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Cronache del virus fetente #22 – Relazioni tra il Negazionista e la teoria della psicologia delle masse di Freud (parte 2)

giovedì, Ottobre 15th, 2020

Dopo aver compreso le istanze alla base della vostra necessità di negazionismo, legate a concetti basilari di psicologia delle masse, può essere utile provare a capire come e perché siete arrivati in fondo a questo corridoio buio in cui ci si vede poco, nulla è quello che sembra e, in ultima analisi, tutto vi dà l’impressione di essere parte del complotto mondiale volto a fottere proprio voi.

Facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti: pensavate di starvene tranquilli e beati nel ventre della vacca e invece, quando meno ve lo aspettavate, è arrivato il CoVid-19 a stanarvi (naturale o di laboratorio, non importa: il virus è comunque arrivato). Siete passati in rapida successione, andata e ritorno, attraverso una gamma di sentimenti inediti e contraddittori: paura, terrore, raccapriccio, gratitudine, speranza, tristezza, solitudine. Avevate pensato che fosse giunto il momento del redde rationem e insieme al resto del Paese vi siete messi a intonare canti di gioia e ad applaudire i medici dai balconi delle vostre case. Ne sono certo: ognuno di voi, anche il più stronzo di tutti, ha pensato: ecco l’occasione per cambiare, per avvicinarci tutti, per rendere il mondo un posto migliore.

Ne convengo: non vi hanno dato una mano a realizzare il cambiamento i politici, la cui efficacia comunicativa è risultata imbarazzante, prossima allo zero. Né vi hanno aiutato i tecnici, perché ogni infettivologo/epidemiologo/virologo ha detto la sua, contraddicendo gli altri e riuscendo nell’impresa quasi impossibile di essere sistematicamente smentito dai fatti (come sia possibile che tutti i cosiddetti esperti avessero contemporaneamente torto, ecco, questo è il vero e inspiegabile mistero del 2020). Non vi hanno aiutato né i media, che si sono fatti prendere dall’isteria, né i social, che hanno dato spazio a eserciti di cialtroni di ogni genere, grado e livello di istruzione. Ma resta il fatto che, quando la crisi si è avviata verso la risoluzione della fase acuta, invece che grati vi siete riscoperti scettici. La versione ufficiale non vi ha più soddisfatto. Avete cominciato a scorgere l’ombra del complotto dietro qualsiasi evento collegato in modo più o meno diretto al CoVid, e questo dubbio ha spaccato in due la popolazione: da una parte i sanfedisti, ligi alla dottrina della medicina ufficiale; dall’altra i giacobini, quelli che hanno subodorato la Grande Fregatura e si sono messi a fare la rivoluzione. Gli uni indossano la mascherina nei luoghi pubblici, gli altri intasano le chat di whatsapp con messaggi in cui ridicolizzano il gregge di pecore mascherate.

Pensateci bene: perché, all’improvviso, da applauditori del mezzogiorno vi siete trasformati nei giacobini del CoVid? Perché il vostro popolo ha moltiplicato così tanto i dubbi, in Rete e fuori, da arrivare a convincersi che non c’è stata nessuna emergenza, che si è trattato di un gigantesco imbroglio mondiale e che con questa storia della pandemia stanno solo cercando di imporci un governo mondiale di stampo totalitario?

Andiamo per ordine: mettetevela via, l’epidemia di CoVid c’è stata per davvero. I morti pure. Se non credete alla versione ufficiale credete almeno al grande numero di medici che c’è passato in mezzo e che per almeno tre mesi ha sputato sudore e sangue e a volte, troppe, c’ha pure lasciato le penne. Se non vi fidate dei medici che hanno gestito l’emergenza perché immaginate che Big Pharma li abbia pagati per mentire, converrete che non è facile stabilire le modalità di questo patto scellerato: gli introiti di ciascuno di noi sono tracciabili senza difficoltà da parte di un sistema esattoriale lento a riconoscere i diritti dei cittadini ma lesto ed efficace quando si tratta di far man bassa di denaro con tasse e balzelli vari. Dovreste quindi immaginare una rete occulta di pagamenti in nero, in cui ogni singolo medico piegato alla versione dei poteri forti abbia ricevuto dagli stessi una valigia piena di contanti che da mesi cerca di smaltire con grande fatica e altrettanta cautela, un po’ dal fruttivendolo e un po’ dal panettiere, a botte di venti euro per volta. Troppo faticoso, lo capite anche da soli. E poi io, nel mio piccolo, di soldi purtroppo non ne ho visti. Anzi, se può consolarvi, mettendo fine a quel poco di libera professione che mi concedo, il periodo del lockdown è coinciso con il collasso del mio stipendio.

Bisogna allora supporre che il vostro scetticismo sia figlio naturale del disagio legato alla pandemia, cioè a un evento spaventoso e inatteso di portata mondiale. Siccome è stato un evento difficile da metabolizzare, si fa molto prima a rimuoverlo: se ci si convince, tutti insieme, che la pandemia non è esistita e il virus è la punta di diamante di un complotto mondiale, ci si incazza, e l’incazzatura fa in modo che si smetta di soffrire per un dramma planetario al di là di ogni comprensione. Meglio convincersi di essere stati perculati dai Poteri Forti, in preparazione di una nuova forma di fascismo turbomondialista, come chioserebbe qualcuno, che vedersi come degli scampati a una tremenda pandemia che, tra gli altri, ha ammazzato tra le mura domestiche il mio amico d’infanzia Gennaro, 52 anni, operatore del CUP di Bergamo, in apparente buona salute, crepato nella solitudine di una città in cui non c’erano abbastanza ambulanze per soccorrere tutti. Io il sorriso beffardo e fragile di Gennaro non lo rivedrò mai più, purtroppo. Voi ce l’avete avuto, un Gennaro? O un parente stretto morto per (o con) il CoVid?

Ma possiamo fare un ulteriore passo indietro, e parlare del mio gatto Michelangelo (detto Micky). Micky dorme sui miei piedi, quando va bene, o in mezzo ai cuscini mio e di mia moglie, quando va male. La mattina, al suono della sveglia, Micky apre gli occhi e fa una cosa strana: le fusa. Non ne ha motivo, nessuno di noi lo sta carezzando né gli sta dedicando nemmeno uno sguardo fugace, eppure fa le fusa. Mi sono chiesto per anni il perché, e poi forse ho formulato una risposta plausibile: Micky fa le fusa perché per lui l’addormentamento equivale alla morte, cosicché al risveglio è talmente incredulo e felice che gli scappano le fusa. Minchia, deve pensare in quel momento il suo cervello primitivo di gatto domestico, sono ancora qui! Sono vivo! Ci sono ancora!

La stessa cosa, sebbene con modalità cognitive più complesse, succede anche a noi umani. Rassegnatevi: che siate cattolici, ortodossi, mussulmani, buddisti, la realtà dei fatti è che nessuno di voi crede a niente. Come dite? Manco di rispetto alle vostre più profonde convinzioni religiose? No, un attimo, lasciatemi spiegare. Se qualcuno di voi credesse sul serio alla possibilità di una qualche forma di Deità superiore, a un qualche tipo di vita dopo la morte, non avrebbe il coraggio di perpetrare le bestialità di cui son piene zeppe le cronache quotidiane. Ognuno di voi, anche quelli in apparenza più devoti, fanno i conti ogni giorno con la certezza inconscia che dall’Altra Parte non esiste nessun Dio, misericordioso o meno; e, anzi, che non esista nessuna Altra Parte. Siete talmente increduli che, come il gatto Micky, prendete sonno senza alcuna certezza che la mattina seguente vi sveglierete e il mondo sarà ancora lì ad aspettarvi, fedele, uguale alla sera prima. Se aveste questo genere di certezza, se possedeste davvero una fede religiosa equivalente al granello di senape di cui parlava Gesù Cristo (Lc, 17, 5-10), sareste animati da uno spirito di amore e di compassione indirizzato verso chiunque: uomini, animali e persino il povero pianeta che ci è toccato in sorte. E il mondo sarebbe un posto decisamente migliore di quello che è: un luogo infernale dove un gruppo di bestie ignoranti pesta a morte un ragazzino indifeso pensando di farla franca.

Ho torto? Dite che esagero? Provate invece a pensare a questo: se siete di fede religiosa tiepida, non andate a messa da anni, non vi comunicate da ancora più tempo e vi stanno pure sulle palle i preti, o addirittura siete atei dichiarati, qual è la vostra reazione quando capita la disgrazia inattesa, il figlio che si ammala, il medico che vi scova un tumore maligno da qualche parte, un incidente che riduce in fin di vita vostro fratello o il vostro migliore amico? Semplice: vi ritrovate in ginocchio nella navata centrale della chiesa madre, a piangere e impetrare una grazia che vi tragga dal dolore che devasta le vostre vite. Se davvero credeste in Qualcuno o in Qualcosa, invece, nulla dovrebbe inquietarvi o addolorarvi. Se il Signore davvero si occupa degli uccelli del cielo e dei gigli nei campi (Mt, 6,25-34), perché non dovrebbe occuparsi anche di voi? Semplice: voi, al Signore, chiunque Egli sia, non credete. In un certo senso, è evidente, siete negazionisti in tutto: in questo almeno ravvedo una coerenza di base che vi fa onore.

Persino la tecnologia vi sostiene, nel delirio autistico del viaggio fuori dalla realtà. Il mondo virtuale, nel vostro immaginario povero di fantasie autarchiche, vi spinge all’estremo di confondere il virtuale, appunto, con il reale. Potete negare l’evidenza delle decine di migliaia di morti per CoVid e/o pestare a morte il gracile ragazzino indifeso perché, da qualche parte di ciò che rimane del vostro cervello, voi immaginate che sia tutto finto e che a un certo punto sarà possibile premere il tasto del reset e far tornare il videogioco alla schermata iniziale. Nulla di ciò che fate ha per voi le stigmate delle definitività: tutto è finto, i pugni non fanno male, le parole non possono ferire, le intenzioni non possono danneggiare, le negazioni non possono arrecare nocumento. E quindi, come speculare conseguenza, nemmeno fare del bene. Non riesco a capire una sola cosa: se la vostra inesistente capacità di empatia sia conseguenza del fatto di essere cresciuti in un mondo in cui il virtuale ha più presa del reale o se nel virtuale sguazziate così bene perché fin dalla nascita non siete stati programmati all’empatia e alla maturazione interiore. D’altronde, come non farsi venire il dubbio: se siete diventati quel genere di persona, forse i vostri genitori, nonni e antenati vari non erano tanto migliori di voi.

In più, provate a leggere qualcosa sulla cosiddetta Teoria della Montagna di Merda: la trovare digitando la frase su Google o qualsiasi altro motore di ricerca. In breve, se mettete una scimmia a battere su una tastiera è possibile che dopo qualche milione di anni, in modo del tutto casuale, essa produca il capolavoro universale della letteratura, il libro delle profezie da qui all’eternità, o la descrizione esatta del Padreterno con annessi e connessi. Però, nel mentre, la scimmia produrrà montagne e montagne di parole senza significato, frasi sconnesse, cioè una montagna enorme di merda senza significato. Il guaio è che quando una scimmia produce merda di questo tipo (esempio: i morti per CoVid sono tutta una montatura allo scopo di vaccinare a tappeto l’intera umanità) non basta un singolo esperto di virologia. Ci vogliono decine di esperti: la scimmia, appena gli si contesta un aspetto del problema, sposta l’attenzione da un’altra parte. E magari su quell’argomento tu (medico, biologo, ingegnere, geologo) non possiedi abbastanza competenze e, a differenza della scimmia, sai benissimo di non possederle e non hai nessuna intenzione di millantare crediti. Sbugiardare il negazionista costa troppo, in termini di competenze e fatica: ecco perché sembra che l’abbiano sempre vinta loro. E, attenzione, il meccanismo perverso funziona anche al contrario: ci sono debunker di professione che mettono in atto esattamente le stesse modalità. Il fine giustifica sempre i mezzi. Ultima domanda: perché la scimmia produce così tanta merda? Dice la teoria: perché dare la colpa della miseria dilagante a un sistema maligno toglie alla scimmia la responsabilità del proprio fallimento umano. Alla scimmia la vita va male non per colpa della sua scarsa intelligenza, della poca voglia di studiare o lavorare, o perché abbia usato violenza contro il prossimo finendo per perdere famiglia e amici. No. Se davvero esiste un complotto contro la scimmia, allora è di quel complotto la colpa dei propri fallimenti. La scimmia a quel punto può tirare un sospiro di sollievo.

E allora, come si può uscire da questo tunnel di disperata negazione della realtà di cui il CoVid è solo una delle tante manifestazioni e nemmeno la più importante? Semplice: forse non è possibile. Il vostro problema è che siete troppo ignoranti per valutare la realtà nel suo insieme, in tutta la sua enorme complessità. Non è un’offesa: siete ignoranti, direbbero Aldo, Giovanni e Giacomo, nel senso che ignorate, non conoscete, non sapete. Non sapete nulla di ciò di cui state parlando, e di certo non vi aiuta lo pseudo-esperto di turno che ottiene la vostra attenzione solo perché dice esattamente quello che vorreste sentirvi dire. E non è questione di non aver studiato a scuola: la mancanza di nozioni scolastiche è nulla a fronte del dramma di non aver mai letto un romanzo, un saggio, un libro di storia, cioè di non aver mai usufruito degli strumenti necessari a sviluppare le uniche due qualità che davvero contano nella vita: empatia e capacità di analisi. Insomma, è altamente probabile che non riusciate mai a liberarvi del vostro dramma di negazionisti: oggi è il CoVid, domani l’Olocausto, dopodomani i gulag sovietici. Se qualcuno di voi dovesse riuscirci sarà a prezzo di enorme fatica, indicibili sofferenze. Le stesse, a titolo di esempio, che permettono a qualche disgraziato finito in carcere di rifarsi una vita a fine pena: aver usato il tempo a disposizione durante gli anni di pena non per palestrarsi e fare a botte nelle ore d’aria, ma per studiare e meditare sul proprio cambiamento.

In bocca al lupo, dunque. A voi la scelta finale.

A parte che nel mare c’era gente insospettabile (fenomenologia dello stronzo)

lunedì, Febbraio 17th, 2020

Ci sono modalità, nella decisione deliberata di far male a qualcuno, che guardare dal di fuori è interessantissimo. In senso antropologico, intendo.

Adesso, che navigo ormai oltre i 50 e ho finalmente compreso che una bella terapia psicoanalitica farebbe bene alla stragrande maggioranza degli abitanti di questo miserrimo pianeta, ammesso e non concesso che si riesca a comprendere nella sua interezza l’entità del bisogno di prendersi del tempo da dedicare alla propria cura mentale, non posso ancora affermare che la rabbia abbia smesso di essere uno dei motori propulsivi della mia vita. A partire dai bambini cretini che prendevano in giro i loro coetanei, tra cui me, e che poi hanno fatto una fine triste, fino agli adulti che si sono mossi nei miei confronti con una inverecondia che è spesso è sfociata nella maleducazione (che è ancora peggio, talora, della cattiveria), mi sono incazzato spesso e ci sarebbe da scrivere romanzi a tema per un decennio.

Ma il punto non è questo: è destino comune quello di aver a che fare con un prossimo stolido, cattivo, e a volte stronzo. Qualche anno fa, su Twitter, pubblicai sei notule brevi (per forza, era Twitter) sulla fenomenologia dello stronzo:

1. La definizione di stronzo è un tizio che non crede a ciò che sta vedendo (questa non è mia, è di Stephen King).
2. Non conviene essere stronzi: si fa una vita infelice in cambio di poche soddisfazioni, quasi mai legate a qualcosa di buono che si è fatto in prima persona.
3. Tutti parlano male dello stronzo, lo stronzo parla male di tutti ma a credergli sono solo gli stronzi che parlano male di lui.
4. Non esiste stronzaggine che non sia rigorosamente egoriferita.
5. Lo stronzo vive nel terrore costante, ed è per questo che è stronzo.
6. Per lo stronzo è sempre colpa di qualcun altro.

Il punto, chiarito cosa diavolo sia uno stronzo, è il seguente: conviene alimentare la propria rabbia ed essere stronzi con uno stronzo? Nel senso: il mondo è piccolo, la gente si rincontra facilmente e arriva sempre il momento in cui lo stronzo di uno stronzo puoi diventare tu. A quel punto, è bene affondare il coltello nelle spalle dello stronzo, anche se a tua volta ti trasformeresti in uno stronzo?

In buona sostanza, dipende dalla categoria della stronzaggine.

Categoria A: ci sono stronzi che vanno fermati perché altrimenti farebbero ad altri gli stessi danni incalcolabili che hanno fatto a te e, siccome secondo la notula 4 la stronzaggine è sempre egoriferita, la loro finirebbe per tendere a infinito. Questi vanno abbattuti, costi quel che costi. E, siccome il mondo è piccolo, prima o poi entreranno nel campo di vista del tuo mirino telescopico (se non il tuo, quello di qualcun altro. La notula 7, mai pubblicata su Twitter, dice che la stronzaggine genera una stronzaggine uguale come intensità e contraria come direzione, che prima o poi si ritorce sullo stesso stronzo). A quel punto, se si volesse essere davvero stronzi, basterebbe premere il grilletto: ma lo stronzo quasi sempre ha già trovato una soluzione al problema puntandosi da solo la pistola alla tempia (vedi notula 7). Gli stronzi di questo tipo sono depressi inconsapevoli e suicidi potenziali. Loro stanno male e vorrebbero che tutti stessero male come loro, per questo sono stronzi. Insomma: vorrebbero essere cattivi, e invece sono solo dei poveri stronzi.

Categoria B: ci sono poi stronzi che invece non vale la pena di fermare, perché come i topini delle sperimentazioni comportamentali vanno sistematicamente a sbattere da una parete della gabbia all’altra, facendosi peraltro assai male. Non possono creare danni duraturi al sistema, perché prima o poi riescono a evadere, anche se tra un’evasione e l’altra sono bravissimi a concentrare la loro stronzaggine sugli altri topini della gabbia. Loro vanno lasciati a se stessi, al loro destino. Se vogliono cambiare gabbia è meglio non essere a propria volta stronzi con loro e costringerli a rimanere dove sono: per quanto si nutra scarsa fiducia negli stronzi, e sia statisticamente difficile che ciò avvenga, è sempre possibile che uno stronzo prima o poi si ravveda. E, qualora non dovesse ravvedersi, la stronzaggine di chi ha subito la loro stronzaggine non si eserciterebbe in modo diretto (ti colpisco e mi vendico direttamente) ma in modo indiretto: ti lascio al tuo destino e al tuo ennesimo fallimento. Certo, per loro sarà sempre colpa degli altri se sono infelici e stronzi (vedi notula 6), ma il destino di questo genere di stronzi non è l’autolesionismo o il suicidio. Sono meno intelligenti degli altri e quindi per loro la stronzaggine è principalmente una questione di sopravvivenza. Ed è per questo che a differenza degli altri, anche se a una prima occhiata non sembra, questi oltre a essere stronzi sono anche cattivi.

In tutti i casi, sappiate che ho coltivato per qualche giorno un irrefrenabile desiderio di stronzaggine. Ma sappiate anche che per adesso l’ho lasciato cadere: se dovessimo sfruttare tutte le opportunità che la vita ci offre per essere stronzi saremmo uguali a loro, gli stronzi. E invece no. Il colpo in canna lo teniamo buono per lo stronzo veramente pericoloso. E prima o poi, quando lo stronzo meno se lo aspetta, quel colpo sarà sparato.

Perché magari non siamo così tanto stronzi, noialtri, ma non si può mai dire fino in fondo.


La canzone della clip è “Pesci nelle orecchie”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album (indimenticabile) “Ipertensione” (1975). La canzone esordisce con il seguente verso: “A parte che nel mare c’era gente insospettabile/persino gli idealisti ci nuotavano benissimo”: il che ci riporta all’evidenza che la stronzaggine è ubiquitaria e spesso la sua precisa percezione sfugge persino allo stesso stronzo.
Qualora vi venga l’uzzolo, inoltre, per capire in che categoria di stronzo rientrate è sufficiente il seguente test: se siete uno stronzo/a di tipo A leggendo il post avvamperete, avrete voglia di maledire i miei antenati e passerete la prossima notte ad augurarmi il doppio dei mali che mi avete augurato finora. Se invece siete uno stronzo/a di tipo B leggerete il post e, semplicemente, penserete che lo stronzo sono io. Semplice come un’equazione di secondo grado.

 

E a volte è anche bello trattarsi un po’ male, dormire di schiena per poi farsi abbracciare

martedì, Gennaio 14th, 2020

Tempo fa Marco Van Basten, parlando con Arrigo Sacchi del Milan fantascientifico dei bei tempi andati, gli disse: Solo adesso che sono allenatore mi rendo conto di quanti problemi ti ho creato.
E Sacchi rispose, asciutto: Non preoccupartene troppo. Sapessi invece quanti me ne hai risolti.

Ecco, se dovessi fare un augurio a un medico neospecialista, e in giro ce ne sono tanti, è proprio questo: avere lo stesso dialogo, un giorno più o meno lontano, con il loro primario. Perché non averlo mai, quel dialogo, vorrebbe significare due sole cose: o non essere mai arrivati da nessuna parte o esserci arrivati e aver comunque fallito, in pieno.


La canzone della clip è “Per due come noi”, di Brunori Sas, tratto dall’album “Cip”! (2020). Più sotto, una foto memorabile dei due eroi milanisti: perché se i problemi li risolvi, e non li crei soltanto come fanno la stragrande maggioranza dei cretini privi di talento, poi alla fine anche l’allenatore finisce per volerti bene.

I poeti sono un’invenzione come la razza

martedì, Dicembre 17th, 2019

Voi avete mai pianto per la morte di un personaggio famoso? E se si, quale? E perché? Cosa vi ha spinto a provare così tanto dolore  per un uomo o una donna che nemmeno conoscevate personalmente, ma solo attraverso le pagine di un libro o lo schermo televisivo?

Vi dirò quali sono i miei tre: uno del sud, uno del nord e uno del centro Italia. Rispettivamente, in un certo senso, un fratello, un padre e un nonno.

Ho pianto quando morì, nel 1994, Massimo Troisi. Decise di andarsene, in una specie di suicidio cinematografico annunciato perché le riprese de “Il Postino” erano state talmente faticose che il suo cuore malato non resse alla fatica, un paio di settimane prima della mia laurea. Piansi perché Massimo, per i campani della mia età, era stato una specie di fratello maggiore: aveva portato alla ribalta i disagi di una intera generazione, e al tempo stesso una voglia di riscatto che da allora mi è penetrata nelle vene senza più abbandonarmi. Le scene di “Ricomincio da tre” in cui al protagonista, Gaetano, viene chiesto più e più volte se è un emigrante, mentre lui cerca maldestramente di spiegare che un meridionale può essere in viaggio anche per altri motivi, testimoniano al tempo stesso la vergogna e la voglia di cambiamento di noi campani, schiacciati da una storia crudele e da troppo tempo incapaci di immaginarne una alternativa. Massimo mi piaceva perché sapeva far ridere le persone senza mai cadere nel banale o nello sguaiato: immaginate quanto potessi ammirarlo, io che all’epoca avevo il terrore di raccontare anche solo una banale una barzelletta.

Poi ho pianto quando morì, nel 2003, Giorgio Gaber. Gaber per me è stato come un padre: da quando il mio amico Carlo mi fece conoscere gli album dei suoi spettacoli dal vivo, per anni interi non feci che ascoltarli: sapevo a memoria tutte le parole delle canzoni, ogni singolo passaggio degli sketch. Se oggi, nel bene o nel male, ho un qualche tipo di struttura morale alla base del mio sistema di pensiero, è a lui che lo devo. Ricordo l’ultima volta che lo vidi dal vivo, al teatro Toniolo di Mestre, nel 1999. Era invecchiato, così magro che la giacca gli stava larga come su uno spaventapasseri. Portava avanti lo spettacolo senza grande voglia, si vedeva da lontano, forse costretto da bisogni economici: quando si chiuse il sipario mi venne voglia di andare ad abbracciarlo forte come avrei fatto, appunto, con un vecchio padre. Mi si spezzava il cuore ad aver capito che da lì a poco se ne sarebbe andato, proprio lui che sulla terza di copertina di “Anche per oggi non si vola”, a 35 anni, con la camicia aperta sul petto e lo sguardo ispirato, mi sembrava bello come un dio, e si che bello Gaber proprio non era. Dal palco illuminato, giovane e in piena salute, emanava tutta quell’energia che a me sarebbe piaciuto possedere almeno una volta nella vita: il respiro rotto dalla rabbia, mentre cantava “Io se fossi Dio”, è la prova di un coraggio indomito che gli invidierò finché campo, e che probabilmente non sarò mai in grado di eguagliare.

In ultimo, piansi quando nel 2007 se ne andò Enzo Biagi. Non so bene come definirlo: aveva la faccia e il portamento di un maestro di scuola elementare o di un impiegato del catasto, e invece era stato uno dei più onesti e capaci giornalisti della nostra storia. A guardarlo te lo saresti immaginato in un bar di Lizzano a giocare a briscola con i coetanei, come tuo nonno, bestemmiando in bolognese e bevendo lambrusco, e invece aveva girato il mondo in lungo e in largo e i personaggi della Storia li aveva conosciuti tutti, uno per uno, individuandone le fragilità con un cinismo dolente che secondo me scaturiva non dalla presunzione ma dal disincanto di chi nella vita ne ha viste troppe, e ha capito che in questa vita non esiste alcuna possibilità di redenzione. Mentirei se omettessi che il ritmo della mia scrittura è stata largamente ispirato dalla sua: ma lui era capace di pennellate incredibilmente rapide, in due frasi riusciva a ricreare una situazione, un carattere, come io non saprò mai fare nemmeno se dovessi campare cent’anni. Ai tempi della lista di proscrizione del Berlusca fu tristissimo vederlo messo da parte, intuirlo sofferente e frustrato per l’impossibilità di esprimersi negli spazi e nei tempi che erano sempre stati suoi. Ma anche in quella situazione disperata fu capace di insegnare qualcosa: la drittezza morale, l’incapacità di scendere a compromessi, l’onestà intellettuale che mancava, e purtroppo ancora manca, alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi.


La canzone della clip è “Le gattine”, di Massaroni Pianoforti, che apre l’album “Rolling Pop” (2019). Ragazzi, è un album fantastico: lo dovete ascoltare tutto, c’è dentro qualcosa di Battisti, al solito, ma anche di Fossati, e comunque, e soprattutto, di Massaroni.

Sembra che per qualcuno niente sia mai abbastanza buono

lunedì, Novembre 18th, 2019

Esiste un libro che parla di metafisica dei ponti?

Forse si, come d’altronde per qualsiasi argomento, e sicuramente ne scaturisce una metafisica prevedibile e banale. Il ponte unisce due sponde più o meno lontane, lo sappiamo tutti. Permette agli abitanti delle due sponde di incontrarsi, beffando con grande eleganza il confine fisico più naturale che esista. Il ponte è metafora non solo di avvicinamento tra due sponde lontane ma anche di superamento di quel confine. Non a caso il primo tratto dei ponti ad arco, quelli delle fiabe, in genere è in salita: perché oltrepassare un limite vero costa sempre fatica e sacrificio.

Ma il ponte è una struttura intrinsecamente fragile. Le piramidi egizie sono in piedi da (almeno) cinquemila anni, i ponti romani invece sono quasi tutti crollati. D’altronde far crollare un ponte è facile, basta minarne i pilastri portanti: è quello che si fa in guerra, di norma, quando ci si ritira. E non a caso il primo bersaglio dei bombardamenti aerei è il ponte, perché bisogna isolare gli avversari e impedire che ricevano rinforzi e rifornimenti.

Distruggere un ponte è facile, quindi. Costruirlo no: ci vuole l’intuizione, il progetto; e poi il genio pontieri, un ingegnere o un architetto, un gruppo di muratori capaci. Ci vuol tempo, a fare un ponte; e ce ne vuole pochissimo quando si tratta di distruggerlo, talmente poco che non basta a ragionare sulle conseguenze, spesso estreme, di quel gesto. Ci si accorge solo dopo di essere rimasti isolati su una sponda, magari quella sbagliata. Che era bello poterlo percorrere avanti e indietro, a proprio piacimento, andare a comprare il pane oltre fiume, in quel panificio fantastico, o attaccare lucchetti alle ringhiere come nei film di Moccia.

Non è vero che ognuno di noi ha costruito ponti nella vita: in tanti sono capaci solo a buttarli giù, i ponti. Lo scoppio degli ordigni eccitano queste persone, la vista delle macerie fumanti le esaltano. L’unico godimento che riescono a provare è nella distruzione, nell’annichilimento. Vedere le persone isolate, sull’altra riva, o senza timone tra i flutti impetuosi del fiume li manda in brodo di giuggiole: specialmente se su quella riva si sono sentiti inadeguati. E pazienza se cambiare riva non migliorerà la loro percezione di se stessi, e finiranno per sentirsi comunque inadeguati: l’essere umano è quello che è, e da Freud in poi ci hanno provato in tanti a far luce su connessioni neuronali che secondo me resteranno per sempre un gran mistero.

È stato proprio parlando di ponti crollati che un’amica, anche lei in qualche modo grande ammiratrice di Freud, mi ha mostrato un punto di vista differente sulla questione: puoi guardare il ponte crollato e pensare che la fatica per costruirlo è stata inutile e che nessuno ci transiterà più sopra, oppure puoi pensare che grazie a quel ponte poche o molte persone sono passate oltre il fiume, sull’altra riva, e lì a loro volta hanno costruito il loro ponticello.

Oppure sono diventati loro stessi un ponte: ma questa aspirazione, come direbbe la mia amica, ha più a che fare con un disturbo narcisistico della personalità. Meglio limitarsi a passare i mattoni, come diceva un altro, caro amico del mio recente passato.


La canzone della clip è “Circle”, di Eddie Brickell and New Bohemianas, tratta dall’album “Shooting rubberbands at the stars” del 1988. Un giorno di luglio del 1989, mentre studiavo patologia generale e non sognavo altro che di tornarmene a casa per il mese di agosto senza esami da preparare, dalla casa di fronte venne fuori la musica di questa canzone. Il vicino di casa la suonò spessissimo in tutti i giorni a seguire, fino a quello dell’esame: e per me, che venivo fuori da un periodo difficile ma sentivo che le cose si stavano finalmente mettendo meglio, fu una musica foriera di buona fortuna. In seguito ascoltai tutto l’album, che mi piacque molto: “Circle” da allora rimane in un posto speciale del mio cuore.