Archive for the ‘O’ Prufessore’ Category

Non sono tua madre, non sono tua moglie, non sono quella che farà la cosa giusta

martedì, ottobre 22nd, 2019

Bentrovati a tutti: dopo un prolungato silenzio del quale, magari, se avrò voglia, parleremo tra qualche tempo.

Ritorno con una recensione di un articolo tratto da Radiographics, che parla degli effetti della radioterapia sulle strutture toraciche e di cosa noi radiologi possiamo fare per descriverli correttamente. Se vi va di leggerlo, cliccate qui. E se dovesse essere di vostro gradimento ringraziate Peppone, che qualche giorno fa a Palermo, mentre mi viziava su un ristorante vista mare a Terrasini, parlando della mia assenza prolungata ha fatto gli occhioni da Gatto con gli stivali nella saga di Shreck e ha detto: Non puoi sparire nel nulla!

Io: Perché?

E lui: Ma perché tu sei didattico!

Quanto a me, un po’ alla volta tornerò nel giro. Datemi solo il tempo, e forse nemmeno tanto.


La canzone della clip è “Bad Woman Blues”, di Beth Hart, dall’album “War in my mind” (2019). Cantante di rara bravura e donna di raro fascino, come si evince dal video. Godetevelo: come dice Beth, ricordate che le brave ragazze (e i bravi ragazzi, per estensione) perdono sempre. Ma anche che gli stronzi, in genere, non se la passano molto meglio.

Dio ti prego salvaci da questi giorni, tieni da parte un posto e segnati sti nomi

sabato, giugno 1st, 2019

Questo post è la recensione ragionata di un articolo assai interessante che potete trovare sull’ultimo numero della rivista italiana di categoria, a firma di quattro radiologi molto prestigiosi tra cui l’attuale Presidente SIRM (Grassi R, Miele V, Neri E, Giovagnoni A. L’intelligenza artificiale in diagnostica per immagini: radiologo intelligente o radiologo artificiale? G Italiano Radiologia Med 2019; 6:109-11).

Ho trovato il filo conduttore del post molto interessante, senza però condividerne interamente le conclusioni. Provo a spiegarmi. Gli Autori, nel testo, pongono al lettore radiologo una serie di scenari legati all’uso ormai inevitabile, nella nostra disciplina, dell’intelligenza artificiale (AI). Se ci pensate bene, è da qualche anno che siamo abituati ad avere a che fare con AI nella nostra attività quotidiana: ogni volta che usiamo il CAD per contare il numero di noduli polmonari dopo un esame TC, per esempio, o che misuriamo il volume del nodulo polmonare che ci sembra più sospetto, noi stiamo già di fatto creando un’interfaccia stabile con la nostra AI di riferimento.

È chiaro, quindi, che il problema principale del rapporto tra radiologo e AI non è eludibile: dove ci porterà questa strada? Per citare gli Autori, che pongono la questione in modo giustamente molto crudo: L’AI sostituirà il medico radiologo? Questa è la paura principale, il cardine intorno al quale gira tutta la discussione. Tutte le rimanenti questioni passano in second’ordine: che gli algoritmi di calcolo di AI siano di buona qualità, accessibili a tutti, utilizzabili nell’ambito di linee guida condivise e tutelati legalmente (per esempio, a livello di tutela del diritto d’autore) è pacifico e condivisibile. Ma la questione nodale rimane insoluta: questa dannata macchina, prima o poi, prenderà il nostro posto? Per usare un’analogia automobilistica, da piloti ci tramuteremo in semplici passeggeri di una vettura alla quale basterà comunicare qual è la meta finale del viaggio? In fin dei conti, con la Tesla ci stiamo già andando parecchio vicini. Capite quindi bene come per una categoria sventurata come i radiologi, già da anni sotto l’assedio di specialisti di varia natura che hanno cercato di erodere i loro spazi di competenza senza mai accettare che l’erosione potesse essere bidirezionale, tutto questo possa rappresentare un problema abbastanza grave.

Io non credo che, come sostengono gli Autori, diagnosi e terapia “richiedano creatività ed empatia che un’intelligenza artificiale non avrà mai”. Quando si parla di tecnologia, e in questo caso di AI, il problema non è qualitativo (nessuna macchina potrà mai simulare il funzionamento complesso della mente umana, dunque sostituirla in toto) ma quantitativo. Parlando di algoritmi diagnostici, la questione riguarda essenzialmente a) la complessità dei medesimi, che a sua volta è funzione della completezza delle informazioni fornite ad AI, e b) la potenza di calcolo, nuda e cruda, dei processori. Una volta superato l’ipotetico confine di complessità tecnologica e contenimento di informazioni di AI che, ripeto, è un confine meramente  fisico e assolutamente non metafisico, la nostra empatia di esseri umani compassionevoli e fantasiosi potrà ben poco contro la sua potenza di tiro. Immettendo al suo interno svariati bilioni di scansioni TC polmonari, per esempio, insieme a altrettanti bilioni di referti radiologici e anatomo-patologici, altrettanti-altrettanti bilioni di dati clinico-laboratoristici di ambito pneumologico e tutta la letteratura scientifica sull’argomento, credete che sarà davvero così difficile insegnare al nostro Pinocchietto digitale a distinguere un pattern alveolare da uno fibrosante, a correlare il pattern con la clinica e a impostare in automatico la terapia migliore? Avendo a disposizione abbastanza informazioni e processori sufficientemente performanti, paradossalmente, la mancanza di empatia di AI e la noiosa ripetibilità dei suoi algoritmi di calcolo potrebbero rappresentare non una limitazione, ma un vantaggio diagnostico. Quantomeno, AI non si recherà mai al lavoro la mattina con le palle girate perché la sera prima ha avuto da dire con sua moglie.

Ma c’è un altra implicazione, se possibile ancora più inquietante, a cui gli Autori non fanno cenno. In un periodo storico quantomai confuso e critico, nel quale le strategie nazionali e sovranazionali circa le sorti nefaste della nostra sanità pubblica cominciano a essere palesate senza nessun ritegno, e il cui segno principale (e finora sottovalutato) è la carenza improvvisa di medici su tutto il territorio nazionale, l’avvento di una AI competitiva dal punto di vista della potenza di calcolo suona quanto mai provvidenziale da un lato, e inquietante dall’altro. Respinto o quantomeno rimandato a data da destinarsi l’armageddon con figure lavorative paramediche alle quali si è ripetutamente cercato senza nessuna programmazione né raziocinio di affidare responsabilità eminentemente mediche, l’avvento di una AI abbastanza evoluta da ottenere risultati diagnostici sovrapponibili se non migliori di quelli umani suona come specie di soluzione a bassissimo prezzo dei problemi di sostenibilità del sistema sanitario.

Salvo che la tanto paventata tempesta solare raggiunga finalmente il nostro piccolo pianeta, e un provvidenziale flair tolga qualsiasi velleità non solo a AI, ma anche alla nostra bella Radiologia digitale e a tutto il resto della nostra civiltà tecnologica.


La canzone della clip è “Rolls Royce”, di Achille Lauro, presentata all’ultimo Festival di Sanremo (2019). L’ho scelta perché parla di una fine, e quella fine il nostro Lauro la vuole bellissima, scintillante, drammatica, in linea con personaggi che hanno bruciato in fretta il fiammifero toccato loro in sorte. Come forse presto accadrà alla nostra disciplina, sostituita da un’entità immaginifica incapace di empatia ma anche di errore, e alla quale non sarà possibile chiedere alcun risarcimento per l’errore compiuto; e al nostro servizio sanitario pubblico, immolato sull’altare di un’Europa che lo vuole. Se vi viene qualche dubbio su quanto da me paventato circa le attuali potenzialità dell’AI, provate a buttare un occhio su “Origin”, ultimo romanzo dell’ineffabile Dan Brown, che ho letto da poco perché avevo un disperato bisogno di una fetta di nulla in mezzo a due opere parecchio più impegnative: quello che ci racconta sulle AI è già presente, e non c’è niente che noialtri possiamo fare.

Non ti ho lasciato nei momenti difficili, non saremmo potuti arrivare cosi lontano

sabato, settembre 16th, 2017

E così, anche il congresso nazionale della Sezione SIRM di Radiologia Toracica è andato.

E’ una sensazione che non si può descrivere: anche quando non fai più parte del consiglio direttivo, anche quando non hai contribuito alla realizzazione del congresso in nulla se non accettando l’onore graditissimo di essere uno dei relatori, stai sempre lì con l’occhio all’orologio a controllare i ritardi che si accumulano, a sondare nelle espressioni dei partecipanti l’apprezzamento e in quelle dei colleghi di sezione gli echi delle loro personali sensazioni. Quando tutto finisce e l’uditorio esce dall’aula, quando si rimane in quella irriducibile decina di persone che ci hanno messo il cuore, ecco, quello è il momento migliore. Ci si può guardare in faccia, abbracciarsi e tirare un sospiro di sollievo. Io, in più, mi sono guadagnato per la prossima e imminente discesa a Roma un graditissimo invito a cena.

Poi c’è il viaggio di ritorno in treno, la stanchezza accumulata in tre giorni di programma serratissimo, la voglia di un pò di solitudine e silenzio, di poter rimettere le dita sulla tastiera del mac con gli auricolari infilati nelle orecchie. C’è il giudizio postumo sulle presentazioni brillanti e su quelle meno entusiasmanti: a fronte della stragrande maggioranza di relatori straordinari, chissà perché, c’è ancora qualcuno che si incaponisce nel citare a macchinetta le percentuali di sensibilità e specificità e i numeri del campione statistico, insomma i dati nudi e crudi, invece di concentrare l’attenzione di chi ascolta su quei due o tre concetti essenziali che ciascuno dovrebbe portarsi a casa in cambio del prezzo del biglietto. Poi non ci si può lamentare se, tornando dal bagno e scendendo le scale del temibile emiciclo, ci si imbatte in qualcuno al cellulare che controlla la posta, guarda un incontro di boxe o gioca a sudoku.

Tuttavia, ognuno si senta libero di perdere il proprio come meglio crede. Io adesso spengo tutto, non controllerò più la posta, ascolterò una tonnellata di musica e conterò i minuti che mi separano da casa.


La canzone della clip è “Just the way you are”, di Billy Joel, dall’album “The stranger” (1977). Canzone che ha accompagnato buona parte dei miei sogni romantici di ragazzino e che solo adesso, alle soglie del cinquanta, sono riuscito a comprendere fino in fondo.

Sei il posto più lontano chiuso nella mia mano

venerdì, settembre 15th, 2017

Seconda giornata del Congresso nazionale della Sezione di Radiologia Toracica della SIRM.

Vi assicuro che l’aula Benedetto XVI dell’Università Pontificia di Roma fa la sua porca impressione: un emiciclo enorme, poderoso, che dà un’idea di solidità pari a quella dello stato a cui appartiene: quando entri la prima impressione è di essere una formica capitata per sbaglio nella sala da pranzo di una reggia. Poi ci si abitua e comincia il solito valzer congressuale: che quest’anno, devo dire, è stato particolarmente ricco.

(Inciso: devo ringraziare Vujadin Boskōv, indimenticato allenatore di calcio serbo degli anni ’90 e noto facitore di aforismi privi di articoli determinativi, per avermi accompagnato in qualità di testimonial durante la mia presentazione. Se è vero che, come lui sosteneva, che “rigore è quando arbitro fischia”, io ho solo convertito il teorema in lingua radiologica e affermato con sufficiente ardimento e davanti ad almeno trecento testimoni che “referto è quando radiologo firma”. Nonostante le più fosche previsioni, alla fine sono riuscito anche a racimolare l’applauso di prammatica e gli apprezzamenti del professor Gavelli. Per aver usato Boskōv, intendiamoci, mica per la presentazione).

(Altro inciso: ragazzi, così mi mettete in imbarazzo. Capisco che a qualcuno possa far piacere che io verghi una dedica sulla prima pagina di uno dei miei due romanzi – a proposito: leggete l’ultimo, che vi lascerà senza fiato – ma che mi fosse chiesto un autografo su un foglio di carta con l’intestazione di una casa farmaceutica, beh, è davvero la prima volta).

Ma il pezzo forte di oggi è stata la presentazione di Massimo Pistolesi, eminente pneumologo. Presentazione di elevato livello, come al solito, ma la chicca non è stata medica, piuttosto filosofica. Insomma, mentre il professore citava un famoso articolo degli anni ’60, pietra miliare del problema di cui si discettava a firma di eminenti personalità della pneumologia, dell’anatomia patologica e chissà che altre specialità dell’epoca, gli scappa detta* la frase del giorno: “All’epoca gli autori erano giovani, adesso sono famosi”.

Che, pensavo ritornando in albergo lungo la sponda del Tevere, in luoghi che mi evocano dolcissimi ricordi, è sicuramente il modo più brillante che esista di beffare la morte.


* Ho notato, nella terzultima frase del post, di aver scritto “gli scappa detto”. Temo sia un costrutto siculo, espressione evidente del fatto che comincio ad avere un numero di siciliani in reparto così consistente da influenzare il lessico generale.
** La canzone che avrei voluto associare al post è “La prima volta al mondo”, di Paola Turci, dall’album “Il secondo cuore” (2017). Non è disponibile su YouTube, per cui cercate un altro modo per ascoltarla.

Chi dice che io non posso fare tutto?

venerdì, maggio 12th, 2017

Di ritorno da Rovereto, per il solito corso radiologico di anatomia cervicale, in genere va sempre bene. O, per meglio dire, va sempre meglio di quando sono partito. Perché questo posto è magico, oltre che meraviglioso, e riserva sempre qualche sorpresa.

Una di queste è arrivata nel viaggio di andata. Voi lo sapete: a me piace viaggiare in treno perché si può dormire, leggere o scrivere, correggere all’ultimo secondo il power point o provarne i tempi per essere sicuri di non sforare, il giorno dopo, sul palco. Mi piace viaggiare in treno perché se non ho voglia di parlare mi ficco gli auricolari nelle orecchie e faccio finta di essere morto; se invece ho voglia di parlare in dieci minuti al massimo c’è già qualcuno che mi sta raccontando la storia della sua vita, e a me le storie piacciono parecchio.

A volte, però, le storie non vengono raccontate con le parole. Da Verona a Rovereto sono capitato in un regionale strapieno e sporco, evento raro per le tratte ferroviarie di questa parte d’Italia, e persino puzzolente di urina. Mi sono guardato intorno e nel vagone c’erano quasi solo extracomunitari dell’est, o almeno così mi è parso, con le loro fronti cilindriche e valigie così grandi che poteva starci dentro tutta la loro vita. Uno di loro era seduto proprio di fronte a me, corpulento, con la schiena diritta e l’espressione paziente di chi è ormai rassegnato ad attendere tempi migliori.

Ho proposto lo scenario al gruppo uozzapp dei miei compagni di scuola e loro mi hanno immediatamente cachinnato: il Gaddo ci è diventato razzista! E io invece stavo pensando a che brutte figure facciamo noi italiani, con questa gente che viene da lontano e chissà che paese moderno e nipponico si aspetta: e poi si ritrova in vagoni ferroviari che sembrano cessi pubblici.

Poi ho pensato a quanto infastiditi dovevano essere gli altri italiani seduti nello stesso vagone e mi sembrava di percepire nitidamente i loro pensieri: ecco, il vagone puzza come una fogna per colpa di tutti questi stranieri che trovano ricetto qui da noi. Senza pensare che i bagni dei treni erano luridi anche prima che crollasse il muro di Berlino, e le cicche per strada le vedo gettare per primi dagli italiani, senza peraltro alcuna distinzione di latitudine e longitudine.

A un certo punto mi sono alzato per fare una telefonata: non mi piace parlare dei fatti miei mentre disturbo persone che magari hanno solo voglia di farsi i loro, di fatti, e sono uscito dal vagone. Dopo un secondo il signore seduto davanti a me si è alzato, tutto trafelato, con il mio giubbotto in mano, mi ha seguito e mi ha detto in incerto italiano: hai dimenticato questo!

Io ho sorriso, gli ho spiegato che non avevo dimenticato nulla e gli ho detto grazie. Al telefono non mi ha risposto nessuno: sono tornato al mio posto è lui era ancora lì, seduto, con la schiena diritta e l’espressione di pazienza infinita dipinta sul viso. Per un attimo ho avuto voglia di chiedergli chi fosse, da quale paese provenisse. Hai dei figli, una moglie? Sei qui per cercare lavoro? O fuggi da luoghi così terribili che noialtri, abituati al meno peggio, nemmeno riusciamo a immaginare?

Però alla fine non ho detto nulla. Ho infilato gli auricolari nelle orecchie, acceso la musica e pensato che si, è vero, le cose in questo paese vanno male, forse siamo in troppi, forse non c’è spazio per tutti, e che forse questo mondo è davvero destinato alla perdizione. Eppure quel gesto gentile di uno sconosciuto, di corrermi dietro per un giubbotto dimenticato, almeno nell’apparenza dei fatti, ha lasciato per ore una traccia gentile nel mio cuore.

Chissà quanti italiani, ben vestiti e forse peggio educati, non avrebbero fatto una piega e si sarebbero tenuti il mio giubbotto: sperando che dentro ci fosse un cellulare buono da rivendersi al volo su subito.it, o almeno una decina di euro.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Upside down”, tratta dall’album omonimo di Jack Johnson (2006). Testo appropriato e musica adatta alla circostanza, a tempi di sorprese.