Archive for the ‘Hospital’ Category

Resilienza (cronache del virus fetente #15)

lunedì, giugno 1st, 2020
Ci siamo: l’emergenza sanitaria progressivamente sta cessando ed è possibile immaginare il ritorno a una vita normale, insomma alla vita di prima del virus. A questa speranza, inevitabilmente, si associa la necessità di ripensare a quello che è accaduto e imparare il più possibile dalle lezioni che questa epidemia ci ha così dolorosamente impartito.
La prima, e forse la più importante: c’è bisogno, assoluto e imprescindibile, di rivedere in modo radicale le dinamiche della comunicazione. Si è trattato di un periodo difficile e complesso in cui abbiamo scoperto che l’Italia è un paese popolato da specialisti insigni ma incapaci di trovare un minimo accordo anche sui fondamentali, e piuttosto inclini a errori di valutazione anche grossolani. Li abbiamo visti tutti in processione: epidemiologi, infettivologi, biologi, virologi. Ognuno smentiva clamorosamente il collega di turno e poi, a sua volta, veniva smentito dai fatti. Sono state cannate quasi tutte le previsioni: dal possibile arrivo del virus in Italia alla durata della pandemia, dal numero di possibili infezioni totali alla mortalità e ai tipi di cura.
Nei primi giorni di crisi, quando mi chiedevo come mai non fossero stati prima individuati i cinque o sei massimi specialisti di settore, e poi rinchiusi in una stanza e costretti a uscirne solo con un piano operativo condiviso, non avrei mai potuto immaginare un livello di confusione e di ammuina quale quello che poi si è verificato. Ed è triste, davvero. Perché può darsi che la scienza, come dice qualcuno di loro, non sia democratica: ma di certo non può essere ridotta all’anarchia a cui abbiamo assistito, giorno dopo giorno, esterrefatti. A pensarci bene, non è escluso che la sorte di alcune regioni sia stata meno drammatica di altre proprio perché ci si è affidati a poche voci autorevoli la cui opinione, fortunosamente o per lungimiranza, si è rivelata più o meno corretta di quella dei colleghi che operavano in contesti limitrofi. Insomma, come avrebbe chiosato uno dei miei Maestri, in questa circostanza l’impressione è che si sia trattato più di culo che di giudizio.
La stessa cosa è successa in piccolo, nei nostri microcosmi lavorativi medico-radiologici: la frequenza e l’ampiezza delle stupidaggini che ho visto scrivere sul tema sono state sconcertanti e mi hanno lasciato col dubbio, atroce, che i miei colleghi abbiano percepito l’assenza di una leadership culturale sull’argomento; e che qualsiasi voce declamante nel deserto, alla fin fine, fosse preferibile al nulla. Abbiamo compreso tutti, o almeno spero, che un profluvio di immagini radiologiche non sostituisce un corretto ragionamento clinico-diagnostico ma, al contrario, produce solo del gran casino. E, lo dico con tutta la fiducia che nonostante tutto ancora mi porto dentro, spero che la maggioranza di noi si sia ricordato dei libri lasciati a prendere polvere sugli scaffali: nei quali c’era già scritto tutto, o quasi. Bastava solo rimettersi a studiare, invece di improvvisare.
Lo stesso discorso, almeno questa è al momento la mia impressione, sembra valere anche per il corteo di virologi, biologi e compagnia bella che ci ha fatto compagnia in queste interminabili settimane. L’unica cosa certa di tutto questo casino, comunque, è che anche i sociologi a fine guerra (o quasi) si ritrovano tra le mani una mole enorme dati da elaborare: con la speranza che le loro conclusioni siano meno confuse di quelle degli specialisti del giorno che si sono avvicendati fino allo sfinimento, su social, giornali e schermi televisivi.

Cosa ci facciamo ancora qui? (cronache del virus fetente #14)

mercoledì, maggio 20th, 2020

Ogni mattina presto, quando arrivo all’Ospedale del Fiume Grande, passo davanti alla fila di persone che attendono di essere ammesse agli esami di laboratorio. È una fila che negli ultimi giorni, come è facile immaginare, dopo essersi assottigliata fin quasi a sparire è tornata a diventare bella florida.

Il punto è questo: mentre percorro la strada perpendicolare all’ingresso dell’Ospedale l’assembramento sembra massimo, le persone accalcate le une sulle altre e da lontano non è possibile capire se gli astanti sono muniti o meno di mascherina, e nemmeno se la stessa sia indossata secondo i sacri crismi. Poi mi avvicino, imbocco la parallela ed ecco che si scopre la verità: le persone non sono affatto accalcate, tutte rispettano la distanza reciproca di un metro e tutte, ancora, indossano correttamente la mascherina.

Tutto questo per dire che la vita, nel caso qualcuno duro di meninge non l’abbia ancora compreso, è una questione di prospettiva: il che dovrebbe indurci a sospendere i giudizi, di qualunque tipo essi siano, finché la prospettiva medesima non sia favorevole all’oggettività della nostra valutazione e gli avvenimenti non risultino chiari, almeno a larghe linee.

In effetti sarebbe ancora meglio fare ciò che suggeriva il professore Keating ne “L’attimo fuggente”: quando pensiamo di aver capito tutto dovremmo avere l’umiltà di salire coi piedi sul tavolo e guardare alle cose della stanza da un’altra prospettiva. Perché, come diceva saggiamente James Lowell, soltanto i morti e gli stupidi non cambiano mai idea: e i secondi, ahimè, sono tanti e fanno gruppo.

Quanto al non preoccuparsi mai, in alcun modo, della prospettiva, restano fuori dal suddetto gruppo solo gli imbecilli irrecuperabili e i maleducati. Ma da loro sai già cosa aspettarti: i primi non chiederanno mai scusa per i loro errori di prospettiva e i secondi, ancora peggio, faranno finta di nulla per non doverti salutare. Il brutto è quando, come sovente accade, l’imbecille irrecuperabile è anche maleducato: ma questa è un’altra storia, e la racconteremo un’altra volta.


La canzone della clip è “Het is al laat toch”, singolo del 2020 dei Racoon. Buon arpeggio e un ritornello in cui pare che il cantante dica “deesooolaaatooo”. Desolato: termine arcaico e in disuso che qualcuno dovrebbe tuttavia reimparare, sempre nell’ottica del saper chiedere scusa per le proprie malefatte.

Cronache del virus fetente #12

giovedì, maggio 7th, 2020

Ci sono volte in cui bisogna guardarsi in faccia, credo, e fare il punto della situazione. L’Ospedale del Mare è perfetto per questo scopo, specialmente quando il cielo è così azzurro e ventoso come oggi e l’Adriatico è lì, a due passi, e tu senti le sue onde che si frangono sulla battigia.

Ho visto facce molto stanche, una o due in particolare. Ho fatto mente locale e ricordato, grazie agli appunti, che il primo caso di Covid-19 autoctono, cioè italiano, c’è stato il 21 febbraio. E che il 25 dello stesso mese erano già stati montati i tendoni per il pre-triage del PS: gli stessi che quando sono all’Ospedale del fiume Grande vedo ogni mattina, affacciandomi dalla finestra della sala refertazione di risonanza magnetica. Ho ricordato che il 10 marzo l’Ospedale del Mare è diventato Ospedale Covid, con l’organizzazione in 10 giorni di una terapia intensiva spettacolare e di un intero reparto di malattie infettive che prima non c’era, riacquistando in un colpo solo tutta la dignità che nei decenni scorsi aveva via via perduto fin quasi a essere chiuso e smantellato. In quell’Ospedale, che fino a qualche anno fa sembrava destinato allo sfacelo, sono state curate oltre 400 persone; e a non farcela, in proporzione, sono stati veramente in pochi. Ho ricordato che il 16 marzo, dopo tante preghiere al Padreterno, è stata bloccata l’attività ambulatoriale e gli ospedali si sono improvvisamente svuotati lasciando tutti noi sanitari in un silenzio attonito, salvo i rianimatori e i prontosoccorsisti che invece hanno cominciato a ballare forte.

Dopo sono successe tante cose, e tante per un bel pezzo non sono più successe. Vista dalla mia personale prospettiva è stato curioso e anche un po’ inquietante assistere a movimenti di gruppo dei miei collaboratori: la reazione iniziale, la forza dimostrata da tutti, gli occhi accesi di timore e speranza dietro le bardature da Covid, le mascherine, le calotte, i camici impermeabili. Poi il crollo generalizzato di metà marzo, di cui forse nemmeno loro si sono pienamente accorti, quando i sorrisi erano spariti dai visi tirati di tutti e qualcuno ogni tanto fissava il vuoto con gli occhi lucidi. La ripresa, a inizio aprile, quando ho ricominciato a sentir ridere nei corridoi e ho capito che il peggio era passato e che ce l’avremmo fatta, tutti insieme, perché un posto di lavoro dove non si ride è senza speranza. Quindi, il 28 aprile, si è cominciato a parlare di fase 2: adesso è passata quasi una settimana e i motori si sono riscaldati, la situazione sta quasi tornando alla normalità e si può pensare di affondare il piede sull’acceleratore.

Tuttavia, come ha detto oggi l’uomo al centro della foto che accompagna il post, è probabile che nulla torni più come prima. Avevamo costruito un sistema ospedaliero completamente aperto, fondato sulla rincorsa dei numeri, privo di filtri, e a un certo punto è bastato un virus bastardo a far capire anche agli ultimi irriducibili che il modello, con ogni probabilità, era sbagliato.

Non c’è mai stato negli ultimi decenni un momento come questo, così drammatico e in un certo senso persino epico, nel quale sia stata così necessaria, quasi indispensabile, una nuova alleanza tra le persone. Nel quale il valore fondante non sia più il guadagno o la visibilità personale ma la fiducia, la pura e semplice fiducia tra esseri umani. Insomma, questo attacco virale è stato un colpo basso: ma io, per la prima volta nella mia esistenza di cinico disilluso, ho voglia di credere che le parole di Francesco De Gregori, nella canzone “La storia”, abbiano un nucleo profondo di verità che mi ero sempre rifiutato di guardare:

E poi la gente
Perché è la gente che fa la Storia
Quando è il momento di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare.

Stasera ascoltatela tutti, per favore, questa canzone. Io non so se sapremo benissimo cosa fare, noialtri, dopo tutto questo casino: ma in questo momento, mentre scrivo sulla mia terrazza, con il sole obliquo che mi riscalda e le voci allegre dei ragazzi in strada, non riesco a non sperarci con tutto il mio cuore.


Grazie a Mauro Zanutto per la foto, iconica come non mai.

Oppure sono io che non capisco più un cazzo (cronache del virus fetente #11)

martedì, maggio 5th, 2020

Ripartiamo, finalmente.
 
Gli ospedali sono aperti, anche se con qualche cautela e limitazioni per chi accompagna i pazienti. C’è un signore in divisa, all’ingresso, che misura la temperatura prima di entrare e ci invita con grande cortesia a usare il disinfettante per le mani.
 
Il tramestio tra uffici è grande: telefonate, mail, ogni tanto fugaci incontri senza imprudenti strette di mano. Ognuno cerca di capire come strutturare la ripartenza, in che modo tenere in sicurezza il sistema e tenere a bada il senso di colpa perché, con tutta la buona volontà, non è proprio possibile portare il motore in breve tempo, da freddo che era, al massimo dei giri.
 
Ogni tanto, certo, qualche ingranaggio si inceppa: perché siamo uomini, ragioniamo in modi diversi, abbiamo priorità differenti. E perché, anche se non ce ne rendiamo ancora conto, noi abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, un momento storico eccezionale. Siamo in mezzo a uno di quei cambiamenti epocali che segnerà un prima e un dopo: pensate allo sbarco in Normandia, al crollo del muro di Berlino, all’abbattimento delle Torri Gemelle. Come in tutte le analoghe situazioni del passato, abbiamo scoperto che dopo un po’ ci si adatta a tutto e la paura, se non passa del tutto, almeno si riduce a livelli accettabili. E così si ricomincia a parlare d’altro: delle prossime elezioni, della ripresa ipotetica di un campionato, delle vacanze estive che rischiano di saltare.
 
Da un certo punto di vista, quasi mi dispiace che si riparta: forse avevamo bisogno di più tempo per pensarci su, per capire, per realizzare cosa hanno rappresentato per noi tutti questi due mesi di silenzio e solitudine coatta. Adesso che il traffico è tornato a invadere le strade ci metteremo pochissimo a rientrare nei ritmi frenetici di prima della pandemia. Ci dimenticheremo in fretta dei morti e degli eroi, perché è così che va il mondo, e assisteremo inermi allo scorrere di due lunghe file di persone: quelli sui quali verranno scaricate tutte le colpe, più o meno onestamente, e quelli che si accalcheranno a prendersi meriti che non hanno mai accumulato.
 
Ci sono volte che non vorrei avere 50 anni e aver assistito a mezzo secolo di avvenimenti, di storie e di spettacoli, gloriosi o indecorosi, di tutte le persone in cui mi sono imbattuto. In questi momenti mi viene sempre in mente il Gaber monumentale di “Polli d’allevamento”, che concludeva la canzone “Timide variazioni” con questi versi definitivi:
 
Non c’è niente da fare

il mondo è noioso e si sta ripetendo 

o sono io che son distratto

sarà che sono anziano o forse presuntuoso 

ma ho l’impressione di avere già capito tutto.
 
Eppure effettivamente ogni giorno succede qualcosa

ci sono cose molto appariscenti
 e anche fastidiose

e sono cose veramente gravi
e c’è un gran casino
di sconvolgimenti non si può ignorare.
 
Sì ma io volevo dire la mia vita la tua vita 
insomma la vita

ho il sospetto che rimanga sempre uguale

e qualsiasi cambiamento 
che sembrava così enorme e sconvolgente

riguardato alla distanza non è altro che esteriore ed apparente

e va a finire che in sostanza 
è davvero tutto uguale.
 
Oppure sono io che non capisco più un cazzo.
 
In conclusione, al momento io nutro un solo desiderio: che il rallentamento coatto indotto dal virus possa durare ancora un poco. Durare ancora un poco dentro le persone e non fuori di loro, non so se riesco a spiegarmi, dando a tutti il tempo di capire e metabolizzare e di non farsi sfuggire l’insegnamento micidiale di questi due mesi: in questa crisi sanitaria, senza precedenti nell’era moderna, qualcuno ha capito che star zitti o ponderare le parole è cosa buona e giusta, mentre qualcun altro le ha sparate grosse e ciononostante si accomoderà alla cassa per cercare di afferrare la sua brava medaglietta.
 
In effetti però l’insegnamento micidiale forse sfugge anche a me. Che non riesco mai a decidere, nemmeno sopra i 50 anni, se l’impressione di avere già capito tutto sia reale o se sia vera l’alternativa più semplice: cioè che non capisco più un cazzo.

Cronache del virus fetente #10

sabato, aprile 25th, 2020

Ieri pomeriggio, in preda a un giramento insolito per il mio livello medio di umore, ho deciso che un giorno alla settimana si, se in reparto è tutto a posto può essere lecito uscire qualche minuto prima e tornare a casa lentamente, a settanta all’ora, con una buona musica nelle orecchie, godendosi il panorama, i campi coltivati separati geometricamente da distese di fiori gialli che sembrano il mare di un meraviglioso pianeta alieno.

Poi sono arrivato a casa e davanti alla soglia c’era il Pacco.

Il Pacco mi guarda silenzioso da diversi giorni, da quando un corriere anonimo l’ha depositato senza nemmeno farsi vedere. Il Pacco è enorme e contiene un set per arredare il terrazzino della casa nuova: divanetto, due sedie, tavolino. Così ho pensato: cavolo, questo è il momento. L’ho trascinato dentro, l’ho finalmente aperto portando alla luce il suo tesoro nascosto e ho passato un quarto d’ora, come un catatonico, a guardare i diecimila pezzi senza muovere un muscolo: sono di scuola filosofica greca, io, in assenza di precise istruzioni per l’uso prima si ragiona e poi si muovono le mani.

Le mani, appunto. Voi non lo sapete ma io nella vita so fare solo due cose: il medico e scrivere. Per il resto sono negato, letteralmente negato. Fatemi montare qualcosa e qualche pezzo finirà sistemato al contrario: sicuramente sotto gli occhi di qualcuno capace come minimo di tagliare il marmo con il flessibile o rifarti a mani nude l’impianto elettrico della casa, e di cui a quel punto dovrò tollerare l’aria di riprovazione e lo scuotimento del capo.

Ma questa volta ero deciso. Ho cominciato, come al solito, sbagliando tutto. Ma non ho desistito: ho messo su la musica giusta, preso la chiave a brugola e insistito fino a capirci qualcosa. Mi sono sbucciato le nocche, digrignato i denti, rimasto così tanto tempo piegato in due o sulle ginocchia che quando mi tiravo su sentivo tutti interi, con le lacrime agli occhi, i miei 50 anni e oltre.

A un certo punto mi ha raggiunto mio figlio: Papà, posso aiutarti?

Certo che puoi.

E così abbiamo terminato il lavoro insieme parlando come dovrebbero parlare un padre e un figlio: di scuola, di ragazze, di amici, di esperienze di vita. Alla fine, di fronte al risultato finale, mi ha detto: È stato bello, papà.

Madonna, sapessi quanto è stato bello per me, ho pensato io.

Un attimo prima di tornare in casa, dopo essermi rimirato un ultima volta l’angolo che non vedo l’ora di riempire di fiori e cose da leggere e scrivere, ho spento la musica e dall’altro capo della strada è immediatamente risuonato un grazie squillante. Mi sono girato e sul balcone di una delle case di fronte c’erano due giovani, abbracciati, mai visti prima, che mi salutavano con la mano. Lei mi ha detto: Grazie per la musica, è stata bellissima!

Io ho sorriso, a mia volta, e ho pensato che davvero non importano lo stato di crisi, i problemi assurdi che sto vivendo sul lavoro, non importano la stanchezza e la paura, che comunque piano piano stanno svanendo. Non importa se ricominceranno gli assalti inutili al pronto Soccorso, se qualcuno tornerà agli atteggiamenti aggressivi di prima del coronavirus, se torneremo a litigare per il parcheggio.

In questo preciso momento avverto che qualcosa è cambiato; e vi giuro che la nutro davvero, la fottuta speranza che il cambiamento duri il più a lungo possibile.