Archive for the ‘O’ Prufessore’ Category

Cronache del virus fetente #05 (che faccia ha quello stronzo)

venerdì, aprile 3rd, 2020

Questo post è estremamente tecnico ed è per medici.

Parla non tanto dei segni TC nella polmonite Covid-19, che ormai sono noti anche al mio gatto, ma del perché si formano quei segni: cosa che al momento trovo molto più interessante.

Se volete leggerlo, cliccate qui.

Buona lettura.

COVID-19: quello in cui può imbattersi il radiologo

lunedì, febbraio 24th, 2020

Facendo seguito alla lodevole iniziativa SIRM, che ha reso disponibili due articoli  di libera consultazione sui quadri radiologici dell’infezione da COVID-19 (link rispettivamente qui e qui), e nell’intento di darne la più ampia diffusione, vi faccio un piccolo riassunto di quello che ne ho capito. La fonte è Radiology, dunque i primi della classe radiologica mondiale.

La COVID-19 è un’infezione virale e dal punto di vista radiologico non si comporta molto diversamente dagli altri coronavirus del recente passato (SARS e MERS sopra tutti). Il che vuol dire, semplicemente, quanto segue:

  1. Specie nelle fasi iniziali, la TC torace ha sensibilità limitata e basso valore predittivo negativo al momento dell’insorgenza dei sintomi, quindi è inutile spararla al momento del ricovero per escludere o confermare l’infezione da COVID-19. L’Rx torace però va effettuato lo stesso e diventa determinante se al momento dell’esordio dei sintomi il Paziente ha già una chiara sindrome alveolare: cioè un patchwork di opacità acinari, consolidazioni parenchimali, broncogramma aereo e versamento pleurico che orienta decisamente verso un problema polmonare acuto di tipo batterico, dunque di altra natura rispetto al COVID-19. Quindi non state troppo a lamentarvi se dal PS vi arrivano più richieste di Rx torace del solito, sono tutte giustificate.
  2. I segni TC, questo è il dato più importante, sono tempo-dipendenti. In fase iniziale (0-2 giorni) oltre la metà delle TC sono negative. Più si va avanti verso la fase intermedia (3-5 giorni) e la fase tardiva (6-12 giorni), più i segni TC saranno presenti e significativi. Ma quali sono questi segni?
  3. Non dimenticate che stiamo parlando di coronavirus, i quali in ambito radiologico non sono mai stati dotati di grande fantasia. Si tratta della solita risposta standard del polmone a un insulto acuto iniziale (infettivo o infiammatorio): opacità a vetro smerigliato, più spesso a morfologia rotondeggiante, che con il tempo possono confluire in lesioni consolidative più dense dotate di maggior simpatia per le regioni mantellari. Esiste inoltre una lieve prevalenza statistica per i lobi inferiori e la fastidiosa tendenza a dare, specie in fase tardiva, localizzazioni bilaterali. Per non farci mancare nulla, inoltre, possiamo tranquillamente aggiungere la COVID-19 alla lista di patologie in grado di esprimersi con il pattern crazy paving e il reversed halo sign. Entrambi i lavori sono corredati da immagini TC molto significative.
  4. Critico, nel tentativo di fare la nostra brava diagnosi differenziale, il fatto che al momento non sono riconosciuti come segni ancillari della COVID-19 i seguenti reperti: a) noduli polmonari solidi; b) aree di cavitazione polmonare; c) linfoadenomegalie ilo-mediastiniche; d) versamento pleurico. E non è cosa da poco, se permettete.
  5. Poi, è chiaro, gli Autori mettono le mani avanti e fanno anche bene. L’epidemia in questo momento è in una fase di evoluzione da acuta a subacuta nella maggioranza dei Pazienti, e quindi ancora non siamo in grado di esprimere certezze sulla progressione nella fase cronica e sulle complicanze che potranno insorgere in questa tempo della malattia (immagino, con un certo raccapriccio, che gli Autori pur senza dirlo chiaramente si riferiscano a una qualche forma di fibrosi polmonare residua).
Per il resto, come al solito, siamo radiologi e quindi niente panico: se un virus con la corona incontra un radiologo con una 64 strati, il virus è un virus morto.

 

Non sono tua madre, non sono tua moglie, non sono quella che farà la cosa giusta

martedì, ottobre 22nd, 2019

Bentrovati a tutti: dopo un prolungato silenzio del quale, magari, se avrò voglia, parleremo tra qualche tempo.

Ritorno con una recensione di un articolo tratto da Radiographics, che parla degli effetti della radioterapia sulle strutture toraciche e di cosa noi radiologi possiamo fare per descriverli correttamente. Se vi va di leggerlo, cliccate qui. E se dovesse essere di vostro gradimento ringraziate Peppone, che qualche giorno fa a Palermo, mentre mi viziava su un ristorante vista mare a Terrasini, parlando della mia assenza prolungata ha fatto gli occhioni da Gatto con gli stivali nella saga di Shreck e ha detto: Non puoi sparire nel nulla!

Io: Perché?

E lui: Ma perché tu sei didattico!

Quanto a me, un po’ alla volta tornerò nel giro. Datemi solo il tempo, e forse nemmeno tanto.


La canzone della clip è “Bad Woman Blues”, di Beth Hart, dall’album “War in my mind” (2019). Cantante di rara bravura e donna di raro fascino, come si evince dal video. Godetevelo: come dice Beth, ricordate che le brave ragazze (e i bravi ragazzi, per estensione) perdono sempre. Ma anche che gli stronzi, in genere, non se la passano molto meglio.

Dio ti prego salvaci da questi giorni, tieni da parte un posto e segnati sti nomi

sabato, giugno 1st, 2019

Questo post è la recensione ragionata di un articolo assai interessante che potete trovare sull’ultimo numero della rivista italiana di categoria, a firma di quattro radiologi molto prestigiosi tra cui l’attuale Presidente SIRM (Grassi R, Miele V, Neri E, Giovagnoni A. L’intelligenza artificiale in diagnostica per immagini: radiologo intelligente o radiologo artificiale? G Italiano Radiologia Med 2019; 6:109-11).

Ho trovato il filo conduttore del post molto interessante, senza però condividerne interamente le conclusioni. Provo a spiegarmi. Gli Autori, nel testo, pongono al lettore radiologo una serie di scenari legati all’uso ormai inevitabile, nella nostra disciplina, dell’intelligenza artificiale (AI). Se ci pensate bene, è da qualche anno che siamo abituati ad avere a che fare con AI nella nostra attività quotidiana: ogni volta che usiamo il CAD per contare il numero di noduli polmonari dopo un esame TC, per esempio, o che misuriamo il volume del nodulo polmonare che ci sembra più sospetto, noi stiamo già di fatto creando un’interfaccia stabile con la nostra AI di riferimento.

È chiaro, quindi, che il problema principale del rapporto tra radiologo e AI non è eludibile: dove ci porterà questa strada? Per citare gli Autori, che pongono la questione in modo giustamente molto crudo: L’AI sostituirà il medico radiologo? Questa è la paura principale, il cardine intorno al quale gira tutta la discussione. Tutte le rimanenti questioni passano in second’ordine: che gli algoritmi di calcolo di AI siano di buona qualità, accessibili a tutti, utilizzabili nell’ambito di linee guida condivise e tutelati legalmente (per esempio, a livello di tutela del diritto d’autore) è pacifico e condivisibile. Ma la questione nodale rimane insoluta: questa dannata macchina, prima o poi, prenderà il nostro posto? Per usare un’analogia automobilistica, da piloti ci tramuteremo in semplici passeggeri di una vettura alla quale basterà comunicare qual è la meta finale del viaggio? In fin dei conti, con la Tesla ci stiamo già andando parecchio vicini. Capite quindi bene come per una categoria sventurata come i radiologi, già da anni sotto l’assedio di specialisti di varia natura che hanno cercato di erodere i loro spazi di competenza senza mai accettare che l’erosione potesse essere bidirezionale, tutto questo possa rappresentare un problema abbastanza grave.

Io non credo che, come sostengono gli Autori, diagnosi e terapia “richiedano creatività ed empatia che un’intelligenza artificiale non avrà mai”. Quando si parla di tecnologia, e in questo caso di AI, il problema non è qualitativo (nessuna macchina potrà mai simulare il funzionamento complesso della mente umana, dunque sostituirla in toto) ma quantitativo. Parlando di algoritmi diagnostici, la questione riguarda essenzialmente a) la complessità dei medesimi, che a sua volta è funzione della completezza delle informazioni fornite ad AI, e b) la potenza di calcolo, nuda e cruda, dei processori. Una volta superato l’ipotetico confine di complessità tecnologica e contenimento di informazioni di AI che, ripeto, è un confine meramente  fisico e assolutamente non metafisico, la nostra empatia di esseri umani compassionevoli e fantasiosi potrà ben poco contro la sua potenza di tiro. Immettendo al suo interno svariati bilioni di scansioni TC polmonari, per esempio, insieme a altrettanti bilioni di referti radiologici e anatomo-patologici, altrettanti-altrettanti bilioni di dati clinico-laboratoristici di ambito pneumologico e tutta la letteratura scientifica sull’argomento, credete che sarà davvero così difficile insegnare al nostro Pinocchietto digitale a distinguere un pattern alveolare da uno fibrosante, a correlare il pattern con la clinica e a impostare in automatico la terapia migliore? Avendo a disposizione abbastanza informazioni e processori sufficientemente performanti, paradossalmente, la mancanza di empatia di AI e la noiosa ripetibilità dei suoi algoritmi di calcolo potrebbero rappresentare non una limitazione, ma un vantaggio diagnostico. Quantomeno, AI non si recherà mai al lavoro la mattina con le palle girate perché la sera prima ha avuto da dire con sua moglie.

Ma c’è un altra implicazione, se possibile ancora più inquietante, a cui gli Autori non fanno cenno. In un periodo storico quantomai confuso e critico, nel quale le strategie nazionali e sovranazionali circa le sorti nefaste della nostra sanità pubblica cominciano a essere palesate senza nessun ritegno, e il cui segno principale (e finora sottovalutato) è la carenza improvvisa di medici su tutto il territorio nazionale, l’avvento di una AI competitiva dal punto di vista della potenza di calcolo suona quanto mai provvidenziale da un lato, e inquietante dall’altro. Respinto o quantomeno rimandato a data da destinarsi l’armageddon con figure lavorative paramediche alle quali si è ripetutamente cercato senza nessuna programmazione né raziocinio di affidare responsabilità eminentemente mediche, l’avvento di una AI abbastanza evoluta da ottenere risultati diagnostici sovrapponibili se non migliori di quelli umani suona come specie di soluzione a bassissimo prezzo dei problemi di sostenibilità del sistema sanitario.

Salvo che la tanto paventata tempesta solare raggiunga finalmente il nostro piccolo pianeta, e un provvidenziale flair tolga qualsiasi velleità non solo a AI, ma anche alla nostra bella Radiologia digitale e a tutto il resto della nostra civiltà tecnologica.


La canzone della clip è “Rolls Royce”, di Achille Lauro, presentata all’ultimo Festival di Sanremo (2019). L’ho scelta perché parla di una fine, e quella fine il nostro Lauro la vuole bellissima, scintillante, drammatica, in linea con personaggi che hanno bruciato in fretta il fiammifero toccato loro in sorte. Come forse presto accadrà alla nostra disciplina, sostituita da un’entità immaginifica incapace di empatia ma anche di errore, e alla quale non sarà possibile chiedere alcun risarcimento per l’errore compiuto; e al nostro servizio sanitario pubblico, immolato sull’altare di un’Europa che lo vuole. Se vi viene qualche dubbio su quanto da me paventato circa le attuali potenzialità dell’AI, provate a buttare un occhio su “Origin”, ultimo romanzo dell’ineffabile Dan Brown, che ho letto da poco perché avevo un disperato bisogno di una fetta di nulla in mezzo a due opere parecchio più impegnative: quello che ci racconta sulle AI è già presente, e non c’è niente che noialtri possiamo fare.

Non ti ho lasciato nei momenti difficili, non saremmo potuti arrivare cosi lontano

sabato, settembre 16th, 2017

E così, anche il congresso nazionale della Sezione SIRM di Radiologia Toracica è andato.

E’ una sensazione che non si può descrivere: anche quando non fai più parte del consiglio direttivo, anche quando non hai contribuito alla realizzazione del congresso in nulla se non accettando l’onore graditissimo di essere uno dei relatori, stai sempre lì con l’occhio all’orologio a controllare i ritardi che si accumulano, a sondare nelle espressioni dei partecipanti l’apprezzamento e in quelle dei colleghi di sezione gli echi delle loro personali sensazioni. Quando tutto finisce e l’uditorio esce dall’aula, quando si rimane in quella irriducibile decina di persone che ci hanno messo il cuore, ecco, quello è il momento migliore. Ci si può guardare in faccia, abbracciarsi e tirare un sospiro di sollievo. Io, in più, mi sono guadagnato per la prossima e imminente discesa a Roma un graditissimo invito a cena.

Poi c’è il viaggio di ritorno in treno, la stanchezza accumulata in tre giorni di programma serratissimo, la voglia di un pò di solitudine e silenzio, di poter rimettere le dita sulla tastiera del mac con gli auricolari infilati nelle orecchie. C’è il giudizio postumo sulle presentazioni brillanti e su quelle meno entusiasmanti: a fronte della stragrande maggioranza di relatori straordinari, chissà perché, c’è ancora qualcuno che si incaponisce nel citare a macchinetta le percentuali di sensibilità e specificità e i numeri del campione statistico, insomma i dati nudi e crudi, invece di concentrare l’attenzione di chi ascolta su quei due o tre concetti essenziali che ciascuno dovrebbe portarsi a casa in cambio del prezzo del biglietto. Poi non ci si può lamentare se, tornando dal bagno e scendendo le scale del temibile emiciclo, ci si imbatte in qualcuno al cellulare che controlla la posta, guarda un incontro di boxe o gioca a sudoku.

Tuttavia, ognuno si senta libero di perdere il proprio come meglio crede. Io adesso spengo tutto, non controllerò più la posta, ascolterò una tonnellata di musica e conterò i minuti che mi separano da casa.


La canzone della clip è “Just the way you are”, di Billy Joel, dall’album “The stranger” (1977). Canzone che ha accompagnato buona parte dei miei sogni romantici di ragazzino e che solo adesso, alle soglie del cinquanta, sono riuscito a comprendere fino in fondo.