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2012

venerdì, 23 luglio 2010

Suona la sveglia.

La spengo, mi volto dall’altra parte. Chiudo gli occhi. Niente da fare.

Avevo chiesto un giorno di ferie. Un venerdì qualunque, poteva essere la scusa per andarmene a sciare. Un fine settimana lungo, come altri cento. Ma il mio primario ha mangiato la foglia. Vi voglio tutti dentro, ha detto. Come se cambiasse qualcosa. Come se potesse esserci qualcosa di vero in tutta questa pagliacciata mediatica.

Oggi è il 21 dicembre. Alla fine è arrivato, il giorno del giudizio. Freddo. Neve. Strade semivuote. Cammino in un’aria immobile e trasparente come un sopravvissuto, come l’ultimo uomo rimasto al mondo prima della catastrofe. Le mie scarpe da neve scricchiolano in un silenzio innaturale. La rotonda dell’ospedale, a quest’ora campo di battaglia per automobilisti furiosi, è deserta.

No, non ci credo. Io non ci ho mai creduto a quelle boiate dei Maya sulla fine del mondo. Ce la menano da sempre con questa storia della fine del mondo: l’anno mille, il millennium bug, Nostradamus, le profezie di Padre Malachia. E io sono stufo. Due mesi fa mia moglie se n’è andata con un altro. Mia figlia vive in casa di un uomo che non è suo padre. Il mio lavoro non mi piace. Odio il mio primario, il suo modo obliquo di sfuggire alle responsabilità e scaricare la colpa dei suoi fallimenti sui suoi collaboratori. E sapete che vi dico? Dovesse davvero esserci la fine del mondo, io sarei contento. Davvero un buon modo di metterci una pietra su. Un modo sensazionale.

Quando arrivo in ospedale il portinaio mi fissa con aria bovina, poi preme il tasto che fa alzare la sbarra. Il gesto meccanico in cui si esauriscono le sue responsabilità quotidiane sembra costargli una grande fatica. Anche lui, chiuso nel suo gabbiotto, si sta congelando le chiappe.

Alle otto e un quarto i corridoi dell’ospedale sono deserti. La sala d’attesa del pronto soccorso pure. Io e i miei colleghi radiologi ci ritroviamo a metà mattina in sala medici, increduli e perplessi. Non si è presentato nemmeno un paziente. Tutte le liste di attesa andate inevase. I tecnici, quelli che non sono riusciti a ottenere qualche giorno di ferie, poltriscono sulle sedie, nelle rispettive sezioni diagnostiche. Le infermiere ammazzano il tempo sistemando i farmaci negli scaffali e nei carrelli salvavita. Noi sorbiamo il caffè in un silenzio innaturale. Qualcuno sfida l’atmosfera rarefatta con una battuta di bassa lega, ma anche le risate sembrano attutite. Spente. Risate di bocca, non di cuore.

In tutta la giornata si presentano quattro pazienti: uno la mattina e tre il pomeriggio. Due sono scivolati sul ghiaccio e si sono fratturati il polso. Poi un bambino di sette anni con l’appendicite: quando il chirurgo ha detto ai genitori che bisognava operarlo d’urgenza la mamma è scoppiata in un pianto isterico. L’ultimo è vecchissimo, quasi centenario, e respira a fatica. Ci hanno chiesto una tac perché sospettavano un’embolia polmonare e invece si tratta di un banale scompenso cardiaco. I nipoti del vecchio malandato, quando i colleghi del pronto soccorso gli hanno restituito il nonno tutto d’un pezzo, sembravano appena usciti da un incubo. Tirato un sospiro di sollievo, sono corsi a gambe levate fuori dall’ospedale. Eppure, dovesse davvero arrivare la fine del mondo, non riesco a immaginarmi nessun posto migliore di questo per farla finita.

Alle quattro del pomeriggio è già notte fonda. Fuori ricomincia a nevicare, in pronto soccorso non si vede più nessuno. Un paio di colleghi salutano il primario e vanno via: hanno fatto il loro dovere. Eppure si vede che non sono convinti. Francesco, giovane e scapolo, dopo dieci minuti torna indietro, si toglie il cappotto e si mette a sedere con noialtri in sala medici. L’infermiera Raffaella porta un vassoio con il millesimo caffè della giornata. Il primario accenna a una barzelletta, ma poi si ferma. L’aria è pesante, quasi immobile. Finiamo il caffè senza parlare, in preda a un’angoscia indescrivibile. Alvaro, l’aiuto anziano, si collega a internet. Dove tutto sembra normale, e la vita scorre come se niente fosse.

Alle sette di sera Antonio e Guido cominciano a litigare. All’inizio è una banale divergenza di opinioni su una diagnosi tac di qualche giorno prima, poi il livello di tensione sale all’inverosimile e i due cominciano ad alzare la voce e a scambiarsi insulti personali. Dei due, Guido è il più feroce: dice all’altro che i chirurghi ce l’hanno con lui e sbugiardano ogni suo referto, e che è stufo della connivenza di Antonio con quella gentaglia. Prima di uscire dalla stanza, sbattendo la porta, minaccia di rompergli il culo la prossima volta che dovesse venirgli la malaugurata idea di discutere un suo referto con un collega. Noi ci guardiamo in faccia. A questo punto della giornata, nessuno di noi è convinto che ci sarà sul serio una prossima volta.

Alle dieci siamo rimasti in tre, primario compreso, il quale decide che è ora di tornare a casa da moglie e  figli. Mentre infila il cappotto cerca di buttarla sul ridere, dice che anche stavolta l’abbiamo scampata bella. L’avevo detto io che sono tutte stronzate, dice. Io non rido. E invece chiamo mia figlia: lei sta già dormendo e sostiene che la chiamo solo per rompere le scatole. Dove sei stato tutta la giornata, chiede con tono inquisitorio. In ospedale, rispondo. Ecco, ti sei risposto da solo, dice. E mette giù il telefono.

Alle undici anche io e Francesco decidiamo di togliere il disturbo. Francesco mi chiede se davvero ci avessi creduto, a questa storia della fine del mondo; io gli rispondo che, più che altro, ci ho sperato fino alla fine. Lungo il corridoio, davanti alla porta della diagnostica toracica, sentiamo rumori e gemiti: forse due tecnici che fanno sesso. Mi viene in mente che non tocco una donna da quasi un anno, da molto prima che mia moglie facesse le valigie, e che comunque l’ultima donna che ho toccato non era mia moglie. Francesco sogghigna, a me vengono le lacrime agli occhi.

A mezzanotte meno un quarto spengo la televisione e mi infilo sotto le coperte del mio enorme e gelido letto matrimoniale. Un secondo fa, nel suo programma di approfondimento, il giornalista più potente d’Italia ha congedato gongolante gli ospiti di lusso della serata: politici, veline, astrofisici, psicanalisti di grido, geologi, ex soubrette rifatte e persino un chirurgo plastico, che una di quelle se l’è sposata e poi restaurata alla meno peggio. Tutti hanno detto di non aver mai creduto che le fandonie sulla fine del mondo avessero un fondamento, e la vecchia soubrette scosciata ha ironizzato sul fatto che, se avesse avuto anche solo il minimo dubbio, di certo non avrebbe passato l’ultima sera della sua vita dall’amico giornalista. Il quale ha sfoderato un sorriso mortale nel quale si leggeva chiaramente: che cazzo dici, brutta stronza, senza questo programma tu avresti chiuso in due mesi. Anzi, tu hai già chiuso perché in questo salotto televisivo non ci metterai più piede. Dovesse finire il mondo.

Alle sei e tre quarti suona la sveglia.

La spengo, mi volto dall’altra parte. Chiudo gli occhi. Niente da fare.

Avevo chiesto un giorno di ferie. Un venerdì qualunque, poteva essere la scusa per andarmene a sciare. Un fine settimana lungo, come altri cento. Ma il mio primario ha mangiato la foglia. Vi voglio tutti dentro, ha detto. Come se cambiasse qualcosa.

Come se potesse esserci qualcosa di vero, in tutta questa pagliacciata mediatica.

Gagarin

domenica, 4 luglio 2010

Io sono Gagarin. Per primo ho volato, e voi volaste dopo di me.

S. Evtuschenko

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Il cosmodromo di Baikonur, visto dalla strada, sembrava la gigantesca cattedrale metallica eretta da un giovane dio del fuoco. Scintillava nelle polveri della steppa come l’armatura di uno zar; il cielo sopra la rampa di decollo era di un azzurro indubitabile, percorso da sottili correnti elettriche che Gagarin credeva di essere l’unico a percepire.

Erano arrivati al cosmodromo la mattina presto, il maggiore Titov e lui.

Gagarin non aveva capito se Titov fosse deluso di non essere stato il prescelto. Il maggiore lo guardava con occhi liquidi, senza espressione; a volte scopriva i denti in un vago sorriso, ma dentro  restava duro e freddo come la morte. Bastardo di un moscovita. Certo, doveva bruciargli che per la missione spaziale più importante della storia fosse stato scelto il figlio di un contadino al posto suo: lui che era nato da una delle famiglie più in vista della capitale, preparato sin da piccolo a essere il primo dei suoi pari. Quando era andato a Klushino insieme ai funzionari del partito, a conoscere la sua famiglia, Titov non aveva detto una parola: si era limitato a guardarsi intorno con un’aria di intollerabile disprezzo nello sguardo. Gagarin ebbe l’impressione che il moscovita fosse alla ricerca di punti di riferimento nel paesaggio piatto e brullo della campagna; che le mani callose e sporche di terra di suoi padre e dei fratelli gli provocassero impercettibili brividi di ripulsa.

Eppure quella mattina Titov sembrava quasi sollevato, quando gli addetti avevano aiutato Gagarin a infilarsi nella tuta spaziale arancione. Scommetto che è sicuro che ci lasci la pelle, lassù, pensò l’astronauta, prima di infilare i guanti. Di tutti e sei i membri del programma di addestramento, Titov era l’unico a non amare il volo più della sua stessa vita: a Gagarin sembrò strano che lo avessero scelto come sostituto pilota.

Ma non c’era stato bisogno di lui.

Gagarin pensò: Titov sa che io non ho paura di morire.

E poi: I miei genitori, mio fratello, mia moglie e la bambina. Saranno tutti fieri di me.

Comunque fossero andate le cose.

* * *

Uno scatto metallico gli comunicò che avevano chiuso i boccaporti alle sue spalle, e ritirato la torre di servizio.

Gagarin si ritrovò da solo nella Vostok.

La navicella spaziale era una capsula sferica con un diametro di quasi due metri e mezzo: una piccola e angusta tana di metallo e circuiti elettrici, in cui il pilota aveva appena lo spazio per mettersi in piedi e allungare le braccia. Dietro le sue spalle era attrezzato il pannello pieno di scorte alimentari: cibo e acqua per una settimana, nel caso che la Vostok sfuggisse ai controlli e si perdesse nello spazio. Ma Gagarin adesso non voleva pensare a quella possibilità: prima di partire aveva promesso a Svetlana che sarebbe tornato presto a casa. La piccola Irina aveva solo sei mesi e lui sperava di vederle presto muovere i primi passi. Aveva voglia di prenderla ancora in braccio e farla girare veloce, sentirla ridere mentre il vento le accarezzava le piccole guance rosee.

Dopo essersi ancorato al seggiolino controllò la posizione del paracadute: era ripiegato con cura, e mentre sfiorava l’involucro esterno con la punta delle dita sperò di riuscire ad aprirlo al primo colpo, appena raggiunta l’altitudine giusta. A quel pensiero il cuore prese a battergli più rapido nel petto.

Si disse: non devo permettere che la tensione abbia il sopravvento. Era un soldato addestrato a ogni pericolo, un pilota con centinaia di ore di volo in tutte le condizioni atmosferiche. Si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi; respirò profondamente, cercando di controllare il tremito delle dita.

Di colpo, come per incanto, ricordò il motivo per cui si trovava chiuso in quella prigione di metallo, in un minuscolo proiettile che entro pochi minuti avrebbe solcato gli spazi siderali. Era bambino: avrà avuto sei, sette anni al massimo. Correva nel campo accanto a casa insieme ai fratelli, rideva e ruzzolava nell’erba verde. Nell’aria c’era odore di terra arata, il vento tra i capelli; gli sembrava di essere felice, che tutto il suo mondo potesse restare concentrato in quei pochi chilometri quadrati del Collettivo. Avrebbe vissuto come i genitori, forse, fra volti familiari e scadenze lavorative precise; e il Partito sopra ogni cosa, a organizzare le esistenze in modo che a nessuno mancasse il necessario.

All’improvviso lui e i fratelli sentirono il rombo di un aereo che si avvicinava. Guardarono verso il cielo e scorsero la sagoma argentata di un quadrimotore che planava verso terra; dalla coda venivano fuori piccole nuvole di fumo nero e denso che il vento disperdeva nell’aria tersa del pomeriggio. Sembrava che il pilota facesse fatica a tenere l’aeroplano in asse, ogni tanto le ali assumevano un’inclinazione anomala anche agli occhi di un bambino che non aveva mai visto una macchina volante come quella. Il quadrimotore atterrò con troppa velocità: Gagarin vide la fusoliera squarciarsi, i suoi frammenti schizzare in tutte le direzioni. Fu una specie di inatteso miracolo. L’aereo non si ribaltò né prese fuoco; terminò la sua corsa contro un enorme covone di fieno, con lo stesso rumore di una palla di neve che si schianta contro il muro di casa. Lui e i fratelli corsero incontro al rottame di aereo col cuore in gola: dall’abitacolo crivellato di proiettili venne fuori un pilota in uniforme, alto, bellissimo, che li accolse con un grande sorriso. Era di ritorno da una missione di guerra, disse; prima di abbattere gli aeroplani nemici lo avevano colpito più di una volta e costretto a un atterraggio di fortuna. Quella notte Andrei, il pilota, dormì nel Collettivo; ma Gagarin non riuscì a chiudere occhio. Il bambino, e suo fratello minore, rimasero svegli per ore a fissare la divisa spiegazzata del pilota, le piccole medaglie colorate che esibiva sulla tasca esterna della tuta. Quando vennero a prenderlo con una vettura militare, il pomeriggio successivo, Gagarin e il fratellino piansero a lungo. Avrebbero voluto che Andrei restasse ancora a lungo con loro; che gli raccontasse tutto sui segreti del volo, su come fosse possibile staccarsi dalla terra e volar via, come un uccello, incontro al sole.

* * *

Gagarin riaprì gli occhi e sorrise. Le mani non gli tremavano più.

Ogni tanto il centro di controllo della missione gli faceva via radio il punto della situazione; ma tutto stava andando secondo i calcoli, adesso c’era solo da tenere a freno l’impazienza di partire. Lanciò occhiate febbrili ai tre oblò dell’abitacolo, alla strumentazione ridotta al minimo: un orologio, tre indicatori per gli impianti di bordo e un piccolo mappamondo che indicava la posizione della capsula rispetto alla Terra. Ma durante il volo non sarebbe stato lui a pilotare la Vostok. Secondo i medici del programma spaziale le reazioni del cervello umano alla totale assenza di gravità erano ancora sconosciute: non era lecito rischiare che il pilota impazzisse e compromettesse la prima missione dell’uomo nello spazio. In una tasca laterale della sua tuta, però, c’era una busta sigillata con dentro una chiave. Il timbro in ceralacca rossa recava i simboli del partito impressi a caldo.

Gagarin si disse: Se qualcosa dovesse andar male potrò prendere i comandi della navicella e tentare il tutto per tutto, o morire da eroe.

Ma ecco, finalmente era giunto il momento.

La torre di controllo annunciò il conto alla rovescia, e la Vostok prese a tremare. Si trattava una vibrazione impercettibile, un fremito sottopelle che Gagarin avvertiva a fatica; ma crebbe in fretta di intensità e, dopo qualche secondo, le ganasce metalliche della rampa di lancio iniziarono a ondeggiare come se volessero scrollarsi il peso della navicella di dosso. Quando i motori del razzo vettore si accesero il rumore diventò quasi intollerabile e i pensieri nella testa del pilota si fecero frenetici: Non riesco neanche più a sentire la voce del centro di controllo, la rampa è troppo instabile, le misurazioni sui lanci di prova dicevano che la struttura avrebbe dovuto reggere meglio, forse qualcosa sta andando storta, i motori esploderanno e io brucerò come un fiammifero, non devo pensarci, devo stare calmo, non devo pensarci, non devo non devo non devo.

Ma ormai la Vostok si era già staccata dal suolo, l’accelerazione schiacciava Gagarin contro lo schienale del seggiolino e gli toglieva il respiro come in un abbraccio mortale. Il pilota per un attimo vide tutto buio e credette di essere diventato cieco, ma in realtà aveva solo chiuso gli occhi e stretto le mani sui braccioli del sedile, con le unghie che penetravano il rivestimento di gommapiuma nera fino a fargli male. Il rombo dei motori era una lama di acciaio che gli trafiggeva il cervello e, dio del cielo, davvero non avrebbe mai creduto che staccarsi da terra fosse così difficile, che si potesse provare così tanto dolore; allora Gagarin pensò: oh, piccola Irina, dì una preghiera per il tuo papà e dilla forte, che possa sentirti anche da quassù.

* * *

Dopo dieci minuti di inferno, i reattori si staccarono dalla Vostok.

E di colpo, com’era cominciato, il rumore cessò.

Gagarin si guardò intorno confuso, per un attimo incapace di metabolizzare l’improvviso silenzio; poi prevalsero gli istinti indotti dagli addestramenti estremi a cui era stato sottoposto nei mesi precedenti. Scosse la testa, passò al controllo degli strumenti di bordo e vide che tutto funzionava alla perfezione. Dai tre oblò filtrava il nero più assoluto. Il pilota tolse il casco, slacciò le cinture di sicurezza e soffocò un gemito improvviso: come per magia si era sollevato dal sedile e adesso stava galleggiando a mezz’aria come un uccello. Non riusciva a crederci. Intorno e insieme a lui fluttuavano placidamente fogli di carta e penne e contenitori sottovuoto di cibo, come un piccolo stormo di farfalle metalliche. Gagarin rise come un bambino, batté le mani, provò a immaginare le facce sconcertate dei burocrati che lo ascoltavano sulla Terra, interrati nel centro di controllo come talpe nei loro buchi di tane, e rise ancora a lungo. Alla fine provò a muoversi, con molta cautela, e scoprì di poter compiere gli stessi movimenti di sempre ma senza alcuno sforzo, come se stesse vivendo un sogno meraviglioso. L’impatto improvviso contro la parete posteriore della Vostok giunse a insegnargli che la cautela, quando ci si muove nello spazio, non è mai abbastanza; e questa nuova consapevolezza gli provocò un altro scoppio di ilarità fuori programma. Quando infine ritenne di essersi abituato all’assenza di gravità, si diresse verso uno degli oblò e guardò fuori: ciò che vide gli troncò il respiro e sembrò fermargli i battiti del cuore per un tempo infinito.

La Terra, vista da lassù, era una enorme biglia azzurra che scintillava sullo sfondo piatto dell’universo. I suoi bordi sfumavano morbidi verso il blu scuro e il viola, e alla fine diventavano tutt’uno col nero assoluto dello spazio circostante; e dentro quel nero incredibile andavano alla deriva una miriade di piccole stelle lontanissime, molto più numerose di quanto sembrasse là sotto, guardando il cielo con i piedi attaccati a terra. Era una splendida visione, e lui il primo uomo a godersela.

Frastornato dall’intreccio di colori nuovi, incredulo che quel piccolo globo dipinto fosse davvero il suo mondo e non una visione miracolosa materializzatosi davanti ai suoi occhi, cercò di distinguere fra i grandi ammassi di nuvole bianche il continente asiatico e la Russia. Ci riuscì: vide il marrone bruciato delle pianure in cui era cresciuto, i picchi bianchi degli Urali, il blu profondo dei mari che la bagnavano, i dolci intrecci azzurri dei fiumi che la attraversavano.

Con gli occhi pieni di lacrime inespresse raccolse nell’aria il telefono e si mise in contatto con il centro di controllo. Qui il maggiore Gagarin, disse con voce controllata. Mi trovo in orbita stabile intorno alla Terra, a centottantunomila chilometri e trecentoventisette metri di altezza. La Vostok non presenta danni conseguenti al decollo e in questo momento orbita a una velocità di ventisettemilatrecentodue chilometri al secondo.

Tacque un istante e si asciugò le lacrime che scorrevano sulle guance con il guanto della mano destra. Concluse: Sono infinitamente felice che la mia amata patria sia stata la prima a compiere questo viaggio, la prima a raggiungere lo spazio.

* * *

Durante l’ora e mezzo in cui la Vostok rimase in orbita, Gagarin ebbe molto da fare.

Mangiò, bevve, urinò e inviò al centro di controllo i dati su frequenza cardiaca e pressione arteriosa; e trasmise le sue impressioni personali mentre faceva tutte queste cose. Poi scrisse qualche riga su un quaderno per dimostrare che anche in assenza di gravità un uomo era capace di tenere la penna in mano e riordinare i suoi pensieri; nel mentre, ebbe persino modo di sbirciare fuori dagli oblò della navicella e godersi un tramonto e un’alba a distanza ravvicinata. La striscia di luce del giorno che avanzava come una marea luminosa sulla superficie della Terra lo lasciò senza parole, nulla sul pianeta era così bello come lo spettacolo che lui stava guardando dall’alto, simile un viaggiatore alieno giunto fin lì quasi per caso, dopo aver attraversato anni luce di buio siderale.

Il flebile rumore dei retrorazzi che si accendevano lo riportò alla realtà: aveva terminato il suo lavoro, adesso veniva la parte più difficile. La Vostok, grazie all’orbita calcolata durante i preparativi del volo, rallentò e si portò in posizione automatica di rientro. La cabina si pressurizzò in pochi secondi; Gagarin si affrettò a prendere posizione sul sedile di pilotaggio, posizionò le cinture di sicurezza, trasse un respiro profondo, rimise in testa il casco. Non gli restava che attendere, immobile e in silenzio, che la Vostok penetrasse gli strati dell’atmosfera come un coltello in un panetto di burro; che lo riportasse a casa, da Irina e Svetlana.

Mentre il calore nella capsula aumentava, e il sudore prendeva a scorrergli sulla fronte e lungo il collo, l’uomo pensò che il suo nome, dopo la prima impresa spaziale umana, sarebbe diventato il simbolo dei confini che l’uomo avrebbe abbattuto nei secoli a venire. Pensò anche ai monumenti che avrebbero eretto in suo onore nelle piazze di tutte le città russe; alla fama che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Poi, però, capì che nulla di tutto ciò avrebbe avuto un senso se sua moglie e sua figlia non lo stessero aspettando laggiù, in un enorme condominio della periferia di Mosca che era grigio e uguale a tutti gli altri costruiti lì intorno. Pensò che sarebbe stato bello vedere Irina crescere e diventare donna, e sorrise; ma il suo sorriso fu spezzato dalla sirena di allarme che si era accesa all’improvviso sul cruscotto. Il razzo di decelerazione della Vostok si era staccato, come da programma, ma la capsula aveva perso la sua stabilità e adesso, surriscaldata come una palla di fuoco, vorticava intorno al suo asse come una girandola impazzita. Gagarin fu sballottato in tutte le direzioni. Imprecò, urlò, chiese aiuto al centro di controllo; cercò di impossessarsi, senza riuscirci, della chiave sigillata che teneva nella tasca della tuta, nella consapevolezza che anche prendendo in mano i comandi non avrebbe mai saputo uscire da una situazione drammatica come quella. La Vostok, più che planare verso terra, precipitava. Il pilota percepì voci lontane che dal centro di controllo a Baikonur, via radio, gli comunicavano notizie e ordini assurdi: malfunzionamento, impatto improvviso, situazione di emergenza, non cedere al panico.

In un attimo di folle lucidità, Gagarin si vide perduto e pensò: difficile non cedere al panico quando stai per sfracellarti al suolo da un’altezza che nessuno ha mai sperimentato prima.

Gli restava un’ultima possibilità. Guardò il cruscotto: la strumentazione dava la Vostok a un’altitudine di ottomila metri.

Se riuscissi a sganciare il seggiolino eiettabile e ad aprire il paracadute, pensò, forse potrei sopravvivere fino a terra. La mia tuta è pressurizzata e riscaldata.

Gagarin posò gli occhi sgranati sulla radio di bordo, mentre la capsula continuava la sua terribile spirale negli strati alti dell’atmosfera.

Urlò che gli sganciassero il seggiolino.

Si augurò che qualcuno, laggiù, lo avesse ascoltato.

* * *

Erano le dieci e mezza della mattina.

Mentre seminava un campo intorno a Smielovka, come se una voce misteriosa l’avesse chiamata, l’anziana contadina levò lo sguardo al cielo e vide la sottile linea di fuoco che disegnava un arco dolce nel cielo. La linea di fuoco si allungò, sempre più veloce, poi scomparve dietro la cresta di una collina lontana. La vecchia non aveva mai visto nulla del genere: dopo qualche istante, quando da quella direzione una sottile colonna di fumo grigio prese a salire verso le nuvole, scosse la testa e tornò al suo lavoro di sempre.

Anche a Baikonur, nel centro di controllo, regnava un silenzio perfetto.

Le ultime parole le aveva pronunciate il maggiore Pavel Alexievic Gagarin, pochi secondi prima di schiantarsi al suolo, con una freddezza che aveva sconcertato tecnici e burocrati di partito: Per la grande madre Russia, sono perduto. Dite a mia moglie Svetlana e a mia figlia Irina che le amo come la mia stessa vita. E poi abbracciate forte mio fratello Yuri. Spero che la sua missione nello spazio sia più fortunata della mia.