Archive for the ‘L’Italia ai tempi della crisi’ Category

Perche’ volevo dire cio’ che penso, volevo andare avanti ad occhi aperti

martedì, aprile 18th, 2017

Non temete, non tornerò ancora sulla questione della libera professione medica né vi avvilirò con riflessioni, che ho già fatto innumerevoli altre volte, sui perché e i percome dell’accanimento tutto italiano verso la categoria dei medici ospedalieri. Non lo farò perché ai vari governatori di regione, si chiamino Rossi o Zingaretti o con qualunque altro cognome, che continuano a parlare di sanità come se vivessero su un altro pianeta e a dare la colpa ai medici della lunghezza epocale delle liste di attesa, basterebbe leggere questa lettera aperta di Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario di Anaao Assomed. Per capire che delle due l’una: o sono consigliati da persone incapaci o sono in assoluta, perfetta malafede. Per capirci, in breve, l’attività intramoenia dei medici ospedalieri ammonta all’8% del totale, e i ricoveri con la stessa modalità allo 0.32%. E allora di cosa stiamo parlando?

Appunto, stiamo parlando d’altro. Quando, parecchi anni fa e anche sulle pagine di questo blog, cominciai a farmi qualche domanda sull’andazzo generale delle cose sanitarie e non, puntai l’attenzione sull’atteggiamento sprezzante che il potere costituito cominciava ad avere sulle professioni cosiddette intellettuali: ne parlai, tra l’altro, qui. La situazione, in questi anni, si è talmente aggravata che non si può più parlare di tendenze generali, ma di un dato di fatto acquisito. Da cui l’ulteriore domanda: cui prodest, a chi giova tutto questo?

Come dico sempre, fino a nausearmi da solo, il problema è sempre di tipo culturale. Aver smantellato la scuola italiana sottraendole risorse e capacità, e aver riempito questo paese di analfabeti funzionali che trovano sui social casse di risonanza alle quali solo pochi anni addietro mai avrebbero potuto ambire per una banale questione di selezione naturale, ha creato un danno irreparabile:  l’imbecille prima taceva perché il confronto diretto con l’uomo di cultura lo faceva vergognare; adesso invece parla da dietro un vetro blindato, come il casellante autostradale, e si sente in diritto di sostenere una tesi senza nemmeno avere gli strumenti intellettuali e culturali per crearsene una. La conseguenza naturale di questa involuzione culturale è il progetto politico che abbiamo sotto gli occhi: siamo diventati tutti uguali, ognuno vale uno, la casalinga di Voghera può diventare ministro dell’economia perché ha tenuto bene i conti di casa e qualsiasi ragazzotto con la faccia pulita e la lingua sciolta, sebbene in evidente difficoltà con i congiuntivi, si può candidare a prossimo presidente del consiglio dei ministri.

Quindi le scelte strategiche in ambito sanitario e  l’atteggiamento dei politici verso la classe medica non sono più dettate da ragionamenti politici: l’impressione, forte, è che il politico si faccia portatore del senso di frustrazione che il popolino ignorante avverte verso chi ha studiato, dell’invidia sociale che permea tutti quelli che si sentono uguali agli altri sui social, ma non possono ignorare che quando si parla di vaccini, per esempio, e al di là dell’idea che ciascuno può avere sulla questione, il parere di un immunologo vale parecchi punti in più rispetto a quello della soubrette televisiva, e che un economista di professione, se in buonafede (ma questo capita sempre più di rado), ha dell’euro una visione più precisa rispetto alla casalinga di Voghera che pure finirà per diventare il prossimo ministro dell’economia. Il politico ha compreso che in questo periodo tormentato i voti li sposta proprio questo genere di invidia sociale, e infatti la sta cavalcando senza scrupoli: altrimenti non si spiegherebbe lo spreco di energia nel compiere scelte sanitarie stupide e controproducenti. Quando un direttore generale si insedia in un’azienda e rilascia un’intervista pubblica nella quale afferma: Adesso li metterò io in riga, questi medici, sta veicolando un messaggio destruente e populistico mutuato proprio dalla politica che lo ha voluto in quel ruolo.

Ma c’è un’altra cosa da dire. Il recente cambio del mio ruolo lavorativo mi ha portato a interagire a tempo pieno con figure dirigenziali delle quali, fino a quel momento, avevo solo stigmatizzato i limiti e gli scarsi risultati. Dopo un anno e mezzo di questa vita riesco a guardare le cose anche da un altro punto di vista: e mi sono reso conto che la pressione politica su queste figure professionali è talmente e intollerabilmente pesante che spesso, troppo spesso, sono costretti a scelte strategiche che con ogni probabilità nemmeno condividono in pieno. Per cui l’attività principale di tutti gli attori che governano il sistema sanitario, in questo momento storico, è come rendere coerenti le richieste della politica con le esigenze di chi lavora sul campo, cioè medici e paramedici, in un momento in cui vengono contati anche i centesimi spesi per la dotazione base di un moderno reparto ospedaliero. E, come ho detto recentemente al mio direttore generale, tutto vorrei fare in questo momento fuorché il suo mestiere, dilaniato com’è tra richieste della regione, cittadini e associazioni che si mobilitano per contestare scelte strategiche quasi obbligate, altrimenti il sistema salta per aria, e medici sempre più incarogniti perché oltre al modo in cui vengono trattati hanno il contratto bloccato dal 2009 e gli si minaccia pure di bloccare la loro (misera, credetemi) libera professione.

Allora: che abbia ragione il mio amico Gianni, quando mi scrive quanto segue?

“Il disegno è chiaro: tolgo l’intramoenia, i medici bravi ma stufi di essere presi a calci in culo mollano e vanno nel privato…. gli ospedali pubblici non sono più in grado di soddisfare le necessità… la politica demanda ai privati sempre più prestazioni fino a che… la sanità viene tutta privatizzata”.

Forse è il caso di meditarci un po’ su e comprendere, da pazienti, perché i politici già lo sanno, che tutto ciò che adesso vi sembra scontato e vi fa pure incazzare se l’orario di esecuzione del vostro esame tarda di un quarto d’ora, tra pochi anni potrebbe essere storia: e voi potreste essere costretti a rivolgervi a un privato fuori da ogni controllo di qualità perché del pubblico non sarà rimasto più nulla. E allora della vostra invidia sociale sarà rimasta solo la possibilità di scrivere boiate su facebook, senza che nessuno abbia più voglia di replicare.


La canzone della clip è “A muso duro”, di Pierangelo Bertoli, tratta dall’album omonimo del 1979. Una specie di inno per chi non riesce a immaginarsi nessun altro modo, per vivere, se non quello narrato nella canzone.

Anche la notte più lunga non durerà in eterno

domenica, febbraio 19th, 2017

Prendo spunto da un delirante articolo che il mio amico Giancarlo ha provocatoriamente postato su Facebook: il quale in buona sostanza sostiene con tanto di virgolettato (privo di fonte) che “potrà sembrare strano, ma l’accuratezza della FAST* eseguita da un infermiere esperto e correttamente addestrato risulta comparabile con l’accuratezza della FAST eseguita da un medico”.

E certo che sembra strano, ma andiamo per ordine.

Uno: il sito da cui è tratto l’articolo è di chiara matrice infermieristica. Che c’azzecca, direte voi? C’azzecca nei termini in cui, nel recente congresso di radiologia d’urgenza che si è tenuto a Belluno e nel quale il vostro amatissimo blogger ha tenuto una relazione, si è espresso Roberto Grassi: il numero degli infermieri, in Italia e negli ultimi 40 anni, ha avuto una progressione geometrica; mentre il numero dei medici è rimasto uguale. E questo fa del corpo infermieristico una lobby in grado di orientare, o quantomeno influenzare, le scelte del decisore politico. La questione, quindi, è di pura e semplice sopravvivenza: nei tempi antichi (ma anche adesso, sebbene con modalità differenti) quando una tribù diventava troppo numerosa e le risorse a disposizione si esaurivano, si cercava fortuna nei territori altrui anche a costo della guerra.

Due: qui, in teoria, non siamo in guerra ma stiamo parlando di come (ri)organizzare un sistema sanitario in evidente affanno e in crisi di risorse. E invece, paradossalmente, il problema è proprio di natura bellica. Da un lato abbiamo un numero di medici rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi 40 anni, dall’altro un incremento della pressione lavorativa, nel campo dell’imaging, ai limiti dell’incredibile. Brillante soluzione al problema? Facciamo fare quello che finora è stato di competenza medica, per esempio le ecografie, ad altre figure professionali: i TSRM e gli infermieri. Ma qui si pone un problema enorme: quello delle competenze. In altri paesi esiste una figura specialistica chiamata sonographer: ha un corso di studi strutturato in due fasi e, come spiegato qui senza che vengano specificati gli anni di studio, prima di accedere alla Laurea Specialistica (Master degree) deve aver acquisito una laurea di base (Bachelor degree). Lo stesso articolo sottolinea anche che “ci sono quattro percorsi specialistici: vascolare, cardiaco, medicina generale che generalmente include il distretto muscolo-scheletrico e l’addome e, infine, ostetricia e ginecologia”. Il che vuol dire, in soldoni, che il sonographer ha un percorso di studio focalizzato a un obiettivo iperspecialistico e strutturato su almeno quattro o cinque anni, in cui l’impegno dello studente è mirato, appunto, a diventare sonographer. In Italia le cosiddette lauree “brevi” del comparto sono strutturate su tre anni, nei quali viene insegnato ai futuri infermieri o tecnici di radiologia praticamente tutto (nel caso del TSRM, spaziamo da note di anatomia e fisiologia alla fisica della radiazioni ionizzanti, della risonanza magnetica e degli ultrasuoni, per finire con la radioterapia). Insomma, due percorsi di formazione che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri.

Tre: difficile non capire che la mossa, sebbene imprudente sul piano programmatico, è furba sul piano economico. Un infermiere o un TSRM costano molto meno di un medico e sulla carta possono fare una parte del suo lavoro: non ci vuole un economista consumato per capire dove si vuole andare a parare. Il che mi riporta alla mia personale esperienza con TSRM che, per lo più, e saggiamente, nemmeno ci pensano ad accollarsi a parità di stipendio la responsabilità di refertare un’ecografia: ma, come è noto, la storia è piena di persone che hanno condotto battaglie personali sulla pelle delle persone che avrebbero dovuto rappresentare. Il problema però è il seguente: che tipo di servizio questa innovazione offre ai pazienti che afferiscono al Sistema Sanitario (ancora, ma non è chiaro per quanto) Nazionale?

Quattro: a prescindere dalle osservazioni sul percorso formativo dei singoli operatori ecografici, che tra persone di buon senso già basterebbero a chiudere la faccenda, ci sono implicazioni sottili che non possono essere trascurate e che coinvolgono anche altre figure, questa volta mediche, che si affacciano al mondo ecografico. In calce al post di Giancarlo c’è stato un botta-e-risposta, a tratti delirante, nel quale ho fatto fatica a non farmi trascinare perché tanto esporre un punto di vista, nel variegato mondo della Rete in cui tutti danno aria ai denti perché non si è faccia a faccia con l’interlocutore, è letteralmente inutile. Qualcuno (non è chiaro se medico, e che tipo, o altro) ha scritto: “se vieni nel reparto dove sono io, tutti sanno fare estremamente bene le ecografie, tant’è che se chiedi un radiologo per farne una ti ridono dietro”; e poi: in epatobiliare bisogna saper fare le ecografie addominali da dio”. Al che sorge spontanea una domanda: fatto salvo il radiologo, che ha un corso di studio mirato integralmente all’imaging, chi decide quanto “da dio” sono fatte le ecografie di specialisti che normalmente si occupano d’altro?” Chi certifica la qualità dei referti ecografici di un gastroenterologo, per dire, o di un chirurgo? Al di là dei corsi da cinque giorni dai quali si esce muniti di diplomino con valore legale, chi è il garante dell’attività ecografica di un medico che ha studiato per un profilo differente, medico o chirurgico che sia? Non è che ci stiamo avvicinando pericolosamente a uno dei mali italici per eccellenza, ossia l’autoreferenzialità?

Cinque: il che apre il campo al concetto che oggi volevo focalizzare. Sapete cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Come recita Wikipedia alla voce corrispondente, si tratta di una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti in un dato campo applicativo tendono a sopravvalutare la propria performance giudicando, a torto, le proprie abilità come superiori alla media. Questa distorsione viene attribuita all’incapacità metacognitiva, da parte di chi non è esperto in una materia, di riconoscere i propri limiti ed errori. Guardate con attenzione questo grafico.

Il livello di confidenza nelle proprie capacità (in questo caso diagnostiche, esplicate mediante l’uso dell’ecografo) è massimo quando si è all’inizio della curva di apprendimento: in buona sostanza l’effetto Dunning-Kruger, documentato da tonnellate di studi psicologici, dimostra che più siamo ignoranti e più la percezione della nostra ignoranza è bassa. E’ solo quando l’esperienza aumenta e diventa considerevole che cominciamo a porci dubbi legittimi sul nostro operato (cavolo, ma quel collega è più bravo di me nel muscolo-scheletrico, potrei chiedergli consiglio più spesso. Oppure: cavolo, quel medico ha fatto cinquantamila ecografia nella sua vita professionale, io solo cinquecento). I due premi Nobel ipotizzarono inoltre che, per una data competenza, le persone inesperte a) tenderebbero a sovrastimare il proprio livello di abilità; b) non si renderebbero conto dell’effettiva capacità degli altri; c) non si renderebbero conto della propria inadeguatezza; d) si renderebbero conto e riconoscerebbero la propria precedente mancanza di abilità solo qualora ricevessero un addestramento per l’attività in questione. Da cui torniamo a bomba: chi forma queste figure professionali, e come; e chi si accerta, e in che modo, che queste stesse figure professionali abbiano raggiunto un livello di addestramento sufficiente a riconoscere la propria mancanza di abilità, da un lato, e l’effettiva capacità dell’operatore esperto dall’altro.

Sei: queste considerazioni, che si applicano alla perfezione a chi si picchi di fare l’ecografista senza un’adeguata formazione specialistica e senza una casistica che incrementi il livello di confidenza reale, non quello percepito dall’operatore stesso, danno una risposta concreta allo scenario in cui figure del comparto si dedichino alla diagnostica ecografica senza supervisione medica. Non è questione di difendere il proprio fortino, anche se forse è arrivato il momento di farlo, quanto di decidere la strategia più razionale per l’allocazione delle poche risorse che rimangono. Come scrisse su queste pagine, qualche anno addietro, un noto universitario italiano di cultura radiologica: le cose, in medicina, vanno fatte da chi sa farle. Altrimenti, come sottolineato più volte anche dalla buonanima di mio nonno, finisce che chi meno spende più spende: perché per ogni esame ecografico non diagnostico cresce proporzionalmente il numero di esami di secondo e terzo livello richiesti perché l’ecografista inesperto (ma presuntuoso, come dimostrano Dunning e Kruger) vede reperti che non esistono o non capisce nulla di un quadro appena più complesso del citatissimo “globo vescicale” (sebbene anche lì ci sarebbe da discutere: e se una cisti annessiale gigante fosse scambiata per un globo vescicale dall’ecografista inesperto?).

Sette, e poi metto il punto: tutto quello che ho scritto è inutile e forse pure dannoso. Perché l’effetto Dunning-Kruger ha un campo estensivo di applicazione, cioè il mondo di Internet. Un mondo in cui chiunque si sente in diritto di dire la propria, anche su argomenti dei quali non capisce una mazza, avvalendosi dell’impunità e della mancanza di vergogna che conferisce all’internauta lo schermo asettico di un computer. Un mondo distopico in cui la casalinga di Voghera può dare dell’ignorante al medico con quarant’anni di esperienza, o un matto qualunque sostenere con grande dovizia di particolari che la Terra è piatta, o un gastroenterologo affermare che chiamare il radiologo per un’ecografia è un’evenienza che fa ridere i polli.


* FAST è l’acronimo di Focused Assessment with Sonography for Trauma, ossia l’ecografia fatta ai pazienti traumatizzati per escludere la presenza di versamento peritoneale libero e/o di versamento pericardico. Tale approccio ecografico consta di 4 scansioni, ed è veloce proprio per quello. Da sottolineare che il radiologo, quando chiamato alla barella del paziente traumatizzato, non si limita alla FAST ma esegue un’esame ecografico completo.

La canzone della clip è “Prime time”, degli Alan Parson Project, tratta dall’album “Ammonia Avenue” (1984).

I nostri progetti di libertà si dispiegano come gabbiani che si alzano in volo sul mare

domenica, gennaio 29th, 2017

(Vi chiedo venia in anticipo: questo è solo un divertissement domenicale, per passare il tempo, mentre navigo ai confini di un esaurimento da insonnia dopo aver ripulito per tutta la notte il vomito di due creature che credevo fossero i miei figli, e invece erano i protagonisti di un moderno esorcismo da virus intestinale).

Durante il mio ultimo turno di urgenza referto le radiografie di un bacino. Le righe scritte sullo schermo del piccì, nella sezione dedicata alle note anamnestiche dei pazienti che afferiscono in Radiologia dal Pronto Soccorso, parlano chiaro: la paziente in questione “mentre scendeva le scale, scivolava e cadeva fino al ballatoio”.

Il problema, è chiaro, qui è della povera signora che si è fatta l’intera rampa di scala fratturandosi il femore. Però, in piccola parte, consentitemelo, anche del lessico usato dal collega del PS. Il quale apre una simpatica parentesi grammaticale: ma perché proprio l’imperfetto? Perché la paziente “scivolava” e non “è scivolata”, visto che l’azione si è svolta in un passato abbastanza prossimo e sono passate solo due ore dal fattaccio? Perché mai il medico di PS (ma anche, nel loro rispettivo campo, l’impiegato del comune, il carabiniere, eccetera) vede la caduta dalle scale all’imperfetto e non al passato prossimo?

Italo Calvino aveva già intuito la natura del problema e denominato questo strano modo di esprimersi “antilingua”. In un articolo pubblicato su “Il giorno” del 3 febbraio 1965, il Nostro si espresse così: «Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se “fiasco” “stufa” “carbone” fossero parole oscene, come se “andare” “trovare” “sapere” indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente».

Adesso, io non so se anche il medico di PS di cui sopra sia affetto dal terrore semantico di cui parla Calvino, ma una cosa è certa: i medici (i carabinieri, i magistrati, i politici) alle prese con un verbale slittano spesso e volentieri verso quel genere di imperfetto “narrativo” o “pittoresco” che sembra rifuggire qualunque genere di specificazione. In tempi di medicina difensiva, forse, l’imperfetto fornisce all’evento un alone di indeterminatezza che, come avrebbe detto Calvino, libera il medico dalla responsabilità finale dell’evento stesso. Ma perché vi racconto questo?

Come si può leggere su wikibooks.org, per capire meglio l’applicazione dei tempi verbali bisogna ricordare che qualsiasi tempo dà sempre due tipi di informazioni: a) quando succede l’azione (il momento dell’azione) e b) come succede l’azione (l’aspetto dell’azione, il modo in cui si svolge). A differenze dei passati prossimo (“la signora è caduta dalle scale”) o remoto (“la signora cadde dalle scale”), in cui chi legge ha la sensazione precisa che l’azione (in questo caso il cadere dalle scale) sia conclusa rispettivamente da poco o molto tempo, l’imperfetto non specifica il momento del passato in cui è avvenuta l’azione e, soprattutto, non specifica se l’azione è terminata o meno ma si concentra sull’azione in sé: come se la povera paziente fosse ruzzolata per un tempo infinito e/o stesse ancora ruzzolando nel momento in cui l’azione viene raccontata.

Infatti, come sintetizzo dal sito della Treccani, l’imperfetto indicativo indica la simultaneità nel passato rispetto a un momento nel passato, e proprio per questo nella tradizione grammaticale è considerato tempo relativo per eccellenza. Ciò significa che un enunciato con l’imperfetto raramente può star da solo senza riferirsi a un ancoraggio temporale, implicito o no. E sempre per Wikibooks.org, “il ricorso al passato remoto passato prossimo crea insomma nel lettore ascoltatore un’aspettativa per gli scenari precedenti e successivi all’azione espressa; l’imperfetto, invece, la mette a tacere e concentra l’attenzione di chi legge o ascolta sull’azione in sé, colta nella sua durata”.

Il che ha pure senso, se applicato alla comune attività di Pronto Soccorso: il collega urgentista (neologismo tremendo ma tant’è, piace anche a loro) con l’uso dell’imperfetto cerca di concentrare l’attenzione del radiologo sull’azione in sé, anche se in questo modo talora si astiene dal fornire ulteriori informazioni cruciali per il radiologo (per esempio: quanto tempo è trascorso dall’incidente delle scale? Dove ha male la signora?). Insomma, l’antilingua in questo caso fa sorridere come il verbale di un appuntato dei carabinieri ma funziona egregiamente come esempio inconscio di medicina difensiva e, forse, anche per favorire la concentrazione del radiologo, che è notoriamente fugace e parecchio disturbata da internet e dai vari social network con i quali il tapino riempie i buchi della sua giornata di guardia attiva.

Quanto al radiologo, lui non ha bisogno dell’antilingua per pararsi il sedere perché, per definizione, quando il paziente arriva sul tavolo radiologico l’azione del farsi male è sicuramente giunta al termine: quando il tecnico urla il fatidico “ferma senza respirare!”, prima di schiacciare il pulsante dell’erogazione dei raggi X o della Tac, siamo tutti certi che la signora abbia finito di ruzzolare per le scale di casa perché in quel preciso istante ce l’abbiamo lì, agonizzante, sul lettino del telecomandato. Ecco il motivo per cui nei referti radiologici non è previsto l’uso dell’imperfetto ma c’è invece gran ridondanza di avverbi e aggettivi: i vari “verosimilmente”, “discretamente”, “grossolano” e compagnia bella servono appunto a produrre un principio di indeterminatezza laddove il radiologo sarebbe chiamato a misure precise e, se possibile, a fornire una diagnosi che guidi il clinico fuori dall’imperfetto e lo conduca nel mondo iperuranico del presente indicativo. Dove, se esiste, una frattura del femore alla fine va curata: con placca e viti, chiodi endomidollari, protesi d’anca o qualunque altra diavoleria possa inventarsi alla bisogna un ortopedico. Perché, qualunque sia la branca in cui operano, una cosa va onestamente ammessa: gli unici a vivere nel presente indicativo, in ambito medico, sono i chirurghi. Infatti nei referti dei loro atti operatori non troverete fumosi imperfetti ma solo spietati presenti indicativi.

Con qualche errore di ortografia, forse, ma solo presenti indicativi.


La canzone della clip è “Song for the North Star”, di Jorma Kaukonen, tratta dal suo primo album solista “Quah” (1974).

Ho visto imbecilli che pensano in grande

domenica, gennaio 22nd, 2017

C’è una nuova frontiera del webete sanitario, e voi dovete esserne a conoscenza.

Il webete sanitario è colui che accede in ospedale per problemi di salute non tanto propri, nel qual caso manterrebbe la proverbiale pazienza dei sofferenti veri, quanto di un parente più o meno stretto. Il webete sanitario se ne sta in agguato come una lince, cronometra i ritardi del pronto soccorso, è fieramente convinto che l’urgenza non la determini la condizione clinica dei pazienti ma l’orario di arrivo in ospedale e ritiene che tutto gli sia dovuto in tempo reale: attenzioni dell’intero corpo sanitario e disponibilità delle apparecchiature medicali. Perché per il webete sanitario non esistono le valutazioni cliniche dei medici ma solo la percezione della propria urgenza. Vera o presunta che sia.

Il webete sanitario è quello che co duce il figlio in ospedale e, nonostante tutti prendano a cuore la faccenda, ha sempre l’impressione sgradevole che il caso umano venga trascurato con grave detrimento della creatura. Lui non lo sa che il pediatra, per dire, si sbatte giorno e notte per venire a capo del problema, anche perché si è reso conto che ha a che fare con uno spostato di genitore, e che il radiologo e il chirurgo e il laboratorista partecipano agli sbattimenti in tempo reale dando disponibilità totale anche quando la faccenda sembra loro clinicamente risibile. E, quando gli tocca aspettare qualche ora per un esame o per il colloquio con il clinico, il webete sbrocca e comincia a impestare i social di invettive a senso unico contro la sanità malata, gli ospedali in degrado, i dirigenti incompetenti cui erogano stipendi d’oro, i medici interessati solo al portafogli, gli infermieri maleducati. Il webete è afflitto dalla nota sindrome della logorrea da Facebook, per capirci, e quando posta l’interminabile invettiva con nomi e cognomi dei sanitari infami e indirizzo dei reparti incriminati si compiace del numero abnorme di like che accumula. Hai visto quanta gente la pensa come me, sembra pensare tutto tronfio e incazzato al cubo.

Quello che il webete sanitario ignora è che, dopo la sentenza della Cassazione Penale Sez. V del 1 marzo 2016, il suo post ha tutte le caratteristiche di una diffamazione aggravata che, in quanto tale, può essere perseguita a termini di legge. Quando qualcuno più assennato di lui glielo fa notare il webete sbianca e si affanna a cancellare il post: ma l’internet ha la memoria lunga e di certo qualcuno tra i diffamati possiede già uno screen shot del suo post, cioè l’ha banalmente fotografato rendendolo tracciabile in eterno. Una persona di banale buon senso, a questo punto, potrebbe ancora risolvere la questione con poco sforzo: chiedendo scusa personalmente al sanitario, per esempio, adducendo come giustificazione la tensione nervosa del momento e le legittime preoccupazioni di genitore. Oppure, meglio ancora, postando su Facebook una smentita tipo: mi dispiace di aver scritto quelle boiate, in realtà il mio bambino è seguito meglio del figlio di Donald Trump e sono io, semmai, a essere un po’ nervosello. Il sanitario, si sa, da una parte è comprensivo e dall’altra è abituato a essere maltrattato, e le scuse sono sempre bene accette. Ma il webete, in genere, è pure inutilmente orgoglioso e a queste conclusioni proprio non ci arriva.

Per cui datemi retta, webeti sanitari di tutto il globo terraqueo: Facebook non è il salotto di casa vostra e non potete scrivere sulla bacheca, nel momento esatto in cui lo pensate, tutto ciò di cui vi punge vaghezza. Prima di prendere in mano il vostro cellulare contate fino a dieci, e se non basta fino a cento: perché vi assicuro che c’è in giro un numero ponderoso di medici sacramente incazzati che non aspettano altro che la vostra diffamazione per scatenarsi come Massimo Decimo Meridio alle prese con i barbari nelle foreste teutoniche.


La canzone della clip è “Gli occhi della luna”, di Ex-Otago, dall’album “Marassi” del 2016. Bella canzone.

Meno male che adesso non c’è Nerone

lunedì, dicembre 26th, 2016

Ho provato a tacere, giuro, a resistere strenuamente. Ho provato a far finta di nulla, a premermi le mani sulle orecchie come i miei figli quando non hanno più voglia di sopportare i deliri del loro genitore sull’ordine dei giochi in cameretta: e niente, non ci sono riuscito. Almeno, datemene atto, parlo dell’argomento solo quando è uscito dalle prime pagine dei giornali e non è più oggetto di furibonde discussione su un web sempre più impazzito.

Si, voglio parlare del ministro dell’istruzione Fedeli e del suo curriculum vitae incredibilmente povero dal punto di vista, appunto, dell’istruzione. A me non interessano gli orientamenti politici della signora e in questo momento non sto discutendo delle sue capacità organizzative e della sua sicuramente onnicomprensiva visione politica. Qui si affronta un tema meno particolare e più universale: serve o no studiare, se dovrai rivestire un ruolo dirigenziale di importanza strategica? Ha senso tenere in piedi questa pantomima della laurea, delle specializzazioni, dei masters post-universitari, se quello che conta è l’esperienza sul campo o, in assenza di questa, una generica attitudine (possibilmente non autoreferenziale) a occupare una poltrona di qualche tipo?

In realtà la questione è di semplice risoluzione, almeno per chi nella vita abbia studiato parecchio, e io stesso l’avevo già affrontata in questo post. All’epoca mi ero sforzato di discutere pacatamente la questione della nomina a ministro della sanità di una persona non laureata in medicina né in altra disciplina e nemmeno in qualche modo addetta ai lavori; e paradossalmente, senza affondare il coltello nella fatidica piaga, riconoscevo un dato di fatto inoppugnabile: i due addetti ai lavori che l’avevano preceduta erano stati indegni di rivestire quel ruolo (forse, aggiungo ora, perché per essere addetti ai lavori bisogna aver lavorato, nella vita, e certi ambienti, o per meglio dire certe interpretazioni del lavoro in certi ambienti protetti, non facilitano la fuoriuscita di sudore da fronti inutilmente alte e spaziose).

Il punto è che si studia per imparare a leggere e a far di conto, che sono attività basilari per chi sceglie, per dire, il mestiere del fruttivendolo. Si studia poi anche per costruirsi una cultura, per maturare un’obiettività di giudizio che dovrebbe rendere il cittadino più consapevole e partecipe della cosa pubblica. Si studia, infine, perché studiando si capisce con maggior chiarezza quale strada percorreremo nella vita: se non avessimo studiato nessuno di noi avrebbe potuto maturare le passioni che lo hanno convinto a sobbarcarsi chi quattro, chi cinque, chi dieci anni di studio aggiuntivo rispetto all’obbligo scolastico al solo di imparare un mestiere intellettualmente complesso. E non avendo studiato nessuno avrebbe mai potuto capire di non essere portato per lo studio e che un lavoro manuale, peraltro degnissimo, o commerciale o di qualsiasi altra natura ancora sarebbe stato il suo futuro.

Però, bisogna riconoscere a chi ha aggiunto quegli anni di studio alla scuola dell’ombelico la volontà di approfondire tematiche complesse assai e la determinazione assoluta a svolgere, nella vita, un lavoro intellettuale attinente alla natura dei suoi studi. Bisogna riconoscere, e forse sarebbe il caso di ripeterlo perché mi sa che ce lo siamo scordati tutti, che una classe dirigente si forma sui libri e sulla teoria, e che in un lavoro intellettuale l’esperienza ha valore aggiunto solo se possiedi basi teoriche su cui appoggiarla. Ecco perché leggendo l’articolo di Luciana Castellina sul ministro dell’istruzione mi è venuto da sorridere: perché è proprio questo genere cattocomunismo di ritorno che sta facendo la rovina del nostro paese, questa ipotesi del tutto indimostrabile che siamo tutti uguali e interscambiabili, che ognuno vale uno e che persino il giovanotto nullafacente che fino al giorno prima se ne stava seduto al bar del paese aspettando che il tempo passasse o la casalinga di Voghera, dopo aver studiato il relativo bignami, può svolgere le complesse funzioni di un assessore ai lavori pubblici, di un sindaco o persino del presidente del consiglio.

Queste le parole precise dell’articolo: (…) Ma Fedeli – immagino l’obiezione – non è solo parlamentare, è Ministro proprio dell’Istruzione, che ha dunque competenza sull’Università di cui non può occuparsi visto che non l’ha frequentata. Ebbene, proprio questo a me pare un dato positivo: mi piace pensare che sulla formazione universitaria venga rivolto finalmente lo sguardo di chi ne è stato escluso. In un tempo in cui il valore della competitività a tutti i costi sta diventando il valore centrale del nostro sistema, e si vorrebbero trasformare ovunque le università – secondo l’orribile modello britannico – in macchine per selezionare una élite prestigiosa (e privilegiata), lasciando che gli altri si arrangino e vengano via via marginalizzati, ben venga chi per propria storia terrà conto che quel che serve è l’inclusione. Che, cioè, un buon sistema educativo è quello che tiene conto dell’ultimo e non solo del primo (…)

Eccola, la miopia programmatica, in tutto il suo drammatico splendore. Perché a me sembra così ovvio: in ambito universitario una cosa sono i criteri di inclusione o esclusione, e tutt’altra la competenza necessaria a gestire un sistema complesso che, una volta deciso chi debba essere incluso o escluso, abbia il compito di formare la futura classe dirigente. Per cui io, invece di mettere un potenziale escluso a capo del ministero, per beatificare il buon sistema educativo di cui parla la Castellina, mi preoccuperei di allargare il più possibile i criteri di inclusione. Ma è inutile dire che la politica nazionale, europea e forse mondiale sta puntando in tutt’altra direzione riportandoci a metà del secolo scorso: studia chi ha i soldi per farlo, e che gli altri si fottano.

Per cui forse è di questo che dovremo parlare, cioè di come permettere nuovamente a chi non ha i mezzi, ma possiede le capacità, di studiare e accedere a un mestiere intellettuale: altrimenti il rischio è ritornare, e di fatto è ciò che sta accadendo, ai tempi cupi in cui i mestieri si ereditavano e il figlio di un operaio, per dire, mai avrebbe potuto diventare medico perché la formazione universitaria ha un costo incompatibile con la sussistenza della propria famiglia. La questione del ministro dell’istruzione invece no, quella rimane triste da qualunque prospettiva la si voglia guardare: perché certifica in modo definitivo, istituzionale oserei dire, l’assoluta inutilità di conseguire titoli di studio superiore.

Cosa che peraltro i giovani italiani hanno già capito da tempo: e mi piace immaginarli, soddisfatti della loro scelta, mentre fanno ciao ciao con la manina a quel manipolo di sconsiderati, per non dire altro, che li hanno salutati così: “Conosco gente che è bene sia andata via, questo Paese non soffrirà a non averli tra i piedi”.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Meno male che adesso non c’è Nerone”, di Edoardo Bennato, tratta dall’album “Io che non sono l’imperatore ” (1975).