Archive for the ‘O’ Prufessore’ Category

Non ti ho lasciato nei momenti difficili, non saremmo potuti arrivare cosi lontano

sabato, settembre 16th, 2017

E così, anche il congresso nazionale della Sezione SIRM di Radiologia Toracica è andato.

E’ una sensazione che non si può descrivere: anche quando non fai più parte del consiglio direttivo, anche quando non hai contribuito alla realizzazione del congresso in nulla se non accettando l’onore graditissimo di essere uno dei relatori, stai sempre lì con l’occhio all’orologio a controllare i ritardi che si accumulano, a sondare nelle espressioni dei partecipanti l’apprezzamento e in quelle dei colleghi di sezione gli echi delle loro personali sensazioni. Quando tutto finisce e l’uditorio esce dall’aula, quando si rimane in quella irriducibile decina di persone che ci hanno messo il cuore, ecco, quello è il momento migliore. Ci si può guardare in faccia, abbracciarsi e tirare un sospiro di sollievo. Io, in più, mi sono guadagnato per la prossima e imminente discesa a Roma un graditissimo invito a cena.

Poi c’è il viaggio di ritorno in treno, la stanchezza accumulata in tre giorni di programma serratissimo, la voglia di un pò di solitudine e silenzio, di poter rimettere le dita sulla tastiera del mac con gli auricolari infilati nelle orecchie. C’è il giudizio postumo sulle presentazioni brillanti e su quelle meno entusiasmanti: a fronte della stragrande maggioranza di relatori straordinari, chissà perché, c’è ancora qualcuno che si incaponisce nel citare a macchinetta le percentuali di sensibilità e specificità e i numeri del campione statistico, insomma i dati nudi e crudi, invece di concentrare l’attenzione di chi ascolta su quei due o tre concetti essenziali che ciascuno dovrebbe portarsi a casa in cambio del prezzo del biglietto. Poi non ci si può lamentare se, tornando dal bagno e scendendo le scale del temibile emiciclo, ci si imbatte in qualcuno al cellulare che controlla la posta, guarda un incontro di boxe o gioca a sudoku.

Tuttavia, ognuno si senta libero di perdere il proprio come meglio crede. Io adesso spengo tutto, non controllerò più la posta, ascolterò una tonnellata di musica e conterò i minuti che mi separano da casa.


La canzone della clip è “Just the way you are”, di Billy Joel, dall’album “The stranger” (1977). Canzone che ha accompagnato buona parte dei miei sogni romantici di ragazzino e che solo adesso, alle soglie del cinquanta, sono riuscito a comprendere fino in fondo.

Sei il posto più lontano chiuso nella mia mano

venerdì, settembre 15th, 2017

Seconda giornata del Congresso nazionale della Sezione di Radiologia Toracica della SIRM.

Vi assicuro che l’aula Benedetto XVI dell’Università Pontificia di Roma fa la sua porca impressione: un emiciclo enorme, poderoso, che dà un’idea di solidità pari a quella dello stato a cui appartiene: quando entri la prima impressione è di essere una formica capitata per sbaglio nella sala da pranzo di una reggia. Poi ci si abitua e comincia il solito valzer congressuale: che quest’anno, devo dire, è stato particolarmente ricco.

(Inciso: devo ringraziare Vujadin Boskōv, indimenticato allenatore di calcio serbo degli anni ’90 e noto facitore di aforismi privi di articoli determinativi, per avermi accompagnato in qualità di testimonial durante la mia presentazione. Se è vero che, come lui sosteneva, che “rigore è quando arbitro fischia”, io ho solo convertito il teorema in lingua radiologica e affermato con sufficiente ardimento e davanti ad almeno trecento testimoni che “referto è quando radiologo firma”. Nonostante le più fosche previsioni, alla fine sono riuscito anche a racimolare l’applauso di prammatica e gli apprezzamenti del professor Gavelli. Per aver usato Boskōv, intendiamoci, mica per la presentazione).

(Altro inciso: ragazzi, così mi mettete in imbarazzo. Capisco che a qualcuno possa far piacere che io verghi una dedica sulla prima pagina di uno dei miei due romanzi – a proposito: leggete l’ultimo, che vi lascerà senza fiato – ma che mi fosse chiesto un autografo su un foglio di carta con l’intestazione di una casa farmaceutica, beh, è davvero la prima volta).

Ma il pezzo forte di oggi è stata la presentazione di Massimo Pistolesi, eminente pneumologo. Presentazione di elevato livello, come al solito, ma la chicca non è stata medica, piuttosto filosofica. Insomma, mentre il professore citava un famoso articolo degli anni ’60, pietra miliare del problema di cui si discettava a firma di eminenti personalità della pneumologia, dell’anatomia patologica e chissà che altre specialità dell’epoca, gli scappa detta* la frase del giorno: “All’epoca gli autori erano giovani, adesso sono famosi”.

Che, pensavo ritornando in albergo lungo la sponda del Tevere, in luoghi che mi evocano dolcissimi ricordi, è sicuramente il modo più brillante che esista di beffare la morte.


* Ho notato, nella terzultima frase del post, di aver scritto “gli scappa detto”. Temo sia un costrutto siculo, espressione evidente del fatto che comincio ad avere un numero di siciliani in reparto così consistente da influenzare il lessico generale.
** La canzone che avrei voluto associare al post è “La prima volta al mondo”, di Paola Turci, dall’album “Il secondo cuore” (2017). Non è disponibile su YouTube, per cui cercate un altro modo per ascoltarla.

Chi dice che io non posso fare tutto?

venerdì, maggio 12th, 2017

Di ritorno da Rovereto, per il solito corso radiologico di anatomia cervicale, in genere va sempre bene. O, per meglio dire, va sempre meglio di quando sono partito. Perché questo posto è magico, oltre che meraviglioso, e riserva sempre qualche sorpresa.

Una di queste è arrivata nel viaggio di andata. Voi lo sapete: a me piace viaggiare in treno perché si può dormire, leggere o scrivere, correggere all’ultimo secondo il power point o provarne i tempi per essere sicuri di non sforare, il giorno dopo, sul palco. Mi piace viaggiare in treno perché se non ho voglia di parlare mi ficco gli auricolari nelle orecchie e faccio finta di essere morto; se invece ho voglia di parlare in dieci minuti al massimo c’è già qualcuno che mi sta raccontando la storia della sua vita, e a me le storie piacciono parecchio.

A volte, però, le storie non vengono raccontate con le parole. Da Verona a Rovereto sono capitato in un regionale strapieno e sporco, evento raro per le tratte ferroviarie di questa parte d’Italia, e persino puzzolente di urina. Mi sono guardato intorno e nel vagone c’erano quasi solo extracomunitari dell’est, o almeno così mi è parso, con le loro fronti cilindriche e valigie così grandi che poteva starci dentro tutta la loro vita. Uno di loro era seduto proprio di fronte a me, corpulento, con la schiena diritta e l’espressione paziente di chi è ormai rassegnato ad attendere tempi migliori.

Ho proposto lo scenario al gruppo uozzapp dei miei compagni di scuola e loro mi hanno immediatamente cachinnato: il Gaddo ci è diventato razzista! E io invece stavo pensando a che brutte figure facciamo noi italiani, con questa gente che viene da lontano e chissà che paese moderno e nipponico si aspetta: e poi si ritrova in vagoni ferroviari che sembrano cessi pubblici.

Poi ho pensato a quanto infastiditi dovevano essere gli altri italiani seduti nello stesso vagone e mi sembrava di percepire nitidamente i loro pensieri: ecco, il vagone puzza come una fogna per colpa di tutti questi stranieri che trovano ricetto qui da noi. Senza pensare che i bagni dei treni erano luridi anche prima che crollasse il muro di Berlino, e le cicche per strada le vedo gettare per primi dagli italiani, senza peraltro alcuna distinzione di latitudine e longitudine.

A un certo punto mi sono alzato per fare una telefonata: non mi piace parlare dei fatti miei mentre disturbo persone che magari hanno solo voglia di farsi i loro, di fatti, e sono uscito dal vagone. Dopo un secondo il signore seduto davanti a me si è alzato, tutto trafelato, con il mio giubbotto in mano, mi ha seguito e mi ha detto in incerto italiano: hai dimenticato questo!

Io ho sorriso, gli ho spiegato che non avevo dimenticato nulla e gli ho detto grazie. Al telefono non mi ha risposto nessuno: sono tornato al mio posto è lui era ancora lì, seduto, con la schiena diritta e l’espressione di pazienza infinita dipinta sul viso. Per un attimo ho avuto voglia di chiedergli chi fosse, da quale paese provenisse. Hai dei figli, una moglie? Sei qui per cercare lavoro? O fuggi da luoghi così terribili che noialtri, abituati al meno peggio, nemmeno riusciamo a immaginare?

Però alla fine non ho detto nulla. Ho infilato gli auricolari nelle orecchie, acceso la musica e pensato che si, è vero, le cose in questo paese vanno male, forse siamo in troppi, forse non c’è spazio per tutti, e che forse questo mondo è davvero destinato alla perdizione. Eppure quel gesto gentile di uno sconosciuto, di corrermi dietro per un giubbotto dimenticato, almeno nell’apparenza dei fatti, ha lasciato per ore una traccia gentile nel mio cuore.

Chissà quanti italiani, ben vestiti e forse peggio educati, non avrebbero fatto una piega e si sarebbero tenuti il mio giubbotto: sperando che dentro ci fosse un cellulare buono da rivendersi al volo su subito.it, o almeno una decina di euro.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Upside down”, tratta dall’album omonimo di Jack Johnson (2006). Testo appropriato e musica adatta alla circostanza, a tempi di sorprese.

Dai finestrini passa odor di mare, diesel, merda, morte e vita

sabato, maggio 6th, 2017

Che ci crediate o no, siamo arrivati alla quinta edizione del congresso sull’Rx torace standard (la prima si tenne a Treviso, nel lontano 2013): che ormai, come dice il mio amico Luciano Cardinale, è diventato un corso itinerante nella miglior tradizione della Sezione SIRM di Radiologia Toracica. Questa volta siamo stati di stanza a Chieti, culla del torace radiologico da 40 anni, che notoriamente è il luogo al mondo meno facilmente raggiungibile con i mezzi di locomozione convenzionali: e siccome la sera del congresso avevo un impegno di importanza fondamentale ho deciso di andare in auto.

Va premesso che prima di trasferirmi all’ospedale del fiume avevo praticamente smesso di guidare, abitando a meno di dieci minuti dall’ospedale in cui lavoravo prima e muovendomi per lo più in treno o in scooter per il resto, e che comunque erano anni che non mi cimentavo in tratte così lunghe. Pazienza, mi sono detto, ascolterò musica e penserò alle mie cose, il tempo in qualche modo passerà.

Il tempo è passato, infatti, ma non come mi aspettavo. Non si è trattato di un viaggio nello spazio, no, ma quasi di un viaggio nel tempo: l’autostrada A14, mirabilmente cantata da Ligabue nella celeberrima canzone che accompagna il post, è per me un luogo di rimembranze e il viaggio di ritorno, in particolare, si è svolto in una luce limpida, dentro colori così luminosi da far sospettare che il Padreterno li avesse ipersaturati con un programma di fotoritocco. Ho viaggiato a fianco alle linee spezzate dei colli abruzzesi, all’inizio, nei luoghi in cui ho passato molte estati della mia infanzia; poi accanto al mare, che era bellissimo e sterminato come solo l’Adriatico può fingere di essere in primavera, prima che le spiagge diventino meta di turismo incontrollato; quindi dentro la campagna della bassissima padana, quella dei luoghi in cui ho studiato, passando raso a campi arati da pigri trattori rossi e cattedrali post-industriali la cui bellezza è intuibile solo di notte, quando hanno le luci accese, varcando fiumi enormi e altrettanto pigri.

A fine viaggio, quando ho letto sul cruscotto i 1077 chilometri percorsi in 24 ore, mi è quasi dispiaciuto di essere arrivato a destinazione. Non c’è nulla di meglio, se hai bisogno di riflettere sulla tua vita, di un lungo viaggio in solitaria: dopo qualche centinaio di chilometri, quando affiora la prima stanchezza, tutto appare più chiaro ed è facile comprendere che non tutto il male viene per nuocere, anche se ti fa tanto male, e non tutto il bene è davvero bene per te, quando bisogna fare i conti della serva e pagare il conto finale. E poi viaggiando ci si rende conto di quanto si è piccoli, di quanto le nostre vicende siano misere e transitorie, rispetto allo sfondo enorme del teatro in cui si svolgono, e ancora una volta si impara che non bisogna mai lambiccarsi il cervello su questioni delle quali, tra qualche anno, nemmeno più ci si ricorderà. Io sono un medico, e so benissimo che il miglior medico di tutti è il tempo. Dategli tempo, al tempo, e tutto si sistemerà. In qualche modo, piuttosto contorto, che magari prima nemmeno immaginavate.

Quanto al congresso, beh, chi di voi fa per mestiere il radiologo sa di cosa parlo: il gruppo della toracica è unico, vederci per un congresso non è più solo una questione accademica ma una gioia personale. E quanto all’arrivo a casa, beh, lì ho trovato degli amici che solo pochi mesi fa non avrei mai immaginato di incontrare. Perché la vita toglie, ma poi in cambio ti restituisce un compenso. E magari il compenso è doppio, perché di quello che ti ha tolto forse non avevi nemmeno così tanto bisogno.


La canzone della clip è “Urlando contro il cielo”, di Ligabue, dall’album “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn” del 1991. Un particolare ringraziamento va anche, in ordine sparso, a: Fabrizio Moro per “Portami via”, Jovanotti per “Innamorato”, De Gregori per la più bella canzone italiana di tutti i tempi, “Atlantide”, Fiorella Mannoia per la versione live de “La cura”, Franco Battiato per tutto quello che ha scritto in tutti questi anni, Mario Venuti per “Lasciati amare”, Gino Paoli per “Senza fine”, Carmen Consoli per il fatto stesso di esistere e altri che al momento non mi sovvengono. Spotify durante il viaggio mi ha suggerito un daily mix eccezionale e non ho fatto che cantare a squarciagola per tutto il tempo. Salvo ritrovarmi con poca voce (corde vocali già sinistrate di loro dal solito reflusso gastro-esofageo) sia al congresso che, la sera stessa, nel luogo in cui dovevo suonare e cantare. Ma pazienza, in qualche modo l’ho sfangata sia a Chieti che a Treviso.

Caso quiz: occhio alla spugna (soluzione)

mercoledì, marzo 15th, 2017

Questa volta non mi avete dato soddisfazione: l’unica a rispondere, e per altro ad azzeccare la diagnosi, è stata la solita Stefania (la quale, che vi devo dire, ammesso e non concesso che io sia il maestro, pavento mi abbia superato).

Tuttavia non mi tiro indietro e cerco di analizzare con voi le radiografie. Ricordatevi solo che la Paziente è quasi centenaria, ha un addome acuto che in persone di questa età è difficile da caratterizzare sulla base del solo esame obiettivo e ha vomito caffeano (il che, se non altro, è una spia di un problema abbastanza serio).

Partiamo dunque dalla proiezione principale: la quale, non smetterò mai di ripeterlo, non è quella a Paziente eretto ma quella a Paziente supino.

In rosso: il colon-retto. Con quell’aspetto radiografico che in una Scuola a me limitrofa chiamano, con un terribile eufemismo, “marezzato”. Il quale implica una sola cosa: che nella cornice colica, come peraltro è giusto che sia, stazionano feci. Il problema, in questo caso, è quanto marezzato sia quel colon: e qui entriamo in un campo minato perché, che io sappia, nessuno ha mai codificato il segno di cui sto per parlarvi. Il colon, lo sapete tutti, serve a riassorbire acqua e altre sostanze dal contenuto enterico che vi afferisce tramite valvola ileo-ciecale: le austrae in condizioni fisiologiche si contraggono e formano delle concamerazioni quasi ermetiche, a elevata pressione interna, dove i liquidi sono riassorbiti e le feci diventano, come dice il vecchio medico saggio, formate (cioè solide). Non è normale, invece, la situazione in cui, per problemi colici o comunque addominali che comportino sofferenza del colon, tale riassorbimento venga meno o prevalga una secrezione patologica da parte della mucosa colica sede di flogosi di varia natura. In queste circostanze le feci di stanza nel colon si comportano più o meno come una spugna che entra in contatto con l’acqua: si gonfiano e assumono quell’aspetto schiumoso che è ben visibile radiograficamente. Io l’ho chiamato, in assenza di altre idee migliori, segno delle feci spugnose: indica che nell’addome che avete davanti c’è un problema acuto, che coinvolge l’ileo, il colon o entrambi. Se vi vengono in mente denominazioni più adeguate, fatemelo sapere.

In verde: il digiuno è ipertonico, con una bella ipertrofia circolare delle pliche conniventi. Il che vuol dire che le anse del tenue prossimale leggono un’ostruzione al transito del contenuto enterico più a valle e reagiscono di conseguenza, cercando di vincerla. Tenete sempre a mente una verità inconfutabile: l’intestino è stupido. A lui non interessa perché il transito del contenuto enterico si arresti. Che si tratti di un’occlusione organica, da corpo estraneo, da compressione ab estrinseco, da ileo paralitico, lui ha sempre la stessa reazione: si dilata e contrae il tratto a monte, quello non (ancora) coinvolto dalla patologia, per spingere ancora di più; e lo fa contraendo la muscolaris mucosae con il risultato di pliche conniventi a tutto spessore, sottili, lisce, ipertoniche. Il cosiddetto pattern a molla dell’ileo occlusivo.

In blu: lo stomaco. Che, sarò sincero, a una prima occhiata dava l’idea di aria libera; il che, sempre a una prima occhiata, sembrava confermata anche dalla proiezione tangenziale qui di seguito riportata.

Ma quella, indicata dalle frecce ancora una volta blu, non è aria libera: per distribuzione, soprattutto, che non è propriamente antideclive come ci aspetteremmo, e per la morfologia triangolariforme che non somiglia poi molto al celeberrimo segno cosiddetto del tanga.

In giallo, sempre nella radiografia antero-posteriore, il piatto forte. Che ci fa nei quadranti addominali inferiori, centralmente, quel groviglio di anse dilatate, impacchettate, con un pattern che non è né quello ipertonico dell’ileo occlusivo né quello ipotonico dell’ileo paralitico e un contenuto che, altrettanto maldestramente (dunque non fatelo mai), potremmo definire ancora marezzato? E perché quelle stesse anse, in proiezione tangenziale, sono perfettamente circolari?

Le anse hanno quell’aspetto lì perché hanno perso il loro tono normale (e difatti non c’è traccia di valvole conniventi), come accade nell’ileo paralitico. E proprio perché non hanno tono parietale il loro contenuto patologico le riempie allo stesso modo, questa ascoltatela bene perché è illuminante, in cui il macellaio riempie di carne il budello animale quando prepara il salame: che, non a caso, quando lo affettate ha una sezione circolare. Radiograficamente, questo si chiama paradossalmente segno del salsicciotto: si genera quando l’ansa atonica si riempie di materiale poltaceo, frutto di degradazione degli strati parietali, e sangue, perdendo la naturale trasparenza aerea che in genere la contraddistingue. Insomma, ci siamo già capiti.  Ma l’elemento risolutivo è un altro, e taglia la testa a qualsiasi altra possibile diagnosi differenziale.

La vedete quella radiotrasparenza ramificata sull’opacità epatica? Quella è pneumatosi portale e, in una Paziente di quel tipo, è segno inequivocabile della diagnosi finale: infarto intestinale.

Il tutto è confermato, ma non ce n’era bisogno, dalla TC richiesta a completamento diagnostico.

La prima scansione conferma la pneumatosi portale.

La seconda e la terza mostrano le anse infartuate: sono ripiene di materiale poltaceo e hanno aria non solo in sede antideclive, dove ce lo aspetteremmo, ma anche in sede declive: quella è pneumatosi parietale, che si crea quando l’aria luminale dell’intestino penetra negli strati degradati della parete intestinale e da qui, alla fine, raggiunge il circolo portale.

La quarta e la quinta sono una riformattazione coronale con finestra per polmone: e dimostrano meglio di tutte le mie parole il pattern radiografico sul quale ci siamo dilungati finora.

 

Tutto questo per dire che a volte non serve cercare conferme TC quando il pattern radiografico è chiaro come il sole; e, anzi, in Pazienti meno compromessi della povera bisnonnina quasi centenaria incaponirsi a richiedere una TC può comportare inutile e pericolosa perdita di tempo. Ancora una volta, e spero che questo messaggio prima o poi passi, la proiezione più importante non è quella tangenziale (o, con paziente collaborante, quella in piedi): i livelli idro-aerei spesso hanno il solo e povero valore della conferma diagnostica, che nasce da ben altre considerazioni.