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Il tempo che fugge

giovedì, 19 aprile 2012

La vita è breve, e noi siamo appesi a un filo. Questa è la lezione che ci insegna, a noi medici dico, il mestiere che facciamo. Oggi sei vivo e sano, ti svegli la mattina dopo e sei malato, con i giorni contati. Oggi ti trovi dalla parte giusta del vetro, guardi un paziente fare la risonanza magnetica e poi scrivi un minuzioso referto, e domani steso su quel lettino freddo potresti esserci proprio tu. Con il tuo carico di pendenze rimaste in sospeso, di figli da crescere, di debiti insoluti e cose non dette.

Non è che ci siano molte soluzioni al problema, beninteso. Da qualche parte, in qualche momento, il viaggio deve pur finire. Per tutti: chi vive sotto un ponte e chi manovra i destini del mondo al riparo di bunker antiatomici e delle banche di famiglia. Magari per accorgerci, come dicono i saggi ma anche gli stolti imbevuti di ideologia new age, che l’importante non è arrivare, da qualunque parte uno abbia deciso di dirigersi, ma il modo in cui hai viaggiato. E allora io non so se vi sto dando il consiglio giusto, ma almeno provate a leggere il post fino alla fine.

Quello che voglio proporvi è un esercizio pratico che comincia la mattina appena alzati e finisce la sera, un secondo prima di prendere sonno; valido anche per i non radiologi. Quando vi svegliate non maledite la sveglia: piuttosto spegnetela e poi stiracchiatevi, provare a sentire per qualche secondo quanto è bello e confortante ritrovare ancora vivo il vostro corpo, che gioia il contatto di tutto il vostro corpo con il materasso ancora tiepido. Quando accendete la luce in bagno, prima di farvi la barba o lavarvi i denti, pensate qualche volta al miracolo di poterla avere, quella luce accesa davanti al viso. Non è un piccolo miracolo quotidiano? Un uomo qualunque di un secolo fa avrebbe dato un braccio per poterne beneficiare.

Quando uscite in strada, prima di ficcarvi in auto e sempre che non abitiate nel centro di Milano o di Roma, provate a respirare: l’aria che entra nei polmoni è un inebriante naturale anche se contiene polveri sottili (e tanto con quelle non possiamo farci nulla). Per quanto costretto e sacrificato, il verde intorno a voi esplode in ogni direzione. Godetevi i colori, è primavera, dovrete aspettare un anno intero per rivederli e non è detto che vi ricapiti il privilegio. Se è l’alba, fermate la macchina lungo la tangenziale e guardatevela tutta, senza fretta: non importa che gli altri vi stiano sfrecciando accanto a duecento all’ora pensando a quanto siete imbecilli, voi vi state godendo uno spettacolo indimenticabile e loro no. Se avete una macchina fotografica portatevela sempre dietro e riempitevi gli occhi di meraviglia, come fa il mio amico Johhny (che la meraviglia per giunta poi la condivide con il resto del mondo).

Al lavoro, non importa che cavolo di lavoro facciate, perdete un po’ di tempo con le persone che condividono il vostro spazio. Salutateli tutti, persino quelli che vi stanno sulle palle (certo, c’è sempre qualcuno con cui proprio non ce la fate, non importa e capita a tutti, anche a me). Se potete, almeno quelli a cui volete bene, toccateli e abbracciateli e godetevi le facce stralunate di chi non è più abituato a nessun genere di contatto fisico: c’è gente che di questi tempi si appende per il collo non solo perché gli affari vanno a catafascio, ma anche perché nessuno più li tocca e gli fa sentire un minimo di empatia. Se siete medici state qualche secondo in più con i pazienti e fateli parlare: le loro storie vi arricchiranno, ne avrete in cambio sorrisi indimenticabili e strette di mano e aneddoti da raccontare nelle lunghe sere d’inverno, quando l’unica luce che illumina la stanza sarà il fuoco del camino.

Avete qualcuno, qualche persona a cui dovreste dire qualcosa di importante? Qualcosa che non avete mai detto e che vi sta qui, sul gargarozzo, che non sale e non scende? Il momento giusto per dire tutto è ora. Non domani, non fra un mese nè alla prima buona occasione. Ora. Magari approfittate di una bella notte serena, una di quelle in cui potreste puntare il dito e dire: guarda, lì c’è Marte e lì c’è Giove e lì c’è Venere, non ti sembra una cosa incredibile che noi si possa vedere così distintamente pianeti lontani milioni di chilometri?

Insomma, quello che voglio dirvi è che è tutto dannatamente fugace: e io come radiologo lo so prima e meglio di chiunque altro. Tutto è fugace ma tutto è anche spesso meraviglioso, incredibile, indescrivibile; persino la sofferenza stessa. Ormai siamo disabituati alla sofferenza, viviamo in compartimenti stagni dove tutto è lecito pur di non soffrire: antidolorifici, antidepressivi, droghe naturali e droghe sintetiche. E invece la sofferenza andrebbe affrontata come tutto il resto, come la noia per esempio: presa nelle mani, conosciuta a fondo e poi lasciata andare via. E voglio anche dirvi che non intendo perdere altro tempo a pensare a cosa è stato ieri e a cosa potrebbe essere domani: non mi interessa, quello che esiste, se esiste, esiste oggi e basta. E quindi, se tutto è fugace e c’è molto di meraviglioso, voglio stare affacciato più spesso alla finestra. Riabituarmi a usare gli occhi, le orecchie, le mani. Ad annusare. A gustare.

Per i guai c’è sempre tempo, datemi retta.

Non ci sarà più nessun posto dove nascondersi

venerdì, 6 aprile 2012

Leggo proprio adesso (questo è il link) della recente crezione di un cerotto elettronico in silicone che, applicato sulla pelle di un individuo, dovrebbe fornire informazioni su eventuali alterazioni del suo stato di salute. E, soprattutto, inviarle via wireless a diversi tipi di dispositivi eletronici.

In particolare, ci viene spiegato che il cerotto elettronico “…al suo interno contiene sensori di misurazione del battito cardiaco, della disidratazione, di alterazioni della temperatura, contrazioni e rigonfiamento dei muscoli”: informazioni cliniche che, come è noto, nessun paziente ma neanche nessun medico è in grado di raccogliere con le sole proprie forze.

E ancora: “La sperimentazione del cerotto sui pazienti ha avuto finora esiti positivi e i soggetti non hanno lamentato alcun disturbo”. Rassicurazione d’obbligo, sulla quale non avevo alcun dubbio.

Per finire, l’inventore spiega: “Questa tecnologia può essere usata per monitorare il cervello, il cuore e l’attività dei muscoli in maniera del tutto non invasiva, mentre il paziente è a casa così che i pazienti possono superare la necessità di rimanere confinati nella stanza di un ospedale per le ore di trattamento o di monitoraggio”. Peccato che non risultino chiari, persino a un addetto ai lavori come me, i meccanismi grazie ai quali il cerotto dovrebbe poter monitorare l’attività non dico cardiaca, ma addirittura cerebrale; tuttavia facciamo finta di niente, l’importante in questi casi è abbozzare. Nè è chiaro in che modo il dispositivo sia ”in grado di riconoscere i segnali precoci di malattia e consentire un immediato intervento”: si tratterebbe davvero di una rivoluzione copernicana, chi ha inventato il cerotto avrebbe diritto a vincere per dieci anni di seguito il premio Nobel per la medicina (cosa che, come immaginate, non accadrà).

Il top, tuttavia, è nella riflessione conclusiva: “In futuro, grazie alla capacità del cerotto di diagnosi immediata e la disponibilità della linea wireless, che permette il rapido invio dei dati rilevati, sarà possibile trasmettere le informazioni al cellulare del paziente e poi allo studio medico. Consentendo un notevole risparmio di tempo”. Ma quale risparmio di tempo? In che modo i dati rilevati, di qualunque natura essi siano, potranno essere messi insieme da un medico che non ha nemmeno davanti il suo paziente e che già in condizioni normali piuttosto che visitarlo preferisce farsi rinchiudere in un lager nazista? La risposta alle mie domande tendenziose giunge sorniona, in chiusura: il cerotto potrebbe “rappresentare una grande scoperta soprattutto per quei soggetti che hanno bisogno di un monitoraggio continuo, come i malati di diabete o chi ha avuto infortuni muscolari”. Ah, già, dimenticavo: quanti morti per strappi muscolari vediamo ogni giorno arrivare nel nostro sconsolato pronto soccorso. La vera piaga del millennio, gli strappi muscolari, altro che l’AIDS o il cancro.

Siccome pare che il cerotto possa già essere in commercio per fine anno, un solo consiglio: state molto attenti. Il prossimo passo, ormai dichiarato da anni, è l’innesto del chip sottocutaneo contenente non solo informazioni sanitarie dell’individuo ma anche quelle di altra natura (il conto bancario, i dati della nostra identità personale, le e-mail, insomma quello che volete voi). Dopodiché in tutto il globo terracqueo non ci sarà più nessun posto dove nascondersi, e per ridurre alla ragione i cittadini indisciplinati basterà un click sullo schermo touch di un iPad qualsiasi, in qualunque parte del mondo, tenuto in mano da chiunque vi stia dicendo in questo momento che il cerotto in silicone sarà in grado di salvarvi la pelle.

La metafora del ponte

giovedì, 5 aprile 2012

Un paziente, pochi giorni fa, dopo un’esame ecografico, mi ha ringraziato con particolare calore. Non perchè la mia prestazione fosse stata particolarmente brillante, e d’altro canto che ne sa un paziente durante l’esame se il radiologo che lo sta esaminando è competente o meno, sono cose che si scoprono solo vivendo; piuttosto lo aveva colpito il fatto che, durante tutto l’esame, io lo avessi lasciato parlare dei problemi fisici e non che lo angustiavano. Alla fine, salutandomi, ha detto: Lei forse non se ne rende conto, ma così facendo alza un ponte tra il medico e il paziente.

Beh, vi confesso che io in genere me ne rendo conto, altrimenti i pazienti non li farei parlare come normalmente è mia abitudine e anche a costo di perdere minuti lavorativi che sconterò a fine giornata, però la metafora del ponte mi è rimasta impressa e per qualche giorno ho continuato a vedere ponti dappertutto: lungo i deliziosi canali che percorrono la città nella quale vivo, nei film che ho guardato, persino in un paio di libri che sto leggendo. 

Perchè il ponte è una bella metafora, dopo tutto: un arco che unisce, una linea morbida che avvicina due rive contrapposte. Se la nostra fosse una cultura di costruttori di ponti, invece che di difensori di confini, saremmo una specie molto più evoluta e felice: il ponte è panciuto, bonario, ti ripaga della fatica di raggiungere il suo zenith con la bellezza del panorama visto da lassù e la rilassatezza della discesa. Il confine invece è spesso irregolare, spigoloso, e per giunta a volte non tiene conto delle minoranze etniche che rimangono al di qua o al di là di esso (anche se, nel terzo millennio e con la globalizzazione che ci rosicchia persino le lingue patrie, temo che sentirsi una minoranza etnica sia niente altro che la manifestazione clinica di una nevrosi ossessiva; un po’ come immaginarsi che esistano nazioni dentro altre nazioni dentro altre nazioni, noi italici ne sappiamo qualcosa)

E allora ho fatto quello che faccio sempre quando sono in difficoltà: ho chiesto ai miei due figli lumi in proposito. Per cui, a colazione, ho fatto loro una domanda semplice: secondo voi a cosa serve un ponte? Il grande, cinque anni, che temo abbia ereditato la mia fosca e fallimentare tendenza a escogitare soluzioni particolari per problemi universali, ha risposto pensieroso: Serve a evitare l’acqua del fiume e a non bagnarsi. La piccola, tre anni e mezzo, che invece ha ereditato tutta intera la joie de vivre della mamma, ha detto sorridendo: No, che dici, serve a guardare i pesciolini che nuotano nel fiume.

In entrambi i casi, direi, un ponte ha la sua utilità sostanziale. Quanto basta per continuare a erigerne uno, a ogni costo, comunque vada, costi quel che costi e per quanto ti diano del pazzo perchè perdi tempo a farlo.

Cronache da un piccolo viaggio (4)

venerdì, 16 marzo 2012

Districarsi, in metropolitana, è difficile. Già madre natura mi ha dotato di un senso dell’orientamento piuttosto carente, e poi qui si aggiunge anche la scarsa cortesia dei locali: una signora anziana ci mette un secondo più del dovuto a infilare il biglietto nel lettore della porta scorrevole e già in due dietro di lei cominciano a sbuffare. Mentre avanzo seguendo il flusso della folla noto con la coda dell’occhio stranieri di vario genere e grado che vendono mercanzie: mi sembra di intuire nei loro gesti e sguardi una sorta di codice gerarchico, un equilibrio instabile fondato su diversi livelli di prevaricazione. Quando venni per la prima volta quassù, moltissimi anni fa, i ragazzi in metro esibivano all’indirizzo dei coetanei sguardi di sfida costante: non è cambiato nulla, forse solo l’abbigliamento, insomma siamo passati dai giubbotti imbottiti ai cappellini infilati di traverso e a ferraglia infilata ovunque. Mi fa una certa impressione pensare che i loro predecessori del 1985 adesso hanno dai quaranta ai cinquanta anni, mi chiedo che direzione possano aver preso le loro vite e se le facce di sfida che esibivano a sedici anni abbiano trovato un serio corrispettivo nella vita adulta? Tutto ciò, devo proprio dirlo, mi rinforza nella convinzione che c’è una sola cosa degna di essere insegnata a un figlio: non bisogna mai far nulla, nella vita, che possa farti vergognare o sentirti in imbarazzo quando diventi vecchio.

Cronache da un piccolo viaggio (3)

venerdì, 16 marzo 2012

In vista della stazione centrale, l’uomo elegante di mezza età sistema in borsa computer portatile, telefono cellulare, bluetooth e riviste, inforca gli occhiali con la montatura di corno e indossa di nuovo sul viso l’espressione da stronzo che aveva riposto nel taschino durante il viaggio. Mi domando perplesso a chi sarà destinata.