Archive for the ‘L’Italia ai tempi della crisi’ Category

Non vedi le mie mani, le mie mani chiuse a chiave nelle tasche

mercoledì, maggio 22nd, 2019

Il signore nordafricano di mezza età, forse marocchino, forse egiziano, ha i baffetti che gli fremono da quanto è agitato per gli esiti dell’ecografia a cui si sta sottoponendo. È molto preoccupato, si vede chiaramente, mentre cerca di spiegarmi dove ha male barcamenandosi malamente coi costrutti di una lingua che ancora non conosce bene e forse non conoscerà mai come si deve.

Alla fine provo a rassicurarlo: tutto bene, non ci sono grossi problemi. Dovessi dire la mia fino in fondo, quel dolore costante alla bocca dello stomaco è dovuto a una gastrite da stress: ma non lo dico, tanto dopo due giorni dovrà sottoporsi a una gastroscopia e lì sapremo tutto.

Dopo essersi cambiato ritorna ancora una volta in sala ecografica.

“Dottore, sto bene?” mi chiede per l’ennesima volta.

“Si, certo, va tutto bene”.

A quel punto, l’uomo mima un inchino deferente, afferra con la punta delle dita il lembo del camice e me lo bacia. Io sono imbarazzatissimo, provo a dirgli che nessun medico al mondo merita un atto di devozione simile ma non ci riesco, lui di italiano capisce solo due parole in croce.

Quando finalmente esce, un pensiero mi passa rapido per la testa. Dovrà pur esistere per i medici, da qualche parte, una via intermedia tra i due estremi: essere considerati divinità salvifiche o una manica di coglioni allo sbando.

Ma in questo momento della mia vita, credetemi, non ho nessuna voglia di cercarla.


La canzone della clip è “Stasera devo andare via”, di Antonello Venditti, tratta dall’album “Buona Domenica” del 1979. Ho riascoltato i primi due terzi della discografia del buon Antonello, nelle ultime settimane: dopo un avvio difficile e molto (troppo) anni settanta all’italiana, e dopo  il trittico spettacolare di “Buona Domenica”, “Sotto il segno dei pesci” e Sotto la pioggia”, il Nostro si è un po’ perso tra diavoletti nel cuore e segreti da non (dover) rivelare. Una volta avrei stigmatizzato questo cambio di paradigma come una sconfitta culturale: oggi penso che se cambiando registro Venditti è riuscito in quegli anni a sentirsi più felice, beh, allora ha fatto bene.

In questa decadenza le persone non hanno chance

domenica, febbraio 24th, 2019

 

Il bambino-portiere avrà 11, 12 anni.

Ha un completo da calcio molto nuovo, molto nero, con i calzini molto abbinati alla maglietta e i guanti verdi e molto fluorescenti.

Sta in porta e e tra i pali si muove come un vero portiere di serie A: i saltelli giusti, il rimprovero giusto al difensore che lascia smarcato l’attaccante. Rinvia la palla nel modo giusto, calibrando l’apertura del braccio e compiacendosi alquanto della bella parabola prodotta. Quando abbranca il pallone lo stringe al petto nel modo giusto, studia con lo sguardo giusto la posizione di compagni e avversari e poi lo fa rimbalzare due o tre volte nel modo giusto, prima di rinviarlo.

Il bambino-portiere, insomma, fa tutto nel modo giusto tranne una cosa: il portiere.

Non ha nessun controllo dello spazio dentro e fuori dalla porta, nessuno glielo ha insegnato e lui, ovviamente, non si è mai posto da solo il problema. Non blocca mai la palla, e quando la respinge lo fa con le mani aperte esponendosi a slogature dei polsi che ricorderà per sempre con grande pianto e stridor di denti. Ferma i rasoterra con  le gambe divaricate, piegandosi a novanta gradi. Si accartoccia sui palloni quando non c’è motivo e al tempo stesso non è capace di tuffarsi, è del tutto privo degli istinti elementari che sono il nerbo del portiere di razza.

Il bambino-portiere però è una metafora perfetta di come gira il mondo: ha imparato alla perfezione la forma, magari guardando su Sky le partite della serie A o i tutorial su YouTube, ma non ha alcuna idea della sostanza di cui è fatto un vero portiere.

Insomma, ha compreso bene i fondamentali dell’Italia-ai-tempi-della-crisi: apparire è più vantaggioso che essere, tanto più che oggi come oggi quasi nessuno, in virtù del crescente analfabetismo funzionale, è in grado di accorgersi della differenza. E coltiva la certezza naturale che, nel caso in cui le cose dovessero mettersi veramente male, per esempio prendendo qualche gol di troppo, saprà trovare una valida giustificazione: il tifo contro, l’allenatore incapace, i compagni di squadra che hanno giocato male, magari dicendo peste e corna di lui, sicuramente invidiosi di quanto sia bravo come portiere.

Anche perché, a conti fatti, in un mondo calcistico nazionale in cui non si formano più portieri e quindi si è costretti a importarli dall’estero, sa che non farà nessuna fatica a trovare una nuova squadra che gli paghi lo stipendio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “La decadenza”, di Ivano Fossati, tratta dall’album “Decadancing” del 2011. Nemmeno a farlo apposta la stavo proprio ascoltando mentre mio figlio, in un campo parrocchiale, ammazzava il pomeriggio giocando a pallone; e il portiere della squadra avversaria era proprio quel ragazzino di cui, assai stronzamente, lo ammetto, tesso le laudi nel mio racconto.

Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo

lunedì, febbraio 18th, 2019

Ho assistito, in occasione di un corso della Fondazione SSP, a un suggestivo intervento di Luciano Ziarelli, teorico italiano dell’intelligenza emotiva, sul tema della leadership. Ziarelli ha usato come imperituro esempio di leadership Ernest Shackleton, esploratore britannico di inizio secolo scorso, che nel tentativo di attraversare a piedi per primo il continente antartico finì per perdere la nave, la leggendaria  Endurance, schiacciata dal ghiaccio del pack, rimase per quasi due anni in mezzo al nulla più gelato che possa esistere e alla fine riuscì a riportare a casa i suoi uomini, tutti e 28, quando ormai il mondo intero li dava per morti e sepolti.

Non importa conoscere i particolari della vicenda (chi è interessato può godersi, cliccando qui, la puntata di Quark dedicata a Shackleton e alla missione dell’Endurance): il succo della questione è che l’impavido esploratore, a detta di Ziarelli e di tutti coloro che ne hanno fatto a ragione il simbolo mondiale della leadership, riuscì a tenere unita una squadra di uomini ormai condannati alla morte peggiore che mente umana possa concepire e a condurli a una salvezza del tutto insperata, attraverso pericoli straordinari e in un territorio inospitale come potete immaginare l’Antartide nella stagione invernale, quando la temperatura può scendere, ma scendere è un termine riduttivo, fino a 70° sotto zero.

Ziarelli è un fantastico affabulatore: ha parlato per tre ore incantandoci tutti con uno spettacolo che avrebbe potuto tranquillamente portare in un teatro. Eppure, mentre narrava la storia dell’Endurance, sentivo che qualcosa non mi tornava. All’inizio avevo pensato che il punto fosse la fortuna, l’incredibile e sfacciata fortuna di un uomo coraggioso a cui tutto andava liscio: per esempio, quando con altri quattro uomini si era deciso a partire dallo scoglio sul quale erano approdati e percorrere la bellezza di 1600 chilometri lungo un tratto di mare battuto da venti a 200 chilometri orari e con onde alte fino a 40 metri, e il tutto su una semplice scialuppa di legno (peraltro, avesse atteso ancora qualche ora non sarebbe potuto partire: la mattina dopo il ghiaccio avrebbe invaso il mare dell’isolotto, e addio prendere il largo in scialuppa). O quando, approdato in Georgia del Sud allo scopo di convincere i pescatori locali a recuperare i suoi compagni di viaggio con una baleniera, era riuscito in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati: impresa mai riuscita a nessuno prima di lui.

Ma no, il punto non era quello. Shackleton in effetti merita per intero la sua fama perché nessun genere di fortuna assiste l’uomo privo di iniziativa, e lui aveva coraggio da vendere e risorse mentali praticamente illimitate che in qualche modo doveva aver trasmesso ai suoi uomini. Il punto, mi sembra, è il seguente: Ziarelli, nella sua affascinante narrazione, rende l’idea di un gruppo coeso fino all’inverosimile in cui nessuno ha mai un cenno di dissenso, una nota di sfiducia nelle virtù del capo. Di una squadra così fedele al suo capitano da non mettere mai in discussione, appunto, la sua leggendaria capacità di leadership.

E invece il film per la televisione, in cui il personaggio di Shackleton è interpretato da un Kenneth Branagh incredibilmente convincente e somigliante all’esploratore, mostra proprio quello che non mi tornava. I suoi uomini avevano mostrato eccome, segni di malcontento e sfiducia nel loro leader. Quando Shackleton diede l’ordine di uccidere i 70 cani da slitta, gesto doloroso ma compassionevole perché in alternativa le povere bestie sarebbero andate incontro a una morte molto più terribile, gli diedero alle spalle dello stronzo privo di pietà. Quando chiese al fotografo di scegliere solo un centinaio di lastre fotografiche, e di sacrificare le altre perché non avrebbero potuto trasportarle sul pack, l’altro rispose sprezzante che in buona sostanza si erano persi chissà dove e senza nemmeno sapere in che modo: altro che riconoscimento della leadership, quello era incazzato nero e aveva la fiducia nel suo capo spedizione letteralmente sotto i piedi.

Questo è solo per dire che si fa presto, troppo presto a dire leadership. Che per governare un gruppo di persone ci vuole, come per tutto il resto, grande capacità ma anche una fortuna sfacciata: la maggiore delle quali riguarda proprio gli uomini che ti toccano in sorte per la spedizione. Perché, e questo secondo me è il vero punto chiave dell’intera vicenda, sapete qual era il testo dell’inserzione di giornale con la quale Shackleton aveva reclutato i 28 uomini della spedizione? Il seguente: “Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”.

Eccolo il vero segreto del successo impossibile di Shackleton, altro che chiacchiere: i suoi erano uomini senza paura, e così motivati da avere il coraggio di rispondere a un’inserzione di quel genere. Perché nella vita reale è quello l’elemento chiave: il coraggio, che a sua volta determina la capacità di abnegazione e di sacrificio, che a loro volta determinano l’endurance, la perseveranza, la resistenza. Cioè la possibilità di tornare a casa, vivi.

Il resto, e sono sicuro che anche Shackleton ne fosse fieramente convinto, sono tutte balle.


La canzone della clip è “Shackleton”, tratto dall’album “Gommalacca” (1998), in cui Franco Battiato narra da par suo le avventure del grande esploratore.

Resta con me perché da solo non ho fame, poi non è bello cucinare solo per me

mercoledì, febbraio 6th, 2019

Il tempo passa impietoso, spietato. E impartisce lezioni delle quali, in tutta sincerità, farei a meno.

Tipo.

  1. Un ragazzo se ne sta tranquillo a bere una birra con gli amici, passano due coglioni vigliacchi e gli sparano addosso. Risultato: il ragazzo non camminerà più.
  2. Una donna lascia un uomo che la menava. Un giudice ingiunge a lui di non avvicinarsi alla donna perché riconosce la sua pericolosità, e l’uomo non trova niente di meglio da fare che cercare di bruciarla viva. Ma non d’amore. Letteralmente, bruciarla viva.
  3. Qualche anno fa, credo in metro a Milano, due donne si sono urtate per sbaglio e una delle due ha finito per piantare la punta dell’ombrello in un occhio dell’altra. Direi che anche questa storiella breve mi è rimasta impressa ben bene.

Ogni giorno, anche nel mio mestiere, è tutto un festival di incomprensioni, di persone che non riescono a comprendere le emozioni di chi hanno di fronte. Medici che non realizzano le paure e le ansie dei loro colleghi e dei loro pazienti. Pazienti che non si rendono minimamente conto del livello di stress e di stanchezza dei medici e degli altri sanitari. Che ignorano la complessità della macchina ospedaliera che in quel preciso momento li sta accogliendo, e urlano e minacciano e menano.

Il dramma del mondo attuale è che la nostra seconda vita, quella virtuale, ormai così connaturata alla vita reale da averla ampiamente sostituita, tiene le persone fuori dal confine del contatto diretto. Delle persone non sentiamo più la voce, non guardiamo gli occhi; al massimo ci dà fastidio l’odore di sudore che aleggia nei mezzi pubblici, di gente che non si lava molto.

Abbiamo perso una capacità vitale, quella dell’empatia. Il collante che tiene in piedi la società, in buona sostanza, la straordinaria virtù che fa di noi esseri compassionevoli e capaci di atti di eroismo e abnegazione inimmaginabili. L’abbiamo persa, credendo che tutto ci sia dovuto, che il successo non preveda fatica e che altrove e domani sia sempre meglio di qui e ora. L’abbiamo persa odiando in modo sconsiderato, per futili motivi, persone che ci hanno persino voluto bene, e impiegando le energie più preziose della nostra vita a immaginare nei particolari più minuti il loro male e la loro rovina.

Ecco, questo è lo stato dell’arte: a voi la scelta dell’arma di offesa, che tanto prima o poi si ritorcerà contro voi stessi. Per quanto riguarda me, io continuerò a sperare che un sorriso o un piccolo gesto di gentilezza abbiano più potere dell’odio che viene sparso gratuitamente in giro. E pazienza se invecchiando la mia capacità di empatia si acuisce così tanto da diventare a volte un dolore acuto che mi paralizza.

D’altro canto ho scelto di fare il medico, io, non il soldato di ventura.


Visto che siamo in tempo di Sanremo, la clip che vi propongo è quella di un gruppo poco conosciuto che a me piace moltissimo: gli Ex-Otago. La canzone che hanno portato al festival è dolcissima e merita fortuna.

Studiare l’ora per andare al mare, decidere per chi votare (un post di Matteo)

martedì, ottobre 30th, 2018

Dopo un bel po’ di tempo Matteo, uno dei collaboratori storici di questo piazza comune, mi ha proposto un altro testo per il blog. È vero, come dice lui da parecchio tempo i commenti ai post si sono spostati altrove, su Facebook: credo sia stata un’evoluzione normale e quasi inevitabile perché le interazioni lassù sono più facili e immediate. Puoi commentare senza loggarti, senza perdere tempo. Non occorre essere seduto davanti a un PC. Certo, ti può anche capitare il leone da tastiera o il troll, ma più spesso si tratta di cari amici che dicono la propria.

Matteo non lo sapeva, quando ha scritto il suo testo, ma mi prende proprio in un brutto periodo: per questioni italiche generali di cui si parla da diverso tempo, più qualche altra disavventura particolare, in uno dei miei due reparti attualmente ci troviamo in pochi. Al punto da aver dovuto sospendere la guardia attiva, non più tardi di ieri notte, ed essere tornati alla reperibilità: in attesa di tempi migliori, che chissà se mai arriveranno in questi tempi di magra.

Ma non bisogna disperare, mai. Ogni dinamica di gruppo è come l’atto del respirare: dentro l’aria-fuori l’aria, espansione-contrazione. C’è di buono che nei momenti difficili si impara a conoscere meglio le persone e ciò di cui sono fatte: la loro parte migliore e quella peggiore, l’umile e ferrea volontà di crescita di alcuni e le presunzioni ancora tutte su carta di altri, il coraggio indomito e in certi casi, rari per fortuna ma dolorosi assai, la loro cattiveria. Comunque sia, tutto fa brodo: specie per un grafomane che, come me, prima o poi metterà tutto nero su bianco precisando che ogni riferimento a fatti realmente accaduti o persone realmente esistenti è solo, e assolutamente, e sempre, casuale.

Ma adesso spazio a Matteo, e buona lettura.

 


Anni fa leggevo questo blog. Era interattivo, c’erano i commenti e probabilmente qualcuno li leggeva pure. Adesso siamo passati ai social e i commenti si fanno da un’altra parte.

Ciò premesso, mi piacerebbe parlare qui del SIRM di Genova 2018 che si svolgerà fra pochi giorni: si parlerà probabilmente di grandi innovazioni, intelligenza artificiale, realtà virtuale, RIS-PACS di quinta generazione, teleconsulti, radiomica, lavori a rischio di estinzione e ponti crollati da rifare a regola d’arte.

Si dirà che c’è bisogno di migliorare il rapporto medico-paziente. Che è importante la valutazione clinica preliminare a ogni esame altrimenti c’è inappropriatezza. E di correlazione tra reperti clinici e imaging. E dell’imprescindibile lavoro multidisciplinare e/o stretto rapporto tra professionisti delle varie discipline specialistiche per un magico team vincente. Si parlerà dell’importanza delle linee guida, dei LEA, di tempi d’attesa e del ruolo della N-Acetilcisteina nella prevenzione della nefropatia da mezzo di contrasto (#machiccicrede).

Ma c’è un argomento che mi piacerebbe venisse affrontato, intendo dire… fra di noi umili operai di sala referti o ecografisti con la cuffia dei rotatori a rischio. Vorrei che tutti ne parlassimo tra i corridoi e nelle sale gremite di gente. Vorrei si parlasse della pronta disponibilità negli ospedali piccoli e di medie dimensioni in cui vi è un significativo numero di accessi in Pronto Soccorso, diciamo sopra i 60.000 accessi /anno.

Quel turno maledetto di 12 o 24 h di “riposo disagiato” in cui veniamo chiamati 5, 6, 10, 20, 100 volte al nostro smartphone tramite centralino dell’ospedale, e dobbiamo andare in auto (sempre nostra) per casi che spesso non rientrano strettamente nella categoria emergenza-urgenza. Ma quante volte può essere chiamato il sciur Radiologo, infinite volte??

Lo dico perché ho questa strana sensazione: in alcuni contesti, in cui è evidente il disagio, con gli anni si tende a sopportare passivamente la situazione e a sottovalutarne un po’ gli effetti a lungo termine con il rischio di far scappare un po’ la voglia. Ma come può essere considerata ancora “reperibilità“ un lavoro serale-notturno a tutti gli effetti, per certi versi quel turno più complicato in cui si è spesso da soli, cosa psicologicamente più difficile? Come mai non viene ancora considerato definitivamente parte integrante dello staff dell’urgenza in guardia attiva il medico radiologo anche negli ospedali di piccola-media grandezza o periferici visto che in PS ci lavorano medici sempre meno esperti e ormai nessuno fa niente senza la sua firma?

(Matteo)


La canzone della clip, anch’essa scelta da Matteo, è “Vieni a vivere con me”, di Luca Carboni, tratta dall’album che porta il suo nome del 1989. Sarebbe bello capire perché l’ha scelta, magari sarà lui stesso a dircelo.