Archive for the ‘Libri da cesso’ Category

Ma la vita continua, e io non riesco ad abituarmi a vivere senza di te

giovedì, gennaio 17th, 2019

Mi aveva molto commosso la notizia che sul Lander Chang’ E-4, sbarcato sulla faccia nascosta della Luna durante l’ultima missione cinese, fosse germogliata una pianticella di cotone. Una piccola pianta nata così lontano da casa, in un ambiente brullo e inospitale, sotto un cielo nero e, direbbe forse il poeta, tutto trapunto di stelle.

Poi la pianticella di cotone è gelata, quando la temperatura della notte lunare è scesa a -150: dice che i cinesi lo avevano messo in conto, ma questa consapevolezza non è che mi consoli più di tanto.

Ecco: in questo momento così delicato della mia vita, in cui tanti nodi stanno venendo al pettine, mi sembra di poter trarre da questa storia una lezione importante.

Il cotone può germogliare anche sulla faccia nascosta della Luna, certo. Ma poi devi prenderti cura della piantina, altrimenti muore.


La canzone della clip è “I want to break free”, dei Queen, tratta dall’album “The works” del 1984. Dopo aver visto il film a loro dedicato, mi sto letteralmente spaccando coi loro album. Come ha detto mia figlia, farò come al solito: non ascolterò altro per un mese, poi andrò in un’altra direzione. Nel mentre, penso che quel lontano 1984 fu davvero un anno speciale: non solo per le cose belle e terribili che mi capitarono, ma anche per il disco dei Queen e quello dei Van Halen. Che da soli sarebbero bastati a renderlo indimenticabile,

Tempo mezz’ora e, di corsa, nostra signora è qui: gli altri problemi vanno a domani

domenica, dicembre 30th, 2018

È stata grande la sorpresa nel leggere “The game”, il nuovo saggio di Alessandro Baricco (in realtà non l’ho ancora terminato; ma da quando, ieri sera sul tardi, mi si è creato un cortocircuito nuovo non riesco a resistere alla tentazione di mettervene a parte).

Devo ammettere che Baricco l’ho sempre ritenuto un tantinello sopravvalutato. Rispetto ai (molto pochi) giganti della nostra letteratura contemporanea la sua scrittura mi è spesso suonata troppo elementare, scarna ma non come potreste immaginare in uno scritto di Calvino. Piuttosto leggera, con meno consistenza: per capirci meglio, o almeno spero di riuscirci, è come se invece che sulla Terra Baricco lo stessimo leggendo su Marte o sulla Luna, dove la gravità è minore. Ma devo anche ammettere che The game affronta un problema complesso (la mutazione sociologica legata all’evoluzione tecnologica in atto) e lo semplifica con modalità a tratti geniali, suggerendo soluzioni che erano sotto gli occhi di tutti ma nessuno aveva mai organizzato in modo così semplice e sistematico.

Faccio una premessa: in passato ho parlato spesso della deriva sociale a cui sono soggette le professioni cosiddette “intellettuali”: il medico, per dire, l’insegnante o l’avvocato, figure a cui ci si rivolgeva con il rispetto a talora il timore reverenziale dovuto a chi possiede informazioni complesse e acquisite con la grande fatica associata a molti anni di studio e lavoro. Ne ho parlato per esempio qui e qui, suggerendo tutte le volte che la causa di questa deriva sociologica fosse strettamente correlata alla deriva culturale italiana, a sua volta frutto di un disegno (o un complotto) ben preciso e volto a privare l’uomo della strada degli strumenti essenziali con i quali fabbricare idee e crearsi scale di valori per valutare il mondo (di questa sorta di complotto parlavo, un po’ più nel dettaglio, qui).

Questa deriva si è tradotta, per noi medici, nel declassamento da élite culturale (posizione conquistata sul campo grazie alla nostra laurea) a casta: del nostro mestiere vengono attualmente percepiti non tanto l’importanza, sia generale (per esempio, impiegare una parte cospicua del proprio tempo libero a sviluppare sequenze di risonanza magnetica per la fibrosi cistica implica che di quel lavoro beneficeranno altri colleghi, alcuni dei quali porteranno avanti la ricerca fino a stabilire nuovi protocolli condivisi dalla letteratura internazionale e un vantaggio enorme per i pazienti) che particolare (la diagnosi precoce al singolo Paziente a cui, durante l’ecografia, scopri un nodulo epatico di diametro inferiore al centimetro), quanto i privilegi a esso associati; e qualsiasi errore, ritardo, inconveniente che dovesse realizzarsi dal momento dell’ingresso in ospedale viene visto come un potenziale elemento di rivalsa, economica o meno (in questo supportati da pessimi testimonial, come in questo caso da poco balzato agli onori della cronaca, che nemmeno si accorgono di quanto danno provocano a un sistema sanitario agonizzante in cambio della marchetta quotidiana).

E invece mi sbagliavo. Non c’entra nulla la scuola. Non esiste nessun complotto in atto per rendere gli italiani un popolo di decerebrati (o forse esiste, ma lo scopo del complotto esula dalla presente trattazione, che ha uno sfondo eminentemente, ma non solo, sanitario). La questione è più semplice e ha a che fare con l’avvento di Internet.

Su questo Baricco è molto chiaro: quando narra di un tempo passato e cosiddetto analogico, per far riferimento ai movimenti ideologici e culturali che muovevano le coscienze, afferma (pag. 76) che in quel tempo esistevano

flussi ideologici massicci a cui era sostanzialmente impossibile sottrarsi ( la Chiesa o il Partito, per dire).

Quando invece racconta il mondo digitale in cui ci muoviamo in questo momento, con grande lungimiranza, fa riferimento alla distruzione delle élite. E qui il suo discorso trova un aggancio con il mio, laddove le cosiddette élite per lui erano nient’altro che categorie di mediatori, professionisti che ci indicavano la direzione del mondo e ci aiutavano a mettere ordine nella pletora di informazioni che, attenzione, non erano a disposizione di tutti. Quando ti scoprivi una tumefazione alla base del collo, in buona sostanza, eri obbligato a rivolgerti al medico: il quale esaminava il tuo caso e, sulla base della preparazione personale e dell’esperienza, ti indirizzava verso una certa diagnosi e, eventualmente, una certa terapia.

Con Internet e relativi motori di ricerca, Google in testa, le informazioni hanno smesso di essere totale appannaggio dei professionisti, quelli che lui chiama mediatori, e sono diventate di pubblico dominio. Le persone, o gli utenti, come volete voi, hanno immediatamente percepito lo strappo. Baricco infatti scrive, sempre a pag. 76:

Se salti le mediazioni, metti fuori gioco la casta dei mediatori e alla lunga annienti tutte le vecchie élite. Il postino, il libraio, il docente universitario: tutti sacerdoti, seppur in modo diverso, tutti membri di un’élite a cui si eri soliti riconoscere una particolare competenza, un’autorità e alla fine un certo potere.

E poi ancora (pag. 77):

La conseguenza inevitabile è che in numero significativo di umani su fa largo la convinzione che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti: molti ne deducono di essere stati gabbati per secoli. Si guardano intorno e, animati da una certa comprensibile venatura di risentimento, cercano la prossima mediazione da distruggere, il prossimo passaggio da saltare, la prossima casta sacerdotale da rendere inutile. Se hai scoperto di poter fare a meno del tuo agente di viaggio, perché non iniziare a pensare di far fuori il tuo medico di famiglia?

Il ragionamento conduce a conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che non sono scevre di pericoli sociali, anche drammatici, almeno finché la mutazione in atto non avrà trovato un nuovo equilibrio biologicamente compatibile con la sopravvivenza della società: se non esistono più mediatori ognuno finisce per valere uno, non esiste riconoscimento per qualsiasi tipo di competenza acquisita (in particolare se, come nel caso delle professioni intellettuali, esse non producano come risultato alcun oggetto tangibile) e la scala di valori sociali si sovverte al punto che l’attuale ministro delle infrastrutture, noto per alcuni scivoloni che ai tempi della prima repubblica avrebbero decretato la fine immediata della sua già breve carriera politica, può candidamente dichiarare in un’intervista al quotidiano (la Stampa di oggi) che è meglio fare gaffe che intascare mazzette. Toninelli nemmeno se ne rende conto perché evidentemente non possiede un’adeguata formazione culturale, altrimenti se ne sarebbe guardato bene, o ci gode come un matto a produrre la gaffe quotidiana, ma pone la questione in modo strutturalmente errato esponendosi alla fallacia logica chiamata del  falso dilemma: la quale presuppone che non esistano alternative a due tesi concorrenti, mentre invece le alternative esistono (l’esempio, nel caso specifico, è che esista un politico preparato e anche onesto). Su piani infinitamente meno dannosi, almeno per ora, la distruzione delle élite culturali sta producendo la pletora di stupidaggini a cui si può liberamente accedere da Internet, e che partono dall’ipotesi della terra piatta per arrivare ad altre e più rischiose certezze, anche in ambito medico, come la totale e indiscutibile inutilità/dannosità dei vaccini.

Quindi, tornando a noi, ecco in che modo Baricco ci spiega in modo chiaro e implacabile il perché dell’atteggiamento aggressivo dei pazienti, che non di rado si recano negli ospedali con la diagnosi già prodotta dal dottor Google e se contraddetti provano pure a menarci. Ecco perché, con virtuose eccezioni come quella in cui per fortuna lavoro io, le Direzioni degli ospedali stanno provando in tutti i modi a massacrare i medici come se la colpa del tracollo dell’intero sistema sanitario fosse loro e non dell’assoluta miopia con cui un’intera classe politica e quindi dirigenziale ha sottovalutato (o, in alternativa, a seconda della vostra inclinazione complottistica, contribuito a creare) la disastrosa carenza di risorse in cui ci dibattiamo e che gli addetti ai lavori, me compreso, già paventavano da anni). Ed ecco perché, semplicemente, ai medici il contratto di lavoro non viene rinnovato da dieci anni: anche nell’immaginario collettivo della politica noi medici non siano più indispensabili, svolgiamo un lavoro iperpagato che potrebbe essere tranquillamente svolto da altre categorie professionali sanitarie meno competenti ma anche meno dispendiose (tecnici, infermieri, oss) e più che una risorsa siamo diventati una spesa che il sistema non può più permettersi.

Per cui un grazie amaro a Baricco, per averci finalmente aperto gli occhi (comprate il suo libro, merita) e, per così dire, buon 2019 a tutti.


La canzone della clip è “Caro me stesso mio”, dei Pooh, tratta dall’album “Stop” del 1980. Lo so, vi sembra strano: ma nelle ultime settimane un oscuro demone interiore mi ha spinto, per la prima volta in vita mia, a riascoltare quasi integralmente la discografia dei Pooh. Sarà stata la nostalgia per i primi passi mossi nel mondo della pre-adolescenza, con le feste da ballo a casa dei compagni di scuola (“Viva”). Sarà stato il ricordo ormai sbiadito del mio primo amore, a cui i Pooh piacevano tantissimo (“Boomerang”). Sarà stata la memoria di un concerto dal vivo a cui mi condusse, riluttante, la mia morosa dell’epoca (“Uomini soli”), in  cui mi resi conto che la loro musica mi faceva cagare, ma i quattro Pooh erano davvero ottimi strumentisti. Tra tutti, ho apprezzato maggiormente l’album da cui è tratta “Caro me stesso mio”, che da anni fornisce il nome a una delle sezioni del blog e rappresenta quantomai adeguatamente lo stato dell’arte a fine 2018.

Sono in strada per vedere se c’è qualcosa che aspetta proprio me

lunedì, agosto 28th, 2017

E poi è finita.

Ci sono riuscito, ho finalmente spento l’interruttore generale. Ogni tanto è arrivata qualche scarica elettrica, giusto per farmi ritornare all’opera bello tonico, ma niente di grave. Per me, almeno.

Cosa hai fatto in questi giorni? Me l’hanno chiesto privatamente in molti, forse colti di sorpresa dal prolungato silenzio estivo.

Bene: ho letto. Cinque romanzi di Silverberg, eccellente autore di fantascienza: in particolare, “Mutazioni” è proprio il romanzo che avrei voluto scrivere io, ben congegnato, profondo, costruito da dio, con un finale stratosferico.

Poi ho letto per la seconda volta “Il castello dei destini incrociati”, di Calvino, e per la seconda volta la lettura mi ha lasciato insoddisfatto. Come se Calvino avesse inseguito come traguardo non la scrittura in sé, al suo solito, ma la costruzione di un giocattolone personale: per capirci, usando un ardito paragone cinematografico, la stessa sensazione che provai uscendo dalla sala cinematografica dopo “Salvate il soldato Ryan”. In poche parole, la certezza matematica che Spielberg non avesse girato un film memorabile, come da molti vaticinato, ma si fosse costruito in studio la battaglia di soldatini, quella definitiva, che aveva sognato fin da bambino.

Quindi ho letto un libro di Enzo Biagi e come al solito sono rimasto con il groppo in gola. Il grande vecchio aveva capito tutto, solo che il suo cinismo era stemperato da una educazione di qualità superiore (che gli ha evitato la fine indecorosa di tanti suoi colleghi, anche quelli ancora in attività).

Infine, ma in realtà è stato il primo della serie, una Storia d’Italia da Mussolini ai giorni nostri, di Bruno Vespa. Viste le querele che girano come se piovesse, di questi tempi, non ne dirò alcunché salvo che sono un po’ stufo di libri storici in cui viene chiamato come testimone dei fatti il defunto Andreotti e lui, o chi per lui, cerca di farsi passare per uno che si trovava nei pressi degli eventi più importanti della storia per puro caso. Va bene tenere in tasca i fatidici due schei di mona, come dicono dalle mie parti, ma quando gli schei diventano il deposito di Zio Paperone è davvero troppo.

Tuttavia, la lettura non è stata tutto. Ho finalmente trovato i due personaggi principali del mio prossimo romanzo, e incredibilmente li ho trovati in spiaggia (il solleone, è noto, aguzza gli esausti ingegni). In più ho visto amici carissimi, altri ne ho ritrovati e altri ancora conosciuti con grande piacere: il potere aggregativo del prosecco è fuori scala, sappiatelo. E se è vero che il destino canaglia a volte ci mette alla prova in modi vigliacchi, mediante clonazioni traditrici, le bollicine del prosecco sono più potenti di qualsiasi maleficio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “The long way there”, dei “Little river band (1976). Ottima colonna sonora del mese di agosto, direi, insieme all’album che la contiene.

Pieno giorno

lunedì, novembre 9th, 2015

Qualche tempo fa lessi, con piacevole sorpresa, l’autobiografia di André Agassi: si intitolava Open ed era un piccolo capolavoro per amanti del tennis. Certo, Agassi non è stato il tennista più simpatico di tutti i tempi (io sarei di quelli che il tennis si gioca in bianco e con la maglietta dentro i pantaloncini, se no vai a giocare a basket o a calcio), ma innovativo di certo si: uno che vince tutti e quattro i tornei del Grande Slam, sebbene in anni diversi, merita comunque di passare alla storia. Però, francamente, che fosse anche uno scrittore così valente non ci credevo.

Infatti Agassi ha avuto un ghost writer. Si chiama J.R. Moehringer ed è un giornalista americano la cui storia, in breve, è questa: arso dalla passione per il giornalismo, si fa assumere come fattorino al New York Times. Lì, in qualche modo, riesce a farsi notare: un giorno, e viene il dubbio che la destinazione sia studiata per toglierselo dalle scatole, lo mandano in Alabama per un servizio su una comunità molto isolata di pronipoti di schiavi. Moehringer non solo in Alabama ci va, ma ritorna e con il suo pezzo vince il premio Pulitzer. In un paese in cui il giornalismo è una cosa seria, mica come in Italia, capite bene che si tratta della sua consacrazione.

J.R. Moehringer non scrive: incanta. L’ultimo suo romanzo/biografia che ho letto è Pieno giorno: narra della storia di William Sutton, il famoso ladro del ‘900 noto anche per essere chiamato Willy l’attore. Un ladro straordinariamente acculturato, accanito lettore di libri, uomo gentile (non assaltava mai banche se all’interno c’erano donne o bambini), passato alla storia non solo per i furti incredibili e le rocambolesche evasioni ma anche per non aver mai ammazzato nessuno. In tempi in cui la vita delle persone valeva, se possibile, anche meno di adesso.

Ma Pieno giorno è anche, e soprattutto, un libro che parla d’amore. Narra la storia d’amore di Willy l’attore e Bess: una ragazza di buona famiglia che lo indurrà alla tentazione della prima rapina della sua vita e poi sposerà, implacabilmente, un altro. E’ la storia di come un amore assoluto possa marchiare una vita intera e cambiarla per sempre. Il Willy-narrante dice: Ragazzi, è solo quando sei innamorato che ti senti davvero vivo, nel senso più completo del termine. Ecco perché la maggior parte di quelli che incontri ti sembrano morti. E poi aggiunge, qualche pagina più in là: La vita è complicata, l’amore no. Se ci devi pensare anche solo mezzo secondo, non sei innamorato.

Ma non voglio togliervi il piacere della lettura: è un libro che si beve d’un fiato e il fiato te lo leva a ogni pagina. Come ha recentemente scritto una twittera che seguo da tempo, il guaio dei libri è che poi finiscono, mentre tu devi continuare: ecco, questo è il sapore che lascia in bocca il libro di Moehringer. Un sapore amaro: perché alla fine, quando tutti i nodi vengono al pettine e persino i suoi ricordi di vecchio si confondono mettendo in discussione l’intera trama, Willy dice al giornalista che lo accompagna in giro per New York: Ma lo sai chi sono, i veri giuda? Le persone che ami e che ti respingono. Giuda amava qualcuno. Prima di tradire Gesù, non l’ha forse baciato?

Il medico della mutua (recensione)

sabato, agosto 16th, 2014

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Ho letto questo libro con una certa curiosità perché anni fa avevo visto il film e tenuto sospeso il giudizio finale (in larga misura per l’interpretazione caricaturale di Sordi, che mi ostino controcorrente a ritenere buon caratterista ma mediocre attore, nel solco della commedia all’italiana di cui è stato indiscusso alfiere). Ho invece trovato il romanzo ben scritto, molto più misurato e realistico del film sebbene intriso di un cinismo bieco che invece ha poco di romanzato e molto di reale.

Quello del romanzo è un universo degradato e degradante in cui il protagonista principale, Guido Melli, è un giovane medico ignorante, arrivista, mammone e senza scrupoli disposto a tutto pur di accaparrarsi un numero di mutuati sufficienti alla vita di piccoli lussi ostentati che, in qualità di medico, ritiene suo inalienabile diritto vivere.

Ma gli altri protagonisti del romanzo non sono da meno, un caravanserraglio di maschere dell’orrore che somigliano molto da vicino a quelle che ci propone Sorrentino nell’incipit de La grande bellezza: il primario arrivato, i colleghi di clinica che si scannano tra loro, la vedova del collega schiattato di cancro che procurerà i mutuati a Melli, la madre ossessiva, tutti quanti vivono in un misero universo mosso dalla legge bestiale del più forte o del più furbo. Nessuno degli attori della storia, in alcuna circostanza, è mosso da slanci etici o avverte rimorso per i propri fini o atti: e dunque, per definizione, tutti sono irredimibili. Persino Teresa, la fidanzata di Guido che alla fine appare come l’agnello sacrificale della vicenda, scrutata in controluce non è migliore dei mostri che la circondano o animata da sentimenti più nobili.

Come fondale la struttura mutualistica del sistema sanitario nazionale dell’epoca, che è poi la radice malata di quello in cui ci dibattiamo oggi. Certo, sono cambiati i tempi ed è cambiata la medicina; non esiste più la mutua e invece ci sono le aziende sanitarie. Ma uguali sono rimasti i vizi dei medici italiani e dei loro amministratori, il pressappochismo, la cialtroneria, la scarsa preparazione culturale di troppi: al punto che le parole di uno dei protagonisti della vicenda, circa l’inutilità della laurea in medicina perché qualunque infermiere sarebbe in grado di prescrivere una terapia adeguata al paziente, trova riscontro nei deliri inconsapevoli di qualche potente di passaggio dei giorni nostri. La moltitudine dei mutuati riempie gli spazi vuoti sulla scena: tutti insieme, i pazienti costituiscono l’ennesimo personaggio degradato della storia, completamente scollegato dal tessuto sociale e civile in cui si muove, interessato unicamente al proprio benessere del momento e capace di nefandezze incredibili. Per chi, come me, sia animato da analoghi dubbi di categoria, consiglio il capitolo dedicato alle rivendicazioni sindacali dei medici: l’unico momento della storia nel quale, con molta fatica, la classe disgregata dei medici trova l’unità necessaria a ottenere il solo risultato che gli sta a cuore, ossia l’aumento salariale.

Insomma, se desiderate una lettura leggera e divertente Il medico della mutua, romanzo scritto da un medico sui medici e dunque verista in senso lato, non vi metterà di buonumore. Anzi, se c’è una lezione che potrà impartirvi è sempre quella del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: che tutto sembra cambiare ma alla fine nulla cambia. Perché la sostanza della quale siamo fatti, tutti, è sempre la stessa.