A una delle tre domande pre-ferie, quella sulla qualità del nostro lavoro, forse una risposta l’ho trovata.
E’ in Lila, il secondo e ultimo libro di Robert Pirsig. Avevo già letto di lui il più noto “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”: che mi era piaciuto, e molto, anche se terminava con qualche punto interrogativo sospeso per aria. E proprio perchè il primo romanzo mi era piaciuto così tanto, con quel lavoro filosofico sul concetto di qualità, che dopo aver comprato Lila lo avevo lasciato a invecchiare in libreria: come una vecchia bottiglia di vino, che non stappi mai un pò perchè manca l’occasione speciale, e un pò perchè hai paura di trovarci aceto.
Ma quest’estate ho stappato Lila. E ho trovato, oltre alle risposte che cercavo, anche i perchè della scarsa attenzione della critica per la seconda opera di Pirsig. Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta poteva essere letto su diversi piani di complessità, e paradossalmente fu proprio il livello più basso a dargli la notorietà: il romanzo on the road, l’uomo americano a cavallo della sua motocicletta che percorre praterie sconfinate. La quintessenza cinematografica dell’idea di libertà, insomma. In realtà, sia Lo zen sia Lila sono l’opera di un filosofo, non di un narratore: in Lila Pirsig non ha cercato scuse ed è andato diritto al sodo, con buona pace dei critici letterari a cui non è parso vero di poter stroncare, com’è loro costume in ogni luogo del mondo, l’opera seconda di qualunque outsider della letteratura (in realtà, Lila è migliore de Lo zen anche come romanzo-e-basta: ma questo è un altro discorso).
Andatelo a leggere: ci sono risposte ai perchè della qualità, e non soltanto quella del nostro lavoro. Tutta quanta la qualità, dentro e fuori, sopra e sotto.
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Lila, sulla Qualità
domenica, 5 settembre 2010Avviso ai naviganti
sabato, 28 agosto 2010Come forse avete notato, il blog per qualche giorno è rimasto inaccessibile ai naviganti: erano in corso inderogabili operazioni di restyling. Il problema è che, nonostante il webmaster mi avesse più volte messo in guardia, ho messo le mani dove non dovevo metterle: e ho cancellato i novanta utenti registrati, i loro indirizzi di posta elettronica e, a quanto pare, anche i loro commenti. Questo vuol dire che, per chi ancora lo desidera, bisogna registrarsi nuovamente al blog: per lasciare commenti o anche solo per testimoniare empatia.
Un’altra cosa: i post scritti negli ultimi cinque anni saranno reinseriti un po’ alla volta, e questo è il motivo per cui troverete il blog un tantino spoglio. Insomma, un po’ di pazienza e scusatemi. Un blog è come un figlio: a volte sono i genitori a cannare il metodo.
Tre domande per l’estate
domenica, 8 agosto 2010Prima di partire per le ferie volevo scrivere un ultimo post. Qualcosa di epocale. Una pietra miliare. Il giro di boa. Poi, mentre lo scrivevo, mi sono accorto che ero già al terzo chilogrammo di parole e non avevo ancora quagliato niente; e d’altronde è noto, la prima regola di un post è la brevità. Va bene il raccontino lungo piazzato ogni tanto senza che nessuno se ne accorga, ma il post no (e io già sforo abbastanza dalla regola, sebbene senza grossi sensi di colpa). E invece lui, il post chilometrico, parlava di un sacco di cose. Troppe.
Di come lo studio universitario sia folle, per esempio: nel 1990 studiai l’esame di patologia medica, che all’epoca era in blocco unico, per sei mesi di fila. Giorno e notte, notte e giorno. All’esame il prof mi chiese di parlargli dell’infarto, e io gliene parlai con dovizia di particolari, pur senza averne mai visto uno. Di pazienti con l’infarto, intendo. E mentre ne parlavo la sensazione dell’incongruenza fra l’argomento dell’esame e l’esperienza diretta che ne avevo mi assalì all’improvviso, disorientandomi per qualche istante con una sensazione di tristezza infinita. Dovette accorgersene anche il canuto professore, ma d’altro canto dopo tre ore di esami credo che anche lui si stesse annoiando il suo giusto. Ognuno raccoglie ciò che semina, credo. Oppure no?
Poi parlava, tanto per cambiare, del mio lavoro di oggi. In cui la differenza, secondo me, non la fa la cultura medica. Quella ti orienta in un senso o nell’altro, ma non ti risolve quasi mai i problemi; e poi c’è sempre il libro, che in queste occasioni, e non solo in queste, è il miglior amico dell’uomo (un collega mi raccontava che alla Mayo Clinic, dove aveva frequentato in gioventù radiologica, tutti lavoravano con la pila di libri accanto al dittafono. E se lo fanno gli ammericani, baby, perchè noi dovremmo vergognarcene?). E allora cos’è che fa la differenza tra un professionista e l’altro? Quando tu sei lì, da solo, seduto davanti al tuo schermo luminoso, con la lingua tra i denti e il libro aperto sulla scrivania? Cosa produce la Qualità a cui tutti, o quasi tutti, diciamo di aspirare?
Infine, il post parlava anche di me. Di me come persona, intendo. Come essere umano. Speciale o banale, simpatico o antipatico, cordiale o sfuggente, sincero o bugiardo, volitivo o sottotono. Presuntuoso o umile, disponibile o beffardo, accorto o menefreghista, costruttore o ignavo, qualitativo o quantitativo. Ma di me come persona in fondo non c’è molto da dire: ogni volta che ci provo mi torna in mente una canzone di Gaber, Il comportamento, e mi passa automaticamente la voglia di discuterne. Figuratevi quando sono altri a parlare di me: non lo so nemmeno io chi sono, figuriamoci il mio prossimo. Voi lo sapete chi siete, l’avete capito subito o per capirlo avete dovuto impegnarvi interi decenni? E lo sapete chi sono i vostri familiari, gli amici, i colleghi con cui lavorate, i pazienti che arrivano in pronto soccorso?
Ogni risposta alle tre domande sarà gradita. E sarà gradito anche il silenzio: perché equivarrebbe a essere in buona compagnia, fra gente che è consapevole di non saper nulla. Anche se poi di te si dice che sei uno con la verità sempre in tasca.
La crisi
lunedì, 7 giugno 2010
Non so voi, ma io ho momenti nei quali non posso fare a meno di guardarmi con gli occhi del ragazzo che sono stato (ormai tanti anni fa): forse è una conseguenza inevitabile dell’avere figli, e di vederli crescere giorno dopo giorno, ma i motivi importano poco.
Invece importa di più che a volte io mi riconosca senza fatica: nel lavoro che faccio, nei rapporti che cerco di avere con le persone vicine, nella coltivazione dei miei sogni e delle mie passioni. O che altre volte faccia proprio fatica a riconoscermi in quell’adulto incazzato e insoddisfatto che si muove in giro per il mondo con la grazia di un caterpillar, dimenticando (come spesso mi viene ricordato, e talora non senza ragione) che se non esistessero le sfumature di grigio noi radiologi saremmo una categoria di disoccupati.
Quando compi quaranta anni scopri che è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e, come nella favola dei tre porcellini, smettere di essere pigri e costruire una casa bella solida che nessun soffio di lupo potrà mai abbattere.
Ma intanto c’è la crisi. Che arriva proprio quando tu sei pronto a tutto; senza capire se la crisi riguarda l’economia, la morale delle persone, la logica e l’onestà con cui governare un paese o un reparto di radiologia (che poi è quasi la stessa cosa), l’esistenza di Dio, o tutte queste cose insieme.
Ti chiedi che mondo lascerai in eredità ai tuoi figli: ma sei un povero illuso perché i tuoi genitori non si sono ancora decisi a mollarla a te, la loro eredità. E il bravo quarantenne, bontà sua, partecipa alla rovina dell’impero ancora da semplice spettatore.
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Ci sarò anche io!
5 giugno 2010
Ai colleghi che mi hanno chiesto se sarò a Verona all’imminente congresso SIRM: la risposta è si. E sicuramente lunedì 14 sarò nell’Aula Bianca alle 16.30 (potrebbe essere quella una buona occasione per conoscerci di persona).
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El gringo
domenica, 23 maggio 2010Questo è un diario. On line, ma un diario. E nei diari, scusatemi, ogni tanto ci si sfoga (o no?).
Venerdì sera sono stato a una cena con il mio vecchio reparto di radiologia, quello in cui ho cominciato la mia strada di radiologo. Una cena molto bella, perchè a quelle persone sono ancora molto legato, e molto toccante perchè si commemorava una cara persona che ora non c’è più. E la cena mi ha dimostrato, una volta di più, che il mondo è piccolo; e si incontrano persone che, come diceva il cattivo dei vecchi film western, in questo saloon non c’è posto per tutti e due.
Ogni tanto capitano passaggi di vita un pò speciali, congiunture astrali insolite, coincidenti casualità, incontri che all’inizio ti sembrano insignificanti eppure sulla lunga distanza segnano in profondità. E quello che sembra lavoro si intreccia in malo modo con quello che doveva essere solo un bel fatto personale.
Devo dire che, in media, nella vita sono sempre stato molto fortunato. Ho conosciuto persone che mi hanno lasciato una traccia, gettato un seme che poi a distanza di anni è germogliato e ha dato frutti. Ne parlavo pochi giorni fa con una vecchia compagna di scuola delle medie: e dicevo che spesso non puoi nemmeno testimoniare la tua gratitudine perchè quelle persone o sono venute a mancare o si sono trasferite in luoghi d’Italia in cui non sai rintracciarle.
Però, come tutti, ogni tanto ricevo la mia lezione magistrale. E la ricevo perchè, nonostante i miei quattro decenni più che compiuti sulla groppa, ancora mi ostino a scorgere il meglio nelle persone che incontro; e mai mi verrebbe in mente che dietro uno sguardo liquido o una mimica corporea difensiva si nascondano strategie volte a fottermi, invece che ad aiutarmi o quantomeno a mantenere un atteggiamento neutrale nel momento del bisogno.
Ma tutto serve, dicono. Per esempio a scoprire che qualcuno non riesce a distinguere tra persona e personale; o a dimenticare che aver subito un presunto torto non vuol dire farne una questione di principio che implica, tra le altre cose, passare sui cadaveri degli amici. A capire che non basta aver fatto i capelli bianchi per imparare a vivere: perchè se nella vita ti fai una fama di un certo tipo, in fondo, un motivo deve pur esserci. A porsi il dubbio che a volte, se tutti dicono che una persona ha i capelli scuri, è inutile intestardirsi a sostenere che invece ce li ha biondi.
Il nostro lavoro di medici, e qui vengo al tema del blog, crea a volte rapporti umani molto profondi: si passa così tanto tempo insieme che a volte è quasi inevitabile avvicinarsi. Ed è il bello del nostro mestiere: perchè si combatte per un fine comune e si hanno passioni e obiettivi condivisi. Quello che però non bisogna ai dimenticare, e che raccomando sempre di tenere a mente agli studenti che mi scrivono, è che alla fin fine siamo tutti uomini: e che qualcuno ha così tanto pelo sullo stomaco che gli ci vorrebbe un barbiere, invece del gastroenterologo. Anche quando da fuori sembra ben rasato, rispettabile, animato da buoni sentimenti; e nemmeno si rende conto di che danni produce muovendosi per il mondo con quella specie di finta grazia che una volta tanto ti affascinava.




