Archive for the ‘Il Piccolo Scrivano’ Category

Sono circondato da un milione di persone, ma io mi sento ancora solo (un post di Alfredo)

martedì, novembre 7th, 2017

Essere invitati alla presentazione di un libro, di sabato sera, a 50 km da Napoli, non fa fare salti di gioia.

Non potevo dire di no e allora, rassegnato, sono andato. Arrivato stranamente puntuale, mi sono trovato in un bel complesso sportivo nel cui interno c’era una sala pronta per la presentazione con poca gente in attesa.

Salutato l’autore, la moglie, i figli, i genitori, con estrema meraviglia ho assistito al progressivo riempimento della sala, posti in piedi, da parte di parenti e amici che, felici di esserci, trasmettevano una contagiosa, serena allegria.

La mia vecchia abitudine di non sedermi in prima fila mi ha permesso di vedere la felicità della mamma che, con gli occhi che le brillavano, si ciaciava* a vedere il figlio che rispondeva, quasi imbarazzato, alle domande dell’editore più imbarazzato di lui.

Non vi parlerò della grazia del balletto che ha introdotto la prima lettura, né della passione che hanno messo tutti i lettori di alcuni capitoli del libro, ma dell’affetto che si respirava nell’aria e che tutti volevano far sentire all’emigrante che aveva avuto successo nel profondo nord.

Alla fine tutti a comprare il libro con la dedica dell’autore e a bere un buon prosecco rigorosamente trevigiano.

Complimenti Gaddo e grazie per avermi fatto passare una bella serata con te e con i tuoi amici!!!

PS Grazie per la dedica che mi hai scritto, ma forse hai esagerato!

(Alfredo)

* ciaciare: verbo napoletano che indica l’atto di bearsi, godere di una certa situazione. 


Alfredo Siani, lo sapete, mi onora da anni della sua preziosa amicizia. Come ha annotato nel suo resoconto (molto ironico, come è nel suo stile) della serata, si è sciroppato un bel po’ di strada, di sabato sera, ed è venuto a farmi compagnia in uno dei momenti più intensi della mia vita. È arrivato, elegantissimo, ha mandato in brodo di giuggiole mia madre con due complimenti molto ammodo, ha seguito la presentazione e poi, dopo il prosecco, si è congedato. Lasciandomi, tra le righe, uno spunto di riflessione su cui ho passato buona parte delle poche ore insonni trascorse tra il saluto all’ultimo ospite e la partenza all’alba dell’aereo: cos’è davvero un emigrante?
Io non mi sono mai sentito un emigrante: ho sempre considerato le frontiere una fregatura a uso e consumo dei pochi furboni che governano il mondo. Però, in qualche modo, Alfredo ha ragione. E ha ancora più ragione se ripenso ad altre parole, quelle che mi ha detto durante una lunga telefonata che ci siamo fatti l’altro ieri: Tu hai una visione riduttiva della cosa. L’emigrante è quello che porta in altri luoghi la propria cultura e le proprie esperienze di vita. È l’ambasciatore all’estero della sua terra.
E lì ho capito. Ho capito il senso di tutta la mia fatica degli ultimi anni. Ho compreso il genere di responsabilità che mi porto sulle spalle quando conduco a termine, tra incredibili difficoltà, qualunque progetto lavorativo. O quando coltivo amicizie, abbraccio persone, mi perdo in dialoghi bizantini con persone che hanno una storia completamente diversa dalla mia e lascio che queste diversità, invece di separarci, ci arricchiscano.
Su una cosa però nutro ancora dubbi forti. Cos’è un uomo di successo? Io, se ripenso alla mia vita, non trovo motivi per sentirmi tale: non ho compiuto nessuna azione che passerà alla storia, non ho mai avuto idee che cambieranno il mondo. Un’amica su facebook mi ha scritto, pochi giorni fa: adesso che sei un uomo di successo, cos’altro desideri? Beh, in quel momento ho pensato solo una cosa: se fosse possibile vedere quanto sono basici i miei desideri, quanto elementari, e quanto sarei disposto a rinunciare della mia vita attuale per poterli realizzare, resteresti senza parole.
Ah, dimenticavo: Alfredo, la dedica sulla tua copia del romanzo non è esagerata. E tu lo sai.

La canzone della clip è la celeberrima “Home”, di Michael Bublè, dall’album “Westlife” (2003). L’interpretazione è di Mimmo De Pasquale: eravamo alla fine della presentazione del mio romanzo, a Sparanise.

 

 

Le interviste radiologiche possibili #03: Lorenzo Bonomo

venerdì, ottobre 27th, 2017

Ho conosciuto Lorenzo Bonomo tre volte, prima che lui si ricordasse di me.

La prima volta è stata nella primavera del 2002. Mi ero appena trasferito a Treviso ed era in corso l’ultima, epica battaglia per la presidenza della SIRM: quella tra lui e il professor Bartolozzi. Lorenzo Bonomo si presentò in un giorno di metà primavera, elegantissimo. Ci riunimmo con lui nella biblioteca e lui ci parlò brevemente del suo programma elettorale. All’epoca, radiologhino giovane giovane e tutto sommato ancora neospecialista, fu il primo contatto con una SIRM che, memore degli anni tristi di specialità, solo parlarne mi veniva la pelle d’oca.

La seconda volta fu la sera della cena di gala del congresso di Radiologia Toracica SIRM del 2013, a Verona. Ero entrato da poco nel Consiglio della Sezione ma lui non mi conosceva, non ero stato un suo allievo né prima di allora avevo mai frequentato il mondo accademico italiano. Arrivai tardi alla cena e sembrava non ci fosse posto per me: lui chiamò il cameriere, fece aggiungere una sedia accanto alla sua, costrinse gli altri commensali a stringersi e fu il mattatore della serata fino al momento in cui decise che la cena era finita, e si alzò in piedi. Perché dovete sapere che le cene, con Lorenzo Bonomo, vanno sempre a finire così: a un certo punto il Professore si alza, e la cena è finita. Avevo accanto, dall’altro lato, un valentissimo radiologo toracico. Gli dissi all’orecchio, sogghignando: Io guardo il professore e non posso non immaginarmelo vestito da cardinale. E il collega, in un soffio: Guarda che nell’ambiente lo chiamano proprio così, il Cardinale. Trasecolai.

La terza volta fu al congresso sull’Rx torace standard che la Sezione tenne a Roma, a casa sua, nel 2014. L’idea dovette piacergli proprio tanto, perché da quel momento ha cominciato a riconoscermi e a chiamarmi per nome: per lui ero diventato, probabilmente, quello del torace standard. In quella circostanza gli chiesi: Che ne dice se la intervisto e pubblico tutto sul blog? Lui rispose: Fammi avere le domande. E io: No, professore, senza domande, come se fosse una chiacchierata. Mi guardò strano, quella volta, e infatti mi ci sono voluti altri tre anni per riuscirci.

Racconto tutto questo perché Lorenzo Bonomo è un personaggio fuori dall’ordinario della Radiologia italiana. Lui è tra quelli che in Italia è riuscito a fare tutto quello che si può immaginare: cattedratico in una delle Scuole più prestigiose del paese, Consigliere nazionale e poi Presidente della SIRM. E poi è riuscito a varcare i confini nazionali e diventare il Presidente della Società Europea di Radiologia. Di questo incarico lui va fierissimo, ma ne parleremo alla fine.

Il professore mi aveva invitato a casa sua per una cena casalinga pugliese cucinata da sua moglie, e la cosa aveva lasciato di stucco quanti lo avevano saputo. E’ un onore riservato a pochi, mi dicevano con gli occhi sbarrati. Poi la moglie è dovuta correre all’improvviso in un’altra città, a occuparsi del nipotino, e la cena casalinga è saltata. Ci siamo incontrati in un ristorante, alle otto di sera. Lui era già lì, mi ha visto dalla vetrata ed è venuto fuori a chiamarmi. Elegante come quella volta della visita a Treviso: camicia bianca a righe, giacca scura, cravatta a disegni rossi e neri.

Gaddo: Buonasera, professore, come sta?

Professor Bonomo: Bene, Gaddo. E tu?

Siamo entrati nel ristorante, tutto specchi, che era già pieno di avventori. Il professore avrebbe desiderato un tavolo appartato, e invece abbiamo cenato accanto a una coppia di poche parole. L’incontro è stato combinato senza che concordassimo le domande. Così, come una chiacchierata tranquilla tra il Maestro e un allievo qualunque.

G: Io ho subito una domanda da farle.

B: Spara.

G: Ci sono medici nella sua famiglia? Voglio dire, lei è figlio d’arte?

Lorenzo Bonomo sorride e comincia a snocciolare i nomi dei parenti medici pugliesi, una collezione lunghissima. Cita anche due zii, uno ordinario di clinica medica e uno di clinica chirurgica.

G: Perché non è rimasto in Puglia a studiare, allora?

B: Tu prova a pensare a cosa sarebbe successo se io fossi rimasto a Bari a studiare. Qualunque cosa avessi realizzato nella vita, ci sarebbe stato sempre qualcuno pronto a dire che il merito non era il mio ma dei miei parenti.

G: E allora perché proprio Roma?

B: Perché all’epoca era stata appena fondata l’università cattolica, credo nel 1961. Era una specie di campus universitario all’americana, per essere ammessi c’era bisogno di un voto alto di diploma e poi di superare test attitudinali e un colloquio.

G: Un colloquio?

B: Certo.

Lo dico con una certa ammirazione pensando a come dovrebbe essere strutturato oggi, e invece non è, l’accesso a medicina: mi sembra assurdo che non sia previsto un test psico-attitudinale per iscriversi a una facoltà che ti porterà verso un lavoro difficile non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello psicologico. Incredibile che negli anni ’60 qualcuno ci avesse pensato, con così tanto anticipo sui tempi. Adesso invece abbiamo i test di cultura generale, come se sapere chi ha vinto Sanremo nel 1983 o quanti cerchi conta l’Inferno di Dante possa avere qualcosa a che fare con l’essere un bravo medico.

G: E poi?

B: Poi a un certo punto si è presentata anche la possibilità di studiare a Parma. Siamo andati su in auto, io e mio padre. Arrivammo di sera, la sede degli studenti era un casermone in cui avevano ricavato degli appartamenti. Bussammo alla porta e chiedemmo a qualcuno di farci vedere le stanze. Ci vennero ad aprire dei ragazzi in pigiama che stavano studiando sulle loro scrivanie, con la lampadina che pendeva sopra le loro teste. Dissi a mio padre: E’ un’altra cosa, ma va bene così.

G: Però poi è andato a Roma.

B (divertito): Si, la domanda alla Cattolica era già stata inoltrata e ci avevano detto che il responso sarebbe arrivato a mezzo posta. Avevano anche specificato che avremmo capito il risultato dallo spessore della busta: le risposte negative erano in buste sottili, quelle positive in buste più spesse che contenevano anche tutta la modulistica da compilare.

G: La sua deve essere stata bella spessa, allora.

B: Una mattina mia madre mi venne a svegliare che ancora dormivo. Lorenzo, è arrivata posta! Da lì è partito tutto.

Lorenzo Bonomo continua il racconto. Come è già accaduto con altri universitari che ho conosciuto, lui ricorda tutto: date precise, a volte l’ora degli eventi narrati, i nomi di tutti e a distanza di anni. L’espressione del suo viso, durante tutta l’intervista, mentre ricorda fatti accaduti decenni prima, cambierà poche volte. A volte sarà divertita, a volte cogitabonda, ma sempre estremamente misurata. Proverò diverse volte a farlo sbilanciare, nel corso della serata, ma lui rimarrà sempre impassibile. Se non lo è già stato sul serio, scommetto il quinto dello stipendio che Lorenzo Bonomo sarebbe un ottimo giocatore di poker. Gli racconto la storia del mio colpo di fulmine con la Radiologia: i dubbi al quinto anno su dove chiedere la tesi, la reticenza a frequentare i corsi obbligatori in reparto, l’obbligo della firma, i sintomi dell’innamoramento già all’uscita dal primo pomeriggio di frequenza. Ricordo ancora perfettamente la mia sensazione di meraviglia: Ma allora è questa la Radiologia!

G: E lei? Perché ha scelto Radiologia?

B: Non vorrei deluderti, ma io non ho avuto un colpo di fulmine come il tuo. Ho scartato diverse ipotesi prima di scegliere, anche fare il chirurgo mi sarebbe piaciuto ma poi mio zio mi dissuase, disse che era un lavoro infame. Alla fine avevo fatto la tesi in Radiologia, mio zio disse: Perché non ci provi? La radiologia è una disciplina dal grande futuro.

G: La tesi su cosa?

B (sorridendo): Sulla fluoroelettrometria, una cosa che pochi anni dopo già non esisteva più. Ero andato a chiedere una tesi rapida, che non mi impegnasse molto. Volevo finire a tutti i costi alla sessione di luglio perché tutti mi avevano detto che l’estate dopo la laurea è la più lunga della vita, e che non ne avrei mai più avuta una così.

G: E l’ha avuta?

B: Certo. La chiesi a un giovane universitario, aveva undici anni più di me. Si chiamava Pasquale Marano.

Io ho del professor Marano un ricordo, indelebile, che risale ai tempi del primo congresso sul torace standard, quello che organizzai a Treviso. Il professore era già in pensione da tempo, e immagino che accettò l’invito solo per una questione di cortesia verso alcuni dei suoi più cari suoi ex-allievi. Gli fu affidato l’incarico di aprire i lavori con una lettura: e lui ci sorprese parlando non di Radiologia ma di formazione. Che un uomo di quella età potesse avere una visione così lucida del presente e del futuro della formazione medica mi impressionò moltissimo, ne conservo ancora un ricordo molto vivido. Dopo la tesi, tuttavia, le cose non andarono benissimo. Lorenzo Bonomo fu affidato a un tutor, di cui ha evitato di fare il nome, dal quale non si sentiva seguito come lui avrebbe desiderato. Abbandonato in diagnostica da questo radiologo che ricompariva solo per portarlo in mensa, e che il pomeriggio lo redarguiva per aver fatto poche proiezioni radiografiche rispetto a quelle che avrebbe voluto, pensò di cambiare strada. Ebbe finalmente un appuntamento con un noto professore di Chirurgia Pediatrica.

G: Come andò l’incontro?

B: Guarda, un disastro. Io arrivai puntuale, la segretaria mi fece passare. Il chirurgo mi disse che avevo dieci minuti, cominciai a parlare ma lui neanche mi ascoltava. Spostava fogli, sistemava cartelle, mi diceva: parla, parla, ma stava pensando ad altro. Alla fine disse: Se solo fossi venuto la settimana scorsa ti avrei dato un posto da assistente. Nemmeno aveva capito per quale motivo fossi andato a parlargli.

G: Bella personcina.

B: Però, come tante altre volte, questa esperienza mi è servita. Gli anni seguenti, quando uno studente mi chiedeva un colloquio, sai che facevo? Mi segnavo l’appuntamento sull’agenda, mezzora o quello che era, poi quando lo studente arrivava dicevo alla segretaria di non passarmi nessuna telefonata finché non ci avesse visto uscire dallo studio. Non avrei mai voluto far passare a un ragazzo quello che avevo passato io quella volta.

Anche questa è bella, per uno come me che da studente ha dovuto fare spesso anticamera di ore, su un divano piazzato davanti alla porta del professore, senza nemmeno la certezza di essere ricevuto. Comunque sia, il Professore torna in Radiologia, parla con il dottor Marano e si fa cambiare il piano formativo. Va a Milano a imparare una tecnica nuova, l’angiografia, e la porta per primo a Roma. A Milano, incredibilmente, incontra la donna che poi sposerà: si conoscevano da bambini, l’incontro milanese fu del tutto casuale. Alla fine, quando Marano diventa professore e gli affidano la cattedra a Chieti, lui lo segue.

B: A Chieti sono stato, alla fine, più di vent’anni. Chieti è una città piccola che mi ha insegnato una cosa fondamentale: non puoi inserirti nel tessuto sociale di una città se non impari a frequentare le persone, se tua moglie non partecipa con te alla vita di ogni giorno. Quando arrivano le mogli le porte delle case si aprono come per magia, e se vanno via si richiudono.

G: Come è stata l’esperienza? Voglio dire, andar via da Roma.

B: A Chieti di radiologico non c’era nulla, all’epoca, abbiamo creato tutto da zero. E’ stata una fatica grande ma si era creato questo circolo virtuoso, questa connessione con Roma. Non è che fossimo sempre d’accordo, Marano e io. Lui quando c’era da prendere qualche decisione importante mi chiedeva sempre cosa ne pensassi. A volte avevo altre idee, lui mi ascoltava e poi diceva: Ho capito, ma si fa come dico io. E’ giusto così.

G: Poi?

B: Poi a un certo punto il professor Marano è tornato indietro, alla Cattolica, ed è toccato a me andare avanti. Ricordati sempre queste parole, Gaddo: non sono i posti a fare le persone, ma sono le persone a fare i posti.

Questa andrebbe scolpita sulle architravi di ingresso dei reparti di Radiologia, ma vabbè.

G: Però adesso ci siamo arrivati. Questa SIRM, Professore. Che mi dice?

Il Professore ha uno dei suoi sorrisi, ma questa volta mi sembra un pò amaro. Mi racconta di quando fu per la prima volta Consigliere, l’unico eletto della lista perdente, e non gli diedero nulla da fare per i quattro anni di mandato. Mi racconta della disfida con Bartolozzi, il suo tentativo di risolvere la questione senza troppi danni per nessuno, e mi fa nomi e cognomi di chi non volle sostenerlo. Ha parole di elogio per Del Favero, il Presidente che portò la carica da quattro a due anni: dice che è stato un uomo di limpidezza straordinaria.

G: Come è riuscito a lavorare per la SIRM sapendo che in tanti non l’hanno mai amata?

B: Io sono uno che dice quello che pensa, a qualcuno può non essere andato bene. Ma vedi, il problema della Radiologia italiana non è la SIRM. Tu credi che nel 2050 noi staremo ancora qui a dire ai pazienti “fermo non respiri?” No, qui sta cambiando tutto. Tu, per esempio, che ne pensi dell’intelligenza artificiale applicata alla nostra disciplina?

G: Penso che tra vent’anni rischiamo di essere sostituiti dai computer. Una volta che avremmo insegnato alle macchine a riconoscere i pattern TC del torace, per dire, il pattern cistico o quello fibrosante eccetera, un algoritmo raffinatissimo metterà insieme clinica, laboratorio, anamnesi e dati radiologici. Le macchine faranno diagnosi senza di noi, ci penserà il clinico a mettere insieme il tutto.

B: Io non ne sono così convinto, credo che l’intelligenza umana abbia ancora un margine per essere indispensabile, per riuscire a tirare le conclusioni di un caso complesso. Il problema è piuttosto un altro: le scuole di specialità italiane sono in caduta libera, non riescono più a formare professionisti adatti ai cambiamenti che ci aspettano dietro l’angolo. Il successo del tuo corso sul torace standard da dove credi che nasca? Nessuno insegna più i fondamentali della Radiologia.

G: Questo è vero, è un pò come imparare latino e greco al liceo. Non ti serviranno a nulla, nella vita, però sono indispensabili a sviluppare un metodo utile per tutti gli altri processi di apprendimento. Per me è stato così.

B: Allora è da lì che dovremmo ripartire.

G: Ma non crede che una sana competizione elettorale, come quella che lei ha avuto con Bartolozzi all’epoca, possa giovare alle sorti della SIRM? Non crede che i soci dovrebbero poter scegliere tra posizioni differenti?

B: Io credo che, alla fine, i bisogni della Radiologia italiana siano quelli di cui parlavamo prima. E’ difficile che due candidati possano esprimere, in questi anni, posizioni così radicalmente differenti.

G: Mah, io grazie al blog sento molti soci e molti altri che alla SIRM non vogliono iscriversi per partito preso. In tanti sostengono che questo sistema crea delle cordate indistruttibili, sistemi di potere che non si conciliano molto con la crescita della nostra professione.

B (con quello sguardo ironico che continuerà a regalarmi fino alla fine): Senti quest’altra cosa che ti dico. La vita è come un pendolo: non puoi fargli cambiare direzione finché non ha finito il suo arco. A quel punto la direzione cambierà da sola.

La cena si avvicina alla fine. Abbiamo fatto fuori la bottiglia di Pegorino bianco ghiacciato che il Professore ha scelto all’inizio e scelto il dolce: lui gelato nocciola pistacchio, io una madeleine al cioccolato con la crema di zabaione sopra. Decido che è arrivato il momento di sparare l’ultima cartuccia.

G: Professore, un’ultima cosa, ma prometta di essere sincero. Lei ha rimpianti?

Lorenzo Bonomo ha l’unico sussulto della serata, l’unica risposta non ponderata che butta fuori quasi in tempo reale.

B: No! Assolutamente. Io sono stato un uomo fortunato, molto fortunato. Ho avuto la fortuna di un lavoro appassionante, sono stato presidente della SIRM, ho girato il paese per congressi. Una volta, tanti anni fa, quando giravano pochi soldi, partivamo di notte e dormivamo nelle cuccette dei treni. Arrivavamo la mattina, ci facevamo la barba negli alberghi di giorno e andavamo al congresso. Mi sono divertito, Gaddo, e poi ho avuto l’onore di essere il messaggero della Radiologia europea nel mondo. Cosa potrei pretendere di più?

G: E che prezzo ha dovuto pagare per tutta questa fortuna?

B (con un’ombra di malinconia che gli passa, rapidissima, sul viso): Certo, ho avuto anche la fortuna di una famiglia che mi ha permesso di stare via da casa tanto tempo, una moglie che c’è sempre stata, che si è occupata dei figli. Ho avuto collaboratori straordinari, instancabili, sia a Chieti che a Roma. Ma il punto è un altro.

G: Quale, professore?

B: Gaddo, lo vedi questo bicchiere? C’è solo un dito di vino dentro, ma per me è sempre mezzo pieno. E’ questo che ha fatto la differenza, nella mia vita.

 

(Roma, 26 ottobre 2017)

 

Dobbiamo entrare per uscire

lunedì, novembre 21st, 2016

Lo so, il Professore avrà da ridire sul fatto che sul blog continuo a non parlare di Radiologia. Ma questo anno appena trascorso, tra le molte cose positive, mi ha restituito per intero la voglia, o forse il bisogno disperato, di scrivere. E poi la Radiologia va a gonfie vele, non ha bisogno di incoraggiamento.

Dopo “Il centro del cerchio”, che ormai vive di vita propria e si avvicina alla seconda ristampa grazie alla incredibile comprensione di molti lettori fiduciosi, ma che è stato scritto la bellezza di quindici anni fa, c’è qualcosa di nuovo. E’ un racconto lungo, una storia brutta che parla della sporcizia della vita, di famiglie sfasciate, disamori e sesso inutile, ed è fatto di tante storie più piccole incastrate l’una dentro l’altra, come scatole cinesi, fino al finale a sorpresa che, almeno spero, uno non si aspetta.89486233-512-k784964

Ho deciso di pubblicarlo a puntate su www.wattpad.com (c’è anche una app per Apple e, credo, per Android): una piattaforma libera in cui è possibile pubblicare, essere letti, interagire in qualche modo con i lettori. Insomma, il posto giusto per la storia che mi è costata più fatica e dolore scrivere: al punto che ci ho impiegato un anno intero e stati d’animi talmente variabili che la parte iniziale sembra scritta da una persona diversa da quella che ha poi messo la parola fine.

Se decidete di leggerla siate pazienti e, soprattutto, poi non guardatemi male. Non è una storia per bambini, non ha nessun lieto fine, e spero gratti come la carta vetrata. Il mio nickname, su wattpad, è gaddo1968.

Poi fatemi sapere, mi raccomando.


La canzone della clip è “The carpet crawlers”, dei Genesis, tratta dal leggendario album “The lamb lies down on Broadway (1974). Certe volte, per uscire da un luogo, devi saperci entrare per l’ultima volta.

Ma il film è tristemente noioso perché lei lo ha già vissuto dieci volte o più

giovedì, ottobre 20th, 2016

Con la pubblicazione del romanzone è successa una cosa molto carina: in tanti mi avete inviato la foto con il libro, in mano, sulle mensole delle vostre case o sulle scrivanie dei vostri studi. Il che, come immaginate, mi ha fatto molto piacere: al punto che ho creato un collage di foto che via via diventa sempre più grande e variopinto.

Qualcuno, Ester in testa, si è posto una domanda non da poco: ma perché Matteo Toscano si chiama proprio così? Cosa si nasconde dietro la scelta, non casuale, di questo nome? Bene, approfitto di questa occasione per rispondere a quanti me lo hanno chiesto.

Il cognome del protagonista ha una duplice origine. Da un lato è un omaggio alla mia defunta nonna paterna, che l’era di Lucca; dall’altro un omaggio a uno dei film che hanno segnato la mia adolescenza. Si tratta di “Io, Chiara e lo Scuro“, film del povero Francesco Nuti: il soprannome del protagonista, accanito giocatore di biliardo, era proprio “Toscano”.

Sulla scelta del nome Ester ha immaginato motivazioni molto raffinate, ma la realtà dei fatti come sempre è molto più terra terra. Matteo era il nome che avrei voluto dare a mio figlio, se ne avessi mai avuto uno, prima che tutta Italia cominciasse a chiamare i propri figli Matteo e Mattia e ci fosse quel delirio collettivo che ha condotto le maestre delle scuole elementari a trovarsene sei o sette in ogni classe. Con grande nocumento loro e dei bambini.


La canzone della clip è “Life on Mars”, di David Bowie, tratto dall’album “Hunky Dory” del 1971. Ve la propongo in una versione live del 1999, in occasione di un Net Aid: la quale ci costringe ad ammettere, con la malinconia e l’invidia bonaria che è propria degli uomini ordinari, e al di là delle sue doti di compositore e cantante, che quell’uomo era proprio un gran figo.

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno, giuro che lo farò

mercoledì, ottobre 5th, 2016

Tra le centouno cose da fare assolutamente nella vita, per le seguenti sono ormai già a posto:

– scrivere un romanzo ✅ (più di una volta)

– farsi pubblicare un romanzo senza compartecipazione alle spese ✅

– fare una presentazione del proprio romanzo davanti a molte persone ✅

Che poi, devo dirlo, è stato molto emozionante per davvero. Complice uno scrittore serio, Alessandro Cinquegrani, che non incidentalmente è anche un caro amico, i tre quarti d’ora sono passati così veloci che non me ne sono nemmeno accorto; e alla fine mi sono ritrovato a buttare questo mio enorme cuore tra le stelle, proprio, e a raccontare cose molto personali con una leggerezza d’animo che mai avrei creduto possibile. Certe volte, insomma, dopo che ha finito di fare lo slalom tra le cazzate di cui è piena la mia vita, il bambino di otto anni che ero può dirsi moderatamente fiero di me.

Adesso quel libro sarà letto da qualcuno è poi finirà infilato, come è giusto che sia, in qualche libreria più o meno ordinata: vi prego, non mettermi accanto al primo romanzo che vi capita. Se è possibile, se non vi causa troppo disturbo, scegliete una posizione in cui possa star vicino a qualche scrittore che ho veramente amato. Tipo Svevo, per dire.

(Poi, a proposito di Svevo, neanche a farlo apposta qualche giorno dopo sono a Trieste e scopro che il mio è un hotel “letterario” che una volta, tanti anni fa, ha accolto James Joyce. Quindi salgo in camera e scopro che la scrivania è piena di libri, messi a disposizione dei clienti, e la televisione è spenta. Ecco un buon modo per riconciliarsi con sè stessi e richiudere in fretta il buco doloroso che si è aperto nel petto, solo pochi minuti prima)


La canzone della clip è “La donna cannone”, di Francesco De Gregori (1984). La canzone del mio primo bacio, tempo antico che non rimpiango affatto, che parla della speranza di buttare un cuore enorme  tra le stelle. Il mio adesso è proprio lì, in mezzo alle stelle del firmamento, e spero ci rimanga il più a lungo possibile.