Archivi per la categoria ‘Hospital’

La lite

lunedì, 30 agosto 2010
Perché, vedete, io lo sapevo.
Cosa? Che il mio webmaster, noto guerrafondaio antisanità (e solo Iddio che è nei cieli conosce i motivi per cui un lontano giorno del 2005 volle regalarmi questo blog a tema), alla prima occasione avrebbe cercato di prendermi in castagna. Sostenendo, come al solito, che io prendo sempre le difese dei medici e mai dei pazienti.
Ma stavolta l’uomo non mi frega. Fermo restando che senza conoscere i fatti nella loro precisione è difficile dare un giudizio sulla vicenda (tipo: se i danni incalcobabili al bimbo e alla madre fossero indipendenti dalla lite, e questo purtroppo ancora non lo sappiamo, la lite stessa avrebbe guadagnato lo stesso la prima pagina dei quotidiani nazionali?), adesso vi racconto una cosa.
Io di risse tra medici, in corsia di ospedale, ho già sentito parlare. Da mesto studentello del quinto anno di medicina, in un prestigioso reparto universitario di chirurgia, tra il famoso primario nonché emerito professore universitario e un suo aiuto anziano. Anche in questo caso improperi, minacce, cazzotti volati fra i letti dei pazienti attoniti. E, immancabile, la notizia sul quotidiano locale del giorno dopo.
Il problema, in questo caso, è che i medici in questione non sono difendibili. Un altro problema è che un medico dovrebbe lavorare in ospedale, e l’ospedale dovrebbe provvedere interamente alla sua attività (anche quella privata, sebbene non con le assurde modalità in vigore attualmente); non dividere la sua attività tra studi privati di vario genere e grado e tenersi il lavoro ospedaliero a mò di rete da pesca, come accade in certe regioni d’Italia che conosco molto bene.
Un altro problema ancora è che in un reparto ospedaliero si lavora in tanti, e non tutti possono essere simpatici a tutti o essere oggetto di stima incondizionata e a prescindere. C’è sempre qualcuno che lavora con un metodo differente dal tuo, o lavora male, o lavora troppo bene e a te brucia il sedere. C’è sempre qualcuno con cui è facile dialogare, e qualche altro dal quale piuttosto che ricevere consigli preferisci sbagliare in algida solitudine.
Insomma: alla fine, come in tutte le cose, è questione di buon senso. E siccome non tutti ne siamo dotati in modo equo e soddisfacente, e la dignità (lavorativa e non) ci vuole una vita per impararla ma un minuto per perderla irrimediabilmente, chi ha sbagliato (e spero vivamente che l’errore stavolta non sia nella sostanza ma solo nella forma) è giusto che ne paghi tutte le conseguenze.
E così il mio webmaster è servito.

Gentiluomini

venerdì, 30 luglio 2010

Al mondo abita ancora qualche gentiluomo. E in tempi cupi come quelli in cui viviamo è una consolazione di non poco valore.

Qualche giorno fa la segretaria mi consegna una lettera. Una lettera di quelle vecchio stile, in busta bianca chiusa, con tanto di mittente; e il mittente era un chirurgo di un ospedale appartenente a un’altra USL provinciale. Mi allarmo subito, perchè la prima istintiva reazione di un radiologo a un evento del genere è la seguente: Oddio, cosa ho combinato stavolta?

Poi apro la lettera e leggo: e si tratta di un paziente che era arrivato da me con un sospetto clinico ben preciso, io gli avevo fatto una risonanza magnetica e lo avevo congedato con una diagnosi alternativa. Ebbene, il chirurgo che lo ha operato aveva trovato il tempo e la voglia di scrivermi una lettera e mettermi al corrente di tutto l’iter del paziente: il tipo di intervento, il decorso post-operatorio, la diagnosi istologica che corrispondeva alla mia diagnosi radiologica.

Ve lo giuro, sono rimasto senza parole. Un gesto del genere evoca spirito di collaborazione. Correttezza professionale. Gentilezza.

E qualifica chi lo compie:  specie se è un chirurgo, e specie se è rivolto da un chirurgo a un radiologo (che nemmeno conosce di persona).

Un pezzo di ferro in pancia

domenica, 18 luglio 2010

Adesso, non è che io sia un cultore della difesa di categoria a oltranza. Ho sempre detto che in giro ci sono medici bravi e medici meno bravi, e talvolta si rischia di incontrare anche il medico assolutamente, inequivocabilmente cane. Così come ho sempre detto che anche il medico geniale, quello che vi ha risolto brillantemente il problema di salute e che voi consigliate ad amici e parenti, chissà quante altre volte ha sbagliato diagnosi o terapia e ha inguaiato la vita di altre persone. Il miglior radiologo, dice la letteratura scientifica, è quello che sbaglia il 5% dei referti: il che vuol dire che se io fossi il miglior radiologo, e non lo sono, sbaglierei il referto a 5 persone su cento. Il che, moltiplicato per diecimila referti all’anno, vuol dire che nel volgere di quattro stagioni ho cannato referto alla bellezza di 500 persone. E sarei quello bravo: figuriamoci gli altri, quelli normali.

Il tutto per dire che stasera, al tiggì, era in bella mostra (e la privacy?) una radiografia diretta dell’addome di una signora marchigiana a cui un radiologo ha trovato in pancia un corpo estraneo di 15 centimetri (i particolari, per chi non se li è goduti appieno in televisione, sono qui). La signora aveva tolto l’appendice 3 anni prima, e da allora dolori folli e notti insonni fino a che il medico di famiglia, mi è parso di capire, ha avuto il lampo di genio di consigliare un esame radiologico: gettando finalmente luce sul terribile misfatto.

E il servizio del tiggì mi ha evocato un po’ di riflessioni.

Una, tecnica. In televisione parlano di un pezzo di ferro dimenticato in pancia, ma a guardare la lastra sul piccolo schermo il corpo estraneo sembra un frammento di un tubo di drenaggio: dunque è più facile che il drenaggio si sia rotto mentre lo stavano sfilando, e c’è differenza tra essersi dimenticati una pinza operatoria in mezzo alle frattaglie intestinali e non aver controllato che il drenaggio fosse lungo il suo giusto, una volta tirato fuori (voi mi direte che per la paziente non c’è differenza, e su questo posso concordare).

La seconda, anch’essa tecnica: vorrei che chi si occupa di questioni del genere, e anche i pazienti stessi, partecipassero con gli operatori sanitari alla reale vita ospedaliera (quella vera, intendo, non quella eterea e totalmente cerebrale del dottor House). Un errore è un errore, e su questo non ci piove: però magari l’atteggiamento di chi subisce un torto potrebbe essere meno estremo se avesse la precisa consapevolezza di quanti sono i punti deboli, circa una qualunque procedura medica, in cui può crearsi l’errore fatale. Hanno scritto dei tomi da sedici volumi, sull’argomento, e siamo bersagliati continuamente (e giustamente) da strategie di riduzione dell’errore: tuttavia non riusciamo ancora a venirne fuori. Anche perché (e faccio un esempio specifico, vissuto sulla mia pelle) il radiologo trent’anni fa refertava giusto l’esame diretto dell’addome; oggi infila protesi vascolari in aorte rotte, dunque la complessità dell’arte medica è in crescita esponenziale. Uno dei motivi per cui molti anni fa è nato questo blog era il seguente: raccontare, spiegare, far capire a tutti che il mestiere che facciamo è stupendo, ma infame come pochi. E’ vero che anche l’imbecille che mi ha montato la tenda in terrazza, quella che poi è franata a terra portandosi dietro metà muro, ha rischiato di sterminarmi la famiglia: eppure, chissà perché, se davvero la famiglia me l’avesse sterminata nessuno sui giornali parlerebbe di episodio di malatendità (lo so, è un eufemismo orrendo, non vogliatemene male).

La terza, diciamo così, è etica. L’avvocato che difende gli interessi della povera paziente ha snocciolato davanti alle telecamere un’escalation da terza guerra mondiale. E’ partito con la richiesta di risarcimento danni all’amministrazione ospedaliera, poi è passato alla querela contro ignoti, quindi all’esposto all’ordine dei medici e per finire ha chiesto che la regione e il ministero della sanità si occupassero del caso in questione. Già che ci siamo, mi veniva da pensare mentre lo ascoltavo, mettiamo i responsabili alla gogna per una settimana, spariamo nelle gambe dei loro parenti, vendiamo come schiavi i figli, crocifiggiamoli in pubblica piazza e che i corvi gli becchino pure gli occhi quando schiattano. Insomma, tutto questo per dire che c’è modo e modo di esprimere un concetto legittimo come il risarcimento di un danno fisico, e quel modo lì mi ha dato fastidio. Io ne ho sposato uno; ma diciamo che gli avvocati, e specie quando si occupano di sanità, non stanno in cima alla mia personale classifica delle categorie professionali che prediligo.

La quarta è fonte di perplessità. In un momento storico in cui tutti fanno esami complessi anche per sintomi banalissimi, trovo incredibile che un paziente giunga a fare un semplice esame radiografico dopo tre anni di calvario. Ma qui il terreno è minato: magari nessuno ha consigliato mai alcun approfondimento diagnostico; magari gli approfondimenti sono stati fatti ma erano quelli sbagliati; magari erano quelli giusti e c’è stato un altro errore. Però questo è proprio uno dei motivi, o giornalista, per cui una notizia o la si da’ perfettamente circostanziata oppure è meglio farne a meno (come è noto non sono un grosso estimatore nemmeno della categoria dei giornalisti, e men che meno del loro ordine professionale).

La quinta è presa dal mio recentissimo passato. Qualche giorno fa c’è stata l’inaugurazione del nuovo pronto soccorso del mio ospedale, e si è celebrato l’evento con alcune autorità locali e non. Una delle quali, rivolgendosi ai giornalisti e sottolineando come a volte ci sia troppo accanimento dei media nei confronti degli operatori sanitari, ha detto una frase: In una foresta fa’ più rumore un albero che cade che altri mille che crescono. Come a dire: è vero, noi medici sbagliamo e quando sbagliamo possono esserci danni molto pesanti per i nostri pazienti. Ma cacchio, e tutti quanti gli altri che tornano a casa guariti?

PS Nemmeno salvato su server è già mi pento di averlo scritto, questo post. Perché poi, come al solito, mi arriverà a breve giro una lettera di un paziente che è stato massacrato da un medico ignorante e pure stronzo, e io non potrò che sottoscrivere le sue lamentele (come è già successo in passato, e più volte). In tutta questa storia non è tanto l’accanimento che mi turba: vorrei solo che tutto fosse chiaro, che venissero aperti canali di comunicazione più seri fra i sanitari e chi usufruisce della sanità. E’ un lavoro che si può fare: lungo, faticoso, tutto quello che volete voi, ma si può fare. E mi incazzo perché invece tutti pensano ai massimi sistemi, in sanità, ma nessuno mai a comunicare meglio con le persone.

Nottate a tema

martedì, 13 luglio 2010

foto V. Adone

Per questo post mi serve il sostegno dei miei colleghi: devo capire se mi sono fissato io o se la mia idea ha fondamenti reali.

Il turno di pronto soccorso, come diceva un mio collega, è proteiforme. Può capitarti poco o niente, e va bene, ma puoi anche ritrovarti nel bel mezzo di una guerra punica,  e allora butta meno bene (va da sé che a volte la guerra punica la scatenano i colleghi del pronto soccorso contro sé stessi o contro il radiologo: ma sappiate che, come ricordava Catone all’inizio di ogni seduta del senato romano, Carthago delenda est).

Il bello è che ogni tanto io ho le giornate a tema. Per esempio, stanotte nove esami su dieci erano radiografie dirette dell’addome. E se a volte posso spiegarmi il tema della nottata  senza grosse difficoltà (tipo: nevica, il vecchietti scivolano sul ghiaccio e cadono in avanti, fratturandosi i polsi), altre volte proprio no. Perché in alcune giornate tutti si slogano le caviglie? Cosa determina l’ondata di dolori addominali in ultra settantenni (e non)? Chi è il responsabile delle fratture a raffica di tutti i bambini della provincia?

Aiutatemi, radiologi di tutto il mondo.

Devo capire se sono io che mi fisso, o se lo stesso capita anche a voialtri.

Qualcosa che non ti insegnano

lunedì, 5 luglio 2010

C’è qualcosa che non ti insegnano mai, all’università, e nemmeno durante gli anni di specializzazione; e che d’altronde non si studia da nessuna parte.
E’ un arte, un’attitudine, un istinto con cui qualcuno nasce e qualcuno no; e che si può affinare, con gli anni, ma mai perfezionare del tutto perchè è un risvolto pieno di difficoltà. Il più difficile che esista, in medicina. Un vero vespaio.
Perchè a diagnosticare una malattia sono bravi quasi tutti i radiologi. Il problema nasce quando devi dire quello che hai trovato a un paziente che te lo sta chiedendo con gli occhi spalancati e le mani che tremano per la paura. E ci sono diversi motivi per cui glielo devi dire: perchè la radiologia è clinica, prima di tutto, e quindi il radiologo deve produrre una diagnosi. Ma soprattutto perchè al posto del paziente tu vorresti sapere tutto del tuo male, e dunque è giusto così. Bisogna caricarsi sulle spalle tutto il fardello, i radiologi che pretendono di non guardare neanche in faccia il paziente appartengono a un’altra era, sono dinosauri in via di estinzione.
Ecco perchè mi sono trovato a seguire la risonanza magnetica di una giovane donna, madre di un bambino di sei mesi: il pupo le ha mollato un calcetto su un fianco, e da allora male a non finire. Ecografia di approccio, il fegato messo male, subito una risonanza addominale. E lì peggio che peggio: fegato e polmone impallinati, solo il dubbio di dove sia partito il bruttissimo male.
E io ero lì, di fronte allo schermo del mio PACS, e pensavo che quella ragazza aveva a casa un bimbo appena nato; e che, prima di entrare in risonanza, aveva sussurrato: Speriamo che non sia nulla, così me ne torno a casa subito.

Io ero lì, dicevo, quando la mia tecnica è arrivata e ha detto: Dottore, la paziente è in sala di attesa e vuole sapere qualcosa.

Bene. Ho chiuso gli occhi, li ho riaperti, mi sono alzato dalla sedia: era appena arrivata la madre di tutti i peggiori momenti del radiologo, e nessuno mi ha mai insegnato in questi casi cosa bisogna fare.
Ma l’ho fatto.
Perchè questo è il mio mestiere, il mio stramaledettissimo mestiere, quello che a volte non mi lascia dormire di notte.