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Lucky man e i libri da cesso

sabato, giugno 2nd, 2012

Per me esistono due categorie di libri: i libri propriamente detti e i libri da cesso (in realtà esiste anche una terza categoria di libri, quelli illeggibili o che leggere comporta un sacrificio troppo cruento del proprio tempo libero: mi viene da citare, naturalmente senza offesa per nessuno perché si tratta solo di gusto personale, i romanzi di Fabio Volo o della Kinsella; e aggiungo persino un incredibile fiction storica di Buticchi, “Le pietre della luna”, che mi fu regalato qualche compleanno fa ed ebbe il privilegio di finire per primo, nella storia della mia personale biblioteca, nel cestino della spazzatura).

Ma attenzione: libro da cesso non è automaticamente sinonimo di pessima qualità letteraria. E ci tengo anche a precisare che in tempi antecedenti alle letture da cesso le pratiche corporali più intime furono associate, in ordine cronologico-anagrafico, prima alla Gazzetta dello Sport, poi a Sorrisi e Canzoni (mia madre talvolta lo acquistava nonostante i mugugni intellettuali di mio padre) e, infine, al mirabolante mensile Focus. Giornali perfetti per l’uso perché, a parte la Gazzetta, stavano bene ordinati sui ripiani del bagno, non occupavano molto spazio e potevi svariare da un articolo all’altro alla bisogna. Poi doping e scommesse mi allontanarono per sempre dallo sport, il gossip nostrano mi venne a grande noia e scoprii che le notizie di Focus a volte possedevano lo stesso rigore scientifico di quelle della Settimana Enigmistica. Ergo, dovetti ripiegare verso altri tipi di lettura.

Il libro da cesso, dicevo, non è necessariamente un libro scadente. È piuttosto una lettura leggera, meno impegnativa delle altre, che puoi affrontare a piccole tappe come il Giro d’Italia. Per esempio: in questi giorni mi sto finalmente misurando con l’Ulisse di Joyce e posso garantirvi che mai e poi mai lo leggerei in gabinetto e nei ritagli di tempo. In gabinetto si può leggere, tanto per dire, un libro sulla scomparsa di Atlantide o sulla reincarnazione. Sono perfetti i romanzi a sfondo legale di Grisham, o quelli horror di Stephen King (che pure un giorno, come ha detto di recente un mio amico blogger, al netto dell’horror infilato a tutti i costi in qualunque trama finirà per essere  studiato nelle università). Altrettanto perfetti sono i saggi di psicologia pediatrica: ognuno dei quali, è incredibile, confuta le teorie degli altri autori anche se in apparenza sembra sostenerle. Il libro da cesso, inoltre, ogni tanto è fonte di grandi sorprese.

Mi è successo molto di recente: sto parlando di Lucky Man, l’autobiografia di Michael J. Fox (il noto attore che ha interpretato Marty McFly, protagonista della trilogia di Ritorno al futuro. Impossibile che i miei coetanei non lo conoscano: siamo cresciuti insieme a lui e alla stramaledetta DeLorean con cui compieva le sue scorribande in giro per il secolo scorso e oltre. Io, poi, ho un collega che somiglia come una goccia d’acqua a Doc, l’amico inventore della macchina del tempo; e quando mio figlio grande non risponde con sufficiente prontezza alle istanze del padre ho la pessima abitudine di battergli -con delicatezza, s’intende- le nocche sulla zucca dicendogli: McFly? C’é nessuno in casa? Come usava fare nel film, per l’appunto, il preside della scuola superiore con il buon Marty).

Michael J. Fox, alla giovane età di trenta anni, si è ammalato del morbo di Parkinson. Un esordio abbastanza insolito per una patologia degenerativa che in genere colpisce l’anziano: però può succedere, perché come ormai sapete tutti in medicina non esistono certezze assolute ma solo ragionevoli probabilità. Nel libro, appunto, Michael racconta della sua malattia: gli inizi, il peggioramento dei sintomi e soprattutto gli incredibili stratagemmi con cui una star di Hollywood del suo calibro può tenere nascosta una grave malattia come quella e continuare nonostante tutto a lavorare. Ed è un libro che colpisce per la cruda sincerità con cui l’autore narra le proprie umane sofferenze, per esempio, e per l’impianto stesso della storia: che non ha una naturale progressione dal prologo all’epilogo ma è continuamente spezzettata, va avanti e indietro nel tempo ed è infarcita di flashback multipli infilati gli uni dentro gli altri come mastrioske. Alla fine, quando si giunge alla parola fine, l’impressione è di aver visto un’altra volta Ritorno al futuro (non so se l’effetto sia desiderato o frutto del caso, ma di certo Michael deve aver collaborato con un editor molto brillante).

È un libro che consiglio a tutti, malati e sani: perché fornisce un punto di vista alternativo sulle vicende di chi, all’apice della fortuna, si trova a dover fronteggiare un dramma enorme come quello. Michael J. Fox più volte si spinge addirittura a ringraziare la sua malattia perché senza di essa si sarebbe probabilmente perduto per sempre nei pelaghi di una effimera e dubbia fama: ma anche senza arrivare a questi estremi, vi assicuro che il suo racconto colpisce per la assoluta sincerità che lo permea. Anche, immagino, per quanto riguarda il rapporto con i medici e la medicina ufficiale: immagino che il suo status di stella del cinema lo abbia aiutato ad avere le consulenze dei medici migliori, che negli Stati Uniti non lavorano di certo gratis, ma non è che nella vita delle persone comuni accada sempre il contrario. Medici pieni di umanità sono dappertutto: solo che fanno molto meno rumore di quelli stronzi, e alla fine quasi mai nessuno li ringrazia pubblicamente.

N.d.A. Mi sono ritrovato abbastanza fedelmente in una considerazione che Micheal fa circa i tempi dei suoi difficili esordi. Dice l’autore: Non volevo che nessuno mi leccasse il sedere, volevo soltanto raggiungere un punto in cui il mio non fosse preso a calci. Ecco, qui è dove sono io ora.

N.d.A. 2. Un altra frase da ricordare, che Michael prende a prestito da Confucio, è la seguente: Scegli un lavoro che ti piace e non dovrai mai lavorare in vita tua. Io ora sono anche qui, per mia grande fortuna: e per adesso starci vale ancora la pena dei calci nel sedere che nel mentre continuo a prendere.