Archive for the ‘L’Italia ai tempi della crisi’ Category

Cronache del virus fetente #2

giovedì, marzo 19th, 2020

L’immagine per adesso più iconica dell’emergenza sanitaria è quella lunga, interminabile fila di camion dell’esercito, carichi di bare, lungo le strade deserte di Bergamo.

Siamo tutti colpiti dalla pandemia, è vero, ma alcuni luoghi lo sono più di altri. Bergamo e la sua provincia, per adesso, stanno pagando il conto più caro. La camera mortuaria del cimitero è piena. La chiesa di Ognissanti, all’interno del cimitero monumentale, è piena. I morti sono così tanti che i forni crematori, anche se lavorano giorno e notte, non riescono a gestire tutte queste salme.

Ecco, i camion dell’esercito servono appunto a trasportare le salme verso i forni crematori che le regioni limitrofe hanno messo a disposizione. Così, in questo scenario irreale di desolazione, di guerra, in questa cattedrale del dolore che è diventata la città di Bergamo, questa lunga fila di camion diventa una specie di lungo filo che ricuce pezzi d’Italia diventati negli anni troppo distanti tra loro: convinti come siamo stati che i confini tra stati e regioni siano reali e che ognuno deve prima badare a se stesso e poi, se avanza qualcosa, agli altri.

La morte, quella più terribile, ci sta insegnando che invece dipendiamo gli uni dagli altri, che siamo cellule di uno stesso organismo. La condivisione delle salme delle persone care, insomma, sta dicendo ai bergamaschi che non sono soli in questo inferno. E sta insegnando a chi accoglie quelle salme che i sentimenti più nobili per un essere umano sono la pietà e la compassione.

L’epidemia potrà metterci in ginocchio, forse. Ma non potrà impedire, un giorno non più tanto lontano, che tutti torniamo ad abbracciarci. Con più consapevolezza di prima, forse: e la morte di è mancato in queste circostanze così tragiche assumerà un senso più grande di quello che adesso, affranti dal dolore, riusciamo a immaginare.


P.S. Lo so che in tanti dicono che basta cantare dai balconi, che non c’è niente da festeggiare, che in questo momento bisogna mantenere un dignitoso cordoglio. Io invece sono convinto che i nostri morti non vorrebbero vederci in preda alla disperazione ma reattivi, allegri, combattivi, pronti a resistere. In una sola parola: vivi. Per cui continuate a festeggiare dai balconi, cantate, celebrate l’esistenza di chi adesso non c’è più con la forza della vostra allegria. Delle lacrime, sono certo, chi è mancato non sa cosa farsene.

Cronache del virus fetente #1

martedì, marzo 17th, 2020

Leggo ormai ovunque l’incipit delle recriminazioni, anche e giustificatamente di matrice medica, che accompagneranno la fine della crisi: non siamo eroi e non vogliamo essere chiamati tali, facciamo il nostro lavoro esattamente come lo facevamo prima, il buonismo delle persone spaventate che prima ci vessavano e ora ci applaudono alle ore 12 di ogni giorno, quelle stesse fino a ieri pronte a denunciare ogni nostro presunto errore o a distruggerci le ambulanze nel caso malaugurato di un lieve ritardo o a menarci, letteralmente, nei corridoi del Pronto Soccorso, disturba le nostre notti; e le lodi pubbliche dei politici che prima hanno spolpato la sanità pubblica e poi contribuito a delegittimare la classe medica ci fanno schifo, senza contare poi il fatidico ritardo di 10 anni per un rinnovo del contratto collettivo nazionale che ha portato nelle tasche dei medici pochi spiccioli al mese e molta umiliazione, e insomma tutto quel buonismo se lo possono infilare là ove non batte il sole.

Va bene, va bene tutto: a me basta rileggere i post di qualche mese fa per ricordarmi quanto fossi allineato ai miei colleghi che si lamentano di come sono stati trattati e di come, anche adesso, nel bel mezzo della crisi sanitaria più enorme dell’ultimo secolo, continuano a pagare un prezzo umano elevatissimo, materiale e morale. Ma adesso proprio non ci riesco, non riesco ad allinearmi anche oggi.

Oggi voglio pensare che tutto questo dolore servirà a qualcosa, che le persone comprenderanno la schizofrenia emotiva nella quale hanno condotto gli ultimi decenni della loro esistenza. Voglio pensare che tutti capiremo che i soldi al momento giusto non ci salvano la vita, che abbiamo un bisogno fottuto gli uni degli altri, che le frontiere esistono solo nella nostra immaginazione malata e che persino un virus di merda se ne fa un baffo, se gli viene l’uzzolo, figuratevi gli esseri umani. Voglio pensare che passata la bufera nessuno si dimentichi di quando applaudiva i medici e i sanitari ospedalieri, a mezzogiorno in punto come le campane della chiesa di quartiere, o di quando si cantava insieme dai balconi vicini, con nessun pubblico in strada ad applaudire o a scuotere la testa con disappunto, o di quando i condomini più giovani si offrivano di portare la spesa agli anziani chiusi in casa, lasciandogli le borse sulla soglia. Per una volta ancora, io che con gli anni sono diventato il re dei cinici, voglio illudermi che questa disgrazia contenga in sé un seme di rigenerazione, di speranza nell’essere umano, una scintilla di comprensione della sacralità delle nostre miserabili vite.

In attesa di quel momento dolcissimo in cui l’umanità cambierà direzione, uno dei pochi pensieri che la notte mi aiuta ad addormentarmi, io non faccio altro che resistere: non tanto alla fatica e allo stress, quanto alla mancanza di rapporti fisici con le persone. Perché è così: soffro a non poter stringere la mano di un collaboratore instancabile, soffro a non poter abbracciare l’ultima collega arrivata che mi aiuta nel drenaggio di un ascesso retroperitoneale con gli occhi che brillano di entusiasmo, soffro a non poter dire a tutti i miei collaboratori riuniti insieme, tecnici, infermieri, oss, segretarie (che stanno pagando il prezzo peggiore dell’epidemia), quanto io sia grato loro per quello che fanno ogni giorno, ogni-santo-giorno di questo tremendo periodo.

Ma gliel’ho già detto: quando tutto sarà finito, e avremo fatto la conta dei danni, festeggeremo insieme fino all’alba. Voglio che nessuno guidi al ritorno: meglio affittare un pullman per tornarcene, finalmente tranquilli, a casa.

Seduti uno accanto all’altro.

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La foto, non so se apocrifa, gira su internet da qualche giorno e racconta la storia di un medico dell’ospedale di Wuhan (o un infermiere, o un oss, poco importa) che di ritorno da una TC fatta all’anziano 85enne si ferma con lui a guardare il tramonto dopo un mese e mezzo di isolamento. Ripeto, non so se la foto sia relativa a quella storia né se quella storia sia vera. So però che mi fa piacere pensarlo, e quindi la condivido con voi.

Ti ho chiamato solo per dirti che ti amo

mercoledì, marzo 4th, 2020

Credo che stiamo imparando un sacco di cose, da questa inattesa crisi sanitaria.

Per esempio, stiamo imparando che, nonostante la nostra sicumera da eletti ipertecnologizzati del terzo millennio, su questo pianeta continuiamo a essere di passaggio e contiamo ben poco nell’ordine naturale della vita, che si svolge nell’arco di ere geologiche e a noi è sostanzialmente disinteressata.

Stiamo imparando che la paura non ha nulla a che vedere con ciò che in passato credevamo potesse impaurirci ma ha radici molto più profonde, si annida nel nostro inconscio e si nutre, credo, della nostra assoluta mancanza di fede non solo in qualche lontana deità, ma anche nella sacralità dell’uomo stesso e di tutto ciò che lo circonda.

Stiamo imparando che la paura ci rende irrazionali e sconclusionati, un giorno saccheggiamo i supermercati e il giorno dopo siamo già a pranzo in un ristorante affollato, un giorno diamo fondo alle scorte di amuchina della provincia e il giorno dopo dimentichiamo a casa la boccetta tascabile.

Stiamo imparando, pensate, che i soldi accumulati non ci salveranno dal disastro, se il disastro dovesse finalmente arrivare, e che oggi sembra ancora più vera quell’affermazione che in molti fanno da tempo: è il tempo a essere importante, non i soldi.

Stiamo imparando anche, credo, a cosa serva il consorzio umano, una struttura societaria che ci contenga tutti, di cui prendersi cura perché al momento opportuno essa si prenderà cura di noi. Forse stiamo finalmente capendo a che servono gli ospedali, i medici, gli infermieri, i sanitari di ogni genere e grado, chi gli ospedali li dirige cercando di capire cosa sia più giusto decidere nel marasma di informazioni contrastanti, prese di posizioni divergenti, ordinanze e contro-ordinanze quotidiane. Forse oggi è più chiaro a tutti che la società è fondata sulle leggi e sul diritto, non c’è dubbio, ma prima ancora sul buon senso delle persone, sulla loro abnegazione, sulla capacità di adattarsi anche anche situazioni peggiori.

Stiamo imparando che tutti ci stiamo sulle palle, in condizioni normali, ma che forse quest’odio ecumenico verso il prossimo non è così reale come pensiamo e che se restassimo soli allora si che il dramma di vivere diventerebbe inenarrabile.

Per cui c’è una sola cosa da fare: resistere. Non fatevi afferrare alla gola dalla paura, non lasciatevi andare a gesti inconsulti: se ne sono già visti troppi, negli ultimi tempi. Aiutate noi medici a fare resistenza, seguite le indicazioni che vi sono state fornite, cercate di non assembrarvi inutilmente ma al tempo stesso restate in contatto con il vostro prossimo, lavatevi le mani ma non siate restii a tendere la mano a qualcuno che scivola a terra.

Il bersaglio prediletto di questo virus è la vostra umanità: non lasciate che il virus ve la infetti, per favore. Non lasciate che ve la infetti.


La canzone della clip è la celeberrima “I just called to say i love you”, di Stewie Wonder, tratta dalla colonna sonora del film “The woman in red” (1984). Sappiate che io, nemmeno nell’Italia ai tempi del coronavirus, voglio rinunciare a una sola delle cose meravigliose che vengono elencate nella canzone.

E ora che abbiamo capito che siamo soltanto richieste di aiuto

sabato, dicembre 7th, 2019

Ormai siete abituati al mio regalo di Natale, e sapete che ogni anno non posso esimermi dal produrre saggistica da due soldi (vedi omonima categoria) e condividerla con voi.

Questa volta non racconto storie d’amore e morte, non parlo di viaggi o di supereroi. Questa volta si tratta di un’analisi, vi avviso che è molto lunga e tortuosa, sullo stato pietoso del nostro servizio sanitario nazionale. Nasce dall’esperienza personale dell’ultimo anno e mezzo, dalla quale riemergo a pezzi ma ancora vivo, e dalle riflessioni che ho fatto quando le cose sembravano veramente disperate. Non che adesso non lo siano, intendiamoci, ma almeno l’orizzonte è più chiaro.

Se volete leggerla, armatevi di tempo e pazienza e cliccate qui. Se avete problemi di ansia, o problemi con il sottoscritto, fate pure a meno: è un periodo felice in cui mi sento particolarmente, come dire, un tantinello reattivo. Pertanto, non rispondo pienamente delle mie reazioni.

Buona lettura. Gli auguri magari ce li facciamo più avanti.


La canzone della clip è “Scomparire”, tratta dall’album “Solopiano” del 2017. Album meraviglioso, da ascoltare tutto ripetutamente e somministrare due volte al giorno ai cantanti da talent, anche quelli che hanno fatto successo.

Alcune cose sembrano migliori, piccola, semplicemente attraversandole

giovedì, ottobre 31st, 2019

Oggi ho fatto una biopsia sotto guida TC di una massa retroperitoneale, forse una metastasi a partenza da un tumore al momento non noto.

Sono arrivato nella sala e il Paziente era già a pancia sotto sul lettino. Mi sono inginocchiato, perché anni di esperienza mi hanno insegnato che in casi come questi i Pazienti sono come i bambini, devi parlare alla loro altezza di sguardo, e gli ho spiegato cosa avremmo fatto di lì  a poco. Lui ha annuito e mi ha fatto la solita, comprensibile domanda: Sentirò male?

Non troppo, ho risposto io, che non sopporto di mentire ai miei Pazienti e mai vorrei che un medico mentisse a me.

La procedura è andata bene, come capita nei casi particolarmente fortunati, e in un quarto d’ora era già tutto finito.

Già fatto? mi ha chiesto incredulo.

Certo, finito.

Bravissimi, bravissimi tutti, ha detto lui. Aveva quasi le lacrime agli occhi per il sollievo.

Poi mi ha preso il polso e lo ha stretto forte. Mi ha guardato fisso negli occhi e aveva lo sguardo dolente, mentre pronunciava la sua frase a metà strada tra l’affermazione e la domanda: La nostra è un buona sanità!?

Io l’ho intesa come una domanda. Ho poggiato il palmo dell’altra mia mano sul dorso della sua, che ancora mi stringeva il polso, e gli ho risposto solo: Cerchiamo di resistere, facciamo quello che possiamo.

Poi lo hanno portato via in barella. Spero non si sia accorto che pochi secondi prima stavo per commuovermi anche io: per la bellezza selvaggia e assurda del mio lavoro, per le difficoltà incredibili dell’ultimo anno che quella bellezza alla fine non l’hanno scalfita, per la paura che ci portino via uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, insomma per tutto.

Ma lui per fortuna era già fuori dalla sala TC.


La canzone della clip è “Sacrifice”, scritta e cantata da Elton John, nella preziosissima intrepretazione di Sinead O’ Connor tratta dall’album “Two rooms” del 1991 (dove nomi famosi si sono misurati con le più famose canzoni del baronetto inglese). Ascoltatela bene.