Archivi per la categoria ‘L’Italia ai tempi della crisi’

Il deficiente e l’ignorante

venerdì, 17 febbraio 2012

Ieri notte non ci potevo credere. Ero di guardia in pronto soccorso: dalle otto a mezzanotte avrò fatto quattro o cinque ecografie a persone di tutte le età e ceti sociali, qualcuno grave e qualcun altro con problemi fittizi e più che altro mutuati dal clinico che li aveva accolti dopo il triage. E tutti, dico, tutti, hanno avuto qualcosa da ridire sul fatto che avevano atteso troppo tempo prima di essere visitati, o non erano stati trattati da qualche operatore con la dovuta cortesia, o non avevano trovato subito e in modo facile la radiologia del PS, o semplicemente stavano così male mentre su Rai 1 venivano sperperati tutti quei soldi per un inutile baraccone come Sanremo.

Sono sincero: al terzo paziente ho cominciato a credere che si trattasse di uno scherzo, che i miei colleghi burloni del PS avessero chiesto ai pazienti di dirmi tutti la stessa cosa per farsi due risate alle mie spalle. Anche se proprio non me la vedevo Angela, la collega che mi ha telefonato per prima con la voce triste di chi ha la sala d’attesa piena come un uovo, a escogitare improbabili scherzi serali sul tema canoro che in queste sere ammorba le nostre esistenze televisive.

E allora mi sono chiesto cosa diavolo stesse succedendo, il perché di questo rancore sordo verso il circo sanremese. Ci ho pensato un po’ e alla fine una possibile spiegazione mi è venuta in mente: il tono delle critiche dei miei pazienti verso Sanremo, tutti quei soldi spesi per nulla in un momento in cui in molti tiriamo la cinghia e centinaia di migliaia di lavoratori finiscono in mezzo alla strada, somigliava tanto al tono che hanno le critiche della gente comune alla classe politica in generale.

Perché Sanremo e i nostri politicanti di professione hanno questo in comune: sono completamente scollegati dalla vita reale, costituiscono ormai entità autonome e dotate di vita e regole proprie che prescindono dalla loro funzione primaria (amministrare rettamente, nel caso dei politici; svagare il popolino, nel caso di Sanremo). Al punto che un manipolo di cosiddetti tecnici, ossia di non politici dotati di expertise, a prescindere dalle loro finalità  politiche ed economiche certamente non virtuose, in due mesi hanno dimostrato all’intero paese che l’intera classe dirigente politica, in blocco, non ha più alcun motivo di esistere ma è solo fonte di dissipazione di ricchezza, senza portare in dote nessun elemento positivo per la collettività.

Per cui l’elettore medio, che è anche l’utente televisivo serale medio, alla fine prova la stessa qualità di fastidio sia quando vede intervistare con domande concordate Bersani o Alfano che quando Celentano furoreggia per due ore sullo sfondo di improbabili scenari post-bellici: perché in entrambi i casi chi pontifica è altrove, non è (più) parte del tessuto sociale, i concetti che esprime non hanno altro effetto sulla pubblica opinione oltre a generare puro e semplice fastidio, esasperazione, incredulità di fronte alle parole fuori contesto che vengono sprecate di fronte alle telecamere.

E lì ho capito che Sanremo non è stato ancora cancellato dai palinsesti televisivi perché, pur non essendo (più) intrattenimento, rimane una indispensabile e plateale manifestazione del potere infame che governa le nostre piccole e misere esistenze. Le canzoni sono solo la scusa banale per tenere in piedi un monumento faraonico che il potere ha eretto a sé stesso: un luogo virtuale dove conta solo esserci, mettersi in mostra, spendere milioni di euro affinché la nota rockstar imbolsita possa godersi una finta standing ovation di fronte a direttori, vicedirettori, attricette, nani, ballerine, frombolieri e chi più ne ha più ne metta.

Sanremo è ormai un luogo talmente colluso al potere virtuale che sul quel palco è concesso di tutto: il turpiloquio, la boutade becera, la finta protesta sociale, il richiamo agli alti valori morali. Tanto nessuno se ne fotte nulla: chi mette in opera lo spettacolo, chi presiede e chi lo guarda da casa. Al punto che tra l’ignorante che insulta e il deficiente che si becca l’insulto non c’è più nessuna differenza. Entrambi esistono solo nella realtà virtuale di Sanremo, fuori da essa né l’uno né l’altro avrebbero motivo di esistere: l’uno, l’ignorante, non avrebbe una platea da centocinquantamila euro all’ora; e l’altro, il deficiente, non avrebbe più materiale per il suo mestiere, che poi è uguale a quello del demolitore professionale se non fosse che chi demolisce una casa almeno si sporca le mani di polvere e la tuta di sudore.

Così uguali tra loro, l’ignorante e il deficiente, che il deficiente può incamerare gli insulti senza nemmeno adombrarsi. In un gesto di sobrietà estrema: laddove l’unica sobrietà possibile, nell’Italia ai tempi della crisi, sarebbe starsene zitti mentre ti prende quell’impulso irrefrenabile di afferrare il martello e disintegrare lo schermo della televisione.

Il paese della disperanza, parte tre (e ultima)

martedì, 10 gennaio 2012

Devo concludere la trilogia della disperanza, e la voglio concludere con un messaggio di segno opposto. Un segno di cui vorrei che fosse intriso il mio 2012, dal principio alla fine.

In realtà la trilogia l’ha conclusa, a mia insaputa, una mia giovane collega: è una delle ultime arrivate in reparto, sto parlando di tre o quattro anni fa, ma ha già preso in mano il bandolo della matassa e lo sta addirittura portando fuori dalla nostra realtà locale. Un merito non da poco, in tempi in cui i dipendenti pubblici godono di fiducia ministeriale prossima allo zero: ma gioventù ed entusiasmo possono essere ancora un valore, in questo paese, e non il suo contrario.

La mia collega parla spesso del suo lavoro, e in questo periodo lo fa con un tale entusiasmo, con un trasposto così totale che è difficile non lasciarsi contagiare. Vederla lavorare è un piacere: ogni volta che mi chiede un parere su un esame radiologico si apre una formidabile discussione clinica che andrebbe avanti anche parecchio, se non avessimo tutti quanti i minuti contati e torme di segretarie impazienti alle porte.

Adesso, mio malgrado e con buona pace di chi mi considera ancora giovane, io non sono più un giovane radiologo. E inizio a guardarmi intorno per capire chi potrà fare cosa, nel mio reparto, e quali sono le persone a cui potrei fornire una parvenza di viatico per sopravvivere nei tempi cupi che verranno. Perchè i tempi cupi sono ancora da venire, questo è certo, ma a me piace pensare che anche in tempi di ristrettezze economiche potremo e sapremo fare con gioia il nostro mestiere: incontrarci, parlare, discutere, organizzare, crescere, migliorarci come singoli e come gruppo, far vedere a tutti i parassiti che ci hanno ridotto in mutande di che pasta siamo fatti.

Non ci salveranno le banche, nel prossimo futuro, né i politici. Non ci salveranno paesi stranieri o organismi internazionali di varia natura. Non ci salverà il petrolio e neanche l’energia eolica. Ci salverà l’entusiasmo. Ci salverà la passione. Ci salverà l’affetto per luoghi e persone. In una sola frase, ci salveremo da soli. E così facendo salveremo, forse, anche tutti gli altri.

Il paese della disperanza, parte due.

lunedì, 9 gennaio 2012

Ma c’è una seconda parte, altrimenti in questo paese della disperanza non saremmo tutti o quasi nella cacca fino al collo.

La stessa mattina della coppia indiana è arrivata una gentile signora sulla sessantina, ben vestita, piuttosto sagace e con la parlantina sciolta. Mentre le facevo l’ecografia mi ha raccontato di aver avuto un compagno imprenditore, mancato da non molti anni, a cui era veramente molto legata; e di avere ancora un figlio, quasi quarantenne, che ha ereditato l’impresa del patrigno e ne ha migliorato gli introiti grazie all’entusiasmo e alla forza di volontà che solo un uomo appassionato e giovane può avere.

Ma il momento di grassa è durato fino a pochi mesi fa. Adesso non è che l’impresa non venda il dovuto, non abbia ordini importanti o sia in difficoltà operative particolari. L’impresa vende, e parecchio: solo che i compratori non pagano. E, siccome viviamo in un modo capovolto, a non pagare sono i pesci grossi, mica quelli piccoli.

Morale: quando sei in credito di ottocentomila euro può diventare difficile pagare i dipendenti. E magari non ci dormi di notte perchè i tuoi dipendenti hanno famiglia, figli, mutui da pagare, spese mediche. Per cui anche l’azienda più virtuosa, innovativa, ricca di iniziative, può andarsene in malora insieme a tutto il paese; a cui, tra l’altro, se non fa parte dell’allegra famiglia degli evasori fiscali, versa pure una bella fortuna in tasse.

Ed ecco cosa mi ha detto la signora un attimo prima di andarsene: Mio figlio qualche giorno fa mi ha detto che per lui è una fortuna avere una moglie e dei figli che gli vogliono bene, altrimenti con i tempi che corrono si sarebbe già impiccato.

Ecco, io vorrei che questa storia potesse essere raccontata davanti a tutti quelli che con questa cosiddetta crisi hanno qualcosa o molto a che fare: politici, banchieri, faccendieri, speculatori, evasori fiscali, finti poveri che sgommano con il ferrarino di famiglia a Cortina et similia. Mi piacerebbe che tutti loro, singolarmente e in gruppo, provassero vergogna per lo stato di prostrazione in cui hanno messo il paese e le persone che lo abitano. Vorrei che il nodo scorsoio, quello morale intendo, lo avvertissero davvero intorno al loro collo.

Ma non sarà così, purtroppo; e noi ce la caveremo da soli, come al solito, senza nemmeno quella piccola soddisfazione postuma.

Il paese della disperanza

mercoledì, 4 gennaio 2012

Una coppia davvero insolita: marito e moglie, indiani o comunque di regioni limitrofe. Lui con il caratteristico turbante e un barbone nero da asceta; lei giovane, sotto i trent’anni, eppure già con lo sguardo da ultracentenaria rassegnata al peggio.

Il problema ce l’aveva lei: un dolore costante a entrambe le mammelle, senza alcun apparente motivo, da cui la richiesta di ecografia mammaria. Faccio accomodare la signora; un attimo prima di iniziare l’esame lui si avvicina e mi dice, a voce bassa: Fai un buon esame mi raccomando, il ticket mi è costato 40 euro e io sono senza lavoro.

Quanto basta perché un medico si adombri, ritengo: io però non mi sono adombrato. Ho capito benissimo ciò che il marito indiano voleva dirmi, con quelle due frasi scandite in cattivo italiano: che quel ticket gli era costato un sacrificio immane, solo quello. Che quando sei senza lavoro anche un ticket di 40 miserabili euro può fare la differenza tra il mangiare e il non mangiare. E che proprio a causa dell’entità del sacrificio, probabilmente enorme per quella coppia straniera, bisognava che l’esame valesse la spesa. Ho capito, insomma, che quell’uomo non voleva mettere in discussione le mie competenze: solo chiedermi la massima attenzione, affinché i soldi del ticket non fossero stati soldi sprecati. E io sono stato zitto, ho annuito e ho condotto l’esame con la massima attenzione: ancora più del solito, se è possibile.

Alla fine, quando li ho congedati con una risposta per fortuna rassicurante, mi sono attardato un attimo alla scrivania. Pensando che è proprio triste quello che sta succedendo in questi ultimi anni in Italia: il paese che ha accolto nei decenni scorsi centinaia di migliaia, forse milioni di immigrati, e ha permesso loro di rifarsi una vita e di coltivare speranze per sè e per i propri figli, non esiste più. Sostituito da un luogo dove la speranza per il futuro, se non è già morta, è letteralmente agonizzante. C’è differenza, lo so, tra un ventenne figlio di buona famiglia che non sa se cominciare un corso di studi che forse non lo condurrà da nessuna parte e un ragazzo di colore che mentre sto mangiando un toast, in un bar nel centro, mi chiede se ne pago uno anche a lui perché ha perso il lavoro da due mesi; ma meno di quanto si potrebbe credere. Perché le due storie, apparentemente così diverse, hanno un denominatore comune: l’assenza di speranza per il futuro.

E allora ridatemela indietro, quella vecchia Italia delle barcarole strapiene di albanesi che sbarcavano sulle coste adriatiche in cerca della loro personale ammerica. Ridatemela indietro: perché, qualunque sia il vostro punto di vista sull’immigrazione degli stranieri, e so per certo che alcuni di voi hanno opinioni abbastanza drastiche sull’argomento, è meglio vivere in paese che agli stranieri regala una speranza che in uno in cui la speranza l’abbiamo persa anche noi che ci siamo nati.

Gli auguri del radiologo

venerdì, 23 dicembre 2011

Quest’anno, come ogni anno, sto per inviare gli auguri del blog alla mailing list di matti furiosi che in questi anni hanno deciso di registrarsi. I quali sono un centinaio, quindi un discreto numero: per capirci, quelli a cui la pubblicazione di ogni nuovo post viene notificata in tempo reale e che hanno facoltà di commentare i post. Ma il counter del blog mi ha comunicato che, incredibile a credersi, siamo arrivati a 300 visite al giorno, e quindi mi tocca estendere gli auguri anche a chi non è registrato come utente del sito ma a quanto pare lo frequenta più o meno abitualmente. E per farlo, mi perdonerete perché è Natale e siete tutti un po’ più buoni, voglio partire da lontano.

Stamattina, in centro, sono andato a prelevare qualche soldo dallo sportello bancomat della mia banca. Che nella piazza principale della città ha una sede grande e molto elegante, al cui ingresso il cliente viene accolto da ben sei sportelli bancomat. Bene: davanti alla porta a vetri scorrevole c’era una guardia giurata, e fin qui niente di nuovo. La novità è che la guardia giurata questa volta non aveva la pistola ben chiusa nella fondina ma una specie di kalashnikov, un cannone terribile anche a vedersi; e lo imbracciava con grinta temibile. Il che mi ha riportato alla congiuntura storica, a quanto male siamo messi, a che genere di paura sta animando le nostre giornate. E mi sono detto che il terrore è proprio ciò che desidera per noi chi tira le fila del teatrino: un popolo spaventato si controlla meglio, gli puoi togliere soldi e libertà e nessuno protesterà mai perché in gioco c’è, appunto, la sopravvivenza di tutti.

Però oggi voglio proporvi un punto di vista alternativo. Voglio dirvi che questa crisi, qualunque siano le cause e le finalità di chi l’ha voluta e generata, potremmo viverla non come un periodo di terrore che ci lascerà più poveri, anche di spirito, ma come un’occasione imperdibile. Per esempio, l’occasione di rivedere le nostre priorità e dare il giusto valore alle cose che possediamo e vorremmo possedere: hai visto mai che si smetta di considerare il Suv come un biglietto da visita, o le scarpe da mille euro l’equivalente della foto sulla nostra carta di identità. Hai visto mai che potremmo accontentarci del nostro vecchio PC, che tanto vecchio non è ed è più che sufficiente per scrivere, guardare le nostre foto, navigare su internet e andare a leggere l’ultimo post del radiologo. Hai visto mai che potremmo decidere di non passare il capodanno alle Maldive ma di starcene qui vicino, magari con i nostri amici o la famiglia. E invece di fare il trenino di mezzanotte, con il sottofondo di musica brasiliana, in mezzo a gente annoiata, potremmo approfittare dell’occasione per farci raccontare storie  mai udite prima dai nostri padri, dai nonni, da chi le ha tenute in serbo per occasioni del genere senza che l’occasione mai si presentasse. Potremmo approfittarne, insomma: ma non consumatele tutte, tenetene qualcuna da parte per il black-out planetario che, dicono in giro, sarà l’unica vera fine del mondo che ci aspetta al termine del 2012.

E ho degli auguri speciali da fare a due categorie speciali di persone, dalle quali ricevo ogni giorno molte e-mail (al punto che faccio fatica a rispondere in tempo reale, e infatti approfitto dell’occasione per scusarmi pubblicamente): studenti di medicina e specializzandi in radiologia. Sono tutti molto preoccupati del futuro: se la loro formazione sarà adeguata; se quando finirà il loro corso di studi le occasioni lavorative saranno rinsecchite come sterpaglie nel deserto o ci sarà ancora modo di evitare la fuga all’estero; se gli stipendi saranno adeguati ai tempi e chi ha investito decine di anni nella formazione potrà farsi una famiglia e permettersi un appartamento da almeno quattro stanze.

A questi ragazzi io voglio raccontare un’episodio accaduto ieri nel mio ospedale. A fine mattina c’è stato il tradizionale incontro natalizio del direttore generale con i primari e i responsabili di unità operative nell’aula magna dell’ospedale. Il direttore ci ha salutato, e prima di congedarci ha tenuto un breve discorso. Che potrebbe essere riassunto in una sola frase: Ci aspettano tempi cupi, il destino della qualità del nostro lavoro è nelle nostre sole mani e il solo ottimismo è quello che noi sapremo dare alle nostre azioni.

E, strano a dirsi, nonostante il basso profilo sono stato pienamente d’accordo con lui: meglio un ottimismo realista e amaro, rispetto all’ottimismo negazionista che ci ha condotto quasi sull’orlo del baratro. E’ nei tempi cupi, come dice il mio caro amico Johnny, che si vede la pasta di cui siamo fatti. E l’ottimismo non può riguardare solo le nostre prospettive lavorative e i nostri stipendi, ma ben altro: perché qui c’è in gioco la nostra libertà, di uomini e di lavoratori. E allora voglio dire una cosa ai ragazzi che mi seguono: questo periodo nero potrebbe essere un’opportunità senza precedenti. Quando calerà la scure sul mondo del lavoro, sanità compresa e forse sanità prima degli altri comparti, una volta tanto avranno più probabilità di salvarsi quelli preparati (quelli con il know how, come dice il mio primario), con le idee innovative e la voglia di crescere e andare avanti invece che sedersi a terra ad aspettare che la buriana passi. Per cui fatemi una cortesia: studiate ancora più di prima, cercate di allargare i vostri orizzonti. Se i vostri professori non vi badano cercate aiuto altrove, e se non lo trovate fatevi amici i libri di testo. Guardatevi intorno il più possibile, non perdete nessuna occasione per crescere professionalmente e umanamente. State con i pazienti, fatevi raccontare le loro storie, e prima di guardare la loro TC o di fargli l’ecografia ascoltateli con attenzione: vi stanno suggerendo la diagnosi. E, prima ancora di quella, vi stanno suggerendo che il cambiamento più profondo potrebbe essere non quello del nostro portafogli, ma quello dentro di noi. Nei tempi di crisi i soldi diventano carta straccia, ma le persone riacquistano l’importanza che dovrebbero avere sempre, in ogni momento, fino alla fine dei tempi.

Quindi per una volta tanto vi saluterò senza usare l’aforisma di un vecchio della mia gioventù universitaria, che amava affermare: Il segreto della felicità è comportarsi sempre moderatamente male.

Questa volta vi faccio gli auguri dicendovi: Comportatevi benino. Qualcosa di buono in cambio, prima o poi, potrebbe arrivare.