Archive for the ‘Hospital’ Category

Mi sento strano davvero, da un po’ di tempo è cosi’

venerdì, luglio 7th, 2017

 

Li vedo dappertutto: nei corridoi, al bar, seduti sulla panca proprio fuori dalla porta della Radiologia.

Sono sperduti, interdetti. Aprono la busta bianca intestata e leggono il referto, con una ruga verticale che si forma in mezzo alla fronte e lo sguardo perplesso. Si perdono in mezzo a tutti quei paroloni tecnici come marinai nella burrasca e sanno già che dovranno aspettare chissà quanto tempo affinché il loro medico li riceva e traduca loro il medichese in italiano corrente.

E, ogni volta, mi vien voglia di fermarmi, chiedere il referto e provare a spiegarglielo nel modo più semplice possibile. Perché ci vogliono due minuti, solo due minuti: anche mentre si sta terminando l’ecografia, per esempio. Poche parole, semplici, per dire che stanno bene oppure che qualcosa non va e bisogna approfondire il problema per vederci chiaro. Meglio ancora, per accollarsi il problema: emettere un’impegnativa, programmare il prossimo esame, evitare al paziente una trafila di tempo perso tra medici di base e specialisti di vario ordine e grado. Due soli minuti per rendere la vita un po’ più facile a qualcuno che per caso ci ha attraversato la strada.

E per diventare meno invisibili di quello che il mondo là fuori ama dire, di noi radiologi.


La canzone della clip è “M’innamoro davvero”, di Fabio Concato, tratta dall’album omonimo del 1999. E’ dal lontanissimo ’84 che Concato si diverte a farmi venire le botte di nostalgia: lui è uno di quelli, pochi, che mi piacerebbe conoscere personalmente. Ragionevolmente sicuro che, al di fuori delle sue canzoni, non sarebbe una delusione.

Dietro la porta di casa mia c’è la polvere dei miei ritorni

sabato, luglio 1st, 2017

 

Ci siamo: dopo appena un anno e mezzo, ecco il primo pensionamento all’ospedale del fiume.

Antonio, l’uomo che vedete sorridere nella foto in calce al post, era il tecnico con maggiore anzianità di servizio del reparto. Lui era quello che, a dispetto dell’età, si occupava dei guai informatici del reparto, correggeva gli errori di anagrafica e sapeva sempre tutto dei problemi del PACS.

Un uomo tranquillo, benevolo. L’ho visto incazzarsi una volta soltanto: quando, arrivato da molto poco, avevo indetto una riunione con i tecnici e poi, preso nel vortice delle cose da fare, me ne ero dimenticato e avevo preso la strada della mensa. Adesso anche lui lo sa, perché gliel’ho detto nel discorso di commiato: quell’incazzatura mi ha insegnato che ci sono cose che un capo proprio non può permettersi di fare, anche se è il capo. È una lezione che mi accompagnerà fino al mio ultimo giorno di lavoro.

Antonio ha dato una piccola festa di addio. Abbiamo brindato insieme al destino felice di un uomo che ha lavorato nello stesso reparto per 33 anni e ha visto tutto, dalle camere oscure alle sequenze di diffusione in risonanza magnetica. Ci siamo detti che il vuoto che le partenze lasciano nei reparti ospedalieri sono plastici e si riempiono in fretta; ma che alcuni vuoti hanno forme complesse, e ci mettono più tempo degli altri a colmarsi.

Poi l’ho visto uscire per l’ultima volta dal reparto, di schiena, vestito in borghese, con in mano un piccolo cartone pieno delle sue cose: e ho pensato che così non va bene, che certe persone andrebbero accompagnate in trionfo fuori dal luogo in cui hanno lavorato. Però, per quanto trionfante possa essere l’uscita, ci sarà sempre un momento in cui un uomo che va in pensione si troverà da solo con se stesso, a fare i conti con il proprio passato e il futuro che lo attende.

E allora l’uscita di Antonio è stata appropriata: con le proprie gambe, a schiena diritta, senza grossi rimpianti e con la certezza rassicurante di aver dato tutto quello che si poteva.

In bocca al lupo, Antonio. E che quel lupo viva a lungo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, tratta dall’album “Canzoni con il naso lungo” (1993). Cristiano è stato un ragazzo sfortunato: porta sulle spalle un nome troppo pesante. Poteva diventare un nuovo Fossati, forse un po’ più basico, e d’altronde a differenza del padre lui è un musicista vero. Invece la mia impressione è che, abituato a non essere preso sul serio in virtù dell’eredità paterna, abbia finito per fare la stessa cosa con se stesso. Perdendo una grandissima occasione, come spesso capita anche ai migliori di noialtri. Vi propongo la sua canzone nella versione live cantata a Sanremo 1993, dove fu seconda classificata dietro un’altra immeritevole di qualunque genere di memoria.

Il frutto del silenzio

martedì, giugno 13th, 2017

Il mare induce sempre pensieri. O forse è la solitudine, il silenzio delle spiagge semivuote nei martedì di giugno. Aiutata da certi libri, di cui riparleremo, scritti per farti ricordare di essere al mondo.

Io faccio il medico, lo sapete. Un mestiere difficile, complesso. Talmente veloce, nella sua evoluzione, che ultimamente si fa fatica a stargli dietro. Forse, e dico forse, il mestiere più inutile del mondo. Perché il medico nuota contro corrente. Trasporta enormi massi su per salite inenarrabili, per poi ricominciare quando la pietra rotola di nuovo a valle. Il medico vuota il fondo della barca che affonda con un cucchiaio da cucina.

Pensateci un attimo: noi medici combattiamo contro l’evento più inevitabile delle nostre esistenze, l’unico di possiamo essere veramente sicuri. Noi medici cerchiamo di allontanare la morte a ogni costo, e durante questo combattimento senza quartiere ci dimentichiamo che senza morte non può esistere vita, che tutto è regolato dal principio della parabola: il sole sorge, raggiunge il mezzogiorno, poi cala fino a tramontare. Se il sole non tramontasse, il giorno dopo non avremmo una nuova alba. E tutto finirebbe nel nulla.

E allora perché ci stiamo accanendo nella disperata ricerca di una vita più lunga, senza considerare che gli anni aggiunti a quelli che la natura ci avrebbe garantito da sola, senza interventi esterni, non sono anni di qualità ma spesso solo di quantità? Chi vorrebbe davvero vivere dieci anni in più senza poter riconoscere figli e nipoti, leggere un libro, senza ricordarsi degli eventi passati della propria vita, con una badante straniera che ti cambia i pannoloni sporchi di escrementi senza alcuna traccia di amore?

C’è una sola risposta, a questa domanda: cioè che noi non crediamo a niente. Non-crediamo-a-niente-di-niente. Se le nostre professioni di fede, qualunque esse siano, fossero sostenute da un qualsiasi genere di fede reale, sincera, noi sapremmo (come lo sapevano i nostri nonni, e i nonni dei nostri nonni) che la vita è una parabola di cui va accettata con gioia la fase calante. La morte sarebbe nient’altro che una porta spalancata verso il ritorno a casa, il gesto di generosità di chi ha vissuto il suo e sa benissimo che senza la sua dipartita non ci sarebbe posto per chi deve ancora arrivare. Il funerale ritornerebbe a essere ciò che è sempre stato: il gesto semplice di colmare un vuoto con la pienezza amorevole dei sopravvissuti, e non l’ultima passerella di una presunta star che assommava in sé tutte le virtù di questo mondo.

Invece, quaggiù, ci affanniamo ad aggiungere giorni su giorni senza riflettere in nessun modo sulla qualità delle nostre vite. Per riempire il vuoto disperante che assilla le nostre notti abbiamo imparato ad autoglorificarci sui social: il nostro antidolorifico quotidiano, l’antidoto contro la noia che facciamo a noi stessi. L’ansiolitico contro la paura che dopo non ci aspetti nulla, se non un vuoto senza fine né tempo che vanifica tutto ciò che abbiamo fatto, o non fatto, in vita.

Ma oggi, perdonatemi, andrò oltre. Non è solo in Dio che non crediamo più, oppure in qualunque religione, organizzata o meno, che si accompagni a una qualunque idea di deità. Noi se è per quello non crediamo nemmeno nell’esistenza dell’oggi, il tempo in cui ci muoviamo quotidianamente. Ho l’impressione che le persone attraversino il presente senza credere a nulla di ciò che vedono e a una sola parola di ciò che ascoltano. E’ come se inconsciamente fossimo convinti di trovarci dentro un videogioco in cui tutto è lecito perché nulla è reale. Ci muoviamo come manovrati dall’esterno, eterodiretti. Troviamo sistematicamente giustificazioni esterne alle azioni dettate dai nostri istinti più profondi e ancestrali. La nostra visione egocentrica, in senso letterale, del mondo è mediata da un mouse che in realtà nessuna mano muove.

Ma voi non mi credete, sorridete e pensate che in questi giorni abbia preso troppo sole. E invece sapete perché è vero quello che dico? Perché se noialtri credessimo realmente nell’esistenza di un mondo intorno a noi, se ne avessimo esperienza reale, non potremmo mai fare del male alle persone che abbiamo accanto. Nessuno sano di mente potrebbe arrecare il minimo danno al suo prossimo, se avesse coscienza che quel danno, fisico o morale, è reale e produce conseguenze dolorose. Se tutto è finto, virtuale, nulla ha senso: nemmeno i gesti estremi. Ed è curioso che in un periodo storico di estremismi, come quello in cui viviamo, il male che siamo in grado di elaborare testimoni meglio di qualsiasi altra cosa la nostra assoluta infedeltà. Non soltanto agli uomini, ma anche alle deità nel nome delle quali decidiamo di giustificare le nostre opere.


La musica della clip è “The fruit of silence”, del compositore lituano Peteris Vasks. In una registrazione dal vivo del 2014 a Riga, credo. Vi ricordo anche che il vocabolario della lingua italiana, alla parola infedeltà, recita: “violazione, inosservanza di un obbligo di fedeltà; (concr.) atto o comportamento che ne è la dimostrazione concreta”.

Pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano

domenica, giugno 4th, 2017

Il mio mestiere, come tutti d’altronde, si fonda sul rispetto di gerarchie. Che non sono gerarchie di censo o di benessere economico, ma gerarchie di responsabilità. Ognuno nel proprio ambito, ognuno forte degli studi e dell’esperienza lavorativa che ha fatto.

Una delle cose buone che ho imparato, negli ultimi vent’anni, è che si può essere fieramente avversi ma leali anche quando lo scontro si fa violento. Perché, in teoria, a monte dello scontro c’è una struttura, un sistema, un gruppo di persone da difendere: tutti più importanti del singolo scontro, e pertanto delle motivazioni che lo sottendono. Eppure, oddio, non è sempre così: il mio passato è pieno zeppo di individui che il sistema lo hanno scarnificato, pur di perseguire i propri scopi; ma ogni tanto qualcosa di buono succede, e la vita concede qualche sorpresa.

Il mio primario numero uno, quello di quando ho cominciato a lavorare, un giorno mi disse chiaramente che preferiva non ci dessimo del tu. Non era per sottolineare le differenti gerarchie e neanche per una questione di sfiducia o disistima: semplicemente, l’esperienza gli aveva insegnato che nei momenti di difficoltà un capo deve poter esercitare l’autorità che gli compete, e che la  troppa familiarità con i propri collaboratori può rendere ostico questo esercizio. All’epoca non me ne feci un problema, e francamente continuai a non farmeli per i dieci anni successivi, quando  continuai a sentirlo spesso e a volergli bene come a un padre putativo: alla base di comprensione e accettazione ci deve essere il rispetto. In quel  caso c’era, e c’è ancora: la differenza non poteva stare, e infatti non stava, nel darsi del tu o del lei.

In queste faccende si può peccare per eccesso e per difetto. Se pecchi in eccesso nel novanta per cento sei un pallone gonfiato: ne conosco tanti, e tanti hanno anche raggiunto il vertice della piramide, in un modo o nell’altro. Erano odiati dai colleghi di reparto e degli altri reparti, dagli infermieri e dagli ausiliari: e saranno odiati ugualmente anche come primari (in genere alle cene gli si ride dietro, ma è meglio che loro non lo sappiano: potrebbero somatizzare). Se invece pecchi per difetto il rischio è più infido, rischi di essere uno sprovveduto e allora aveva ragione il mio vecchio primario a darmi del lei, pur volendomi bene e avendo stima per me. Perché il giorno in cui io mi fossi macchiato di una qualche colpa non sarebbe stato l’uomo a cazziarmi, ma il capo: e sarebbe stato giusto così. L’uomo mi sarebbe rimasto comunque affezionato, e tanti anni dopo mi avrebbe invitato spesso a pranzo per vedere i bambini; ma il capo no, il capo forse mi avrebbe lodato in pubblico, ma sicuramente mi avrebbe cazziato in privato. Come in realtà accadde.

E’ vero che nel mio mestiere dividi momenti di grande tensione e responsabilità. E’ vero che si passa molto, a volte troppo tempo insieme: ma alla fine dei conti è un mestiere come un altro; e una cosa è il lavoro, altro i rapporti tra chi lavora insieme. E allora ci vuole troppa intelligenza da una parte e troppa comprensione dall’altra: talora mancano sia l’una sia l’altra e allora mi pento di aver peccato, di non aver dato ascolto al mio vecchio primario, e persino dell’istinto che ho di mettere sempre le persone davanti al proprio ruolo. Uno può essere davanti al proprio ruolo a casa propria: al lavoro è sempre dietro, e dietro deve restare.


Scrissi questo post nel 2009, non ricordo in che circostanza. Poi il blog ebbe un crac irreversibile, come qualcuno forse rammenta, molti post andarono persi e io non ebbi mai voglia di reinserirli tutti. L’ho ritrovato per caso stamattina, otto anni dopo averlo scritto, in un angolo di un vecchio hard disk esterno. Ho pensato che gli anni passano, gli scenari si modificano ma alcune riflessioni non perdono il loro valore, sempre ammesso che lo abbiano mai avuto.
La canzone della clip è “Sempre e per sempre”, di Francesco De Gregori, tratta dall’album “Amore nel pomeriggio” (2001).

Credevo ancora nei miei sogni, vent’anni fa

giovedì, maggio 18th, 2017

E’ strano rimettere piede nel blog dopo un post, l’ultimo, che su facebook è diventato virale: la bellezza di 6500 like e 3600 condivisioni. E’ strano realizzare che facebook si è accorto di me, dopo anni di silenzio, imponendomi di sostituire il nome di battaglia con quello vero e accompagnando il tutto con intimidazioni circa la chiusura dell’account se non mi fossi allineato alle regole della casa. Ed è ancora più strano, nel mentre, aver interagito con un migliaio di persone che mi hanno inviato complimenti e manifestazioni di affetto che, tutto sommato, non credo di aver meritato.

E’ che la gente in media è triste e vuol sentire parlare d’amore, ha commentato mia moglie un secondo dopo aver letto il post, con la saggezza antica che è consuetudine delle donne di ogni tempo e luogo. E io ne ho avuto conferma appena il giorno dopo, durante il solito turno ecografico pomeridiano.

Sono in studio e sento bussare. E’ una delle mie colleghe, che entra e dice: C’è una signora fuori molto arrabbiata, quella che pensavi non fosse venuta per tempo all’appuntamento, lei è arrivata in orario ma le hanno detto di aspettare nel posto sbagliato.

Niente paura. Mi alzo, percorro il corridoio e la vedo: Valeria, la chiamerò così anche se non è il suo vero nome, è agitata, va su e giù davanti alla porta della sezione ecografica con i pugni chiusi. Poi si gira, mi vede, io le sorrido e lei di colpo si tranquillizza. Entra con me in ecografia, mentre le spiego qual è stato il malinteso, e dice: Per fortuna è arrivato lei, non so cosa sarebbe successo se fosse venuto un medico arrogante. Ripeterà più volte questa frase, durante tutto l’esame, come se trovare un medico gentile fosse l’equivalente di beccare un quadrifoglio in un prato sterminato. O come per rimarcare un suo atteggiamento ben preciso nei confronti della vita.

L’esame è lungo perché Valeria ha voglia di parlare, e io la ascolto volentieri. La vita, appunto, non deve esserle stata molto favorevole: storie d’amore finite male, un buon lavoro perso, un’altro in fabbrica con turni che le spezzano la schiena e il ritrovarsi a cinquant’anni sola e senza un futuro felice davanti. Ha il fegato grasso, Valeria, e io glielo dico con la maggiore delicatezza possibile. Bisogna che impari a mangiare un po’ meglio, le dico, se vuole che il fegato torni a posto.

Ma Valeria lo sa bene, qual è il suo problema. Io non le racconto le balle, dottore, dice. Io la sera a casa sono da sola e mi attacco alla bottiglia per cercare di sopravvivere. Dice queste precise parole con una lucidità così pazzesca, questa donna ancora bella, volitiva, a tratti spiritosa e autoironica, che viene da chiedersi come mai sia tutta sola a questo mondo, e come mai non abbia un uomo accanto disposto a dividere con lei la fatica di esistere.

Poi l’esame finisce, io le consegno la risposta e in quel momento mi viene in mente la scena chiave di un bellissimo film del 2005, con protagonisti del calibro di Nicholas Cage e Michael Caine: The Wheater Man. Un film, appena un gradino sotto la perfezione formale, che parla di un uomo insoddisfatto alle prese con un matrimonio finito male, un padre prossimo a morire, due figli con problemi abbastanza seri e un lavoro insoddisfacente. In quella scena padre e figlio sono in auto. Il padre percepisce la sofferenza di suo figlio e gli dice, semplicemente: In questa vita di merda, dobbiamo fiondare via qualcosa. Dobbiamo fiondarla via, in questa vita di merda.

E allora ho pensato che anche Valeria, come tutti, dovrebbe fiondare via qualcosa. Dovrebbe farlo perché nessuno di noi può restare attaccato ai fantasmi del suo passato. Perché ognuno di noi ha diritto a una seconda occasione: ma se non fiondi via quello che ti porti sulle spalle, come un grosso sacco pieno di immondizia, quella maledetta seconda occasione non potrai ottenerla. E perché ognuno di noi, a suo modo, ha il sacrosanto diritto di sentirsi felice e lo stesso sacrosanto diritto di non sentirsi solo.

Ecco, io avrei voluto dire questo a Valeria: di fiondare via qualcosa. Ma ci sono volte in cui penso che un medico deve fermarsi un attimo prima di varcare la soglia dell’invadenza, e così le ho solo sorriso ancora e stretto la mano. Ma forse Valeria ha colto qualcosa di non espresso, nel mio sguardo, e prima di andar via si è girata e mi ha detto, ancora una volta: Meno male che oggi ho trovato lei, dottore. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se avessi trovato un medico arrogante.


La canzone della clip è “Like a rock”, di Bob Seger (1986). Fa parte della colonna sonora di “The Weather Man” e parla di rimpianti, dell’entusiasmo e del senso di onnipotenza che si prova a vent’anni, e che poi chissà dove va a finire: ho pensato che fosse doppiamente adatto alla persona a cui la voglio dedicare, cioè la signora Valeria. E ho pensato anche che tutto sommato io sono un ragazzo fortunato: a vent’anni ero pieno di rimpianti e mi sentivo sperso, mentre a quasi cinquanta mi sento proprio come canta Bob Seger. Forte quanto potevo essere, fermo nel vento e diritto come una freccia. Insomma, mi sento come una roccia.