Archive for the ‘Il Piccolo Scrivano’ Category

Quid est veritas?

martedì, maggio 26th, 2015

ivv_cover_def

Qualche mese fa ho partecipato a un concorso letterario a tema sul sito www.discutibili.com: il premio, per i meritevoli, sarebbe stata la pubblicazione del proprio racconto su un eBook di (giustamente) libera distribuzione. Il tema era la verità: il che, come immaginate, è stato come invitarmi a nozze. Già credo di mio che la verità non esista, per non parlare delle certezze di ogni tipo, e in più faccio un mestiere in cui quello che sembra vero spesso non lo è (e viceversa, ovviamente). Senza contare che la più elevata vetta filosofica mai raggiunta da essere umano, a mio parere, fu quel cogitabondo e amaro Quid est veritas? che Pilato mormorò tra sé e sé mentre si teneva l’interrogatorio di Gesù Cristo.

Insomma, per farla breve, il mio racconto è stato annoverato tra i meritevoli e chiude la serie dei dodici dell’eBook. Se volete, qui e nei link del blog c’è la possibilità di scaricare gratuitamente e leggere la raccolta di racconti. Fatemi sapere.

Le interviste radiologiche possibili #1 (Torino)

sabato, maggio 16th, 2015

Qualcuno di voi conosce il mio sogno radiologico proibito: da amante appassionato non solo della Radiologia ma anche della sua storia, mi piacerebbe trasformarmi per un istante in giornalista e intervistare i grandi Vecchi della Radiologia italiana. Poter passare con loro un pomeriggio, qualche ora, o soltanto potergli sedere accanto a cena e scambiare due chiacchiere. Ho perduto l’occasione dell’intervista con la quale avrei voluto esordire, e che era praticamente già organizzata, per un’incomprensione che mi ha riguardato solo di sponda, tangenzialmente; e allora ho approfittato dell’occasione torinese del 16 maggio per fare un giro di prova. Ho chiacchierato tutta la sera con un cattedratico torinese in pensione e poi gli ho chiesto a bruciapelo: Posso trasformare questa chiacchierata in una specie di intervista e pubblicarla sul mio blog? Se vuole gliela faccio leggere prima. L’uomo mi ha guardato negli occhi (ha uno sguardo incredibilmente acuto, ironico) e ha risposto: No, ci mancherebbe, mi fido.

E’ così che nasce la prima puntata delle Interviste Radiologiche Possibili, che ha come protagonista il professor Cesare Fava. Il quale dichiara a tutti solennemente, ma senza convincere nessuno, di essere diventato un pensionato vero e senza più rapporti con il mondo lavorativo radiologico. Cosa vuole, dice. Io coltivo insalata, pomodori. L’anno scorso ho prodotto sessanta  cassette di kiwi. E poi faccio il nonno, quando me lo lasciano fare.

Molti dei giovani radiologi, e quasi sicuramente tutti gli attuali specializzandi, non conoscono Cesare Fava. Il quale è stato senza ombra di dubbio uno degli animatori principali della Radiologica toracica italiana degli ultimi decenni. E’ un uomo minuto, dallo sguardo ironico; uno di quegli uomini di cui puoi immaginare senza difficoltà il viso e l’espressione che avevano da bambini, quando vestivano braghe corte. Se devo farvi un esempio pratico, è più o meno così che immaginavo potesse essere dal vivo quel colosso del giornalismo che era Enzo Biagi: un uomo apparentemente semplice, mite, incapace di andare sopra le righe. Ma capace invece di grandi complessità interiori e di avere a che fare con chiunque, dai re ai senzatetto, trovando motivi di interesse in ciascuno di loro.

La prima mezzora io e il professore ci siamo annusati, come si conviene in queste circostanze: io vengo  dal nulla, non ho una storia universitaria, sono stato fuori dal giro societario fino a pochi anni fa e mi sono occupato anche di altro, non solo di torace. E l’ambiente della Radiologia toracica, visto dal di fuori, è sempre stato parecchio elitario. Poi ci siamo sciolti ed è cominciata una meravigliosa narrazione.

Gaddo: Come si sente uno dei protagonisti degli anni in cui la Radiologia è cambiata in modo così radicale?

Professore: Un’esperienza entusiasmante. Siamo partiti dalla radiologia tradizionale, avevamo poche armi a disposizione, poi a un tratto è arrivata l’ecografia, poi la tac, poi la risonanza magnetica… è stata un’orgia.

E io riesco tranquillamente a immaginare cosa deve aver significato per quei nostri colleghi degli anni ’60 e ’70 il poter accedere a informazioni che fino a quel momento erano disponibili solo per i chirurghi, e solo a costi molto alti per i pazienti. La domanda è arrivata quasi spontanea.

Gaddo: E allora perché ha scelto di specializzarsi proprio in Radiologia?

Professore: Io avrei quasi scelto ingegneria, e credo che sarei stato tutto sommato un bravo ingegnere. Pensi che all’epoca giravo con un cacciavite nella tasca del camice, poteva sempre servire a sistemare qualcosa, mentre adesso nemmeno ti ci fanno avvicinare alle apparecchiature…

Gaddo: E poi?

Professore: Poi è successo che avevo un fratello maggiore, e lui scelse ingegneria. Mio padre, che era medico, avrebbe voluto che almeno uno dei figli seguisse la sua strada, ed eccomi qua. In fondo (sorride) ho scelto la specializzazione medica che ha più a che fare con l’ingegneria.

Il Professore ha un figlio che fa il medico, perché probabilmente ogni famiglia ha il karma che si merita.

Professore: Gli ho solo consigliato di non scegliere Radiologia, perché qualunque risultato avesse raggiunto gli sarebbe rimasto addosso il marchio del nome d’arte. E lui era anche uno parecchio bravino a scuola.

Infatti, non a caso, il figlio fa il dermatologo.

Gaddo: Quanto di più lontano c’è dalla Radiologia, insomma.

Professore (ridendo di gusto): Sa cosa diceva un mio collega dermatologo che poi per motivi imperscrutabili era finito in Radiologia? Che le due discipline hanno una caratteristica in comune: vale per entrambe la regola che se non capisci subito cos’ha il paziente non lo capirai nemmeno in cento anni.

Rido anche io.

Professore: Lo dico sempre a mio figlio, la Radiologia in tanti anni è cambiata radicalmente mentre la Dermatologia è rimasta sempre la stessa. Prima usavano la lente di ingrandimento, ora usano la stessa lente, solo un po’ più sofisticata.

Ride ancora, il Prof, ma quando accenna al fatto che il figlio si occupa di onco-dermatologia un barlume di orgoglio scaturisce, inatteso, dal suo sguardo. Credo abbia ritenuto prudente la scelta del figlio di seguire una strada lavorativa diversa da quella paterna: da padre genio, figlio coglione, chiosava sempre il mio indimenticato Maestro di Radiologia. Il rischio di essere fraintesi, nel nostro ambiente, è sempre molto elevato: deve essere colpa del nostro DNA di italiani, del senso di colpa genetico di chi ha inventato il nepotismo.

Parliamo ancora un po’ di Radiologia e torniamo indietro nel tempo. Ragioniamo sulla tomosintesi, che sembra essere il futuro prossimo della Radiologia toracica convenzionale, e arriviamo alla vecchia, cara stratigrafia. Azzardo una domanda rischiosa.

Gaddo: Lei lo ha conosciuto Vallebona?

Professore: L’ho visto una volta, da lontano. Un uomo che nonostante la fama di grande innovatore era rimasto schivo, privo di arie da grande maestro. Un uomo molto colto e riservato. Nel solco della Radiologia genovese: anche uno dei suoi successori, il professore Oliva, era come lui. Quasi ieratico.

E qui comincia a raccontarmi tutta la storia segreta della stratigrafia: quattro radiologi europei, quasi in contemporanea, avevano avuto la stessa idea (ricorda i nomi di tutti, io nemmeno mi ricordo cosa ho mangiato ieri sera), solo che Vallebona aveva a disposizione un ingegnere genovese (di cui non ricordo il nome, appunto, salvo che suonava più o meno come il mago Zurlì), appassionato come lui, con il quale passava le notti in bianco per mettere a punto la prodigiosa apparecchiatura che l’avrebbe reso famoso. E non finisce qui: sull’onda dei ricordi mi narra di quella volta, molti anni prima, in cui lui e il professor Comino (seduto a cena alla sua sinistra) erano andati in missione a Modena. Il treno aveva fatto ritardo, erano arrivati nella cittadina emiliana molto tardi e temevano di non riuscire a mangiare. Dice: Noi piemontesi siam fatti così, alle nove di sera nei ristoranti già non ti servono più cibo. Ma Comino aveva con sé la Guida Michelin, abbiamo individuato un ristorante e deciso di provare lo stesso anche se erano le undici di sera. Si fanno coraggio, cercano il ristorante ma al numero civico indicato dalla guida trovano una porta senza insegne: la aprono, salgono una scalinata ripida e si ritrovano in una camerata enorme di avventori che mangiano, bevono e giocano a carte. Insomma, continua, abbiamo mangiato a sazietà e non siamo nemmeno stati gli ultimi ad arrivare nel locale. Fino alle due è continuata a entrare gente. Una vena di rimpianto, forse, in tutto quel racconto di altri tempi, con la loro incredibile austerità piemontese spersa nella gaudente terra emiliana. Ci sono volte, questo l’ho sperimentato sulla mia pelle, in cui vorresti essere nato altrove, essere figlio di altre terre. Ma per fortuna quei momenti non durano mai troppo a lungo.

Stamattina, durante la sua lettura magistrale sulla storia del radiogramma standard del torace, il professor Fava aveva ancora una volta, come ieri sera a cena, gli occhi che brillavano dall’emozione. Ripercorrere quella che lui ha chiamato “l’età dell’oro” della Radiologia toracica gli ha colorito le guance, ed era un rossore sincero come quello dei vini piemontesi di cui abbiamo parlato a lungo. A un certo punto ha parlato, cito testualmente, della sua emozione di vedere la radiografia sostituita dall’immagine digitale: e ho ripensato ancora una volta a cosa devono aver provato i radiologi nati e cresciuti in epoca analogica nel momento in cui tutto è precipitosamente cambiato, quale sensazione di onnipotenza deve averli permeati.

Ma forse il professor Fava è stato immune a questa sensazione che ha reso molti suoi colleghi invisi ai più: l’ho capito quando, mentre parlavamo di vini, mi ha spiegato la storia dell’unico bianco di relativo pregio che vanta il Piemonte, l’Arnèis.

Professore: Sa perché l’Arnèis si chiama così?

Gaddo: No, me lo dica.

Professore: Perché è un vino inaffidabile, un anno vien bene, l’altro anno è imbevibile. In dialetto noi usiamo dire, parlando di una persona poco affidabile: ma come fai a fidarti di quell’arnese, di quell’arnèis lì?

Gaddo: L’ho bevuto a Torino qualche anno fa, è un vino molto particolare, buono.

Professore: Perché adesso l’Arnèis non è più inaffidabile, i viticultori hanno finalmente trovato il modo di fregare le sue intemperanze.

image

Ci siamo salutati, oggi pomeriggio, con una stretta di mano e un sorriso ironico e amaro: l’applauso interminabile e spontaneo a fine lettura potrebbe essere l’ultimo della sua lunga carriera, e lui lo sa bene. Ho ricordato il modo in cui si era palesato, quella stessa mattina, giusto in orario per la sua lettura magistrale: ancora minuto, trafelato, con un velo di sudore sulla fronte, la cravatta intorno al collo ma non ancora annodata. In quel preciso istante mi è sembrato di intuire il nerbo dell’uomo con cui avevo chiacchierato la sera prima, a cena; e ho avuto una sensazione netta, quasi didascalica. Fosse stato per lui, Cesare Fava avrebbe preferito che l’Arnèis rimanesse quel vino inaffidabile che era sempre stato, piuttosto che un bianco amabile finalmente addomesticato dagli scaltri viticultori piemontesi.

La fine del mondo

domenica, luglio 22nd, 2012

Vado a dormire sereno, dopo aver spento la tivù e controllato che i due bimbi, nella loro cameretta, stiano dormendo come due angioletti. Leggo qualche pagina dell’ebook reader, poi spengo la luce e mi dispongo in posizione fetale su quei due o tre pensieri che da sempre mi inducono il sonno meglio del valium. Il sonno arriva, tutto diventa nero, il cervello riduce al minimo l’attività elettrica e accende la luce rossa dello stand-by.

La mattina dopo mi risveglio con un mal di testa micidiale. Sono carponi, ho la testa appoggiata al muro della camera da letto e in quel punto preciso la vernice del muro è scrostata come se avessi dato una poderosa testata; il che, vista l’entità del mal di testa, e più che possibile. Mi alzo a fatica e resto a bocca aperta: la casa è un macello, la libreria a terra con tutti i libri sparsi per la sala, il televisore sfrigola elettricità a faccia in giù in una larga pozza di acqua, il divano rovesciato davanti alla porta chiude qualunque via di uscita. Ma il peggio è fuori dalla finestra: c’è acqua dappertutto, lambisce le mie finestre del primo piano e all’orizzonte non riesco a individuarne la fine come se un lago immenso si fosse posato in piena notte su Treviso. Per un qualche caso fortuito il mio quartiere non è stato completamente sommerso dalle acque, ma in lontananza, mentre l’enorme lago viene solcato da piccole barche di fortuna, si intuisce il campanile del Duomo che emerge dalle acque come un gigantesco dito puntato verso il cielo.

E allora capisco: è arrivata, è arrivata la fine del mondo, non doveva essere in piena estate ma è arrivata, e adesso cosa facciamo, cristo, vado a svegliare mia moglie e i bambini e mi assicuro che anche loro stiano bene, poi cerchiamo di fare mente locale ma i bimbi piangono terrorizzati perché la nostra terrazza è sotto il pelo dell’acqua e il paesaggio allucinante di distruzione liquida si stende sotto un assurdo cielo azzurro e solcato da nuvolette bianche e soffici, e dopo aver realizzato che la casa per adesso tiene botta e che la risalita delle acque sembra essersi fermata facciamo il conto delle provviste che ci restano in casa e ci mettiamo a fare ipotesi su come fuggire da lì, ma fuggire per andar dove, c’è acqua dappertutto e noi da brava gente di pianura in casa non abbiamo neanche un canotto.

Poi mi viene in mente l’ospedale, se casa mia non è tutta sommersa forse anche i piani alti dell’ospedale potrebbero essere all’asciutto; e dico a mia moglie che dovrei andare a vedere cosa è successo laggiù, la strada a piedi non è molta ma non è che a nuoto si possa dire la stessa cosa.

Ed è proprio parlando di come raggiungere l’ospedale che mi sveglio. Sono nel mio letto, i mobili sono al loro posto, fuori dalla finestra la pianura è asciutta e soleggiata. Tutto a posto, insomma, solo un brutto sogno come tanti. Nessuna fine del mondo, pare, a parte lo spread che continua a salire come un’onda anomala.

Cronache dal futuro

sabato, agosto 13th, 2011

Caro Lorenzo,

io per adesso sto bene, tu e la mamma non dovete assolutamente preoccuparvi per me. Anche se da quando siete partiti è accaduto di tutto, da queste parti, e siccome non so se la connessione internet dei nonni ti consenta di seguire gli sviluppi della crisi voglio metterti al corrente di quanto è successo.

Lo sai, dopo Londra è stata la volta di Parigi. Poi Madrid, Berlino, Atene, persino Stoccolma. Ne abbiamo già parlato quando eri ancora qui a Treviso: dopo il default non mi aspettavo che anche Roma andasse in fiamme così in fretta. Soprattutto non mi aspettavo che i barbari calassero sulla capitale. Chi cavolo fossero e da dove venissero quei ragazzi incappucciati, che parlavano lingue straniere e hanno spaccato le vetrine delle banche e dei negozi, divelto idranti e bruciato automobili e ammazzato animali e persone e lanciato pietre e bombe molotov contro quelle poche forze dell’ordine rimaste, io proprio non lo so. Alla fine, credo che lo abbia visto anche tu su internet, i barbari sono arrivati alle porte del Parlamento.

Dopo il cedimento degli ultimi cordoni di polizia, hanno stanato i pochi parlamentari barricati in Camera e Senato e li hanno condotti con la forza nelle piazze del centro. In quelle piazze i parlamentari sono stati processati sommariamente da un improvvisato Tribunale del Popolo e altrettanto sommariamente giustiziati. Li hanno appesi ai pali della luce. Sono rimasti lì, appesi, per giorni interi.

Ma sono morti in quel modo infame solo i rincalzi, le seconde linee, quelli che non avevano previsto il tracollo del sistema e non si erano preparati per tempo la via di fuga. Mentre gli altri, i veri responsabili, erano già da tempo nei paradisi fiscali a cui avevano affidato da decenni le proprie personali fortune.

Poi è cominciata dappertutto l’anarchia, anche qui da noi. Di giorno le strade erano stracolme di invasati che saccheggiavano supermercati, centri commerciali, qualunque negozio che vendesse beni di consumo, anche quelli ormai inutili. Di notte gli incendi sono divampati in tutte le città del centro e del nord, se tu vedessi in che condizioni è ridotta adesso Piazza dei Signori non riusciresti nemmeno a riconoscerla, sembra quella delle foto dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

E adesso, figlio mio, sono barricato in ospedale, nel mio reparto, e da qui ti scrivo questa e-mail approfittando del ritorno temporaneo della corrente elettrica. Non so quanto durerà, perché da quando le forniture di petrolio sono state sospese la corrente va e viene e noi medici non riusciamo più a lavorare in modo decente. Ho saputo che alcuni ospedali della provincia sono stati saccheggiati, ma quelli più grossi per adesso li stanno lasciando in pace. Anzi, lungo tutto il perimetro dell’ospedale ci sono milizie armate che controllano chi entra e chi esce, non so chi gli fornisca le armi ma a quanto pare, anche se ci tengono segregati qui dentro, in un certo senso ci stanno proteggendo. Il guaio è che gli unici medici davvero operativi in questo momento sono gli internisti, anche se le scorte di farmaci sono quasi esaurite. I chirurghi fanno quello che possono, perché se salta la corrente anche le sale operatorie vanno in malora e i pazienti critici muoiono come mosche nonostante tutto l’impegno che ci mettono gli anestetisti.

Noi radiologi per lo più ci giriamo i pollici. La Tac è ferma da due giorni perché è saltato il tubo radiogeno: ci hanno detto che possiamo scordarci il pezzo di ricambio, e comunque il mezzo di contrasto è già finito da tempo. La risonanza magnetica ancora peggio: nei primi giorni di casino un tecnico fuori di testa, uno in mezzo ai comitati di gestione che si sono formati quando le forze dell’ordine sono sparite dalla circolazione, ha deciso tutto da solo che per distruggere il sistema bisognava partire dalla sanità, e ha premuto il pulsante del quench. Credo che gli abbiano già fatto la pelle i suoi stessi compagni di merenda, ma ormai il danno è fatto e la risonanza magnetica è fuori uso definitivamente. Quando ritorna la corrente elettrica ci precipitiamo a fare quante più ecografie è possibile, vediamo anche dieci o quindici pazienti in un quarto d’ora, poi torna il blackout e non sappiamo quanto ancora staremo fermi. E’ il guaio di aver scelto una disciplina così tecnologica, immagino, ma chi poteva immaginare che ci saremmo trovati in una situazione del genere? C’è di buono che tutti gli altri sono costretti a fare di nuovo i medici, e noialtri cerchiamo di imparare qualcosa da loro. Ieri, per esempio, un chirurgo mi ha insegnato a dare i punti di sutura: che è l’urgenza più frequente, ogni giorno arrivano in ospedale centinaia di persone con ferite di ogni tipo, specie da coltello.

Quanto a te, Roberta e mamma, non sai che sollievo mi ha dato l’sms con cui mi avete avvisato di aver passato il Garigliano senza grossi problemi. Adesso so che siete in buone mani, i nonni si prenderanno cura di voi e poi da quel poco che trapela da internet pare che lì al sud le cose vadano un poco meglio, che i disordini siano meno violenti e che si trovi da mangiare con meno difficoltà. Ieri ho visto su YouTube il filmato del ritorno a Napoli di Carlo di Borbone, ad aspettarlo sul porto c’erano i soliti politici riciclati per l’occasione ma anche un sacco di facce nuove. Il commento audio diceva che erano i maggiorenti delle principali famiglie mafiose di Campania, Calabria e Sicilia: d’altro canto se al sud si è riusciti a mantenere una parvenza di ordine forse il motivo è proprio quello, lì è sempre esistito uno stato dentro lo stato e quello più importante non era di certo lo stato nazionale. Sono curioso di vedere come se la caverà Re Carlo in questo casino, la secessione è avvenuta talmente in fretta, credo che lo costringeranno con le spalle al muro fin da subito ma se c’è una zona d’Italia che si riprenderà in fretta, passata la crisi, forse è proprio il nuovo Regno delle Due Sicilie.

Per quanto riguarda me, conto di raggiungervi appena la situazione me lo consentirà. Un giorno, quando sarà passato abbastanza tempo, capirai il perché della mia scelta e mi perdonerai per non essere scappato con voi. Ogni uomo nella vita ha una missione, credo, e un luogo in cui compierla: il mio luogo e la mia missione sono qui, ora, in questo ospedale semideserto, con i colleghi che sono rimasti sulle barricate a difendere quel poco che è rimasto della nostra dignità di uomini e di professionisti. Ci sono bambini che piangono in ogni angolo dell’ospedale: e le lacrime che asciugo loro è come se le asciugassi a te, che invece hai avuto miglior sorte.

E poi la fine della crisi sembra vicina. Treviso è deserta, i sopravvissuti sono quasi tutti scappati nelle campagne o nelle città più grandi, e lì stanno aspettando che qualcuno prenda in mano la situazione. Il nuovo ordine mondiale ha vinto, su internet dicono che Londra e Berlino sono ormai pacificate e che la popolazione ha accolto le colonne di truppe militari con esultanza. Tutti invocano un governo unico europeo che riporti pace e stabilità nel continente, anche se dovesse imporle con le armi.

Il video sfarfalla, merda, temo che tra poco la corrente salterà di nuovo e voglio dirti tutto prima di essere interrotto per chissà quanto tempo. Ti abbraccio forte, e abbraccio forte anche Roberta e la mamma. Tenetevi lontano dai guai, e soprattutto tu, testa calda che non sei altro, tieniti lontano da Roma. So che avrai voglia di essere lì quando tutto accadrà, ma stamattina io e i miei colleghi abbiamo visto su YouTube anche il filmato di quell’uomo che arringa le folle da Palazzo Venezia, vestito da militare. Non mi piace la sua faccia, non mi piacciono i suoi capelli corti da generale dei marines, non mi piacciono le pose teatrali che prende quando parla al microfono, e soprattutto non mi piacciono gli applausi e le urla di esultanza della folla raccolta sotto il balcone. Sembrano tutti in delirio, e a me la folla in delirio spaventa a morte.

Ti abbraccio ancora, spero di essere presto lì con voi. Saluta tanto anche i nonni, e ringraziali da parte mia.

Papà

Il viaggio del falegname

sabato, giugno 11th, 2011

Giuseppe fa il falegname in un villaggio sperduto della Galilea: poche baracche costruite ai piedi di una collina riarsa dal sole, qualche gregge di pecore magre condotto al pascolo sulla riva di un torrente quasi asciutto. All’orizzonte, un paio di donne si affaccendano intorno ai pochi alberi di fichi.

Giuseppe non ama molto il suo lavoro. Lo ha ereditato da suo padre, Zaccaria, un uomo di poche parole e dalle mani grandi e callose; come lui, non trae piacere dal manipolare la scorza ruvida del legno, la sua polpa dura e testarda. Ma fare il falegname, per un uomo che non possiede terreni o bestie da pascolo, è un modo come un altro per tirare a campare: c’è sempre chi ha bisogno di rimettere in sesto i cardini di una porta o le gambe di un tavolo marcito dai tarli.

Giuseppe ha una moglie, Maria.

Maria ha molti anni meno di lui e si occupa della casa: lo fa con l’amara e silenziosa rassegnazione delle donne galilee, che non aprono bocca se il marito, il Signore lo preservi da ogni male, non gliene dà il permesso.

La vera luce degli occhi di Maria è però il loro figlio maschio: si chiama Gesù ed è un bel bambino bruno e vivace, pieno di insondabili energie infantili. Dovrebbe avere ormai sei o sette anni, eppure la madre ha per lui ancora sguardi colmi d’amore e meraviglia: Maria all’epoca non si aspettava di essere incinta, era una ragazzina di appena quindici anni e la gravidanza l’aveva strappata con la forza a una fanciullezza che sembrava eterna.

Dopo di lui non sono arrivati altri figli ma a Giuseppe e Maria va bene così.

Una bocca da sfamare per loro è già abbastanza.

*

Giuseppe, da buon ebreo praticante, recita i salmi, il sabato frequenta la sinagoga e ogni Pasqua si incammina con la moglie e il figlio verso Gerusalemme: lui e Maria si alternano a dorso del mulo spelacchiato mentre Gesù scorrazza davanti a loro, giocando con l’agnellino che sarà sacrificato di lì a qualche giorno sulla spianata del Tempio. Qualche volta il bambino è stanco e allora lo tengono sulla sella insieme a loro, ben saldo per non farlo scivolare a terra, e Giuseppe ne approfitta per raccontare a Maria le storie della sua famiglia. Sono vecchie storie di nessun valore, che parlano di persone dimenticate e per lo più morte da decenni: ma Maria ascolta volentieri, anche quello è un modo per stemperare la crudezza e le difficoltà del viaggio.

Come d’inverno, quando fuori fa buio presto e tutti insieme siedono davanti al fuoco, Maria ascolta in silenzio.

Giuseppe non saprebbe spiegare cosa prova per la moglie.

E’ un uomo pratico e non crede nell’amore coniugale: per lui il matrimonio è stato una specie di destino ineluttabile e imprevisto, una tappa inaspettata nel suo cammino sulla terra.

Si è sposato tardi, ormai rassegnato a una solitaria esistenza di lavoro, a un’età in cui gli altri uomini hanno già i figli grandi. Ha preso in moglie una ragazzina orfana di padre e madre, senza dote, fra lo stupore di tutti. L’ha fatto perché il defunto genitore era uno dei suoi amici d’infanzia; e anche perché Maria è una gran lavoratrice, umile ed obbediente, che non avrebbe interferito più di tanto con la sua indole solitaria.

Eppure un giorno Giuseppe scopre la paura di restare solo.

Maria sta male. Ha continue perdite di sangue, dimagrisce a vista d’occhio ed è di un pallore quasi accecante: passa le giornate ad occhi chiusi, distesa sul loro povero giaciglio. Giuseppe di sera, chiusa la bottega, mangia un tozzo di pane e siede accanto a lei. Certe volte le appoggia una mano sul ventre e le sue dita ruvide palpano qualcosa di duro, una massa di consistenza aspra, diversa dalla densità buona del legno. Quando sente le lacrime salire agli occhi si volta dall’altra parte o ricomincia a raccontarle le sue storie: ma Maria capisce che Giuseppe è triste e allora i due, marito e moglie, finiscono per piangere insieme.

Anche Gesù si è accorto che la madre soffre. Lui piange in silenzio, lontano dai genitori; più che altro prega il Signore che Maria guarisca. Si addormenta di fianco a lei con gli occhi ancora umidi, sognando di imporle le mani e di restituirle la salute, il colorito roseo e quei suoi grandi e buoni occhi color nocciola.

Ma Maria non guarisce.

Semmai peggiora.

*

Allora Giuseppe si rivolge agli anziani della Sinagoga. E’ in preda allo sconforto, le vecchie donne pratiche di cose femminili gli hanno rivelato che Maria è destinata a morire lentamente, fra molti tormenti.

Gli anziani sono sconcertati quanto lui, ascoltano in silenzio il suo sfogo amaro e tacciono addolorati.

Solo uno di loro si leva in piedi, esitante. Dice: “Ho saputo che un guaritore di Cafarnao va in giro per i villaggi della Galilea a compiere miracoli. Si racconta che sia capace di guarire qualsiasi male. Potresti raggiungerlo e convincerlo a seguirti”.

Giuseppe lo guarda e annuisce dubbioso. Non sa dove cercare questo guaritore e non esiste nessun motivo per il quale, anche se lo trovasse, l’uomo dovrebbe seguirlo fino al villaggio: non saprebbe come ricompensarlo. Forse, con Maria ammalata, non avrebbe neanche cibo da offrirgli.

Ma l’anziano insiste.

“Parti, Giuseppe. Provare è meglio che vederla morire giorno dopo giorno”.

E’ vero.

E infatti Giuseppe parte, a dorso del vecchio mulo, dopo aver baciato Maria sulla guancia smorta e raccomandato a Gesù di prendersi cura di lei.

Dopo alcuni giorni di viaggio, Giuseppe raggiunge Cafarnao.

Cafarnao è una cittadina di tutto rispetto, altro che il suo pidocchioso villaggio di baracche. C’è gente dappertutto e un gran fermento lavorativo: muratori, mercanti, venditori d’acqua; sulle sponde del lago i pescatori smerciano il pesce della mattina urlando a squarciagola. Ogni tanto incrocia soldati romani: vanno in giro in piccoli drappelli, armati fino ai denti, senza guardare in faccia nessuno. Parlano una lingua che Giuseppe non conosce e non ha nessun desiderio di imparare.

La vista del lago di Tiberiade gli dà le vertigini: non è avvezzo alle grandi distese d’acqua e alle grosse barche da pesca che lo solcano, ornate di vele multicolori. Lo scintillio argentato del pesce morto sulla riva gli ricorda che non mangia da due giorni.

Ma non c’è tempo da perdere.

Maria è il suo pensiero fisso.

Si avvicina titubante a un capannello di pescatori che si raccontano storie sconce, ridendo e dandosi manate sulle spalle, e chiede notizie del famoso guaritore. I pescatori lo guardano e una luce di gaiezza si accende nei loro occhi cisposi.

“Stai parlando di Gesù di Nazareth? Quel matto che se ne va in giro a guarire i moribondi e a predicare l’amore per i nemici? Fosse rimasto qui con noi a Cafarnao, adesso sarebbe il pescatore più ricco del lago”.

Giuseppe ha un moto interiore di esultanza. Il guaritore esiste davvero e porta il nome di suo figlio: la notizia gli sembra di buon auspicio.

“Dove si trova adesso?” chiede, pieno di accanita speranza.

“E chi lo sa?” ribatte uno dei pescatori. “E’ sbucato fuori dal nulla, saliva sulle nostre barche e le reti si riempivano di pesci come per magia. Speravamo che rimanesse a lungo qui a Cafarnao, abbiamo persino provato a trovargli una moglie ma non c’è stato nulla da fare. I nazareni hanno la testa dura”.

Giuseppe ringrazia i pescatori, un’ansia strisciante gli colma il ventre. Aver saputo che il guaritore esiste davvero e non sapere ancora dove trovarlo gli sembra crudele: ma Cafarnao è grande e lui non ha perduto le speranze.

Mentre si allontana, uno dei pescatori lo chiama.

“Straniero!” urla con voce roca. Giuseppe si volta lentamente.

“L’ultima volta che l’ho visto si era imbarcato per l’altra riva. Potrebbe essere ancora là”.

E’ già qualcosa.

Giuseppe si inchina, poi riprende il viaggio.

Sull’altra riva del lago, nel paese dei Gadareni, la musica cambia.

Ogni volta che Giuseppe chiede informazioni su quel Gesù di Nazareth i volti si rabbuiano e le porte vengono sprangate: sembra che gli abitanti del luogo non vogliano avere nulla a che fare con quell’uomo. Solo una donna, china a riempire la brocca d’acqua ad una fontana, gli racconta la storia del guaritore. Gesù aveva affrontato due indemoniati che terrorizzavano da mesi la gente del posto. Li aveva incontrati da solo, lungo una strada deserta, senza nessuna paura di quei farabutti: aveva scacciato i loro demoni e questi si erano impossessati di una mandria di porci che grufolavano in un campo poco lontano. I porci erano finiti in mare, almeno così raccontavano i mandriani che avevano assistito alla scena, e la gente del luogo aveva allontanato quel mago galileo dalla loro terra.

“Meglio due pazzi indemoniati che una mandria di porci annegata” aveva sentenziato la donna, accomiatandosi da Giuseppe.

Poi è la volta di Nazareth.

Giuseppe è convinto che là troverà qualche notizia di quell’insolito guaritore: i suoi genitori e i suoi fratelli, perlomeno, sapranno di sicuro dove si trova Gesù.

Nel piccolo paese, invece, nessuno sa nulla. I nazareni gli ridono in faccia, gli raccontano che Gesù non è che un empio bestemmiatore, un folle che ha dichiarato di essere il messia che libererà Israele.

“Noi conosciamo lui e la sua famiglia” gli raccontano in sinagoga. “Sappiamo chi sono suo padre e sua madre. Conosciamo Giacomo, Simone e gli altri suoi fratelli. Quando il messia sarà giunto tra noi, nessuno saprà da dove viene”.

Ancora una volta, Giuseppe saluta con rispetto gli anziani di Nazareth e prende in mano le redini del mulo.

“E il messia sarà un re, non un misero falegname” conclude con sdegno uno di loro.

*

Giuseppe è stanco, il suo mulo pure.

Tiro, Sidone, Cana, Betsaida: l’uomo e il suo animale stanno percorrendo in lungo e in largo la Galilea ma il guaritore nazareno sembra introvabile. Peggio ancora, ogni volta che Giuseppe raggiunge un villaggio la risposta alle sue domande è sempre la stessa: Gesù è appena passato da quelle parti, ha predicato la venuta del nuovo regno di Israele, ha guarito decine di malati e poi se n’è andato con il suo codazzo di discepoli. Qualcuno lo ricorda con piacere e parla di lui come di un angelo del Signore: uno di essi è il lebbroso guarito nei dintorni di Cafarnao, che va in giro piangendo di gioia e mostrando a tutti la sua pelle guarita. Qualcun altro ne parla come di un bestemmiatore, si vanta persino di aver provato a lapidarlo.

Ma a Giuseppe non importa. Ormai stremato dalle fatiche dell’interminabile viaggio, smagrito dalla fame e quasi rimbecillito dal sole implacabile che gli cuoce il cranio, non sa fare altro che procedere a testa bassa e gli occhi semichiusi. Divide quel poco che c’è da mangiare con il mulo, anch’esso ormai ridotto a pelle e ossa, e si rimette subito in cammino in quelle lande polverose e riarse dal sole.

Non gli importa che il guaritore sia un pazzo, non gli importa nemmeno che sia il messia di Israele: le sue uniche preghiere sono per Maria e per suo figlio.

A volte, quando riposa, sogna sua moglie: Maria è distesa sul giaciglio, la pelle incartapecorita. Respira a fatica e un rantolo continuo ed impercettibile è il solo suono che esce dalle sue labbra smorte. Il piccolo Gesù le è accanto e piange.

Quando si desta, con la luna ancora alta nel cielo, anche le guance di Giuseppe sono rigate di lacrime.

*

All’improvviso, le tracce del guaritore deviano verso la Samaria e poi verso la Giudea.

Giuseppe costeggia il Giordano senza più energie, ormai lo tengono in sella solo le sottili forze dell’istinto e della volontà. Di tanto in tanto viene soccorso da qualche caritatevole pastore che gli offre un piatto di ceci e un po’ d’acqua; giusto per placare l’arsura che gli brucia l’anima. Persino Maria è un ricordo lontano: a volte, mentre avanza imperterrito lungo la strada, deve sforzarsi di ricordare i motivi che lo hanno spinto fin laggiù; ricordarsi di avere una moglie malata e forse già morta da tempo, un figlio abbandonato a sé stesso.

Passa per Gerico, dove si parla ancora con meraviglia dei due ciechi guariti dal mago nazareno; punta con decisione verso Gerusalemme, pensando che l’ultima volta è stato lì con Maria e il piccolo Gesù, che Gesù giocava con l’agnellino e Maria ascoltava le sue vecchie storie in silenzio, con un vago sorriso sulle belle labbra.

Arriva a Gerusalemme di pomeriggio.

Il cielo è buio, nuvole nere oscurano il sole e c’è un vento gelido che taglia le strade: eppure le strade sono piene di gente, l’atmosfera è carica di una sottile tensione che Giuseppe fa fatica a decifrare. Una volta tanto non deve preoccuparsi di chiedere nulla, tutti quelli che incontra gli raccontano la stessa storia: hanno preso Gesù di Nazareth, lo hanno crocifisso, i suoi discepoli sono fuggiti come cani bastonati, era ora che questa storia finisse, non gli hanno creduto e lo hanno ucciso, era un pazzo e un bugiardo, era il figlio di Dio.

Giuseppe avverte qualcosa dentro di sé che si incrina e poi si rompe, una sorgente di dolore che gli sconquassa il petto e gli annebbia la vista; e allora comincia a correre, corre in mezzo a un fiume di gente vociante, corre senza darsi cura delle donne che spinge con violenza a terra, degli storpi e dei mendicanti che calpesta senza pietà, corre in mezzo alla pioggia e al vento come se nella sua vita non avesse fatto altro, povero falegname di un misero villaggio ai confini del mondo, corre verso la collina che gli hanno indicato, corre mentre il cielo nero è scosso dai tuoni e incendiato dai lampi, corre e il suo viso è di nuovo bagnato ma questa volta non sa se sono lacrime o pioggia, corre e corre e corre.

Poi, alla fine, lo vede.

Lo vede inchiodato a una croce di legno, in mezzo ad altre due croci uguali alla sua, con il volto magro e terreo reclinato da un lato. Le sue mani sanguinano.

Ai piedi della croce un gruppo di donne si strappa i capelli, urla il suo nome e piange.

Dappertutto, soldati romani e gente confusa, in preda a un’inspiegabile irrequietezza.

La terra trema.

Giuseppe cade in ginocchio e urla.

*

La strada del ritorno è più agevole, Giuseppe ormai la conosce bene.

Avanza costeggiando ancora il fiume Giordano: la vista dell’acqua che scorre pigramente gli dà refrigerio, lo distrae dai suoi pensieri di morte.

Sa bene che, tornato a casa, non troverà più Maria. Il viaggio è stato inutile, ha fallito la sua missione.

Solo adesso comprende quanto la moglie fosse importante per lui e si maledice per il tempo perduto, per tutte le volte che non è stato ad ascoltarla; che non ha allungato la mano per farle una semplice carezza sul viso.

*

Non è passato molto dalla sua partenza: il villaggio di baracche non è cambiato, i suoi greggi di pecore magre, i suoi alberi di fichi; il nulla intorno, l’incurabile sensazione di essere ripiombati al confine del mondo.

Gli corre incontro il piccolo Gesù, lo chiama più volte da lontano: padre, padre, sei tornato a casa.

Il padre e il figlio si abbracciano in mezzo al sentiero, le loro lacrime si mescolano alla polvere di cui Giuseppe è sporco dalla testa ai piedi. E’ il tramonto.

Poi Gesù si scioglie dall’abbraccio e gli indica un punto lontano.

C’è Maria sulla porta di casa.

Maria gli sorride.