Archive for the ‘Saggistica da due soldi’ Category

Tempo mezz’ora e, di corsa, nostra signora è qui: gli altri problemi vanno a domani

domenica, dicembre 30th, 2018

È stata grande la sorpresa nel leggere “The game”, il nuovo saggio di Alessandro Baricco (in realtà non l’ho ancora terminato; ma da quando, ieri sera sul tardi, mi si è creato un cortocircuito nuovo non riesco a resistere alla tentazione di mettervene a parte).

Devo ammettere che Baricco l’ho sempre ritenuto un tantinello sopravvalutato. Rispetto ai (molto pochi) giganti della nostra letteratura contemporanea la sua scrittura mi è spesso suonata troppo elementare, scarna ma non come potreste immaginare in uno scritto di Calvino. Piuttosto leggera, con meno consistenza: per capirci meglio, o almeno spero di riuscirci, è come se invece che sulla Terra Baricco lo stessimo leggendo su Marte o sulla Luna, dove la gravità è minore. Ma devo anche ammettere che The game affronta un problema complesso (la mutazione sociologica legata all’evoluzione tecnologica in atto) e lo semplifica con modalità a tratti geniali, suggerendo soluzioni che erano sotto gli occhi di tutti ma nessuno aveva mai organizzato in modo così semplice e sistematico.

Faccio una premessa: in passato ho parlato spesso della deriva sociale a cui sono soggette le professioni cosiddette “intellettuali”: il medico, per dire, l’insegnante o l’avvocato, figure a cui ci si rivolgeva con il rispetto a talora il timore reverenziale dovuto a chi possiede informazioni complesse e acquisite con la grande fatica associata a molti anni di studio e lavoro. Ne ho parlato per esempio qui e qui, suggerendo tutte le volte che la causa di questa deriva sociologica fosse strettamente correlata alla deriva culturale italiana, a sua volta frutto di un disegno (o un complotto) ben preciso e volto a privare l’uomo della strada degli strumenti essenziali con i quali fabbricare idee e crearsi scale di valori per valutare il mondo (di questa sorta di complotto parlavo, un po’ più nel dettaglio, qui).

Questa deriva si è tradotta, per noi medici, nel declassamento da élite culturale (posizione conquistata sul campo grazie alla nostra laurea) a casta: del nostro mestiere vengono attualmente percepiti non tanto l’importanza, sia generale (per esempio, impiegare una parte cospicua del proprio tempo libero a sviluppare sequenze di risonanza magnetica per la fibrosi cistica implica che di quel lavoro beneficeranno altri colleghi, alcuni dei quali porteranno avanti la ricerca fino a stabilire nuovi protocolli condivisi dalla letteratura internazionale e un vantaggio enorme per i pazienti) che particolare (la diagnosi precoce al singolo Paziente a cui, durante l’ecografia, scopri un nodulo epatico di diametro inferiore al centimetro), quanto i privilegi a esso associati; e qualsiasi errore, ritardo, inconveniente che dovesse realizzarsi dal momento dell’ingresso in ospedale viene visto come un potenziale elemento di rivalsa, economica o meno (in questo supportati da pessimi testimonial, come in questo caso da poco balzato agli onori della cronaca, che nemmeno si accorgono di quanto danno provocano a un sistema sanitario agonizzante in cambio della marchetta quotidiana).

E invece mi sbagliavo. Non c’entra nulla la scuola. Non esiste nessun complotto in atto per rendere gli italiani un popolo di decerebrati (o forse esiste, ma lo scopo del complotto esula dalla presente trattazione, che ha uno sfondo eminentemente, ma non solo, sanitario). La questione è più semplice e ha a che fare con l’avvento di Internet.

Su questo Baricco è molto chiaro: quando narra di un tempo passato e cosiddetto analogico, per far riferimento ai movimenti ideologici e culturali che muovevano le coscienze, afferma (pag. 76) che in quel tempo esistevano

flussi ideologici massicci a cui era sostanzialmente impossibile sottrarsi ( la Chiesa o il Partito, per dire).

Quando invece racconta il mondo digitale in cui ci muoviamo in questo momento, con grande lungimiranza, fa riferimento alla distruzione delle élite. E qui il suo discorso trova un aggancio con il mio, laddove le cosiddette élite per lui erano nient’altro che categorie di mediatori, professionisti che ci indicavano la direzione del mondo e ci aiutavano a mettere ordine nella pletora di informazioni che, attenzione, non erano a disposizione di tutti. Quando ti scoprivi una tumefazione alla base del collo, in buona sostanza, eri obbligato a rivolgerti al medico: il quale esaminava il tuo caso e, sulla base della preparazione personale e dell’esperienza, ti indirizzava verso una certa diagnosi e, eventualmente, una certa terapia.

Con Internet e relativi motori di ricerca, Google in testa, le informazioni hanno smesso di essere totale appannaggio dei professionisti, quelli che lui chiama mediatori, e sono diventate di pubblico dominio. Le persone, o gli utenti, come volete voi, hanno immediatamente percepito lo strappo. Baricco infatti scrive, sempre a pag. 76:

Se salti le mediazioni, metti fuori gioco la casta dei mediatori e alla lunga annienti tutte le vecchie élite. Il postino, il libraio, il docente universitario: tutti sacerdoti, seppur in modo diverso, tutti membri di un’élite a cui si eri soliti riconoscere una particolare competenza, un’autorità e alla fine un certo potere.

E poi ancora (pag. 77):

La conseguenza inevitabile è che in numero significativo di umani su fa largo la convinzione che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti: molti ne deducono di essere stati gabbati per secoli. Si guardano intorno e, animati da una certa comprensibile venatura di risentimento, cercano la prossima mediazione da distruggere, il prossimo passaggio da saltare, la prossima casta sacerdotale da rendere inutile. Se hai scoperto di poter fare a meno del tuo agente di viaggio, perché non iniziare a pensare di far fuori il tuo medico di famiglia?

Il ragionamento conduce a conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che non sono scevre di pericoli sociali, anche drammatici, almeno finché la mutazione in atto non avrà trovato un nuovo equilibrio biologicamente compatibile con la sopravvivenza della società: se non esistono più mediatori ognuno finisce per valere uno, non esiste riconoscimento per qualsiasi tipo di competenza acquisita (in particolare se, come nel caso delle professioni intellettuali, esse non producano come risultato alcun oggetto tangibile) e la scala di valori sociali si sovverte al punto che l’attuale ministro delle infrastrutture, noto per alcuni scivoloni che ai tempi della prima repubblica avrebbero decretato la fine immediata della sua già breve carriera politica, può candidamente dichiarare in un’intervista al quotidiano (la Stampa di oggi) che è meglio fare gaffe che intascare mazzette. Toninelli nemmeno se ne rende conto perché evidentemente non possiede un’adeguata formazione culturale, altrimenti se ne sarebbe guardato bene, o ci gode come un matto a produrre la gaffe quotidiana, ma pone la questione in modo strutturalmente errato esponendosi alla fallacia logica chiamata del  falso dilemma: la quale presuppone che non esistano alternative a due tesi concorrenti, mentre invece le alternative esistono (l’esempio, nel caso specifico, è che esista un politico preparato e anche onesto). Su piani infinitamente meno dannosi, almeno per ora, la distruzione delle élite culturali sta producendo la pletora di stupidaggini a cui si può liberamente accedere da Internet, e che partono dall’ipotesi della terra piatta per arrivare ad altre e più rischiose certezze, anche in ambito medico, come la totale e indiscutibile inutilità/dannosità dei vaccini.

Quindi, tornando a noi, ecco in che modo Baricco ci spiega in modo chiaro e implacabile il perché dell’atteggiamento aggressivo dei pazienti, che non di rado si recano negli ospedali con la diagnosi già prodotta dal dottor Google e se contraddetti provano pure a menarci. Ecco perché, con virtuose eccezioni come quella in cui per fortuna lavoro io, le Direzioni degli ospedali stanno provando in tutti i modi a massacrare i medici come se la colpa del tracollo dell’intero sistema sanitario fosse loro e non dell’assoluta miopia con cui un’intera classe politica e quindi dirigenziale ha sottovalutato (o, in alternativa, a seconda della vostra inclinazione complottistica, contribuito a creare) la disastrosa carenza di risorse in cui ci dibattiamo e che gli addetti ai lavori, me compreso, già paventavano da anni). Ed ecco perché, semplicemente, ai medici il contratto di lavoro non viene rinnovato da dieci anni: anche nell’immaginario collettivo della politica noi medici non siano più indispensabili, svolgiamo un lavoro iperpagato che potrebbe essere tranquillamente svolto da altre categorie professionali sanitarie meno competenti ma anche meno dispendiose (tecnici, infermieri, oss) e più che una risorsa siamo diventati una spesa che il sistema non può più permettersi.

Per cui un grazie amaro a Baricco, per averci finalmente aperto gli occhi (comprate il suo libro, merita) e, per così dire, buon 2019 a tutti.


La canzone della clip è “Caro me stesso mio”, dei Pooh, tratta dall’album “Stop” del 1980. Lo so, vi sembra strano: ma nelle ultime settimane un oscuro demone interiore mi ha spinto, per la prima volta in vita mia, a riascoltare quasi integralmente la discografia dei Pooh. Sarà stata la nostalgia per i primi passi mossi nel mondo della pre-adolescenza, con le feste da ballo a casa dei compagni di scuola (“Viva”). Sarà stato il ricordo ormai sbiadito del mio primo amore, a cui i Pooh piacevano tantissimo (“Boomerang”). Sarà stata la memoria di un concerto dal vivo a cui mi condusse, riluttante, la mia morosa dell’epoca (“Uomini soli”), in  cui mi resi conto che la loro musica mi faceva cagare, ma i quattro Pooh erano davvero ottimi strumentisti. Tra tutti, ho apprezzato maggiormente l’album da cui è tratta “Caro me stesso mio”, che da anni fornisce il nome a una delle sezioni del blog e rappresenta quantomai adeguatamente lo stato dell’arte a fine 2018.

12 buoni motivi per lasciar perdere i social media

domenica, giugno 24th, 2018

Mi sono preso una piccola pausa di riflessione, negli ultimi giorni, dopo un paio di esperienze spiacevoli, per riflettere sull’argomento del titolo. Poi i fatti della vita mi hanno travolto, specie in ambito lavorativo, e ci ho messo più tempo di quanto avrei voluto.

La ponderosità dello scritto suggerisce di non postarlo pari pari sul blog. Chi abbia voglia di leggerlo può cliccare qui oppure recarsi sulla pagina omonima. Buona lettura.

Sono lontani quei momenti, quando uno sguardo provocava turbamenti

giovedì, luglio 13th, 2017

Lo premetto: questo è un post estivo, è scritto per puro divertimento in cinque minuti di bambini-zitti-a-fare-compiti, panni-già-stesi e letti-già-rifatti, alla faccia di chi osi insinuare che il maschio non è buono a svolgere due o tre azioni contemporaneamente. E trae origine dalla considerazione che una delle cose che rende il matrimonio (o la convivenza) degno di essere vissuto è che ci si prende in giro per la musica che l’altro ascolta e, indirettamente, influenza anche i gusti musicali dei figli.

Essendomi toccata in sorte una fanciulla patita di Vasco Rossi, voi capite benissimo la natura del mio dramma quotidiano; il quale è seriamente aggravato dall’evidenza che anche alcuni dei miei migliori amici sono grandi ammiratori dell’inossidabile rocker. E allora occorre un’analisi approfondita dei motivi che sottendono il mio atteggiamento di critica verso le sue canzoni: la quale, prometto solennemente, non avrà niente a che fare con il ricordo amaro degli stolti che da ragazzino vidi prendere la strada della perdizione sotto l’egida del suo fegato spappolato. E’ un’obiezione poco logica, l’equivalente di chi sosteneva che i fumetti di Dylan Dog potevano spingere i suoi lettori a compiere le peggio nefandezze. Dunque non sosterrò questa tesi, limitandomi all’analisi semantica di uno dei capolavori assoluti di Vasco: “Sally”.

https://youtu.be/wvbkI9yCgW4

Premessa obbligatoria: c’è stato questo megaconcerto da duecentocinquantamila spettatori a Modena e tutti ne parlavano, ancora prima che si svolgesse, come l’evento definitivo della storia del rock, quello di fronte al quale anche Woodstock sarebbe sembrato un raduno annuale di boy scout. Ovviamente io non c’ero: però, segno che sto invecchiando, mi hanno fatto molto sorridere le riprese delle ragazze a cavalcioni sulle spalle dei morosi o di sconosciuti astanti, a dimenarsi con le tette di fuori durante una delle canzoni di rito. Cosa non si farebbe per il famoso quarto d’ora di celebrità, direbbe l’altrettanto sopravvalutato e defunto Andy Warhol; che poi nel tempo, grazie ai tempi televisivi, si è contratto a miseri tre o quattro minuti. Ma torniamo a noi: siamo in automobile, direzione mare, e Spotify spara fuori, appunto, Sally.

Mia moglie sgrana gli occhi e dice: Dai, alza! Questa è bellissima!

E io: Ma scusa, di che cavolo parla questa canzone, che non l’ho mai capito?

Lei, con aria saputella: E’ perché non l’hai mai ascoltata. Parla di una prostituta.

Per convincervi della bontà dei miei dubbi, vi propongo subito il testo della canzone:

Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa ti può crollare addosso
Sally è già stata punita per ogni sua distrazione, debolezza,
per ogni candida carezza, tanto per non sentire l’amarezza
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Sally cammina per la strada sicura, senza pensare a niente
ormai guarda la gente con aria indifferente,
sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento e come se fosse l’ultimo
Sally cammina per la strada leggera ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni, tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa, forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così, forse ma forse ma si
Cosa vuoi che ti dica io? Senti che bel rumore
 Converrete che, con tutta la buona volontà, dopo aver letto il testo è difficile pensare a Sally come a una prostituta che ritorna a casa dopo aver svolto il proprio turno di lavoro. E non bastano le luci dei lampioni, che si accendono mentre passa, a dare manforte a questa interpretazione: al contrario, essendo il lavoro del meretricio quasi esclusivamente notturno, e in genere svolto proprio sotto i lampioni affinché la merce sia in bella mostra, diventa difficile immaginarsi Sally come una prostituta che rincasa al tramonto, quando “tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni” ma nel contempo comincia il traffico inesorabile dei puttanieri sulla provinciale. Secondo me Sally, qualunque sia il suo lavoro, sta semplicemente ritornando a casa dopo il tramonto; ed è incazzata, o stanca, o delusa, come d’altronde la stragrande maggioranza di noi quando la giornata è andata male. In più notate che Sally è ancora in strada mentre, recita il testo, “fuori piove” e la pioggia fa un bel rumore: come quando la guardi da dietro i vetri della finestra, al riparo, con in mano una bella tazza di tisana bollente. Invece di Sally si dice che è scazzata, stanca di fare la guerra e che manco guarda in faccia le persone che incrocia: forse è solo perché è stata una brutta giornata, piove e lei vuole arrivare in fretta a casa. Ci avete mai pensato?

Ma il delirio delle interpretazioni mette alle corde persino quello di mia moglie. Una di esse, almeno in apparenza, all’inizio sembra darle ragione. E certo: perché Sally, secondo la versione 2.0 di quella della santa donna, è una drogata che si prostituisce per pagarsi la droga. Chiarissimo all’uopo il riferimento alle fragole che, come nella canzone di Luca Carboni, sono metafora poetica dell’eroina. Anche se viene francamente difficile giustificare il perché una tizia messa complessivamente così male abbia voglia di comminare “candide carezze” a clienti che come minimo, in nove casi si dieci, la ripugnano.

Oppure non è vero nulla di tutto questo e Sally è invece una donna non più giovane, segretaria e amante di un imprecisato amico, che il rocker incontra per la prima volta su una barca, dopo una serata in discoteca a Saint Tropez, e che lo colpisce per l’espressione amara che ha in volto mentre prende la via dell’uscita. Sulla barca c’è una festa, gente che balla e si diverte: ma Vasco, invece di ubriacarsi come al solito mentre si infratta con la squinzia di turno, registra con la coda dell’occhio la scena triste dell’amante che, non si sa per quale motivo, abbandona la festa con aria triste. Sarà arrivata la moglie dell’amico? L’amico avrà toccato il culo di un’altra? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo, stando a questa versione, è che Vasco Rossi si chiude in cabina con una chitarra spuntata fuori dal nulla e scrive “Sally” mentre sul ponte della barca è ormai probabilmente in atto un’orgia.

E invece, perbacco, vi sbagliate tutti: Sally è una povera crista che ha subito violenze sessuali, in un imprecisato passato, ed è ancora devastata dai sensi di colpa. Una poverina che ha sofferto così tanto da aver perso interesse nella vita, fiducia negli uomini e speranza nel futuro. Nessuno sguardo è in grado di provocarle turbamenti, perché la sua corazza è talmente indurita da essere diventata impenetrabile. Certo, però, che in tutto il testo non si trova nessun accenno al bruto violentatore che le ha segnato la vita. E dire che sarebbe bastato così poco per permetterci di identificarlo.

Ultima possibilità, la più strabiliante di tutte: “Sally” è una canzone autobiografica, Vasco Rossi sta parlando di sé e d’altronde chi non sa che lui è allergico alle fragole e da ragazzino le mangiava di nascosto dai genitori? Certo, così invece di spappolarsi il fegato si sarebbe provocato un sacrosanto edema della glottide e allora addio bel canto, ammesso e non concesso che Vasco Rossi ci sia mai riuscito (infatti mia figlia, quando sente le sue canzone, chiede invariabilmente: “Ma questo è il tizio che scatarra?”).

Alla fin fine, se volete sapere la mia, “Sally” ha un elemento comune alla stragrande maggioranza delle canzoni di Rossi: sono tutte composte da un’accozzaglia di parole buttate lì quasi a caso, come in un generatore automatico di frasi musicali. I versi di “Sally” sono buoni per tutti gli usi, come dimostra la pletora di possibili interpretazioni del testo: chi le ascolta può farle proprie proprio perché non sono indirizzate a nessuno e perché alla fine Sally non esiste, è una figura anonima, senza storia e senza volto. Quello che vorrei dire ai fan, insomma, è che Vasco Rossi sembra parlare a tutti perché in realtà non parla a nessuno, nemmeno a se stesso; e forse non è nemmeno lui a parlarvi. Ricordo agli scettici che “Sally” annovera tra i coautori anche un tal Tullio Ferro: il quale pare abbia scritto le musiche di diverse canzoni del rocker, tra cui nientepopodimeno che “Vita spericolata”, al punto che lo stesso Vasco Rossi ha affermato che “le più belle canzoni di Vasco Rossi sono state scritte da Tullio Ferro” (fonte: wikipedia.org). Vi prego, andate a vedere quante delle musiche delle canzoni di Vasco sono state scritte da lui: dopo aver smesso di ridere rivedrete immediatamente le vostre priorità musicali. E per non infierire taccio sul contributo di Gaetano Curreri, uno che le canzoni sa scriverle sul serio, alla discografia del nostro rocker: documentatevi su internet e poi fatemi sapere. E insomma, ci si potrebbe anche porre il legittimo sospetto che se un cantante piace a tutti, ma proprio a tutti, se piace a tre generazioni, se accomuna padri e figli, nonne e nipoti, forse il suo messaggio non è universale: è solo banale. Come ha brillantemente sostenuto qualche giorno fa un astronomo di recente conoscenza: Vasco Rossi è sopravvalutato, lui si adegua alla mediocrità del suo pubblico. D’altro canto, insegna l’esperienza, se piaci a tutti devi per forza avere qualcosa che non va. O no?

Ma la parola fine sulla questione, molto meglio di quanto sia capace di farlo io, la mette Checco Zalone. Guardate questo filmato e alla fine, dopo aver riso il giusto, provate a riflettere seriamente sulla sua esibizione. Poi rimettete su il cd di “Bollicine”, perché se siete veri fan di Vasco Rossi non riuscirebbe a scuotervi dalla sempiterna fedeltà al mito nemmeno l’arcangelo Gabriele con la spada di fuoco in mano, e buon ascolto.

Paolo e Francesca: ossia dell’amore eterno e della posta del cuore

martedì, giugno 30th, 2015

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E’ la prima volta in tanti anni che mi capita: un internatuta, di sesso femminile, che mi chiede via mail consigli su questioni di cuore. E non solo: da brava insegnante di materie letterarie, e dopo aver letto la mia recensione sul canto VI dell’Inferno dantesco, mi pone domande inquietanti sulle vicende di Paolo e Francesca.

E io, che ho poche lezioni da dare sia sul versante amoroso che dantesco, provo comunque a dire la mia. Essendo un specie di commento al canto di Paolo e Francesca, l’ho salvato in pdf e sistemato qui, da dove è scaricabile.

Sonia (non è il suo vero nome, ma la discrezione è d’obbligo) mi ha detto che le sono stato utile. Io, sinceramente, nutro qualche dubbio.

Telegiornale flash(assino)

venerdì, gennaio 16th, 2015

Sto leggendo un libro molto interessante da Daniel Goleman, celeberrimo psicologo e scrittore americano, sul tema del’intelligenza sociale: una variante pratica, se vogliamo semplificare l’argomento, del suo libro di qualche anno fa sull’intelligenza emotiva. Argomento molto di moda di cui tanto si dibatte (spesso a sproposito, in ambienti lavorativi di vario tipo) negli ultimi anni.

Non voglio né recensire il libro né raccontarvi le mie personali esperienze in fatto di intelligenza emotiva: d’altro canto, chi segue il blog ha avuto modo più e più volte di intuire qual è il mio metodo di approccio ai pazienti, soprattutto, ma anche ai colleghi con cui lavoro. La questione è un’altra, ed è molto più complessa.

Chi mi segue da più tempo sa bene quanto mi sia costato non scrivere nulla a proposito degli eventi luttuosi che si sono verificati pochi giorni fa a Parigi; e sul perché io, assumendomene tutta la responsabilità, per descrivere il mio punto di vista sull’argomento avrei scelto (al contrario della maggioranza, ma non di tutti: il che è, almeno in parte, confortante) un hastag molto impopolare: #jenesuispascharlie. Ma non è neanche questo, il punto.

Il punto è che gli eventi luttuosi di cui i mass media non mancano di metterci a parte, con dovizia di particolari e se possibile con ricostruzioni dettagliate di modi e tempi,  sono inoculazioni quotidiane di puro veleno. Me ne accorgo le rare volte in cui mi capita di guardare un film in tivù: avete presente quelle reti commerciali in cui il film viene inframezzato da un numero incredibile di interruzioni pubblicitarie, spesso scelte senza tenere in alcun conto i ritmi della narrazione cinematografica? Bene: tra il primo e il secondo tempo del film, invariabilmente, viene proposto un telegiornale flash della durata di mezzo minuto che si riassume in una litania angosciante di tragedie mondiali, climatiche, familiari e personali. Uno spettacolo allucinante che, dovesse mai finire sotto gli occhi di un alieno, darebbe della vita su questo pianeta un’idea piuttosto disperante. Questo veleno ci viene inoculato ogni giorno, in piccole dosi, e contribuisce a farci smarrire quel po’ di fiducia che abbiamo nel mondo e nel prossimo nostro: che alla fine ci sembra popolato unicamente di serial killer, sbroccati che sterminano le proprie famiglie, ladri di professione, fannulloni patentati che si danno alla politica e oscuri figuranti che ordiscono nell’ombra complotti su scala mondiale.

Goleman invece ci dice che le cose non stanno così. Provate e leggere con me.

(…) Si è dibattuto a lungo sul fatto che gli esseri umani siano creature gentili ed empatiche malgrado una vena occasionale di malvagità, ma la quantità di orrori che pervade tutta la storia sembra contraddire questa idea; la scienza, dal canto suo, non ha fornito un grande sostegno (…). 

Questo è dove siamo noi ora. Ma ascoltate il resto.

(…) Eppure è sufficiente considerare le proporzioni relative. Immaginiamo quante opportunità potrebbero avere le persone in tutto il mondo di commettere un atto antisocilale, dallo stupro all’omicidio e fino alla semplice maleducazione o disonestà. Mettiamo questo numero nella parte inferiore di una frazione. E, nella parte alta, inseriamo il numero di atti antisociali che avvengono effettivamente (…).

Capite dove va a parare Goleman?

(…) La percentuale di malvagità messa in pratica ammonta quasi a zero ogni giorno dell’anno. Se poi consideriamo il numero di atti caritatevoli compiuti in quel giorno, la percentuale relativa all’altruismo sarà sempre maggiore rispetto a quella della crudeltà (ma se diamo retta alle notizie riportate dai media, la percentuale sembra invertita) (…).

Ecco, appunto: se diamo retta alle notizie riportate dai media. Il che lascia un pensiero di fondo sgradevole: e se tutto mirasse proprio a quello, cioè a farci perdere fiducia nel prossimo, a darci un’idea distorta circa le miserie del mondo, a farci vedere le persone con cui dividiamo le nostre vite come arroganti, violente, senza scrupoli, nel migliore dei casi senza etica? E chi ci guadagnerebbe da questa comune disperazione strisciante?

(…) Sebbene gli esseri umani ereditino un bagaglio biologico che consente loro di provare rabbia, gelosia, egoismo e invidia, nonché di essere sgarbati, aggressivi o violenti, essi ereditano una tendenza ancora più forte verso la tenerezza, la compassione, la cooperazione, l’amore e l’assistenza, soprattutto verso chi è in difficoltà (…).

E’ questo che dovete tenere a mente, sempre, in particolare se fate il mio mestiere o, malauguratamente, siete dalla parte sbagliata del vetro. Le persone non sono cattive come a tutti i costi vogliono farci credere: anzi, il contrario. Per cui, datemi retta, fate due cose: spegnete la televisione e attivate i vostri neuroni a specchio. La vita diventerà un viaggio completamente diverso, e ci sarà da divertirsi.