Archive for the ‘O’ Prufessore’ Category

Ci sono parole che potrei usare, ma ho paura di dirle (cronache dal congressone #4)

sabato, settembre 17th, 2016

https://youtu.be/ONqQ6b2v_GM

L’aspetto sorprendente della sessione più importante del giorno, quella che parlava del radiologo “invisibile”, è che i radiologi alla fine sono stati invisibili sul serio: aula grande e poca affluenza, specialmente da parte della popolazione congressuale più giovane. Che peraltro partiva dall’idea espressa in un editoriale scritto a quattro mani con Gianni Morana, pubblicato sul giornale di categoria e che volendo potete rileggere qui.

(Inciso: brutti disgraziati di specializzandi o neospecialisti, lo so che tanto contavate di leggere il riassunto sul blog, ma questa sessione era pensata per voialtri. Noi di una certa età abbiamo già il cammino segnato ma voi no, qualcosa per voi può ancora cambiare in meglio ma bisogna che prima ve ne rendiate conto. Oggi era una di quelle occasioni: e invece avete fatto fare una figura barbina a tutti davanti a un giornalista della carta stampata che adesso andrà in giro a dire che alla sessione c’erano due gatti)
(Secondo inciso: c’erano due Presidenti SIRM, è vero, ma è stata piuttosto imbarazzante anche l’assenza di altre figure istituzionali. E poi ci lamentiamo dei giovani)

E pensare che il Presidente Siani, dopo l’introduzione di Gianni Morana, era partito alla grande chiedendo all’uditorio: ma non è che per caso ci ha fatto comodo , a noi radiologi, restare invisibili? Che si lavori nel pubblico o nel privato, l’invisibilità garantisce meno rotture di scatole al punto che il pubblico confonde le potenzialità dell’apparecchiatura radiologica con quelle del radiologo che referterà l’esame, e lì prende la cantonata del secolo. E anche per quanto riguarda la scelta dell’esame più appropriato, che buon senso vuole venga effettuata dal radiologo e non da un clinico che nemmeno sa in cosa consista l’esame, siamo proprio sicuri che i radiologi lo vogliano veramente? Domanda legittima: perché l’assunzione di responsabilità comporta impegno, e l’impegno è notoriamente faticoso.

La patata bollente è però rimasta in mano a Roberto Maroldi, a cui viene fatta la seguente domanda: come li formiamo questi nuovi radiologi, allo scopo di proteggere la categoria dal disastro? Sarò breve: il professore ha detto tante cose, e come al solito più che un semplice intervento ha concepito una piattaforma programmatica di grande complessità intellettuale, ma il concetto fondamentale resta sempre lo stesso. Inutile parlare di percorsi che insegnino la corretta comunicazione con tutti, colleghi e pazienti, se poi alla fine il nostro lavoro non torna utile a qualcuno e il punto davvero critico non torna a essere la reale competenza del radiologo.

(qualcuno di cui tacerò il nome, nelle prime file, a questo punto ha le palpebre pesanti ma riesce stoicamente a resistere sbattendo le medesime con un incredibile ritmo da samba)

Io penso di essere esagerato, quando suggerisco ai miei colleghi di essere parecchio esaustivi nel descrivere sul referto le indicazioni all’esame, ma devo dire che come al solito Maroldi è su un altro livello: e per umiliarci ha mostrato un referto del suo istituto in cui le indicazioni occupavano metà pagina e la tecnica di esame un altro terzo. Esagerato, dice qualcuno. E invece no, perché se vogliamo difendere la centralità della clinica nella professione radiologica bisogna che nel referto si parli di clinica, e non ci si limiti a mostre fotografiche degne della fiera dove si è svolto il congressone ma del tutto inutili all’unico fine che il referto riveste, ossia di comunicare conclusioni utili a qualcuno.

A questo punto la palla è passata al giornalista, Vicinanza (nome quantomai opportuno, visto il tema della tavola rotonda), il quale ha raccontato una sua personale esperienza ospedaliera in cui, condotto nel reparto di Radiologia, ha avuto la sensazione sgradevole del contatto con macchine e non con uomini: il che, se ci pensate bene, è proprio il limite fisico della nostra invisibilità professionale. Carmelo Privitera, il nuovo Presidente SIRM, si è detto addolorato e ha espresso un concetto basico sul quale sinceramente non avevo mai riflettuto: siccome non esistono e non posso esistere radiologi in grado di occuparsi di tutto lo scibile medico, c’è bisogno soprattutto di una visibilità di gruppo. Concetto notevole sul quale mi riservo di esprimere riflessioni personali, ma non prima di averlo digerito come merita. Perché sento a istinto che sotto le parole di Privitera si nasconde qualcosa di molto buono, ma devo capire in che modo questo buono può essere portato alla luce senza far danni.

(Il giornalista chiude il suo intervento dicendo: è molto faticoso raccogliere il dolore degli altri. Non hai neanche idea, giornalista, di quanto sia faticoso. Di quanto snervi i medici, anche quelli più corazzati. Di quanto sarebbe necessario il supporto di uno psicologo ospedaliero, dedicato unicamente ai medici)

La sorpresa del giorno è però rappresentata dal Direttore Generale di una regione non lontana, il quale ha parlato criticamente di come negli ultimi anni si sia realizzata una aziendalizzazione della sanità piuttosto “casereccia” e tutta fondata sui numeri, mentre adesso l’orientamento è verso l’appropriatezza: parole di conforto dopo che due anni fa un suo collega aveva usato tono differenti e abbastanza bellicosi (potete ricordare il tutto cliccando qui). Il decisore ha posto un quesito semplice e complesso al tempo stesso: chi legittima il ruolo del radiologo? Beh, direte voi… porca miseria, ma a noi chi cavolo ci legittima? Il paziente o i colleghi che richiedono al nostro servizio prestazioni radiologiche? L’idea di base, condivisibile, è di recuperare prima il rapporto con il clinico, poi quello con i pazienti: anche perché le due cose sembrano in relazione reciproca molto stretta. Ma quando Gianni Morana ha chiesto se una santa alleanza tra medici e amministratori potrebbe ridurre il gap con i pazienti il DG ha sbottato: Beh, se siamo ancora a questo punto qui stiamo inguaiati! E invece no, è proprio a questo punto che siamo: e le amministrazioni farebbero bene a riflettere sull’evidenza che più tempo per i pazienti significherebbe in automatico anche meno contenziosi, liti e richieste di risarcimento. Un po’ di numeri in meno, forse, per una medicina qualitativamente migliore e con cittadini meno indemoniati verso ospedali e istituzioni.

Ma il DG a quanto pare sa di cosa parla, e chiosa la metafora del parrucchiere con quella del meccanico: se mi si rompe l’automobile io cerco il meccanico bravo, non il primo che trovo. Il quale magari mi costa anche meno, ma il suo lavoro è meno accurato e sulla lunga distanza avrò pagato di più. Ecco, questa è la morale della tavola rotonda di oggi: impegnatevi, ragazzi, perché altrimenti sarà più semplice affidare il lavoro a uno più bravo di voi. O, peggio ancora, scegliere il meccanico più economico.

(e grazie, Gianni)


La canzone della clip è “Invisible”, di Alison Moyet: per un bel tuffo tutti insieme nel bel mezzo degli anni ottanta, invisibili come la cantante pop delusa in amore e noialtri radiologi da trincea.

Sogni, è lì che devo andare (cronache dal Congressone #3)

venerdì, settembre 16th, 2016

Non ci si becca mai, nella vita, questo ormai è chiaro agli ottimisti più accaniti come il sottoscritto. Appena ieri ho prodotto le mie geremiadi sul caldo furioso napoletano, poi stamattina mi sono svegliato con il solito mal di testa, fuori c’era il sole e ho pensato: mica ci rimarrà male qualcuno se una volta tanto non vado a esporre una presentazione ufficiale in giacca e cravatta? Certo che nessuno ci rimarrà male: per cui ho fatto la doccia, infilato un pantalone e una polo e sono uscito. Dieci minuti dopo essere entrato in Fiera d’Oltremare è venuta giù una pioggia torrenziale e il condizionamento congressuale è stato pompato a mille, grazie probabilmente alle lamentele dei cretini del giorno prima come me. Morale: a un certo punto, mentre parlavo, c’era talmente gelo nella sala interattiva da quattrocento posti che ho cominciato a perdere la voce e, giuro, a battere i denti. Ho chiesto scusa all’uditorio e cercato in qualche modo di tirare la fine del discorso: una volta tanto, giuro anche questo, non era la solita ansia da prestazione di fronte al Maestro ma vero, autentico freddo polare.

Espletato l’obbligo formale, la giornata per il resto è scivolata via tranquilla. Prima del panino napoletano e della birra in buona compagnia ho rivisto due care colleghe di specialità, di quelle che non vedevo da tempo immemore, e ancora una volta ho riflettuto sulle opportunità recondite del Congressone: che ha il pregio, tra gli altri, di rimetterti in linea con il tuo passato. Di farti ricordare da dove vieni, chi eri prima di infilarti giacca e cravatta (non oggi, tuttavia, ma l’avessi fatto) e salire su un palco a dire la tua. E di aggiornarti sul destino degli altri compagni di viaggio: che non è mai migliore o peggiore del tuo, come qualcuno può credere. Solo diverso, espressione dei sogni che ciascuno di noi ha formulato, della capacità di realizzarli e della fortuna di esserci riusciti.

Perché ormai lo sapete anche voi: il punto nodale è la fortuna. E quella, come la felicità, e a differenza di altro, non la puoi davvero comprare.


La canzone della clip è “Not over you”, di Gavin DeGraw, tratta dall’album “Sweeter” del 2011.

Non è bello per te sapere che hai un amico? (Cronache dal Congressone 2016 #2)

giovedì, settembre 15th, 2016

Archiviata la prima giornata congressuale, peraltro con un certo affanno. Perché dice: è settembre, siamo a Napoli fronte mare, vuoi che faccia caldo? Errore: non solo fa caldo, qua letteralmente si schiatta. E alcune aree della Fiera d’Oltremare, in particolare un padiglione della mostra tecnica, non erano climatizzate per un guasto delle macchine: ho visto con i miei occhi poveri cristi, collaboratori di note industrie dell’imaging, che rantolavano sudando come maratoneti al quarantesimo chilometro nelle loro giacche e cravatte coatte (nel senso che per una questione di immagine non potevano toglierle, la giacca e la cravatta, non che fossero coatte come gusto).

Ma pazienza, per quanto caldo faccia non può essere peggio di Verona 2010 o Firenze 2014, dunque tiriamo avanti che al mondo c’è di peggio: per esempio, c’è gente che nel mentre è rimasta a lavorare. In compenso ho praticamente aperto il Congressone con una moderazione sulle tumefazioni del collo in età pediatrica iniziata alle ore 11, e subito dopo mi sono precipitato in aula Positano a tenere la mia presentazione sulle interstiziopatie cistiche. L’aula Positano era poco più grande di un’aula scolastica e mi ha fatto un po’ specie vedere tutte quelle persone sedute a terra o accalcate all’uscita, mezze dentro e mezze fuori; ma al contempo gli spazi ristretti non mi hanno privato dello spettacolo, per me finora ancora inedito, di una personalità piuttosto pletorica del mondo radiologico italiano che ha messo la testa dentro per un secondo, visto mezza diapositiva e poi è uscito scuotendo la testa, come se avesse appena ascoltato eresie degne della santa inquisizione. Il mondo è bello perché vario, dice il proverbio; o perché avariato, come invece sosteneva più sarcasticamente Ennio Flaiano (e anche io).

Infine, ma lo sapevate già, non mi sono voluto perdere l’incontro con i giovani radiologi: un po’ perché parlava gente che bisogna ascoltare, un po’ perché il destino di voi giovanotti mi sta assai a cuore. Non sono stati espressi concetti nuovi, intendiamoci, ma d’altronde la situazione è quella che è e può solo essere puntualizzata: la crisi della Medicina coinvolge anche la Radiologia, noi continuiamo a essere il primo paese al mondo per numero di risonanze magnetiche/abitante, ci viene chiesto sempre di più a sempre meno e c’è una pletora di figuri, non solo medici, che a quanto pare non ambiscono che a levarci la sedia da sotto il culo (in questo supportati da altri figuri di livello più elevato che immaginano, assai ottimisticamente, scenari fantascientifici in cui il lavoro del radiologo potrà essere svolto a costi da calzaturificio bengalese dai primi figuri di cui sopra. E chi se ne fotte della qualità del lavoro, aggiungo io). Per cui l’appello di Corrado Bibbolino, che si è autodefinito molto simpaticamente “braccio armato” del mondo radiologico italiano, cade a proposito: anche io sono convinto che l’ultima difesa che ci resta è la solidarietà di categoria, o per dirla in italiano più scorrevole la forza sindacale che possiamo mettere insieme (Corrado dice anche che sono ormai precipitato in un delirio di onnipotenza: qualcuno mi difenda pubblicamente, e gli faccia notare che nonostante sia nato il 25 dicembre non ho ancora imparato a camminare sull’acqua. Salvo a Jesolo, quando c’è la bassissima marea). Come ha infine chiosato Corrado, e che il ciel lo ascolti: no pasaran!

Ma il colpo di grazia ce l’ha dato il professor Grassi: il quale ha esordito mostrando una fotografia minatoria di Veronesi che promette a tutti quello che non si può promettere, e cioè che con la risonanza magnetica è possibile vedere tumori di pochi millimetri in tutto il corpo umano, e ci ha gettato nel panico più totale perché invece noi radiologi non ne siamo capaci (chissà, forse altri figuri ci riusciranno al posto nostro, a metà stipendio, e noi ancora non lo sappiamo). E’ stato interessante sul serio, invece, la riflessione sui posti di lavoro e sulla programmazione dei neospecialisti: se è vero che tra qualche anno avremo più pensionamenti che nuovi specialisti, forse è il caso di pensarci per tempo. O forse no, perché il numero dei cosiddetti “delegati per attività pratica”, terminologia tecnica per indicare il personale di supporto, è cresciuto a dismisura costringendo alcune categorie, cito sempre il professore, a dare un “colpo di freno a mano” per ridurre il numero dei disoccupati delle loro relative categorie. Non so come la vedete voi, ma a me sembra davvero un gran casino in cui ognuno si muove per conto proprio, come se non fossimo tutti collegati e votati a un fine comune, e questa non mi pare una bella cosa.

Per chiudere due ultimi spunti: glisso sul primo, perché non so dove si troveranno i soldi necessari a istituire la figura dell’infermiere di famiglia da affiancare al medico omonimo (progetto a quanto pare in fieri), il quale peraltro non vuole più essere chiamato in siffatta guisa ma pretende la denominazione più tecnica di medico di medicina generale, e punto diritto al secondo. Il professor Grassi ha detto una cosa sacrosanta: è necessario uniformare il livello degli insegnamenti universitari e fare in modo che i neospecialisti abbiano un bagaglio culturale più omogeneo. Ma a questo punto mi è tornata in mente la scena della personalità pletorica che scuote il testone uscendo dalla sala Positano, e mi è passata pure la voglia di sperarci.

A domani, per gli ultimi sviluppi. State collegati (poco tempo e con intelligenza, come ha specificato ieri sera una cara amica e collega).


La canzone della clip è “You’ve got a friend”, nella versione molto fascinosa di Susan Wong (che è maledettamente fascinosa pure lei, peraltro: dopo aver perso una vita appresso alle nordiche, è un periodo che sono molto vulnerabile alla bellezza orientale). A chi interessi, la canzone è tratta dall’album “My live stories” del 2014.

Come navigare senza perdersi, si spera, nel mare magno delle polmoniti interstiziali idiopatiche (recensione)

venerdì, agosto 5th, 2016

Finalmente, grazie a un po’ di tempo libero in più, sono riuscito dopo un bel po’ di tempo a produrre la recensione di un articolo scientifico: per leggerla cliccate qui. Questa volta si parla di polmoniti interstiziali idiopatiche e trattasi di argomento, come sapete, abbastanza complesso: Sverzellati N et al. American Toracic Society – European Respiratory Society classification of the idiopathic interstitial pneumonias: advanced in knowledge since 2002. Radiographics 2015; 35:1849-1872.

La recensione sarà successivamente inviata anche ai Membri della sezione di Radiologia Toracica, nella consueta newsletter mensile.

Vi auguro buona lettura e, soprattutto, buona refertazione.

Potresti anche saltare, salta!

lunedì, aprile 4th, 2016

L’ultimo post ha scatenato, su Facebook ma non sul blog, una bella discussione sul futuro della nostra professione: c’è una ricchezza di posizioni che andrebbe ascoltata, e attentamente valutata. Io invece so già che non sarà così, e diciamo che è da un po’ che me ne sono fatto una ragione: nel lavoro ci metto tutto me stesso, come nel resto d’altronde, ma è troppo tardi per avvelenarmi se la china sanitaria italiana (o europea) continuerà a essere discendente. Ci penseranno i miei figli, forse, o forse non ci sarà più nulla a cui pensare e dovremo cavarcela come nel Medio Evo: con gli erboristi e i tiraossi. Salvo i potenti: quelli, come dice un mio amico e collega, sanno sempre dove andare a farsi curare.

Ma basta con i discorsi tristi: è primavera, si ricomincia con le stagioni congressuali e devo assolutamente rispondere a qualche amico di blog che mi ha chiesto con insistenza cosa farò nel prossimo futuro. Ci sono due prossimi appuntamenti già sold-out: il solito corso di anatomia cervicale, giunto alla sesta o settima edizione, che quest’anno non si terrà né a Rovereto né a Treviso ma a Vittorio Veneto, vecchia casa lavorativa e non del vostro affezionatissimo; e il corso di imaging toracico in Terapia Intensiva e nel post-operatorio cardiochirurgico che la Sezione di Radiologia Toracica, dopo il bel risultato di Chieti 2015, bissa nientepopodimeno che a Roma, fronte Colosseo (cercate di indovinare quanta voglia ho di andare a Roma a fine aprile? Sbagliato, ne ho di più).

Gli altri appuntamenti sono più lontani, anche se non di molto, e quest’anno poi c’è anche il congressone SIRM a Napoli: che se il tempo settembrino ci assiste si svolgerà nel migliore scenario che voi umani possiate immaginare, e dove se riesco a stare nei tempi proverò a portare qualcosa di inedito che ha a che fare con il blog. Poi, lo dico in anteprima, ho voglia di fare qualcosa nel mio nuovo posto di lavoro: verso fine ottobre probabilmente organizzerò una giornata secca sulle ghiandole salivari, queste sconosciute, portando gran bella gente all’Ospedale del Fiume: vi terrò informati, appena il programma è ultimato comunico tutto. In dicembre, per chiudere in bellezza, il solito corso di patologia cervicale a Rovereto con quelli della Banda del Collo.

Insomma, si salta: anche se, per ovvia necessità lavorativa, un po’ meno degli altri anni. Grazie davvero per tutto l’interesse che mostrate per le mie boiate lavorative: spero a breve di poterne aggiungere una extra-lavorativa, clamorosa, che sarebbe davvero la ciliegina sulla torta ma della quale mi riservo di parlare a cose fatte. Che magari alla fine cambio lavoro, cambio vita e buonanotte ai suonatori.

La canzone della clip è Jump, dei Van Halen, tratto dall’album 1984 (pubblicato a dicembre 1983, ovviamente, ancora ricordo i dischi in vetrina). Uno dei più belli assoli di chitarra elettrica mai scritti per ricordarmi di quando l’estate scorsa correvo in spiaggia, ogni mattina all’alba, al suono di questa canzone: sicuro che l’immediato futuro sarebbe stato completamente diverso da come poi si è manifestato, o voluto manifestare. Una bella lezione di vita sintetizzata dalle parole di Nathan Never, l’eroe di fantascienza Bonelli: Nulla è scritto, e se qualcosa è scritta può sempre essere cambiata.