Archivi per la categoria ‘Hospital’

Correre da te

lunedì, 6 febbraio 2012

 

Sai cosa penso? Che sei fortunata. Che siamo fortunati. Che papà ne ha vista tanta di sofferenza, negli ultimi anni, da non sapere se sia meglio maledire il creato o pregare che un senso nascosto, da qualche parte, ci sia davvero.

Perché papà se li ricorda tutti, quei piccoli volti scavati dagli occhi enormi: occhi che sembravano sbigottiti ma in realtà quasi sempre erano soltanto ricolmi di consapevolezza e rassegnazione. Chissà perché un bimbo che soffre, ma che soffre veramente, ha sempre questo sguardo adulto, l’espressione di amara consapevolezza che in genere anima solo il viso dei vecchi prossimi alla dipartita. Forse davvero la sofferenza serve a crescere, a evolvere e a raffinarsi, come qualcuno afferma da secoli, o sono tutte balle?

Ma tu non lo sai, tu nemmeno ti sei posta la domanda. È troppo presto per te, e io ogni sera prego goffamente il Padreterno affinché sia misericordioso e ti lasci il tempo di imparare le tue lezioni tra errori, trionfi, lampi di gioia e inciampi di tristezza. Prego che ti lasci cadere per poi farti rialzare solo con le ginocchia sbucciate e niente altro. Che ti faccia piangere al solo scopo che tu comprenda il vero significato della gioia.

Così, mentre penso a tutte queste cose, tu sei tutta contenta perché le unghie ti sono ricresciute e finalmente possiamo colorarle con quello smalto azzurro di mamma che ti piace tanto: e io, mentre ti soffio sulle ditine per farlo asciugare e tu ridi perché ti faccio il solletico, devo davvero fare uno sforzo sublime per non prenderti in braccio e tenerti stretta stretta fino a che dovrò uscire di casa per andare al lavoro. Dove papà incontrerà altri bambini molto malati, con quell’espressione da vecchio rassegnato incisa sul volto: e tu non immagini nemmeno la fatica che ci vuole, in quei momenti, a non mollare tutto e scappare via. E correre da te.

Ritorni

martedì, 31 gennaio 2012

Qualche giorno fa è tornato a trovarmi un anziano paziente che da anni, sempre nel mese di novembre e con costanza encomiabile, viene ad arricchire la mia misera libera professione intramoenia. È un signore molto distinto, sempre ben vestito: il viso dai tratti delicati, gli occhi ancora illuminati da uno sguardo di grande intelligenza. Una di quelle persone con cui è piacevole parlare a prescindere dall’argomento: se non fossi il suo radiologo di fiducia gli chiederei di raccontarmi la storia della sua vita e lo starei ad ascoltare incantato, per ore intere.

Fino allo scorso autunno il signore è venuto accompagnato dalla moglie: anche lei era una signora molto a modo, insieme facevano davvero una bella coppia. In un certo senso, potrei affermare che li rivedevo così volentieri perchè ho sempre sperato che il mio futuro, anche quello di coppia, somigliasse al loro.

Quest’ultima volta, però, il signore distinto ha saltato l’appuntamento di novembre. L’ho rivisto pochi giorni fa, con due mesi di ritardo rispetto al solito appuntamento annuale: era in sala d’attesa, e sedeva da solo. Quando è entrato in stanza ecografica non ho avuto il coraggio di chiedergli nulla: per lui parlava in modo mille volte più eloquente lo sguardo desolato con cui osservava i luoghi noti della mia Radiologia. Gli ho fatto l’esame, abbiamo chiacchierato di argomenti risibili come il freddo e la neve che quest’anno tarda ad arrivare sulle nostre montagne, e poi ci siamo salutati. È mancato qualcosa, me ne rendo conto: ma ci siamo capiti lo stesso, io e il mio paziente anziano. Guardandoci negli occhi.

Prima di andar via mi ha detto: Si tenga giovane, dottore, cerchi di non invecchiare.

Io avrei voluto rispondere che l’alternativa all’invecchiamento non mi sembra migliore dell’invecchiare: ma sono stato zitto.

Che certe volte, giuro, è meglio.

Il conto della serva

lunedì, 23 gennaio 2012

 

Raffaella, che è lontana ma in qualche modo anche molto vicina, mi ha inviato un link curioso: perso come sono stato negli ultimi 30 giorni a stendere una  specie di saggio che tra pochi giorni renderò disponibile sul blog, non mi sono nemmeno accorto della notizia.

Questo è il link.

La notizia fa un po’ ridere perchè, in buona sostanza, la regione Lombardia ha già messo in atto un sistema di informazione sulle spese sanitarie dei cittadini. I quali saranno informati sul costo reale della procedura diagnostica o terapeutica a cui sono stati sottoposti, e se ne torneranno a casa loro guariti (si spera) ma con qualche senso di colpa sul groppone. Ventiduemila euro per un by-pass coronarico? E se li avessimo destinati a un asilo nido non sarebbe stato meglio? Insomma, ci costringeranno a dare un valore reale, tangibile, alle nostre povere esistenze: e chissà che la cosa non porti vantaggi insperati sia ai singoli cittadini, in termini di autocoscienza, che alla intera comunità in termini di risparmio.

Quanto al resto, che vi devo dire: trovo giusto che un cittadino abbia coscienza di quanto costa alla collettività, e di riflesso si faccia un’idea anche dell’intero baraccone sanitario: che lavora quasi sempre a suo vantaggio e sempre, dico sempre, senza che lui se ne renda conto. Qui tutto è dato per scontato, tutto è dovuto e a volte (ma non troppe, a dire il vero) si fa fatica anche a dire grazie. Trovo ridicolo solo il modo: dovremmo placare la nostra sete di democrazia con la partecipazione e la consapevolezza, e invece l’unico modo che abbiamo escogitato è quello di consegnare al paziente il conto della serva.

Il paese della disperanza, parte tre (e ultima)

martedì, 10 gennaio 2012

Devo concludere la trilogia della disperanza, e la voglio concludere con un messaggio di segno opposto. Un segno di cui vorrei che fosse intriso il mio 2012, dal principio alla fine.

In realtà la trilogia l’ha conclusa, a mia insaputa, una mia giovane collega: è una delle ultime arrivate in reparto, sto parlando di tre o quattro anni fa, ma ha già preso in mano il bandolo della matassa e lo sta addirittura portando fuori dalla nostra realtà locale. Un merito non da poco, in tempi in cui i dipendenti pubblici godono di fiducia ministeriale prossima allo zero: ma gioventù ed entusiasmo possono essere ancora un valore, in questo paese, e non il suo contrario.

La mia collega parla spesso del suo lavoro, e in questo periodo lo fa con un tale entusiasmo, con un trasposto così totale che è difficile non lasciarsi contagiare. Vederla lavorare è un piacere: ogni volta che mi chiede un parere su un esame radiologico si apre una formidabile discussione clinica che andrebbe avanti anche parecchio, se non avessimo tutti quanti i minuti contati e torme di segretarie impazienti alle porte.

Adesso, mio malgrado e con buona pace di chi mi considera ancora giovane, io non sono più un giovane radiologo. E inizio a guardarmi intorno per capire chi potrà fare cosa, nel mio reparto, e quali sono le persone a cui potrei fornire una parvenza di viatico per sopravvivere nei tempi cupi che verranno. Perchè i tempi cupi sono ancora da venire, questo è certo, ma a me piace pensare che anche in tempi di ristrettezze economiche potremo e sapremo fare con gioia il nostro mestiere: incontrarci, parlare, discutere, organizzare, crescere, migliorarci come singoli e come gruppo, far vedere a tutti i parassiti che ci hanno ridotto in mutande di che pasta siamo fatti.

Non ci salveranno le banche, nel prossimo futuro, né i politici. Non ci salveranno paesi stranieri o organismi internazionali di varia natura. Non ci salverà il petrolio e neanche l’energia eolica. Ci salverà l’entusiasmo. Ci salverà la passione. Ci salverà l’affetto per luoghi e persone. In una sola frase, ci salveremo da soli. E così facendo salveremo, forse, anche tutti gli altri.

Il paese della disperanza, parte due.

lunedì, 9 gennaio 2012

Ma c’è una seconda parte, altrimenti in questo paese della disperanza non saremmo tutti o quasi nella cacca fino al collo.

La stessa mattina della coppia indiana è arrivata una gentile signora sulla sessantina, ben vestita, piuttosto sagace e con la parlantina sciolta. Mentre le facevo l’ecografia mi ha raccontato di aver avuto un compagno imprenditore, mancato da non molti anni, a cui era veramente molto legata; e di avere ancora un figlio, quasi quarantenne, che ha ereditato l’impresa del patrigno e ne ha migliorato gli introiti grazie all’entusiasmo e alla forza di volontà che solo un uomo appassionato e giovane può avere.

Ma il momento di grassa è durato fino a pochi mesi fa. Adesso non è che l’impresa non venda il dovuto, non abbia ordini importanti o sia in difficoltà operative particolari. L’impresa vende, e parecchio: solo che i compratori non pagano. E, siccome viviamo in un modo capovolto, a non pagare sono i pesci grossi, mica quelli piccoli.

Morale: quando sei in credito di ottocentomila euro può diventare difficile pagare i dipendenti. E magari non ci dormi di notte perchè i tuoi dipendenti hanno famiglia, figli, mutui da pagare, spese mediche. Per cui anche l’azienda più virtuosa, innovativa, ricca di iniziative, può andarsene in malora insieme a tutto il paese; a cui, tra l’altro, se non fa parte dell’allegra famiglia degli evasori fiscali, versa pure una bella fortuna in tasse.

Ed ecco cosa mi ha detto la signora un attimo prima di andarsene: Mio figlio qualche giorno fa mi ha detto che per lui è una fortuna avere una moglie e dei figli che gli vogliono bene, altrimenti con i tempi che corrono si sarebbe già impiccato.

Ecco, io vorrei che questa storia potesse essere raccontata davanti a tutti quelli che con questa cosiddetta crisi hanno qualcosa o molto a che fare: politici, banchieri, faccendieri, speculatori, evasori fiscali, finti poveri che sgommano con il ferrarino di famiglia a Cortina et similia. Mi piacerebbe che tutti loro, singolarmente e in gruppo, provassero vergogna per lo stato di prostrazione in cui hanno messo il paese e le persone che lo abitano. Vorrei che il nodo scorsoio, quello morale intendo, lo avvertissero davvero intorno al loro collo.

Ma non sarà così, purtroppo; e noi ce la caveremo da soli, come al solito, senza nemmeno quella piccola soddisfazione postuma.