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Rx torace AAA (risposta a Matteo)

sabato, 30 marzo 2013

Matteo mi costringe, mio malgrado, a una risposta articolata al suo post. Cominciando dal numero dei presenti: 238 partecipanti registrati e un corredo di imbucati, a vario titolo, che mi sono valsi il rimprovero bonario della bibliotecaria perché oltre il limite della capienza massima, giustamente, ci sono dei rischi di sicurezza che non possono essere trascurati. Ma ormai tant’è, cosa fatta capo ha e nel mentre abbiamo pure imparato una lezione importante: l’essenziale, a prescindere da tutto il resto, sono i contenuti e chi li esprime. Il parterre radiologico era straordinario, gli argomenti sono stati trattati in modo straordinario, e secondo me chi ha speso i soldi (pochi, tutto sommato, al netto della trasferta) per iscriversi ha fatto un buon investimento.

La mia prima considerazione riguarda le parole del professor Marano. Il quale, nonostante sia da tempo fuori dai giochi, e proprio in virtù dell’esperienza e competenza che tutti gli riconosciamo, ha puntato il dito sul problema nodale non solo della Radiologia, non solo della Medicina, ma di tutto il mondo culturale italiano attuale: l’importanza degli investimenti sull’educazione e il riconoscimento del merito professionale. Due concetti che in questo paese non fanno comodo a nessuno, avvezzi come siamo a conseguire in nostri fini per vie traverse passanti per consanguineità di vario genere e grado, fratellanze e amicizie oblique, appartenenze politiche e tutto quanto di più deteriore ci ha condotto nel baratro in cui stagniamo da anni. A fronte delle pastoie burocratiche in cui ci si dibatte, anche in ambito societario SIRM, il professore ha chiarito la questione da un punto di vista che, per la sua modernità, ha fatto arrossire di vergogna tutti quelli in sala che, me compreso, avevano quarant’anni meno di lui.

Seconda considerazione: io, e parlo per me, non ho fatto vedere immagini TC salvo quella, esplicativa in termini puramente teorici, del lobulo secondario (e poffarbacco!). E’ stata una scelta precisa: non volevo che i miei ragionamenti, improntati a una logica clinica e non meramente radiologica, dovessero per forza godere dell’avvallo ufficiale di tecnologie di secondo livello. Ma non è che gli altri abbiano avuto torto: semplicemente, a differenza dei nostri padri e nonni abbiamo a disposizione uno strumento potente (la TC) che ci consente di capire meglio il radiogramma del torace e che dobbiamo, assolutamente dobbiamo, imparare a usare per crescere anche sul versante radiologico tradizionale. Se i radiologi facessero uno sforzo speculativo di comparazione tra l’Rx torace e la TC corrispondente, imparerebbero in breve tempo e grande soddisfazione tutto quello che il giorno del congresso si è spiegato con tanta dovizia di particolari.

Terza considerazione. Il radiogramma standard andrebbe usato per quello che può dare: che è tanto, beninteso, ma non va confuso con le potenzialità di una esame di secondo livello come la TC. Come dico spesso, già sarebbe tanto che un radiologo riuscisse ad affermare con sufficiente risolutezza: questo torace è negativo, e molti problemi di richieste superflue di TC sarebbero risolti. Certo, se nel referto di due toraci standard su tre si legge “rinforzo del disegno polmonare” il clinico è autorizzato a chiedere la TC, eccome: fosse anche solo per pararsi il culo di rimbalzo, che peraltro trattasi dello sport medico più in voga in questo periodo di crisi italica. Insomma, dice che c’è la crisi e che bisogna razionalizzare le risorse. Il radiogramma standard del torace rimane a tutt’oggi la prestazione che da sola costituisce un buon terzo del lavoro annuale di un radiologo medio, è uno dei fondamentali che qualunque specializzando dovrebbe imparare al primo anno di corso e non si può refertarlo alla carlona. Anche perché refertarlo alla carlone, come accennavo, conduce a una richiesta spropositata di prestazioni di secondo livello: che sono costose sia per la struttura sanitaria che per il paziente, e dunque andrebbero limitate il più possibile.

Quarta (e ultima) considerazione. Se soltanto dieci dei 238 e passa radiologi presenti e futuribili che hanno presenziato ai lavori congressuali si porranno qualche problema di refertazione e cercheranno di migliorare i propri standard, beh, io mi potrò ritenere soddisfatto. Lo dico sempre agli specializzandi: non vi accontentate della pappa pronta, mettete in discussione i dogmi che vi vengono insegnati e tirate fuori il vostro dagli schemi preconfezionati che vigono in ogni Scuola di Specialità. Il bello è che questo lavoro può essere compiuto anche da specialisti: costa più tempo e fatica ma accidenti, se da soddisfazioni.

Ancora sulla comunicazione: in che modo il fallimento della politica potrà aiutare i radiologi

domenica, 3 marzo 2013

Queste ultime elezioni politiche dovrebbero rappresentare per tutti, anche per noi radiologi, una lezione magistrale. Perché ormai sembra ufficiale: le modalità della comunicazione sono cambiate, i modelli adoperati finora sono obsoleti e occorre, se non inventarsi qualcosa di nuovo, quantomeno adattarsi ai nuovi schemi che negli ultimi anni chiunque frequenti internet ha imparato a riconoscere.

A non volerci riconoscere altro, sperando che l’altro siano pure paranoie parapolitiche da deluso cronico, resteranno nella memoria collettiva alcune immagini esemplificative. Tipo: Bersani con la faccia torva che sul palco della conferenza stampa mette e toglie gli occhiali un centinaio di volte al minuto, dopo aver dissipato un vantaggio inestimabile per pura incapacità non solo di cedere il passo al cavallo vincente, ma anche di comunicare al prossimo una parvenza di idea intelligibile. Un improbabile Monti che gioca sul tappeto di casa con i nipotini, con la bocca così sottile che (come ha chiosato qualcuno) sembra la fessura di un bancomat. Ingroia, così poco comunicativo che Crozza, imitandolo, sembrava più autentico dell’originale. Persino Berlusconi, permettetemi l’ardita analisi controcorrente, ha comunicato male: sebbene sia stato capace, a prescindere da qualunque altra considerazione personale politica o etica, di una impresa epica. Certo, recuperare un gap percentuale spaventoso a mani nude, da solo e contro il manipolo di inetti imbecilli che lo circondano, è stata un’impresa che passerà alla storia: ma rimane il fatto che il Berlusca ha adoperato mirabilmente meccanismi comunicativi arcaici e li ha veicolati per il solo tramite del mezzo di comunicazione più obsoleto, ossia la televisione. I punti percentuali alla fine li ha recuperati, certo, ma li ha recuperati da quella fetta di elettorato che guarda ancora la televisione ritenendola un veicolo affidabile di informazione: di certo non la futura classe dirigente del paese. E’ questo il motivo per cui il suo sforzo risulterà sterile anche sulla breve distanza: Grillo ha fatto molto meglio non solo senza usare il mezzo televisivo, ma addirittura in polemica evidente con esso.

Tornando a bomba, la lezione vale anche per noi radiologi. Che maneggiamo l’avanguardia tecnologica della medicina e commettiamo gli stessi errori dei politici di professione: sovente non siamo culturalmente adeguati al nostro ruolo e, se lo siamo, non riusciamo a comunicare in modo adeguato le conclusioni che ci consente la nostra visione privilegiata del problema. Quando uno di noi sale sul palco di un congresso la tendenza purtroppo è sempre la stessa: pontificare. Tipo: Questo è il problema, questa la spiegazione, quest’altra la soluzione. E le cose stanno così perché sono io a dirlo, dunque non è previsto il diritto di replica.

Purtroppo il sistema fondato sull’associazione materiali-metodi, analisi dei dati, discussione e conclusioni va ancora bene se stiamo scrivendo un articolo scientifico sulla novità scientifica dell’anno; ma se stiamo cercando di divulgare, di trasferire all’uditorio la nostra personale esperienza sull’argomento, il sistema è fallimentare perché si fonda su premesse concettuali che risalgono a metà del secolo scorso, quando le fonti di informazioni erano poche e selezionate. Oggi, nel terzo millennio, le persone hanno accesso libero alle informazioni: dunque il problema di base non è come procacciarsi le informazioni, ma come metterle insieme.

Ed è questo che ci viene chiesto da chi spende soldi e tempo per venirci ad ascoltare, magari dall’altro capo del Paese. Chi ci ascolta cerca la condivisione non delle informazioni che possediamo, quelle può trovarle ovunque, ma del metodo che usiamo per combinarle e trarne strumenti utili nel quotidiano lavorativo. Il livello culturale dei radiologi italiani non è così disomogeneo come potrebbe sembrare a una prima analisi: quello che fa la differenza tra i professionisti è la capacità di ricombinare le informazioni, ribaltare i punti di vista, individuare uno schema universale partendo dal particolare in cui lavora ogni giorno e metterlo alla prova con spietata lucidità, fino a che regge il colpo dell’analisi.

I soldi stanno finendo anche in ambito medico: basta dare un’occhiata in giro per rendersi conto che l’offerta in ambito formativo è nettamente inferiore rispetto a qualche anno fa. In questo senso, così come viene espressa in lingua giapponese, la crisi rappresenta davvero al tempo stesso pericolo e opportunità. Il pericolo è che molti di noi perdano il privilegio del palcoscenico; l’opportunità è che questo privilegio rimanga solo ai più meritevoli. In questo la crisi potrà agire in direzione opposta rispetto alla politica: la quale, che si tratti delle sorti del Paese o di quelle della Radiologia, agisce secondo i meccanismi antimeritocratici che della politica nostrana sono da sempre l’elemento fondamentale.

Mali moris

domenica, 24 febbraio 2013

La foto che introduce il post, e che vi consiglio di leggere cliccandoci sopra, è un jpeg dell’articolo di fondo del numero 7-2006 di Disfagia.

L’articolo introduce il problema di cui oggi avrei intenzione di parlare, ossia: in quanto radiologi, come bisogna comunicare al Paziente un reperto patologico? In modo chiaro e con un linguaggio scientifico che sia intelligibile a chi ha richiesto la nostra consulenza, anche a rischio che il Paziente si terrorizzi per la spietatezza della nostra terminologia, o in modo oscuro e poco intelligibile allo scopo un po’ di proteggerlo dalle sue stesse reazioni e un po’, diciamolo pure senza vergogna, di pararci il sedere?

In questo ambito, per esempio, la definizione “mali moris” è straordinaria perché, anche in qualità di sintesi del nostro processo mentale clinico-diagnostico, si pone al di fuori di qualsiasi insieme di elementi della refertazione. Un reperto mali moris, per definizione, non è quantificabile e non gode nemmeno dell’immunità parlamentare che spetta alle altre terminologie più o meno oscure che tentano di qualificare ciò che il radiologo osserva (lesione discariocinetica, processo eteroformativo e analoghe amenità).

Quando si usa mali moris, riferito a un reperto radiologico, non si sta descrivendo o quantificando il problema: si sta dicendo, nella terminologia astrusa che è propria di certa antica Radiologia, che non importa quale sia il problema e di che grado la sua gravità. Ciò che emerge, oltre il tentativo di caratterizzarlo, è solo che quel problema ammazzerà il paziente ma che non sarà di certo il radiologo a prendersi la briga di avvisarlo di ciò. Mali moris, in definitiva, non esprime un concetto radiologico e (di conseguenza) medico: è piuttosto una sentenza inappellabile non sulla malattia, ma sul paziente stesso.

E allora? La soluzione, sulla carta, è semplice: il referto radiologico ha la stessa valenza di qualunque altra consulenza vergata su foglio di carta (o supporto informatico, o quel diavolo che volete voi) e come tale andrebbe trattata. Quando il paziente esegue un’indagine radiologica, di qualunque tipo, è perché un clinico ha ritenuto che quell’indagine potesse condurre a conferma del suo sospetto diagnostico e/o influenzare le sue scelte terapeutiche. Il radiologo riceve un quesito specifico, espresso da una richiesta compilata con terminologia tecnica (si spera, anche se spesso vengono dubbi sulla liceità della laurea del diretto interlocutore: non vorrei mai dover leggere, come a volte capita su certe richieste, ecografia addome per mal di pancia), e deve fornire una risposta precisa: mali moris, per esempio, non lo è. Una risposta precisa è quella fornita con terminologia altrettanto tecnica, usando parametri condivisi e riconosciuti internazionalmente. Che il paziente, per definizione, e nonostante i casini che può combinare improvvisandosi segugio su internet, non può comprendere fino in fondo.

Insomma, io è anni che sostengo una posizione ferma: il referto radiologico non è per il paziente ma per il medico che ha proposto l’esame. E allora le possibilità in pratica sono due, non altre: o il referto (come accade in Scandinavia, per dire) finisce direttamente al medico proponente, e il compito di informare correttamente il paziente spetterà a lui, o finisce nelle mani paziente stesso, come in Italia, e allora cominciano i guai. Però in teoria esisterebbe anche una terza possibilità: il referto viene emanato dal Reparto di Radiologia e finisce nelle mani del paziente. Il paziente ha il diritto di chiedere lumi al radiologo che ha refertato l’esame? Certo che si, in qualità di consulente: equivarrebbe a porre sugli altari la Radiologia Clinica e a ripristinare quel rapprto medico-paziente del quale tutti i radiologi che contano lamentano la scarsa qualità.

Però, poiché c’è sempre un però, il radiologo dovrebbe avere spazi e tempi dedicati alla bisogna: perché mica si può interrompere dieci volte il lavoro e discutere con pazienti preoccupati in mezzo ai corridoi di reparto. Ma spazi e tempi dedicati terrorizzano a morte primari e amministratori: perché sembra che quel tempo sia perduto e non impiegato correttamente e perché, diciamocelo pure chiaramente, pare che l’unico indicatore del buon servizio in Radiologia oggi come oggi siano la brevità delle liste di attesa e la quantità di prestazioni erogate. Che quelle prestazioni siano qualitativamente indecenti non frega niente a nessuno, e altrettanto dicasi del rapporto radiologo-paziente.

Insomma, il cane si morde la coda: e se la morderà sempre di più perché di questi tempi non c’è altro da mangiare. Per cui buone indagini solitarie su Internet, e che il ciel vi aiuti.

Tutto quello che avreste voluto sapere sull’Rx torace standard e non avete mai osato chiedere

domenica, 17 febbraio 2013

Che è il titolo del prossimo congresso organizzato dal sottoscritto, nonché l’esordio dei lavori del nuovo Consiglio Direttivo della Sezione di Radiologica Toracica SIRM. Lo so che sembra un argomento desueto e in netta controtendenza rispetto a quello che si fa ultimanente in giro, ma vi assicuro che l’argomento ha un suo perché: e se mi seguite da qualche tempo sapete a cosa mi riferisco.

 

 

Per cui perdonatemi l’autopubblicità sul blog ma questo è un evento a cui tengo tantissimo. E se date una scorsa ai relatori vi accorgerete che il parterre è di primo livello. Insomma, ci vediamo a Treviso.

 

La migliore risposta è di Ciacco

venerdì, 25 gennaio 2013

Ho conversato di recente con un mio caro amico che da anni vive all’estero. Lui mi ha posto una domanda difficile; e io non ho trovato modo migliore di rispondergli che questo: un divertissement  su un passo che ho sempre molto amato della Divina Commedia.

Se avete voglia di leggerlo, anche se con la Radiologia c’entra come il cavolo a merenda, cliccate qui.