Chiama il 118

La donna chiude a chiave la porta di casa, come ogni sera.  E poi, come ogni sera, si trascina in bagno.

Nel bagno, riflessa nello specchio, c’è un volto che lei stessa fa fatica a riconoscere. Rughe. Occhi rossi e stanchi. Le guance cascanti come quelle di un bulldog. Gli angoli della bocca sottile piegati all’ingiù, l’abitudine a lavarsi i denti da sola. Il pigiama di flanella tutto sdrucito. La ricrescita dei capelli bianchi sotto quell’improponibile colore della tintura di tre mesi prima.

La donna si sciacqua la bocca, poggia lo spazzolino elettrico sul suo supporto per la ricarica. Beve un sorso d’acqua, poi accende l’ultima sigaretta della giornata. Dopo aver lavato i denti, s’intende, perché l’odore acro del tabacco  le resti in gola il più possibile.

Poi entra in camera da letto: e il letto è ancora sfatto dalla sera prima. Nella stanza c’è odore di chiuso, di sudore stantio, di fumo di sigaretta attaccato alle pareti. Ma non è il caso di fare complimenti: la donna si infila sotto le coperte, riflette mezzo minuto sull’opportunità di accendere la vecchia televisione a tubo catodico da quattordici pollici che giace inerte sul comodino di fronte al letto, coperta da uno strato di polvere spesso un dito, e poi decide che è meglio inghiottire due compresse di sonnifero e porre fine alla giornata. E infatti, dopo mezz’ora, piomba in un sonno profondo, bidimensionale, privo di sogni.

All’improvviso spalanca gli occhi: potrebbe essere passato un minuto, due ore, l’intera notte. Ma l’orologio a cristalli liquidi indica le due e un quarto, dunque è ancora notte fonda. Ma cosa l’ha svegliata? Non riesce a capire, in genere i tranquillanti la tengono stordita fino all’alba. Poi lo sente, in sottofondo. Un rumore sordo, metallico, che proviene dalla parte opposta dell’appartamento. Non è un rumore forte, ma è continuo, insistente, esasperante. E se ci fosse qualcuno di là? Un ladro entrato di nascosto nel cuore della notte? La paura le stringe la gola, e le fa dimenticare che in quel bugigattolo dove abita non c’è nulla di prezioso da portar via.

Diomio, diomio, adesso cosa faccio, pensa mentre il rumore continua imperterrito. Salta giù dal letto, chiude la porta a chiave con il cuore che le esplode nel petto; poi rimane con l’orecchio attaccato alla porta sbrecciata, e il rumore è sempre lì, implacabile, terrorizzante. E allora decide: afferra la cornetta del telefono, digita il 113, attende impaziente la risposta.

Che non si fa attendere.

Buona sera, comando dei Carabinieri. Cosa posso fare per lei?

Ho un ladro in casa, correte ad aiutarmi, presto, sono chiusa a chiave in camera da letto, lui è di là, sento un rumore continuo, sembra un trapano, sembra…

Signora, si calmi. Ha detto che c’è un estraneo in casa sua?

Si, si, ho detto proprio così, per favore arrivate subito!

Dove abita, signora? Mi dica qual’è il suo indirizzo, mando subito una pattuglia.

E la pattuglia arriva. Individua lo stabile, i carabinieri in divisa salgono le scale circospetti, la pistola in mano. La porta dell’appartamento è chiusa, non ci sono segni di effrazione. Uno dei carabinieri la apre con un passepartout: dentro è tutto buio, si sente soltanto un lieve rumore di sottofondo. Tutti i membri della pattuglia entrano, e impiegano pochi secondi a capire che in casa non ci sono estranei né malintenzionati. Un carabiniere entra in bagno: c’è uno spazzolino elettrico in funzione. Lo spegne con un gesto misurato e poi ritorna nell’ingresso.

Signora, chiama. Siamo i carabinieri, non c’è nessun pericolo, c’era solo il suo spazzolino elettrico che andava da solo, in bagno.

La signora socchiude la porta della camera, sbircia fuori, vede le divise, esce dalla camera da letto.

Lo spazzolino elettrico, dite?

Si, signora, lo ha dimenticato acceso.

No, non l’ho dimenticato accesso, sono sicura di averlo spento prima di venire in camera.

Lo scambio di battute, concitato, va avanti ancora qualche minuto, poi la signora si sente male: il calo di tensione, i sonniferi, le troppe sigarette, la depressione, la paura. Il cuore comincia a saltare i battiti, la testa che gira, la pressione che piomba a terra. Insieme a lei.

Un carabiniere chiama il 118. L’ambulanza arriva dopo venti minuti: il medico e gli infermieri trovano sul posto gli agenti preoccupati e la signora distesa a terra, con le gambe sollevate. Dopo i primi soccorsi la sollevano, la poggiano su una barella e la portano via. I carabinieri chiudono la porta di casa dopo aver spento le luci; uno di loro accenna a una battuta di circostanza, gli altri ridacchiano.

Il resto è nel verbale del pronto soccorso, stilato poco prima dell’Rx torace di benvenuto. Che il radiologo di guardia, incredulo, avrebbe refertato immaginandosi tutto il resto. Perché la vita è un sogno, dicono, ma i sogni aiutano a vivere meglio. O no?

5 Responses to “Chiama il 118”

  1. mollybloom82 ha detto:

    Che tenerezza!

  2. Gaddo ha detto:

    E’ che noi uomini duri in fondo in fondo abbiamo un cuore di panna…

  3. mollybloom82 ha detto:

    Beh la tenerezza era per la signora non per te 😉

  4. Gaddo ha detto:

    Il che nulla toglie al cuore di panna. 😉

  5. mollybloom82 ha detto:

    Ma ssì! E’ più sugli “umoni duri” che ho qualche dubbio!

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