già basterebbero a chiudere la faccenda, ci sono implicazioni sottili che non possono essere trascurate e che coinvolgono anche altre figure, questa volta mediche, che si affacciano al mondo ecografico. In calce al post di Giancarlo c’è stato un botta-e-risposta, a tratti delirante, nel quale ho fatto fatica a non farmi trascinare perché tanto esporre un punto di vista, nel variegato mondo della Rete in cui tutti danno aria ai denti perché non si è faccia a faccia con l’interlocutore, è letteralmente inutile. Qualcuno (non è chiaro se medico, e che tipo, o altro) ha scritto: “se vieni nel reparto dove sono io, tutti sanno fare estremamente bene le ecografie, tant’è che se chiedi un radiologo per farne una ti ridono dietro”; e poi: in epatobiliare bisogna saper fare le ecografie addominali da dio”. Al che sorge spontanea una domanda: fatto salvo il radiologo, che ha un corso di studio mirato integralmente all’imaging, chi decide quanto “da dio” sono fatte le ecografie di specialisti che normalmente si occupano d’altro?” Chi certifica la qualità dei referti ecografici di un gastroenterologo, per dire, o di un chirurgo? Al di là dei corsi da cinque giorni dai quali si esce muniti di diplomino con valore legale, chi è il garante dell’attività ecografica di un medico che ha studiato per un profilo differente, medico o chirurgico che sia? Non è che ci stiamo avvicinando pericolosamente a uno dei mali italici per eccellenza, ossia l’autoreferenzialità?

Cinque: il che apre il campo al concetto che oggi volevo focalizzare. Sapete cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Come recita Wikipedia alla voce corrispondente, si tratta di una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti in un dato campo applicativo tendono a sopravvalutare la propria performance giudicando, a torto, le proprie abilità come superiori alla media. Questa distorsione viene attribuita all’incapacità metacognitiva, da parte di chi non è esperto in una materia, di riconoscere i propri limiti ed errori. Guardate con attenzione questo grafico.

Il livello di confidenza nelle proprie capacità (in questo caso diagnostiche, esplicate mediante l’uso dell’ecografo) è massimo quando si è all’inizio della curva di apprendimento: in buona sostanza l’effetto Dunning-Kruger, documentato da tonnellate di studi psicologici, dimostra che più siamo ignoranti e più la percezione della nostra ignoranza è bassa. E’ solo quando l’esperienza aumenta e diventa considerevole che cominciamo a porci dubbi legittimi sul nostro operato (cavolo, ma quel collega è più bravo di me nel muscolo-scheletrico, potrei chiedergli consiglio più spesso. Oppure: cavolo, quel medico ha fatto cinquantamila ecografia nella sua vita professionale, io solo cinquecento). I due premi Nobel ipotizzarono inoltre che, per una data competenza, le persone inesperte a) tenderebbero a sovrastimare il proprio livello di abilità; b) non si renderebbero conto dell’effettiva capacità degli altri; c) non si renderebbero conto della propria inadeguatezza; d) si renderebbero conto e riconoscerebbero la propria precedente mancanza di abilità solo qualora ricevessero un addestramento per l’attività in questione. Da cui torniamo a bomba: chi forma queste figure professionali, e come; e chi si accerta, e in che modo, che queste stesse figure professionali abbiano raggiunto un livello di addestramento sufficiente a riconoscere la propria mancanza di abilità, da un lato, e l’effettiva capacità dell’operatore esperto dall’altro.

Sei: queste considerazioni, che si applicano alla perfezione a chi si picchi di fare l’ecografista senza un’adeguata formazione specialistica e senza una casistica che incrementi il livello di confidenza reale, non quello percepito dall’operatore stesso, danno una risposta concreta allo scenario in cui figure del comparto si dedichino alla diagnostica ecografica senza supervisione medica. Non è questione di difendere il proprio fortino, anche se forse è arrivato il momento di farlo, quanto di decidere la strategia più razionale per l’allocazione delle poche risorse che rimangono. Come scrisse su queste pagine, qualche anno addietro, un noto universitario italiano di cultura radiologica: le cose, in medicina, vanno fatte da chi sa farle. Altrimenti, come sottolineato più volte anche dalla buonanima di mio nonno, finisce che chi meno spende più spende: perché per ogni esame ecografico non diagnostico cresce proporzionalmente il numero di esami di secondo e terzo livello richiesti perché l’ecografista inesperto (ma presuntuoso, come dimostrano Dunning e Kruger) vede reperti che non esistono o non capisce nulla di un quadro appena più complesso del citatissimo “globo vescicale” (sebbene anche lì ci sarebbe da discutere: e se una cisti annessiale gigante fosse scambiata per un globo vescicale dall’ecografista inesperto?).

Sette, e poi metto il punto: tutto quello che ho scritto è inutile e forse pure dannoso. Perché l’effetto Dunning-Kruger ha un campo estensivo di applicazione, cioè il mondo di Internet. Un mondo in cui chiunque si sente in diritto di dire la propria, anche su argomenti dei quali non capisce una mazza, avvalendosi dell’impunità e della mancanza di vergogna che conferisce all’internauta lo schermo asettico di un computer. Un mondo distopico in cui la casalinga di Voghera può dare dell’ignorante al medico con quarant’anni di esperienza, o un matto qualunque sostenere con grande dovizia di particolari che la Terra è piatta, o un gastroenterologo affermare che chiamare il radiologo per un’ecografia è un’evenienza che fa ridere i polli.


* FAST è l’acronimo di Focused Assessment with Sonography for Trauma, ossia l’ecografia fatta ai pazienti traumatizzati per escludere la presenza di versamento peritoneale libero e/o di versamento pericardico. Tale approccio ecografico consta di 4 scansioni, ed è veloce proprio per quello. Da sottolineare che il radiologo, quando chiamato alla barella del paziente traumatizzato, non si limita alla FAST ma esegue un’esame ecografico completo.

La canzone della clip è “Prime time”, degli Alan Parson Project, tratta dall’album “Ammonia Avenue” (1984).

Mi faccio certi viaggi, io, la Boschi e la Guzzanti in piscina con i tacchi

domenica, febbraio 12th, 2017

E’ pomeriggio inoltrato.

Sono stanco. Sono davvero molto stanco. Ma davvero, eh, stanco stanco stanco: perché corro come un pazzo da mattina a sera. In ordine quasi cronologico: traffico della strada lettere amministrative firme sui fogli di ferie sequenze di risonanza da ottimizzare esami dei colleghi da rivalutare insieme a loro i magnetini dell’ospedale del mare le risonanze del magnete grosso dell’ospedale del fiume riunioni a cui non fai in tempo ad arrivare e la gente ti guarda storto suocere che si fanno male altre riunioni per parlare dei turni e poi mangiare in fretta un tramezzino perché si ricomincia con le ecografie del pomeriggio eccetera eccetera eccetera.

Così, a metà pomeriggio, ringrazio il Padreterno che una o due persone della lista decidano di saltare l’appuntamento e mi rintano in studio a rifiatare. Apro il piccì, ricordo che domani devo parlare a un congresso e non ho nemmeno provato i tempi, e così mi dico: invece che perdere questa mezzora a far nulla perché non aspetto i prossimi pazienti facendo una prova, così stasera me la risparmio e posso andarmene a dormire a un orario decente? Detto, fatto.

Ed è quello che faccio: metto su la presentazione, ignaro del fatto che il giorno dopo verrò palesemente discriminato in quanto utente Apple invece che Microsoft, e costretto al volo a convertire in .ppt la mia presentazione perché il sistema informatico dell’ospedale sui monti non prevede che si possa usare altro che Openoffice (l’avevo costruita con così tanta cura per gli effetti speciali e i colori ultravivaci, mortacci loro), e me la ripeto con la finta calma dei nullafacenti.

Per fortuna i pazienti successivi non arrivano subito e i venti minuti scarsi del mio (ancora per poche ore) Keynote passano veloci: ma quando riemergo dalle diapositive, incredibile a credersi, la fatica della giornata è svaporata, esaurita, micronizzata, e al posto suo è comparsa un’energia da titani che mi sorreggerà fino a tardi, fino all’ultimo paziente e addirittura fino a che sarò tornato a casa. E nelle ore che mancano per la fine della lista ritornerò ad avere un sorriso grosso così con i pazienti, a parlare con loro, a farli parlare e sorridere a loro volta: perché un turno ecografico in cui non si parla con la gente è tempo sprecato.

Al che viene un sospetto inquietante: ma negli ultimi mesi avrò fatto bene a dedicare tutta la mia cura al reparto e a trascurare il resto della mia attività, diciamo così, extra-assistenziale? Perché tutti lo sappiamo: c’è una parte, dentro di noi, a volte superficiale e altre molto in profondità, che si diverte con poco. E bisogna assecondarla, quella parte lì, stringere i denti e assecondarla anche quando le esigenze di servizio ti portano in altre direzioni.

Perché se tu sei felice anche chi lavora con te lo sarà: è un assioma, una legge ombra della termodinamica.


La canzone della clip è “Comunisti col rolex” ed è tratta dall’ultimo album, omonimo (2017). L’ho scelta perché mi ha sorpreso in positivo, il che è cosa grande in periodi come questo dove le poche sorprese sono spesso negative; perché è una canzone di bruciante sincerità, e dopo le lagne pseudo-incazzate a cinque o sei autori dell’ultimo Sanremo fa bene al cuore; e perché mi ha ricordato molto le canzoni di un cantautore di altri tempi, morto in circostanze mai completamente chiarite, la cui modernità precorreva i tempi: Rino Gaetano. Il che, credo, giustifica la scelta anche per uno che il rap non lo ha mai amato. Anzi.