Archive for the ‘L’Italia ai tempi della crisi’ Category

Studiare l’ora per andare al mare, decidere per chi votare (un post di Matteo)

martedì, ottobre 30th, 2018

Dopo un bel po’ di tempo Matteo, uno dei collaboratori storici di questo piazza comune, mi ha proposto un altro testo per il blog. È vero, come dice lui da parecchio tempo i commenti ai post si sono spostati altrove, su Facebook: credo sia stata un’evoluzione normale e quasi inevitabile perché le interazioni lassù sono più facili e immediate. Puoi commentare senza loggarti, senza perdere tempo. Non occorre essere seduto davanti a un PC. Certo, ti può anche capitare il leone da tastiera o il troll, ma più spesso si tratta di cari amici che dicono la propria.

Matteo non lo sapeva, quando ha scritto il suo testo, ma mi prende proprio in un brutto periodo: per questioni italiche generali di cui si parla da diverso tempo, più qualche altra disavventura particolare, in uno dei miei due reparti attualmente ci troviamo in pochi. Al punto da aver dovuto sospendere la guardia attiva, non più tardi di ieri notte, ed essere tornati alla reperibilità: in attesa di tempi migliori, che chissà se mai arriveranno in questi tempi di magra.

Ma non bisogna disperare, mai. Ogni dinamica di gruppo è come l’atto del respirare: dentro l’aria-fuori l’aria, espansione-contrazione. C’è di buono che nei momenti difficili si impara a conoscere meglio le persone e ciò di cui sono fatte: la loro parte migliore e quella peggiore, l’umile e ferrea volontà di crescita di alcuni e le presunzioni ancora tutte su carta di altri, il coraggio indomito e in certi casi, rari per fortuna ma dolorosi assai, la loro cattiveria. Comunque sia, tutto fa brodo: specie per un grafomane che, come me, prima o poi metterà tutto nero su bianco precisando che ogni riferimento a fatti realmente accaduti o persone realmente esistenti è solo, e assolutamente, e sempre, casuale.

Ma adesso spazio a Matteo, e buona lettura.

 


Anni fa leggevo questo blog. Era interattivo, c’erano i commenti e probabilmente qualcuno li leggeva pure. Adesso siamo passati ai social e i commenti si fanno da un’altra parte.

Ciò premesso, mi piacerebbe parlare qui del SIRM di Genova 2018 che si svolgerà fra pochi giorni: si parlerà probabilmente di grandi innovazioni, intelligenza artificiale, realtà virtuale, RIS-PACS di quinta generazione, teleconsulti, radiomica, lavori a rischio di estinzione e ponti crollati da rifare a regola d’arte.

Si dirà che c’è bisogno di migliorare il rapporto medico-paziente. Che è importante la valutazione clinica preliminare a ogni esame altrimenti c’è inappropriatezza. E di correlazione tra reperti clinici e imaging. E dell’imprescindibile lavoro multidisciplinare e/o stretto rapporto tra professionisti delle varie discipline specialistiche per un magico team vincente. Si parlerà dell’importanza delle linee guida, dei LEA, di tempi d’attesa e del ruolo della N-Acetilcisteina nella prevenzione della nefropatia da mezzo di contrasto (#machiccicrede).

Ma c’è un argomento che mi piacerebbe venisse affrontato, intendo dire… fra di noi umili operai di sala referti o ecografisti con la cuffia dei rotatori a rischio. Vorrei che tutti ne parlassimo tra i corridoi e nelle sale gremite di gente. Vorrei si parlasse della pronta disponibilità negli ospedali piccoli e di medie dimensioni in cui vi è un significativo numero di accessi in Pronto Soccorso, diciamo sopra i 60.000 accessi /anno.

Quel turno maledetto di 12 o 24 h di “riposo disagiato” in cui veniamo chiamati 5, 6, 10, 20, 100 volte al nostro smartphone tramite centralino dell’ospedale, e dobbiamo andare in auto (sempre nostra) per casi che spesso non rientrano strettamente nella categoria emergenza-urgenza. Ma quante volte può essere chiamato il sciur Radiologo, infinite volte??

Lo dico perché ho questa strana sensazione: in alcuni contesti, in cui è evidente il disagio, con gli anni si tende a sopportare passivamente la situazione e a sottovalutarne un po’ gli effetti a lungo termine con il rischio di far scappare un po’ la voglia. Ma come può essere considerata ancora “reperibilità“ un lavoro serale-notturno a tutti gli effetti, per certi versi quel turno più complicato in cui si è spesso da soli, cosa psicologicamente più difficile? Come mai non viene ancora considerato definitivamente parte integrante dello staff dell’urgenza in guardia attiva il medico radiologo anche negli ospedali di piccola-media grandezza o periferici visto che in PS ci lavorano medici sempre meno esperti e ormai nessuno fa niente senza la sua firma?

(Matteo)


La canzone della clip, anch’essa scelta da Matteo, è “Vieni a vivere con me”, di Luca Carboni, tratta dall’album che porta il suo nome del 1989. Sarebbe bello capire perché l’ha scelta, magari sarà lui stesso a dircelo.

Sono solo un viandante infelice che deve salvarsi la pelle

mercoledì, ottobre 24th, 2018

Oggi ho conosciuto una specializzanda albanese.

No, no, avete capito male. Non si sta specializzando in Italia ma a casa sua, a Tirana. In cardiologia, pare: mi sono trattenuto a stento dal raccontarle la barzelletta del portafoglio solo perché parlava un italiano un po’ incerto e mi sembrava di essere indelicato.

Oggi, semplicemente, questa ragazza giovane e carina accompagnava la zia a fare un’ecografia. Ha detto: Non ho preso le ferie estive per poter essere qui in questi giorni. Mia zia vive da sola in Italia, non ha un medico, se non vengo io smette di farsi controllare.

A un certo punto, finito l’esame, ci siamo messi a parlare della situazione medica in Italia.

Le ho detto: Abbiamo un momento difficile, qui da noi, i medici sono finiti.

Lei: In Albania invece siamo tanti.

Io: E perché non venite in Italia a lavorare?

Lei: Perché andiamo tutti in Germania.

In due frasi, direi, il punto della situazione. Un paese che non fa nessuna programmazione sanitaria e manda in vacca uno dei più efficaci sistemi sanitari al mondo; un altro che, al solito, si prende il meglio dell’immigrazione perché, semplicemente, paga il lavoro per quello che vale. Un paese che va al macero e un altro che sta preparando l’assistenza sanitaria per i futuri pensionati con sangue giovane e nuovo.

E allora, invece di rompere le palle sulle virgole in calce ai capitolati, mi piacerebbe che chi governa il motore avesse il coraggio di parlare chiaramente. Perché o non ha previsto questa situazione, e allora è un incompetente; o l’ha prevista e non ha fatto nulla per prevenirla perché dietro c’è un progetto.

E qual è il progetto? Dare tutta la sanità in mano ai privati entro cinque o sei anni al massimo? Fare a meno dei medici perché tecnici e infermieri svolgeranno le stesse mansioni a metà prezzo?

Sarebbe bello saperlo: quantomeno per decidere liberamente in quale paese straniero decideremo di passare la vecchiaia, con quei quattro soldi toccati in sorte per 38 anni di sudati contributi.


La canzone della clip è “Mercante di niente”, di Goran Kuzminac, dall’album “Nuvole straniere (2004). In questo momento, temo, nessuna canzone parla di me meglio di questa: motivo valido a far si che Goran mi manchi tanto, tantissimo.

Ho freddo e mi sento così solo, ma sono quasi a casa

venerdì, agosto 17th, 2018

C’è una costante, nella vita di ognuno di noi: la nostra faccia.

La nostra faccia con il suo corredo di colore di capelli, destinato a cambiare con gli anni, e di colore degli occhi, che invece rimarrà uguale ma sarà gradualmente mascherato dalle palpebre cascanti. La nostra faccia cesellata dalle rughe prima di espressione e poi di invecchiamento, ognuna di esse figlia di un pensiero fisso, di una preoccupazione, di un dramma personale più o meno enorme. La nostra faccia, con il naso e le orecchie che non smettono mai di crescere e le labbra che invece si assottigliano, un poco per volta, perché le sofferenze e le delusioni è proprio di quello che si nutrono: del sorriso.

Qualcuno ha quasi da sempre una faccia da vecchio: per esempio quei compagni di scuola delle elementari che non riconosceresti mai se qualcuno non te li indicasse a dito o loro non venissero a salutarti, quelli che hanno avuto un viso da bambino lo stretto indispensabile per potersi definire tali e poi sono cresciuti in fretta, trascinati dai cambiamenti del volto e delle loro esistenze di quieta disperazione.

Qualcun altro, al contrario, invecchiando mantiene alcuni dei tratti del bambino che è stato: gli occhi grandi, lo sguardo impertinente, la postura beffarda. Loro è facile immaginarseli in braghe corte, con tutti i capelli ancora in testa, mentre corrono in strade polverose e riarse dal sole estivo di qualche decennio prima.

L’unica maledizione ineluttabile, per ciascuno di noi, è dover convivere per tutta la vita con quella faccia. Guardarla riflessa dallo specchio del bagno ogni mattina, appena svegli, e ogni sera, prima di soffocare nel sonno i brutti pensieri della giornata. Perché puoi mentire a tutti, sempre, anche a te stesso, e illuderti di riuscirci: ma alla tua faccia riflessa nello specchio no, non ti è concesso.

Solo di spegnere la luce, in quella circostanza, ti è concesso.

Sapendo che quel gesto non sarà sufficiente a cambiare la realtà dei fatti, e a nascondere la verità dietro l’ennesima menzogna.


La canzone della clip è “Almost home”, di Stephen Bishop, song theme del film “Benji” (2018). Come tutte le canzoni che parlano di ritorni a casa, come sapete, ha fatto ben presto a diventarmi cara.

Buonanotte, adesso è ora di tornare a casa

martedì, maggio 1st, 2018

Su e giù per la pianura veneta, scarrozzando il proprio figlio e altri ragazzini della sua età in giro per tornei di basket: questa è l’arte terribile del genitore.

In genere, quando tutti sono montati in auto, faccio un piccolo gioco. Tutti, a turno, possono scegliere una canzone su Spotify e farla ascoltare agli altri. È un modo semplice per farsi passare il viaggio, ascoltare un po’ di musica e capire con chi ha a che fare tuo figlio quando è con i compagni di squadra.

Oggi però è stata una vera agonia: non sono bastati i pezzi disgustosi di musica latino-americana, che se fosse per me potrebbe tranquillamente essere bandita dalla discografia mondiale senza nocumento per alcuno, ma alternati a quelli i ragazzini hanno richiesto le canzoni dei rapper italiani più in voga del momento.

Adesso, io non so voi come la pensiate sul rap, ma per me siamo sullo stesso livello della latino-americana e per di più, se mi scusate il cattivo francese, il genere mi ha anche un tantinello rotto le palle. Ho sempre trovato grottesco lo sforzo di questi ragazzini, in ritardo di trent’anni rispetto ai tempi in cui il rap è nato e forse suonarlo e cantarlo aveva pure un senso, di distinguersi dalla massa vestendosi allo stesso modo, con un look che ormai praticamente è una divisa d’ordinanza, cantando tutti uniformemente male e riuscendo a esaurire la teoria di rime che il vocabolario italiano consente solo lamentandosi di come il mondo sia uno schifo e li prenda sistematicamente a calci nel culo.

Ma questi sono i miei gusti personali e ci mancherebbe altro, ascoltate e suonate quello che volete purché sia al di fuori della mia automobile. La domanda che mi sono posto è invece la seguente: perché mai un bambino dovrebbe ascoltare musica rap? Perché a undici anni sono attratti da questa robaccia, di cui peraltro non capiscono ancora il senso? Le parolacce, forse? Quel vago senso di trasgressione che l’undicenne maschio comincia a percepire nel profondo dei lombi pur senza comprenderne ancora la natura?

Secondo me, riflettevo oggi guidando sotto il cielo più azzurro che si possa immaginare, semplicemente il rap piace ai bambini perché la musica è al loro livello: è roba elementare, da zecchino d’oro, testi compresi. Il ritmo li conforta perché è sempre uguale a sé stesso, come le storie che gli leggevamo quando erano piccoli, prima di dormire. La parolaccia li fa ridere, se la ripetono in spogliatoio mentre fanno la doccia per sentirsi grandi. Tutto qua.

Così, l’unica cosa che ho riposto a mio figlio quando mi ha chiesto che ne pensassi di quelle canzoni è stata:
– Questi rapper adesso hanno si è no vent’anni. Tu ce li vedi a sessanta a cantare questa roba?
– No, papà.
– Ecco il punto. Nella vita, per essere felici, bisogna osservare una singola, piccola regola: non fare nulla che potrebbe essere motivo di vergogna quando sarai vecchio.
– Perché, papà?
– Perché io purtroppo ho cinquanta anni, e so già come andrà a finire. Più che per i rapper, che almeno un po’ di soldi con quelle boiate se li fanno, per gli altri, quelli che invece li ascoltano e basta.

Poi è toccato a lui scegliere la canzone. Magari lo ha fatto per non dispiacermi, o perché si è reso conto di quanto stessi soffrendo in quell’abitacolo, o forse perché anni di educazione musicale alla fine lasciano un segno, però ha scelto “Sultans of swing” dei Dire Straits.

E voi, qualunque fosse il motivo della sua scelta, non sapete quanto bene gli ho voluto in quel momento.


La canzone della clip è, ovviamente, la celeberrima “Sultans of swing” dei Dire Straits, dall’album del 1978 che porta il loro nome. Sulla canzone non aggiungo altro. Però, mentre andava l’assolo pazzesco di Mark, ho detto a mio figlio anche un’altra cosa: tra cinquant’anni, se esisterà ancora un mondo, di sicuro si ascolterà ancora questa canzone. Non sarei così sicuro dello stesso risultato per quanto riguarda le canzoni rap dei tuoi amichetti.

E quanti inutili scemi per strada o su Facebook che si credono geni, ma parlano a caso

sabato, aprile 21st, 2018

Basta aggressioni ai medici e basta attacchi alla sanità pubblica.

È questo l’oggetto di un lungo articolo, leggibile su quotidianosanità.it di oggi, in cui il la sezione regionale siciliana del SMI (sindacato medici italiani) denuncia la situazione di disagio dei sanitari e i numerosi episodi di violenza al loro indirizzo.

L’articolo si chiude con un elenco interminabile di proposte per mettere in sicurezza sanitari e ospedali, che io vi riporto integralmente.

“Lo SMI, al fine di ristabilire un corretto rapporto di cura ed assistenza al cittadino, particolarmente nelle aree di emergenza urgenza, e garantire la sicurezza nei posti di lavoro del personale medico e sanitario tutto chiede:
• Legge a tutela del personale sanitario (Pubblico ufficiale), effettività ed efficacia delle pene per chi aggredisce un professionista del SSN sul posto di lavoro, nel corso della sua attività, comprese visite domiciliari e interventi di emergenza (arresto immediato in flagranza di reato e processo per direttissima);
• Modernizzazione delle strutture, messa in sicurezza degli ambulatori, tele-sorveglianza, collegati alle forza dell’ordine, servizio di vigilanza, maggiore coordinamento con le forze dell’ordine;
• Nessuna chiusura delle postazioni di guardia medica, migliore e più efficiente ubicazione delle sedi con riorganizzazione del servizio e previsione di mezzi e personale di supporto nei presidi e nelle attività domiciliari;
• Un vero potenziamento del territorio con ambulatori diagnostici in grado di ridurre gli afflussi alle aree di emergenza-urgenza;
• La presenza attiva delle forze dell’ordine negli interventi ad “alta criticità” sul territorio (il NUE112 doveva servire anche a questo, ma la sua istituzione ha peggiorato la situazione);
• Percorsi diagnostico-terapeutici individuati e prestabiliti territorio-ospedale mediati dal 118, con protocolli ben definiti e concordati tra PS, DEA e CO118;
• Triage infermieristico supervisionato da un medico;
• Aree di attesa differenziate per i codici rossi e gialli, la prima, e verdi e bianchi, la seconda, questi ultimi affidati ai PPI ospedalieri e/o Ambulatori per codici bianchi;
• Percorsi definiti per i pazienti fragili, anziani e portatori di handicap, soggetti psichiatrici;
• Campagna di informazione e sensibilizzazione con i cittadini, maggiore coinvolgimento degli enti locali;
• Commissione di indagine e studio per analizzare e quantificare il fenomeno della violenza nella sanità pubblica e di verifica delle misure di contenimento adottate”.

Una lista allucinante di provvedimenti restrittivi invece di puro e semplice buon senso, di cui certamente non ha colpa il SMI ma che indica chiaramente il livello di degrado culturale a cui siamo giunti. Il tutto per salvaguardare un servizio pubblico, di qualità mediamente elevata rispetto agli altri sistemi sanitari europei mondiali, che i cittadini pagano con i soldi delle loro tasse e che serve a tutelare la salute loro e dei loro figli. Se questo non è delirio, ditemi voi cos’è.

E se questo non prelude a un drastico cambio di direzione di cui si è già parlato, o a una stretta di altro tipo che nemmeno voglio immaginare, ditemi voi a cosa prelude.


La canzone della clip è “Nessuno vuole essere Robin”, di Cesare Cremonini, tratto dall’album “Possibili scenari” (2017). Canzone che, per inciso, racconta senza pietà la vera natura del problema culturale dei nostri giorni. Ancora per inciso, visto che lo stesso tipo di violenza coinvolge da tempo anche altre figure professionali pubbliche, sopra tutte i professori, e su internet sono ormai virali sia il video del povero professore di Lucca bullizzato da un imbecille coi brufoli e i pantaloncini corti che i commenti sgrammaticati di chiunque abbia avuto l’uzzolo di commentare, vi dico solo una cosa: quando ero al liceo io, e il professore la mattina arrivava in classe con la luna storta, anche le mosche smettevano di volare.