Archive for the ‘Hospital’ Category

A Filippo Argenti!

venerdì, Gennaio 22nd, 2021


Chi era Filippo Argenti e perché Caparezza gli ha dedicato una canzone di potentissimo effetto? Perché Dante ce l’aveva a morte con lui? Venditti aveva ragione a chiedersi se Dante fosse stato un uomo libero o un servo di partito? E in che modo la Tangentopoli della Firenze di inizio 1300 travolse Dante e lo trascinò all’inferno?

Per queste e altre domande le mie risposte sono qui.

Buona lettura.

Tu chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, soprattutto lei

sabato, Gennaio 16th, 2021


Molti anni fa, avrò avuto sette o otto anni, mi trovavo nel tennis club dove imparai a tenere in mano la racchetta.

Era pieno inverno, ma l’inverno nei luoghi in cui sono nato erano e sono una stagione clemente, che permette di giocare all’aperto salvo quando piove. Quel pomeriggio però sentivo davvero tanto freddo: andai da mio padre, che attendeva a bordo campo, e gli chiesi cosa potevo fare per attenuare la sensazione di gelo alle mani. Lui mi disse di metterle sotto un getto di acqua fredda, e io così feci. Il risultato lo potete immaginare: fui incapace di continuare a giocare perché la mano destra era diventata un blocco di ghiaccio e non riuscivo nemmeno a piegare le dita.

Non chiesi spiegazioni a mio padre. Feci invece due cose: la prima fu cercare di capire quale fosse l’errore di metodo insito nella sua soluzione. Ricordai di aver letto un fumetto, poco tempo prima, in cui Paperino, assai sprovveduto e in missione al Polo per zio Paperone, mezzo assiderato, fu immerso dai nipotini nell’acqua bollente e si rianimò. Provai sotto il getto di acqua calda, la volta successiva, e in effetti andò meglio: le mani si erano riscaldate e riuscii a giocare.

La seconda fu chiedermi perché mio padre, che agli occhi del Giancarlo bambino era una sorta di padreterno onnisciente e infallibile, mi avesse dato la dritta sbagliata. Pensai che si fosse confuso, per prima cosa, e che in realtà avesse voluto dirmi di mettere le mani sotto un getto di acqua calda, e non fredda. In fondo anche gli adulti possono risponderti distrattamente, se hanno la testa altrove, e io adesso ne so qualcosa. Ma non ne ero convinto del tutto.

Adesso, a 52 anni, mi piace pensare che mio padre abbia sbagliato apposta. Non perché in lui albergasse una vena di sadismo, per carità, ma perché è così che cresciamo: attraverso i tentativi, spesso reiterati, e gli inevitabili errori che ne conseguono. Forse voleva solo saggiare la pasta di cui ero fatto: sarei tornato da lui in lacrime? Mi sarei arrabbiato e gliene avrei dette di ogni? Avrei fatto finta di nulla e ripetuto a oltranza la stupidaggine di mettere le mani sotto l’acqua fredda?

Noi genitori abbiamo gli occhi sempre puntati sui nostri ragazzi. Da loro ci aspettiamo il meglio, la risposta più logica, più coraggiosa, più dentro o (nel mio caso) più fuori dagli schemi. Così, mi piace pensare che quel giorno il rapporto tra me e mio padre abbia preso una china diversa: questo se la cava benissimo da solo, deve aver pensato dietro la sua tipica espressione impassibile da pokerista professionale, quindi posso occuparmi di altre situazioni più critiche. La qual cosa, va detto, non ha sempre avuto sviluppi positivi per il sottoscritto, ma tant’è: sempre meglio troppa fiducia che troppo poca. Almeno nel mio caso.

Il che mi riporta a una frase del noto psicologo italiano, che ho letto stamattina su un quotidiano. Se noi a noi figli diamo tutto senza fatica, si chiede lo psicologo, come faranno a sviluppare le potenzialità del loro intelletto? Come potranno essere stimolati a usarle per conquistarsi la loro preda, qualunque essa sia?

Il mio ultimo primario diceva (e dice) sempre: mi piacciono le persone che hanno fame. La “fame”, come la intende lui, è la volontà inestinguibile di capire, conoscere, non accontentarsi, tendere al miglioramento continuo di se stessi, al superamento dei propri limiti come scopo della vita. Se hai avuto sempre tutto pronto, durante le fasi della tua crescita, tutto servito in tavola, difficilmente sentirai quel genere di fame. La stessa fame che fa la differenza, in qualunque mestiere, tra uno soltanto bravo e uno veramente eccezionale.

Ma adesso è troppo tardi per chiedere spiegazioni a mio padre. Di fronte a domande come quella che gli porrei in questo momento, lui indosserebbe sul viso la sua tipica maschera di impassibilità e, sorridendo appena agli angoli della bocca, risponderebbe: Mi dispiace, ma non ricordo nulla di quel pomeriggio.

La canzone della clip è Solo all’ultimo piano, di Mogol-Minghi, cantata da Gianni Morandi e pubblicato per la prima volta nell’album Morandi (1983). Quando ripenso ad alcune notti in bianco prima degli esami universitari, è questa la canzone che mi viene in mente.

Tu puoi essere straordinario

venerdì, Gennaio 15th, 2021

Ci sono ancora parecchi scatoloni chiusi in garage e nel solaio, dopo l’ultimo trasloco. È proprio da uno di essi che un giorno sono ricomparsi, dopo non so quanti anni, i pettini dei miei figli neonati.

Una spazzola morbida come i loro capelli, che erano i capelli biondi e sottili degli angeli. Pettini morbidi come la loro pelle profumata. Li lasciavamo sul mobile del bagno grande: accanto alle creme, al bagnoschiuma delicato, al contenitore dei pannolini, al fasciatoio che si trasformava nella minuscola vasca da bagno in cui ogni sera io e la mamma gli facevamo il bagnetto, bevendo a metà una birra fredda.

Lui nell’acqua se la godeva come un matto, batteva le mani sulla schiuma e non voleva mai venir fuori. Lei invece urlava per tutto il tempo, rossa in viso come un peperone, ignara del fatto che era nata in acqua, con la camicia, e da grande avrebbe nuotato come un pesciolino grazie alle spalle larghe e alle gambe forti che la natura le ha dato in dono. E anche del fatto che, se solo fosse stata strutturalmente meno pigra, tale e quale a suo padre, di quello sport avrebbe potuto fare una passione viscerale e forse persino un lavoro serio.

Ho guardato la spazzola e i pettini, poi ho guardato loro. Lui alto, dinoccolato, magro come un chiodo, col ciuffo biondo sulla fronte, serio come un ingegnere nucleare del dopoguerra (salvo quando è alla Playstation o alle prese con le strategie infernali di Clash Royale), imbarazzato dalla biologia mutevole del nuovo corpo che si è ritrovato da un giorno all’altro insieme alla voce profonda e cavernosa di un polifemo. Lei più minuta, biondissima, che ancora balla con me alle note della colonna sonora di La La Land, romantica come la protagonista di un film degli anni ‘60, già patologicamente dipendente dalle serie tivù, musicomane e quindi perennemente attaccata alle cuffiette, alla cassa di uno stereo, a qualsiasi cosa emetta una suono ascoltabile.

Li guardo e mi sembra un miracolo essere arrivato con loro fino a qui. Li guardo e ho l’istinto irrefrenabile di farmi da parte, sedermi e guardarli vivere. Sperando, ma vanamente, che la vita risparmi loro gli inciampi, le cadute, i lividi, le ginocchia sanguinanti.

Perché possiamo ripetercelo fino alla nausea, noi genitori, che si cresce solo attraverso le sofferenze. Ma poi, alla resa dei conti, nulla ci rende più felici di vederli dormire tranquilli, come se il domani fosse già cosa fatta.

La canzone della clip è Brave, della fascinosissima Sara Bareilles, dall’album The blessed unrest (2013). È coraggio, quello che ci serve per affrontare il casino, il coraggio della paura.

Due consonanti perse in tre vocali

sabato, Gennaio 9th, 2021

Nel 1990 Totò Cotugno partecipò a uno dei suoi innumerevoli festival di Sanremo. La canzone in gara si intitolava “Gli amori”: un polpettone melodico in pieno stile italiano anni ‘80, con argomentazioni generiche sul sentimento amoroso e sulle coppie a cui tocca in sorte, costruito con grande accuratezza per un festival che il povero Totò non avrebbe mai potuto vincere perché il nome del vincitore era ho scritto nelle stelle (per la cronaca, quell’anno i vincitori furono i Pooh con “Uomini soli”). Tuttavia “Gli amori” era degna di una platea che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha punito canzoni straordinarie e premiato quelle ordinarie: e infatti Toto arrivò secondo, come nella stragrande maggioranza delle sue partecipazioni al festival, proprio in virtù dell’ordinarietà della sua canzone. 

L’ordinarietà di cui parlo è testimoniata dai seguenti versi di esordio: 

Accesi, spenti e stupidi speciali / Due consonanti perse in tre vocali / Son loro che ci aiutano a non sentirci soli / Perciò sono importanti / E li chiamiamo amori

Nel leggere i quali a Dante, uno che l’amore lo aveva trattato seriamente e peraltro in endecasillabi con la rima incatenata, quindi con una certa complessità di fondo che sfugge al cantautore nostrano, sarebbero tremate le ginocchia: forse a quel punto l’unico dubbio, per il Sommo, che tra le altre cose (per chi non lo sapesse) era il paroliere dei migliori musicisti della Firenze del 1300, sarebbe stato a quale girone dell’Inferno assegnare il buon Toto.

Ma Toto, da vecchio lupo del palcoscenico, aveva l’asso nella manica. L’edizione del 1990 fu innovativa per due motivi:

1) finalmente si rivide l’orchestra all’Ariston, ponendo fine allo spettacolo triste e indecoroso dei cantanti alle prese con la base musicale su un palco deserto che sembrava quella della festa del santo patrono di un paesino dell’agro campano;

2) riportò in auge la formula del cantante straniero abbinato a quello italiano, che negli anni ’60 aveva funzionato a meraviglia. E qui il colpo da maestro di Toto, o dei suoi manager: il cantante straniero che avrebbe cantato la sua canzone era nientepopodimeno che Ray Charles, all’epoca già una leggenda vivente del rhythm and blues e del soul. Ray Charles prese la canzone di Toto Cotugno, ne mantenne gli accordi e la struttura e la trasformò in un capolavoro, peraltro mai inciso, che ricevette da parte del pubblico finalmente esaltato dell’Ariston parecchi minuti di ovazione.

Qui c’è la canzone cantata da Toto Cotugno:

Qui c’è “Good love gone bad”, la versione inglese interpretata da Ray Charles.

Anche se non siete fini intenditori musicali ve ne siete già accorti senza grossa fatica: la canzone è la stessa. Gli accordi di Toto Cotugno sono accuratamente conservati: magari in mezzo Ray Charles ci ha piazzato qualche quinta o settima aumentata, ma diciamo che la struttura musicale è la stessa. Eppure “Gli amori” di Cotugno è ordinaria, a tratti banale, dà l’idea di una canzone già ascoltata in passato decine di altre volte (come in effetti è), mentre quella di Ray Charles è piena di sonorità meravigliose e la ascolteresti trenta volte di seguito senza stancarti. Cosa è successo? Cosa rende la versione di Ray Charles così straordinaria rispetto alla versione originale?

Semplice, cari miei: l’arrangiamento. L’arrangiamento, come recita il vocabolario della lingua italiana, è “la trascrizione che si fa di un brano musicale adattandolo a strumenti o complessi diversi da quelli per cui originariamente era stato composto”. Il risultato finale di un arrangiamento è funzione di chi arrangia la canzone e di chi successivamente la canta, ammesso che arrangiatore e cantante non siano la stessa persona, e spesso conduce a versioni della canzone quasi irriconoscibili.

Provate a pensare a “Highway to hell” degli AC/DC cantata da Carla Bruni e inorridite pure senza ritegno. Allo stesso modo, provate a pensare a “Felicità” di Albano e Romina strillata in versione hard rock da tale Danny Metal, l’incrocio tra un pilone di rugby e uno scaricatore di porto scozzese, e inorridite alla stessa maniera.

Cosa voglio dirvi con tutta questa solfa? Che la differenza, nella vita, più che il talento puro e semplice la fa l’arrangiamento. 

Se siete geni assoluti non c’è nulla da dire: siete rari come quadrifogli e viaggiate su un altro pianeta, in altre dimensioni, dentro spazi siderali. Le persone comuni nemmeno riescono nemmeno a vedervi e al massimo si accorgono della scia luminosa che lasciate in volo. È difficile anche solo considerarvi fonte di ispirazione, figuriamoci cercare di emularvi.

Se invece siete pieni di talento musicale ma incapaci ad arrangiare una canzone, il vostro talento sarà sprecato e finirete nel dimenticatoio assai in fretta, sviluppando la tipica frustrazione che attanaglia i mezzi geni, in genere incompresi, che non di rado nella vita finiscono assai male: droga, alcool e forse anche una morte precoce e drammatica che in parte, ma solo se una volta tanto sarete fortunati, riscatterà le vostre frustrazioni.

Potreste, al contrario, essere dei cani come musicisti ma saper arrangiare decentemente le vostre pessime note, e quindi vendere bene il prodotto che avete composto: il mondo è pieno zeppo di millantatori di questo tipo, il cui unico talento è saper convincere il prossimo delle proprie (inesistenti) qualità e magari costruircisi su una rispettabile carriera. Basta avere sufficiente faccia tosta, una buona parlantina e magari tendere alla sovrastima di sé: sapeste quanti ce ne sono nel mio lavoro, e quanti ne ho già incontrati sulla mia strada.

Infine, potreste non appartenere a nessuna delle due categorie precedenti e non saper fare nulla, né comporre né arrangiare: in quel caso siete destinati a quella vita di quieta disperazione che, come ci insegna Thoreau, è la triste normalità della maggioranza degli uomini e delle donne. Non è colpa vostra, sappiatelo, e siate consci del fatto che voi almeno conservate la dignità che manca ai millantatori di cui sopra: il Padreterno vi giudicherà sicuramente con maggiore benevolenza di quelli, quindi ce l’avete anche voi il vostro piccolo asso nella manica. Proprio come Toto Cotugno.

Quattro risposte a quattro domande difficili – Cronache del virus fetente #29

lunedì, Dicembre 21st, 2020

Sapete, dentro la tempesta bisogna passarci: altrimenti da lontano si vede soltanto il polverone e non è mai abbastanza chiara la gravità della situazione. Dentro il Covid ci sono appena passato e, garantisco, non è stata una passeggiata di salute. Febbre, tosse, sinusite frontale con una qualità di dolore mai provata in precedenza. Due giorni di desaturazione dell’ossigeno. Uno strascico di stanchezza cronica che ancora adesso mi fa addormentare schiantato, implacabilmente, alle 9 di sera. L’appuntamento nel tardo pomeriggio, intorno alle 18, con l’attacco di mialgia agli arti inferiori. Come dice il mio amico internista, che non mi ha mai mollato durante la malattia: mettitela via, se non si ferma la cascata delle citochine c’è poco da fare. Per cui, adesso, il mio scopo è rispondere a un paio di domande cruciali.

1. IL COVID-19 È COME UNA COMUNE INFLUENZA STAGIONALE? Seh, col cavolo. In 52 anni non mi è mai capitato che l’influenza mi facesse desaturare a 94 (a questi valori l’aria comincia a sembrare densa come budino e non è una sensazione piacevole, credetemi sulla parola). O che mi lasciasse a letto, anche quando la febbre era passata, incapace di sollevarmi dal materasso per giorni. Che mi costringesse, di ritorno al lavoro, a fare le cose con la calma forzata di un ottantenne. A distanza di quasi un mese dall’infezione.

2. POTEVO STARE PIÙ ATTENTO? Sono stato attentissimo, ai limiti del paranoide. Uno dei problemi di questa curva di contagi che sale, sale e sale è che le persone si sentono falsamente rassicurate dai tamponi negativi, specie quelli rapidi. Da cui il consiglio: il tampone rapido negativo non-è-affidabile. Quindi se risultate negativi non sentitevi autorizzati a spaccare il mondo ma usate cautela, specie se avete anche fare con persone anziane o debilitate. State lo stesso distanziati, disinfettate lo stesso le mani e usate lo stesso la mascherina.

3. È IN ATTO UN COMPLOTTO GIGANTESCO E MOSTRUOSO VOLTO A TERRORIZZARE E/O STERMINARE E/O TRASFORMARE IN AUTOMI ETERODIRETTI E SENZA ANIMA GLI UOMINI E LE DONNE DI QUESTO PIANETA? Certo, tutto può essere. Magari il virus è stato davvero sintetizzato in laboratorio, come insinuano in tanti: sebbene anche loro manchino di originalità perché ai tempi della Spagnola, che esordì in piena guerra mondiale, i francesi accusavano i tedeschi di aver sparso il germe e viceversa. Ed è buona norma ricordare a tutti che le epidemie, nella storia umana, ci sono sempre (e dico sempre) state. Difficile pensare che il Grande Fratello o qualche oscuro ordine massonico deviato ordisse contro la razza umana già ai tempi di Marco Aurelio (vaiolo), di Dante (peste polmonare) e della prima guerra mondiale (influenza). Però è possibile che scaricare la colpa di quanto sta accadendo su oscure forze mondialiste serva a ridurre la pressione emotiva che sta conducendo una buona fetta della popolazione al collasso psichiatrico. Lo sopporteremo, tanto negli ultimi decenni ne abbiamo sentite di peggiori. Poi, alla fine, faremo i conti. Mi è tuttavia difficile credere che il più atroce complotto di tutti i tempi sia stato sgamato proprio dalle lobby più sgangherate di tutti i tempi: anti-vax, terrapiattisti, movimenti new-age di vario genere. Lo dico in particolare per questi ultimi: se doveste avvertire una modifica nel campo vibrazionale del pianeta aspettate a esultare. Non siamo prossimi ad accedere alla quarta o quinta dimensione, sono solo le mie palle che girano a vortice: avete il terrore che vi impiantino il chip sottocute e poi con la storia del cash back avete fornito a chissà chi tutti i vostri dati più sensibili, dichiarando al mondo che la vostra privacy e la vostra libertà individuale non valgono più di 150 euro.

4. MI VACCINERÒ? A prescindere dal mio attuale titolo anticorpale, che è in corso di verifica, certo che lo farò. Lo farò per diversi motivi che cerco di elencare con un minimo di consequenzialità logica. Lo farò perché: a) I vaccini, a titolo di esempio, hanno eradicato il vaiolo dal mondo e hanno evitato a molti di noi di ammalarci di poliomielite, per esempio, o di difterite (avevo quindici anni quando, nel mio paese natio, una bambina di 9 morì di difterite: pensateci, quando guardate negli occhi i vostri figli). b) Io sono un medico, ho impiegato sei anni a laurearmi e ho studiato la virologia, i vaccini e tutto quello che li riguarda. E certo che i vaccini non sono completamente sicuri: sono farmaci, e in quanto farmaci il loro uso comporta una quota di effetti collaterali, alcuni anche gravi, che bisogna prendere in considerazione. Per fare un esempio, la somministrazione di mezzi di contrasto iodati, durante un esame TC, comporta un rischio accuratamente stimabile di eventi avversi gravi e persino di morte (0,0025%): ma non mi pare che esistano al mondo movimenti anti-MDC analoghi a quelli anti-vax. Che poi, mi dispiace essere così duro ma si tratta della cruda realtà dei fatti, la natura ragiona in termini statistici e non individualistici, dunque dei singoli fatti vostri se ne batte il belino. Annunciare al mondo che non vi vaccinerete perché il nipote dell’amica del cuore di vostro cognato dopo il vaccino ha avuto la febbre a 40 e da allora ha gli attacchi epilettici, vuol dire che non avete capito nulla di come funziona la medicina: in ambito medico le scelte vengono fatte perché la stragrande maggioranza trae vantaggi da una certa cura, anche a fronte di una sparuta minoranza a cui invece purtroppo butta male. Altrimenti, alla prossima appendicite, fate come afferma spavaldamente uno dei fenomeni naturali in cui mi sono imbattuto in questo triste periodo e non andate in ospedale a farvi operare: vuoi mai che restiate sotto i ferri. c) l’epidemia da Coronavirus prima o poi passerà da sola, come da sole sono passate tutte le epidemie della storia umana: però magari vaccinandomi contribuirò a farla passare prima, e qualcuno in meno ci lascerà le penne. Fine delle domande e fine delle risposte. Buon carcere natalizio a tutti.

Ah, dimenticavo la cosa più importante. Pensate a cosa succederebbe se i vaccini non fossero efficaci e/o dessero effetti collaterali a randa: milioni, miliardi di cause e class action. Scandali planetari. Risarcimenti miliardari. Le case farmaceutiche non sono gestite da santi o filantropi, siamo d’accordo, ma neanche da coglioni.