Archive for the ‘Libri da cesso’ Category

Sono in strada per vedere se c’è qualcosa che aspetta proprio me

lunedì, agosto 28th, 2017

E poi è finita.

Ci sono riuscito, ho finalmente spento l’interruttore generale. Ogni tanto è arrivata qualche scarica elettrica, giusto per farmi ritornare all’opera bello tonico, ma niente di grave. Per me, almeno.

Cosa hai fatto in questi giorni? Me l’hanno chiesto privatamente in molti, forse colti di sorpresa dal prolungato silenzio estivo.

Bene: ho letto. Cinque romanzi di Silverberg, eccellente autore di fantascienza: in particolare, “Mutazioni” è proprio il romanzo che avrei voluto scrivere io, ben congegnato, profondo, costruito da dio, con un finale stratosferico.

Poi ho letto per la seconda volta “Il castello dei destini incrociati”, di Calvino, e per la seconda volta la lettura mi ha lasciato insoddisfatto. Come se Calvino avesse inseguito come traguardo non la scrittura in sé, al suo solito, ma la costruzione di un giocattolone personale: per capirci, usando un ardito paragone cinematografico, la stessa sensazione che provai uscendo dalla sala cinematografica dopo “Salvate il soldato Ryan”. In poche parole, la certezza matematica che Spielberg non avesse girato un film memorabile, come da molti vaticinato, ma si fosse costruito in studio la battaglia di soldatini, quella definitiva, che aveva sognato fin da bambino.

Quindi ho letto un libro di Enzo Biagi e come al solito sono rimasto con il groppo in gola. Il grande vecchio aveva capito tutto, solo che il suo cinismo era stemperato da una educazione di qualità superiore (che gli ha evitato la fine indecorosa di tanti suoi colleghi, anche quelli ancora in attività).

Infine, ma in realtà è stato il primo della serie, una Storia d’Italia da Mussolini ai giorni nostri, di Bruno Vespa. Viste le querele che girano come se piovesse, di questi tempi, non ne dirò alcunché salvo che sono un po’ stufo di libri storici in cui viene chiamato come testimone dei fatti il defunto Andreotti e lui, o chi per lui, cerca di farsi passare per uno che si trovava nei pressi degli eventi più importanti della storia per puro caso. Va bene tenere in tasca i fatidici due schei di mona, come dicono dalle mie parti, ma quando gli schei diventano il deposito di Zio Paperone è davvero troppo.

Tuttavia, la lettura non è stata tutto. Ho finalmente trovato i due personaggi principali del mio prossimo romanzo, e incredibilmente li ho trovati in spiaggia (il solleone, è noto, aguzza gli esausti ingegni). In più ho visto amici carissimi, altri ne ho ritrovati e altri ancora conosciuti con grande piacere: il potere aggregativo del prosecco è fuori scala, sappiatelo. E se è vero che il destino canaglia a volte ci mette alla prova in modi vigliacchi, mediante clonazioni traditrici, le bollicine del prosecco sono più potenti di qualsiasi maleficio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “The long way there”, dei “Little river band (1976). Ottima colonna sonora del mese di agosto, direi, insieme all’album che la contiene.

Pieno giorno

lunedì, novembre 9th, 2015

Qualche tempo fa lessi, con piacevole sorpresa, l’autobiografia di André Agassi: si intitolava Open ed era un piccolo capolavoro per amanti del tennis. Certo, Agassi non è stato il tennista più simpatico di tutti i tempi (io sarei di quelli che il tennis si gioca in bianco e con la maglietta dentro i pantaloncini, se no vai a giocare a basket o a calcio), ma innovativo di certo si: uno che vince tutti e quattro i tornei del Grande Slam, sebbene in anni diversi, merita comunque di passare alla storia. Però, francamente, che fosse anche uno scrittore così valente non ci credevo.

Infatti Agassi ha avuto un ghost writer. Si chiama J.R. Moehringer ed è un giornalista americano la cui storia, in breve, è questa: arso dalla passione per il giornalismo, si fa assumere come fattorino al New York Times. Lì, in qualche modo, riesce a farsi notare: un giorno, e viene il dubbio che la destinazione sia studiata per toglierselo dalle scatole, lo mandano in Alabama per un servizio su una comunità molto isolata di pronipoti di schiavi. Moehringer non solo in Alabama ci va, ma ritorna e con il suo pezzo vince il premio Pulitzer. In un paese in cui il giornalismo è una cosa seria, mica come in Italia, capite bene che si tratta della sua consacrazione.

J.R. Moehringer non scrive: incanta. L’ultimo suo romanzo/biografia che ho letto è Pieno giorno: narra della storia di William Sutton, il famoso ladro del ‘900 noto anche per essere chiamato Willy l’attore. Un ladro straordinariamente acculturato, accanito lettore di libri, uomo gentile (non assaltava mai banche se all’interno c’erano donne o bambini), passato alla storia non solo per i furti incredibili e le rocambolesche evasioni ma anche per non aver mai ammazzato nessuno. In tempi in cui la vita delle persone valeva, se possibile, anche meno di adesso.

Ma Pieno giorno è anche, e soprattutto, un libro che parla d’amore. Narra la storia d’amore di Willy l’attore e Bess: una ragazza di buona famiglia che lo indurrà alla tentazione della prima rapina della sua vita e poi sposerà, implacabilmente, un altro. E’ la storia di come un amore assoluto possa marchiare una vita intera e cambiarla per sempre. Il Willy-narrante dice: Ragazzi, è solo quando sei innamorato che ti senti davvero vivo, nel senso più completo del termine. Ecco perché la maggior parte di quelli che incontri ti sembrano morti. E poi aggiunge, qualche pagina più in là: La vita è complicata, l’amore no. Se ci devi pensare anche solo mezzo secondo, non sei innamorato.

Ma non voglio togliervi il piacere della lettura: è un libro che si beve d’un fiato e il fiato te lo leva a ogni pagina. Come ha recentemente scritto una twittera che seguo da tempo, il guaio dei libri è che poi finiscono, mentre tu devi continuare: ecco, questo è il sapore che lascia in bocca il libro di Moehringer. Un sapore amaro: perché alla fine, quando tutti i nodi vengono al pettine e persino i suoi ricordi di vecchio si confondono mettendo in discussione l’intera trama, Willy dice al giornalista che lo accompagna in giro per New York: Ma lo sai chi sono, i veri giuda? Le persone che ami e che ti respingono. Giuda amava qualcuno. Prima di tradire Gesù, non l’ha forse baciato?

Il medico della mutua (recensione)

sabato, agosto 16th, 2014

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Ho letto questo libro con una certa curiosità perché anni fa avevo visto il film e tenuto sospeso il giudizio finale (in larga misura per l’interpretazione caricaturale di Sordi, che mi ostino controcorrente a ritenere buon caratterista ma mediocre attore, nel solco della commedia all’italiana di cui è stato indiscusso alfiere). Ho invece trovato il romanzo ben scritto, molto più misurato e realistico del film sebbene intriso di un cinismo bieco che invece ha poco di romanzato e molto di reale.

Quello del romanzo è un universo degradato e degradante in cui il protagonista principale, Guido Melli, è un giovane medico ignorante, arrivista, mammone e senza scrupoli disposto a tutto pur di accaparrarsi un numero di mutuati sufficienti alla vita di piccoli lussi ostentati che, in qualità di medico, ritiene suo inalienabile diritto vivere.

Ma gli altri protagonisti del romanzo non sono da meno, un caravanserraglio di maschere dell’orrore che somigliano molto da vicino a quelle che ci propone Sorrentino nell’incipit de La grande bellezza: il primario arrivato, i colleghi di clinica che si scannano tra loro, la vedova del collega schiattato di cancro che procurerà i mutuati a Melli, la madre ossessiva, tutti quanti vivono in un misero universo mosso dalla legge bestiale del più forte o del più furbo. Nessuno degli attori della storia, in alcuna circostanza, è mosso da slanci etici o avverte rimorso per i propri fini o atti: e dunque, per definizione, tutti sono irredimibili. Persino Teresa, la fidanzata di Guido che alla fine appare come l’agnello sacrificale della vicenda, scrutata in controluce non è migliore dei mostri che la circondano o animata da sentimenti più nobili.

Come fondale la struttura mutualistica del sistema sanitario nazionale dell’epoca, che è poi la radice malata di quello in cui ci dibattiamo oggi. Certo, sono cambiati i tempi ed è cambiata la medicina; non esiste più la mutua e invece ci sono le aziende sanitarie. Ma uguali sono rimasti i vizi dei medici italiani e dei loro amministratori, il pressappochismo, la cialtroneria, la scarsa preparazione culturale di troppi: al punto che le parole di uno dei protagonisti della vicenda, circa l’inutilità della laurea in medicina perché qualunque infermiere sarebbe in grado di prescrivere una terapia adeguata al paziente, trova riscontro nei deliri inconsapevoli di qualche potente di passaggio dei giorni nostri. La moltitudine dei mutuati riempie gli spazi vuoti sulla scena: tutti insieme, i pazienti costituiscono l’ennesimo personaggio degradato della storia, completamente scollegato dal tessuto sociale e civile in cui si muove, interessato unicamente al proprio benessere del momento e capace di nefandezze incredibili. Per chi, come me, sia animato da analoghi dubbi di categoria, consiglio il capitolo dedicato alle rivendicazioni sindacali dei medici: l’unico momento della storia nel quale, con molta fatica, la classe disgregata dei medici trova l’unità necessaria a ottenere il solo risultato che gli sta a cuore, ossia l’aumento salariale.

Insomma, se desiderate una lettura leggera e divertente Il medico della mutua, romanzo scritto da un medico sui medici e dunque verista in senso lato, non vi metterà di buonumore. Anzi, se c’è una lezione che potrà impartirvi è sempre quella del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: che tutto sembra cambiare ma alla fine nulla cambia. Perché la sostanza della quale siamo fatti, tutti, è sempre la stessa.

Non è tempo per noi (recensione)

lunedì, luglio 7th, 2014

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Non è tempo per noi è un libro che (se mi seguite lo sapete bene) non poteva non interessarmi: almeno nelle dichiarate intenzioni della partenza. Il senso di appartenere a una perdente generazione di passaggio, anche se ho qualche anno in più rispetto a Scanzi, la provo da parecchio tempo.

Scanzi prova ad analizzare le cause di questo fallimento ex ante della sua/nostra generazione, realizzatosi ancor prima di scendere in campo a giocare la partita: e lo fa con il tramite di metafore prese a piene mani dalla tradizione nazional-popolare degli anni 80 e 90. Cita l’Uomo Tigre, Fonzie; se la prende un po’ a sproposito con il povero Ligabue, e francamente non se ne capisce bene il motivo; poi prova a demolire Renzi, ma è già conscio del fatto che alla fine sarà Renzi a demolire noi, e che è solo questione di tempo.

Quello che non fa, e che rappresenta il limite diciamo così ideologico del suo libro, è parlare delle cause esterne, più profonde, della crisi generazionale di chi è nato negli anni 70: la demolizione controllata delle istituzioni scolastiche, l’omologazione (in basso) dei vari percorsi formativi, l’assoluta latitanza di figure carismatiche, e culturalmente adeguate, alla guida dei settori chiavi del paese. Nessuna generazione ha in sé stessa le colpe inemendabili della propria degenerazione: se tuo figlio diventa un delinquente senza arte né parte, la colpa non può essere solo del fatto che da piccolo gli hai fatto guardare Bart dei Simpsons.

Rimane l’esortazione finale a mettersi in gioco: ma per riuscirci, da figli, bisogna che i padri lascino spazio e/o facciano scelte animate da valori differenti rispetto a quelli con i quali hanno distrutto un intero paese. Valori di equità, onestà e condivisione. Ma vaglielo a dire tu al nonno, Andrea.

Stanley Kubrick e me

sabato, gennaio 25th, 2014

Qualche tempo fa (credo in giugno 2012) recensii un libro insolito: quello in cui Michael J Fox raccontava la storia della sua tremenda malattia degenerativa. Avevo parlato in quella circostanza di “libri da cesso”: non perché il libro in questione fosse sgradevole (infatti mi era piaciuto molto) o perché volessi dare una accezione negativa alla mia definizione, ma solo perché esistono libri che devi leggere con calma, nel silenzio del tuo ambiente preferito, con il giusto tempo a disposizione (L’Ulisse di Joyce, per esempio; o Infinite Jest di DF Wallace), e altri che puoi leggere a pezzi e bocconi ogni volta che hai un attimo di tempo disponibile. Perché ci sono libri difficili e libri meno difficili, insomma, oltre che più o meno belli. Inutile dirlo, il mio unico tempo disponibile all’uopo, salvo l’ora serale di lettura, è da anni quello in bagno: dunque fatevi i conti e capite il perché della categoria appena inaugurata come Libri da cesso.

Il libro da cesso di oggi è “Stanley Kubrick e me“, scritto da Emilio D’Alessandro e Filippo Ulivieri, ed. Il Saggiatore. Sarò chiaro fin da subito: è un libro che, nel caso non abbiate mai visto un film di Kubrick e non abbiate intenzione di vederne alcuno durante la presente vita terrena, vi interesserà come un trattato di botanica del 1800. Ma invece, qualora come me abbiate visto tutti i film di Kubrick decine di volte, e ogni volta ci abbiate trovato dentro qualcosa di nuovo, e Kubrick sia assolutamente il vostro regista preferito, e che molto scorrettamente e cinicamente dareste via senza rimorsi un decennio di vita (cinematografica, of course) dei Vanzina per ridare un solo anno a lui e permettergli di girare quel film su Napoleone che non riuscì mai a mettere in scena (che poi in un anno solo, con i suoi tempi biblici, non ci sarebbe mai riuscito, ma questo è un altro discorso), leggetelo.

Emilio D’Alessandro, italiano della Ciociaria, emigrato in Inghilterra per sfuggire al servizio militare, è stato il suo assistente personale per anni. Più che assistente, forse, uno dei pochi veri amici. Ma più che amico, pavento, è stato una specie di nume tutelare, di factotum, di segretario personale, di parafulmine per le paranoie che non risparmiano nessun genio vissuto e vivente, figuriamoci uno della risma di Kubrick. E due cose colpiscono, dell’intera vicenda: la prima è che un uomo complesso come Kubrick abbia potuto fidarsi in modo così completo e totale di una persona tutto sommato semplice e poco colta come D’Alessandro; l’altra che Kubrick si comporta, in tutta la vicenda narrata da Emilio in prima persona, come quella matta schizzata della direttrice (mirabilmente interpretata da Meryl Streep) de “Il diavolo veste Prada“, ossia non lascia un secondo libero al povero Emilio, lo cerca di continuo per inezie che potrebbe risolvere da solo, per lui non esistono pause lavorative e bisogni personali (però lui è Kubrick, scusatemi, è l’altra solo una paranoica furiosa che si occupa di faccende tutto sommato risibili ed effimere come il mondo della moda; e poi credo che in fondo ci fosse affetto sincero anche da parte sua, del regista dico, verso il nostro piccolo Emilio).

Ne vien fuori l’unico ritratto in circolazione veramente attendibile del regista che ha cambiato le nostre vite di cinefili: le altre biografie, al confronto, anche se producono molto più materiale di ricerca non hanno lo stesso impatto emotivo di una storia narrata da chi accanto a Kubrick ci ha passato 40 anni di vita, giorno dopo giorno, set dopo set, storia dopo storia. Insomma, se vi piace Kubrick leggetelo subito. Se Kubrick non sapete nemmeno chi è, fate mente locale: uno dei film sicuramente l’avete visto in televisione, è Shining, ed è il film con il quale Kubrick, che nella vita ha diretto un solo film horror (quello, appunto) ha fatto vergognare per sempre i registi di categoria. Che poi magari vi vien voglia di guardare anche gli altri, ed è tutto grasso che cola.