Archive for the ‘Hospital’ Category

La pioggia non lava le cose, le sposta più in là

domenica, ottobre 15th, 2017

Una volta, ormai cinque anni fa, quando tutto era ancora da accadere, scrissi di inquietanti involuzioni comportamentali davanti ai timbratori di ingresso e uscita dagli ospedali. Adesso, dopo aver cambiato ospedale e avuta la conferma che tutto il mondo è paese, mi trovo davanti a un altro analogo problema.

Arrivo in ospedale, tutte le mattine, intorno alle 7.45. In genere vengo preceduto alla sbarra d’ingresso del parcheggio da altri lavoratori rimbambiti di sonno almeno quanto me, quindi non poco, e quasi sempre almeno uno di essi mi precede nell’area in cui sono solito parcheggiare. Si tratta di uno spiazzo sterrato, senza strisce di delimitazione, in cui le macchine parcheggiano in fila una accanto all’altra.

Io in genere arrivo, entro di muso, spengo la radio e scendo. Ma alcuni, la maggioranza, no. Loro devono entrare non di muso, come ci si attenderebbe, ma di culo: il che implica almeno quattro o cinque manovre, perché lo spazio è angusto, e un parcheggio impreciso che o frega almeno mezzo posto a chi avrà la presunzione di cercarlo qualche minuto dopo o impedirà la discesa dell’improvvido parcheggiatore per aver sistemato l’auto troppo vicina a quella affianco.

Così, mentre attendo con la pazienza di Giobbe che la trafila del parcheggio giunga a felice compimento, mi chiedo nell’ordine:

a) Perché perdete cinque minuti all’ingresso per guadagnare miseri cinque secondi in uscita?

b) Come è possibile che alle otto di mattina vi venga voglia di manovrare a quel modo i vostri SUV in uno spazio in cui fa fatica a girarsi una Micra?

c) Una persona normale dovrebbe avere più fretta quando arriva (il cambio di abiti, il caffé coi colleghi, i pazienti che attendono nervosi) che quando va via: e allora perché vi smembrate nell’inutile impresa di parcheggiare di culo, quando all’uscita in teoria non dovreste avere nessuna fretta, e semmai solo provare sollievo?

d) Davvero non vi mette ansia l’automobile dietro di voi, il cui conducente ha l’aria seccata mentre segue le vostre sconsiderate manovre picchiettando con le dita sul volante?

Così, mentre cerco risposte che nessuno è in grado di fornire se non la buonanima di Pirandello (“sono tutte fissazioni: oggi vi fissate in un modo, domani in un altro”), finalmente arriva il mio turno. In un secondo e mezzo parcheggio di muso la mia auto, guardo male chi mi ha preceduto ed è ancora intento a cercare di scendere senza ammaccare la vettura di fianco, e prendo la strada del mio reparto.


La canzone della clip è “Voleranno via”, singolo appena uscito di Luca D’Aversa. Il quale è una specie di sorprendente Niccolò Fabi, con una voce un pò più soul, da seguire con molta attenzione.

Ho giocato tutte le mie carte, ed è quello che hai fatto anche tu

venerdì, settembre 29th, 2017

Entro per sbaglio nella sezione ecografica sbagliata, quella in cui facciamo stazionare di pomeriggio i pazienti che dopo gli esami contrastografici hanno bisogno di essere idratati, e trovo un signore anziano, molto distinto, disteso sul lettino e con una flebo attaccata al braccio. Accanto a lui una donna un po’ più giovane, ma non di tanto, vestita con molto gusto: gli tiene le mani e lo guarda con affetto infinito. E’ ancora bella, nonostante l’età, così bella da immaginarsela a vent’anni mentre fa disarticolare i colli dei giovani maschi coetanei, e non solo i loro.

Li saluto, perché cerco sempre di essere un ragazzo educato, e mi metto a scambiare due parole con loro. Chiedo al signore come va, alla moglie se è abbastanza comoda, se gradisce un po’ d’acqua. Loro mi sorridono e, come capita spesso, mi raccontano la loro storia.

Lui, di origini campane, aveva sposato una donna di Milano. Non è stata una scelta saggia, pavento, visto che in capo a sette giorni il signore era già disperato e in capo a due mesi avevano deciso di separarsi.

Dice: Dottore, mi dice, quella volta ho pensato sul serio al detto: donne e buoi dei paesi tuoi!

Chiedo: La signora è delle sue parti, allora?

Macché, fa lei, con un meraviglioso accento latino-americano che sembra quello di Belèn. Io soi piemontesa, de Vercelli, ma soi cresciuta in Argentina.

I due sono sposati da ventun anni, mi dicono. Mai un litigio, una separazione: e, dal modo in cui lei gli stringe le mani e lo guarda negli occhi mentre racconta, potrei anche crederci.

La morale di questa storia, forse, è che in amore i proverbi valgono poco, e lasciano il tempo che trovano. La morale è che l’amore esiste, forse, o forse no: ma in ogni caso ciò che conta è avere fortuna, incontrare non tanto la persona giusta ma qualcuno che ci sia compatibile nel momento giusto. A volte le storie d’amore che potrebbero essere per una vita intera si lisciano per una manciata di minuti, perché al mondo la sfiga esiste, ci vede benissimo e si diverte a metterci alla prova, oppure perché uno dei due fa una cazzata troppo grossa e allora si spacca tutto.

Il mio amico Vito mi racconta spesso che i giapponesi sistemano i vasi rotti incollando i cocci e dipingendo d’oro le fessure incollate: pare che in questo modo i vasi, secondo quella meravigliosa cultura così lontana dalla nostra, acquistino addirittura più valore. Io invece credo che incollare cocci sia un’attività rischiosa: un vaso rimesso insieme è meno resistente di un vaso integro, tanto per cominciare. E poi a volte il vaso si rompe in così tanti cocci che è impossibile trovarli tutti, e allora non c’è filigrana d’oro che tenga.

Eppure, altre volte ancora, il vaso viene sistemato sotto una campana di vetro, spolverato ogni giorno, nutrito con la cera giusta, e allora può durare una vita. Mi è capitato di assistere, ogni tanto, a miracoli del genere: e allora sorrido, chiudo gli occhi e penso che si, in fondo l’asteroide può aspettare ancora un po’.


La canzone della clip è “The winner takes it all”, degli Abba, tratta dall’album “Super trouper” (1980). Ho rivisto l’altra sera il musical “Mamma mia!”, l’ho trovata dolce e struggente, e ve la ripropongo qui, adesso.

Il mio cuore è a cavallo delle tue ali

domenica, settembre 3rd, 2017

Questo sarà un post controcorrente, vi avviso.

Nel fiorire di questioni epocali, tutte tese a dimostrare che viviamo in un mondo di merda e in compagnia di gente composta del medesimo materiale, nel grande mare di melma in cui è possibile trovare politici degenerati, migranti che minacciano di prendere il nostro posto, uomini che stuprano donne, donne che postano selfie con la bocca a culo di gallina, odiatori di professione su internet che non sanno coniugare correttamente un verbo e se vedessero di persona la Boldrini non avrebbero nemmeno il coraggio di farle buh, furboni che mandano lettere dell’avvocato per un ritardo diagnostico di due giorni, io vi dimostrerò che là fuori esiste gente normale. Non eccezionale, non straordinaria: normale.

Là fuori, sappiatelo, c’è gente alla guida di automobili che lascia passare i pedoni sulle strisce senza provare a investirli per distorte questioni di principio. Gente che non cerca di rubarti a tutti i costi l’unico parcheggio libero. Che arriva allo sportello della Radiologia e accetta con stoica rassegnazione l’idea che un problema tecnico o medico possa aver causato un’ora di ritardo nello svolgimento della lista di lavoro. Gente che entra in sezione e, udite bene, sorride e saluta. Che alla fine ringrazia per aver ricevuto il referto ecografico in tempo reale e talora ti fa trovare ordinatamente ripiegato in quattro, sul bordo del lettino, il telino usato per asciugare il gel.

Là fuori, sappiatelo, c’è gente che prova gratitudine e riesce a esprimerla in modi urbani, recando in reparto un vassoio di brioche o un sacchetto di caramelle al solo scopo di ringraziare per la cortesia e la professionalità ricevuta, e senza che ciò comporti in futuro trattamenti di favore. Gente che prima di andar via tende la mano e stringe la tua, nella più antica e rispettabile manifestazione di confidenza e stima; oppure, anatema, che persino ti abbraccia. Gente, al limite dell’incredibile, in grado di riconoscere che la competenza di un medico su un problema medico è superiore a quella di una soubrette televisiva o di un dj, e non mette in discussione i dati della letteratura scientifica sulla base dei matti che scrivono su Facebook le boiate ascoltate dal loro cuggino o condivise dal sito di quelli che ce l’hanno a morte con i complotti di Big Pharma e poi lanciano il sacchetto dell’umido dal finestrino della loro auto, in piena tangenziale, o fumano quaranta sigarette al giorno scagliando con noncuranza le cicche a terra.

Per cui non fatevi fregare. State attenti alla strategia terribile e tuttora in atto, mediata da una stampa disonesta e asservita al miglior offerente, che mira ad assuefarvi al peggio: in modo che perdiate gradualmente l’abitudine a riconoscere le bellezze del mondo e della gente che vi circonda.

Mia figlia, di quasi dieci anni, quando in tivù compaiono le immagini del telegiornale si tappa le orecchie e chiede di cambiare canale: trovo che non sia un atteggiamento a priori sbagliato. Fate anche voi la stessa cosa e provate finalmente a guardare il mondo con i vostri occhi. È’ un esercizio doloroso: all’inizio fa male ma poi vi svela il trucco, nessuno potrà più fregarvi e la gente tornerà a esservi simpatica.

Quantomeno, quella simpatica davvero.


La canzone della clip è la celeberrima “Skylark” (autori: Mercer-Carmichael), nella versione di Ella Fitzgerald (1963). Per chi fosse abbonato a Spotify o ad altre analoghe piattaforme streaming, consiglio la versione più attuale di Jacintha, straordinaria interprete jazz, che purtroppo non sono riuscito a reperire in rete.

Mi sento strano davvero, da un po’ di tempo è cosi’

venerdì, luglio 7th, 2017

 

Li vedo dappertutto: nei corridoi, al bar, seduti sulla panca proprio fuori dalla porta della Radiologia.

Sono sperduti, interdetti. Aprono la busta bianca intestata e leggono il referto, con una ruga verticale che si forma in mezzo alla fronte e lo sguardo perplesso. Si perdono in mezzo a tutti quei paroloni tecnici come marinai nella burrasca e sanno già che dovranno aspettare chissà quanto tempo affinché il loro medico li riceva e traduca loro il medichese in italiano corrente.

E, ogni volta, mi vien voglia di fermarmi, chiedere il referto e provare a spiegarglielo nel modo più semplice possibile. Perché ci vogliono due minuti, solo due minuti: anche mentre si sta terminando l’ecografia, per esempio. Poche parole, semplici, per dire che stanno bene oppure che qualcosa non va e bisogna approfondire il problema per vederci chiaro. Meglio ancora, per accollarsi il problema: emettere un’impegnativa, programmare il prossimo esame, evitare al paziente una trafila di tempo perso tra medici di base e specialisti di vario ordine e grado. Due soli minuti per rendere la vita un po’ più facile a qualcuno che per caso ci ha attraversato la strada.

E per diventare meno invisibili di quello che il mondo là fuori ama dire, di noi radiologi.


La canzone della clip è “M’innamoro davvero”, di Fabio Concato, tratta dall’album omonimo del 1999. E’ dal lontanissimo ’84 che Concato si diverte a farmi venire le botte di nostalgia: lui è uno di quelli, pochi, che mi piacerebbe conoscere personalmente. Ragionevolmente sicuro che, al di fuori delle sue canzoni, non sarebbe una delusione.

Dietro la porta di casa mia c’è la polvere dei miei ritorni

sabato, luglio 1st, 2017

 

Ci siamo: dopo appena un anno e mezzo, ecco il primo pensionamento all’ospedale del fiume.

Antonio, l’uomo che vedete sorridere nella foto in calce al post, era il tecnico con maggiore anzianità di servizio del reparto. Lui era quello che, a dispetto dell’età, si occupava dei guai informatici del reparto, correggeva gli errori di anagrafica e sapeva sempre tutto dei problemi del PACS.

Un uomo tranquillo, benevolo. L’ho visto incazzarsi una volta soltanto: quando, arrivato da molto poco, avevo indetto una riunione con i tecnici e poi, preso nel vortice delle cose da fare, me ne ero dimenticato e avevo preso la strada della mensa. Adesso anche lui lo sa, perché gliel’ho detto nel discorso di commiato: quell’incazzatura mi ha insegnato che ci sono cose che un capo proprio non può permettersi di fare, anche se è il capo. È una lezione che mi accompagnerà fino al mio ultimo giorno di lavoro.

Antonio ha dato una piccola festa di addio. Abbiamo brindato insieme al destino felice di un uomo che ha lavorato nello stesso reparto per 33 anni e ha visto tutto, dalle camere oscure alle sequenze di diffusione in risonanza magnetica. Ci siamo detti che il vuoto che le partenze lasciano nei reparti ospedalieri sono plastici e si riempiono in fretta; ma che alcuni vuoti hanno forme complesse, e ci mettono più tempo degli altri a colmarsi.

Poi l’ho visto uscire per l’ultima volta dal reparto, di schiena, vestito in borghese, con in mano un piccolo cartone pieno delle sue cose: e ho pensato che così non va bene, che certe persone andrebbero accompagnate in trionfo fuori dal luogo in cui hanno lavorato. Però, per quanto trionfante possa essere l’uscita, ci sarà sempre un momento in cui un uomo che va in pensione si troverà da solo con se stesso, a fare i conti con il proprio passato e il futuro che lo attende.

E allora l’uscita di Antonio è stata appropriata: con le proprie gambe, a schiena diritta, senza grossi rimpianti e con la certezza rassicurante di aver dato tutto quello che si poteva.

In bocca al lupo, Antonio. E che quel lupo viva a lungo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, tratta dall’album “Canzoni con il naso lungo” (1993). Cristiano è stato un ragazzo sfortunato: porta sulle spalle un nome troppo pesante. Poteva diventare un nuovo Fossati, forse un po’ più basico, e d’altronde a differenza del padre lui è un musicista vero. Invece la mia impressione è che, abituato a non essere preso sul serio in virtù dell’eredità paterna, abbia finito per fare la stessa cosa con se stesso. Perdendo una grandissima occasione, come spesso capita anche ai migliori di noialtri. Vi propongo la sua canzone nella versione live cantata a Sanremo 1993, dove fu seconda classificata dietro un’altra immeritevole di qualunque genere di memoria.