Archive for the ‘Hospital’ Category

Cronache del virus fetente #10

sabato, aprile 25th, 2020

Ieri pomeriggio, in preda a un giramento insolito per il mio livello medio di umore, ho deciso che un giorno alla settimana si, se in reparto è tutto a posto può essere lecito uscire qualche minuto prima e tornare a casa lentamente, a settanta all’ora, con una buona musica nelle orecchie, godendosi il panorama, i campi coltivati separati geometricamente da distese di fiori gialli che sembrano il mare di un meraviglioso pianeta alieno.

Poi sono arrivato a casa e davanti alla soglia c’era il Pacco.

Il Pacco mi guarda silenzioso da diversi giorni, da quando un corriere anonimo l’ha depositato senza nemmeno farsi vedere. Il Pacco è enorme e contiene un set per arredare il terrazzino della casa nuova: divanetto, due sedie, tavolino. Così ho pensato: cavolo, questo è il momento. L’ho trascinato dentro, l’ho finalmente aperto portando alla luce il suo tesoro nascosto e ho passato un quarto d’ora, come un catatonico, a guardare i diecimila pezzi senza muovere un muscolo: sono di scuola filosofica greca, io, in assenza di precise istruzioni per l’uso prima si ragiona e poi si muovono le mani.

Le mani, appunto. Voi non lo sapete ma io nella vita so fare solo due cose: il medico e scrivere. Per il resto sono negato, letteralmente negato. Fatemi montare qualcosa e qualche pezzo finirà sistemato al contrario: sicuramente sotto gli occhi di qualcuno capace come minimo di tagliare il marmo con il flessibile o rifarti a mani nude l’impianto elettrico della casa, e di cui a quel punto dovrò tollerare l’aria di riprovazione e lo scuotimento del capo.

Ma questa volta ero deciso. Ho cominciato, come al solito, sbagliando tutto. Ma non ho desistito: ho messo su la musica giusta, preso la chiave a brugola e insistito fino a capirci qualcosa. Mi sono sbucciato le nocche, digrignato i denti, rimasto così tanto tempo piegato in due o sulle ginocchia che quando mi tiravo su sentivo tutti interi, con le lacrime agli occhi, i miei 50 anni e oltre.

A un certo punto mi ha raggiunto mio figlio: Papà, posso aiutarti?

Certo che puoi.

E così abbiamo terminato il lavoro insieme parlando come dovrebbero parlare un padre e un figlio: di scuola, di ragazze, di amici, di esperienze di vita. Alla fine, di fronte al risultato finale, mi ha detto: È stato bello, papà.

Madonna, sapessi quanto è stato bello per me, ho pensato io.

Un attimo prima di tornare in casa, dopo essermi rimirato un ultima volta l’angolo che non vedo l’ora di riempire di fiori e cose da leggere e scrivere, ho spento la musica e dall’altro capo della strada è immediatamente risuonato un grazie squillante. Mi sono girato e sul balcone di una delle case di fronte c’erano due giovani, abbracciati, mai visti prima, che mi salutavano con la mano. Lei mi ha detto: Grazie per la musica, è stata bellissima!

Io ho sorriso, a mia volta, e ho pensato che davvero non importano lo stato di crisi, i problemi assurdi che sto vivendo sul lavoro, non importano la stanchezza e la paura, che comunque piano piano stanno svanendo. Non importa se ricominceranno gli assalti inutili al pronto Soccorso, se qualcuno tornerà agli atteggiamenti aggressivi di prima del coronavirus, se torneremo a litigare per il parcheggio.

In questo preciso momento avverto che qualcosa è cambiato; e vi giuro che la nutro davvero, la fottuta speranza che il cambiamento duri il più a lungo possibile.

Covid-19. cosa vediamo realmente in TC (aggiornamento)

venerdì, aprile 24th, 2020

Ho aggiornato il file in cui correlavo le immagini TC con i quadri anatomo-patologici del Covid-19 perché mi sembrava doverosa una precisione sul cosiddetto pattern perilobulare, di cui sento parlare molto spesso e non sempre con precisione svizzera. Per leggere l’articolo aggiornato cliccate pure qui e buon divertimento, per così dire.

Cronache del virus fetente #09

domenica, aprile 19th, 2020

Sono passate via un po’ di settimane da quando è cominciata la crisi sanitaria globale e abbiamo sperimentato una estesa gamma di emozioni: lo sconcerto, all’inizio, poi la paura, la rabbia, fino a un senso di solitudine micidiale. Siamo rimasti sorpresi dalla capacità dei nostri anziani e dei nostri ragazzi di comprendere la situazione straordinaria e di adeguarsi a essa: restare a casa, per un adolescente o un nonno, non è cosa facile. Abbiamo costruito reti sociali che prima non esistevano e che nemmeno avremmo mai immaginato di realizzare in così poco tempo: conferenze di lavoro da remoto, aperitivi su skype, videochiamate dei nipoti ai nonni, che di colpo hanno scoperto di essere meno soli di quanto temessero e di attendere quella chiamata quotidiana con ansia quasi dolorosa. Insomma, abbiamo scoperto che il mondo è davvero cambiato, oltre ogni nostra più fervida immaginazione: che qualcuno, pagando, può portarci a casa non solo la pizza ma persino la spesa. Una cosa è rimasta uguale, però: il bisogno di sentire che qualcuno si prende cura di noi, non ci abbandona e ci accudisce per quello che può.

Io, ve lo dico, sono un medico che fa cose concettualmente sbagliate. Per esempio, prima cosa che in linea teorica tutti i maestri sconsigliano vivamente di fare, mi lascio coinvolgere dai singoli casi: i pazienti spesso diventano persone e io tendo a percorrere tutta la strada con loro, per quanto sia sconnessa, fino in fondo. A qualcuno, errore supremo tra gli errori, ho persino dato il numero di cellulare: in fondo nessuno ne ha mai approfittato, e sapere di poter raggiungere il tuo medico radiologo anche solo per una parola di conforto è importante come essere certi della sua buona diagnosi.

Così, accade che in tempi di Covid io riceva una telefonata inattesa a metà pomeriggio da uno di loro, uno dei pazienti che mi hanno scelto. Il quale, con una punta di educato imbarazzo, chiede scusa per il disturbo e mi dice, semplicemente: Dottore, volevo solo sapere come sta in questo momento difficile. E io rispondo che va bene, va tutto bene nonostante la paura, l’ansia, i problemi organizzativi e familiari, la stanchezza cronica e il fastidio verso chi si approfitta della situazione per i propri fini.

E vorrei anche dirgli, ma ho il buon senso di non farlo, che telefonate come queste sortiscono un effetto paradosso: certe volte è il paziente che, senza saperlo, prende in cura il medico, lo sostiene, gli passa un braccio intorno alle spalle e, semplicemente, lo accompagna zoppicando fino alla fine della crisi.

Cronache del virus fetente #08

sabato, aprile 11th, 2020

Io Valentina non lo conosco.

So però che è un giovane medico del profondo sud che lavora in un grande pronto soccorso del profondo nord, in una delle città più assediate dal virus. Una di quelle tante persone che in qualche modo, grazie alla pandemia, sta contribuendo a fare l’Italia.

Me la immagino piena di entusiasmo, felice di poter finalmente svolgere il mestiere per il quale ha studiato così tanti anni, tra i sacrifici suoi e quelli dei suoi genitori: che si sono probabilmente privati di molto, pur di sostenerla economicamente durante il lungo corso di studio, e che adesso la guardano da lontano con l’orgoglio smisurato che solo l’amore di una mamma e un papà sa innescare.

Me la immagino anche incerta, a volte, perché quando fai il medico l’esperienza non si improvvisa, e in quei momenti è come una manna dal cielo avere accanto il collega esperto, quello che ti sorride come sorriderebbe tuo padre e ti dice la parola giusta al momento giusto, tirandoti fuori dai dubbi.

Me la immagino bardata come un palombaro, mentre visita e conforta l’ennesimo paziente sospetto per COVID, e prega il padreterno che i dispositivi di protezione tengano perché altro che solo i vecchi, i giovani come lei Valentina li ha visti ammalarsi, e qualcuno anche morire.

E poi me la immagino, a un certo punto, distrutta dalla stanchezza, dopo un turno che sembrava non finire mai, mentre dice a un collega: Mi appoggio un attimo sulla seggetta, un attimo solo.

Quell’attimo che il collega ha poi deciso di immortalare con tenerezza infinita, inconsapevole del fatto che tutte queste foto di medici, infermieri, tecnici, oss, di gente sfinita e spaventata eppure infinitamente coraggiosa, contribuiranno a erigere il nostro muro del pianto e della gratitudine, e permetteranno tra qualche anno di raccontare una storia che parla di uomini e donne e che, nel bene e nel male, ha in sé qualcosa di grandioso, di epico, che non potrà più essere dimenticato dalle generazioni future e da tutti i ragazzi e le ragazze che in futuro sceglieranno di fare uno qualunque di questi mestieri.

Insomma, io Valentina non la conosco di persona.

Eppure, in qualche modo che al momento non so spiegarvi, la conosco benissimo.

 

 

 

Cronache del virus fetente #06

domenica, aprile 5th, 2020

Giorgio arrivò giovedì scorso, di pomeriggio.

Nella nostra terapia intensiva era appena morta una signora anziana: aveva i capelli raccolti in una crocchia, come le nonne di una volta, e un viso gentilissimo. Meno di un’ora dopo avevano già telefonato in reparto per chiederci, con una timidezza del tutto inadeguata alla situazione di crisi che viviamo da settimane, se fosse possibile smaltire rapidamente il corpo. Proprio così: smaltire il corpo. Come se fosse un sacchetto dell’umido da portare nel bidone sotto casa.

Così, al posto della vecchia signora, arrivò Marco. Quasi cinquant’anni, messo malissimo, respirava come se l’aria fosse densa come un budino. Sistemandolo nel letto ci accorgemmo delle sue braccia tatuate: non c’era un centimetro quadrato di pelle libero, in quella teoria psichedelica di croci, piante rampicanti, visi di donna e rosari post-atomici. Su uno dei due avambracci c’era una scritta, l’unica: La potenza è nulla senza controllo. Pensai, in quel preciso momento, che nulla di più vero fosse mai stato scritto. In tutti i libri del mondo.

Poi lo abbiamo curarizzato, pronato e tenuto sotto controllo come un bambino piccolo, come fosse un figlio nostro. Il mercoledì successivo, o forse il giovedì, andava così tanto meglio che avevo pensato di estubarlo: ma i miei colleghi non erano d’accordo, mi mettevano in testa mille dubbi sullo svezzamento troppo rapido perché, dicevano, ti rendi conto di cosa vorrebbe dire reintubarlo un’altra volta?

Però, il pomeriggio dopo, al risveglio dopo una notte di guardia devastante, accesi il cellulare e c’era il whatsapp del primario nel gruppo del reparto: aveva deciso di estubarlo, si era preso tutta la responsabilità e lo aveva fatto. Passai il pomeriggio in un’estasi indescrivibile, mi sentivo come quando l’Italia vinse i mondiali nel 1982, incredulo e felicissimo, di una gioia tanto più grande quanto più era stata inattesa e insperata.

Ma ieri sera, di ritorno in ospedale per la guardia notturna, Giorgio respirava di nuovo male e aveva il cuore a mille. La mia collega mi guardava con gli occhi lucidi mentre diceva: Secondo te bisogna che lo reintubiamo? E invece, per fortuna, abbiamo saputo attendere ancora un po’, fino a capire finalmente che il problema erano i farmaci: glieli avevamo ridotti troppo in fretta, Giorgio era in una specie di astinenza. Però la notte l’ha passata bene, nel suo casco C-pap, e aveva sete, e ci ha chiesto mille volte di bere, e ha bevuto un casino.

Stamattina stava davvero meglio, ho provato a togliergli il casco. Gli ho chiesto: Come si chiama tua moglie? La sua voce era ancora strana, ci mette un po’ di tempo a tornare normale dopo l’estubazione, mentre mi rispondeva: Non è mia moglie, però viviamo insieme da dodici anni e abbiamo un figlio insieme.

Gli ho chiesto se avesse un cellulare: gli infermieri lo avevano già messo a caricare, ho solo dovuto staccare la spina e darglielo. Giorgio tremava come una foglia, non riusciva a trovare in rubrica il nome della compagna e ho dovuto aiutarlo io: era registrata con il nome “Amore” e l’icona con una margherita. Ha fatto partire la videochiamata e io mi sono immaginato l’ansia bruciante di una donna che ha il marito, o il compagno, ricoverato in terapia intensiva e sente squillare il telefono alle sette di mattina. E poi la sorpresa e la gioia folle di vedere che era una videochiamata proprio di lui, il marito dato quasi per morto. Piangeva Giorgio, piangeva la compagna, piangeva il figlio, che intanto era accorso dalla sua cameretta. E piangevo anche io, come una fontana.

A un certo punto si è girato verso di me, mi ha fatto l’occhiolino e ha detto: Certo che la barba me l’avete tagliata proprio male, vi pare che posso presentarmi così a lei?

E io: Altro che barba, dille che ti abbiamo salvato il culo.

E lei rideva e piangeva, ancora, rideva e piangeva insieme. Sembrava una matta felice.

Ecco com’è la vita, qui da noi, in queste settimane. Forse una piccola goccia l’abbiamo tirata su anche noi, da questo enorme oceano di sofferenze; ma per uno che si salva ecco che ne arrivano altri due, e vanno malissimo, e allora portiamo pazienza, tutti, e tiriamo avanti.