Che potresti raccontarla tu la mia storia

Stamattina mi sono svegliato presto.

Fuori pioveva, pioveva a dirotto: dopo due passi in strada, portando i bimbi a scuola, ero già zuppo fino alle cosce.

Poi mi sono messo in auto, direzione ospedale, ho acceso al massimo i riscaldamenti e li ho puntati in basso per provare ad asciugarmi. Ero diretto all’ospedale del mare, non quello del fiume: perché chi lavora laggiù ha diritto a pari dignità degli altri colleghi e tutti devono capire che non esistono più sezioni distaccate, da queste parti. Dunque, anche io mi smazzo al mare, come tutti, i miei bravi turni di lavoro.

In spiaggia c’era vento e si sentiva, forte, il rumore delle onde. Ho tenuto aperta la finestra, anche se avevo freddo, per sentire il mare in tempesta e respirare l’aria salata che il vento soffiava contro i vetri. Non puoi capire com’è sedersi davanti alla consolle, prendere il pacco di referti e lavorare mentre fuori infuria la tempesta: che se solo alzi gli occhi puoi vedere onde alte così che si infrangono sulla spiaggia e diventano piccole montagne di schiuma bianca.

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Ed è così che ho pensato alle nostre passeggiate sulla spiaggia e ho immaginato noi due, stretti, infagottati nei maglioni a collo alto e nelle sciarpe e nei cappelli, che guardiamo lo spettacolo e cerchiamo di parlare, con le voci sovrastate dalla furia degli elementi. Ho immaginato le nostre orme uguali sulla battigia, che il mare alle spalle cancella subito dopo il passaggio, le risate, i progetti per il futuro. Ho ricordato l’odore buono di certi caffè. Ho guardato il cielo grigio, le nuvole che corrono veloci come deve essere nei cieli di qualche lontana isola anglosassone in cui non sono ancora mai stato. Ho sentito la tua mano fredda nella mia, un po’ ruvida, l’incastro perfetto delle dita: come se ci avessero creato così, stretti per mano, e ci avessero separati subito dopo la nascita.

E il palmo della mia mano che continua a sentire quel maledetto senso di vuoto, quando non ci sei.

La canzone della clip è Sorella mia, di Sergio Cammariere, tratta dall’album Dalla Pace del mare lontano (2002). Uno che ha capito cos’è l’amore, e sa come cantarlo.

2 Responses to “Che potresti raccontarla tu la mia storia”

  1. antonio.bellezza ha detto:

    Caro Gaddo,
    ammiro molto il tuo impegno nel ruolo dirigenziale (apicale,come si dice) che mi sembra tu abbia assunto. Nessuno lo meritava come te.
    Consentimi , approfittando anche di questo tuo nuovo ruolo, di fare alcune considerazioni. Io non sono apicale e lavoro in frontiera. Certamente non pretendo nulla dal lato carri eristico, ma sono consapevole di avere un ruolo ancora importante:quello di filtro per l’accesso dei pazienti a prestazioni più evolute e mirate di quelle che ci vengono richieste.
    Ma posso passare le ore a fare ecografie per controllo lipoma o, come è capitato oggi, per una rastremata richiesta di eco collo per “tonsilliti”?
    Intendiamoci, da un lato potrei dire che in fondo ci metto la sonda e scrivo che non c’è nulla, ma dall’altro ne sono veramente certo, nei limiti accettabili probabilistici del nostro lavoro? Ne consegue purtroppo a volte la decisione di chiedere controlli a distanza o con altre metodiche.
    Ora entra in vigore la richiesta elettronica che obbliga i medici richiedenti a scrivere una motivazione. Ma per l’elettronica basta riempire lo spazio. Se poi siamo alle solite richieste per meteorismo a nessuno importa. Esiste ancora un chirurgo che fa diagnosi di ernia inguinale senza ecografia? Dalle mie parti chiedono anche la RMN.
    Il tutto per non parlare di TC e diagnostica tradizionale. Lo sai: Tosse,dispnea,cefalea.
    Ora, passati da poco i 60 anni, la sola cosa che mi viene in mente quando un paziente lascia la TC o la sala ecografica e mi chiede “posso stare tranquillo?” e rispondergli “vai a cagare”. Ma non si può. Bisogna accontentarli, come hai scritto tu stesso.
    E qui la smetto. Sono cose che sai. Ma permettimi, ci insisti troppo poco. Hai un ruolo societario ,culturale e nell’ambito del SSN che ti permette di fare di più. Io scrivo sui giornali, protesto, faccio dichiarazioni pubbliche, ma sono una cagatina di mosca.
    E pertanto vedrò di andarmene in pensione quanto prima e di lasciare scritto ben chiaro che se dovrò morire sotto una TAC preferisco morire sotto un albero in fiore.
    Con stima
    Antonio Bellezza

    • Gaddo ha detto:

      @ Antonio

      Anche io ho grande stima di te, e tu lo sai. Motivo per il quale ti rispondo con la sincerità che mi è congeniale. Questo è un blog, non è un organo ufficiale societario. Io esprimo solo il mio punto di vista, quello di un semplice lavoratore di trincea: che spesso non è nemmeno particolarmente gradito a chi governa il motore. Ma, sopratutto, questo è un mio spazio personale: scrivo quello che riesco, quello che mi viene. A volte sono in vena di proporre casi clinici, a volte mi accanisco in questioni di economia sanitaria per mesi e rompo le palle a tutti. A volte, come in queste settimane, mi va di raccontare storie: mie o non mie, vere o inventate, non importa: basta che abbiano un addentellato con il nostro comune lavoro. Io non sono nessuno, Antonio: quello che posso fare lo sto già facendo cercando disperatamente un modello di reparto diverso da ciò a cui siamo abituati, in cui le persone contino più dei risultati e i risultati arrivino proprio in virtù di questa scelta esistenziale. In cui la qualità sia il motivo per cui i pazienti escono felici e i dirigenti esultino, quando riesco a farli esultare. Finora nessuno mi ha chiesto di far lavorare di più i miei colleghi, ma mi hanno chiesto in tanti di elevare la qualità del lavoro. Questo è un fatto. E per me rappresenta una novità, in un panorama sconsolante nel quale ciò che è sempre contato sono i numeri a fine anno, e del paziente non è mai fregato nulla a nessuno.
      Anche io posso poco, non sono una guida spirituale, non possiedo la verità né alcuna bacchetta magica: vado a tentoni come tutti. Dico quello che penso, questo sì, e cerco di fare quello che dico. Poi capitano momenti, nella vita, difficili per vari motivi: magari in questo periodo non ho voglia di puntare il dito contro situazioni che ho già denunciato in tutti i modi, negli ultimi 10 anni. E delle quali, anche se non mi va, continuerò a parlare perché non ho voglia di consegnare la sanità pubblica a privati del cazzo che lavorano male e il cui interesse è, logicamente, il guadagno materiale. Questo è quanto: io non mi prendo così sul serio. Non fatelo anche voi, ve ne prego: anche quando dalle vostre richieste trasuda stima, e io la sento, e mi fa piacere sentirla, e la ricambio profondamente.

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