Archive for the ‘Adynata’ Category

Sogni, è lì che devo andare (cronache dal Congressone #3)

venerdì, settembre 16th, 2016

Non ci si becca mai, nella vita, questo ormai è chiaro agli ottimisti più accaniti come il sottoscritto. Appena ieri ho prodotto le mie geremiadi sul caldo furioso napoletano, poi stamattina mi sono svegliato con il solito mal di testa, fuori c’era il sole e ho pensato: mica ci rimarrà male qualcuno se una volta tanto non vado a esporre una presentazione ufficiale in giacca e cravatta? Certo che nessuno ci rimarrà male: per cui ho fatto la doccia, infilato un pantalone e una polo e sono uscito. Dieci minuti dopo essere entrato in Fiera d’Oltremare è venuta giù una pioggia torrenziale e il condizionamento congressuale è stato pompato a mille, grazie probabilmente alle lamentele dei cretini del giorno prima come me. Morale: a un certo punto, mentre parlavo, c’era talmente gelo nella sala interattiva da quattrocento posti che ho cominciato a perdere la voce e, giuro, a battere i denti. Ho chiesto scusa all’uditorio e cercato in qualche modo di tirare la fine del discorso: una volta tanto, giuro anche questo, non era la solita ansia da prestazione di fronte al Maestro ma vero, autentico freddo polare.

Espletato l’obbligo formale, la giornata per il resto è scivolata via tranquilla. Prima del panino napoletano e della birra in buona compagnia ho rivisto due care colleghe di specialità, di quelle che non vedevo da tempo immemore, e ancora una volta ho riflettuto sulle opportunità recondite del Congressone: che ha il pregio, tra gli altri, di rimetterti in linea con il tuo passato. Di farti ricordare da dove vieni, chi eri prima di infilarti giacca e cravatta (non oggi, tuttavia, ma l’avessi fatto) e salire su un palco a dire la tua. E di aggiornarti sul destino degli altri compagni di viaggio: che non è mai migliore o peggiore del tuo, come qualcuno può credere. Solo diverso, espressione dei sogni che ciascuno di noi ha formulato, della capacità di realizzarli e della fortuna di esserci riusciti.

Perché ormai lo sapete anche voi: il punto nodale è la fortuna. E quella, come la felicità, e a differenza di altro, non la puoi davvero comprare.


La canzone della clip è “Not over you”, di Gavin DeGraw, tratta dall’album “Sweeter” del 2011.

Non è bello per te sapere che hai un amico? (Cronache dal Congressone 2016 #2)

giovedì, settembre 15th, 2016

Archiviata la prima giornata congressuale, peraltro con un certo affanno. Perché dice: è settembre, siamo a Napoli fronte mare, vuoi che faccia caldo? Errore: non solo fa caldo, qua letteralmente si schiatta. E alcune aree della Fiera d’Oltremare, in particolare un padiglione della mostra tecnica, non erano climatizzate per un guasto delle macchine: ho visto con i miei occhi poveri cristi, collaboratori di note industrie dell’imaging, che rantolavano sudando come maratoneti al quarantesimo chilometro nelle loro giacche e cravatte coatte (nel senso che per una questione di immagine non potevano toglierle, la giacca e la cravatta, non che fossero coatte come gusto).

Ma pazienza, per quanto caldo faccia non può essere peggio di Verona 2010 o Firenze 2014, dunque tiriamo avanti che al mondo c’è di peggio: per esempio, c’è gente che nel mentre è rimasta a lavorare. In compenso ho praticamente aperto il Congressone con una moderazione sulle tumefazioni del collo in età pediatrica iniziata alle ore 11, e subito dopo mi sono precipitato in aula Positano a tenere la mia presentazione sulle interstiziopatie cistiche. L’aula Positano era poco più grande di un’aula scolastica e mi ha fatto un po’ specie vedere tutte quelle persone sedute a terra o accalcate all’uscita, mezze dentro e mezze fuori; ma al contempo gli spazi ristretti non mi hanno privato dello spettacolo, per me finora ancora inedito, di una personalità piuttosto pletorica del mondo radiologico italiano che ha messo la testa dentro per un secondo, visto mezza diapositiva e poi è uscito scuotendo la testa, come se avesse appena ascoltato eresie degne della santa inquisizione. Il mondo è bello perché vario, dice il proverbio; o perché avariato, come invece sosteneva più sarcasticamente Ennio Flaiano (e anche io).

Infine, ma lo sapevate già, non mi sono voluto perdere l’incontro con i giovani radiologi: un po’ perché parlava gente che bisogna ascoltare, un po’ perché il destino di voi giovanotti mi sta assai a cuore. Non sono stati espressi concetti nuovi, intendiamoci, ma d’altronde la situazione è quella che è e può solo essere puntualizzata: la crisi della Medicina coinvolge anche la Radiologia, noi continuiamo a essere il primo paese al mondo per numero di risonanze magnetiche/abitante, ci viene chiesto sempre di più a sempre meno e c’è una pletora di figuri, non solo medici, che a quanto pare non ambiscono che a levarci la sedia da sotto il culo (in questo supportati da altri figuri di livello più elevato che immaginano, assai ottimisticamente, scenari fantascientifici in cui il lavoro del radiologo potrà essere svolto a costi da calzaturificio bengalese dai primi figuri di cui sopra. E chi se ne fotte della qualità del lavoro, aggiungo io). Per cui l’appello di Corrado Bibbolino, che si è autodefinito molto simpaticamente “braccio armato” del mondo radiologico italiano, cade a proposito: anche io sono convinto che l’ultima difesa che ci resta è la solidarietà di categoria, o per dirla in italiano più scorrevole la forza sindacale che possiamo mettere insieme (Corrado dice anche che sono ormai precipitato in un delirio di onnipotenza: qualcuno mi difenda pubblicamente, e gli faccia notare che nonostante sia nato il 25 dicembre non ho ancora imparato a camminare sull’acqua. Salvo a Jesolo, quando c’è la bassissima marea). Come ha infine chiosato Corrado, e che il ciel lo ascolti: no pasaran!

Ma il colpo di grazia ce l’ha dato il professor Grassi: il quale ha esordito mostrando una fotografia minatoria di Veronesi che promette a tutti quello che non si può promettere, e cioè che con la risonanza magnetica è possibile vedere tumori di pochi millimetri in tutto il corpo umano, e ci ha gettato nel panico più totale perché invece noi radiologi non ne siamo capaci (chissà, forse altri figuri ci riusciranno al posto nostro, a metà stipendio, e noi ancora non lo sappiamo). E’ stato interessante sul serio, invece, la riflessione sui posti di lavoro e sulla programmazione dei neospecialisti: se è vero che tra qualche anno avremo più pensionamenti che nuovi specialisti, forse è il caso di pensarci per tempo. O forse no, perché il numero dei cosiddetti “delegati per attività pratica”, terminologia tecnica per indicare il personale di supporto, è cresciuto a dismisura costringendo alcune categorie, cito sempre il professore, a dare un “colpo di freno a mano” per ridurre il numero dei disoccupati delle loro relative categorie. Non so come la vedete voi, ma a me sembra davvero un gran casino in cui ognuno si muove per conto proprio, come se non fossimo tutti collegati e votati a un fine comune, e questa non mi pare una bella cosa.

Per chiudere due ultimi spunti: glisso sul primo, perché non so dove si troveranno i soldi necessari a istituire la figura dell’infermiere di famiglia da affiancare al medico omonimo (progetto a quanto pare in fieri), il quale peraltro non vuole più essere chiamato in siffatta guisa ma pretende la denominazione più tecnica di medico di medicina generale, e punto diritto al secondo. Il professor Grassi ha detto una cosa sacrosanta: è necessario uniformare il livello degli insegnamenti universitari e fare in modo che i neospecialisti abbiano un bagaglio culturale più omogeneo. Ma a questo punto mi è tornata in mente la scena della personalità pletorica che scuote il testone uscendo dalla sala Positano, e mi è passata pure la voglia di sperarci.

A domani, per gli ultimi sviluppi. State collegati (poco tempo e con intelligenza, come ha specificato ieri sera una cara amica e collega).


La canzone della clip è “You’ve got a friend”, nella versione molto fascinosa di Susan Wong (che è maledettamente fascinosa pure lei, peraltro: dopo aver perso una vita appresso alle nordiche, è un periodo che sono molto vulnerabile alla bellezza orientale). A chi interessi, la canzone è tratta dall’album “My live stories” del 2014.

Cronache dal Congressone 2016 #1

mercoledì, settembre 14th, 2016

Così, dopo due anni in cui è successo veramente di tutto, rieccomi in viaggio per il Congressone SIRM. Quest’anno la meta è Napoli, città controversa nei pressi della quale ho avuto la ventura di nascere e crescere, per cui in un certo senso è come se stessi tornando a casa per qualche giorno. Sebbene la vera casa che ci è toccata in sorte dal destino, come tutti voi sapete bene, non è quasi mai quella in cui si è nati: e la banalità di questo pensiero mi trafigge proprio mentre il Freccia Rossa passa senza fermarsi per Ferrara, ossia il luogo in cui sono diventato uomo (e poi medico e poi ancora radiologo, incidentalmente).

C’è stato un attimo, in stazione, di autentico sollazzo. Me ne stavo lì, fermo, ad attendere il primo regionale, quando i miei occhi hanno realizzato la scena: accanto a me, e anche sul binario di fronte, tutti con lo smartphone in mano. Grandi, piccoli, anziani, bambini, seduti, in piedi, deambulanti: tutti con gli occhi sul piccolo schermo del telefono cellulare. Chi a leggere la posta, chi a chattare su uozzapp, chi a postare foto su Instagram. A un certo punto ho incrociato lo sguardo di un signore che camminava nel senso opposto al mio leggendo un noto libro che insegna a smettere di fumare, e senza parlare ci siamo sorrisi: due alieni in un mondo ipertecnologizzato e innaturale, nel quale l’orizzonte è contratto allo schermo traslucido dello smartphone. Certe volte, e lo dico con una certa amarezza, è meglio non avere scuse per doverlo usare.

E parto con in testa il ricordo amaro dell’ultimo turno ecografico. Sono prossimo a finire la lista, e pure abbastanza stanco perché per partire senza troppo lavoro indietro ho fatto una non-stop radiologica 8-19. Vado a chiamare il paziente di turno: lui si alza di malavoglia, mi risponde abbastanza scorbuticamente e continua in questo suo atteggiamento anche quando lo introduco nella sezione e gli indico lo spogliatoio. Boh, penso io, avrà i suoi buoni motivi per essere così poco gentile; ma in fondo non me ne frega granché, voglio solo finire la giornata e andare a casa a fare la valigia.

Il paziente esce dallo spogliatoio, si siede sul lettino e attende che io inserisca i suoi dati nel RIS. Dopo due secondi dice, seccato: Ma insomma, mi dici dov’è il medico?

Mi giro, lo guardo. Dico: Sono io, il medico.

Come, è lei?

Certo che sono io.

Lui si aggronda, le orecchie gli si abbassano all’istante. Mi scusi tanto se sono stato così brusco, dice. Pensavo che lei fosse l’infermiere.

Io non ho voglia di fare polemica, giuro, sono solo molto stanco e provato da giornate piene di piccoli e grandi problemi da risolvere. Però non mi riesco a trattenere. Ma mi spieghi una cosa, dico. Se io fossi stato davvero l’infermiere si sarebbe sentito giustificato a trattarmi con quella maleducazione?

Il paziente tace e io non ho voglia di continuare la conversazione. Finisco l’ecografia, gli spiego gentilmente cosa ho trovato e lo congedo con il referto in mano. Buonasera, buonasera; e io rimango lì, seduto davanti al PC, a pensare a come sono involute le modalità di comunicazione del genere umano. Quando ero piccolo ricordo che mio nonno, quando andava in visita dal medico, faceva una doccia supplementare e indossava giacca e cravatta; adesso non di rado mi entra in diagnostica gente con in testa il cappello da rapper girato al contrario, o in infradito e canottiera, e comunque con un grado di igiene personale non adeguato alla bisogna. E magari pure con i modi scortesi: ma solo se sei infermiere, perché se sei medico in genere stanno buoni e tranquilli, e nemmeno sempre. Forse sono i segni del tramonto dell’occidente, come canta Mario Venuti (il cui disco, che si intitola proprio Il tramonto dell’occidente, vi invito caldamente ad ascoltare): un tramonto ineluttabile come quello del sole.

Ma adesso non ho voglia di pensarci. Adesso mi rimetto comodo sulla poltrona in pelle umana del Freccia Rossa, mi riguardo i power point e poi arrivo a Napoli. Restate collegati.


La canzone della clip è, appunto, “Il tramonto dell’occidente”, di Mario Venuti, tratto dall’album omologo del 2014.

Un’estate un po’ più dura, qualche figlio e la paura di chi non resiste più da Orte in giù

sabato, settembre 3rd, 2016

Come sapete, il congressone nazionale SIRM è ormai alle porte. Il grande carrozzone sta per partire e ancora una volta il vostro affezionatissimo blogger, che questo giro ha davvero molti impegni istituzionali, cercherà di raccontarvi tutto a suo modo. Ma quest’anno la narrazione incomincia prima di partire per Napoli, e incomincia per mano nientepopodimeno che di un Presidente SIRM: Alfredo Siani. Il quale mi ha inviato in mattinata le righe di seguito, appena sotto il mio preambolo: leggendole ho immaginato la sua voce e il suo sorriso ironico, e non vi nascondo che ho sorriso parecchio. Anche perché Napoli, per chi ancora non lo sa, è più o meno casa mia: io sono nato più a nord, dove i Borboni andavano a villeggiare, ma quella è la mia cultura e la lingua che loro parlavano è la mia lingua. Quantomeno, la lingua nella quale ancora adesso penso: specie quando sono arrabbiato. Per cui vi lascio al Presidente, e buona lettura. Noi ci vediamo, o ci risentiamo, al congressone 2016.


Caro Gaddo,

il congresso nazionale a Napoli è alle porte e io approfitto del tuo blog per dare ai tuoi lettori indicazioni che, visto il mio ruolo, ufficialmente non potrei fornire.

Come tu sai, sono da sempre un sostenitore dei congressi itineranti: perché il congresso nazionale è la festa della radiologia, è il potersi rincontrare, è il vedere posti nuovi; per questo motivo vi do alcune raccomandazioni amicali in modo che possiate godere della nostra città.

Primo suggerimento è non mettere al polso Rolex e/o Cartier; i napoletani, è cosa nota, sono collezionisti di tali orologi e quindi non possono resistere alla tentazione di appropriarsene appena li vedono. Non li mettete ed evitiamo problemi inutili.

Il programma del Congresso è molto vario ed interessante, ma ritagliatevi degli spazi per visitare la nostra città, cercando di capirne la storia. Visitare il museo di Capodimonte, il Museo Nazionale, le catacombe di San Gennaro, la Napoli sotterranea, il tunnel borbonico, il Museo di San Martini, La Floridiana è sicuramente molto interessante, ma io vi consiglio di partire da Piazza Dante e di passeggiare per i Decumani, visitando le chiese e i palazzi che incontrerete sul vostro cammino e gustando babà e sfogliatelle che vi tenteranno a ogni angolo. Una tappa obbligata è il Duomo dove ci sono le reliquie di San Gennaro con il famoso tesoro e la teca del sangue (che però si scioglie il 19 settembre), la chiesa di San Domenico maggiore, il monastero di Santa Chiara e la chiesa del Gesù nuovo con la tomba di San Giuseppe Moscati, famoso medico santo napoletano da cui io andavo a raccomandarmi prima di ogni esame!!

Se avete tempo, sempre nella stessa zona, c’è la farmacia degli Incurabili. Solo un rapido passaggio per San Gregorio Armeno dove ci sono i famosi negozi di pastori. Evitate di fare escursioni nelle Isole, ne avreste solo una visione parziale e del tutto sommaria, a meno che non ci restiate almeno 3 giorni. Pompei ed Ercolano si possono vedere, ma perdereste un giorno intero. Le pizzerie più o meno sono tutte buone, ma se volete la vera pizza napoletana vi consiglio Michele alle Mura Greche vicino Forcella: dove, su tavoli di marmo, vi faranno degustare solo due tipi di Pizza (Margherita o Marinara).

Questi sono i pochi consigli che mi sento di dare: prendete Napoli per quella che è, con le sue criticità ma anche con la sua bellezza; se venite prevenuti è meglio che rimaniate al Congresso a fare “scienza”. Ma avrete perso un’occasione.

Se avete richieste approfittate di me, a patto che non manchiate alla Tavola Rotonda sul radiologo invisibile sabato pomeriggio!

Un abbraccio a tutti.

Alfredo Siani

La canzone della clip è “Ma che ho”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Vai mo’” (1981). Lo so, avrei potuto fare la scelta più semplice e farvi ascoltare “Napule è”, e invece ho preferito una delle canzoni più drammatiche, e difficili, di Pino Daniele. Non cercherò di spiegarvi il testo: solo chi ritorna a casa da molto lontano, come emigrante o comunque residente altrove, può capire perché diavolo non si resiste più da Orte in giù.

#misterpirozzisiamoconte

sabato, agosto 27th, 2016

Una collega di reparto, che ha parenti nel cuore della regione terremotata, mi ha detto: Perché non scrivi qualcosa sul terremoto?

Perché non ce la faccio, semplice. Perché avevo 8 anni quando il telegiornale, all’epoca uno solo, trasmetteva le immagini strazianti del Friuli raso al suolo, quella terra denudata che sembrava così lontana, remota. Ne avevo 12 quando toccò a me, quando sentii quel boato che precedette di un microsecondo la luce che saltava, e poi a saltare fui io. Il cuore del mio paese di nascita porta ancora i segni di quella botta, completamente sventrato dalle ruspe. Ne avevo molti di più quando vidi il filmato in cui crollava il tetto della basilica di Assisi, portandosi dietro un mezzo millennio di storia. O quando tremò la terra persino nel luogo in cui ero cresciuto, alla faccia di tutti quelli che dicevano che a Ferrara si poteva stare tranquilli, che il terreno argilloso avrebbe protetto per sempre quella zona del paese. Avevo già dei figli quando toccò a L’Aquila: e lì pensai , tra le altre cose che avevo già pensato altre volte, che quegli studenti disgraziati morti sotto case costruite con lo sputo avrebbero potuto essere figli miei.

Per cui cosa volete che scriva, non scriverò niente. Ne ho viste troppe, ma a quanto pare non ne ho viste abbastanza: poi c’è gente che ha raccontato già tutto, molto meglio di come potrei mai fare io. E purtroppo c’è pure gente che ha dimostrato ancora una volta che Eco aveva ragione, se mai fosse rimasto un dubbio residuo, e che forse questo sarebbe un mondo migliore senza social che danno voce agli imbecilli.

Per cui ecco cosa farò. Segnatevi questo IBAN: Banca di Credito Cooperativo di Roma IT 13 W 08327 73470 000000005050. Se proprio avete voglia, ma non è necessario, nella causale scrivete #misterpirozzisiamoconte. E’ un canale attraverso cui i soldi arriveranno davvero in quei luoghi sfortunati, garantisce la mia collega e dunque è come se garantissi io. Per quello che vale la mia garanzia, ovvio.

E grazie a tutti.