Come demolire un patto generazionale (postilla all’ultimo post)

In risposta all’ultimo post ho ricevuto diverse mail: alcune di apprezzamento e altre di critica. Tra queste spicca la lettera di una persona appartenente a una delle categorie con cui me la sono presa, ossia un primario radiologo in pensione.

Purtroppo il primario non mi ha dato il permesso di riportare pari pari la sua e-mail (che, credetemi sulla parola, era piena di spunti molto interessanti). Mi limiterò a commentarne il senso complessivo, laddove la tesi sostenuta era la seguente: perché mai un primario in pensione non dovrebbe poter continuare a lavorare e portare anche nel privato la sua esperienza pluridecennale?

Semplice. La scelta di andare in pensione dovrebbe teoricamente presupporre un elemento personale determinante: dopo aver lavorato quaranta e passa anni il lavoratore, peraltro con ragione, ritiene di aver diritto al meritato riposo e sceglie di vivere in tranquillità e relativo benessere, qualora la pensione sia adeguata ai tempi, gli ultimi anni della sua vita. Il pensionato, per definizione, dovrebbe insomma essere un lavoratore stanco: dello stress, dei ritmi incalzanti e delle responsabilità. E poi la sua scelta dovrebbe far parte di un processo naturale, una specie di circolo della vita di disneyana memoria: fuori un lavoratore anziano, dentro uno giovane. Una scelta che di questi tempi, con la crisi che c’è in giro, ha il sapore di un patto sociale tra generazioni.

Se però il giorno dopo la pensione il primario ospedaliero, anzi l’ormai ex primario ospedaliero, va a bussare alla porta di una struttura privata, tutte le premesse sopraelencate vengono meno. La pensione non diventa più la ricerca del riposo del giusto, ma soltanto un modo come un altro per fare ancora più soldi con il doppio stipendio. Se un lavoratore sente di avere le forze sufficienti per continuare la sua attività può scegliere altrimenti: per esempio, decidere di non andare in pensione e continuare a lavorare finchè sarà in grado di farlo.

Allora io non dico che lavorare dopo la pensione dovrebbe essere vietato, per carità. Dico solo che se un primario ospedaliero, o qualunque altra figura professionale medica, vuole continuare a svolgere attività privata dopo la pensione, può farlo: ma nel mentre, semplicemente, la pensione non dovrebbe essergli elargita. Il vitalizio dovrebbe essere sospeso fino al giorno in cui, a Dio piacendo, il simpatico vecchietto alle soglie dei novanta anni avrà finalmente stabilito che il tempo del riposo è maturo.

Ma c’è un altro elemento importante da considerare. Prima accennavo al patto sociale di una generazione di lavoratori che si fa da parte per creare lo spazio ai più giovani: beh, per ogni primario in pensione che decide di continuare la sua attività c’è un giovane radiologo che in quella struttura privata non troverà accoglienza. Per cui voglio essere comprensivo e capire che può essere dura ritrovarsi ai margini della battaglia dall’oggi al domani e dopo una vita intera di responsabilità, ma questa è gente che ha vissuto la propria esistenza lavorativa nel paese di Bengodi: hanno diretto reparti di radiologia in tempi in cui la nostra disciplina era enormemente meno complessa di ora, l’hanno fatto senza nemmeno porsi il problema del management perchè all’epoca la gestione delle risorse era un concetto molto remoto e ancora di là da venire; sono stati primari per molti anni, qualcuno per decine di anni, e nel mentre alcuni di loro hanno già razziato tutta la libera professione razziabile in giro per le rispettive provincie; e in tutto questo la radiologia li ha superati senza che loro e ne accorgessero o provassero a opporre resistenza, limitandosi a galleggiare con le due o tre abilità da mestierante accumulate nel corso degli anni. Alcuni dei loro referti che si vedono in giro non solo solo sbagliati, che sarebbe già abbastanza: sono persino imbarazzanti, e contribuiscono allo spreco complessivo delle risorse laddove gli esami devono essere ripetuti presso altre strutture e da radiologi che sanno quello che fanno.

Non c’è rancore in quello che dico, credetemi. In questo caso racconto solo l’evidenza dei fatti: che poi i pazienti e molti amministratori, anche privati, non si accorgano della differenza, beh, su questo non so cosa dire che non abbia già detto nell’ultimo post.

7 Responses to “Come demolire un patto generazionale (postilla all’ultimo post)”

  1. murialdog ha detto:

    Mah, Gaddo, questa volta non concordo totalmente con te. Mi riferisco alla pensione, non ai “preclari primari in pensione”.
    Mi mancavano 4 anni ed ora con la riforma Fornero me ne ritrovo ancora 7. Ok va tutto bene: basta non pensarci. Io vorrei fondamentalmente pensionarmi – da oggi – dalla schiavitù dei sabati-domenica e dalle notti e lavorare come radiologo in orario d’ufficio dalle 8 alle 16.
    Lascierei le notti ai giovani che sono abituati a fare le ore piccole ed hanno le capacità di recupero che un cinquantesettenne non ha più.
    Inoltre, che un radiologo pensionato di 65 anni continui a lavoricchiare in studio -orario d’ufficio- facendo magari ancora più che egregiamente qualche ecografia, rilassato e sveglio più che il sottoscritto dopo una notte di DEA non mi disturba più di tanto. Beato lui! Inoltre operando , come dici tu, con grande mestiere, smaltisce qualche “codice verde” e riduce le liste liste d’attesa in ospedale.
    L’altro giorno, in un vigneto a poche centinaia di metri da casa, ho fotografato un vignaiolo 85 enne (forse hai visto le foto su fb) che “legava” mirabilmente le viti , en plain air, più arzillo di me. Credi che anche lui, pensionato, rubi il posto a qualche giovane?

  2. Gaddo ha detto:

    C’è una sola grande, grandissima differenza. Il vignaiolo 85enne che hai fotografato (foto bellissima come tutte le altre, solo un radiologo può riuscirci così bene) avrebbe qualcosa, molto, moltissimo da insegnare al giovane che volesse intraprendere quello stesso lavoro. In quel caso non sarebbe questione di rubare un posto di lavoro: su quelle viti potrebbero lavorare in due e il più giovane imparare il mestiere da quello più vecchio. Entrambi ne trarrebbero beneficio.
    Il discorso è diverso per il pensionato che si da alla libera professione e non insegna più niente a nessuno, se mai qualcosa nella vita ha insegnato, e non è utile a nulla se non al suo portafogli.
    Poi, è chiaro, il mio post ha tanto il gusto del paradosso estremizzato e mira alla provocazione nuda e cruda: ma alla fine il codice verde potrebbe smaltirlo anche il trentenne neospecialista che per questioni personali non può allontanarsi dalla sua zona e non riesce a trovare un posto nell’ospedale limitrofo.

  3. murialdog ha detto:

    Forse le nostre realtà sono un po’ diverse: qui, in provincia di Cuneo, periferia dell’impero, i giovani radiologi sono quasi introvabili e personalmente non ne conosco di disoccupati. Un mese fa abbiamo bandito un concorso per due posti di sostituzione per 6 mesi e si sono presentati in 5. Abbiamo assunto il primo e l’ultimo in graduatoria , in rapida successione hanno rifiutato il secondo, il terzo (già assunti nel pubblico, ma precari) ed il quarto, più allettato da proposte di privati. C’è molta, molta più ressa nei concorsi dei TSRM.

  4. Gaddo ha detto:

    Dio santo, in un posto così meraviglioso come quello davvero nessuno vuole venirci a stare? Che quasi quasi, appena tocco il livello di guardia, vengo a chiedervi asilo politico io.

  5. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    il fatto che i primari giunti alla pensione vadano a fare marchette non deve stupire, in un certo modo è la naturale prosecuzione della loro carriera.
    Quelli del “privato” hanno lavorato unicamente a fini di lucro quindi è ovvio che continuino a farlo anche dopo il pensionamento, se se la sentono.
    I primari del pubblico – invece – si sono allenati per decenni in libera professione intra e/o extramenia (agli altri medici il compito di fare andare avanti il reparto con le notti di guardia e tutti i casini organizzativi ecc. ecc.) per arrivare a far marchette in libertà una volta giunti al momento della pensione.
    Ma nonostante questo, io non credo che rubino il posto a nessuno.
    Qualunque radiologo di buona volontà trova lavoro entro un anno / un anno è mezzo dalla data della specializzazione (altrimenti cè qualche problemino in lui…). Il nostro lavoro c’è grazie a Dio.
    D’altra parte la tua riflessione sul patto generazionale è giusta. In generale, qualunque pensionato che continui a lavorare (magari in nero…) occupa il posto di un giovane, e in un paese con un tasso di disoccupazione mostruoso come il nostro, ciò non va bene.
    Ma questo vale per tutte le professioni non solo per la radiologia.
    Siamo in profonda crisi economica e quando stiamo tra le mura degli ospedali a volte non ce ne rendiamo neanche conto. I miei amici disoccupati oppure in cassa d’integrazione o in mobilità effettivamente guardano con occhio malevolo sti anziani pensionati che continuano a lavorare e rubano spazio a chi vorrebbe trovare la propria indipendenza.
    Troppe persone si barcamenano in una vita senza poter prendere decisioni nè assumersi rischi e nel più totale disimpegno perchè uno Stato decide di tassare il lavoro al 55-60% cento per poi ciucciarti tutti i tuoi risparmi in tasse (Campioni del Mondo) e accise sulla Benzina per pagare la guerra in Etiopia del 1936. Quando mi capita il giorno di ferie mi accorgo di essere circondato di milioni di nullafacenti di tutte le età che vivono sopra le spalle di chi invece continua a lavorare. Non si tratta solo di demolire un patto generazionale, si tratta proprio di un paese che retrocede inesorabilmente verso la povertà e l’ignoranza.
    Nel campo da tennis comunale (gratuito e malconcio) vicino a casa mia ogni pomeriggio si svolge una partita di doppio che è l’emblema della nostra recessione perchè i partecipanti sono nell’ordine:
    – un pensionato “baby” cioè pensionato da quando aveva 41 anni (la mattina lavora in nero, il pomeriggio gioca a tennis)
    – un metalmeccanico in “mobilità” (la mattina si dedica al centro anziani, il pomeriggio gioca a tennis)
    – un ragazzo disoccupato (la mattina va in bicicletta, il pomeriggio gioca a tennis)
    – un operaio in cassa di integrazione (la mattina va al sit-in dei sindacati davanti alla sua fabbrica, il pomeriggio gioca a tennis)

    Come pensi che riusciamo a uscire da questa crisi?

  6. Gaddo ha detto:

    Ripeto, la mia era più che altro una amara provocazione: lo so benissimo che è impossibile pensare di limitare l’accesso all’attività privata dei medici pensionati, tanto più che la stragrande maggioranza di noi lo fa anche nel corso della vita professionale (a volte l’attività libero-professionale diventa la fetta maggiore della nostra attività, pur essendo medici ospedalieri, o no?). Una provocazione però fino a un certo punto: perché il fatto che in radiologia si lavori ancora abbastanza agevolmente (basta leggersi il commento di Johnny per rendersene conto, ma avrei molti esempi anche per il Veneto) non giustifica il fatto che professionisti a fine corsa debbano occupare posti di lavoro che spetterebbero, in pura linea teorica, a quelli giovani.
    Quanto al resto, come non essere d’accordo con te? Come dici tu, il nostro grosso problema non è tanto la crisi economica in sé, che finirà quando chi ha deciso di provocarla ne avrà tratto i benefici voluti, economici ma soprattutto politici, quanto l’evidenza che viviamo in un paese “che retrocede inesorabilmente verso la povertà e l’ignoranza”. Sante parole, per giunta deliberatamente ignorate dai tecnici che con tanta diligenza stanno preparando il loro bravo compitino.
    Se dovessi dirti come penso di uscire da questa crisi, ecco, è a questo che penso: un paese meno ricco ma anche meno ignorante, al posto di un paese più ricco e che retrocede verso l’ignoranza e la miseria (intellettuale).

  7. murialdog ha detto:

    Sei ben accetto, Giancarlo, ma SOLO COME PRIMARIO!

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