Archive for the ‘L’Italia ai tempi della crisi’ Category

Ama gli armadi dove hai messo a tacere paure e fantasmi

mercoledì, agosto 2nd, 2017

Piscina.
 
Due bambini di quattro, cinque anni si avvicinano. Uno ha in mano un barattolo di vetro. Dentro il barattolo c’è una piccola lucertolina spaventata.
 
Uno dei due, quello che ha in mano il barattolo, mi dice: Hai visto cosa ho qui?
 
Io: Che bella lucertolina! Adesso perché non la liberate in un cespuglio, così nessuno la uccide?
 
Il bimbo con il barattolo tace e si allontana lentamente, con lo sguardo interdetto.
 
L’altro va via più veloce e voltandomi le spalle dice stizzito: No! La lucertola è mia e ci faccio quello che voglio! È mia, la lucertola, mica tua!
 
Perfetto, ho pensato, non importa, fai quello che vuoi. Tanto, un giorno più o meno lontano, i tuoi neuroni a specchio si sveglieranno e ti scapperà una lacrima a ricordare le code di lucertola mozzate, i formicai bruciati, i nidi di rondine tirati giù a colpi di pietre, i gatti randagi presi a calci senza alcun apparente motivo.
 
Ma la cosa peggiore è che un giorno nel barattolo di vetro ci sarai tu, e qualcuno farà di te quello che vorrà. Non si tratterà di nulla di personale: ti diranno che è la vita, che così vanno le cose.
 
Ed è proprio così: è la vita, nient’altro che la vita, e non c’è niente di personale.
 
Ma voglio dirti solo una cosa, bambino mio, una cosa che tuo padre non avrà mai il coraggio di anticiparti: la tua piccola lucertola ha più speranze di cavarsela, oggi, nel tuo barattolo di vetro, di quante tu ne avrai mai in futuro.

La canzone della clip è “Abbi cura di te” di Maldestro, dall’album “I muri di Berlino” (2017). Maldestro è un giovane cantautore con grande talento e una storia incredibile alle spalle che, so per certo, si è stancato di raccontare. Dunque non la racconterò nemmeno io, e buon ascolto.

Il frutto del silenzio

martedì, giugno 13th, 2017

Il mare induce sempre pensieri. O forse è la solitudine, il silenzio delle spiagge semivuote nei martedì di giugno. Aiutata da certi libri, di cui riparleremo, scritti per farti ricordare di essere al mondo.

Io faccio il medico, lo sapete. Un mestiere difficile, complesso. Talmente veloce, nella sua evoluzione, che ultimamente si fa fatica a stargli dietro. Forse, e dico forse, il mestiere più inutile del mondo. Perché il medico nuota contro corrente. Trasporta enormi massi su per salite inenarrabili, per poi ricominciare quando la pietra rotola di nuovo a valle. Il medico vuota il fondo della barca che affonda con un cucchiaio da cucina.

Pensateci un attimo: noi medici combattiamo contro l’evento più inevitabile delle nostre esistenze, l’unico di possiamo essere veramente sicuri. Noi medici cerchiamo di allontanare la morte a ogni costo, e durante questo combattimento senza quartiere ci dimentichiamo che senza morte non può esistere vita, che tutto è regolato dal principio della parabola: il sole sorge, raggiunge il mezzogiorno, poi cala fino a tramontare. Se il sole non tramontasse, il giorno dopo non avremmo una nuova alba. E tutto finirebbe nel nulla.

E allora perché ci stiamo accanendo nella disperata ricerca di una vita più lunga, senza considerare che gli anni aggiunti a quelli che la natura ci avrebbe garantito da sola, senza interventi esterni, non sono anni di qualità ma spesso solo di quantità? Chi vorrebbe davvero vivere dieci anni in più senza poter riconoscere figli e nipoti, leggere un libro, senza ricordarsi degli eventi passati della propria vita, con una badante straniera che ti cambia i pannoloni sporchi di escrementi senza alcuna traccia di amore?

C’è una sola risposta, a questa domanda: cioè che noi non crediamo a niente. Non-crediamo-a-niente-di-niente. Se le nostre professioni di fede, qualunque esse siano, fossero sostenute da un qualsiasi genere di fede reale, sincera, noi sapremmo (come lo sapevano i nostri nonni, e i nonni dei nostri nonni) che la vita è una parabola di cui va accettata con gioia la fase calante. La morte sarebbe nient’altro che una porta spalancata verso il ritorno a casa, il gesto di generosità di chi ha vissuto il suo e sa benissimo che senza la sua dipartita non ci sarebbe posto per chi deve ancora arrivare. Il funerale ritornerebbe a essere ciò che è sempre stato: il gesto semplice di colmare un vuoto con la pienezza amorevole dei sopravvissuti, e non l’ultima passerella di una presunta star che assommava in sé tutte le virtù di questo mondo.

Invece, quaggiù, ci affanniamo ad aggiungere giorni su giorni senza riflettere in nessun modo sulla qualità delle nostre vite. Per riempire il vuoto disperante che assilla le nostre notti abbiamo imparato ad autoglorificarci sui social: il nostro antidolorifico quotidiano, l’antidoto contro la noia che facciamo a noi stessi. L’ansiolitico contro la paura che dopo non ci aspetti nulla, se non un vuoto senza fine né tempo che vanifica tutto ciò che abbiamo fatto, o non fatto, in vita.

Ma oggi, perdonatemi, andrò oltre. Non è solo in Dio che non crediamo più, oppure in qualunque religione, organizzata o meno, che si accompagni a una qualunque idea di deità. Noi se è per quello non crediamo nemmeno nell’esistenza dell’oggi, il tempo in cui ci muoviamo quotidianamente. Ho l’impressione che le persone attraversino il presente senza credere a nulla di ciò che vedono e a una sola parola di ciò che ascoltano. E’ come se inconsciamente fossimo convinti di trovarci dentro un videogioco in cui tutto è lecito perché nulla è reale. Ci muoviamo come manovrati dall’esterno, eterodiretti. Troviamo sistematicamente giustificazioni esterne alle azioni dettate dai nostri istinti più profondi e ancestrali. La nostra visione egocentrica, in senso letterale, del mondo è mediata da un mouse che in realtà nessuna mano muove.

Ma voi non mi credete, sorridete e pensate che in questi giorni abbia preso troppo sole. E invece sapete perché è vero quello che dico? Perché se noialtri credessimo realmente nell’esistenza di un mondo intorno a noi, se ne avessimo esperienza reale, non potremmo mai fare del male alle persone che abbiamo accanto. Nessuno sano di mente potrebbe arrecare il minimo danno al suo prossimo, se avesse coscienza che quel danno, fisico o morale, è reale e produce conseguenze dolorose. Se tutto è finto, virtuale, nulla ha senso: nemmeno i gesti estremi. Ed è curioso che in un periodo storico di estremismi, come quello in cui viviamo, il male che siamo in grado di elaborare testimoni meglio di qualsiasi altra cosa la nostra assoluta infedeltà. Non soltanto agli uomini, ma anche alle deità nel nome delle quali decidiamo di giustificare le nostre opere.


La musica della clip è “The fruit of silence”, del compositore lituano Peteris Vasks. In una registrazione dal vivo del 2014 a Riga, credo. Vi ricordo anche che il vocabolario della lingua italiana, alla parola infedeltà, recita: “violazione, inosservanza di un obbligo di fedeltà; (concr.) atto o comportamento che ne è la dimostrazione concreta”.

Credevo ancora nei miei sogni, vent’anni fa

giovedì, maggio 18th, 2017

E’ strano rimettere piede nel blog dopo un post, l’ultimo, che su facebook è diventato virale: la bellezza di 6500 like e 3600 condivisioni. E’ strano realizzare che facebook si è accorto di me, dopo anni di silenzio, imponendomi di sostituire il nome di battaglia con quello vero e accompagnando il tutto con intimidazioni circa la chiusura dell’account se non mi fossi allineato alle regole della casa. Ed è ancora più strano, nel mentre, aver interagito con un migliaio di persone che mi hanno inviato complimenti e manifestazioni di affetto che, tutto sommato, non credo di aver meritato.

E’ che la gente in media è triste e vuol sentire parlare d’amore, ha commentato mia moglie un secondo dopo aver letto il post, con la saggezza antica che è consuetudine delle donne di ogni tempo e luogo. E io ne ho avuto conferma appena il giorno dopo, durante il solito turno ecografico pomeridiano.

Sono in studio e sento bussare. E’ una delle mie colleghe, che entra e dice: C’è una signora fuori molto arrabbiata, quella che pensavi non fosse venuta per tempo all’appuntamento, lei è arrivata in orario ma le hanno detto di aspettare nel posto sbagliato.

Niente paura. Mi alzo, percorro il corridoio e la vedo: Valeria, la chiamerò così anche se non è il suo vero nome, è agitata, va su e giù davanti alla porta della sezione ecografica con i pugni chiusi. Poi si gira, mi vede, io le sorrido e lei di colpo si tranquillizza. Entra con me in ecografia, mentre le spiego qual è stato il malinteso, e dice: Per fortuna è arrivato lei, non so cosa sarebbe successo se fosse venuto un medico arrogante. Ripeterà più volte questa frase, durante tutto l’esame, come se trovare un medico gentile fosse l’equivalente di beccare un quadrifoglio in un prato sterminato. O come per rimarcare un suo atteggiamento ben preciso nei confronti della vita.

L’esame è lungo perché Valeria ha voglia di parlare, e io la ascolto volentieri. La vita, appunto, non deve esserle stata molto favorevole: storie d’amore finite male, un buon lavoro perso, un’altro in fabbrica con turni che le spezzano la schiena e il ritrovarsi a cinquant’anni sola e senza un futuro felice davanti. Ha il fegato grasso, Valeria, e io glielo dico con la maggiore delicatezza possibile. Bisogna che impari a mangiare un po’ meglio, le dico, se vuole che il fegato torni a posto.

Ma Valeria lo sa bene, qual è il suo problema. Io non le racconto le balle, dottore, dice. Io la sera a casa sono da sola e mi attacco alla bottiglia per cercare di sopravvivere. Dice queste precise parole con una lucidità così pazzesca, questa donna ancora bella, volitiva, a tratti spiritosa e autoironica, che viene da chiedersi come mai sia tutta sola a questo mondo, e come mai non abbia un uomo accanto disposto a dividere con lei la fatica di esistere.

Poi l’esame finisce, io le consegno la risposta e in quel momento mi viene in mente la scena chiave di un bellissimo film del 2005, con protagonisti del calibro di Nicholas Cage e Michael Caine: The Wheater Man. Un film, appena un gradino sotto la perfezione formale, che parla di un uomo insoddisfatto alle prese con un matrimonio finito male, un padre prossimo a morire, due figli con problemi abbastanza seri e un lavoro insoddisfacente. In quella scena padre e figlio sono in auto. Il padre percepisce la sofferenza di suo figlio e gli dice, semplicemente: In questa vita di merda, dobbiamo fiondare via qualcosa. Dobbiamo fiondarla via, in questa vita di merda.

E allora ho pensato che anche Valeria, come tutti, dovrebbe fiondare via qualcosa. Dovrebbe farlo perché nessuno di noi può restare attaccato ai fantasmi del suo passato. Perché ognuno di noi ha diritto a una seconda occasione: ma se non fiondi via quello che ti porti sulle spalle, come un grosso sacco pieno di immondizia, quella maledetta seconda occasione non potrai ottenerla. E perché ognuno di noi, a suo modo, ha il sacrosanto diritto di sentirsi felice e lo stesso sacrosanto diritto di non sentirsi solo.

Ecco, io avrei voluto dire questo a Valeria: di fiondare via qualcosa. Ma ci sono volte in cui penso che un medico deve fermarsi un attimo prima di varcare la soglia dell’invadenza, e così le ho solo sorriso ancora e stretto la mano. Ma forse Valeria ha colto qualcosa di non espresso, nel mio sguardo, e prima di andar via si è girata e mi ha detto, ancora una volta: Meno male che oggi ho trovato lei, dottore. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se avessi trovato un medico arrogante.


La canzone della clip è “Like a rock”, di Bob Seger (1986). Fa parte della colonna sonora di “The Weather Man” e parla di rimpianti, dell’entusiasmo e del senso di onnipotenza che si prova a vent’anni, e che poi chissà dove va a finire: ho pensato che fosse doppiamente adatto alla persona a cui la voglio dedicare, cioè la signora Valeria. E ho pensato anche che tutto sommato io sono un ragazzo fortunato: a vent’anni ero pieno di rimpianti e mi sentivo sperso, mentre a quasi cinquanta mi sento proprio come canta Bob Seger. Forte quanto potevo essere, fermo nel vento e diritto come una freccia. Insomma, mi sento come una roccia.

Risplenda il sol, o scenda l’ora che reca in ciel l’oscurità

sabato, maggio 13th, 2017

Io non amo le armi, e dunque capite che non posso amare i soldati: sono tra quei poveri disgraziati convinti che al mondo si faccia poco all’amore, e che questa sia una delle cause di cattivi caratteri, liti condominiali, guerre civili e tra nazioni.
 
Poi però vado lo stesso in giro per Treviso, c’è l’adunata annuale degli Alpini, e mi godo i colori, gli odori, i suoni della festa. Cori mozzafiato, gente che ha tirato su tende per dormire anche nei prati delle case di padroni benevoli, ex soldati dal cappello con la penna che grigliano carne bevendo birra e offrono aranciata ai bambini.
 
Faccio le mie foto, in fondo sempre un radiologo sono, e alla fine mi avvio verso casa. In zona università vedo due vecchi, due molto vecchi: lui è seduto su una sedia, con gli occhiali scuri, si muove a fatica mentre lei gli sistema il bavero della giacca perché, si sa, i vecchi hanno sempre freddo.
 
A un certo punto una banda militare, tutti con i capelli da alpino in testa e le magliette blu elettrico, si fa incontro alla coppia. I musicisti li circondano in silenzio, li mettono al centro del cerchio e intonano l’inno ufficiale degli Alpini. Semplicemente, stanno tributando a un quasi centenario l’onore più grande: essere sopravvissuto quasi un secolo, e per giunta con quel cappello piumato in testa.
 
Il vecchio sente la musica, gli occhiali neri mi fanno temere che sia cieco, e con grande fatica si mette in piedi. Sta rigido, sta sull’attenti, sta con il mento in alto mentre canta silenziosamente il suo inno da Alpino. La moglie gli sta accanto e un po’ lo tiene, un po’ lo accarezza, un po’ muore di orgoglio per quel suo marito indistruttibile, quel supereroe mutante che ha resistito alle guerre, alle carestie, al boom economico, a Fred Bongusto e alla rotonda sul mare, al terrorismo, alla caduta del muro di Berlino, a Berlusconi e a Prodi, ai morti in mare tra Libia e Sicilia, alla stragi mafiose, alle stragi di stato, a Ustica, a tutto. E il suo abbraccio sembra un ballo, un ballo elegante intorno al suo uomo, quello che i musicisti stanno onorando come un eroe della resistenza, come mai nessun politico potrà essere onorato, un ballo semplice e degno di una prima alla Scala di Milano. Chiude gli occhi, la moglie, e chissà a cosa pensa quando la musica finisce e scatta un applauso interminabile che accompagna di nuovo suo marito sulla sedia, fermo sotto un sole timido da fine febbraio, coperto come un bambino, con ancora il mento orgoglioso puntato in alto.
 
Io avevo su gli occhiali da sole e per me è stata una fortuna. Ma forse sarebbe stato meglio se mio figlio mi avesse visto piangere: perché avrei potuto spiegargli che, ecco, questo per me è l’amore vero, l’unico per cui valga le pena di tornare a casa dopo una guerra mondiale, l’unico che giustifichi la fatica terribile di un’intera esistenza. E avrei potuto anche dirgli che il vero amore fa piangere sempre: di gioia, o di dolore.
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Inutile dirlo, la canzone della clip è l’inno ufficiale degli Alpini, quello che la banda militare ha suonato stamattina al vecchio Soldato.

Perche’ volevo dire cio’ che penso, volevo andare avanti ad occhi aperti

martedì, aprile 18th, 2017

Non temete, non tornerò ancora sulla questione della libera professione medica né vi avvilirò con riflessioni, che ho già fatto innumerevoli altre volte, sui perché e i percome dell’accanimento tutto italiano verso la categoria dei medici ospedalieri. Non lo farò perché ai vari governatori di regione, si chiamino Rossi o Zingaretti o con qualunque altro cognome, che continuano a parlare di sanità come se vivessero su un altro pianeta e a dare la colpa ai medici della lunghezza epocale delle liste di attesa, basterebbe leggere questa lettera aperta di Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario di Anaao Assomed. Per capire che delle due l’una: o sono consigliati da persone incapaci o sono in assoluta, perfetta malafede. Per capirci, in breve, l’attività intramoenia dei medici ospedalieri ammonta all’8% del totale, e i ricoveri con la stessa modalità allo 0.32%. E allora di cosa stiamo parlando?

Appunto, stiamo parlando d’altro. Quando, parecchi anni fa e anche sulle pagine di questo blog, cominciai a farmi qualche domanda sull’andazzo generale delle cose sanitarie e non, puntai l’attenzione sull’atteggiamento sprezzante che il potere costituito cominciava ad avere sulle professioni cosiddette intellettuali: ne parlai, tra l’altro, qui. La situazione, in questi anni, si è talmente aggravata che non si può più parlare di tendenze generali, ma di un dato di fatto acquisito. Da cui l’ulteriore domanda: cui prodest, a chi giova tutto questo?

Come dico sempre, fino a nausearmi da solo, il problema è sempre di tipo culturale. Aver smantellato la scuola italiana sottraendole risorse e capacità, e aver riempito questo paese di analfabeti funzionali che trovano sui social casse di risonanza alle quali solo pochi anni addietro mai avrebbero potuto ambire per una banale questione di selezione naturale, ha creato un danno irreparabile:  l’imbecille prima taceva perché il confronto diretto con l’uomo di cultura lo faceva vergognare; adesso invece parla da dietro un vetro blindato, come il casellante autostradale, e si sente in diritto di sostenere una tesi senza nemmeno avere gli strumenti intellettuali e culturali per crearsene una. La conseguenza naturale di questa involuzione culturale è il progetto politico che abbiamo sotto gli occhi: siamo diventati tutti uguali, ognuno vale uno, la casalinga di Voghera può diventare ministro dell’economia perché ha tenuto bene i conti di casa e qualsiasi ragazzotto con la faccia pulita e la lingua sciolta, sebbene in evidente difficoltà con i congiuntivi, si può candidare a prossimo presidente del consiglio dei ministri.

Quindi le scelte strategiche in ambito sanitario e  l’atteggiamento dei politici verso la classe medica non sono più dettate da ragionamenti politici: l’impressione, forte, è che il politico si faccia portatore del senso di frustrazione che il popolino ignorante avverte verso chi ha studiato, dell’invidia sociale che permea tutti quelli che si sentono uguali agli altri sui social, ma non possono ignorare che quando si parla di vaccini, per esempio, e al di là dell’idea che ciascuno può avere sulla questione, il parere di un immunologo vale parecchi punti in più rispetto a quello della soubrette televisiva, e che un economista di professione, se in buonafede (ma questo capita sempre più di rado), ha dell’euro una visione più precisa rispetto alla casalinga di Voghera che pure finirà per diventare il prossimo ministro dell’economia. Il politico ha compreso che in questo periodo tormentato i voti li sposta proprio questo genere di invidia sociale, e infatti la sta cavalcando senza scrupoli: altrimenti non si spiegherebbe lo spreco di energia nel compiere scelte sanitarie stupide e controproducenti. Quando un direttore generale si insedia in un’azienda e rilascia un’intervista pubblica nella quale afferma: Adesso li metterò io in riga, questi medici, sta veicolando un messaggio destruente e populistico mutuato proprio dalla politica che lo ha voluto in quel ruolo.

Ma c’è un’altra cosa da dire. Il recente cambio del mio ruolo lavorativo mi ha portato a interagire a tempo pieno con figure dirigenziali delle quali, fino a quel momento, avevo solo stigmatizzato i limiti e gli scarsi risultati. Dopo un anno e mezzo di questa vita riesco a guardare le cose anche da un altro punto di vista: e mi sono reso conto che la pressione politica su queste figure professionali è talmente e intollerabilmente pesante che spesso, troppo spesso, sono costretti a scelte strategiche che con ogni probabilità nemmeno condividono in pieno. Per cui l’attività principale di tutti gli attori che governano il sistema sanitario, in questo momento storico, è come rendere coerenti le richieste della politica con le esigenze di chi lavora sul campo, cioè medici e paramedici, in un momento in cui vengono contati anche i centesimi spesi per la dotazione base di un moderno reparto ospedaliero. E, come ho detto recentemente al mio direttore generale, tutto vorrei fare in questo momento fuorché il suo mestiere, dilaniato com’è tra richieste della regione, cittadini e associazioni che si mobilitano per contestare scelte strategiche quasi obbligate, altrimenti il sistema salta per aria, e medici sempre più incarogniti perché oltre al modo in cui vengono trattati hanno il contratto bloccato dal 2009 e gli si minaccia pure di bloccare la loro (misera, credetemi) libera professione.

Allora: che abbia ragione il mio amico Gianni, quando mi scrive quanto segue?

“Il disegno è chiaro: tolgo l’intramoenia, i medici bravi ma stufi di essere presi a calci in culo mollano e vanno nel privato…. gli ospedali pubblici non sono più in grado di soddisfare le necessità… la politica demanda ai privati sempre più prestazioni fino a che… la sanità viene tutta privatizzata”.

Forse è il caso di meditarci un po’ su e comprendere, da pazienti, perché i politici già lo sanno, che tutto ciò che adesso vi sembra scontato e vi fa pure incazzare se l’orario di esecuzione del vostro esame tarda di un quarto d’ora, tra pochi anni potrebbe essere storia: e voi potreste essere costretti a rivolgervi a un privato fuori da ogni controllo di qualità perché del pubblico non sarà rimasto più nulla. E allora della vostra invidia sociale sarà rimasta solo la possibilità di scrivere boiate su facebook, senza che nessuno abbia più voglia di replicare.


La canzone della clip è “A muso duro”, di Pierangelo Bertoli, tratta dall’album omonimo del 1979. Una specie di inno per chi non riesce a immaginarsi nessun altro modo, per vivere, se non quello narrato nella canzone.