Archive for the ‘Adynata’ Category

C’era una volta il west

martedì, febbraio 19th, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

Al funerale di Akira Kurosawa, nel 1998, ognuna delle migliaia di persone presenti condusse con sé 1200 yen, il prezzo di un biglietto del cinema: lo scopo era restituire al grande regista, simbolicamente, i soldi spesi per l’emozione indimenticabile di aver visto uno dei suoi film.

A me basteranno i 43 euro del ticket, grazie.


La musica consigliata per la lettura del piccolo post è il tema di “C’era una volta in west”, di Ennio Morricone. Sergio Leone, per questo film, ebbe i suoi problemi con l’erede degli antichi samurai: perse la causa per plagio e dovette pagare al regista giapponese parte dei ricavi del film.

Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo

lunedì, febbraio 18th, 2019

Ho assistito, in occasione di un corso della Fondazione SSP, a un suggestivo intervento di Luciano Ziarelli, teorico italiano dell’intelligenza emotiva, sul tema della leadership. Ziarelli ha usato come imperituro esempio di leadership Ernest Shackleton, esploratore britannico di inizio secolo scorso, che nel tentativo di attraversare a piedi per primo il continente antartico finì per perdere la nave, la leggendaria  Endurance, schiacciata dal ghiaccio del pack, rimase per quasi due anni in mezzo al nulla più gelato che possa esistere e alla fine riuscì a riportare a casa i suoi uomini, tutti e 28, quando ormai il mondo intero li dava per morti e sepolti.

Non importa conoscere i particolari della vicenda (chi è interessato può godersi, cliccando qui, la puntata di Quark dedicata a Shackleton e alla missione dell’Endurance): il succo della questione è che l’impavido esploratore, a detta di Ziarelli e di tutti coloro che ne hanno fatto a ragione il simbolo mondiale della leadership, riuscì a tenere unita una squadra di uomini ormai condannati alla morte peggiore che mente umana possa concepire e a condurli a una salvezza del tutto insperata, attraverso pericoli straordinari e in un territorio inospitale come potete immaginare l’Antartide nella stagione invernale, quando la temperatura può scendere, ma scendere è un termine riduttivo, fino a 70° sotto zero.

Ziarelli è un fantastico affabulatore: ha parlato per tre ore incantandoci tutti con uno spettacolo che avrebbe potuto tranquillamente portare in un teatro. Eppure, mentre narrava la storia dell’Endurance, sentivo che qualcosa non mi tornava. All’inizio avevo pensato che il punto fosse la fortuna, l’incredibile e sfacciata fortuna di un uomo coraggioso a cui tutto andava liscio: per esempio, quando con altri quattro uomini si era deciso a partire dallo scoglio sul quale erano approdati e percorrere la bellezza di 1600 chilometri lungo un tratto di mare battuto da venti a 200 chilometri orari e con onde alte fino a 40 metri, e il tutto su una semplice scialuppa di legno (peraltro, avesse atteso ancora qualche ora non sarebbe potuto partire: la mattina dopo il ghiaccio avrebbe invaso il mare dell’isolotto, e addio prendere il largo in scialuppa). O quando, approdato in Georgia del Sud allo scopo di convincere i pescatori locali a recuperare i suoi compagni di viaggio con una baleniera, era riuscito in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati: impresa mai riuscita a nessuno prima di lui.

Ma no, il punto non era quello. Shackleton in effetti merita per intero la sua fama perché nessun genere di fortuna assiste l’uomo privo di iniziativa, e lui aveva coraggio da vendere e risorse mentali praticamente illimitate che in qualche modo doveva aver trasmesso ai suoi uomini. Il punto, mi sembra, è il seguente: Ziarelli, nella sua affascinante narrazione, rende l’idea di un gruppo coeso fino all’inverosimile in cui nessuno ha mai un cenno di dissenso, una nota di sfiducia nelle virtù del capo. Di una squadra così fedele al suo capitano da non mettere mai in discussione, appunto, la sua leggendaria capacità di leadership.

E invece il film per la televisione, in cui il personaggio di Shackleton è interpretato da un Kenneth Branagh incredibilmente convincente e somigliante all’esploratore, mostra proprio quello che non mi tornava. I suoi uomini avevano mostrato eccome, segni di malcontento e sfiducia nel loro leader. Quando Shackleton diede l’ordine di uccidere i 70 cani da slitta, gesto doloroso ma compassionevole perché in alternativa le povere bestie sarebbero andate incontro a una morte molto più terribile, gli diedero alle spalle dello stronzo privo di pietà. Quando chiese al fotografo di scegliere solo un centinaio di lastre fotografiche, e di sacrificare le altre perché non avrebbero potuto trasportarle sul pack, l’altro rispose sprezzante che in buona sostanza si erano persi chissà dove e senza nemmeno sapere in che modo: altro che riconoscimento della leadership, quello era incazzato nero e aveva la fiducia nel suo capo spedizione letteralmente sotto i piedi.

Questo è solo per dire che si fa presto, troppo presto a dire leadership. Che per governare un gruppo di persone ci vuole, come per tutto il resto, grande capacità ma anche una fortuna sfacciata: la maggiore delle quali riguarda proprio gli uomini che ti toccano in sorte per la spedizione. Perché, e questo secondo me è il vero punto chiave dell’intera vicenda, sapete qual era il testo dell’inserzione di giornale con la quale Shackleton aveva reclutato i 28 uomini della spedizione? Il seguente: “Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”.

Eccolo il vero segreto del successo impossibile di Shackleton, altro che chiacchiere: i suoi erano uomini senza paura, e così motivati da avere il coraggio di rispondere a un’inserzione di quel genere. Perché nella vita reale è quello l’elemento chiave: il coraggio, che a sua volta determina la capacità di abnegazione e di sacrificio, che a loro volta determinano l’endurance, la perseveranza, la resistenza. Cioè la possibilità di tornare a casa, vivi.

Il resto, e sono sicuro che anche Shackleton ne fosse fieramente convinto, sono tutte balle.


La canzone della clip è “Shackleton”, tratto dall’album “Gommalacca” (1998), in cui Franco Battiato narra da par suo le avventure del grande esploratore.

Questi giorni arrivo dove sono diretto

mercoledì, settembre 21st, 2016

Stamattina presto ho fatto un sogno bellissimo, interrotto dalla sveglia che come al solito ha suonato intempestiva.

Eravamo morti, io e te, ma morti non è la parola giusta: più che morire è come se fossimo transitati insieme in un livello superiore di un videogioco qualunque. Senza soffrire, però, senza sentire nulla se non un piccolo scatto, una sensazione di impercettibile e rapida nausea come quando sei in volo e l’aereo attraversa un vuoto d’aria.

L’aldilà, in buona sostanza, era uguale all’aldiqua: persone, cose, abitazioni, strade. Forse solo i colori erano più vivaci, come se fossero stati ritoccati con un programma tipo Photoshop, i bordi degli oggetti più sfumati. I rumori erano ovattati, l’aria profumata come, immagino, doveva essere nei tempi antichi in cui prevalevano gli odori essenziali, elementari della natura. E a quanto pare c’erano le stesse difficoltà contingenti dell’aldiqua: problemi da risolvere, persone da incontrare e vite da vivere, insomma: solo che tutto era infinitamente più serio e ponderato, come se gli stati d’animo convulsi in cui viviamo tutti i giorni si fossero improvvisamente raffinati, e la qualità media delle persone che abitavano quel luogo fosse incommensurabilmente più elevata.

Vedo in lontananza un nostro caro amico e vado a stringergli la mano. Lui è lì e probabilmente da più tempo di noi, ha l’aria furbetta del nonno che accoglie in caserma i rospi appena venuti fuori dal CAR. Mi dice, sorridendo: Vuoi davvero stringermi la mano? Qui non si usa più. E io in quel momento riesco a percepire perfettamente la gioia che ha di vederci,  me e te, mille volte meglio che se ce lo dicesse a parole; e si, comprendo alla perfezione quello che mi ha voluto dire.

Poi io e te ci guardiamo, sorridiamo anche noi increduli e ci avviamo tenendoci per mano lungo una strada diritta, apparentemente senza fine, con edifici altissimi su entrambi i lati della strada, in questa strana città dai colori incredibilmente vivi e dai contorni sfumati: sapendo che nulla di ciò che ci aspetta sarà facile, ancora una volta, ma che almeno siamo insieme anche in quest’altro viaggio.

Poi la sveglia è suonata, ma ecco, te lo volevo solo raccontare.

Ciao.


La canzone della clip è “True love will never fade”, di Mark Knopfler, dall’album “Kill to get crimson” (2007).

Le interviste radiologiche possibili #2 (Napoli)

domenica, settembre 18th, 2016

Ho conosciuto Alfredo Siani quando era Presidente della SIRM. O forse, per essere pignolo, dovrei dire che fu lui a conoscere me: aveva cominciato a bazzicare il blog e dopo la pubblicazione della mia Guida minima allo sopravvivenza dello specializzando in Radiologia mi dedicò un commento che è ancora gelosamente conservato negli archivi del sito. D’altronde anche io ero entusiasta della rubrica che Siani curava personalmente sul portale societario: mi sembrava lodevole che un Presidente avesse voglia di aprire un dibattito con la cosiddetta “base”, con i radiologi da trincea lontani anni luce dalle aule universitarie, e decidesse di estenderlo anche a temi che fino a quel momento erano rimasti decisamente tabù. In particolare, restai senza parole dopo aver letto l’editoriale in cui il Presidente sparava a zero sulle elezioni bulgare, quelle con in lizza un solo candidato o consiglio direttivo, e sui mammasantissima (li chiamò proprio così, con un linguaggio forse di non casuale matrice malavitosa) che non avevano alcun interesse a cambiare lo status quo. E’ da allora che tengo a freno la voglia di porgli un paio di domande serie, di quelle che non accettano risposte diplomatiche: e finalmente ne ho avuto l’occasione.

Passare una sera con Alfredo Siani è un’esperienza che porta con sé almeno due elementi sconcertanti. La prima: l’uomo è un fiume in piena e mentre sviscera un’argomento ne sta già toccando altri due o tre, che verranno lasciati cadere e ripresi dopo, quando meno te lo aspetti, come se la narrazione non fosse mai stata frammentata. La seconda: Alfredo Siani ha una memoria formidabile. E’ in grado di ricostruire eventi persi nella nebbia degli anni ricordando il giorno preciso in cui si sono svolti, a volte l’ora, l’esatta cronologia dei fatti che li compongono e le persone presenti sulla scena. Ma su questo punto torneremo durante la narrazione.

Ci siamo dati appuntamento in strada, a due passi dal lungomare. Lui, puntualissimo e sorridente, è passato a prendermi con la sua Smart.

Siani: Ahò, mica ti pensavi che venivo a prenderti con la Mercedes?

Gaddo: Buonasera, Presidente, come sta?

S: Eeeeh, guagliò, facciamo subito il patto che mi dai del tu. Del lei si dà a chi rompe i coglioni.

G: D’accordo. Sai com’è, mi hanno educato fin da piccolo in modo abbastanza rigido.

S: E a me lo dici? Io ho studiato alla Nunziatella, figurati che educazione ho ricevuto.

La Nunziatella è un istituto militare napoletano di formazione scolastica secondaria, molto prestigioso. Più volte, nel corso della serata, tornerà fuori questo accenno alla sua educazione, al rispetto degli impegni presi e all’onestà intellettuale. Camuffata sotto mentite spoglie, dietro la maschera di un sorriso che non lo abbandona mai: nemmeno quando gli occhi gli si velano di tristezza. Comunque Alfredo Siani sa bene cosa lo aspetta, portandomi a cena fuori, e ribalta subito lo schema classico di qualunque intervista che si rispetti.

S: Tu vuoi sapere cosa penso della SIRM, vero?

G: Certo che lo voglio sapere.

A questa domanda non risponde subito, né risponderà durante la cena. Solo alla fine, in auto, di ritorno in albergo, la riformulerò e lui darà la risposta definitiva. In compenso ha immediato inizio la narrazione a fiume di eventi che posso riportare solo in minima parte, per motivi facilmente intuibili. Parto invece dai suoi esordi, di quando il martedì si faceva in auto la tratta Napoli-Cassino e ritorno per lavorare in una clinica privata.

S: Tenevo famiglia, Gaddo, non c’era molta scelta. Lavoravo anche da solo, a volte senza nemmeno il tecnico: non sai quante urografie ogni mattina. Due pazienti alla volta, facevo fare le dirette e gli strati e poi partivo con i contrasti. (ride) Questi vomitavano, figurati, coi contrasti ionici che c’erano allora. Alla fine guardavo i risultati e capitava che un in un esame non ci si capisse niente perché magari il Paziente aveva fatto un contrasto digerente pochi giorni prima e aveva l’intestino pieno di bario, e io manco avevo visto le dirette. Oppure facevo quindici stomaci in una mattina, o quindici clismi. Mescolavamo noi il bario, a mano, mica c’erano le confezioni monodose come ora.

G: Con il doppio contrasto?

S: No, figurati, questa era una tecnica che poi avrebbero cominciato a fare quelli di Genova. Io una specie di doppio contrasto lo facevo con gli stomaci, davo ai pazienti un alka selzer. (ride ancora) Quando gli altri appena cominciavano a fare ‘sta roba del doppio contrasto noi a Napoli già avevamo cominciato in modo artigianale.

G: Avevi anche altre attività?

S: Certo, le angiografie in un’altra casa di cura. All’epoca arrivavo, avvertivo l’anestesista perché i pazienti venivano addormentati, e facevo l’angiografia. Poi quando il paziente si svegliava era già arrivato il professore, così il paziente vedeva la sua, di faccia, e non la mia. Erano altri tempi, che ‘vvuò fa, cosa vuoi farci.

G: E poi?

S: Poi ho deciso che dovevo fare il primario, e sono riuscito a andare a Ischia. Ogni mattina pigliavo l’aliscafo e andavo sull’isola.

Quando parla dell’esperienza di Ischia gli occhi gli si illuminano. Io non riesco davvero a immaginarmelo giovane, entusiasta, chiuso in una prigione le cui sbarre erano fatte d’aria. Eppure lui invece parla benissimo di quel periodo.

S: Ci siamo divertiti, abbiamo dimostrato che non bisogna stare nel posto importante per lavorare bene e scrivere pubblicazioni e libri. Una volta c’era un’urgenza, sono arrivato in barca. Ho spiegato al paziente per filo e per segno che gli avremmo fatto l’angiografia e lui: Dottò, facite chello c’avite fa’ ma nun me dicete ‘cchiù niente, Dottore, fate quello di cui c’è bisogno ma non ditemi più nulla! (ride di gusto, e io con lui)

G: E poi?

S: Poi c’è stata Pozzuoli. A Pozzuoli stavo a casa mia, si erano creati bei rapporti con tutti, sono stati gli anni più belli. Quando poi mi sono trasferito al Pascale le cose sono diventate più difficili. Forse dovevo entrare a gamba tesa per risolvere i problemi, e invece ho provato a moderare. Tu ricordatelo sempre, che certe volte moderare non è proprio possibile.

Certo, a volte è davvero difficile non sbattere il pugno sul tavolo e urlare: adesso basta, si fa così perché lo dico io. Ma poi, e anche lui mi è sembrato d’accordo, la strada che da’ maggiori soddisfazioni non passa necessariamente per l’autocrazia o per le scenate di corridoio. L’ho sempre pensato anche io: avere una visione non basta, se non sei in grado di condividerla con i tuoi collaboratori e condurli con te verso l’orizzonte che hai pensato di scorgere. Ma lui, con qualche anno in più sul groppone rispetto al vostro cronista, è di certo più disilluso. Parliamo di una nota personalità radiologica italiana, che lui stima moltissimo, e per qualche secondo si incupisce.

S: Lui è veramente di un altro livello. Se mia figlia volesse fare radiologia la manderei a studiare nella sua Scuola, probabilmente, Però lo vedi, no? In lui la scorgo benissimo, la vera solitudine del capo. Quando sei lassù in alto sei solo per forza. Io però ho un altro carattere.

Alfredo Siani, quando parla della figlia, perde qualunque genere di barriera emotiva. Il sorriso gli si apre naturale sotto gli occhi furbi: accadrà molte volte, durante la nostra chiacchierata.

G: Me ne sono accorto alla sessione del Radiologo Invisibile. A te piace ancora quella roba lì, ti piace stare sul palco e anche quello che segue la sessione, no? Infatti volevo venirti a salutare, ma tu eri molto impegnato.

S (sogghignando): Fingevo di essere impegnato, è il mio animo di attore. Quello che farò da grande.

Sembra un luogo comune, ma ogni buon napoletano deve essere un bravo attore: è la differenza qualitativa sostanziale tra un napoletano doc e un povero casertano di provincia come me, tagliato a spigoli e più adatto ai climi calvinisti che a quelli mediterranei. Una dote, peraltro, che gli invidio oltre misura. Ma c’è un altro argomento che riesce a fargli virare l’umore: il Cardarelli, l’amore della vita mai realizzato. Quando ne parla ha lo sguardo e la voce dell’innamorato perso.

S: Eh, il Cardarelli è il Cardarelli, non c’è niente da fare. Non era il destino mio.

G: E la SIRM, invece?

S: Sono partito a fare il consigliere, poi ho fatto il vicepresidente. Alla fine anche il Presidente, io non me l’aspettavo e forse qualcuno pensava che fossi più manovrabile. Invece a me nisciuno m’o dice, chello ch’aggia fa’, nessuno può dirmi cosa fare.

G: Come è andata? E’ incredibile come ricordi tutto nei minimi particolari, hai una memoria pazzesca.

S: Non è questione di memoria. E’ che ho ricevuto parecchi sgarbi, e gli sgarbi non si dimenticano. Però ho cercato lo stesso di fare un sacco di cose, e alcune insieme al mio consiglio sono riuscito anche a portarle a termine. La Casa di Roma, per esempio, in tanti erano contrari.

G: E questo congresso SIRM, a Napoli? Il primo giorno sono morto dal caldo, il secondo faceva così freddo che non riuscivo nemmeno a parlare in aula, durante la mia presentazione.

S: E ti sta bene! Io ho alcuni amici del nord che, non potendo lamentarsi di nulla, si sono lamentati del caldo. Bene, il buon Dio ha provveduto a far piovere e a fare fresco. Ma ovviamente le critiche non si sono fermate, e allora le aule erano troppo piene, coi ragazzi seduti a terra, o troppo vuote, o non abbastanza insonorizzate! O la mostra tecnica era troppo grande! Allora ti voglio dire il commento di mia figlia appena laureata in medicina, lei non farà la radiologa, che non era mai stata a un congresso così importante. Sai che ha detto? Papà, questo congresso è bellissimo!

Però devo ammettere, da umile cronista, e lui mi farà un cazziatone che non finisce più per averlo scritto, che alcune delle obiezioni poste non erano peregrine. Giovedì mattina ho parlato di torace in un’aula da cento posti che era gremita all’inverosimile, con persone che premevano fuori per entrare, e si schiantava dal caldo. Il giorno dopo, nell’aula interattiva, l’esatto contrario. In ogni caso parliamo ancora della SIRM, della sua storia, del carattere di alcuni suoi protagonisti degli ultimi anni: sono considerazioni che rimarranno personali, per ovvi motivi, e non potranno mai essere rese pubbliche. Intanto ci avviciniamo all’albergo.

S: Allora, t’è piaciuta ‘sta pizza, ti è piaciuta questa pizza?

G: Certo che mi è piaciuta, a Treviso mica le fanno così buone. Ma c’è un’ultima cosa che vorrei chiederti.

S: Quale?

G: Mi dici perché, dopo tutto quello che è successo, tu sei ancora così legato alla SIRM?

Alfredo Siani, per la prima volta in tutta la piacevole serata, diventa irrimediabilmente, categoricamente serio. Gli occhi gli si fanno di pietra calcarea: mi guarda per qualche secondo senza parlare, poi finalmente risponde.

S: La SIRM è un’istituzione seria, e io sono stato educato a credere nelle Istituzioni. Le persone passano, ricordatelo, ma l’istituzione rimane.

Ci stringiamo la mano, facciamo la foto di prammatica. Lui ha per me un ultimo sorriso ironico.

G: Buonanotte, Presidè.

S: Domani al congresso copriti! E la prossima volta che vieni a Napoli porta tua moglie e i bambini, che ci penso io a farli divertire.

(Napoli, 18/09/2016)

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Ci sono parole che potrei usare, ma ho paura di dirle (cronache dal congressone #4)

sabato, settembre 17th, 2016

https://youtu.be/ONqQ6b2v_GM

L’aspetto sorprendente della sessione più importante del giorno, quella che parlava del radiologo “invisibile”, è che i radiologi alla fine sono stati invisibili sul serio: aula grande e poca affluenza, specialmente da parte della popolazione congressuale più giovane. Che peraltro partiva dall’idea espressa in un editoriale scritto a quattro mani con Gianni Morana, pubblicato sul giornale di categoria e che volendo potete rileggere qui.

(Inciso: brutti disgraziati di specializzandi o neospecialisti, lo so che tanto contavate di leggere il riassunto sul blog, ma questa sessione era pensata per voialtri. Noi di una certa età abbiamo già il cammino segnato ma voi no, qualcosa per voi può ancora cambiare in meglio ma bisogna che prima ve ne rendiate conto. Oggi era una di quelle occasioni: e invece avete fatto fare una figura barbina a tutti davanti a un giornalista della carta stampata che adesso andrà in giro a dire che alla sessione c’erano due gatti)
(Secondo inciso: c’erano due Presidenti SIRM, è vero, ma è stata piuttosto imbarazzante anche l’assenza di altre figure istituzionali. E poi ci lamentiamo dei giovani)

E pensare che il Presidente Siani, dopo l’introduzione di Gianni Morana, era partito alla grande chiedendo all’uditorio: ma non è che per caso ci ha fatto comodo , a noi radiologi, restare invisibili? Che si lavori nel pubblico o nel privato, l’invisibilità garantisce meno rotture di scatole al punto che il pubblico confonde le potenzialità dell’apparecchiatura radiologica con quelle del radiologo che referterà l’esame, e lì prende la cantonata del secolo. E anche per quanto riguarda la scelta dell’esame più appropriato, che buon senso vuole venga effettuata dal radiologo e non da un clinico che nemmeno sa in cosa consista l’esame, siamo proprio sicuri che i radiologi lo vogliano veramente? Domanda legittima: perché l’assunzione di responsabilità comporta impegno, e l’impegno è notoriamente faticoso.

La patata bollente è però rimasta in mano a Roberto Maroldi, a cui viene fatta la seguente domanda: come li formiamo questi nuovi radiologi, allo scopo di proteggere la categoria dal disastro? Sarò breve: il professore ha detto tante cose, e come al solito più che un semplice intervento ha concepito una piattaforma programmatica di grande complessità intellettuale, ma il concetto fondamentale resta sempre lo stesso. Inutile parlare di percorsi che insegnino la corretta comunicazione con tutti, colleghi e pazienti, se poi alla fine il nostro lavoro non torna utile a qualcuno e il punto davvero critico non torna a essere la reale competenza del radiologo.

(qualcuno di cui tacerò il nome, nelle prime file, a questo punto ha le palpebre pesanti ma riesce stoicamente a resistere sbattendo le medesime con un incredibile ritmo da samba)

Io penso di essere esagerato, quando suggerisco ai miei colleghi di essere parecchio esaustivi nel descrivere sul referto le indicazioni all’esame, ma devo dire che come al solito Maroldi è su un altro livello: e per umiliarci ha mostrato un referto del suo istituto in cui le indicazioni occupavano metà pagina e la tecnica di esame un altro terzo. Esagerato, dice qualcuno. E invece no, perché se vogliamo difendere la centralità della clinica nella professione radiologica bisogna che nel referto si parli di clinica, e non ci si limiti a mostre fotografiche degne della fiera dove si è svolto il congressone ma del tutto inutili all’unico fine che il referto riveste, ossia di comunicare conclusioni utili a qualcuno.

A questo punto la palla è passata al giornalista, Vicinanza (nome quantomai opportuno, visto il tema della tavola rotonda), il quale ha raccontato una sua personale esperienza ospedaliera in cui, condotto nel reparto di Radiologia, ha avuto la sensazione sgradevole del contatto con macchine e non con uomini: il che, se ci pensate bene, è proprio il limite fisico della nostra invisibilità professionale. Carmelo Privitera, il nuovo Presidente SIRM, si è detto addolorato e ha espresso un concetto basico sul quale sinceramente non avevo mai riflettuto: siccome non esistono e non posso esistere radiologi in grado di occuparsi di tutto lo scibile medico, c’è bisogno soprattutto di una visibilità di gruppo. Concetto notevole sul quale mi riservo di esprimere riflessioni personali, ma non prima di averlo digerito come merita. Perché sento a istinto che sotto le parole di Privitera si nasconde qualcosa di molto buono, ma devo capire in che modo questo buono può essere portato alla luce senza far danni.

(Il giornalista chiude il suo intervento dicendo: è molto faticoso raccogliere il dolore degli altri. Non hai neanche idea, giornalista, di quanto sia faticoso. Di quanto snervi i medici, anche quelli più corazzati. Di quanto sarebbe necessario il supporto di uno psicologo ospedaliero, dedicato unicamente ai medici)

La sorpresa del giorno è però rappresentata dal Direttore Generale di una regione non lontana, il quale ha parlato criticamente di come negli ultimi anni si sia realizzata una aziendalizzazione della sanità piuttosto “casereccia” e tutta fondata sui numeri, mentre adesso l’orientamento è verso l’appropriatezza: parole di conforto dopo che due anni fa un suo collega aveva usato tono differenti e abbastanza bellicosi (potete ricordare il tutto cliccando qui). Il decisore ha posto un quesito semplice e complesso al tempo stesso: chi legittima il ruolo del radiologo? Beh, direte voi… porca miseria, ma a noi chi cavolo ci legittima? Il paziente o i colleghi che richiedono al nostro servizio prestazioni radiologiche? L’idea di base, condivisibile, è di recuperare prima il rapporto con il clinico, poi quello con i pazienti: anche perché le due cose sembrano in relazione reciproca molto stretta. Ma quando Gianni Morana ha chiesto se una santa alleanza tra medici e amministratori potrebbe ridurre il gap con i pazienti il DG ha sbottato: Beh, se siamo ancora a questo punto qui stiamo inguaiati! E invece no, è proprio a questo punto che siamo: e le amministrazioni farebbero bene a riflettere sull’evidenza che più tempo per i pazienti significherebbe in automatico anche meno contenziosi, liti e richieste di risarcimento. Un po’ di numeri in meno, forse, per una medicina qualitativamente migliore e con cittadini meno indemoniati verso ospedali e istituzioni.

Ma il DG a quanto pare sa di cosa parla, e chiosa la metafora del parrucchiere con quella del meccanico: se mi si rompe l’automobile io cerco il meccanico bravo, non il primo che trovo. Il quale magari mi costa anche meno, ma il suo lavoro è meno accurato e sulla lunga distanza avrò pagato di più. Ecco, questa è la morale della tavola rotonda di oggi: impegnatevi, ragazzi, perché altrimenti sarà più semplice affidare il lavoro a uno più bravo di voi. O, peggio ancora, scegliere il meccanico più economico.

(e grazie, Gianni)


La canzone della clip è “Invisible”, di Alison Moyet: per un bel tuffo tutti insieme nel bel mezzo degli anni ottanta, invisibili come la cantante pop delusa in amore e noialtri radiologi da trincea.