Che ora è, ah? Che ora è?

Non so voi, ma io il casino che sta venendo fuori dopo l’intervista al dottor Alberto Oliveti, presidente ENPAM, me lo sto godendo tutto, in pieno.

Per chi non conosca i particolari, ricordo che dall’intervista e dai successi approfondimenti  emerge che Oliveti, cumulando la bellezza di 5 incarichi, percepisce uno stipendio lordo di circa  658.000 € all’anno. Messo alle strette, il Nostro dichiara in una intervista (quotidianosanità.it del 21/‘1/2020) che “Il compenso del Presidente dell’ENPAM è collegato alle responsabilità, alle competenze e ai rischi cui è sottoposto”.

Ignaro che, come si usa dire dalle mie parti, quando si è maldestri xe pèso el tacòn del buso (cioè, è peggio la toppa rispetto allo strappo che si intendeva rammendare), Oliveti con la sua brillante replica ha esacerbato ulteriormente gli animi dei medici italiani e non solo di quelli: in buona sostanza, il Nostro ha appena affermato pubblicamente che le responsabilità, le competenze e i rischi a cui è sottoposto un primario ospedaliero, che guida i reparti e gestisce sul campo la salute delle persone, sono oltre 6 volte inferiori a quelle del Grande Dirigente Amministrativo ENPAM. E oltre 10 volte superiori a quelle del medico neoassunto che, incidentalmente, si smazza weekend e notti di guardia, turni di reperibilità e tutto l’armamentario da parco giochi che fa parte della moderna medicina ospedaliera.

Sul blog, nel passato, dell’ENPAM ho parlato in diverse circostanze: per esempio qui, narrando di come l’ENPAM fosse finita con le pezze al culo per colpa di investimenti sconsiderati e qui, per raccontare di come il predecessore di Oliveti avesse pensato di sanare i buchi del bilancio dell’ente nientepopodimeno che chiedendo l’elemosina del 5×1000 ai medici italiani.

In ogni caso, il mio punto di vista sull’argomento è sempre stato quello di un commerciante siciliano costretto a pagare il pizzo per esercitare la sua professione: il mio rapporto con l’Ordine dei Medici si è sempre e soltanto ridotto alla gabella annuale che mi tocca pagare per l’iscrizione all’Ordine stesso e per i contributi previdenziali dei quali, potessi scegliere, farei volentieri a meno.

Ecco la frase magica: potessi scegliere.

Luigi Einaudi, in tempi non sospetti, scriveva: “Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”.

Adesso, in questo paese finché le cose vanno lisce nessuno fiata, o quasi. Ma in un periodo brutto come questo, in cui stiamo assistendo al crollo verticale della sanità pubblica e alla fuga dei medici dal pubblico a privato come topi che abbandonano la nave prima che si inabissi, voi capite che la cifra di cui stiamo parlando, la quale rappresenta lo stipendio annuo di un medico che al momento ha ben altre cose di cui occuparsi che fare il medico a tempo pieno, suona non solo stonato: suona offensivo.

E non è neanche questione del “povero” Oliveti, che in fin dei conti ha solo ereditato un sistema, un metodo, un ente che i medici ospedalieri hanno storicamente sempre schifato e che pertanto è rimasto saldamente nelle mani degli unici interlocutori con abbastanza tempo a disposizione per occuparsene, cioè i medici di medicina generale. La questione è più profonda e ha a che fare con la crisi epocale della sanità italiana, rispetto alla quale ci sono due possibilità interpretative:

a) come al solito la politica sta sottovalutando il problema, per poi ritrovarsi con la mina sul punto di esplodere sotto il culo, oppure;

b) forse non si tratta di incauta sottovalutazione ma di un progetto ben preciso di smantellamento del sistema che, a ben vedere, sta rispettando alla grande il cronoprogramma.

In tutti i casi, la vedo parecchio brutta. Non mi piace l’esasperazione delle persone che fino al giorno prima stringevano i denti e tiravano la carretta. Non mi piacciono i toni isterici di chi si incazza, pubblicamente o privatamente, e non pensa a quello che dice. Non mi piacciono le dichiarazioni irresponsabili a reti unificate. Non tollero i gesti dimostrativi o estremi, per lo più fatti a favore di telecamere. Non mi piace niente di tutto questo: sappiamo che è già successo, circa un secolo fa, e sappiamo anche come è andata a finire.

Quanto a Oliveti, beh, è arrivato anche il suo momento e quello dell’intera ENPAM. Come disse Abramo Lincoln nel suo discorso pubblico a Clinton, nel 1858: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”.

Perché alla fine, prima o poi, anche gli animi più miti finiscono per rompersi i maroni.


La canzone della clip è: “Che ora è?”, di Edoardo Bennato, dall’album “Io che non sono l’imperatore (1975). Bei tempi per la musica italiana, quelli, tempi in cui il trap era così lontano da non poterlo nemmeno immaginare.

 

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