Archive for the ‘Hospital’ Category

Ehi mamma, guardami, sono sulla mia strada per la terra promessa

domenica, dicembre 3rd, 2017

Ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: io, da bambino, mica lo sapevo che il tempo di una singola giornata potesse restringersi così vertiginosamente.

Così, la mattina mi sveglio, mi faccio la barba, preparo la colazione al resto della famiglia, indosso i vestiti, scendo in strada, entro in macchina e mi sciroppo i miei chilometri per arrivare all’Ospedale del Fiume: dove quest’anno la fatica pura, di ogni genere e grado, è stata all’ordine del giorno. Quindi lavoro sparato a mille fino alla pausa mensa, quando riesco a farla, per poi riprendere il pomeriggio, dopo un caffè da solo o in compagnia, con l’intermezzo di qualche riunione ufficiale a cui non è lecito mancare; e quando riesco a uscire dall’ospedale l’aria è così profumata, qualunque sia la stagione dell’anno, che a volte mi commuovo. Ma non è finita: devo rifare la strada a ritroso, sperando che sul ponte non ci sia troppo casino di traffico, correre a prendere uno dei miei figli e a volte tutti e due, che ovviamente fanno sport diversi in luoghi diversi, e nel mentre se riesco faccio la spesa o almeno, tornato a casa, devo sistemare quello che di mattina non si è riuscito a sistemare, letti, colazione da sparecchiare e altre amenità del genere. A questo punto c’è la cena, preceduta dai compiti dei bimbi, e la battaglia epica per riuscire a metterli a letto entro un tempo ragionevole, o comunque prima che mi trasformi nel dottor Jeckill e le mie urla coinvolgano nel mènage familiare anche l’intero quartiere.

Per cui, capitemi, il momento in cui mi infilo sotto il piumone e spengo la luce, la maggior parte delle volte dopo aver letto qualche pagina del romanzo di turno ma a volte senza nemmeno farcela, è il mio momento, è l’apice della giornata, è lo zuccherino che si dà al cavallo, quando è a fine corsa e ha fatto il suo dovere.

Non ci metto molto ad addormentarmi: il tempo di immaginarmi in una minuscola capsula spaziale, diretto verso il pianeta Marte, in algida solitudine, separato dall’immensità dell’universo da cinque centimetri di alluminio anodizzato, e ho già preso sonno. Un altro secondo dopo ancora eccomi sbarcato nella mia città dei sogni, sempre la stessa da decenni, a esplorare vie che ancora, incredibilmente, non conoscevo.

E a quel punto, sapete com’è: all’inferno tutti i problemi. E per qualcuno di loro sono disposto anche a fornire un’autostrada a quattro corsie per senso di marcia, affinché ci arrivino per direttissima.


La canzone della clip è “Highway to hell”, degli ACDC, tratta dall’album omonimo del 1979. Non so voi, ma ogni volta che la ascolto rimango estasiato dal ritmo di quella batteria e di quella chitarra: essenziali, primitivi, l’essenza stessa del rock. Persino l’assolo di chitarra elettrica, alla fine, è così essenziale da sembrare quasi scolastico, o suonato da un bambino. Eppure l’effetto è, come ogni volta, dirompente.

Forse il vero amore vuol restare grande (fenomenologia spicciola di Gianpiero Ventura)

martedì, novembre 21st, 2017

Lo so, ci piace vincere facile. E lo so, il perdente è sempre comodo da attaccare e demolire: e infatti ho atteso qualche giorno prima di dire la mia, e soprattutto ho atteso che tutti si sfogassero, invocassero le sue dimissioni, lo criticassero per i soldi che continua a rubare percepire alle spalle dei contribuenti italiani e, se possibile, gli murassero un cesso davanti ala porta di casa come facevamo da goliardi universitari con i nemici del nostro Ordine di appartenenza.

Ventura, diciamocelo, fa quasi tenerezza perché è uno di noi. È l’alfiere nel mondo calcistico internazionale della nostra aurea mediocritas. Ventura è l’uomo scelto per una posizione di comando senza mai aver fatto nulla per meritarselo: uno scudetto, una coppa europea, uno schema di gioco meritevole di memoria. È l’uomo scelto, forse, perché proprio in virtù del fatto di non aver mai vinto nulla è comodo da manovrare, duttile alle imposizioni dall’alto, malleabile alle pretese dei cosiddetti senatori dello spogliatoio. Ma il vero problema non è questo.

Il problema è invece il seguente: perché Ventura ha accettato una sfida così complessa? Per soldi, direte voi. Ma ne aveva davvero così tanto bisogno? L’impressione è che per un allenatore di calcio italiano, per quanto degenerati siano i tempi in cui viviamo, affrontare l’impresa della Nazionale non abbia prezzo. Forse il nostro Gianpiero avrebbe accettato anche per metà dei soldi dati al suo più illustre predecessore. Forse per Gianpiero Ventura la sfida nazionale era la scorciatoia per sdoganarsi, passare alla storia, accreditarsi come allenatore di rango mondiale senza aver mai posseduto le credenziali giuste.

E il mondo, credetemi, è pieno zeppo di gente come lui. Forse conscia dei propri limiti, ma pronta a fregarsene perché arrivare in cima è comodo e remunerativo. O forse nemmeno conscia di tutto questo, solo animata da una presunzione senza fine che non gli fa tenere in conto la fatica che hanno fatto altri, prima di loro, per raggiungere un risultato importante. O da un smania di riscatto che li rende ciechi e sordi alle evidenze: e cioè che la vita è una competizione difficile nella quale non basta dire la propria con il ditino alzato e la voce alta, ma bisogna essere più veloci e talentuosi degli altri per avere l’opportunità di opporre qualche resistenza alla strada facile delle conoscenze, delle affiliazioni e delle parentele di vario genere e grado.

Ecco, secondo me il problema di Ventura non è che qualcuno, altrettanto scalcagnato di lui, lo abbia posto a capo di una impresa più grande delle sue possibilità tecniche e del suo carisma. Il problema è che Gianpiero abbia accettato la sfida pur, in cuor suo, sapendo di non essere all’altezza. O, peggio ancora, convinto di esserlo.

Senza dimenticare mai che la vita è strana assai: e che sarebbe bastato un colpo di culo, una carambola fortunosa in area di rigore, un cross in meno di Candreva, un Insigne a sgattaiolare rapidissimo sotto le gambe dei legnosi difensori svedesi, un rigore non negato a inizio partita, e adesso staremmo tutti qui a tessere le lodi del grande allenatore e a ricordare Bonucci che getta la maschera a bordo campo come il gesto nobile di un eroe sprezzante del pericolo, e non come il lancio della spugna di una squadra che si arrende. Poi saremmo andati ai mondiali e le avremmo prese abbestia, spostando il problema solo di pochi mesi: ma almeno io avrei potuto guardare il primo e forse ultimo mondiale della mia vita con mio figlio. Che il prossimo giro avrà quindici anni e figuriamoci se lo guarderà insieme al vecchio padre.


La canzone della clip è “Nuovo swing”, di Enrico Ruggeri, tratta dall’album “Presente” del 1984. Un’altra di quelle canzoni che ascoltavo a quindici anni, senza capirla minimamente, rapito solo dal ritmo, e lungi dall’immaginare che il testo, e in particolare l’incipit, mi sarebbero stati chiari solo molti decenni dopo. Ma è così che va la vita, pavento.

Benvenuto figlio di nessuno in questo paese

martedì, novembre 14th, 2017

Succedono cose tremende, lo sapete, perché questo è un mondo difficile. Così, può accadere che un povero cristo di netturbino, rovistando nella spazzatura accatastata nella discarica di un paesino del veneziano, trovi un sacchetto di plastica con dentro non l’umido di casa, non le batterie smaltite nel posto sbagliato, non carta e cartone, ma un neonato. Un bimbo appena nato, con ancora il cordone ombelicale attaccato. Buttato lì, morto, nell’immondizia.

Intendiamoci: io non sono in grado di esprimere giudizi su persone che non conosco e su fatti che non ho accertato personalmente, e non lo farò nemmeno in questa circostanza. Vi racconterò invece il misero punto di vista del radiologo. Vi racconterò di quando l’autorità giudiziaria lo contatta per l’esame radiografico di rito, per capire se ci sono fratture, se il piccolo è stato malmenato prima di essere depositato nel peggiore dei posti possibili. E vi dirò una sola cosa: il primo pensiero che viene in mente, di fronte alla radiografia triste di quel corpicino straziato, non riguarda la morte ma la vita. Ti chiedi solo: cosa sarebbe diventato quel bimbo da grande? Un benefattore o un criminale? Lo scienziato che avrebbe scoperto la cura del cancro o un antivaccinista della prima ora? L’ingegnere che avrebbe costruito l’astronave in grado di portare l’uomo su Marte e sottrarlo al proprio destino suicida o l’industriale senza scrupoli che avrebbe inquinato definitivamente gli oceani? Un premio Nobel per la letteratura o un uomo distrutto dal peso dei suoi fallimenti?

Ecco: a questo si pensa in quei momenti, con gli occhi chiusi. Si pensa al potenziale destinato a non avverarsi mai più, alla ricchezza smarrita del possibile, sebbene difficoltoso, in luogo delle certezze disperanti di chi si è arreso. Si pensa alle occasioni perdute, alla sfiducia cronica che abbiamo nel mondo e in chi lo abita. Si pensa a quanta paura abbiamo, a quanto poco i millenni di evoluzione abbiano lavorato affinché smettessimo di essere, in ultima analisi, nient’altro che bestie spaventate.

Poi si riaprono gli occhi e si guardano un ultima volta le ossa fragili di quello scheletrino.

E firmare il referto diventa quasi un sollievo.


La canzone della clip è “Raggio di sole”, di Francesco De Gregori, dall’album che porta il suo stesso nome edito nel 1978.

L’importante è chi il sogno ce l’ha più grande

domenica, ottobre 22nd, 2017

E’ una mattina fredda e umida, qui alla città del fiume.

Parcheggio con facilità, è sabato mattina, scendo dall’auto e l’aria è amara e ferrosa: come in tutta la pianura padana, d’altronde, visto il tempaccio di queste ultime settimane, la pioggia che come al solito latita e la nebbia che ingloba le microparticelle di schifezza che poi ci tocca respirare. Ma non è una mattina per essere tristi, questa.

Nella piazza centrale ci sono già alcune donne. In un piccolo capannello, strette nei loro cappottini autunnali, parlano tra loro. Hanno sorrisi timidi e un pò impauriti mentre le altre, le organizzatrici, stanno mettendo sui banchetti di legno tovaglie di carta rosa acceso. Lei, la presidentessa, mi viene incontro con un altro tipo di sorriso: il suo è deciso, limpido come i suoi occhi. Mi stringe la mano, dice preoccupata che il camper non è ancora arrivato. È già tutta protesa verso la mattinata che deve trascorrere.

Perché oggi, dicevo, non è una giornata qualsiasi. Oggi una parte del la Breast Unit dell’Ospedale del Fiume, chirurghi e radiologi, sono con l’Andos locale a fare campagna di prevenzione contro il tumore al seno. In un camper prestato per l’occasione, il chirurgo visiterà le paziente e i radiologi completeranno la visita con un’ecografia. Un esperimento che almeno qui, finora, non è mai stato tentato.

Alla fine, dopo qualche telefonata, il camper arriva. Ma non è un camper qualsiasi, no: è un Airstream. L’Airstream, per chi non ne avesse mai visto uno, è un salto negli anni ’50, ai tempi in cui Gagarin fu messo in orbita nel suo Sputnik. E’ Sean Connery che, nei panni di 007, combatte contro il cattivo della Spectre nascosto al suo interno. L’Airstream è il futuro così come ce lo siamo immaginato in quegli anni, quando fu concepito. Mentre adesso è il passato che avremmo voluto avere, e che invece non abbiamo avuto.

Ma questo Airstream, in particolare, ne ha viste di cotte e di crude. La moquette è usurata, gli interni pure. L’aria è viziata, con un lieve sentore di muffa che abbiamo combattuto con un emanatore di fragranze. Il bagno ha mobili scheggiati. Ma anche messo così male ha un fascino potente, fuori dal tempo. Il chirurgo mi guarda e dice: Immaginati questo coso parcheggiato su una scogliera a picco sul mare a Creta. Capisco perfettamente cosa vuole dire.

Poi cominciamo: il capannello di persone in attesa, là fuori, adesso è parecchio più consistente e alla fine della mattina avremo in lista novanta donne. Le pazienti salgono sull’Airstream una alla volta, con lo sguardo preoccupato ,dopo che le finestre sono state oscurate. L’infermiera le invita a scoprire il torace, la stufetta di fortuna garantisce un minimo di calore all’interno dell’abitacolo, e il tecnico della ditta che ci ha fornito l’ecografo ha già accesso l’apparecchiatura. Noi siamo in camice bianco, lui non se la sente di sfidare il freddo e sul camice ha infilato un giubbotto grigio ferro in linea con la sua aria austera. Il chirurgo visita le signore, la maggioranza sono giovani, e quando ci sono dei dubbi il radiologo completa la valutazione con l’ecografia.

Andiamo avanti così per un bel pò, dentro l’Airstream si respira un’aria rilassata anche se ogni tanto qualcuna delle donne ha un problema all’apparenza serio, che meriterà ben altri approfondimenti diagnostici. C’è l’aria buona di persone che collaborano bene tra loro e sanno parlare con le pazienti preoccupate. C’è l’aria di persone che hanno a cuore il loro mestiere.

A metà mattina facciamo pausa con i cornetti che ci ha portato l’oncologa gentile. Una signora entra nell’Airstream per sbaglio, ci vede mangiare e sorbire il caffè, ride di gusto e dice: Non preoccupatevi, fate pausa con calma, noi aspettiamo fuori.

Fuori, nella piazza, fa freddo e io rimpiango di essere uscito di casa vestito come se fosse fine agosto. Le organizzatrici dell’Andos sono infaticabili, accolgono le donne, appuntano i loro nomi, spiegano loro il meccanismo della mattinata, le consolano se sono preoccupate. Regalano a tutti i passanti le spille rosa dell’associazione e sembrano non sentire freddo: sono animate dallo spirito incrollabile di chi ha superato il guaio più grosso che possa accadere, o sta ancora lottando per superarlo.

Alla fine anche l’ultima ragazza, rossa come un’irlandese, esce dall’Airstream. È il momento di tirare le fila della giornata, fare un bilancio dell’esperienza. Invece non è un bilancio, quello che facciamo tutti insieme, ma una serie di progetti per il futuro. Dove ripetere l’evento, come, con quali possibili altre modalità. Pensiamo a una serata di beneficenza con un gruppo di colleghi che suonano il blues, a incontri con la cittadinanza per spiegare a tutti cosa stiamo mettendo in piedi, cosa sta facendo l’Azienda per mettersi in pari sul versante senologico. Perché alle volte è vero: è parlando delle idee per il futuro che loro si concretizzano.

Mentre ritorno alla macchina parcheggiata poco lontano, battendo i denti dal freddo, non posso non ripensare con ammirazione alla forza di queste donne. Al loro carattere indomito. Al modo con cui hanno affrontato il dramma, ne sono venute fuori e adesso hanno deciso di mettersi al servizio di altre pazienti che dovranno vivere i loro stessi incubi. Alla scelta coraggiosa di dedicare il proprio tempo libero agli altri, invece che al proprio ombelico.

Così, in auto attacco la cintura di sicurezza, giro la chiave dell’accensione e penso che si, anche per oggi l’asteroide può attendere.


La canzone della clip è “Il grande sogno”, di Roberto Vecchioni, tratto dalla omonima raccolta del 1984. Avessi saputo, in quell’anno memorabile, che ne avrei capito il senso solo più di trent’anni dopo, beh, non ci avrei creduto. Nella foto panoramica, i radiologi e il chirurgo. Nel selfie, io e le mie due splendide senologhe (incredibilmente, sono io l’elemento decorativo della giornata).

La pioggia non lava le cose, le sposta più in là

domenica, ottobre 15th, 2017

Una volta, ormai cinque anni fa, quando tutto era ancora da accadere, scrissi di inquietanti involuzioni comportamentali davanti ai timbratori di ingresso e uscita dagli ospedali. Adesso, dopo aver cambiato ospedale e avuta la conferma che tutto il mondo è paese, mi trovo davanti a un altro analogo problema.

Arrivo in ospedale, tutte le mattine, intorno alle 7.45. In genere vengo preceduto alla sbarra d’ingresso del parcheggio da altri lavoratori rimbambiti di sonno almeno quanto me, quindi non poco, e quasi sempre almeno uno di essi mi precede nell’area in cui sono solito parcheggiare. Si tratta di uno spiazzo sterrato, senza strisce di delimitazione, in cui le macchine parcheggiano in fila una accanto all’altra.

Io in genere arrivo, entro di muso, spengo la radio e scendo. Ma alcuni, la maggioranza, no. Loro devono entrare non di muso, come ci si attenderebbe, ma di culo: il che implica almeno quattro o cinque manovre, perché lo spazio è angusto, e un parcheggio impreciso che o frega almeno mezzo posto a chi avrà la presunzione di cercarlo qualche minuto dopo o impedirà la discesa dell’improvvido parcheggiatore per aver sistemato l’auto troppo vicina a quella affianco.

Così, mentre attendo con la pazienza di Giobbe che la trafila del parcheggio giunga a felice compimento, mi chiedo nell’ordine:

a) Perché perdete cinque minuti all’ingresso per guadagnare miseri cinque secondi in uscita?

b) Come è possibile che alle otto di mattina vi venga voglia di manovrare a quel modo i vostri SUV in uno spazio in cui fa fatica a girarsi una Micra?

c) Una persona normale dovrebbe avere più fretta quando arriva (il cambio di abiti, il caffé coi colleghi, i pazienti che attendono nervosi) che quando va via: e allora perché vi smembrate nell’inutile impresa di parcheggiare di culo, quando all’uscita in teoria non dovreste avere nessuna fretta, e semmai solo provare sollievo?

d) Davvero non vi mette ansia l’automobile dietro di voi, il cui conducente ha l’aria seccata mentre segue le vostre sconsiderate manovre picchiettando con le dita sul volante?

Così, mentre cerco risposte che nessuno è in grado di fornire se non la buonanima di Pirandello (“sono tutte fissazioni: oggi vi fissate in un modo, domani in un altro”), finalmente arriva il mio turno. In un secondo e mezzo parcheggio di muso la mia auto, guardo male chi mi ha preceduto ed è ancora intento a cercare di scendere senza ammaccare la vettura di fianco, e prendo la strada del mio reparto.


La canzone della clip è “Voleranno via”, singolo appena uscito di Luca D’Aversa. Il quale è una specie di sorprendente Niccolò Fabi, con una voce un pò più soul, da seguire con molta attenzione.