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La fine del mondo

domenica, 22 luglio 2012

Vado a dormire sereno, dopo aver spento la tivù e controllato che i due bimbi, nella loro cameretta, stiano dormendo come due angioletti. Leggo qualche pagina dell’ebook reader, poi spengo la luce e mi dispongo in posizione fetale su quei due o tre pensieri che da sempre mi inducono il sonno meglio del valium. Il sonno arriva, tutto diventa nero, il cervello riduce al minimo l’attività elettrica e accende la luce rossa dello stand-by.

La mattina dopo mi risveglio con un mal di testa micidiale. Sono carponi, ho la testa appoggiata al muro della camera da letto e in quel punto preciso la vernice del muro è scrostata come se avessi dato una poderosa testata; il che, vista l’entità del mal di testa, e più che possibile. Mi alzo a fatica e resto a bocca aperta: la casa è un macello, la libreria a terra con tutti i libri sparsi per la sala, il televisore sfrigola elettricità a faccia in giù in una larga pozza di acqua, il divano rovesciato davanti alla porta chiude qualunque via di uscita. Ma il peggio è fuori dalla finestra: c’è acqua dappertutto, lambisce le mie finestre del primo piano e all’orizzonte non riesco a individuarne la fine come se un lago immenso si fosse posato in piena notte su Treviso. Per un qualche caso fortuito il mio quartiere non è stato completamente sommerso dalle acque, ma in lontananza, mentre l’enorme lago viene solcato da piccole barche di fortuna, si intuisce il campanile del Duomo che emerge dalle acque come un gigantesco dito puntato verso il cielo.

E allora capisco: è arrivata, è arrivata la fine del mondo, non doveva essere in piena estate ma è arrivata, e adesso cosa facciamo, cristo, vado a svegliare mia moglie e i bambini e mi assicuro che anche loro stiano bene, poi cerchiamo di fare mente locale ma i bimbi piangono terrorizzati perché la nostra terrazza è sotto il pelo dell’acqua e il paesaggio allucinante di distruzione liquida si stende sotto un assurdo cielo azzurro e solcato da nuvolette bianche e soffici, e dopo aver realizzato che la casa per adesso tiene botta e che la risalita delle acque sembra essersi fermata facciamo il conto delle provviste che ci restano in casa e ci mettiamo a fare ipotesi su come fuggire da lì, ma fuggire per andar dove, c’è acqua dappertutto e noi da brava gente di pianura in casa non abbiamo neanche un canotto.

Poi mi viene in mente l’ospedale, se casa mia non è tutta sommersa forse anche i piani alti dell’ospedale potrebbero essere all’asciutto; e dico a mia moglie che dovrei andare a vedere cosa è successo laggiù, la strada a piedi non è molta ma non è che a nuoto si possa dire la stessa cosa.

Ed è proprio parlando di come raggiungere l’ospedale che mi sveglio. Sono nel mio letto, i mobili sono al loro posto, fuori dalla finestra la pianura è asciutta e soleggiata. Tutto a posto, insomma, solo un brutto sogno come tanti. Nessuna fine del mondo, pare, a parte lo spread che continua a salire come un’onda anomala.

Cronache dal futuro

sabato, 13 agosto 2011

Caro Lorenzo,

io per adesso sto bene, tu e la mamma non dovete assolutamente preoccuparvi per me. Anche se da quando siete partiti è accaduto di tutto, da queste parti, e siccome non so se la connessione internet dei nonni ti consenta di seguire gli sviluppi della crisi voglio metterti al corrente di quanto è successo.

Lo sai, dopo Londra è stata la volta di Parigi. Poi Madrid, Berlino, Atene, persino Stoccolma. Ne abbiamo già parlato quando eri ancora qui a Treviso: dopo il default non mi aspettavo che anche Roma andasse in fiamme così in fretta. Soprattutto non mi aspettavo che i barbari calassero sulla capitale. Chi cavolo fossero e da dove venissero quei ragazzi incappucciati, che parlavano lingue straniere e hanno spaccato le vetrine delle banche e dei negozi, divelto idranti e bruciato automobili e ammazzato animali e persone e lanciato pietre e bombe molotov contro quelle poche forze dell’ordine rimaste, io proprio non lo so. Alla fine, credo che lo abbia visto anche tu su internet, i barbari sono arrivati alle porte del Parlamento.

Dopo il cedimento degli ultimi cordoni di polizia, hanno stanato i pochi parlamentari barricati in Camera e Senato e li hanno condotti con la forza nelle piazze del centro. In quelle piazze i parlamentari sono stati processati sommariamente da un improvvisato Tribunale del Popolo e altrettanto sommariamente giustiziati. Li hanno appesi ai pali della luce. Sono rimasti lì, appesi, per giorni interi.

Ma sono morti in quel modo infame solo i rincalzi, le seconde linee, quelli che non avevano previsto il tracollo del sistema e non si erano preparati per tempo la via di fuga. Mentre gli altri, i veri responsabili, erano già da tempo nei paradisi fiscali a cui avevano affidato da decenni le proprie personali fortune.

Poi è cominciata dappertutto l’anarchia, anche qui da noi. Di giorno le strade erano stracolme di invasati che saccheggiavano supermercati, centri commerciali, qualunque negozio che vendesse beni di consumo, anche quelli ormai inutili. Di notte gli incendi sono divampati in tutte le città del centro e del nord, se tu vedessi in che condizioni è ridotta adesso Piazza dei Signori non riusciresti nemmeno a riconoscerla, sembra quella delle foto dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

E adesso, figlio mio, sono barricato in ospedale, nel mio reparto, e da qui ti scrivo questa e-mail approfittando del ritorno temporaneo della corrente elettrica. Non so quanto durerà, perché da quando le forniture di petrolio sono state sospese la corrente va e viene e noi medici non riusciamo più a lavorare in modo decente. Ho saputo che alcuni ospedali della provincia sono stati saccheggiati, ma quelli più grossi per adesso li stanno lasciando in pace. Anzi, lungo tutto il perimetro dell’ospedale ci sono milizie armate che controllano chi entra e chi esce, non so chi gli fornisca le armi ma a quanto pare, anche se ci tengono segregati qui dentro, in un certo senso ci stanno proteggendo. Il guaio è che gli unici medici davvero operativi in questo momento sono gli internisti, anche se le scorte di farmaci sono quasi esaurite. I chirurghi fanno quello che possono, perché se salta la corrente anche le sale operatorie vanno in malora e i pazienti critici muoiono come mosche nonostante tutto l’impegno che ci mettono gli anestetisti.

Noi radiologi per lo più ci giriamo i pollici. La Tac è ferma da due giorni perché è saltato il tubo radiogeno: ci hanno detto che possiamo scordarci il pezzo di ricambio, e comunque il mezzo di contrasto è già finito da tempo. La risonanza magnetica ancora peggio: nei primi giorni di casino un tecnico fuori di testa, uno in mezzo ai comitati di gestione che si sono formati quando le forze dell’ordine sono sparite dalla circolazione, ha deciso tutto da solo che per distruggere il sistema bisognava partire dalla sanità, e ha premuto il pulsante del quench. Credo che gli abbiano già fatto la pelle i suoi stessi compagni di merenda, ma ormai il danno è fatto e la risonanza magnetica è fuori uso definitivamente. Quando ritorna la corrente elettrica ci precipitiamo a fare quante più ecografie è possibile, vediamo anche dieci o quindici pazienti in un quarto d’ora, poi torna il blackout e non sappiamo quanto ancora staremo fermi. E’ il guaio di aver scelto una disciplina così tecnologica, immagino, ma chi poteva immaginare che ci saremmo trovati in una situazione del genere? C’è di buono che tutti gli altri sono costretti a fare di nuovo i medici, e noialtri cerchiamo di imparare qualcosa da loro. Ieri, per esempio, un chirurgo mi ha insegnato a dare i punti di sutura: che è l’urgenza più frequente, ogni giorno arrivano in ospedale centinaia di persone con ferite di ogni tipo, specie da coltello.

Quanto a te, Roberta e mamma, non sai che sollievo mi ha dato l’sms con cui mi avete avvisato di aver passato il Garigliano senza grossi problemi. Adesso so che siete in buone mani, i nonni si prenderanno cura di voi e poi da quel poco che trapela da internet pare che lì al sud le cose vadano un poco meglio, che i disordini siano meno violenti e che si trovi da mangiare con meno difficoltà. Ieri ho visto su YouTube il filmato del ritorno a Napoli di Carlo di Borbone, ad aspettarlo sul porto c’erano i soliti politici riciclati per l’occasione ma anche un sacco di facce nuove. Il commento audio diceva che erano i maggiorenti delle principali famiglie mafiose di Campania, Calabria e Sicilia: d’altro canto se al sud si è riusciti a mantenere una parvenza di ordine forse il motivo è proprio quello, lì è sempre esistito uno stato dentro lo stato e quello più importante non era di certo lo stato nazionale. Sono curioso di vedere come se la caverà Re Carlo in questo casino, la secessione è avvenuta talmente in fretta, credo che lo costringeranno con le spalle al muro fin da subito ma se c’è una zona d’Italia che si riprenderà in fretta, passata la crisi, forse è proprio il nuovo Regno delle Due Sicilie.

Per quanto riguarda me, conto di raggiungervi appena la situazione me lo consentirà. Un giorno, quando sarà passato abbastanza tempo, capirai il perché della mia scelta e mi perdonerai per non essere scappato con voi. Ogni uomo nella vita ha una missione, credo, e un luogo in cui compierla: il mio luogo e la mia missione sono qui, ora, in questo ospedale semideserto, con i colleghi che sono rimasti sulle barricate a difendere quel poco che è rimasto della nostra dignità di uomini e di professionisti. Ci sono bambini che piangono in ogni angolo dell’ospedale: e le lacrime che asciugo loro è come se le asciugassi a te, che invece hai avuto miglior sorte.

E poi la fine della crisi sembra vicina. Treviso è deserta, i sopravvissuti sono quasi tutti scappati nelle campagne o nelle città più grandi, e lì stanno aspettando che qualcuno prenda in mano la situazione. Il nuovo ordine mondiale ha vinto, su internet dicono che Londra e Berlino sono ormai pacificate e che la popolazione ha accolto le colonne di truppe militari con esultanza. Tutti invocano un governo unico europeo che riporti pace e stabilità nel continente, anche se dovesse imporle con le armi.

Il video sfarfalla, merda, temo che tra poco la corrente salterà di nuovo e voglio dirti tutto prima di essere interrotto per chissà quanto tempo. Ti abbraccio forte, e abbraccio forte anche Roberta e la mamma. Tenetevi lontano dai guai, e soprattutto tu, testa calda che non sei altro, tieniti lontano da Roma. So che avrai voglia di essere lì quando tutto accadrà, ma stamattina io e i miei colleghi abbiamo visto su YouTube anche il filmato di quell’uomo che arringa le folle da Palazzo Venezia, vestito da militare. Non mi piace la sua faccia, non mi piacciono i suoi capelli corti da generale dei marines, non mi piacciono le pose teatrali che prende quando parla al microfono, e soprattutto non mi piacciono gli applausi e le urla di esultanza della folla raccolta sotto il balcone. Sembrano tutti in delirio, e a me la folla in delirio spaventa a morte.

Ti abbraccio ancora, spero di essere presto lì con voi. Saluta tanto anche i nonni, e ringraziali da parte mia.

Papà

Il viaggio del falegname

sabato, 11 giugno 2011

Giuseppe fa il falegname in un villaggio sperduto della Galilea: poche baracche costruite ai piedi di una collina riarsa dal sole, qualche gregge di pecore magre condotto al pascolo sulla riva di un torrente quasi asciutto. All’orizzonte, un paio di donne si affaccendano intorno ai pochi alberi di fichi.

Giuseppe non ama molto il suo lavoro. Lo ha ereditato da suo padre, Zaccaria, un uomo di poche parole e dalle mani grandi e callose; come lui, non trae piacere dal manipolare la scorza ruvida del legno, la sua polpa dura e testarda. Ma fare il falegname, per un uomo che non possiede terreni o bestie da pascolo, è un modo come un altro per tirare a campare: c’è sempre chi ha bisogno di rimettere in sesto i cardini di una porta o le gambe di un tavolo marcito dai tarli.

Giuseppe ha una moglie, Maria.

Maria ha molti anni meno di lui e si occupa della casa: lo fa con l’amara e silenziosa rassegnazione delle donne galilee, che non aprono bocca se il marito, il Signore lo preservi da ogni male, non gliene dà il permesso.

La vera luce degli occhi di Maria è però il loro figlio maschio: si chiama Gesù ed è un bel bambino bruno e vivace, pieno di insondabili energie infantili. Dovrebbe avere ormai sei o sette anni, eppure la madre ha per lui ancora sguardi colmi d’amore e meraviglia: Maria all’epoca non si aspettava di essere incinta, era una ragazzina di appena quindici anni e la gravidanza l’aveva strappata con la forza a una fanciullezza che sembrava eterna.

Dopo di lui non sono arrivati altri figli ma a Giuseppe e Maria va bene così.

Una bocca da sfamare per loro è già abbastanza.

*

Giuseppe, da buon ebreo praticante, recita i salmi, il sabato frequenta la sinagoga e ogni Pasqua si incammina con la moglie e il figlio verso Gerusalemme: lui e Maria si alternano a dorso del mulo spelacchiato mentre Gesù scorrazza davanti a loro, giocando con l’agnellino che sarà sacrificato di lì a qualche giorno sulla spianata del Tempio. Qualche volta il bambino è stanco e allora lo tengono sulla sella insieme a loro, ben saldo per non farlo scivolare a terra, e Giuseppe ne approfitta per raccontare a Maria le storie della sua famiglia. Sono vecchie storie di nessun valore, che parlano di persone dimenticate e per lo più morte da decenni: ma Maria ascolta volentieri, anche quello è un modo per stemperare la crudezza e le difficoltà del viaggio.

Come d’inverno, quando fuori fa buio presto e tutti insieme siedono davanti al fuoco, Maria ascolta in silenzio.

Giuseppe non saprebbe spiegare cosa prova per la moglie.

E’ un uomo pratico e non crede nell’amore coniugale: per lui il matrimonio è stato una specie di destino ineluttabile e imprevisto, una tappa inaspettata nel suo cammino sulla terra.

Si è sposato tardi, ormai rassegnato a una solitaria esistenza di lavoro, a un’età in cui gli altri uomini hanno già i figli grandi. Ha preso in moglie una ragazzina orfana di padre e madre, senza dote, fra lo stupore di tutti. L’ha fatto perché il defunto genitore era uno dei suoi amici d’infanzia; e anche perché Maria è una gran lavoratrice, umile ed obbediente, che non avrebbe interferito più di tanto con la sua indole solitaria.

Eppure un giorno Giuseppe scopre la paura di restare solo.

Maria sta male. Ha continue perdite di sangue, dimagrisce a vista d’occhio ed è di un pallore quasi accecante: passa le giornate ad occhi chiusi, distesa sul loro povero giaciglio. Giuseppe di sera, chiusa la bottega, mangia un tozzo di pane e siede accanto a lei. Certe volte le appoggia una mano sul ventre e le sue dita ruvide palpano qualcosa di duro, una massa di consistenza aspra, diversa dalla densità buona del legno. Quando sente le lacrime salire agli occhi si volta dall’altra parte o ricomincia a raccontarle le sue storie: ma Maria capisce che Giuseppe è triste e allora i due, marito e moglie, finiscono per piangere insieme.

Anche Gesù si è accorto che la madre soffre. Lui piange in silenzio, lontano dai genitori; più che altro prega il Signore che Maria guarisca. Si addormenta di fianco a lei con gli occhi ancora umidi, sognando di imporle le mani e di restituirle la salute, il colorito roseo e quei suoi grandi e buoni occhi color nocciola.

Ma Maria non guarisce.

Semmai peggiora.

*

Allora Giuseppe si rivolge agli anziani della Sinagoga. E’ in preda allo sconforto, le vecchie donne pratiche di cose femminili gli hanno rivelato che Maria è destinata a morire lentamente, fra molti tormenti.

Gli anziani sono sconcertati quanto lui, ascoltano in silenzio il suo sfogo amaro e tacciono addolorati.

Solo uno di loro si leva in piedi, esitante. Dice: “Ho saputo che un guaritore di Cafarnao va in giro per i villaggi della Galilea a compiere miracoli. Si racconta che sia capace di guarire qualsiasi male. Potresti raggiungerlo e convincerlo a seguirti”.

Giuseppe lo guarda e annuisce dubbioso. Non sa dove cercare questo guaritore e non esiste nessun motivo per il quale, anche se lo trovasse, l’uomo dovrebbe seguirlo fino al villaggio: non saprebbe come ricompensarlo. Forse, con Maria ammalata, non avrebbe neanche cibo da offrirgli.

Ma l’anziano insiste.

“Parti, Giuseppe. Provare è meglio che vederla morire giorno dopo giorno”.

E’ vero.

E infatti Giuseppe parte, a dorso del vecchio mulo, dopo aver baciato Maria sulla guancia smorta e raccomandato a Gesù di prendersi cura di lei.

Dopo alcuni giorni di viaggio, Giuseppe raggiunge Cafarnao.

Cafarnao è una cittadina di tutto rispetto, altro che il suo pidocchioso villaggio di baracche. C’è gente dappertutto e un gran fermento lavorativo: muratori, mercanti, venditori d’acqua; sulle sponde del lago i pescatori smerciano il pesce della mattina urlando a squarciagola. Ogni tanto incrocia soldati romani: vanno in giro in piccoli drappelli, armati fino ai denti, senza guardare in faccia nessuno. Parlano una lingua che Giuseppe non conosce e non ha nessun desiderio di imparare.

La vista del lago di Tiberiade gli dà le vertigini: non è avvezzo alle grandi distese d’acqua e alle grosse barche da pesca che lo solcano, ornate di vele multicolori. Lo scintillio argentato del pesce morto sulla riva gli ricorda che non mangia da due giorni.

Ma non c’è tempo da perdere.

Maria è il suo pensiero fisso.

Si avvicina titubante a un capannello di pescatori che si raccontano storie sconce, ridendo e dandosi manate sulle spalle, e chiede notizie del famoso guaritore. I pescatori lo guardano e una luce di gaiezza si accende nei loro occhi cisposi.

“Stai parlando di Gesù di Nazareth? Quel matto che se ne va in giro a guarire i moribondi e a predicare l’amore per i nemici? Fosse rimasto qui con noi a Cafarnao, adesso sarebbe il pescatore più ricco del lago”.

Giuseppe ha un moto interiore di esultanza. Il guaritore esiste davvero e porta il nome di suo figlio: la notizia gli sembra di buon auspicio.

“Dove si trova adesso?” chiede, pieno di accanita speranza.

“E chi lo sa?” ribatte uno dei pescatori. “E’ sbucato fuori dal nulla, saliva sulle nostre barche e le reti si riempivano di pesci come per magia. Speravamo che rimanesse a lungo qui a Cafarnao, abbiamo persino provato a trovargli una moglie ma non c’è stato nulla da fare. I nazareni hanno la testa dura”.

Giuseppe ringrazia i pescatori, un’ansia strisciante gli colma il ventre. Aver saputo che il guaritore esiste davvero e non sapere ancora dove trovarlo gli sembra crudele: ma Cafarnao è grande e lui non ha perduto le speranze.

Mentre si allontana, uno dei pescatori lo chiama.

“Straniero!” urla con voce roca. Giuseppe si volta lentamente.

“L’ultima volta che l’ho visto si era imbarcato per l’altra riva. Potrebbe essere ancora là”.

E’ già qualcosa.

Giuseppe si inchina, poi riprende il viaggio.

Sull’altra riva del lago, nel paese dei Gadareni, la musica cambia.

Ogni volta che Giuseppe chiede informazioni su quel Gesù di Nazareth i volti si rabbuiano e le porte vengono sprangate: sembra che gli abitanti del luogo non vogliano avere nulla a che fare con quell’uomo. Solo una donna, china a riempire la brocca d’acqua ad una fontana, gli racconta la storia del guaritore. Gesù aveva affrontato due indemoniati che terrorizzavano da mesi la gente del posto. Li aveva incontrati da solo, lungo una strada deserta, senza nessuna paura di quei farabutti: aveva scacciato i loro demoni e questi si erano impossessati di una mandria di porci che grufolavano in un campo poco lontano. I porci erano finiti in mare, almeno così raccontavano i mandriani che avevano assistito alla scena, e la gente del luogo aveva allontanato quel mago galileo dalla loro terra.

“Meglio due pazzi indemoniati che una mandria di porci annegata” aveva sentenziato la donna, accomiatandosi da Giuseppe.

Poi è la volta di Nazareth.

Giuseppe è convinto che là troverà qualche notizia di quell’insolito guaritore: i suoi genitori e i suoi fratelli, perlomeno, sapranno di sicuro dove si trova Gesù.

Nel piccolo paese, invece, nessuno sa nulla. I nazareni gli ridono in faccia, gli raccontano che Gesù non è che un empio bestemmiatore, un folle che ha dichiarato di essere il messia che libererà Israele.

“Noi conosciamo lui e la sua famiglia” gli raccontano in sinagoga. “Sappiamo chi sono suo padre e sua madre. Conosciamo Giacomo, Simone e gli altri suoi fratelli. Quando il messia sarà giunto tra noi, nessuno saprà da dove viene”.

Ancora una volta, Giuseppe saluta con rispetto gli anziani di Nazareth e prende in mano le redini del mulo.

“E il messia sarà un re, non un misero falegname” conclude con sdegno uno di loro.

*

Giuseppe è stanco, il suo mulo pure.

Tiro, Sidone, Cana, Betsaida: l’uomo e il suo animale stanno percorrendo in lungo e in largo la Galilea ma il guaritore nazareno sembra introvabile. Peggio ancora, ogni volta che Giuseppe raggiunge un villaggio la risposta alle sue domande è sempre la stessa: Gesù è appena passato da quelle parti, ha predicato la venuta del nuovo regno di Israele, ha guarito decine di malati e poi se n’è andato con il suo codazzo di discepoli. Qualcuno lo ricorda con piacere e parla di lui come di un angelo del Signore: uno di essi è il lebbroso guarito nei dintorni di Cafarnao, che va in giro piangendo di gioia e mostrando a tutti la sua pelle guarita. Qualcun altro ne parla come di un bestemmiatore, si vanta persino di aver provato a lapidarlo.

Ma a Giuseppe non importa. Ormai stremato dalle fatiche dell’interminabile viaggio, smagrito dalla fame e quasi rimbecillito dal sole implacabile che gli cuoce il cranio, non sa fare altro che procedere a testa bassa e gli occhi semichiusi. Divide quel poco che c’è da mangiare con il mulo, anch’esso ormai ridotto a pelle e ossa, e si rimette subito in cammino in quelle lande polverose e riarse dal sole.

Non gli importa che il guaritore sia un pazzo, non gli importa nemmeno che sia il messia di Israele: le sue uniche preghiere sono per Maria e per suo figlio.

A volte, quando riposa, sogna sua moglie: Maria è distesa sul giaciglio, la pelle incartapecorita. Respira a fatica e un rantolo continuo ed impercettibile è il solo suono che esce dalle sue labbra smorte. Il piccolo Gesù le è accanto e piange.

Quando si desta, con la luna ancora alta nel cielo, anche le guance di Giuseppe sono rigate di lacrime.

*

All’improvviso, le tracce del guaritore deviano verso la Samaria e poi verso la Giudea.

Giuseppe costeggia il Giordano senza più energie, ormai lo tengono in sella solo le sottili forze dell’istinto e della volontà. Di tanto in tanto viene soccorso da qualche caritatevole pastore che gli offre un piatto di ceci e un po’ d’acqua; giusto per placare l’arsura che gli brucia l’anima. Persino Maria è un ricordo lontano: a volte, mentre avanza imperterrito lungo la strada, deve sforzarsi di ricordare i motivi che lo hanno spinto fin laggiù; ricordarsi di avere una moglie malata e forse già morta da tempo, un figlio abbandonato a sé stesso.

Passa per Gerico, dove si parla ancora con meraviglia dei due ciechi guariti dal mago nazareno; punta con decisione verso Gerusalemme, pensando che l’ultima volta è stato lì con Maria e il piccolo Gesù, che Gesù giocava con l’agnellino e Maria ascoltava le sue vecchie storie in silenzio, con un vago sorriso sulle belle labbra.

Arriva a Gerusalemme di pomeriggio.

Il cielo è buio, nuvole nere oscurano il sole e c’è un vento gelido che taglia le strade: eppure le strade sono piene di gente, l’atmosfera è carica di una sottile tensione che Giuseppe fa fatica a decifrare. Una volta tanto non deve preoccuparsi di chiedere nulla, tutti quelli che incontra gli raccontano la stessa storia: hanno preso Gesù di Nazareth, lo hanno crocifisso, i suoi discepoli sono fuggiti come cani bastonati, era ora che questa storia finisse, non gli hanno creduto e lo hanno ucciso, era un pazzo e un bugiardo, era il figlio di Dio.

Giuseppe avverte qualcosa dentro di sé che si incrina e poi si rompe, una sorgente di dolore che gli sconquassa il petto e gli annebbia la vista; e allora comincia a correre, corre in mezzo a un fiume di gente vociante, corre senza darsi cura delle donne che spinge con violenza a terra, degli storpi e dei mendicanti che calpesta senza pietà, corre in mezzo alla pioggia e al vento come se nella sua vita non avesse fatto altro, povero falegname di un misero villaggio ai confini del mondo, corre verso la collina che gli hanno indicato, corre mentre il cielo nero è scosso dai tuoni e incendiato dai lampi, corre e il suo viso è di nuovo bagnato ma questa volta non sa se sono lacrime o pioggia, corre e corre e corre.

Poi, alla fine, lo vede.

Lo vede inchiodato a una croce di legno, in mezzo ad altre due croci uguali alla sua, con il volto magro e terreo reclinato da un lato. Le sue mani sanguinano.

Ai piedi della croce un gruppo di donne si strappa i capelli, urla il suo nome e piange.

Dappertutto, soldati romani e gente confusa, in preda a un’inspiegabile irrequietezza.

La terra trema.

Giuseppe cade in ginocchio e urla.

*

La strada del ritorno è più agevole, Giuseppe ormai la conosce bene.

Avanza costeggiando ancora il fiume Giordano: la vista dell’acqua che scorre pigramente gli dà refrigerio, lo distrae dai suoi pensieri di morte.

Sa bene che, tornato a casa, non troverà più Maria. Il viaggio è stato inutile, ha fallito la sua missione.

Solo adesso comprende quanto la moglie fosse importante per lui e si maledice per il tempo perduto, per tutte le volte che non è stato ad ascoltarla; che non ha allungato la mano per farle una semplice carezza sul viso.

*

Non è passato molto dalla sua partenza: il villaggio di baracche non è cambiato, i suoi greggi di pecore magre, i suoi alberi di fichi; il nulla intorno, l’incurabile sensazione di essere ripiombati al confine del mondo.

Gli corre incontro il piccolo Gesù, lo chiama più volte da lontano: padre, padre, sei tornato a casa.

Il padre e il figlio si abbracciano in mezzo al sentiero, le loro lacrime si mescolano alla polvere di cui Giuseppe è sporco dalla testa ai piedi. E’ il tramonto.

Poi Gesù si scioglie dall’abbraccio e gli indica un punto lontano.

C’è Maria sulla porta di casa.

Maria gli sorride.

Chiama il 118

venerdì, 13 maggio 2011

La donna chiude a chiave la porta di casa, come ogni sera.  E poi, come ogni sera, si trascina in bagno.

Nel bagno, riflessa nello specchio, c’è un volto che lei stessa fa fatica a riconoscere. Rughe. Occhi rossi e stanchi. Le guance cascanti come quelle di un bulldog. Gli angoli della bocca sottile piegati all’ingiù, l’abitudine a lavarsi i denti da sola. Il pigiama di flanella tutto sdrucito. La ricrescita dei capelli bianchi sotto quell’improponibile colore della tintura di tre mesi prima.

La donna si sciacqua la bocca, poggia lo spazzolino elettrico sul suo supporto per la ricarica. Beve un sorso d’acqua, poi accende l’ultima sigaretta della giornata. Dopo aver lavato i denti, s’intende, perché l’odore acro del tabacco  le resti in gola il più possibile.

Poi entra in camera da letto: e il letto è ancora sfatto dalla sera prima. Nella stanza c’è odore di chiuso, di sudore stantio, di fumo di sigaretta attaccato alle pareti. Ma non è il caso di fare complimenti: la donna si infila sotto le coperte, riflette mezzo minuto sull’opportunità di accendere la vecchia televisione a tubo catodico da quattordici pollici che giace inerte sul comodino di fronte al letto, coperta da uno strato di polvere spesso un dito, e poi decide che è meglio inghiottire due compresse di sonnifero e porre fine alla giornata. E infatti, dopo mezz’ora, piomba in un sonno profondo, bidimensionale, privo di sogni.

All’improvviso spalanca gli occhi: potrebbe essere passato un minuto, due ore, l’intera notte. Ma l’orologio a cristalli liquidi indica le due e un quarto, dunque è ancora notte fonda. Ma cosa l’ha svegliata? Non riesce a capire, in genere i tranquillanti la tengono stordita fino all’alba. Poi lo sente, in sottofondo. Un rumore sordo, metallico, che proviene dalla parte opposta dell’appartamento. Non è un rumore forte, ma è continuo, insistente, esasperante. E se ci fosse qualcuno di là? Un ladro entrato di nascosto nel cuore della notte? La paura le stringe la gola, e le fa dimenticare che in quel bugigattolo dove abita non c’è nulla di prezioso da portar via.

Diomio, diomio, adesso cosa faccio, pensa mentre il rumore continua imperterrito. Salta giù dal letto, chiude la porta a chiave con il cuore che le esplode nel petto; poi rimane con l’orecchio attaccato alla porta sbrecciata, e il rumore è sempre lì, implacabile, terrorizzante. E allora decide: afferra la cornetta del telefono, digita il 113, attende impaziente la risposta.

Che non si fa attendere.

Buona sera, comando dei Carabinieri. Cosa posso fare per lei?

Ho un ladro in casa, correte ad aiutarmi, presto, sono chiusa a chiave in camera da letto, lui è di là, sento un rumore continuo, sembra un trapano, sembra…

Signora, si calmi. Ha detto che c’è un estraneo in casa sua?

Si, si, ho detto proprio così, per favore arrivate subito!

Dove abita, signora? Mi dica qual’è il suo indirizzo, mando subito una pattuglia.

E la pattuglia arriva. Individua lo stabile, i carabinieri in divisa salgono le scale circospetti, la pistola in mano. La porta dell’appartamento è chiusa, non ci sono segni di effrazione. Uno dei carabinieri la apre con un passepartout: dentro è tutto buio, si sente soltanto un lieve rumore di sottofondo. Tutti i membri della pattuglia entrano, e impiegano pochi secondi a capire che in casa non ci sono estranei né malintenzionati. Un carabiniere entra in bagno: c’è uno spazzolino elettrico in funzione. Lo spegne con un gesto misurato e poi ritorna nell’ingresso.

Signora, chiama. Siamo i carabinieri, non c’è nessun pericolo, c’era solo il suo spazzolino elettrico che andava da solo, in bagno.

La signora socchiude la porta della camera, sbircia fuori, vede le divise, esce dalla camera da letto.

Lo spazzolino elettrico, dite?

Si, signora, lo ha dimenticato acceso.

No, non l’ho dimenticato accesso, sono sicura di averlo spento prima di venire in camera.

Lo scambio di battute, concitato, va avanti ancora qualche minuto, poi la signora si sente male: il calo di tensione, i sonniferi, le troppe sigarette, la depressione, la paura. Il cuore comincia a saltare i battiti, la testa che gira, la pressione che piomba a terra. Insieme a lei.

Un carabiniere chiama il 118. L’ambulanza arriva dopo venti minuti: il medico e gli infermieri trovano sul posto gli agenti preoccupati e la signora distesa a terra, con le gambe sollevate. Dopo i primi soccorsi la sollevano, la poggiano su una barella e la portano via. I carabinieri chiudono la porta di casa dopo aver spento le luci; uno di loro accenna a una battuta di circostanza, gli altri ridacchiano.

Il resto è nel verbale del pronto soccorso, stilato poco prima dell’Rx torace di benvenuto. Che il radiologo di guardia, incredulo, avrebbe refertato immaginandosi tutto il resto. Perché la vita è un sogno, dicono, ma i sogni aiutano a vivere meglio. O no?

Hank McCoy

mercoledì, 15 settembre 2010

Perché non tutti i medici sono buoni. Buona lettura.

HANK McCOY

1.

Hank McCoy se ne sta seduto con i piedi sulla scrivania e una bottiglia in mano.

Una bottiglia di quello buono, avrebbe commentato suo zio Greg barcollando dopo l’ennesima sbornia, solo un attimo prima di precipitare a terra come una tonnellata di panni sporchi. Zio Greg aveva sempre qualcosa da festeggiare, e il suo modo di farlo era ubriacarsi fino a perdere i sensi.

Ma il dottor Hank McCoy non ha niente da festeggiare. Se ne sta lì, stravaccato sulla poltrona di pelle, le gambe appoggiate stancamente su un mucchio di micro-compact disc. La suola delle sue scarpe copre lo schermo del computer come la tenda di una finestra che guarda sul nulla.

Il trillo del videotelefono lo riporta alla realtà. Sullo schermo si materializza il volto di una donna anziana, segnata dalle rughe. McCoy, prima di rispondere, non fa neanche cenno di volersi ricomporre.

“Buonasera, dottor McCoy”, trilla la voce della vecchia. “La disturbo?”

“Ma le pare, signora Fox”, ghigna il medico.

“Ho chiamato per i soliti malesseri di pancia. Sa, dottore, quel gonfiore fastidioso che avverto quando mi metto a letto”.

McCoy sbuffa fra i denti, poi tira i piedi giù dalla scrivania e riacquista una posizione più decorosa.

“Signora, questa sera non sono io il medico reperibile. Avrebbe dovuto rivolgersi al dottor C-34”.

“Ma noooo, dottore, non mi dica così” replica la vecchia con una smorfia lacrimosa. Una smorfia talmente irritante che McCoy, se solo l’avesse a portata di mano, le spaccherebbe la faccia con la bottiglia di whisky.

“Lo sa che non mi fido di quegli ammassi di ferraglia” continua la signora Fox, imperterrita. “Parlano così poco e noi vecchi abbiamo bisogno di sfogarci, con il nostro medico”.

McCoy sospira. Poi, con molto autocontrollo interiore, estrae dal cappello un fatidico sorriso di circostanza, uno di quelli che vorrebbero esprimere professionalità e sicurezza ma che spesso suonano fasulli e sciocchi, assolutamente privi di credibilità.

“Il dottor C-34 è un buon medico, cara. Provi a fidarsi di lui”.

“Ma io ci ho provato! E’ che ogni volta mi guarda con quegli occhi strani, ecco, sembrano gli occhi di un rettile o di un pesce, insomma uno sguardo senza espressione. Non riesco mai a prendere le medicine che mi prescrive. Non mette nessun amore in quello che fa”.

“Lo credo bene, signora Fox. E’ un robot”.

“E’ questo il punto! Non dovrebbero permettergli di fare i medici! Forse costruire case ed autostrade, riparare aeromobili e nucleodomestici e che so io, ma curare gli uomini! Cosa vuole che gliene freghi della nostra salute?”

La conversazione sta prendendo una brutta piega, pensa McCoy mentre il mal di testa gli fa breccia giusto nel centro della fronte. Vorrebbe dirle che neanche a lui frega nulla del suo mal di pancia, che per quanto gli riguarda potrebbe schiattare seduta stante e davanti allo schermo del videotelefono, e lui si limiterebbe a danzare sui suoi resti come uno stregone d’altri tempi.

“Adesso devo lasciarla, ho dei pazienti che mi attendono” mente McCoy. “Faccia la solita micro-iniezione di Buscorex sul pollice e si metta a letto, al caldo. Vedrà che fra due ore starà meglio”.

“Oh, grazie” sorride la signora Fox sbattendo gli occhi glauchi e senza ciglia. “Vede cosa volevo dire? Lei si che sa trattare con le persone”.

McCoy ringhia un saluto incomprensibile e disconnette la linea. Perché quando è troppo è troppo, anche per uno come lui e anche per uno che se ne sta tranquillo, per i fatti suoi, ad organizzarsi la sbornia del secolo.

2.

Il dottor McCoy odia il suo lavoro.

Studiare medicina non gli è mai interessato più di tanto: si è limitato a tirare avanti attraverso gli anni di università senza strafare, portando a casa il minimo dei voti e un grosso debito di riconoscenza nei confronti del bisnonno, proprietario di una catena di cliniche private, che lo ha raccomandato più di una volta ai professori di Harvard: quelli di quando i robot non erano ancora ammessi alle facoltà universitarie più prestigiose.

L’impero sanitario appartiene ancora al bisnonno, Mark, 116 anni portati con la disinvoltura di chi non è mai stato sfiorato dal dubbio della propria mortalità. La sua statua, a grandezza naturale, troneggia nell’atrio della sede della City: ogni volta che Hank fa il suo ingresso nella cattedrale di marmi squadrati e di luci ad incremento progressivo, il suo desiderio più intimo sarebbe di abbattere a colpi di fucile al plasma l’immagine di quell’uomo enorme che neanche il tempo ha saputo piegare, dai tratti talmente decisi da sembrare sbozzati nella roccia viva. L’immagine di un uomo con le idee chiare e il carattere di granito, insomma, tutto il contrario di lui.

Però Hank ha avuto un sussulto di coraggio. Vent’anni prima, appena uscito dalla facoltà di Harvard, ha deciso di non seguire le orme paterne. Immortale o meno, non aveva voglia di spendere il resto dei suoi giorni alla causa del patrimonio di famiglia, sotto la guida asfissiante del bisnonno. Aveva già visto suo padre, e prima di lui il padre di suo padre, consumarsi come fiammiferi accesi in una notte di vento, incapaci di opporre resistenza alla testardaggine e alla vitalità del vecchio.

L’unica via di scampo? Aprire uno studio privato, ma i tempi non erano propizi ad un giovane medico che avesse l’intenzione di lavorare in proprio. Gli ospedali traboccavano di personale in eccesso e di medici a spasso ce n’erano fin troppi, da quando il Cardinal Act aveva permesso ai robot della classe C di accedere alle università.

Questa dei robot, ad Hank, non era mai scesa giù. La consapevolezza che i robot umanoidi di classe C fossero dotati di innesti cerebrali biologici, e quindi in un certo senso più umanizzati dei loro fratelli minori, non leniva la sua rabbia quando, agli esami o durante il tirocinio ospedaliero, uno di loro surclassava i colleghi umani. Gli sembrava un’ingiustizia colossale il dover competere con delle menti programmate per non commettere errori, la cui memoria non era innata né il risultato di un lungo lavoro di applicazione, ma un hard disk di dimensioni spropositate sistemato alla base del loro cervello. Né lo consolavano le reazioni razziste dei suoi compagni di studio, le spedizioni punitive notturne nelle ali del dormitorio destinate ai robot (ma i robot dormono di notte? Hank non lo aveva mai saputo) e i tentativi di rinchiuderli in un ghetto: la legge era dalla loro parte, aveva stabilito che i robot di classe C partivano alla pari degli umani sia sotto il profilo emotivo che intellettuale. Ma Hank non era d’accordo: era convinto che il vero atto di razzismo si fosse consumato nei confronti degli umani e che i robot, solidali tra loro come i membri di una antica tribù nomade della preistoria, fossero molto più dotati di loro.

D’altro canto, lo stesso problema si ripresentava anche in altre categorie lavorative. Sembrava che quei maledetti robot di classe C avessero una marcia in più; e che quella marcia in più non derivasse soltanto dalle loro caratteristiche progettuali, ma proprio da quella parte del sistema nervoso, frutto della clonazione di cellule cerebrali umane, che un progettista folle aveva deciso di donare loro.

3.

Ogni tanto Hank accendeva l’olovisore e si sorprendeva ad ascoltare notizie di medici robot che raggiungevano livelli dirigenziali di tutto rispetto; ma la sorpresa durava poco. Non c’era competizione con dei colleghi, chiamiamoli così, capaci di lavorare ventidue ore al giorno solo perché nelle altre due se ne stavano attaccati al generatore di energia per la ricarica quotidiana.

Così, Hank McCoy si era ridotto a fare il medico nei sobborghi della Città, alla periferia dell’Impero, ai margini del nulla. I suoi clienti erano gli ubriaconi del posto, prostitute malmenate da clienti sadici o da magnaccia nervosi, giovani con le svastiche tatuate sul cranio e il cranio spesso sfondato in risse stradali. Clienti da poco che si rivolgevano a lui perché i medici robot, programmati fin dall’origine con un innato senso del dovere e del rispetto delle regole, rifiutavano di assistere i pazienti che non fossero in perfetta regola con la legge e con le assicurazioni sanitarie.

La strada dei medici umani era definitivamente segnata, o almeno così pareva a lui. Per quanto gli riguardava, forse non sarebbe nemmeno riuscito a guadagnarsi una pensione rispettabile perché la maggior parte dei suoi clienti non era registrata all’anagrafe e quindi per l’amministrazione statale neanche esisteva.

Un medico che non fattura è un medico che non lavora e quindi, a termini di legge, non ha diritto al vitalizio senile.

4.

E rieccoci quindi in compagnia di un Hank McCoy con la bottiglia in mano, a caccia di idee luminose: sebbene sia da sottolineare il dato che lui non ce l’abbia particolarmente a morte con i suoi colleghi robot (anche se il dottor McCoy ha una età senz’altro rispettabile, guardava già gli ologiornali della sera ai tempi in cui gli operai delle industrie meccaniche di metà pianeta furono licenziati in tronco e sostituiti da squadre di economici e funzionali operai robot; ricorda perfettamente, con gli occhi stralunati di quando era bambino, le scene di disperazione degli operai licenziati che si davano fuoco nelle piazze della Capitale o si lanciavano dai tetti dei grattacieli con in braccio i figli piccoli). E’ piuttosto afflitto da una specie di torpido fatalismo: sa benissimo che il futuro non appartiene più agli umani, che l’evoluzione della vita sulla Terra sta vivendo una ennesima fase di trapasso come quando i dinosauri si estinsero ed i mammiferi no, e il mondo diventò colonia esclusiva di questi ultimi. Eppure a volte sente il bisogno non tanto di opporsi alla selezione naturale che vedrà presto i robot unici padroni del pianeta, né tantomeno di combattere la stupidità dei dirigenti politici (ancora tutti umani, ma chissà per quanto) che non si accorgono del baratro in cui stanno conducendo la loro gente: la sola cosa che a volte desidera è di mettere il suo piccolo bastone fra le ruote del sistema impazzito, scardinare l’oliato meccanismo della silenziosa rivoluzione dei robot. Senza pretese di successo, per carità, ma per il gusto puro e semplice di farlo. Di trovare il modo.

Di. Avere. Una. Fottuta. Illuminazione.

E così Hank McCoy ha un’illuminazione.

Modesta, ne conveniamo, ma è già qualcosa.

5.

Sera avanzata.

Hank McCoy attende pazientemente, seminascosto dietro la fermata dell’aerobus. In tasca stringe qualcosa, la sua mano si apre e si chiude ad intervalli regolari. Fuori è freddo e buio; e lui non è più abituato a starsene all’addiaccio.

Colpa dell’effetto serra, pensa. Non esistono più le mezze stagioni, o fa un freddo cane o si crepa dal caldo.

All’improvviso, il silenzio viene rotto da un flebile rumore di passi sull’asfalto: è la signora Fox che cammina verso casa, dopo una serata passata al Club del Bridge con le amiche. Il Club dista non più di un isolato dalla sua casa, ma alla vecchia signora quei quattro passi sembrano un’eternità. La protesi d’anca al titanio tiene bene, ma ormai camminare non fa per lei: a centodue anni sarà anche il caso di accettare qualche acciacco fisico con la dovuta rassegnazione.

McCoy la vede arrivare e reprime un moto di fastidio: per tutte le volte che lo ha disturbato in piena notte per malesseri risibili; per il modo al tempo stesso mieloso e sguaiato con cui lo saluta per strada; perché il pensiero del Club popolato da animose vecchiarde dai denti finti gli fa rivoltare lo stomaco. Le va incontro a due passi dalla porta di casa, dopo essersi assicurato che nessuno possa vederli. Le finestre, come al solito, sono sprangate; le strade, deserte.

La signora Fox all’inizio ha un sussulto di ansia, poi riconosce la camminata asimmetrica del medico e si tranquillizza.

“Che paura mi ha messo, dottor McCoy! Questo non è un periodo tranquillo per vecchie signore che se ne vanno in giro da sole, vero? Ma cosa vuole, ormai sono anni che di sera vado al Club e non ho intenzione di rinunciarci proprio adesso”.

Grave errore, riflette McCoy, producendosi in un insolito sorriso da squalo.

“Ha bisogno di qualcosa?” continua la vecchia, soddisfatta che la sua serata abbia trovato un diversivo inaspettato.

“No, signora Fox. Passavo di qua e mi sono chiesto se non fosse piuttosto lei ad avere bisogno del suo medico. Come va il mal di pancia?”

La vecchia è felicemente incredula. Si è sempre fidata della professionalità del dottor McCoy; ma il suo caratteraccio le ha sempre impedito di raggiungere quella maggiore confidenza a cui ogni vecchia paziente, dal suo punto di vista, ha pieno diritto.

“Bene, bene, dopo l’ultima micro-iniezione non ho più avuto problemi”.

I due si fissano, la signora Fox decide di osare.

“Vuole entrare a prendere qualcosa di caldo, caro? L’aria stasera è così fredda da ghiacciare persino i pensieri” propone la vecchia.

Non sai quanto hai ragione, signora Fox, pensa McCoy mentre le cede il passo, producendosi di nuovo in quel suo largo ed inquietante sorriso da squalo.

6.

L’interno della casa, se possibile, è ancora più raccapricciante di come se lo aspettava McCoy. L’odore di stantio e di antico ormai fuoriesce dalle crepe dei muri e dai mobili cromati stile inizio millennio, dei veri pezzi di antiquariato. La signora Fox, incredibile, ha ancora un vecchio televisore flat da sessantacinque pollici: le occupa mezza parete del soggiorno, roba da antiquari. Si chiede a cosa le serva un televisore e se la vecchia lo guardi mai: ormai i canali televisivi sono stati quasi tutti oscurati, le case da anni sono invase dai moderni sistemi di olovisione tridimensionale.

La vecchia gli indica il divano e McCoy si siede. Bevono uno scandaloso brandy sintetico e parlano del più e del meno, o per meglio dire del più e del meno riguardante la salute della vecchia; ad un certo punto la voce di McCoy si fa preoccupata.

“Sa, signora Fox, ieri stavo studiando la sua cartella clinica”.

La vecchia si allarma. “Cosa ha trovato? Sono molto malata?”

Il medico scuote la testa, sembra dubbioso ed affranto.

“Credo di si, signora Fox. I suoi esami del sangue mi sono arrivati mezz’ora fa per posta elettronica e hanno dimostrato una grave ed inspiegabile anemia. Bisogna trovare in fretta la causa del suo problema”.

La signora Fox è sull’orlo di una crisi di nervi: le labbra le tremano, stringe i pugni con tanta forza che le si sbiancano le nocche.

“Quanto grave, dottore? La prego, mi dica tutto quello che devo sapere”.

“E’ una situazione disperata, signora. Sono passato stasera perché non c’è tempo da perdere. Le occorrono farmaci, forse sangue fresco da trasfonderle. Bisogna che lei chiami subito il medico reperibile con le medicine, io aspetterò il suo arrivo e gli mostrerò gli esami. Poi cominceremo la cura”.

La signora Fox stenta a credere alle sue orecchie. La serata stava andando così bene: al Circolo aveva vinto tre partite su tre, poi la visita inaspettata di quel caro medico; e all’improvviso la notizia che è sul punto di morire, a soli centodue anni.

Il destino si è proprio accanito contro di me, pensa. Prima mio marito John, con il suo infarto ad appena novantacinque anni, e adesso io.

Ma non perde tempo: accende il videotelefono e chiama il medico reperibile. Hank McCoy sa già chi è.

“Non gli dica ancora che sono qui” precisa al volo. “Potrebbe non comprendere la gravità della situazione e decidere di non venire, visto che c’è già un suo collega qui con lei”.

La signora Fox annuisce proprio mentre sullo schermo compare il volto metallico del dottor C-34.

C-34 è un medico molto scrupoloso. Nonostante la signora Fox non sia una sua assistita, il robot l’ascolta con glaciale pazienza. McCoy lo osserva al di fuori del campo visivo del videotelefono; la chiamata lo ha sorpreso con la spina ancora attaccata al generatore di corrente, una specie di disgustoso cordone ombelicale a fibre ottiche, proprio come sperava McCoy. C-34 cerca di acquisire tutte le informazioni possibili con la massima efficienza di cui è capace: probabilmente neanche lui ha voglia di uscire con il freddo di quella notte, le giunture di un robot sono più resistenti di quelle umane ma i microchip cerebrali reagiscono piuttosto male alle temperature rigide. Poi, evidentemente, decide di accettare la chiamata e comunica alla vecchia che sarà da lei in quindici minuti. Forse lo preoccupa di più lo stato nervoso della paziente, piuttosto che i dati imprecisi e scorretti che la vecchia gli sta snocciolando, quasi in preda a un attacco isterico.

La signora Fox sconnette il videotelefono e si gira con le lacrime agli occhi verso il suo caro, caro medico. Ma non fa neanche in tempo a mettere a fuoco il dottor McCoy. Una vecchia chiave inglese stretta da mani guantate, antico cimelio di famiglia, cala sua fronte. Spappolandogliela.

7.

Il piano sembra perfetto.

Il dottor McCoy contempla due minuti il lago di sangue in cui giace la vecchia, poi attiva l’allarme informatico che mette in comunicazione il computer domestico con la stazione di polizia più vicina.

Le forze dell’ordine arriveranno in poco più di un quarto d’ora, giusto in tempo per sorprendere C-34 davanti al cadavere, magari con l’arma del delitto in mano.

C-34 non è un chirurgo e neanche un anatomo-patologo: è uno specialista in malattie dell’apparato respiratorio e non è avvezzo alla vista del sangue. Il cadavere inatteso della vecchia sovraccaricherà i suoi circuiti quel tanto che basta perché i poliziotti lo trovino lì, sul luogo del delitto.

C-34 è un medico scrupoloso; ma è un robot, non è particolarmente sveglio e probabilmente le sue batterie a quest’ora sono ancora mezze scariche.

8.

Si scopre che McCoy è stato quasi preveggente: il suo piano ha il successo sperato.

Le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa della signora Fox esattamente un minuto e mezzo dopo l’ingresso del dottor C-34. Trovano il robot in fase di stallo, mentre cerca di far collimare il dato “videotelefonata della signora Fox” con il cadavere sfigurato che si ritrova davanti. C-34 non ha in mano l’arma del delitto ma le sue dita sono macchiate del sangue della vittima: logico, a pensare che un medico si accerta della morte di un paziente tastandogli il polso carotideo, alla base del collo. Meno logico, però, per un gruppo di furiosi poliziotti: persone comuni, che hanno visto tanti loro colleghi rimpiazzati dai robot. E che temono di fare la stessa fine.

“Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo” ringhia uno di loro guardando la moquette intrisa di sangue e la chiave inglese imbrattata di grumi cerebrali, prima di mandare in corto circuito il dottor C-34 con lo storditore elettronico e portarlo via di peso, verso il carcere.

9.

L’opinione pubblica è sconvolta dall’accaduto.

Ologiornali e Internet non parlano d’altro: sembra che di punto in bianco tutti si siano svegliati da un lungo sonno popolato di incubi, solo che la realtà sembra essere persino peggiore della fantasia.

I robot sono oggetto di feroci rappresaglie, spedizioni punitive e crudeltà di ogni tipo sui posti di lavoro. I pazienti non vogliono essere più curati dai medici robot, gli operai nelle fabbriche rifiutano di lavorare gomito a gomito con i loro colleghi cibernetici, i commercianti umani rifiutano di vendere la loro merce ai robot e i commercianti robot non trovano più clienti.

I governi di tutto il mondo si trovano schiacciati fra la rabbia e la paura dell’opinione pubblica, da una parte, e lo smisurato potere economico delle multinazionali dall’altra, che sull’industria dei robot hanno fondato le loro fortune.

La situazione precipita ulteriormente quando i delitti perpetrati dai medici robot si moltiplicano: Loretta Anderson, soffocata nel sonno con il proprio cuscino; Andrew Cuomo, fulminato da un’iniezione letale di atropina per una banale colica renale; Goldie Lexmark, trovata seduta sulla sua poltrona con la gola squarciata da un bisturi.

Imprevedibilmente in accordo tra loro, i parlamentari dell’estrema destra e quelli dell’estrema sinistra propongono un rivoluzionario progetto di legge che prevede la distruzione dei robot e la riconversione delle fabbriche in cui vengono realizzati. Gli uni oltremodo preoccupati della sicurezza dei cittadini, gli altri oltremodo convinti che si tratti della strada giusta per l’affermazione dei diritti degli operai.

Quelli umani.

10.

Dal “Night Carrier” del 6 marzo

Prima pagina

Il vero Dottor Morte non è un robot

Un medico pronipote di Mark McCoy responsabile dei quattro omicidi

Colpo di scena nella vicenda dei quattro efferati omicidi che vedevano come principali imputati i medici robot sorpresi sul luogo del delitto dalle forze di polizia: alla luce dei nuovi e sconvolgenti sviluppi del caso, i robot sembrerebbero innocenti.

Il vero assassino è un medico, umano, che vive ed esercita la sua professione nel quartiere Toronto, lo stesso in cui si sono consumati i crimini. Il dottor Hank McCoy, pronipote del più famoso Mark McCoy, titolare della omonima catena di cliniche private, si è costituito la scorsa notte al Commissariato della Liberty House, fornendo agli inquirenti prove inconfutabili circa la sua responsabilità negli avvenimenti in questione.

Dal Commissariato non sono trapelate indiscrezioni. Il solo Capo della Polizia, in una improvvisata quanto rapida conferenza stampa tenuta questa mattina davanti al suo ufficio, ha accennato al probabile movente del dottor McCoy:  il medico avrebbe agito sotto l’influsso potenti farmaci neurolettici, spinto all’insano gesto dall’esasperante situazione di competitività che i medici umani, dopo l’emissione del Cardinal Act e l’avvento dei medici robot, si sono trovati a fronteggiare.

McCoy è stato internato, in isolamento, nel carcere di massima sicurezza del quartiere Boston, dove attenderà di essere sottoposto a giudizio. I familiari delle vittime si sono costituiti parte civile, così come l’Ordine dei Medici della City e l’RMS, il Sindacato dei medici robot.

I quattro medici robot, i dottori C-34, C-211, C-3 e C-17, saranno rimessi in libertà appena espletate le formalità del caso e completamente riabilitati. Il dottor C-34 ha rilasciato ai giornalisti la seguente dichiarazione: “I medici robot sono dei professionisti seri e rispettabili, il loro operato non può essere messo in discussione da complotti umani”.

Dal “Night Carrier” del 21 marzo

Terza pagina

Il Sindacato dei Medici Robot indice uno sciopero

“Nel rispetto dei nostri diritti”, spiega il Presidente dell’RMS

L’RMS, il Sindacato dei Medici Robot, ha indetto nella giornata di ieri il primo sciopero della sua sia pur breve esistenza. Il dottor C-2, suo fondatore e presidente, ha definito la decisione di astenersi dal lavoro come una risposta alle forti tensioni cui gli iscritti al sindacato sono stati sottoposti nell’ultimo periodo, durante lo sviluppo del caso McCoy.

L’RMS chiede ufficialmente una maggior tutela lavorativa e personale dei medici robot, nonché il riconoscimento ufficiale del lavoro da essi svolto quotidianamente a vantaggio della salute dei contribuenti. “Se i medici robot smettessero in blocco di lavorare” ha affermato con sicurezza C-2 “il servizio sanitario collasserebbe in pochi giorni”.

Il governo cittadino ha già preso in considerazione le istanze dell’RMS. L’assessore alla sanità ha già parlato in via informale della possibilità di dotare i medici robot di telecamere intraoculari ad ampio spettro di frequenza, allo scopo di poter documentare anche di notte i propri atti medici, e di rinforzare la struttura esoscheletrica dei robot di classe C.

In Parlamento, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono imprevedibilmente schierate insieme nell’opposizione a questa proposta: l’estrema destra considerandola lesiva della privacy dei cittadini e dell’ordine pubblico, in quanto la tutela della sicurezza dei robot verrebbe ad avere la priorità su quella umana; l’estrema sinistra perché sfumerebbe la possibilità della definitiva eliminazione dei robot dal mercato lavorativo, dove gli operai umani vedono i propri spazi restringersi giorno dopo giorno.

Dal “Night Carrier” del 17 maggio

Sedicesima pagina

Condannato alla pena capitale il Dottor Morte

L’esecuzione della sentenza il prossimo 25 maggio

Hank McCoy, il famigerato Dottor Morte, è stato condannato a morte dal Tribunale della Contea di Boston dopo un dibattimento durato quindici giorni. La giuria, che è stata presieduta dal Giudice C-111 e che annoverava tra i suoi membri tre robot di classe C, si è espressa con parere non unanime sulla pena capitale da infliggere all’imputato.

La condanna a morte mediante sedia elettrica sarà resa esecutiva il prossimo 25 maggio, alla presenza di una nutrita delegazione dell’RMS.

Esecutore materiale della sentenza capitale sarà un esponente delle Guardie Penitenziarie del quartiere di Boston, il signor C-97.