Che per stare in pace con te stesso e col mondo devi avere sognato almeno per un secondo

Partirò dal particolare, questa volta, e cercherò di arrivare all’universale. O, quantomeno, a ciò che in questo periodo temo essere l’universale.

Mi arriva una mail. Lunga, piena di calore, di fuoco che arde. Si tratta di Giulio, specializzando del sud Italia, che mi racconta per filo e per segno le vicissitudini della sua Scuola. Mi parla nel dettaglio dei problemi di didattica, dei rapporti problematici con gli strutturati e con i colleghi di specialità. Mi mette a parte dei dubbi atroci che, in funzione dello stato delle cose, lo hanno portato vicino a lasciare la Radiologia e addirittura cambiare indirizzo di studio.

Poi Giulio, una mattina, si è svegliato e invece che trascinarsi in istituto con la morte nel cuore si è chiesto se poteva fare qualcosa per il suo futuro invece che fuggire via o restare e continuare a lamentarsi dello stato delle cose. Ha scoperto di avere delle idee, e buone anche, per far ripartire la didattica, per coinvolgere strutturati e colleghi di specialità. Ha messo insieme una piccola task force, coagulato intorno a sé un piccolo gruppo di specializzandi che a quanto pare la vedono come lui. Ha messo a punto un programma dettagliato, diviso in sezioni, su come venir fuori dalla stagnazione. E per un po’ la cosa ha funzionato. Fino a che qualcuno ha tirato fuori i paletti.

Adesso, se i paletti vengono fuori da strutturati vecchi e/o svogliati e/o che mai avrebbero dovuto lavorare in università, perché per insegnare un mestiere a qualcuno 1) devi saperlo fare e 2) devi essere in grado di insegnarlo, concetto che poco ha a che vedere con il saperlo fare, potrei capire e farmene una ragione. Ma quando a tirarli fuori sono gli specializzandi più anziani, quelli del terzo o quarto anno, la mia capacità di comprensione vacilla. Tra le varie cose che non riesco più a tollerare c’è la frase: si è sempre fatto così. Oppure la sua variante: a noi, quando eravamo al vostro posto, è toccato mangiare merda, dunque la mangerete anche voi.

Non ci riesco perché ho sempre meno pietà per chi decide di vivere, e quindi lavorare, trascinandosi senza entusiasmi in un mestiere che non gli piace o dal quale non riesce a trarre stimoli sufficienti a creare una visione del futuro differente da quella che gli hanno inculcato nelle pupille fin dalla nascita. Ho sempre meno spirito caritatevole verso chi abbozza, svicola, si irrigidisce, si nasconde, fugge, per chi preferisce aspettare piuttosto che agire, attendere istruzioni piuttosto che proporle, serrare gli occhi invece che comprendere nella loro interezza i propri limiti, accettarli e tirare oltre.

Fosse per me, darei asilo politico a Giulio nel mio reparto; ma purtroppo non è possibile e poi Giulio è così lontano dalle terre in cui vivo, la cosa sarebbe difficile. Rimane soltanto l’amaro in bocca per situazioni che non cambiano mai, che rimangono immutabili nel corso delle generazioni perché qualcuno si rifiuta di vedere che da qualche parte, e con piccolo sforzo, è possibile cambiare lo stato delle cose.

E poi penso a mia moglie, a quando mi dice con amarezza che con gli anni sto peggiorando e non permetto più a nessuno di avvicinarsi a me: avvicinarsi per davvero, intendo, oltrepassare quella linea rossa che ognuno di noi ha posto a difesa dei propri sentimenti e della propria felice intimità. Ma un motivo c’è e Giulio, con la sua lettera, me l’ha ricordato. La verità dei fatti è che preferisco sempre più evitare di grattare la superficie delle persone: perché così posso continuare a illudermi che l’oro che gli vedo addosso sia la sostanza di cui sono fatti e non una pellicola che viene via al primo colpo, lasciando intravedere la merda che c’è sotto. E, al tempo stesso, illudermi che anche gli altri continuino a vedere di me solo la patina d’oro, e non quello che essa nasconde.


La canzone della clip é “Il ballo delle incertezze”, cantata all’ultimo festival di Sanremo da Ultimo. Piace molti ai miei bimbi e, devo dire, mi intenerisce parecchio lo sguardo di questo ragazzino imbronciato che ha scritto una canzone da quarantenne e l’ha cantata con la foga di un ventenne. Dandosi un nome d’arte, Ultimo, che dovrebbe insegnare parecchio a chi ha una presunzione di sé che non corrisponde nemmeno da lontano alla realtà dei fatti.

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