Archivi per la categoria ‘L’Italia ai tempi della crisi’

Una precisazione sul caso Vendola

domenica, 15 aprile 2012

Mi sono arrivate, in risposta al post “Avvisi di garanzia”, un numero inatteso di e-mail. Da parte di persone che appoggiavano la mia critica o la criticavano a loro volta; o, peggio ancora, che ce l’avevano per questioni di varia natura con la persona di Vendola. Ho avuto l’impressione, insomma, che la mia posizione non fosse abbastanza chiara: provo quindi a chiarirla ora.

La questione è semplice: io non ce l’ho con Vendola per la nomina del primario chirurgo all’ospedale di Bari. Non ce l’avrei con lui in entrambi i casi: che il primario lo abbia imposto lui o meno. E sapete perché? Perché è assurdo prendersela con Vendola per un modello italiano ormai consolidato non solo nella pratica quotidiana ma nella mentalità delle persone, dei cittadini stessi. Piuttosto mi sorprende che tutti, sui giornali, nelle televisioni, per le strade, si straccino le vesti per lo sdegno: questa è la realtà delle cose, che vi piaccia o meno. Questa è la realtà creata da chi ci governa, quindi in ultima, remota e imprecisa analisi, da noi stessi. E io ho l’impressione che agli italiani questa realtà piaccia, perché tutti, o quasi tutti, hanno avuto da qualche parte, nella loro vita, un santo protettore. Tutti, o quasi tutti, hanno trovato a un certo punto della loro vita una comoda scorciatoia. E tutti, o quasi tutti, sanno che prima o poi dovranno bussare alle porte di qualche potente per chiedere qualcosa che gli spetterebbe, per capacità o inclinazione, o anche che non gli spetterebbe per gli stessi identici motivi. E infatti Vendola cosa ha detto? Ma io ho messo quello più bravo! Meravigliandosi alquanto per il baccano suscitato dalla faccenda, perché in fondo da moltissime altre parti non vengono messi su quelli più bravi. Anzi.

E allora, mi chiede qualcuno, cosa si può fare? In un certo senso la questione è  semplice: chi nomina i primari? I direttori generali ospedalieri. Chi nomina i direttori generali ospedalieri? I politici locali. Questa è l’equazione: facile intuire chi nomina i primari. Attualmente il concorso da primario è una formalità, ha una funzione puramente orientativa: sarebbe a dire che il colloquio vale meno che zero, chi decide può decidere a prescindere e spesso decidere nonostante. Infatti, a conferma, non esiste nemmeno una graduatoria di esame ma soltanto una generica idoneità; e il primario viene nominato direttamente dal direttore generale.

Il che, vi dirò, tutto sommato andrebbe anche bene: l’allenatore di una squadra di calcio ha il diritto di scegliere quali giocatori mettere in campo. Andrebbe bene, ripeto, se come un allenatore di calcio ci mettesse la faccia e si assumesse la responsabilità delle scelte, se potesse essere sfiduciato se la squadra non gioca e non vince, e se le scelte stesse fossero fatte nell’interesse della squadra stessa (e quindi della comunità): perché guardate che nei vari ambienti medici lo si sa bene chi vale qualcosa e chi non vale nulla. Quando viene piazzato un primario chirurgo che non sa nemmeno operare una colecisti tutti  nell’ambiente sghignazzano: ma intanto la scelta è stata fatta, non c’è più niente da fare e a pagarne le conseguenze saranno i cittadini. E allora meglio abolirli, i concorsi pubblici: costano fior di quattrini, non servono a nulla e rappresentano l’apoteosi delle ipocrisie di un sistema politico-sociale che fa parte integrante del nostro DNA di italiani.

E quindi, insisto, il problema non è Vendola: il problema, semmai, è il sistema. E in un sistema così marcio, nel mezzo di una ingloriosa demeritocrazia come la nostra, va a finire che un presidente di regione con il coraggio di imporre una scelta tecnica, magari andando contro le preferenze della politica locale, rischia di essere meritevole di lode: pensate a che punto siamo arrivati.

Il Blogger nell’Italia ai tempi della crisi

mercoledì, 4 aprile 2012

Non so voi, ma io (come già detto qui) ho un giro di blogger, vorrei dire di amici ma nella stragrandissima maggioranza dei casi di loro nemmeno conosco la faccia, che frequento quotidianamente. Di alcuni so per certo che mi restituiscono la visita, e che a loro volta frequentano il mio blog; di altri me lo auguro senza saperlo per certo, perché dalle loro righe intuisco rare qualità di intelligenza e sarei onorato se ciò accadesse.

Tutto questo per dire che, nella tormenta economica ed esistenziale che ci è toccata in sorte, la voce del Blogger sembra l’unica in grado di descrivere con un minimo di lucidità la realtà nel suo stesso divenire. Certo non possiamo più chiederlo a chi lo fa di mestiere, come i giornalisti, che ormai si sono palesemente venduti al miglior offerente; e lo hanno fatto praticamente in massa. E di certo non possiamo chiederlo ai politici: i quali, anche se forse non se ne sono resi ancora del tutto conto, con il loro corredo di incapacità, disonestà, inconcludenza, distacco dalla vita reale del paese, spreco di risorse economiche e morali, non solo hanno consegnato il paese in mano ai cosiddetti tecnici (teniamoci questa definizione ancora per un po’, in assenza di altre definizioni che non contemplino il rischio di querela) ma stanno preparando in modo adeguato la futura deriva assolutistica del paese. Laddove, se è vero che un quarto degli italiani non andrebbe e non andrà a votare, e se è vero come è vero che questo numero è destinato ad aumentare progressivamente, l’equazione mi sembra realizzata:

a)  la politica non serve a nulla se non a perpetuare svariate forme di ladrocinio a titolo pubblico o privato, perché i tecnici sono in grado di svolgere i suoi compiti in maniera molto più adeguata;

b) gli italiani nemmeno più vanno neanche più a votare e se non ci vanno, mi sembra di sentir pensare a voce alta, perché mai non dovremmo assecondarli e continuare a  farli votare? Non state più a crucciarvi, cari concittadini, voi pensate a sopravvivere che al governo della cosa pubblica ci pensiamo noialtri;

c) insomma, niente più imbarazzanti tentativi di mascherare i reali meccanismi di potere con l’esercizio della democrazia (figuriamoci) ma i plutocrati che scendono finalmente allo scoperto perché i loro maggiordomi sono così inetti che nemmeno sanno come pulirgli la casa.

Ma io volevo dire dei Blogger, e non dei disastri che probabilmente ci aspettano dietro l’angolo. Volevo dire delle analisi lucide e delle critiche spietate che leggo ogni giorno sui blog, e leggendole mi chiedo dove sono nascoste queste persone durante il giorno, come mai non le vediamo in televisione a fare il punto della situazione e come mai non occupano nessun posto di responsabilità pubblica. Ma in realtà non ho bisogno di farmele, queste domande, perché appartengo proprio a quella generazione sfortunata che scrive sui blog e conosco tutte le risposte: rimane la consolazione, magra, che quando tutto sarà compiuto le nostre inutili righe sparse nel web forse saranno l’unica testimonianza reale di cosa è successo in questi anni di sventura e solo da esse sarà possibile compilare una versione dei fatti dotata di un minimo di obiettività, una ricostruzione storica che non parta come al solito dal punto di vista dei vincitori ma dalle storie reali di chi nella battaglia è stato sconfitto, saccheggiato, ferito, umiliato e poi deportato, imprigionato e fatto schiavo.

Sarà una magra consolazione, dicevo, ma volete mettere la soddisfazione di alzarsi i piedi e poter dire: Io c’ero e l’avevo detto. Una soddisfazione che non ha prezzo, insomma; per tutto il resto siamo ancora in tempo a darci fuoco in piazza, buttarci dai balconi o sotto un treno in corsa.

Lavorare stanca

venerdì, 30 marzo 2012

Ci ho pensato a lungo, prima di scrivere questo post: che discende da un altro post, a firma dello Scorfano, in cui lui aveva già detto tutto quello che c’era da dire e con un dono della sintesi che a me purtroppo quasi sempre sfugge. Il post parlava delle esternazioni del presidente di Mediobanca a una platea di giovani, riassumibili nel seguente concetto: Bisogna lavorare, lavorare il più possibile, e non esiste nessun valido motivo per cui non si debba lavorare anche la domenica.

Adesso, voi che mi conoscete da parecchi anni vi siete fatti una mezza idea su quanto io ami il mio lavoro e cerchi, purtroppo senza riuscirci, di praticarlo al massimo livello qualitativo possibile. Però, voglio confessarvi questa macchia nera che mi sporca la coscienza e mi farà passare per bamboccione, quando ho il fine settimana di guardia, e devo stare in ospedale sabato 8-20 e domenica 20-8, a me girano un po’ le palle. Per una serie di motivi: intanto ho lavorato gli altri giorni della settimana, tanto per dire, e per esperienza personale di indefesso lavoratore ospedaliero dopo cinque giorni del mio mestiere se non stacchi la spina almeno un giorno fondi i lobi frontali. E non è solo questione di fatica mentale, che vi assicuro essere notevole perché tenere alto il livello di attenzione per otto o nove ore al giorno, quando stai giocando sulla pelle delle persone, non è proprio una passeggiata di salute: è proprio bisogno fisico di dedicare cura a sé stessi perché le sofferenze del prossimo, seppur traslate sulle scansioni TC o sulle sequenze RM, infliggono dolore anche a chi le deve studiare. E’ come se il mestiere di un professore consistesse unicamente nell’elencare le insufficienze dei propri alunni, tanto per capirci, e non nel valorizzarne i meriti.

Poi si potrebbe continuare su luoghi comuni banali e facilmente condivisibili, tipo che uno c’ha pure una famiglia, degli amici, un cane a cui prestare attenzioni e della cui compagnia, semplicemente, godere senza essere sfiancato dalla tensione emotiva e dalla fatica fisica di un lavoro continuato sette-giorni-su-sette. Potrei persino esagerare e dire che qualcuno di noi comuni mortali coltiva svilenti passioni alternative: a qualcuno piace leggere, a qualcun altro scrivere, a qualcun altro ancora fare fotografie o leggere fumetti o comporre origami o coltivare fiori in giardino o guardare tramonti o, che dico, viaggiare su altre tratte che non siano quella casa-ufficio e ufficio-casa.

Infine si potrebbe tentare l’affondo finale, farsi venire dubbi sulla sanità mentale di una persona che esprime di fronte a quattrocento testimoni sbigottiti un concetto così aberrante come “non esiste alcun valido motivo per non lavorare anche la domenica”: vista la differenza di età e di carisma tra le due parti in campo siamo ai limiti della circonvenzione di incapace, e un tribunale all’antica di quelli che dico io potrebbe condannarlo a bere un bel bibitone di cicuta per aver cercato di corrompere i giovani. Troppo, troppo facile attaccarsi invece a questioni di stampo psichiatrico: disturbi dell’affettività, nevrosi ossessivo-compulsive che spingono un individuo a non fermarsi mai, fosse anche solo a riflettere sulla strada che sta percorrendo e sulle persone lasciate indietro per procedere a quella terribile velocità di crociera. Dunque non lo farò, perché per grazia divina non ho scelto di fare lo psichiatra (e poi non ho il ciuffo liscio che mi cade sulla fronte spaziosa né i baffoni folti, quindi non mi avrebbero nemmeno preso in specialità).

E allora ve lo dico, il motivo per cui ho scelto di scrivere lo stesso questo post nonostante lo Scorfano avesse davvero già detto tutto quello che c’era da dire. Il motivo sta nell’idea stessa di lavoro che pregna il nostro paese: laddove il lavoro deve essere di quantità e non importa se un onesto lavoratore è in grado di svolgere le stesse mansioni in metà del tempo prescritto dalla circolare ministeriale, in Italia c’è questa ossessione perversa nei confronti del tempo, del tempo che devi stare in ospedale, del tempo che non puoi passare fuori dall’ospedale, del tempo che impieghi a mangiare se vai in mensa, del tempo di cui hai bisogno se non vai a mangiare ma devi comunque fare pausa, insomma il tempo del lavoro italiano non è aderente alla realtà dei luoghi lavorativi ma è un tempo burocratico che non tiene conto né delle esigenze di servizio né dello stato di salute del lavoratore, che magari alle tre del pomeriggio può essere sfasciato perché di notte ha dormito poco o si trascina i postumi della guardia notturna infame dell’altro ieri. Io stesso, che sono un dirigente medico, sono costretto alla timbratura quotidiana del cartellino, sette ore e trentasei minuti al giorno, e ricevo ogni mese un documento ufficiale che mi ricorda con precisione staliniana quando sono entrato e quando sono uscito dall’ospedale, ogni giorno, quante ore al mese ho lavorato in più (che fa nulla) o in meno (che fa molto, invece).

In tutta questa nevrosi oraria, in virtù della quale le istituzioni sono soddisfatte solo se tutti abbiamo il singolo minuto secondo giustificato di fronte alle Leggi, nessuno si pone mai il problema di come lavoriamo, della qualità del nostro lavoro, del nostro livello di soddisfazione nel praticarlo: che non è una considerazione secondaria, tutti ci rendiamo conto che lavorare in un ambiente sereno e regolato da meccanismi corretti fa lievitare non solo la qualità ma anche la quantità del nostro lavoro; e francamente trovo incredibile che in mezzo a tanti progetti di controllo della qualità nessuno si ponga il problema di controllare quanto amore e quanta passione mettiamo nella nostra fatica quotidiana, e dei vantaggi che deriverebbero in linea verticale da questi due apparentemente inutili e collaterali sentimenti.

Insomma, per dirla anche io in due parole (che forse era meglio): a me le persone così mi terrorizzano, non mi fanno dormire di notte e mi fanno venire gli incubi. Perché l’alternativa al disturbo compulsivo della personalità del presidente è che dietro affermazioni così pesanti ci sia un progetto ben preciso, un progetto politico intendo, uno di quelli che se ripeti abbastanza a lungo e da sedi istituzionali la gente comincia a crederci: ma ho giurato a me stesso che non voglio più vedere complotti dappertutto, e che se anche i complotti ci fossero camperò molto meglio senza accorgermene.

A patto che mi facciano riposare almeno di domenica.

Come demolire un patto generazionale (postilla all’ultimo post)

mercoledì, 28 marzo 2012

In risposta all’ultimo post ho ricevuto diverse mail: alcune di apprezzamento e altre di critica. Tra queste spicca la lettera di una persona appartenente a una delle categorie con cui me la sono presa, ossia un primario radiologo in pensione.

Purtroppo il primario non mi ha dato il permesso di riportare pari pari la sua e-mail (che, credetemi sulla parola, era piena di spunti molto interessanti). Mi limiterò a commentarne il senso complessivo, laddove la tesi sostenuta era la seguente: perché mai un primario in pensione non dovrebbe poter continuare a lavorare e portare anche nel privato la sua esperienza pluridecennale?

Semplice. La scelta di andare in pensione dovrebbe teoricamente presupporre un elemento personale determinante: dopo aver lavorato quaranta e passa anni il lavoratore, peraltro con ragione, ritiene di aver diritto al meritato riposo e sceglie di vivere in tranquillità e relativo benessere, qualora la pensione sia adeguata ai tempi, gli ultimi anni della sua vita. Il pensionato, per definizione, dovrebbe insomma essere un lavoratore stanco: dello stress, dei ritmi incalzanti e delle responsabilità. E poi la sua scelta dovrebbe far parte di un processo naturale, una specie di circolo della vita di disneyana memoria: fuori un lavoratore anziano, dentro uno giovane. Una scelta che di questi tempi, con la crisi che c’è in giro, ha il sapore di un patto sociale tra generazioni.

Se però il giorno dopo la pensione il primario ospedaliero, anzi l’ormai ex primario ospedaliero, va a bussare alla porta di una struttura privata, tutte le premesse sopraelencate vengono meno. La pensione non diventa più la ricerca del riposo del giusto, ma soltanto un modo come un altro per fare ancora più soldi con il doppio stipendio. Se un lavoratore sente di avere le forze sufficienti per continuare la sua attività può scegliere altrimenti: per esempio, decidere di non andare in pensione e continuare a lavorare finchè sarà in grado di farlo.

Allora io non dico che lavorare dopo la pensione dovrebbe essere vietato, per carità. Dico solo che se un primario ospedaliero, o qualunque altra figura professionale medica, vuole continuare a svolgere attività privata dopo la pensione, può farlo: ma nel mentre, semplicemente, la pensione non dovrebbe essergli elargita. Il vitalizio dovrebbe essere sospeso fino al giorno in cui, a Dio piacendo, il simpatico vecchietto alle soglie dei novanta anni avrà finalmente stabilito che il tempo del riposo è maturo.

Ma c’è un altro elemento importante da considerare. Prima accennavo al patto sociale di una generazione di lavoratori che si fa da parte per creare lo spazio ai più giovani: beh, per ogni primario in pensione che decide di continuare la sua attività c’è un giovane radiologo che in quella struttura privata non troverà accoglienza. Per cui voglio essere comprensivo e capire che può essere dura ritrovarsi ai margini della battaglia dall’oggi al domani e dopo una vita intera di responsabilità, ma questa è gente che ha vissuto la propria esistenza lavorativa nel paese di Bengodi: hanno diretto reparti di radiologia in tempi in cui la nostra disciplina era enormemente meno complessa di ora, l’hanno fatto senza nemmeno porsi il problema del management perchè all’epoca la gestione delle risorse era un concetto molto remoto e ancora di là da venire; sono stati primari per molti anni, qualcuno per decine di anni, e nel mentre alcuni di loro hanno già razziato tutta la libera professione razziabile in giro per le rispettive provincie; e in tutto questo la radiologia li ha superati senza che loro e ne accorgessero o provassero a opporre resistenza, limitandosi a galleggiare con le due o tre abilità da mestierante accumulate nel corso degli anni. Alcuni dei loro referti che si vedono in giro non solo solo sbagliati, che sarebbe già abbastanza: sono persino imbarazzanti, e contribuiscono allo spreco complessivo delle risorse laddove gli esami devono essere ripetuti presso altre strutture e da radiologi che sanno quello che fanno.

Non c’è rancore in quello che dico, credetemi. In questo caso racconto solo l’evidenza dei fatti: che poi i pazienti e molti amministratori, anche privati, non si accorgano della differenza, beh, su questo non so cosa dire che non abbia già detto nell’ultimo post.

Ma il politico ce l’ha o no il dono della sintesi?

domenica, 4 marzo 2012

Prendo spunto dall’ultima puntata di Ballarò, dove si è assistito a un simpatico siparietto tra il governatore piemontese Cota e un economista molto volitivo, tale Boldrin.

Non sto a scendere nei particolari, perché se avete voglia di farvi un’idea sulle argomentazioni discutibili di entrambi i protagonisti del simpatico siparietto basta cliccare su Google le parole chiave e ne avrete per tutti i gusti. Voglio soltanto esprimere un concetto generale e farlo a voce un po’ più alta del solito: in poche parole, mi sono rotto i coglioni di sentir parlare di sanità (di scuola, di esercito, di finanza, quello che volete voi) da persone non competenti sull’argomento.

Mi spiego: da quando i discutibili tecnici che ci governano in questo momento hanno dimostrato, scientificamente, senza alcuna possibilità di confutazione, che gli uomini politici non solo rappresentano poco più di un inutile ammennicolo della Politica, intesa nel senso più nobile del termine, ma anzi sono spesso di intralcio al progresso di una nazione, il mio personale fastidio nel sentir parlare il politico di argomenti di cui non ha competenza specifica si è accresciuto a dismisura.

Negli ultimi anni ho discusso spesso del problema. Ricordo polemiche senza fine con mio padre, per esempio, che difendeva la seguente teoria: il politico può non essere competente su un particolare argomento ma è la persona che, circondata da tecnici capaci, è in grado di eseguire quella sintesi mirabile che costituisce la qualità maggiore nella gestione della cosa pubblica. Bene, direi che è ora di piantarla con questo mito del politico che vede più lontano del tecnico perché ragionare su un meccanismo complesso (come la sanità, la scuola, la finanza) senza esserne parte integrante consentirebbe una maggiore lucidità di pensiero e di escogitare soluzioni, semplicemente, più efficaci per il bene comune. Motivi?

1. Il più ovvio: nei momenti di difficoltà, quando anche il capitano della nave fugge come l’ultimo dei topi, la barca che affonda non la puoi dare in mano a chi, sulle indicazioni dei piloti, decide la rotta giusta sulla base di un generico istinto o di un presunto dono della sintesi. Il timone lo afferra uno che sa pilotare la nave e gli altri muti a eseguire gli ordini, punto e basta. La medicina, come tante altre discipline, non può prescindere dall’esperienza di chi ci lavora: in caso contrario in questo momento avremmo la migliore sanità possibile, e invece guardate dove ci ha condotto la politica dei manager prestati alla causa sanitaria.

2. I meccanismi complessi sono tali perché i loro componenti sono molteplici e con vari livelli di integrazione reciproca. Senza lavorare in un ospedale, per esempio, è difficile comprendere le criticità del sistema e studiare le soluzioni adeguate ai problemi. Per esempio, io so bene quali problemi strutturali, logistici, di personale e di organizzazione abbia il pronto soccorso nel quale passo buona parte del mio tempo lavorativo. Sono invece altrettanto convinto che chi governi il sistema nel suo complesso non abbia le idee altrettanto chiare: non per manifesta incapacità ma per limiti legati al ruolo. Quando giunge in direzione sanitaria la protesta formale di un paziente ci sono sempre sulla questione due posizioni distinte: quella della direzione sanitaria, che mi chiede cagione di una protesta che non avrebbe dovuto giungere sulle scrivanie dei piani alti, e quella mia, di chi conosce esattamente i motivi per cui si è generata la protesta, cosa non ha funzionato e cosa si potrebbe fare affinché il problema non si reiteri. Il guaio, incredibile a dirsi, è l’incompatibilità delle due posizioni: perché quasi sempre la risposta logica ai problemi prevederebbe obbligatoriamente adeguamenti di strutture o di personale; e persino la messa in atto di rivoluzioni copernicane dell’organizzazione che non trovano riscontro nei piani alti perché metterle in atto comporterebbe discutere troppe situazioni cristallizzate da anni e comode per troppi. E la politica da quell’orecchio non ci sente: contano i risultati, non come ci si può arrivare nel modo più efficace. Se il risultato comporta troppi rischi per il culo del politico, lui preferisce non far nulla: nel mentre il suo mandato andrà in scadenza e qualcun altro si ritroverà la scopa in mano. Per il politico, pare, non importa il bene comune: conta la sua riciclabilità, ossia il non essere fisicamente presente quando il sistema crolla in modo che la colpa non possa essere addossata direttamente a lui.

3. Il politico si avvale dei tecnici, dicono, per avere le informazioni corrette da cui estrapolare la soluzione. Il problema è che chiunque lavori in qualsiasi struttura piramidale sa che chi sta in vetta alla piramide ha già in partenza idee consolidate su come gestire l’organizzazione del luogo di lavoro, le quali dipendono quasi sempre dagli obiettivi che qualcun altro, ancora più in alto di lui, gli ha imposto di raggiungere. La conseguenza è che il politico tende a circondarsi di chi gli fornisce le risposte che lui stesso sta cercando, anche se sono errate nelle premesse e/o nelle conseguenze; peggio ancora, ignora che dare fiducia incondizionata a un tecnico, e sempre e solo a quello, vuol dire cristallizzarsi in questa fiducia e non comprendere che il sistema cambia, evolve, perde vecchia linfa e ne riceve di nuova. Con il rischio che il tecnico di riferimento possa non essere, dopo qualche anno, la persona più indicata a fornire la consulenza; o, peggio ancora, che approfitti della sua condizione privilegiata per farsi gli affari suoi e non quelli della struttura per cui lavora.

Ecco, questa è la situazione. Quando Cota esprime un parere su un luogo comune come l’assetto della sanità americana (che per altro io, ma solo per certi versi, condivido), non sta esprimendo esattamente la sua idea. Sta mettendo insieme pareri tecnici raccolti qua e là nel corso degli anni, articoli di giornale letti e messi da parte, umori della cosiddetta base che possono far forza alla seguente argomentazione: che la sua sanità, a differenza di quella americana, sia di buon livello qualitativo. E quando l’economista tenta di sbugiardarlo non fa una figura migliore: diffidate sempre di chi snocciola cifre e controcifre, sta bluffando alla grande. Nella mia caserma di militare di leva c’era un capitano che affossava qualunque discussione tirando fuori a memoria cifre percentuali con la virgola: fino a che si scoprì che se le inventava sul momento per dare forza alle sue argomentazioni. Le cifre vanno controllate e le fonti citate: se no si finisce per fare gli esegeti del nulla a scopi di propaganda, ossia i cialtroni, che è la cosa peggiore di tutte.

In ogni caso, bisogna sfatare il mito del politico dotato del dono divino della sintesi: il politico è un uomo, spesso non adeguatamente preparato sulla maggioranza degli argomenti di cui dovrebbe occuparsi, ed è mosso da intenti non sempre altruistici. E questa non è una tesi: è proprio l’evidenza dei fatti, ben documentata dal fallimento della politica e dei politici, che abbiamo sotto gli occhi da mesi.