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Quando è morto Steve Jobs

domenica, 9 ottobre 2011

Quando è morto Steve Jobs ho evitato accuratamente di fare commenti a caldo. Invece mi sono andato a leggere tutto quello che si è scritto in giro, perché l’argomento è stato parecchio gettonato, almeno nel giro di blogger che frequento io. E ho letto di tutto, ma non sono ancora pronto a dire la mia. O almeno non del tutto: perché una riflessione, ma una soltanto, la voglio condividere con voi.

A me non interessa che i prodotti Apple siano diventati generi di consumo elitari, per fighetti benestanti che un po’ se la tirano a esibire la mela morsicata come se fosse un elemento di distinzione sociale (in fine dei conti ci sono già in giro, da anni, il cavallino intessuto sulla polo e i Cayenne che ci ammorbano l’aria, e nessuno dice nulla). Non mi interessa che i prodotti Apple costino il doppio di quelli che montano piattaforma Windows, a parità di prestazioni (e poi io uso Linux, dunque me ne fotto di entrambi). Non mi interessano nemmeno le implicazioni socio-psicologiche che spingono il signor Mario Rossi a comprare l’i-qualche cosa invece che un analogo prodotto Sony o HP o Samsung: qualche volta ascolto gli utenti Mac che tessono le lodi dei loro prodotti, e non li invidio né li biasimo.

Diverso è il discorso per Steve Jobs: che, da qualunque punto di vista vogliate guardare la sua vita, è uno che ha portato innovazione nel mondo. Se io e voi siamo qui, io a pestare sui tasti e voi a leggere su schermo, lo dobbiamo anche a lui. Alle sue fissazioni, se volete. O alla sua fortuna. O alla sua genialità. Perché alla fine, temo, tutto nel mondo si riduce a un’equazione elementare: ognuno cerca di vendere qualcosa a qualcun altro. Steve Jobs c’è riuscito; e almeno non ha trafficato in sentimenti (non con chi ha comperato i suoi prodotti, quantomeno).

Poi c’è il discorso fatto nel 2005 ai neolaureati di Stanford. Personalmente, e la mia esperienza lavorativa me lo conferma ogni giorno, credo che poche persone diventino lungimiranti come chi sta per morire. E’ un paradosso, ma è così: alcune delle lezioni più importanti della mia vita mi sono state impartite da persone sul letto di morte, o che comunque sapevano che presto  ci sarebbero finite. Il discorso di Stanford non fa eccezione a questa regola. Steve Jobs poteva anche starvi antipatico, ma le parole che infila nel suo discorso hanno lo stesso senso di visionaria aderenza alla realtà che trovo nei miei pazienti giunti a fine corsa. Forse l’avvicinarsi della morte spezza freni inibitori o crea nuovi rapporti chimici tra neuroni che fino a un secondo prima si erano ignorati, io questo non lo so. Né sono turbato dalla incredibile longevità di Jobs dopo la diagnosi di tumore al pancreas: tutti noi medici, radiologi e non, sappiamo che dopo quella diagnosi non rimane molto tempo per fare progetti, e a volte nemmeno per fare consuntivi. Viene il sospetto che le cure di Steve Jobs siano state differenti rispetto a quelle dell’uomo della strada, ma a differenza di qualche blogger non riesco a essere polemico nemmeno su questo argomento. Anche perché lui stesso, nel famoso discorso, lo dice a chiare lettere: Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. Nessuno di noi fa eccezione alla regola. Forse la differenza è che qualcuno di noi ha più denaro degli altri, e tre mesi possono tramutarsi in sette anni. Ma io rimango sempre dell’opinione che tre mesi potrebbero valere, in termini di vita, molto più di sette anni. E’ questione di come decidi di vivere, più che di quanto ti resta da vivere.

E, in ogni caso, mi piacerebbe tanto che le parole di quel discorso fossero il benvenuto per gli specializzandi che iniziano la loro carriera professionale. Perché tutto, dalla teoria dei puntini che puoi collegare solo guardando indietro e non avanti, o delle conquiste che nascono da perdite e da sconfitte, tutto questo c’è nella mia vita. Personale e professionale. E io, che pure parlo e scrivo tanto, non avrei saputo trovare parole migliori. Specie quando parla di amare quello che si fa, e di non arrendersi finché non si è trovato qualcosa da amare in quello che si fa. Quando gli studenti di medicina o gli specializzandi di mezza Italia mi scrivono, e mi scrivono in tanti, quasi sempre affermano di essere rimasti colpiti da quanta passione per il mestiere che faccio emerge dai miei post. Emerge, semplicemente, perché c’è. Perché mi piace quello che faccio, perché ne sono letteralmente innamorato. E perché, conoscendomi, saprei amare anche qualcosa che mi piace di meno. Più passa il tempo più mi convinco che la vita, e la felicità che ci troviamo dentro, non sono funzioni della conquista personale o della nutrizione del proprio ego, ma della disciplina quotidiana. E se alla disciplina aggiungiamo anche il decoro, come sostiene un altro blogger che frequento spesso, abbiamo già fatto quanto era in nostro potere.

Questa sera vi lascio proprio con il discorso di Steve Jobs. Non so quanti di voi lo apprezzeranno, non so nemmeno se sia da apprezzare o meno e se si in che misura. Quello che mi piace di quel discorso è l’entusiasmo, la voglia di mettere sempre tutto in discussione. Il senso di avere una visione, giusta o sbagliata che sia. E’ questo che stasera voglio condividere con voi.

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.

Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio: il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti.

Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo fosse di grande talento – per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene. Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli.

Steve Jobs

Ma siccome non sono un ragazzo sdolcinato non voglio che pensiate di poter andare a letto commossi e ricolmi di buone speranze. Devo mostrarvi per forza il rovescio della medaglia, invece: leggete questo post, che peraltro è molto meglio scritto del mio e non si avvale di parole altrui. Leggete soprattutto le parole finali, e poi fateci la tara sul discorso di Steve Jobs. Andrete a letto con quel saporaccio di cui parlava Jobs, ma in fondo anche quel saporaccio schifoso sa di vita.

Come cambiare la password del blog

martedì, 4 ottobre 2011

Non posso essere insensibile al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi: pare che il grosso problema degli utenti del presente blog sia la gestione della password, dunque eccovi un corso accelerato per risolvere il problema. Non prima, però, di aver dedicato il post a Johnny, il mio Figlio dei Fiori preferito: le bottiglie di vino che vedete campeggiare nella foto in cima al post sono la testimonianza visiva, ma non ce ne sarebbe stato bisogno, che a volte vale proprio la pena di tenere un blog come il mio e che le conoscenze virtuali, quando si traducono nella vita reale, possono generare piacevoli sorprese.

Allora, la regola numero uno: se siete utenti WordPress, ossia la piattaforma del mio blog, non potete usare il vostro username e la vostra password per accedere al sito. Se volete commentare un post e partecipare alla discussione è obbligatorio registrarsi con un username a vostra scelta e attendere che il sito stesso generi una password alfanumerica, che in genere è la radice dei vostri mali: qualcosa come Unh54FRtr98HHHsgefjl, insomma. E’ una misura di sicurezza affinché io abbia più controllo sugli utenti che accedono per la prima volta: e infatti se il neoutente che voglia commentare un post deve attendere, ma solo per la prima volta, che io approvi il suo commento. L’approvazione varrà anche per quelli futuri.

Però la password alfanumerica potete cambiarla! Ed ecco come si fa.

Loggatevi al blog ed entrate in bacheca.

In basso a sinistra c’è la cartella utenti: cliccateci su e si aprirà una nuova finestra.

Nella sezione “Il tuo profilo” ci sono le vostre informazioni personali. Apritela.

In basso a sinistra ci sono i campi per modificare la password. Una volta inserita, con conferma, la nuova password, ricordatevi di cliccare su “aggiorna profilo” altrimenti perderete tutte le modifiche fatte fino a quel momento.

Et voilà, il gioco è fatto, da adesso in poi potete scatenarvi con i vostri commenti. A patto che non scegliate un’altra password alfanumerica, però.

Donaci il tuo 5 per mille!

martedì, 20 settembre 2011

Qualche tempo fa, in questo post, ho raccontato delle disgrazie finanziarie dell’Ordine dei Medici.

Ieri sera, sfogliando la rivista trimestrale dell’Ordine nell’improbabile evenzienza che contenesse qualche articolo commestibile, ho letto l’ultimo editoriale dell’immarcescibile Presidente. Il quale la ricetta giusta per sanare i buchi di bilancio ce l’ha in tasca: basterebbe, dice, che i medici devolvessero all’Enpam il loro 5 per mille.

Non una gestione oculata della pecunia, quindi, fatta da professionisti seri e competenti. Non la vendita di una parte del patrimonio immobiliare, che mi dicono essere ingente (e pazienza se per le colpe di pochi viene dissipato un patrimonio che, in teoria, dovrebbe essere di tutti gli iscritti). Non un serio mea culpa e un conseguente cambio della guardia, anche perché magari è ora che un quarantenne, o comunque qualcuno con un’aspettativa minima di vita fisica e professionale, prenda in mano i destini dell’Ordine.

Insomma, quando si dice la finanza creativa.

Che poi era il nostro vanto nel mondo, almeno prima che Standard & Poor ci declassasse.

La metafora di Bambi

martedì, 26 luglio 2011

Bambi, come tutti sapete, è un giovane cerbiatto figlio del cervo più importante, ossia il re del bosco.
Nella sua giovane vita Bambi non fa nulla di sensazionale: impara a camminare, a dare un nome agli animali e alle piante del bosco, a riconoscere gli amici. Poi conosce una cerbiatta, fa a cornate con un rivale per i bellissimi occhioni di lei, e impara a sfuggire ai pericoli della vita, che nel caso specifico sono i cacciatori e gli incendi nel bosco.
In buona sostanza, Bambi si limita a fare quello che fa ognuno di noi: crescere nel modo meno peggiore possibile, cercando di imparare dai suoi sbagli e dalle piccole intuizioni. E suo padre, il Grande Cervo che regge il bosco, compare di tanto in tanto a indicargli la strada corretta da seguire o solo per consolarlo: come quando la mamma viene ammazzata dai soliti spietati cacciatori. E, anche in quel caso lì, lo sprona a superare il momento critico, a guardare oltre il proprio dolore.
Alla fine della storia Bambi, come la maggior parte di noialtri, sposa la sua cerva del cuore e genera due cerbiattini. Ed è a quel punto che suo padre, il Grande Cervo, compare per l’ultima volta a Bambi: non perchè dovrà morire, non ancora almeno, ma perchè il suo lavoro è finito. Il piccolo Bambi è diventato un cervo adulto, e adesso reggere il bosco toccherà a lui: perchè chi mai dovrebbe occuparsi del Bosco e dei suoi abitanti se non un giovane cervo pieno di energie e di vita, con due cerbiattini a cui consegnarlo in salute e splendore quando saranno a loro volra cresciuti? Suo padre, forse, ancora il Grande Vecchio Cervo?
No. Perchè il Grande Vecchio Cervo conosce bene i ritmi della natura, e sa bene che se lui non si facesse da parte Bambi non potrebbe mai diventare un re del bosco adeguato al suo ruolo ma resterebbe un giovanotto senza arte nè parte, in attesa di tempi migliori, rassegnato al degrado di un bosco intero per le scelte scellerate di un genitore determinato a non cedere un palmo di terreno fino alla morte naturale.
La storia di Bambi, inutile dirlo, è la storia al contrario della mia generazione. Quando contemplo lo sfacelo di questa nazione, che sta avvenendo sotto le scarpe delle mummie che lo governano bene o male da quaranta anni, da destra, da sinistra o dal centro, mi monta dentro una rabbia infinita. Un senso di impotenza altrettanto privo di limiti, perchè ai miei cerbiattini io dovrò invece consegnare un bosco in fiamme senza averlo incendiato io e senza aver potuto far niente per spegnerlo.
Tutto raccontato in Bambi, il cartone animato più stucchevole di ogni tempo. Così chiaro e lampante da pensare che il buon Walt, che in cima alla piramide ci stava in tutti i sensi, continui a prenderci per il culo dopo cinquanta anni, con quel suo sorriso sornione stampato sotto i baffetti da sparviero.

Metafisica della Dipartita

giovedì, 14 luglio 2011

Mi è difficile scriverlo, questo post. Perché è stata una settimana dura: di quelle che appoggi la sonda ecografica sulla pancia di un tale e già sai che non c’è nulla da fare. Poi lo porti anche in Tac, per carità, perché vuoi essere accurato, ma non cambia neanche una virgola di quello che avevi pensato all’inizio, poggiando quella stramaledetta sonda sulla pancia inconsapevole del tale.

E l’argomento ha delle implicazioni. Perché, perdio, come glielo dici a uno: guarda che non c’è niente da fare? E perché per un tale non c’è nulla da fare mentre per altri sei o sette certo, che c’è qualcosa da fare, e almeno la partita loro se la potranno giocare? Magari la perderanno, come alla fine tutti la perdiamo, però se la possono giocare. La differenza non è sottile, non è superficiale: è una delle tante manifestazioni dell’ingiustizia naturale di questo pianeta, di cui spero un giorno potremo chiedere cagione a Qualcuno.

Perché alla base di tutto, ma proprio di tutto, c’è un minimo comun denominatore: abbiamo tutti, e dico tutti, una paura fottuta di morire. Ce l’abbiamo noi che crediamo a poco e niente, ma ce l’hanno anche quelli che credono a tutto, e per i quali la morte dovrebbe rappresentare la certezza del ritorno a casa. E allora succede che non vogliamo morire, proprio non vogliamo. Qualcuno perché ha ancora un mucchio di cose da fare. Qualcun altro perché vorrebbe riposarsi delle cose che ha fatto. Qualcun altro ancora perché è troppo giovane, o perché nessuno è così vecchio da credere di non essere più giovane, e resta attaccato alla vita a tutti i costi, spezzandosi le unghie e consumandosi i denti nel vano tentativo. O, ancora, perché hai dei figli e non vuoi abbandonarli: pur sapendo che i figli in qualche modo sopravviveranno, come sopravvivono tutti, e avranno la loro vita a prescindere da te e dalla tua fottuta morte. Oppure, e finisco, perché morire in quel modo lì è proprio stupido: sbattendo in moto a centocinquanta all’ora contro un Suv che ti taglia la strada, o disarcionato dalla bicicletta da un coglione ubriaco in moto, o investito da un ottantenne depresso mentre attraversi le strisce pedonali; o, semplicemente, perché sei troppo giovane per permettere che un radiologo di passaggio ti appoggi la sonda sulla pancia e trovi quello che non ti aspettavi e che lui non avrebbe mai dovuto trovare. Ossia: un secondo prima sei vivo, hai progetti per l’eternità, e un secondo dopo sei morto, devi fare testamento, salutare gli amici e far pace con i nemici.

Ora, non è che tutti siamo bravi a far pace con i nemici: per qualcuno è molto più semplice l’esercizio futile dell’aforisma a ogni costo, il cinismo elevato a regola di vita; o forse quel qualcuno non ha paura di morire e io mi sto sbagliando mentre affermo il contrario. Non lo saprò mai. Certo, però, che morire è davvero un cazzo di casino.

Ma una cosa la so. Pochi giorni fa è venuto a mancare un vecchio amico di famiglia, una di quelle persone che conoscono i tuoi genitori da una vita, e che tu stesso conosci da quando sei nato. Uno di quelli che ti hanno visto crescere, diventare uomo, studiare, laurearti, sbagliare storie d’amore e di amicizia, eccetera: e che in ogni caso erano lì, te li immaginavi in quella bella casa con le vetrate ampie a godersi la famiglia e la pensione. E che ti aspettavano, tutte le volte che ritornavi a casa dopo una lunga assenza. Sono quelle persone che ci sono, ecco, ci sono e basta.

Quando ho saputo che era morto, e tutti ce lo aspettavamo perché stava maluccio da parecchio tempo, non ho provato tristezza come tante altre volte. Ho provato piuttosto due cose: affetto, ma quello lo provavo già prima, e una punta di invidia. Perché quando una persona cara muore, e tu non ti senti triste, vuol dire che la morte non è distacco ma è compimento di un’esistenza. E’ l’ultimo appuntamento di un uomo che ha vissuto, ha seminato, non ha solo consumato spazio e risorse ma piuttosto li ha creati dal nulla. Magari non ha compiuto gesti grandiosi, nessuno lo ha mai guardato come un faro illuminante, però non va via dalla vita con le mani piene: perché invece di prendere ha dato.

Ora, ripeto, io credo a poco e niente e non ne vado certamente fiero. Però, se penso a lui, la metafisica della Dipartita assume un senso nuovo: me lo immagino che ride, sono giorni che mi sembra di sentire le sue risate grasse fin quaggiù, e non riesco a essere triste perché lui è lì, da qualche parte, che ride il riso dei giusti. E allora nessun cuore malato ti può stroncare, nessuna sonda ecografica è una sentenza inappellabile di morte. Noi siamo ciò che facciamo nella nostra vita, e la nostra eternità è il ricordo che di noi avranno le persone che ci hanno conosciuto.

Nel bene e nel male.