Archive for the ‘Saggistica da due soldi’ Category

Sono lontani quei momenti, quando uno sguardo provocava turbamenti

giovedì, luglio 13th, 2017

Lo premetto: questo è un post estivo, è scritto per puro divertimento in cinque minuti di bambini-zitti-a-fare-compiti, panni-già-stesi e letti-già-rifatti, alla faccia di chi osi insinuare che il maschio non è buono a svolgere due o tre azioni contemporaneamente. E trae origine dalla considerazione che una delle cose che rende il matrimonio (o la convivenza) degno di essere vissuto è che ci si prende in giro per la musica che l’altro ascolta e, indirettamente, influenza anche i gusti musicali dei figli.

Essendomi toccata in sorte una fanciulla patita di Vasco Rossi, voi capite benissimo la natura del mio dramma quotidiano; il quale è seriamente aggravato dall’evidenza che anche alcuni dei miei migliori amici sono grandi ammiratori dell’inossidabile rocker. E allora occorre un’analisi approfondita dei motivi che sottendono il mio atteggiamento di critica verso le sue canzoni: la quale, prometto solennemente, non avrà niente a che fare con il ricordo amaro degli stolti che da ragazzino vidi prendere la strada della perdizione sotto l’egida del suo fegato spappolato. E’ un’obiezione poco logica, l’equivalente di chi sosteneva che i fumetti di Dylan Dog potevano spingere i suoi lettori a compiere le peggio nefandezze. Dunque non sosterrò questa tesi, limitandomi all’analisi semantica di uno dei capolavori assoluti di Vasco: “Sally”.

Premessa obbligatoria: c’è stato questo megaconcerto da duecentocinquantamila spettatori a Modena e tutti ne parlavano, ancora prima che si svolgesse, come l’evento definitivo della storia del rock, quello di fronte al quale anche Woodstock sarebbe sembrato un raduno annuale di boy scout. Ovviamente io non c’ero: però, segno che sto invecchiando, mi hanno fatto molto sorridere le riprese delle ragazze a cavalcioni sulle spalle dei morosi o di sconosciuti astanti, a dimenarsi con le tette di fuori durante una delle canzoni di rito. Cosa non si farebbe per il famoso quarto d’ora di celebrità, direbbe l’altrettanto sopravvalutato e defunto Andy Warhol; che poi nel tempo, grazie ai tempi televisivi, si è contratto a miseri tre o quattro minuti. Ma torniamo a noi: siamo in automobile, direzione mare, e Spotify spara fuori, appunto, Sally.

Mia moglie sgrana gli occhi e dice: Dai, alza! Questa è bellissima!

E io: Ma scusa, di che cavolo parla questa canzone, che non l’ho mai capito?

Lei, con aria saputella: E’ perché non l’hai mai ascoltata. Parla di una prostituta.

Per convincervi della bontà dei miei dubbi, vi propongo subito il testo della canzone:

Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa ti può crollare addosso
Sally è già stata punita per ogni sua distrazione, debolezza,
per ogni candida carezza, tanto per non sentire l’amarezza
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Sally cammina per la strada sicura, senza pensare a niente
ormai guarda la gente con aria indifferente,
sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento e come se fosse l’ultimo
Sally cammina per la strada leggera ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni, tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa, forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così, forse ma forse ma si
Cosa vuoi che ti dica io? Senti che bel rumore
 Converrete che, con tutta la buona volontà, dopo aver letto il testo è difficile pensare a Sally come a una prostituta che ritorna a casa dopo aver svolto il proprio turno di lavoro. E non bastano le luci dei lampioni, che si accendono mentre passa, a dare manforte a questa interpretazione: al contrario, essendo il lavoro del meretricio quasi esclusivamente notturno, e in genere svolto proprio sotto i lampioni affinché la merce sia in bella mostra, diventa difficile immaginarsi Sally come una prostituta che rincasa al tramonto, quando “tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni” ma nel contempo comincia il traffico inesorabile dei puttanieri sulla provinciale. Secondo me Sally, qualunque sia il suo lavoro, sta semplicemente ritornando a casa dopo il tramonto; ed è incazzata, o stanca, o delusa, come d’altronde la stragrande maggioranza di noi quando la giornata è andata male. In più notate che Sally è ancora in strada mentre, recita il testo, “fuori piove” e la pioggia fa un bel rumore: come quando la guardi da dietro i vetri della finestra, al riparo, con in mano una bella tazza di tisana bollente. Invece di Sally si dice che è scazzata, stanca di fare la guerra e che manco guarda in faccia le persone che incrocia: forse è solo perché è stata una brutta giornata, piove e lei vuole arrivare in fretta a casa. Ci avete mai pensato?

Ma il delirio delle interpretazioni mette alle corde persino quello di mia moglie. Una di esse, almeno in apparenza, all’inizio sembra darle ragione. E certo: perché Sally, secondo la versione 2.0 di quella della santa donna, è una drogata che si prostituisce per pagarsi la droga. Chiarissimo all’uopo il riferimento alle fragole che, come nella canzone di Luca Carboni, sono metafora poetica dell’eroina. Anche se viene francamente difficile giustificare il perché una tizia messa complessivamente così male abbia voglia di comminare “candide carezze” a clienti che come minimo, in nove casi si dieci, la ripugnano.

Oppure non è vero nulla di tutto questo e Sally è invece una donna non più giovane, segretaria e amante di un imprecisato amico, che il rocker incontra per la prima volta su una barca, dopo una serata in discoteca a Saint Tropez, e che lo colpisce per l’espressione amara che ha in volto mentre prende la via dell’uscita. Sulla barca c’è una festa, gente che balla e si diverte: ma Vasco, invece di ubriacarsi come al solito mentre si infratta con la squinzia di turno, registra con la coda dell’occhio la scena triste dell’amante che, non si sa per quale motivo, abbandona la festa con aria triste. Sarà arrivata la moglie dell’amico? L’amico avrà toccato il culo di un’altra? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo, stando a questa versione, è che Vasco Rossi si chiude in cabina con una chitarra spuntata fuori dal nulla e scrive “Sally” mentre sul ponte della barca è ormai probabilmente in atto un’orgia.

E invece, perbacco, vi sbagliate tutti: Sally è una povera crista che ha subito violenze sessuali, in un imprecisato passato, ed è ancora devastata dai sensi di colpa. Una poverina che ha sofferto così tanto da aver perso interesse nella vita, fiducia negli uomini e speranza nel futuro. Nessuno sguardo è in grado di provocarle turbamenti, perché la sua corazza è talmente indurita da essere diventata impenetrabile. Certo, però, che in tutto il testo non si trova nessun accenno al bruto violentatore che le ha segnato la vita. E dire che sarebbe bastato così poco per permetterci di identificarlo.

Ultima possibilità, la più strabiliante di tutte: “Sally” è una canzone autobiografica, Vasco Rossi sta parlando di sé e d’altronde chi non sa che lui è allergico alle fragole e da ragazzino le mangiava di nascosto dai genitori? Certo, così invece di spappolarsi il fegato si sarebbe provocato un sacrosanto edema della glottide e allora addio bel canto, ammesso e non concesso che Vasco Rossi ci sia mai riuscito (infatti mia figlia, quando sente le sue canzone, chiede invariabilmente: “Ma questo è il tizio che scatarra?”).

Alla fin fine, se volete sapere la mia, “Sally” ha un elemento comune alla stragrande maggioranza delle canzoni di Rossi: sono tutte composte da un’accozzaglia di parole buttate lì quasi a caso, come in un generatore automatico di frasi musicali. I versi di “Sally” sono buoni per tutti gli usi, come dimostra la pletora di possibili interpretazioni del testo: chi le ascolta può farle proprie proprio perché non sono indirizzate a nessuno e perché alla fine Sally non esiste, è una figura anonima, senza storia e senza volto. Quello che vorrei dire ai fan, insomma, è che Vasco Rossi sembra parlare a tutti perché in realtà non parla a nessuno, nemmeno a se stesso; e forse non è nemmeno lui a parlarvi. Ricordo agli scettici che “Sally” annovera tra i coautori anche un tal Tullio Ferro: il quale pare abbia scritto le musiche di diverse canzoni del rocker, tra cui nientepopodimeno che “Vita spericolata”, al punto che lo stesso Vasco Rossi ha affermato che “le più belle canzoni di Vasco Rossi sono state scritte da Tullio Ferro” (fonte: wikipedia.org). Vi prego, andate a vedere quante delle musiche delle canzoni di Vasco sono state scritte da lui: dopo aver smesso di ridere rivedrete immediatamente le vostre priorità musicali. E per non infierire taccio sul contributo di Gaetano Curreri, uno che le canzoni sa scriverle sul serio, alla discografia del nostro rocker: documentatevi su internet e poi fatemi sapere. E insomma, ci si potrebbe anche porre il legittimo sospetto che se un cantante piace a tutti, ma proprio a tutti, se piace a tre generazioni, se accomuna padri e figli, nonne e nipoti, forse il suo messaggio non è universale: è solo banale. Come ha brillantemente sostenuto qualche giorno fa un astronomo di recente conoscenza: Vasco Rossi è sopravvalutato, lui si adegua alla mediocrità del suo pubblico. D’altro canto, insegna l’esperienza, se piaci a tutti devi per forza avere qualcosa che non va. O no?

Ma la parola fine sulla questione, molto meglio di quanto sia capace di farlo io, la mette Checco Zalone. Guardate questo filmato e alla fine, dopo aver riso il giusto, provate a riflettere seriamente sulla sua esibizione. Poi rimettete su il cd di “Bollicine”, perché se siete veri fan di Vasco Rossi non riuscirebbe a scuotervi dalla sempiterna fedeltà al mito nemmeno l’arcangelo Gabriele con la spada di fuoco in mano, e buon ascolto.

Paolo e Francesca: ossia dell’amore eterno e della posta del cuore

martedì, giugno 30th, 2015

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E’ la prima volta in tanti anni che mi capita: un internatuta, di sesso femminile, che mi chiede via mail consigli su questioni di cuore. E non solo: da brava insegnante di materie letterarie, e dopo aver letto la mia recensione sul canto VI dell’Inferno dantesco, mi pone domande inquietanti sulle vicende di Paolo e Francesca.

E io, che ho poche lezioni da dare sia sul versante amoroso che dantesco, provo comunque a dire la mia. Essendo un specie di commento al canto di Paolo e Francesca, l’ho salvato in pdf e sistemato qui, da dove è scaricabile.

Sonia (non è il suo vero nome, ma la discrezione è d’obbligo) mi ha detto che le sono stato utile. Io, sinceramente, nutro qualche dubbio.

Telegiornale flash(assino)

venerdì, gennaio 16th, 2015

Sto leggendo un libro molto interessante da Daniel Goleman, celeberrimo psicologo e scrittore americano, sul tema del’intelligenza sociale: una variante pratica, se vogliamo semplificare l’argomento, del suo libro di qualche anno fa sull’intelligenza emotiva. Argomento molto di moda di cui tanto si dibatte (spesso a sproposito, in ambienti lavorativi di vario tipo) negli ultimi anni.

Non voglio né recensire il libro né raccontarvi le mie personali esperienze in fatto di intelligenza emotiva: d’altro canto, chi segue il blog ha avuto modo più e più volte di intuire qual è il mio metodo di approccio ai pazienti, soprattutto, ma anche ai colleghi con cui lavoro. La questione è un’altra, ed è molto più complessa.

Chi mi segue da più tempo sa bene quanto mi sia costato non scrivere nulla a proposito degli eventi luttuosi che si sono verificati pochi giorni fa a Parigi; e sul perché io, assumendomene tutta la responsabilità, per descrivere il mio punto di vista sull’argomento avrei scelto (al contrario della maggioranza, ma non di tutti: il che è, almeno in parte, confortante) un hastag molto impopolare: #jenesuispascharlie. Ma non è neanche questo, il punto.

Il punto è che gli eventi luttuosi di cui i mass media non mancano di metterci a parte, con dovizia di particolari e se possibile con ricostruzioni dettagliate di modi e tempi,  sono inoculazioni quotidiane di puro veleno. Me ne accorgo le rare volte in cui mi capita di guardare un film in tivù: avete presente quelle reti commerciali in cui il film viene inframezzato da un numero incredibile di interruzioni pubblicitarie, spesso scelte senza tenere in alcun conto i ritmi della narrazione cinematografica? Bene: tra il primo e il secondo tempo del film, invariabilmente, viene proposto un telegiornale flash della durata di mezzo minuto che si riassume in una litania angosciante di tragedie mondiali, climatiche, familiari e personali. Uno spettacolo allucinante che, dovesse mai finire sotto gli occhi di un alieno, darebbe della vita su questo pianeta un’idea piuttosto disperante. Questo veleno ci viene inoculato ogni giorno, in piccole dosi, e contribuisce a farci smarrire quel po’ di fiducia che abbiamo nel mondo e nel prossimo nostro: che alla fine ci sembra popolato unicamente di serial killer, sbroccati che sterminano le proprie famiglie, ladri di professione, fannulloni patentati che si danno alla politica e oscuri figuranti che ordiscono nell’ombra complotti su scala mondiale.

Goleman invece ci dice che le cose non stanno così. Provate e leggere con me.

(…) Si è dibattuto a lungo sul fatto che gli esseri umani siano creature gentili ed empatiche malgrado una vena occasionale di malvagità, ma la quantità di orrori che pervade tutta la storia sembra contraddire questa idea; la scienza, dal canto suo, non ha fornito un grande sostegno (…). 

Questo è dove siamo noi ora. Ma ascoltate il resto.

(…) Eppure è sufficiente considerare le proporzioni relative. Immaginiamo quante opportunità potrebbero avere le persone in tutto il mondo di commettere un atto antisocilale, dallo stupro all’omicidio e fino alla semplice maleducazione o disonestà. Mettiamo questo numero nella parte inferiore di una frazione. E, nella parte alta, inseriamo il numero di atti antisociali che avvengono effettivamente (…).

Capite dove va a parare Goleman?

(…) La percentuale di malvagità messa in pratica ammonta quasi a zero ogni giorno dell’anno. Se poi consideriamo il numero di atti caritatevoli compiuti in quel giorno, la percentuale relativa all’altruismo sarà sempre maggiore rispetto a quella della crudeltà (ma se diamo retta alle notizie riportate dai media, la percentuale sembra invertita) (…).

Ecco, appunto: se diamo retta alle notizie riportate dai media. Il che lascia un pensiero di fondo sgradevole: e se tutto mirasse proprio a quello, cioè a farci perdere fiducia nel prossimo, a darci un’idea distorta circa le miserie del mondo, a farci vedere le persone con cui dividiamo le nostre vite come arroganti, violente, senza scrupoli, nel migliore dei casi senza etica? E chi ci guadagnerebbe da questa comune disperazione strisciante?

(…) Sebbene gli esseri umani ereditino un bagaglio biologico che consente loro di provare rabbia, gelosia, egoismo e invidia, nonché di essere sgarbati, aggressivi o violenti, essi ereditano una tendenza ancora più forte verso la tenerezza, la compassione, la cooperazione, l’amore e l’assistenza, soprattutto verso chi è in difficoltà (…).

E’ questo che dovete tenere a mente, sempre, in particolare se fate il mio mestiere o, malauguratamente, siete dalla parte sbagliata del vetro. Le persone non sono cattive come a tutti i costi vogliono farci credere: anzi, il contrario. Per cui, datemi retta, fate due cose: spegnete la televisione e attivate i vostri neuroni a specchio. La vita diventerà un viaggio completamente diverso, e ci sarà da divertirsi.

Recensione de “Il prezzo della salute” di Ottavio Davini (a cura di Antonio)

lunedì, marzo 24th, 2014

Antonio è uno dei colleghi che più frequentemente, negli ultimi tempi, ha deciso di interagire con il vostro affezionato blogger. Questo è il primo di due post a sua firma: la partecipazione di persone come Antonio al blog mi apre il cuore di fiducia, da un lato, e mi angustia dall’altro perché dimostra quanto le potenzialità enormi della nostra categoria vengano trascurate, ogni giorno, da chi guarda in direzioni diverse da quelle che il semplice buon senso, oltre che la vecchia sana competenza, imporrebbe. Una frase del suo commento mi ha colpito: (…) l’obiettivo di Davini non è metodologico ma sociale (…). Condivido in pieno questa sua riflessione, vi invito nuovamente a leggere quello splendido libro e attendo con ansia che anche l’Autore finalmente ci faccia visita.

Mi azzardo in questa recensione in quanto dopo aver scoperto il blog di Gaddo ho subito letto il libro di Davini trovandolo di estremo interesse.

Davini parte da considerazioni ecologiche (nel senso autentico del termine) e filosofiche con riferimenti a Ivan Illich, a Hans Jonas e altri per poi scendere in osservazioni sugli aspetti sociali della assistenza sanitaria e della Medicina, non senza rinunciare ad ulteriori citazioni. I medici di Pinocchio (con cui prendo in giro ogni giorno gli internisti che mi “accusano” di non fornire adeguate chiavi di lettura di un esame radiologico). La commedia “Knok o il trionfo della medicina di Jules Romain, del 1923.

Da queste illustri citazioni, non disgiunte da considerazioni personali, Davini si approfonda nelle problematiche della sanità attuale richiamando in maniera documentata tutte le perplessità che pervengono al radiologo ma anche ad altri specialisti quando chiamati a cercare di fornire una risposta a domande spesso confuse o inesistenti.

Ma l’obiettivo di Davini non è metodologico ma sociale. Fino a quando potremo far fronte a richieste che vengono dalla cittadinanza e che non possono essere soddisfatte se non in casi particolari e riferiti dalla stampa come “miracoli”? e fino a che punto potremo far fronte a comunicazioni di “malasanità” in realtà statisticamente attribuibili ad eventi compresi nella nostra professione?

La prima parte del libro è certamente la più interessante anche perché per me è una mirabile sintesi di letture che mi occupano da più di 20 anni Mancano alcune considerazioni generali quali quelle fatte nel famoso “Follie e inganni della medicina” e nel meno famoso ma stupendo testo di Alessandro Stasolla , giovane radiologo romano, “Popper e il Radiologo”.

Ma tutto il resto, comprese le considerazioni critiche nei confronti degli screening in particolare “fai da te” raggiunge l’obiettivo di riassumere e coniugare in modo sintetico e logico quanto oggi si pone come problema giornaliero per chi pratica la medicina in qualsiasi specialità e teoricamente per quanti hanno doveri organizzativi e amministrativi. Si tratta della medicina basata sulle evidenze organizzative, disciplina di recente introduzione ma consolidata nelle prove di efficacia nella maggior parte delle evenienze.

Il libro non fornisce soluzioni. Forse la sola soluzione che esiste è “fai il medico, non rinunciare alle tue responsabilità, rifletti e considera tutto il paziente ma anche la sua collocazione sociale e la sua situazione sociale ed economica”.

In questo io vedo un importante richiamo al ruolo antropologico del Medico dal quale nessuno, radiologi in prima linea nelle attuale situazione metodologica e sociale, può ritenersi escluso. Il ruolo antropologico non è separato da osservazioni e conoscenze scientifiche ma costituisce un valore della nostra professione troppo spesso dimenticato a favore di “griglie CUP” o codici di priorità di derivazione politica.

Nel nostro lavoro, oggi più di ieri, la relazione con il paziente diviene importante sia in forma diretta che indiretta e questo attribuisce alla professione un carico ulteriore che va oltre le cognizioni tecniche. Dobbiamo avere la possibilità di usare queste prerogative mediche e dobbiamo tutti insieme analizzarle e presentarle ai gestori della sanità pubblica come elemento di qualità, di appropriatezza e di risparmio, nel senso più nobile di questo termine.

(Antonio)

Apologia spicciola di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, con un tangenziale riferimento al mio mestiere, e sul perché Jovanotti abbia poco a che vedere con Fabio Volo

venerdì, settembre 13th, 2013

Qualche sera fa Rai 1 ha trasmesso in prima serata il film della tournée di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti: a prescindere da cosa uno pensi dell’artista in questione, che può essere (peraltro legittimamente) bene o male, sono davvero rimasto impressionato dalla pletora di blogger che si è spesa in commenti sull’evento e su Jovanotti stesso (due esempi per tutti qui e qui. Uno se la prende con Jovanotti in modo diretto, l’altro ci gira intorno).

Provo a riassumere in poche parole la mia sensazione generale su cosa il popolo dei blogger pensi al proposito. Lorenzo Cherubini fa agli appassionati di musica la stessa impressione che Fabio Volo fa agli appassionati di letteratura: chiunque strimpelli una chitarra o un basso si chiede, cogitabondo, come diavolo abbia fatto ad avere così tanto successo un cane del genere, uno che non sa suonare, non sa cantare, scrive banalità e comunque io saprei fare tutte quelle cose meglio di lui, se solo me ne fosse stata data l’occasione.

Il problema mi riporta, come se fosse ieri, al lontano 1987. Concerto di Madonna a Torino, Italia intera in fibrillazione, io giovane e incredulo perché Madonna mi faceva venire i brividi per quanto fosse poco intonata, per le sue sconcezze musicali e i testi delle canzoni al limite del ritardo mentale. I critici musicali dell’epoca (che come tutti i critici, a qualunque genere di arte si volga la loro attenzione, sono mediamente una masnada di frustrati incarogniti da una vita che non ha concesso loro le stesse occasioni della star di turno che si apprestano a stroncare) consumarono ettolitri di inchiostro nel tentativo di spiegare i motivi della risonanza mondiale di questa ragazza stonata e così banalmente eccentrica da dare quasi fastidio. Uno in particolare, con il viso incorniciato da un bel barbone intellettuale stile anni ’70, disse più o meno: Madonna ha successo perché è una ragazza come le altre, chiunque può identificarsi in lei e sognare di arrivare in cima anche senza possedere nessun talento, nessuna qualità particolare.

Ma all’epoca, poco meno che ventenne, mi sembrava di aver intuito un elemento alternativo della faccenda. Madonna, con tutta la buona volontà, proprio non era una ragazza come le altre. Aveva ottenuto il successo planetario proprio perché non era una ragazza comune: la sua carica erotica era anomala e così dirompente (che uno la apprezzasse o meno, da maschio o da femmina, non importa) da costituire l’impronta sostanziale dell’intero personaggio musicale che si era costruita addosso. La musica, paradossalmente, era un elemento secondario della sua figura di cantante pop: in realtà tutto di lei, musica, parole, movenze sul palco e nei videotape, veicolava messaggi di tipo sfacciatamente sessuale. La ragazza comune, di fronte a Madonna, letteralmente scompariva: e finiva per idolatrarla proprio perché riconosceva in lei un obiettivo irraggiungibile, o riconosceva lei come ineguagliabile icona del tempo.

Lorenzo Cherubini ha avuto una storia simile, almeno in fase iniziale. Agli esordi era un ragazzino con la faccia da scemo che urlava canzoni incantabili e nei testi proponeva messaggi di una superficialità bruciante, in perfetta risonanza con l’impostazione ipoculturale delle reti Mediaset di quegli anni (nonché di quelli a venire); e mi stava beatamente sui maroni, lo ammetto, proprio non lo potevo sopportare. All’epoca frequentavo una ragazza il cui fratellino di 16 anni lo idolatrava: si vestiva uguale, parlava uguale e si muoveva uguale a lui. Io cercavo di farlo ragionare ma lui niente: Jovanotti era un gradino più in alto, il modello da seguire. Lorenzo Jovanotti, che vi piaccia o no, non era un ragazzo come gli altri: era già diventato l’icona della gioventù italiana del tempo.

Ma Lorenzo Cherubini e Madonna hanno un’altra caratteristica in comune. Tutti e due, a un certo punto della loro storia, si sono trovati di fronte a un bivio: continuare su quella strada, passare di moda e scomparire nel nulla come la maggior parte dei fenomeni musicali di passaggio, o cambiare strada e passo. Loro hanno scelto la seconda possibilità: e hanno cominciato a studiare. Semplicemente, a studiare: che vi piaccia o no, si son fatti un mazzo come un capanno. Con risultati che possono non essere apprezzati da tutti, è ovvio, e infatti Madonna ancora adesso non riesco a sentirla gorgheggiare nemmeno da lontano, ma è indubbio che il mazzo se lo sono fatti eccome.

Lorenzo Cherubini ha scelto una via difficile: ha invertito la rotta quasi di 180 gradi, forzato la mano alla sua carriera, percorso una strada di sperimentazioni che a volte ha avuto esito positivo e a volte esito negativo, ma che comunque adesso, con il senno del poi, è chiaramente riconoscibile voltandosi indietro e unendo i famosi puntini di Steve Jobs. Lorenzo Cherubini è cresciuto, ha imparato a suonare qualche strumento (più o meno bene, che volete); ha girato il mondo in cerca di ispirazioni musicali di varia natura e le ha trovate; si è persino inventato una voce decente e ha cominciato a scrivere testi che di fatto lo hanno inserito nel filone dei cantautori storici italiani. State certi che di lui, tra cinquant’anni, si parlerà ancora come di uno che ha fatto scuola: vi piacciano o meno le sue canzoni, il suo modo di cantarle e persino quell’aria new age che lo ammanta e che è così tanto distante dal berretto storto che portava in testa quando era un ragazzino scemo di diciannove anni. Senza contare che nelle sue canzoni, mascherate dai giri di basso del suo amico del cuore, ogni tanto ha piazzato qualche bordata politicamente scorretta che nessuno dei cosiddetti cantautori storici, tranne forse De Andrè e il Guccini dei tempi d’oro, si era mai permesso (e che, per amor di verità, nel film del concerto si è in parte rimangiato, o ha omesso di ricordare).

Lorenzo Cherubini è un modello musicale che può piacere o meno, ma questo poco importa ai fini della discussione. Lui è però anche altro: un modello di impegno lavorativo, di crescita personale che in un certo senso trascende la qualità delle cose che scrive o canta. Jovanotti è un tale che ha esordito da ragazzo mettendo dischi in radio (come molti, molti altri); ma, a differenza dei personaggi di dubbio spessore intellettuale che su questa specie di professione si sono costruiti una carriera e hanno fatto i soldi (in modo per me incomprensibile, pensando a uno come Linus, ma ammetto che si tratta di un mio limite culturale), poi ha saltato il fosso. Si è messo in discussione, ha tentato una strada alternativa e l’ha imbroccata. Mi piacerebbe molto, per tornare al tema del blog, che tanti radiologi, tanti medici, sapessero mettersi in discussione come lui, tentare strade alternative che rifuggano il successo facile di quelli che sanno solo mettersi in mostra, tutto fumo e poco arrosto, magari aggrappati alle amicizie giuste; e che invece costruissero carriere fondate solo sulla competenza e sull’impegno.

In questo, lo ammetto di malavoglia, però solo in questo, Jovanotti non è molto diverso da Fabio Volo: io non riesco a leggere neanche una riga dei romanzi di Volo, ma il punto nodale non è che a me i suoi romanzi non piacciano (il che è vero, purtroppo), è piuttosto che ad altre centinaia di migliaia di persone piacciano al punto da essere aver reso l’autore il fenomeno letterario italiano di inizio terzo millennio. Qui non si parla di qualità in termini assoluti, si parla piuttosto di legge della domanda e offerta: se Lorenzo Cherubini vende dischi e riempie gli stadi per i suoi concerti è perché la sua offerta viene acquistata. Punto e basta. Attaccarsi al presunto scarso valore intellettuale di Jovanotti/Fabio Volo, o peggio ancora prenderla alla lontana in modo più ipocrita e obliquo, quasi tirando la pietra e nascondendo la mano (come è stato scritto qui: non ce l’ho con Jovanotti, poverino, il problema vero è il livello culturale infimo della mandria di utenti italiani al giorno d’oggi), non fa molto onore al critico della domenica. Potremmo discutere per ore, forse giorni interi, sul perché in trent’anni siamo passati da De Andrè e Guccini a Jovanotti: ma non sono sicuro che tutte le risposte sarebbero soddisfacenti per chi è rimasto ancorato alla propria idea di cultura e rifiuta di accettare l’evidenza dei fatti, cioè che il mondo è cambiato, la globalizzazione (qualunque cosa voglia significare questo termine) ha fatto da frullatore e Internet ha rivoluzionato il poco che era rimasto di quella che, a guardarla dalla prospettiva odierna, ormai sembra davvero un’epoca antidiluviana.

Senza dimenticare, e qui vengo ai blogger più o meno rabbiosi di cui sopra, che nel musicista e nello scrittore improvvisati, o presunti tali, va riconosciuta una qualità essenziale, quasi darwiniana: quella di essere andati in cerca dell’occasione giusta e di averla trovata. Chi strimpella con rabbia e in algida solitudine il suo giro di basso preferito, e nel mentre pensa che Jovanotti sia un cane, mi dispiace, ma è di una razza destinata a soccombere; chi scrive un romanzo e nessuno glielo pubblica non se la può prendere con Fabio Volo, che vende un milione di copie ogni romanzo pubblicato (destino comune a pochi autori, peraltro, e a pochissimi grandi autori). Poi, ripeto, la mia impressione è che tra cinquanta anni di Jovanotti si parlerà ancora, di Fabio Volo e di Dan Brown no; però potrei sbagliarmi, sia chiaro, mica ho la verità in tasca.

Ma almeno dietro Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, un percorso di crescita e impegno personale si intuisce. E a me, tutto sommato, nell’Italia ai tempi della crisi, questo basta: meglio lui di molti blogger incazzati, senza dubbio. Almeno lui un segno lo ha lasciato: quanto profondo non si sa, ma non siamo certo noialtri commentatori della domenica a poterlo dire, oggi.